West Coast – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 12 Sep 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Elogio dell’eccesso / 9 – Oltre il muro del suono: da Louie, Louie all’avanguardia https://www.carmillaonline.com/2025/05/14/elogio-delleccesso-9-oltre-il-muro-del-suono-da-louie-louie-allavanguardia/ Wed, 14 May 2025 20:00:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88364 di Sandro Moiso

Thurston Moore, Sonic Life. Un memoir, Baldini+Castoldi, Milano 2024, pp. 687, 25 euro

Sulla carta geografica degli Stati Uniti è possibile tracciare un fitto reticolo di città e località che hanno segnato inconfutabilmente lo sviluppo della musica americana. Dalla musica hillybilly della parte meridionale della catene montuosa degli Appalachi, che si estende per quasi 3.300 chilometri alle spalle della costa atlantica dal fiume San Lorenzo in Canada fino all’Alabama, al blues del delta del Mississippi, passando per città come New Orleans, Los Angeles, San Francisco, Austin, Minneapolis, Detroit, Akron, Chicago, Seattle, Kansas City, Memphis, Saint Louis, Athens, [...]]]> di Sandro Moiso

Thurston Moore, Sonic Life. Un memoir, Baldini+Castoldi, Milano 2024, pp. 687, 25 euro

Sulla carta geografica degli Stati Uniti è possibile tracciare un fitto reticolo di città e località che hanno segnato inconfutabilmente lo sviluppo della musica americana. Dalla musica hillybilly della parte meridionale della catene montuosa degli Appalachi, che si estende per quasi 3.300 chilometri alle spalle della costa atlantica dal fiume San Lorenzo in Canada fino all’Alabama, al blues del delta del Mississippi, passando per città come New Orleans, Los Angeles, San Francisco, Austin, Minneapolis, Detroit, Akron, Chicago, Seattle, Kansas City, Memphis, Saint Louis, Athens, Boston, Nashville non è possibile separare geografia, società e storia dalla musica prodotta in loco e poi riversatasi in concerti, sale da ballo, dischi a 78 giri e microsolco, radio, cd, cassette e Tv, prima degli States e poi, quasi sempre, in seguito in gran parte del mondo, non soltanto occidentale, nel corso del ‘900.

Molte di queste città, come molti lettori già sapranno, saranno rese famose, soprattutto a partire dalla seconda metà del XX secolo, quel cinquantennio che ha fatto parlare, allungandone indebitamente i tempi, di secolo americano, quando la produzione culturale e immateriale statunitense riuscirà ad occupare gran parte dell’immaginario collettivo planetario, grazie allo sviluppo dell’industria cinematografica e alla diffusione su larga scala di nuove musiche giovanili derivanti dal rock’n’roll e dai suoi antenati, il blues e la country music. Musiche paradossalmente originatesi nel cuore del proletariato bianco e nero e della piccola proprietà terriera, spesso passata nelle mani callose dei discendenti degli schiavi o degli immigrati più poveri e disgraziati.

Una cultura popolare o pop che ha letteralmente sbancato il mercato delle produzioni musicali, grazie sia alla forza del dollaro e della potenza uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale che all’originalità e capacità creative dei suoi interpreti, maggiori e minori. Non si è trattato però soltanto di una colonizzazione culturale, così come alcuni tradizionalisti e conservatori, di entrambi gli schieramenti di destra o di sinistra avrebbero voluto spiegare il fenomeno liquidandolo con troppe semplificazioni, comprese quelle della sempre troppo osannata scuola di Francoforte e del suo maggior interprete: Theodor W. Adorno.

E non c’entra soltanto l’invenzione del disco microsolco a 45 giri, dei giradischi portatili e della diffusione delle radio commerciali che, sì, c’entrano ma che non avrebbero avuto modo di svilupparsi e diffondersi su scala così ampia se non avessero costituito un prodotto originale di una potenza che si presentava non soltanto sul piano finanziario, economico, politico e militare, ma anche tecnologico e, proprio per questo ultimo fatto, aperta alle sperimentazioni, anche le più strambe, da cui fosse possibile cogliere nuovi elementi da introdurre sul mercato delle merci. Dimostrazione concreta dell’affermazione di Marx, contenuta nel Capitale, secondo cui è la potenza dominante e più avanzata a indicare la via che le altre, in assenza di cambiamento radicale del modo di produzione, dovranno sicuramente seguire: «Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello sviluppato l’immagine del suo avvenire».

Non è quindi per caso che, tra tutte le città elencate prima, sia stata lasciata fuori New York, proprio per la rilevanza che questa ha assunto sia sul piano finanziario, per la presenza di Wall Street, che politico e culturale. In cui tutti gli aspetti elencati fino ad ora hanno finito col rimescolarsi in continuazione come in un grande calderone in cui aspiranti stregoni di ogni tipo hanno tentato di riversare i loro, sogni, desideri, esperienze e lati spesso oscuri dell’anima.

Una città lontana, però, dal punto di vista musicale, sia dalle estati dell’amore degli hippie che dal jazz tradizionale, in cui anche la musica folk, che proprio lì trovò la culla per la sua rinascita e che per ben poco tempo si fermò alla riproposizione dei temi classici d’origine, finì col diventare, con l’avvento di Bob Dylan nei locali del Greenwich, qualcosa che avrebbe trasformato il concetto stesso che ne costituiva la base, guarda caso elettrificandolo nel giro di pochi anni.

Una città in cui John Lennon, insieme a Yoko Ono, avrebbe trovato prima rifugio e poi la morte per mano di un fan, trasformando la moglie giapponese non soltanto in “vedova storica” del rock delle origini, ma anche, e forse soprattutto, in autentica sciamana e fonte di ispirazione per le successive avanguardie sviluppatesi nella Grande Mela1.

Una città di contraddizioni e luoghi simbolici diversi: dalle periferie proletarie di Newark al quartiere nero “per eccellenza” di Harlem; dagli accattoni e tossici della Bowery ai folksinger di Washington Square; dal Bronx devastato e povero alle Twin Tower, in una città che, come ha dimostrato l’attacco dell’11 settembre 2001, raccoglieva e, probabilmente, raccoglie ancora in sé, nel bene e nel male, tutti gli elementi dell’americanismo e della cultura americana.

A raccontarcene la storia musicale, culturale e, quindi, sociale degli ultimi sessant’anni (1963-2023) ci ha pensato Thurston Moore (n. 1958), chitarrista e fondatore dei Sonic Youth, nella monumentale autobiografia uscita in lingua originale nel 2023 e successivamente (2024) pubblicata in Italia per Baldini+Castoldi: Sonic Life. A partire dalla sua personale scoperta nel 1963, a cinque anni e grazie al fratello che allora ne aveva dieci, di quel classico del rock più semplice ed ipnotico rappresentato da Louie, Louie dei Kingsmen, destinato ad essere ripreso da centinaia di altri gruppi beat, garage e punk, americani e non.

Un preludio alla scoperta della scena punk che di lì a pochi anni si sarebbe sviluppata, con i suoi ritmi ripetitivi, la scarsa preparazione musicale dei suoi esecutori e il suono delle chitarre elettriche portate all’estremo secondo la legge che di lì a poco, per bocca e liuti elettrici dei giovani membri della band Red Kross, avrebbe rigidamente stabilito che «notes and chords mean nothing (to me)» (Born Innocent, 1981).

Ed è in questo contesto, in cui le band e gli artisti di riferimento non possono che esser i Velvet Underground con Lou Reed, John Cale e l’algida Nico, i New York Dolls e in seguito Patti Smith e i Television di Tom Verlaine e poi ancora i Suicide di Alan Vega, che prenderà corpo uno dei più significativi gruppi del rock dagli anni Ottanta del Novecento al primo decennio del XXI secolo: i Sonic Youth.

Gruppo il cui suono chitarristico, guidato dagli strumenti a sei corde di Thurston Moore e Lee Ranaldo (n.1956) e marcato dal basso di Kim Gordon (n.1953) e dalla batteria di Steve Shelley (n.1962), raccoglierà in sé tutta la lezione del frat rock di Louie Louie, del punk, del garage ma anche delle avanguardie jazz, elettroniche e contemporanee, in una autentica catstrofe sonora che anticiperà di quasi un ventennio il rumore assordante del crollo delle torri gemelle nel settembre del 2001.

Tutto sarà “scritto” e anticipato in una serie di album, e soprattutto di concerti, che via via lasceranno il pubblico sempre più tramortito, estasiato o smarrito. Un rituale che tra i solchi dei dischi oppure sui palchi di mezzo mondo portava alle orecchie degli ascoltatori il frastuono delle catastrofi a venire, anticipato tutto nella ripresa, fin dai primi dischi, di un altro grande tormentone del rock più degenerato: I Wanna Be Your Dog di Iggy Pop e dei suoi “dannati” Stooges (Detroit, 1969).

Una storia del rock passato, presente e futuro che, fino al furto delle medesime, saliva sul parco insieme ad un arsenale di chitarre elettriche che, dalle Fender di ogni tipo, alle Gibson fino alle Gretsch e Rickenbacker, riassumeva l’esperienza elettrica trasformandola definitivamente in quel corpo elettrico cantato già da Walt Whitman nelle sue Foglie d’erba: «I sing the body electric…» (1855 prima versione – 1892 ultima e definitiva).

Sì, perché occorre aver sperimentato sulla propria pelle e sul proprio corpo le vibrazioni universali emesse dal quartetto, soprattutto nel periodo compreso tra gli album Evol (1986), Daydream Nation (1988), Sister (1987) e Bad Moon Rising (1985) (titolo quest’ultimo che rinvia inevitabilmente ad un altro incomparabile gruppo del rock proletario e ipnotico come pochi altri, i Creedence Clearwater Revival), cosa significasse a cavallo tra anni Ottanta e Novanta essere esposti al bombardamento sonoro proveniente dagli amplificatori e dagli strumenti, spesso preparati in precedenza con “scordature” o cacciaviti cacciati tra le corde, dei Sonic Youth.

Un’astronave che decollava, con i motori a tutto regime, in fuga da un pianeta alieno, il frastuono terrorizzante di un bombardamento aereo su una città o quello dell’artiglieria sul campo di battaglia, il rumore delle sfere che si infrangono silenziosamente, soltanto per mancanza d’aria attraverso cui trasmettere le onde sonore prodotte dal loro scontro. Oppure di menti andate in frantumi. Per questo motivo si sono tralasciati qui i rimandi possibili, ma inadeguati, ai grandi improvvisatori della West Coast, Grateful Dead in testa, poiché nel suono del gruppo newyorkese non ci sono buone vibrazioni.

L’epoca dei Beach Boys e della loro Good Vibrations era già morta e sepolta all’epoca. Al suo posto si era aperta quella della guerra dei mondi e Thurston e soci lo annunciavano senza mezzi termini e, forse, per questo Neil Young li volle insieme a lui nel tour che trasmise in diretta dal palco il rumore dei bombardamenti su Baghdad ai tempi della prima guerra del Golfo. Neil Young che nei suoi assolo migliori e più acidi aveva portato il folk rock verso le stesse sponde, senza osare però mai superare il muro del suono che il gruppo di New York avrebbe infranto fin dagli esordi.

Esordi che, ripercorrendo le pagine dell’autobiografia di Moore, non scaturivano esattamente dal nulla e non soltanto per via dell’ambiente newyorkese più legato al CBGB (il locale sorto nel Lower Est Side che vide tra le sue pareti e sul suo palco svilupparsi la scena punk e new wave della Big Apple), con i concerti di Patti Smith e dei Television descritti al loro interno, ma anche in quell’avanguardia sperimentale che, da Glenn Branca (1948-2018), con The Ascension e Lesson N° 1, a Loren MazzaCane Connors (n.1949), con le sue sinfonie per cento chitarre elettriche, che avevano subito accolto Thurston Moore e Lee Ranaldo all’interno delle loro orchestre tutt’altro che da camera, aveva fatto della chitarra elettrica ciò che Beethoven, Haydn e, più tardi, Wagner avevano fatto con strumenti ad arco, fiati e timpani2.

Per un lungo tratto del loro percorso, prima della crisi e dello scioglimento legato anche alla frattura intervenuta nella coppia Thurston Moore/Kim Gordon, costituiranno davvero “l’avanguardia” con una scelta consapevole che li vedrà impegnati nella realizzazione di una serie di dischi incisi con composizioni e musicisti d’avanguardia, da Yoko Ono a Mats Gustafsson e molti altri, e che, proprio per questo, vedrà aggiungersi un quinto membro, Jim O’Rourke (n.1969), anche lui impegnato da tempo negli stessi territori musicali in compagnia del “vecchio genio” dei texani Red Krayola, Mayo Thompson (n.1944), operativo in quell’ambito fin dalla fine degli anni Sessanta. Una scelta artistica e sonora che Thurston Moore ha continuato a perseguire oltre e al di fuori degli stessi Sonic Youth, così come hanno continuato a fare sia Kim Gordon che Lee Ranaldo, senza però eguagliarne i risultati.

Tutto questo e molto altro ancora ci narrano le memorie dell’autore trasformando, proprio per questo motivo, Sonic Life in uno dei testi più preziosi, utili e interessanti per comprendere la storia e l’evoluzione della musica degli ultimi quarant’anni.


  1. Sul significato della morte di John Lennon, si veda D. Gabutti, Pop. John Lennon e le culture della società opulenta in D. Gabutti, Ottanta. Dieci anni che sconvolsero il mondo, Neri Pozza Ediore, Vicenza 2025, pp. 55-63.  

  2. A proposito di Wagner e chitarre elettriche si veda qui  

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Colui che sussurrava nel buio: H.P. Lovecraft https://www.carmillaonline.com/2016/07/14/colui-sussurrava-nel-buio/ Wed, 13 Jul 2016 22:01:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=31673 di Sandro Moiso

H.P. Lovecraft H.P. LOVECRAFT, DA ALTROVE E ALTRI RACCONTI, scritto e disegnato da ERIK KRIEK, Edizioni Eris, Torino 2014, pp. 112, € 16,00

Colui che sussurrava nel buio. Un titolo misterioso, accompagnato da una delle enigmatiche copertine di Karel Thole, attrasse la mia attenzione tra le centinaia di romanzi di SF che riempivano gli scaffali di un negozietto della Barriera di Milano. Alla metà degli anni sessanta, in uno dei quartieri più proletari di Torino, avvenne così il mio primo incontro con il solitario di Providence: Howard Phillips Lovecraft (1890 – 1937).

Quella sera lessi il primo dei [...]]]> di Sandro Moiso

H.P. Lovecraft H.P. LOVECRAFT, DA ALTROVE E ALTRI RACCONTI, scritto e disegnato da ERIK KRIEK, Edizioni Eris, Torino 2014, pp. 112, € 16,00

Colui che sussurrava nel buio.
Un titolo misterioso, accompagnato da una delle enigmatiche copertine di Karel Thole, attrasse la mia attenzione tra le centinaia di romanzi di SF che riempivano gli scaffali di un negozietto della Barriera di Milano. Alla metà degli anni sessanta, in uno dei quartieri più proletari di Torino, avvenne così il mio primo incontro con il solitario di Providence: Howard Phillips Lovecraft (1890 – 1937).

Quella sera lessi il primo dei tre racconti contenuti in quella breve antologia e da quel momento i rumori della vecchia casa di campagna in cui passavo l’estate non sarebbero più stati gli stessi.
Poco tempo dopo, la lettura di una più ricca antologia, comparsa nel frattempo,1 mi avrebbe fatto percepire in quell’autore, autentico maudit dell’America puritana, qualcosa di più dell’orrore e della paura.

urania Avrei scoperto che l’orrore e la paura vera non derivano da esseri più o meno mostruosi nascosti nelle tenebre e neppure soltanto dalla morte. Era la vita stessa che poteva terrorizzare.
Fin da bambino i miei sonni erano stati interrotti o rinviati dal pensiero del nero, inimmaginabile nulla rappresentato dalla morte. Ma quello scrittore ateo, materialista, razzista, sessuofobo, morto di cancro all’intestino a quarantasette anni, mi rivelò un’altra ben più atroce verità.

La vita stessa, l’esistenza quotidiana potevano nascondere un nulla ben più spaventoso e orripilante. Forze oscure, vecchie, insensibili ai destini individuali e collettivi della specie umana dominano il nostro destino e lo determinano in maniera assolutamente casuale.
A differenza di altri scrittori del genere fantastico o gotico, Lovecraft non crede in una lotta tra il male e il bene, non propone tormenti cui la morte può porre, comunque, termine.
Non c’è nella sua scrittura possibilità di salvezza, lieto fine o anche solo di una dolorosa trasfigurazione o palingenesi.
C’è solo l’assoluta certezza della vanità ed inutilità della vita e del cosmo stesso.
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Lovecraft è figlio del Novecento e delle forze demoniache che lo hanno fondato.
Ne è lo spietato e disilluso cantore.
I suoi dei ciechi e idioti che ballano nudi al centro dell’universo al suono di una blasfema cacofonia di flauti e tamburi, che strisciano o sorgono da abissi innominabili per condurre nella propria perdizione gli esseri umani che li evocano, possono davvero rappresentare una delle più terribili metafore delle forze che hanno agitato il secolo appena finito.

Attraverso la sua opera conobbi il nichilismo.
L’uomo muore, il cosmo muore e la morte stessa finirà con il morire.
E quegli dei vivono da morti e nutrendosi di morte.
Non vi può essere condanna più spietata della condizione umana e della vita stessa. E dell’inutile desiderio di conoscenza che anima la scienza.
Troppo esplosivo, troppo distruttivo per essere maneggiato con vantaggio da chi difende l’esistente, il solitario di Providence condivide con Céline uno spazio unico nella letteratura del ventesimo secolo. Con buona pace degli intellettuali organici e da salotto.

Che non hanno mancato di tacciarlo spesso di inconsistenza per l’esilità delle trame, gli scarsi dialoghi e il mancato approfondimento psicologico dei personaggi. Non cogliendo così il lavoro di scavo nella psiche di un intero secolo svolto in anticipo, all’inizio del ‘900, dall’autore americano.
Come ben ricorda la postfazione di Milan Hulsing alla raccolta di storie di Lovecraft disegnate da Erik Kriek, una sorta di omaggio, molto importante, che le Edizioni Eris con il volume qui preso in esame hanno voluto porgere ad uno dei più importanti autori del fantastico del ‘900.

H.P.Lovecraft-1 Importante perché le sue storie sono state sempre molto difficili da trasporre sul piano delle immagini, sia al cinema che nei fumetti. L’orrore cosmico scaturito dai suoi sogni e dalle sue pessimistiche riflessioni sul divenire universale, così terrificante e profondo per la mente del lettore attento, non ha mai trovato una realizzazione “visibile” soddisfacente.

Certo alcune tavole realizzate da svariati autori e dedicate soprattutto a rappresentare lo stesso Lovecraft accompagnato da alcuni dei suoi incubi sono indubbiamente efficaci, così come lo sono stati un paio di film del regista americano Stuart Gordon2 nel ricreare l’atmosfera delle sue storie, ma, anche in anni recenti, il tentativo di trasferire un’intera sua storia, o anche solo ispirata dal suo personale universo di orrori, sulle pagine a fumetti o sullo schermo cinematografico è risultato quasi sempre deludente e fallimentare.

Ci è riuscito pienamente invece l’olandese Kriek3 che, ispirandosi ancora una volta ai disegnatori americani della EC Comics degli anni cinquanta, in particolare Al Feldstein, Warren Kremer e Johnny Craig, ha rappresentato con giusto senso del terrore e dell’orrore cinque storie ben adatte ad illustrare l’universo maledetto del creatore dei miti di Chtulu.

Le immagini, che sembrano appena uscite da vecchi albi a fumetti pulp quali Eerie, Tales from the Crypt, Spook, Black Cat Mistery o Crime SuspenStories, servono egregiamente a riproporre il clima lovecraftiano e il bianco e nero dominato dall’utilizzo di tutte le possibili sfumature del grigio rende davvero superfluo l’uso del colore. Oggi forse fin troppo importante nel fumetto mainstream dalla Marvel alla DC Comics passando per la pessima abitudine, anche nostrana, di ricolorare storie a fumetti originariamente comparse in bianco e nero.

Soprattutto ne “Il colore venuto dallo spazio4 i grigi di Kriek sembrano richiamare immediatamente quel colore maledetto che trasforma la tranquilla campagna del Rhode Island e del Massachusetts in una landa aliena in cui la vita non cessa, ma si trasforma in qualcosa di mostruoso e pieno di dolore.

il colore venuto dallo spazio 1 Autentica, involontaria, anticipazione degli orrori dell’inquinamento e della radioattività, la trama della vicenda, in cui ignoranza, senso della proprietà privata, avidità e paura contribuiscono all’inevitabile catastrofe, è rappresentata dal disegnatore di Amsterdam con ineguagliabile senso di disperazione e di disordine che rinvia immediatamente alle geometrie blasfeme dei sogni dell’autore americano fin dall’impostazione grafica delle pagine.

Così come altrettanto angoscianti sono le pagine che illustrano le vicende di “La maschera di Innsmouth” (altra classica storia lovecraftiana), in cui un uomo in fuga da un’orrida progenie derivata dall’incrocio di esseri umani ed esseri provenienti dagli abissi marini, scopre di essere discendente dalla stessa stirpe che, sempre per avidità, l’ha fondata. Oppure degli altri tre racconti contenuti nel libro della Eris: “L’estraneo”, “Da altrove” e “Dagon”.

Un’altra estate calda, in tutti i sensi, sembra attenderci e le storie di Lovecraft riprodotte da Kriek potrebbero costituire un ottimo, anche se insicuro, rifugio dalle banalità di base dell’orrida informazione quotidiana (dalla mai avvenuta “miracolosa” parata di Buffon nell’incontro calcistico tra la nazionale italiana e quella tedesca alla pirandelliana diatriba interna al PD sulla scelta tra il Sì oppure il No per il referendum autunnale).

Magari accompagnate dalla musica degli psichedelici H.P. Lovecraft, formatisi a Chicago e poi trasferiti a San Francisco con due album registrati nel 1967 e nel 1968, pieni di titoli ripresi direttamente dal loro ispiratore,5 a metà strada tra i sapori della West Coast e la Metal Machine Music di Lou Reed. Oppure dal Re-Animator di Paul Roland, pubblicato nel 2005 dall’etichetta genovese Black Widow o, ancor meglio, dal terrificante ed angosciante LENG TCH’E dei Naked City di John Zorn, Bill Frisell,Wayne Horvitz, Fred Frith Joey, Baron e Yamatsuka Eye uscito negli anni ’90 per l’etichetta Tzadik. Non direttamente riconducibile, quest’ultimo, all’universo del solitario scrittore, ma adattissimo a rappresentarne la sovrumana e, allo stesso tempo, subumana coscienza del dolore.

Buona lettura e… buon ascolto!


  1. H.P. Lovecraft, I mostri all’angolo della strada (a cura di Carlo Fruttero e Franco Lucentini), Mondadori 1966  

  2. Re-Animator (1985) e From Beyond (1986)  

  3. Di cui abbiamo recensito poco tempo fa l’altrettanto bello In The Pines , pubblicato ancor una volta dalle Edizioni Eris, https://www.carmillaonline.com/2016/06/15/tombe-sul-bordo-della-strada/  

  4. Che era anche uno dei tre racconti pubblicati, per la prima volta nel 1963, nell’antologia di Urania insieme a “Colui che sussurrava nel buio” e “Il modello di Pickman”  

  5. Uno per tutti: “At The Mountains of Madness“, “Le montagne della follia” uno dei racconti lunghi più visionari del solitario di Providence, ripreso anche nel titolo di un album del 2005 degli Electric Masada di John Zorn, Marc Ribot, Ikue Mori, Jamie Saft, Trevor Dunn, Joey Baron, Kenny Wollesen e Cyro Baptista  

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