Wall Street – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Esperienze estetiche fondamentali / 2: Bartleby, lo scrivano, e Wakefield, il fuorilegge dell’universo https://www.carmillaonline.com/2023/02/24/esperienze-estetiche-fondamentali-2-bartleby-lo-scrivano-e-wakefield-il-fuorilegge-delluniverso/ Fri, 24 Feb 2023 21:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76121 di Diego Gabutti

Non ricordo più chi venne prima, se Bartleby o Wakefield. Forse Wakefield, nel quale m’ero imbattuto bazzicando le bancarelle di Piazza Carlo Alberto, nel centro di Torino, sotto le grandi arcate progettate da Guarino Guarini. Alle spalle l’antico parlamento sabaudo, di fronte la Biblioteca Nazionale con la sua soleggiata facciata neoclassica.

“Wakefield” venne prima di “Bartleby” anche quanto a data d’apparizione. Nathaniel Hawthorne lo pubblicò nel 1835 (nel 1937 fu uno dei “Twice-Told Tales”, i racconti narrati due volte) mentre Herman Melville pubblicò “Bartleby, the Scrivener. A Story of [...]]]> di Diego Gabutti

Non ricordo più chi venne prima, se Bartleby o Wakefield. Forse Wakefield, nel quale m’ero imbattuto bazzicando le bancarelle di Piazza Carlo Alberto, nel centro di Torino, sotto le grandi arcate progettate da Guarino Guarini. Alle spalle l’antico parlamento sabaudo, di fronte la Biblioteca Nazionale con la sua soleggiata facciata neoclassica.

“Wakefield” venne prima di “Bartleby” anche quanto a data d’apparizione. Nathaniel Hawthorne lo pubblicò nel 1835 (nel 1937 fu uno dei “Twice-Told Tales”, i racconti narrati due volte) mentre Herman Melville pubblicò “Bartleby, the Scrivener. A Story of Wall Street nel 1853, due anni dopo Moby Dick”, diciotto anni dopo “Wakefield”. Quando io lo lessi per la prima volta doveva essere il 1966, o forse il 1967, poco prima (o poco dopo) che da Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche, affacciato sulla stessa piazza delle bancarelle, cominciassero a rullare i tamburi del movimento studentesco e delle occupazioni.

Abitavo poco lontano e, da quando avevo dieci anni, passavo di lì regolarmente, dapprima due o tre volte la settimana, poi ogni giorno, puntuale come Carosello. All’inizio facevo incetta di vecchi Urania, di vecchi Gialli Mondadori; poi di tutto quel che c’era, da Hawthorne e Melville alle farse del Signor Bonaventura scritte da Sergio Tofano, dai fumetti di Flash Gordon disegnati da Dan Barry (bisognerà parlarne, prima o poi) a Proust (che però mi decisi a leggere soltanto molti anni dopo, pentendomi di non averlo fatto prima). Dice Charles Simic, grande poeta serbo-americano: «Ho letto di tutto, da Platone a Mickey Spillane». Vale anche per me. E un po’ per tutti gli adolescenti dell’epoca; e se non per tutti, almeno per molti, e di sicuro per i coetanei che conoscevo e frequentavo io, a scuola e fuori (più fuori che a scuola, a scuola ci andavo poco, e di malavoglia). In giro per libri usati dopo un po’ tutti conoscevano tutti. Un cenno del capo, un caffè.

Trovato un libro, lo sfogliavo, e talvolta leggevo per intero, seduto al tavolino di qualche bar. Cappuccini. Mandrake, La fiera letteraria. Caramelle. Una brioche. Fumavo già come un dannato.
Di Wakefield e della sua enigmatica epopea fui subito un fan. Assai meno chiacchierato di Bartleby> – che col suo inespugnabile «preferisco di no» ha ispirato saggisti e romanzieri diventando malgré lui un cliché abusato dagli intellò di scarso impegno e d’ancor più scarso ingegno, e pertanto tutti giù a citare Beckett, Kafka, Il pasto nudo, Bergman, Antonioni, Magritte – Wakefield merita altrettanta attenzione, se non di più.

«In qualche vecchia rivista o giornale», scrive Hawthorne, «ricordo d’avere letto la storia, riferita come vera, di un uomo, cui daremo il nome di Wakefield, il quale abbandonò per lungo tempo sua moglie. Questo fatto, così astrattamente enunciato, non è particolarmente insolito, e senza un’opportuna descrizione delle circostanze, non può essere giudicato crudele o insensato. Non di meno, anche se non il più grave, questo è forse il più strano caso registrato d’inadempienza dei doveri coniugali, nonché un singolare esempio tra quanti se ne possono trovare in tutti gli annali delle umane stravaganze. La coppia abitava a Londra, e l’uomo, con il pretesto di partire per un viaggio, prese alloggio in una strada vicina alla sua casa e lì, all’insaputa della moglie e degli amici, e senza un’ombra di motivo per questo volontario esilio, visse per più di vent’anni».
Wakefield ama il mistero. Gli piace far credere alla moglie d’avere segreti affari da sbrigare fuori città e, per il gusto di stupirla, di tanto in tanto s’assenta da casa, all’inizio forse soltanto per poche ore, poi per un giorno pieno, due giorni, tre, quattro, una settimana.

«Immaginiamo Wakefield mentre si congeda dalla moglie», continua Hawthorne. «È il crepuscolo di una sera d’ottobre, e lui indossa uno sbiadito cappotto, un cappello coperto di tela cerata, stivali alti, tiene un ombrello in una mano e una valigetta nell’altra. Ha informato sua moglie che deve prendere la diligenza della sera per la campagna. Lei vorrebbe informarsi sulla durata del viaggio, sul suo scopo e sulla probabile data del ritorno, ma rispettando la sua innocua passione per il mistero, si limita a interrogarlo con uno sguardo. Lui le dice di non aspettarlo con certezza al ritorno della diligenza e di non preoccuparsi se mai dovesse trattenersi fuori casa per tre o quattro giorni, ma di attenderlo in ogni caso per venerdì sera all’ora di cena. Si può pensare che nemmeno lo stesso Wakefield abbia ancora idea di ciò che accadrà. Le porge la mano, lei gli dà la sua, e si scambiano un bacio distratto come avviene dopo dieci anni di matrimonio, poi il signor Wakefield, un uomo di mezza età, se ne va, già quasi deciso a sconcertare la sua buona moglie con un’intera settimana d’assenza. Dopo che la porta si è chiusa alle sue spalle, lei si accorge che viene leggermente scostata, e attraverso lo spiraglio le appare il volto del marito, che le sorride e un attimo dopo scompare alla sua vista».
Alla fine, per averlo evidentemente fissato troppo a lungo, l’abisso ricambia il suo sguardo, e adesso eccolo lì, povero Wakefield, fuori al freddo, nel buio, trasformato in «fuorilegge dell’universo».

E Bartleby, intanto? Spalle all’ufficio, lo sguardo perso in qualche iperspazio oltre la finestra, la decisione di non fare niente di quel che gli viene chiesto, una dieta stretta di biscotti allo zenzero, «innocuo e passivo», Bartleby è con piena evidenza una variazione sul tema delle «umane stravaganze». Un semblable, un avatar di Wakefield. Sono fatti della stessa sostanza: l’amor vacui, o fascinazione del vuoto.

Bartleby è di New York, Wakefield un londinese, ma abitano sostanzialmente la stessa città, come Batman e Superman (Gotham City e Metropolis, le città dove operano separatamente i due supereroi, sono entrambe New York en travesti). Nichilista originario, primo della specie e protagonista di Delitto e castigo, Rodion Romanovič Raskol’nikov potrebbe essere un loro concittadino (e San Pietroburgo un’altra manifestazione della stessa «città premeditata» abitata da fantasmi metropolitani senza pace) se soltanto il giovane assassino non scrivesse libelli su Napoleone Übermensch, e non parlasse troppo.

Wakefield, per quanto ne indoviniamo, non parla con nessuno. Per dire cosa, poi? Stabilire un qualunque contatto umano potrebbe spingerlo a fuggire anche da questa sua seconda incomprensibile vita verso una terza e poi una quarta, all’infinito, col rischio d’aumentare la distanza tra sé e la sua vita originaria fino a smarrirne il senso e la memoria, esponendosi così «al terribile rischio di perdere il proprio posto per sempre». Quanto a Bartleby, «spiaggiato» come una balena (strano che Melville non ci abbia pensato) in un anonimo ufficio di Wall Street, una zona di New York che «ogni notte si spopola», di lui conosciamo una frase sola, eternamente ripetuta.

«Ricordai» – scrive Melville – «che Bartleby non parlava mai se non per rispondere; che sebbene avesse a volte considerevole tempo a sua disposizione, tuttavia non l’avevo mai visto leggere nulla, nemmeno un giornale; che trascorreva lunghi periodi di tempo presso la sua finestra dietro il paravento, a contemplare un desolato muro di mattoni. Non si recava mai in alcun refettorio o trattoria, e il suo volto pallido rivelava chiaramente che non beveva birra e neppure tè o caffè. Non mi risultava che andasse mai in nessun posto, non usciva mai a fare una passeggiata; si era sempre rifiutato di dirmi chi fosse, di dove venisse, se avesse parenti nel mondo; sebbene così magro e pallido, non si lamentava mai. Soprattutto ricordavo quella sua inconscia aria di pallida – come potrei dire? – di pallida alterigia, o meglio quell’austero riserbo, che lo circondava e con il quale era effettivamente riuscito a imporsi, obbligandomi a tollerare le sue eccentricità, tanto che ormai temevo di chiedergli di compiere il più insignificante lavoro, anche quando capivo dalla sua lunga immobilità che in quel momento, dietro il paravento, egli doveva essersi perduto in una di quelle sue fantasticherie,» lo sguardo sempre fisso sul «muro cieco» oltre la finestra.

Bartleby preferiva di no.
Wakefield non era meno tormentato e storto d’anima.

Amico e per un po’ anche vicino di casa di Hawthorne, Melville conosceva bene l’opera dell’autore della Lettera Scarlatta. E Wakefield, tra tutti i personaggi di Hawthorne, doveva essergli apparso come una rivelazione, più dei fauni di marmo o delle bambine di neve. Melville – che aveva lanciato il Capitano Achab sulla pista del Leviatano: «Morte al mostro, morte a Moby Dick! Che Iddio dia la caccia a tutti noi, se non la diamo noi a Moby Dick fino alla morte!» – aveva un debole evidente per gli ossessi, e Wakefield era un perfetto esemplare della categoria. Con Bartleby, l’autore di Moby Dick intese certamente elevare a Wakefield un monumento. Indecifrabile quasi quanto il personaggio cui rendeva omaggio, era naturalmente un misterioso monumento.

Più che la statua equestre di Carlo Alberto di Savoia posta al centro della piazza delle bancarelle (dove avevo trovato la mia copia dei Racconti narrati due volte, nell’edizione Vallecchi del 1950, l’unica all’epoca in circolazione) il monumento eretto da Melville a Wakefield ricordava piuttosto il singolare monumento che Nikolaj Vasil’evič Gogol’ aveva eretto allo sventurato assessore di collegio Platon Kuz’mic Kovalëv: un Naso ribelle, in fuga dal corpo.

Perché è di fuggiaschi, naturalmente, che stiamo parlando.
Di fuggiaschi, e d’imperscrutabilità.

Come Wakefield, in fuga dal focolare domestico, che poi scruta di lontano, celato a ogni sguardo, anche Bartleby è un fuggiasco, però in piena vista. Se Bartleby è, come credo, il Naso di Wakefield, egli manifesta (diciamo così) la stessa sinusite. Qualcosa che lo soffoca, come qualcosa soffoca Wakefield. A una prima riflessione sembrerebbe che siano gli obblighi sociali a pesare come incubi sulle vite di questi oscuri eroi metafisici: Bartleby che rinuncia alla sua attività di copista e si vieta ogni proposito, Wakefield che si perde in una fantasia come in un bosco stregato. Dire che sono stati gli «obblighi sociali» (due parole al vento) a cacciarli in quell’angolo dal quale non sanno o non vogliono uscire è ribadire il gran mistero. Attenzione, però: se dire «obblighi sociali» è come dire niente, «dire niente» è un modo per affermare l’inconoscibile. Nel mondo di Bartleby e Wakefield, tutto si confonde, ogni cosa s’imbroglia. Qui chi è in fuga rimane immobile, come un ciclista in surplace, pronto a schizzar via, come i topi messicani dei cartoni animati.

Soffocati, in ogni modo.
Prima di tutto il panico, l’affanno.

Soffocati come Charles Bronson e Steve McQueen nella Grande fuga di John Sturges (uno dei pochi film «semplicemente perfetti» degli anni sessanta) erano soffocati dal filo spinato che delimitava il lager nazista. Dal sentirsi soffocati a diventare icone immortali dell’evasione il passo è breve. Solženicyn, in Arcipelago Gulag, chiama queste icone «fuggiaschi convinti, uomini che sanno a cosa vanno incontro». Prendete «Georgij Tenno, al quale, negl’intervalli tra due evasioni non riuscite, i detenuti dicevano: “Perché non te ne stai un po’ fermo? Che bisogno hai di scappare? Cosa ci trovi nella libertà, specie al giorno d’oggi?” Tenno si stupiva. “Come cosa ci trovo? Ventiquattr’ore nella taiga senza catene! La libertà, ci trovo!”»

Può darsi, allora, che anche Bartleby e Wakefield, come Tenno in Arcipelago Gulag, si siano avventurati nella taiga: un bugigattolo a Wall Street, una falsa identità a pochi passi da casa, il primo indecifrabile, il secondo invisibile. «Niente catene», naturalmente, è dire troppo. Anche la taiga, a suo modo, è un lager, sia pure dall’orizzonte sgombro. Ma troppo sgombro: nessuno con cui parlare, le notti gelide, il silenzio, la fame, «el magun» (come diceva Alberto Sordi vigile urbano in Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo di Mauro Bolognini, Anno del Signore 1956).

Be’, tiriamo le fila.
Prima (o dopo) mi capitò di leggere Wakefield e solo dopo (o prima) Bartleby lo scrivano, quest’ultimo in un’edizione sciccosa, un libro da nababbi: Billy Budd e altri racconti, nella collana dei Millenni, Einaudi chic. Chissà dove, in uno scaffale in alto, fuori mano, devo averlo ancora, sempre che non l’abbia prestato a qualcuno trenta o quarant’anni fa. Libri così erano le avventure che capitavano ai lettori compulsivi in fuga ontologica (cioè in caccia di ciò che è reale) nella taiga di Piazza Carlo Alberto.

C’erano altre botteghe di libri usati in giro per la città. Per esempio Corso Siccardi, un vialetto alberato a lato di Via Cernaia, sulla strada per la stazione di Porta Susa. C’era soprattutto la Casa del Libro (ma per tutti l’«Ebreo») nella Galleria Subalpina, un «passage» severo e signorile, anzi elitario, al centro una fioriera, che congiungeva Piazza Carlo Alberto e Piazza Castello. Però nulla di paragonabile alle bancarelle di Piazza Carlo Alberto, che alla fine dei settanta sarebbero state trasferite sotto i portici di Via Po, due o tre isolati più in là, perdendo per strada un po’ della loro magia», come si dice con espressione orribile ma veritiera (o meglio «oggettiva», come si cominciava a dire, con espressione più orribile ancora, nelle assemblee studentesche). Anche Corso Siccardi è stato smantellato. Niente più bancarelle: panchine. C’era un’edicola: sparita anche quella. Quanto all’«Ebreo», nessuno lo chiama più così, e in vetrina ci sono sempre meno libri e sempre più stampe, monete, cartoline.
Erano tempi strani.

In giro per libri usati un ragazzino poteva scoprire Bartleby e Wakefield senza cercarli e senza averne mai saputo niente prima. Per bandiera un grande ignoramus, poche lire in tasca, e ci si poteva imbattere in queste star della grande letteratura come si trova una sorpresa nell’uovo di Pasqua. Per bancarellari e consumatori all’ingrosso di libri usati la seconda metà degli anni sessanta è stata un’epoca senza eguali. Furono i libri, soprattutto usati, per il loro basso costo e la loro vasta circolazione, a provocare l’evento clou del decennio: il Sessantotto, con rispetto parlando.

Gli studenti in tumulto, prima che motivati dall’ideologia e dalle congiunture politiche, erano sotto incantesimo letterario, come Madame Bovary e Don Chisciotte. Ogni libro letto o sfogliato era un invito all’avventura: giganti da abbattere, fanciulle da salvare. Erano finestre di Magritte aperte su universi paralleli. Alcuni di questi inconoscibili, nebbiosi, tipo gli uffici legali di Wall Street, o le strade londinesi percorse da Wakefield in stretto incognito, dove sembravano brillare altre stelle nel cielo sopra di noi e palpitare altre leggi morali dentro di noi. Fumetti, libri usati, Linus, i primi tascabili: fu questo il vento che gonfiò le vele dei movimenti giovanili, presto messi in caricatura dalle passioni politiche.

E Wakefield, che «aveva sfidato l’ordine del mondo»? Wakefield scopre che «gli individui sono così ben adattati a un sistema, e i sistemi l’uno all’altro, e a tutto un insieme, che un uomo, se si fa da parte per un solo momento» può finire in un’altra dimensione, nella «zona fantasma» dove i tribunali di Krypton, per citare di nuovo Superman, confinavano i criminali (al confronto, il 41 bis è Parigi in primavera). Fortunatamente, alla fine della storia, Wakefield ritrova la strada di casa, smarrita decenni prima.

«Sale i gradini con passo pesante» – scrive Hawthorne – «perché vent’anni gli hanno rattrappito le gambe, da quando li ha scesi l’ultima volta, anche se lui non se ne rende conto. Fermati, Wakefield! Se vuoi proprio andare nella sola dimora che ti è rimasta, calati piuttosto tua tomba! Ma la porta si apre, e mentre lui ne varca la soglia diamo un ultimo sguardo di commiato al suo volto e riconosciamo quel furbesco sorriso che aveva anticipato l’innocente burla che egli ha continuato a giocare ai danni della moglie. Come ha imbrogliato quella povera donna! Be’, auguriamo a Wakefield una buona notte di riposo!»

E Bartleby? Che fine fa lo scrivano? Muore. O meglio chiude gli occhi, stremato, consunto, e «dorme, con i re e i consiglieri», come mormora il suo principale, mentre qualche velo del suo passato pare squarciarsi.

«Eppure» – conclude Melville – «a questo punto sono incerto se divulgare l’eco di una diceria che giunse al mio orecchio alcuni mesi dopo la morte dello scrivano. Su quali basi poggiasse non sono mai riuscito ad accertare; quindi, non sono in grado di dire quanto ci sia di vero. Ne farò qui un breve cenno: Bartleby era un impiegato subalterno nell’ufficio delle lettere smarrite a Washington, dal quale era stato all’improvviso licenziato per un cambiamento nell’amministrazione. Quando penso a questa diceria, a fatica riesco a esprimere le emozioni che mi pervadono. Lettere smarrite, lettere morte! Non suona come “uomini morti”? Pensate a un uomo incline alla disperazione: esiste un lavoro più adatto ad accentuarla che maneggiare lettere morte e metterle in ordine per darle alle fiamme? Ogni anno ne vengono bruciate a carrettate. Qualche volta il pallido impiegato estrae dalla busta un anello e il dito al quale era destinato forse imputridisce nella tomba. Spunta la banconota inviata in un moto di pronta carità e colui che ne avrebbe tratto sollievo non mangia né soffre più la fame. Parole di speranza per quanti morirono disperati, o di perdono per coloro che morirono nello sconforto; buone nuove per coloro che morirono soffocati da sventure inconsolabili. Apportatrici di vita, queste lettere», scrive Melville «rovinano verso la morte».

Sia da Wakefield che da Bartleby sono stati tratti dei film (cercateli su Wikipedia, o meglio ancora su IMBD, l’Internet Movie Database). Intanto che scrivevo questo capitolo, li ho scaricati, ma ancora non ho avuto cuore di vederli. Bartleby, diretto e interpretato da Maurice Ronet nel 1978, è ambientato a Parigi, nonché recitato in abiti moderni. Anche Wakefield (Robin Swicord, 2016) è in abiti moderni. Un giorno o l’altro, tempo avanzandomi, forse li guarderò.

Intanto, evocato Raskol’nikov, l’Ur-nichilista, che ha fatto da modello a delinquenti pallidi e mostri morali, anche lui in fuga nella taiga della nascente cultura pop, mi torna in mente un altro fuggiasco convinto: Joe Doppelberg, protagonista di What Mad Universe, il cult fantascientifico di Fredric Brown. È il 1948, e Joe Doppelberg, giovanissimo nerd, sogna un mondo in cui è Salvador Dalí a popolare di mostri alieni e ragazze in minigonna le copertine delle riviste di fantascienza. Fellini avrebbe voluto cavarne un film. Ne girò di più strani. Nessuno, però, sarebbe stato più estraniante.
O Doppelberg! O umanità!

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L’alba dei morti viventi https://www.carmillaonline.com/2018/05/30/lalba-dei-morti-viventi/ Wed, 30 May 2018 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46038 di Sandro Moiso

Il grottesco e ridicolo dramma in corso sulla scena politica italiana mi ha ricordato, in un primo tempo e a cent’anni esatti di distanza (ahi, potenza del teatro e dell’immaginario!), il pirandelliano “Giuoco delle parti”, scritto dall’autore siciliano nel 1918, in cui un marito cinico (Leone Gala) lascia correre la moglie Silia, volubile e capricciosa, tra le braccia dell’amante, il debole Guido Venanzi, completamente dominato dagli altri due. Lascia correre però soltanto per stringere poi un cappio mortale intorno al collo del più debole, con un colpo di scena [...]]]> di Sandro Moiso

Il grottesco e ridicolo dramma in corso sulla scena politica italiana mi ha ricordato, in un primo tempo e a cent’anni esatti di distanza (ahi, potenza del teatro e dell’immaginario!), il pirandelliano “Giuoco delle parti”, scritto dall’autore siciliano nel 1918, in cui un marito cinico (Leone Gala) lascia correre la moglie Silia, volubile e capricciosa, tra le braccia dell’amante, il debole Guido Venanzi, completamente dominato dagli altri due. Lascia correre però soltanto per stringere poi un cappio mortale intorno al collo del più debole, con un colpo di scena destinato a troncare in maniera irrefutabile la corrispondenza di amorosi sensi tra i due illusi. Rimediando però, allo stesso tempo, un marchio di infamia destinato ad accompagnarlo fino alla fine dei suoi giorni.
Mettete Sergio al posto di Leone, Matteo al posto di Silia e Luigi al posto di Guido e otterrete lo stesso risultato (che appunto non cambia col mutare dei fattori).

Ma il tormentone degli ultimi novanta giorni mi ha fatto anche ricordare che Amadeo Bordiga scrisse sul quindicinale “Il programma comunista” n. 14 del 1956 un compianto per Stalin: Plaidoyer pour Staline.
In tale articolo, proprio colui che fin dagli anni Venti si era erto ad intransigente avversario delle politiche che avrebbero portato l’Internazionale Comunista e l’URSS a diventare uno dei baluardi della controrivoluzione mondiale, si sarebbe trovato da solo a ripercorrere il percorso politico del suo avversario per dimostrare come ben poco, nel corso della Storia, sia dovuto alla volontà o alla personalità del singolo individuo. Proprio nel momento in cui, a tre anni di distanza dalla morte del “piccolo padre”, tutti i rappresentanti del perbenismo di destra e di sinistra si erano avventati come iene sulle spoglie di colui che, in occasione del XX congresso del PCUS svoltosi tra il 14 e il 26 febbraio di quello stesso anno, era stato accusato di tutti i “crimini” veri o presunti messi in atto dal regime e individuato come l’artefice di ogni errore seguito alla morte di Lenin.

Così fino a ieri, sarebbe stato possibile “compiangere” un governo ancora mai nato, contro cui erano stati indirizzati, fin dai primi giorni successivi alle elezioni del 4 marzo, gli strali della Sinistra, della Destra, del perbenismo, del filo-europeismo, dell’Europa germanica e di quella delle banche e della finanza, del berlusconismo, dell’anti-berlusconismo più scontato, dell’antifascismo più trito e di un antagonismo che di tale appellativo non riesce più nemmeno a salvare la facciata.

Un governo non nato, non solo per il possibile bluff di qualcuno dei suoi artefici, ma anche a causa di una rigida volontà di mantenimento dell’immutabilità sociale ed economica che si è mostrata dal 2011 in avanti e che è, sostanzialmente, conseguenza di un sistema di governo PD-Forza Italia che ha costruito il proprio potere finanziario e politico appoggiandosi sulle scelte più scellerate messe in atto dalla BCE, dai governi di Berlino e Parigi e dall’inconsistente parlamento europeo. Così, come aveva previsto Lucio Caracciolo, direttore della rivista mensile “Limes” e uno dei pochi, forse l’unico, commentatori politici italiani degni di essere ascoltati, affermando qualche settimana prima delle elezioni del 4 marzo che PD e FI avrebbero fatto di tutto per impedire un governo con i 5 Stelle, salvo poi tornare ad elezioni (nel corso dello stesso anno) in cui i populisti avrebbero trionfato.

Possibile governo che, dalla sua, avrebbe un risultato elettorale ottenuto attraverso la simultanea distruzione, avvenuta nelle urne da Nord a Sud, dei due feticci che insieme hanno governato l’Italia nel corso degli ultimi 25 anni: Berlusconi e il PD, in tutte le loro differenti formule elettorali. Uno scossone elettorale che ha rivelato, e pochi l’hanno colto, come gli italiani con tale voto abbiano cercato di togliere di torno i due falsi avversari che hanno inquinato la politica italiana; in cui berlusconismo e anti-berlusconismo hanno costituito l’esercizio di una fasulla opposizione sia di “Destra” che di “Sinistra”. Gioco in cui sono cascati quasi tutti, anche negli ultimi mesi e comprese alcune delle migliori penne di ciò che rimane di più vivace nel circo mediatico italiano.

Ma, in realtà, le ultime giravolte avvenute intorno al Quirinale con un frenetico via vai inconcludente ed inconsistente di un rappresentante del Fondo Monetario Internazionale come Carlo Cottarelli, la sua fuga dal retro del Palazzo, il disordine in sala stampa e negli studi televisivi, le affermazioni affrettate del giovane partenopeo, tutto avvolto nel tricolore e pentito dello sgarbo nei confronti del Presidente Mattarella, la paura degli economisti e dei commentatori di fronte alla salita dello spread e alla caduta dei titoli di borsa italiani oltre agli ondeggiamenti dell’uomo “con le palle” fascio-leghista, hanno infine ricordato al sottoscritto, ancora a quarant’anni di distanza, le prime, magnifiche immagini di disordine e caos mediatico fuori controllo di Dawn of the Dead (in Italia Zombi) di George Romero. E sinceramente a tutt’ora sembra, e si spera anche con soddisfazione dell’ esperto in tale settore Gioacchino Toni, l’impressione più corretta ed efficace da trasmetter ai lettori di Carmilla.

Il sottoscritto, poi, non ha mai nutrito simpatie per i 5 Stelle, fin dalla loro prima comparsata politica nel 2012 (qui), e tanto meno per il leghismo, ma quanto è accaduto in questi giorni (sostanzialmente la manovra di Mattarella per respingere il governo proposto originariamente dalle due forze politiche) più che rappresentare una vittoria del costituzionalismo contro l’avventurismo e il fascismo, ha rappresentato, definitivamente, la perdita di autonomia dei parlamenti nazionali, dei sistemi elettorali e della volontà dei cittadini rispetto alle regole stabilite degli interessi della finanza internazionale, dalle attuali classi dirigenti e del capitalismo tedesco.
L’affermazione di un autentico fascismo europeo che è, nonostante tutto, tutt’altro e, per ora, ben più autoritario e armato del fascismo verde-giallo nostrano della cui presunta sconfitta si nutrono con soddisfazione gli ancor troppi sinistrati mentali.1

Ma qui occorre aprire una parentesi per capire di cosa si parla quando si parla di Europa e di capitalismo finanziario. Se si pensa infatti a un blocco unico (modello SIM, Stato Imperialista delle Multinazionali) si è fuori strada tanto quanto chi alla fine degli anni Settanta produsse quel tipo di analisi politico-economica.2 Come ho affermato più volte il capitale è unitario soltanto nei confronti degli oppressi e degli sfruttati di ogni razza, genere e nazionalità, ma non nella sua intima essenza imperialistica ed espansionistica. Come le ultimissime decisioni sui dazi sull’acciaio e l’alluminio europei volute dal presidente americano confermano pienamente (qui).

Anche se, spesso, gli stessi suoi rappresentanti, proprio come è successo ieri, tranquillizzati da periodi troppo lunghi di funzionamento in modalità pilota automatico, perdono completamente la capacità di affrontare e rimettere nelle giuste bottiglie i demoni scatenati, indipendentemente dal fatto che questi siano costituiti dalla speculazione finanziaria, da un voto andato male oppure dal trambusto istituzionale, politico ed economico causato da un rappresentante dello Stato, forse, non all’altezza della situazione. Rivelando così che non solo valore e denaro sono meri feticci che, se male agitati, possono causare improvvise cadute e malattie peggio degli spilloni dei riti voodoo, ma anche che lo stesso pilota automatico, più volte evocato, potrebbe alla fine rivelarsi soltanto come una delle tante leggende metropolitane. Così anche come il termine Europa, di volta in volta sbandierato come un feticcio di irrinunciabile salvezza o come un mostro tentacolare dominato da una volontà maligna e da un’intelligenza onnicomprensiva.

L’Europa di cui si parla oggi è un’Europa a trazione tedesca, certo non più quella sperata dai suoi ideatori sotto il fascismo, quali Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con il Manifesto di Ventotene.
E’ un‘Europa “unificata” dal trattato di Maastricht nel febbraio del 1992, un passo previsto all’interno del percorso di unificazione europea successivo all’avvio del Mercato Comune Europeo (MEC), ma avvenuto sostanzialmente poco dopo la riunificazione tedesca del 3 ottobre 1990. Una riunificazione che aveva avuto un immediato e pesante riflesso nell’esplodere delle guerre balcaniche, causate dal tentativo di alcune repubbliche (prima quella slovena, poi quella croata ) di correre al riparo di una Mitteleuropa tedesca e protetta dal marco (che già come moneta dominava gli scambi anche in Serbia).

Guerra che si basava sì anche sulle mai definitivamente risolte divisioni inter-etniche che soltanto il carisma di Tito era riuscito a sopire (e reprimere), ma che, in primo luogo, vide Francia e Regno Unito cercare di limitare immediatamente la novella espansione economica e politica della Germania riunificata verso l’Europa dell’Est che, proprio in quegli anni, sembrava essersi liberata dall’ipoteca ex-sovietica. Mentre Stati Uniti, attraverso la NATO, e Russia intervennero soprattutto per lasciare l’Europa cuocere nel proprio brodo di conflitti mai sopiti fin dal primo macello mondiale e non perdere la possibilità di interferire reciprocamente in un’area non secondaria dello scacchiere internazionale.

Maastricht doveva quindi servire anche ad ingabbiare Germania e marco in una rete di relazioni economico-politiche destinate, lasciando allo stesso tempo libertà di espansione al dinamismo economico tedesco, a portare beneficio anche agli altri rappresentanti dell’Unione Europea, magari trasformando il marco (che all’epoca era uno delle tre grandi monete di scambio a livello internazionale, dopo dollaro e yen) in una moneta unica (l’euro) in grado di rivaleggiare soprattutto con il dollaro.

Se non si capisce questo si continua a parlare inutilmente di aria fritta. Infatti Maastricht doveva servire a frenare l’evidente capacità espansiva del capitalismo e della moneta tedesca, sfruttandone allo stesso tempo le potenzialità di produzione e di assorbimento di merci (all’epoca soprattutto italiane), senza ripercorrere le strade assassine, che si stavano nuovamente affacciando ai confini d’Europa, che erano già state percorse due volte nel corso del XX secolo. Che poi all’interno dei promotori ci fossero paesi filo-tedeschi (come l’Italia) e anti-tedeschi (Francia e Gran Bretagna in particolare) non modificava affatto il profilo che l’Europa, unita da una moneta unica, avrebbe dovuto mantenere approfittando comunque della potenza economica tedesca come fattore di centralizzazione economico-politica. Fatta salva la possibilità per la Gran Bretagna di aderire a tale principi comunitari senza rinunciare alla propria moneta, la sterlina. Ancor importante sul mercato dei cambi.

Il trattato, entrato in vigore nel 1993, vide però, a partire dagli anni a cavallo tra i due secoli, i veri padroni della moneta unica, sostanzialmente i tedeschi, farsi rapidamente detentori del codice comportamentale di tale unione e sfruttare a loro vantaggio le norme monetarie, finanziarie e commerciali messe in atto. Anche senza una nuova guerra la Germania tornava, ed è effettivamente tornata, ai suoi vecchi, irrinunciabili obiettivi di controllo sul continente europeo e, in particolare sulla sua manodopera e il suo costo (in casa e fuori) (qui).

Il modello cui si fa quindi riferimento, quando si parla di europeismo e di adesione all’euro è dunque sostanzialmente quello fin qui delineato. Un accordo tra fratelli-coltelli in cui il cosiddetto asse franco-tedesco non è mai davvero decollato, come le frizioni tra Macron e Merkel hanno dimostrato ancora nelle ultime settimane (qui e qui)), mentre altri paesi, come l’Italia e la Spagna, hanno dovuto accodarsi in nome di un maggior vantaggio finanziario (usufruire di una moneta forte) destinato nel tempo a strangolare il tenore di vita dei lavoratori e dei propri cittadini, dopo un primo illusorio balzo in avanti.

Sostanzialmente, da qualche anno (diciamo dal 2011) la Germania di Merkel è passata all’incasso del prestito di benessere fasullo concesso a paesi come l’Italia con l’introduzione dell’euro. Spinta a questo anche dai rischi che la sua banca più importante, Deutsche Bank, sta correndo, dopo aver incamerato per anni titoli spazzatura e derivati sul debito italiano di cui sta cercando di incrementare la reddività (qui, qui e qui ). Motivo ulteriore di spinta per un rialzo del rendimento dei titoli di paesi come l’Italia (aumento del differenziale di redditività o spread) per poter guadagnare sui propri investimenti esteri mantenendo basso o addirittura negativo quello dei titoli emessi in Germania.
Così, con la macelleria sociale che ne è conseguita, è stato annunciato pubblicamente che la festa era finita, perché lo era anche su scala mondiale, altrimenti non si capirebbe l’irrigidimento delle politiche autarchiche statunitensi nei confronti soprattutto dei prodotti europei e tedeschi, visto che con la Cina Trump dovrà per ora, e per forza di cose, trovare ancora una quadra.

Qualcuno, proprio oggi (qui), ha affermato che la caduta delle borse di New York (-1,58%), di Parigi (-1,29%) e Francoforte (-1,53%) registrato ieri, sia dovuto alle affermazioni di Di Maio, Salvini e Savona (chissà poi perché non Mattarella) attribuendo così a dei semplici battilocchi la responsabilità di eventi che affondano le loro radici in un modo di produzione socialmente obsoleto e in un sistema finanziario destinati, ormai da parecchio tempo, ad un irreversibile e drammatico tramonto.Così come la crisi europea, cui tutti si stanno preparando facendo finta che non possa avvenire, è ormai all’ordine del giorno e non certo soltanto per colpa dei nostri miseri omuncoli. Miseri omuncoli impauriti e convinti allo stesso tempo di essere così determinanti sul piano delle relazioni politiche ed economiche internazionali. Ci vorrebbe il Principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio in arte Totò a dir loro, con maggiore autorevolezza: Ma mi faccia il piacere…

Intanto, negli ultimi anni, i nuovi paesi produttori (Cina e India), le nuove potenze locali (Turchia, Iran, Arabia Saudita) e vecchi avversari sono tornati in gran spolvero di attività diplomatica e militare (Russia) reclamando un nuovo posto al sole e gli Stati Uniti devono concederglielo oppure sostenere guerre locali destinate a ridurre il numero dei pretendenti alla ricchezza mondiale (magari cercando di eliminare i più scomodi, come l’Iran, e contenendo i più pericolosi dal punto di vista militare, come la Russia di Putin). Che poi questo si intrecci alle mille vie del petroli e del gas non è certo né secondario né, tanto meno, casuale.

L’Europa, da questo punto di vista è tagliata fuori e l’unificazione del comando e dell’azione diplomatica e militare resta soltanto un bel, e oramai sorpassato, sogno. La parola d’ordine continua ad essere quella del secolo appena passato: ognuno per sé e la Germania contro tutti o sopra tutti. Deutschland, Deutschland Über Alles! Prendere o lasciare, non c’è altra scelta. Il pilota automatico di cui si parla spesso, a proposito delle varie crisi economiche e politiche nazionali è essenzialmente un pilota di lingua tedesca, anche se poi tutti i centri e gli organismi finanziari cercano comunque ogni volta di speculare ed ingrassare a spese dei lavoratori e dei cittadini sempre meno garantiti di ogni paese reso più debole. Un gioco per il quale potenzialmente non può esserci, al momento fine (qui). Se non con il nuovo scatenarsi di un altro conflitto mondiale destinato a ristabilire un nuovo ordine dei vincitori. Preceduto magari anche da un’uscita proprio della Germania dal sistema dell’euro o, perlomeno, dalla creazione di due diverse euro-aree. Ipotesi tutt’altro che peregrina secondo numerosi osservatori finanziari e politici (qui).

In attesa di ciò, la maggioranza dei governi europei, talvolta a malincuore, ha scelto lo status quo, poiché diversi sistemi di governo oppure differenti gruppi di potere potrebbero rappresentare un salto nel buio, pericoloso sia per gli interessi tedeschi che per quelli dei suoi competitor (come la Francia). Da qui la risposta univoca e negativa che i rappresentanti dell’Unione hanno dato e continuano a dare ogni volta ad istanze di cambiamento dei rapporti e delle regole già stabilite. E da qui, dunque, un primo motivo dell’aborto, tutt’altro che spontaneo, intervenuto in occasione della mancata formazione del governo giallo-verde in Italia.

Forse perché la regola più condivisa è costituita dal fatto che non essendo l’Italia un paese qualsiasi, poiché è ancora il secondo paese industriale del continente europeo dopo la Germania, la realizzazione di un governo populista in loco potrebbe avere una deriva politica decisiva nei maggiori paesi (Francia e Germania) le cui elite, pur già potenzialmente avversarie, preferiscono ancora mantenere un ruolo direttivo all’interno dei propri confini. Per ora meglio cercare di ridimensionare gli obiettivi e i risultati dei cosiddetti populismi (ovunque sia possibile) e prender tempo, in attesa che qualcosa cambi. Tenuto conto, come ha sottolineato il quotidiano spagnolo El País del 24 maggio, che mentre i partiti populisti anti-europeisti erano 10 in Europa nel 2017, oggi sono saliti a 43. Mentre anche il fedelissimo governo di Mariano Rajoy sembra oggi traballare pericolosamente. Un autentico scenario da brivido per le prossime elezioni del parlamento di Strasburgo.

Paventato oggi con grande preoccupazione dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla plenaria a Strasburgo: «Entro un anno gli europei avranno votato per un nuovo parlamento europeo di cui nessuno conoscerà la composizione e che sarà differente da quella attuale, cosa che mi fa nutrire qualche inquietudine. – ha precisato Juncker – E vorrei che tutti noi ci impegnassimo in una sorta di contratto contro il populismo galoppante che possiamo vedere in Europa e in tutti i Paesi, compreso il mio» (qui).

Questo è il significato dell’autentico coup d’etat/coup de theatre realizzato da Sergio Mattarella che però, nella sua foga di zelante servitore, non ha realizzato di essere egli stesso expendable, al contrario di Re Giorgio che lo aveva preceduto. Gli errori si pagano, soprattutto quelli madornali, quelli che suscitano, invece di placarli, i demoni sopra citati. Prova ne sia la scarsa fiducia suscitata, anche nei possibili ministri, dall’uomo del Fondo Monetari Internazionale che, probabilmente non intascherebbe neanche il voto di fiducia da parte del PD (qui). E il ritorno alla proposta di un governo “politico” con i due giovani galletti (dalle creste però un po’ abbassate) sembra riproporre un gioco dell’oca politico in cui ogni volta che arrivano alla casella Savona i concorrenti devono tornare sui propri passi.

Certo è il fatto che se il governo SalviMaioConte non è ancora nato, non è dovuto soltanto all’intervento di forze esterne. Anche le contraddizioni al suo interno, non solo tra 5 Stelle e Lega, ma anche interne alle due stesse forze politiche (qui) hanno contribuito a paralizzarne l’azione. Cosa però che potrebbe essere superata nel corso dei prossimi giorni, con un più deciso schieramento a destra dei 5 Stelle. Le comparsate pubbliche negli ultimi giorni di un risorto Di Battista segnalano infatti un cambio di marcia e di argomentazione in vista della prossima campagna elettorale, in cui probabilmente il pallido e moderato Di Maio potrebbe essere messo da parte e sostituito da argomenti e personaggi più muscolari.

Mentre potrebbe farsi sempre più difficile la via di un’alleanza del centro destra in cui Berlusconi, pur precocemente liberato dai carichi pendenti, potrebbe non più avere lo stesso potere di attrazione fatale sugli elettori di destra e sulla Lega, considerato che quest’ultima avrebbe forse più da guadagnare elettoralmente da una sua autonomizzazione dal Cavaliere che non da un ulteriore rinsaldamento dei legami con lo stesso; debolezza segnalata anche dal brusco calo dei titoli azionari della società del Cavaliere che, nel giorno del calo del 2,3% della borsa milanese, sono scesi del 5% ovvero più del doppio, vuoi per ricatto finanziario e politico nei confronti di colui che stringe ancora i cordoni della borsa di Forza Italia e Lega, vuoi per sfiducia nella sua tenuta politica, unica garanzia per le aziende Mediaset. Dubbio che assale anche i fratelli minori dello stesso schieramento, la cui leader ha già deciso che piuttosto che perdere ulteriori voti della destra cosiddetta sociale a favore del programma fascio-leghista, sparendo dal quadro elettorale, sarà meglio piegarsi a Salvini e continuare a vivere nelle pieghe di un sovranismo meglio espresso a Varese che non a Roma.

Sovranismo che, una volta giunto al governo, potrebbe liberare tutte le proprie potenzialità repressive e autoritarie approfittando, come modello politico, proprio dell’azione esercitata da Mattarella, così come l’azione di Minniti ha favorito l’affermazione del dettato leghista sulla questione migranti e sicurezza, come si è accorto, sebbene in ritardo ed opportunisticamente, anche il presidente del PD Matteo Orfini (qui e qui).

L’ultimo dato “istituzionale” da segnalare è che la promessa del Presidente della Repubblica di voler salvare con il suo veto i risparmi degli italiani si è rivelata inconsistente fin da subito, considerato il fatto che nei due giorni successivi lo spread è salito fino a 320 punti e in Borsa il valore dei titoli italiani, prevalentemente bancari, ha continuato allegramente a scendere. Mentre il capo zombi di un governo nato già morto continuava a promettere aumenti dell’IVA e peggioramenti economici vari se il suo governo non avesse ricevuto la fiducia delle camere. Alla faccia del bon ton e del garbo che così tanti hanno rimpianto nelle trasmissioni televisive precedenti alla mancata realizzazione del governo giallo-verde.3 Il tutto contornato da un minaccioso clima da colpo di stato bianco in cui il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza dichiarava, dal 29 maggio e in previsione delle manifestazioni del 2 giugno, la necessità di blindare e proteggere le sedi delle istituzioni non solo a Roma ma in tutta Italia.

Tralasciando di completare adesso un quadro che potrebbe complicarsi ancora nei giorni e nelle ore a venire, occorre ora provare a delineare quali potrebbero essere le possibili strategie e tattiche che un movimento antagonista allo stato di cose presente dovrebbe sperimentare se davvero volesse opporsi autonomamente a tali trasformazioni e duelli in atto su scala nazionale ed europea.

Prima cosa da dire sarebbe che la partecipazione elettorale non ha, al momento, più ragione d’esistere, soprattutto se tale partecipazione invece di voler solo rappresentare una cassa di risonanza parlamentare per le lotte, volesse, come hanno immaginato alcune vecchie mummie sindacali e politiche annesse a Potere al Popolo, proporsi come parte di possibili alleanze di governo.
Se due forze, sostanzialmente conservatrici e nazionaliste come 5 Stelle e Lega, che pur a breve potrebbero essere pienamente riconosciute per un rilancio politico di un’unità nazionale destinata a far fronte all’inevitabile crisi dell’Europa di Maastricht, sono state bloccate in ogni modo nel loro tentativo di sostituirsi all’ancien regime di PD e FI, c’è da immaginarsi quale possibilità di affermazione parlamentare potrebbe avere una forza caratterizzantesi come di estrema sinistra (tenuto conto che oggi i media tendono a definire come tali le mummie di LeU, di Rifondazione o di Sinista Italiana).

Come seconda cosa non si parli più di democrazia parlamentare: non esiste. È stata definitivamente stracciata davanti agli occhi di milioni di cittadini in diretta televisiva.
Dalla Catalunya a Parigi fino a Roma la risposta del potere è una sola: lasciate ogni speranza voi che entrate nell’arengario politico, non avrete più ascolto e possibilità di soddisfazione delle vostre speranze, per quanto misere. E’ già di sabato 26 maggio la risposta di Macron, a nome di tutti gli oligarchi europei: Non saranno le manifestazioni oceaniche a poter modificare il nostro programma di riforme.

Nemmeno se i cittadini si rivolgono ancora a forze sostanzialmente conservatrici quali Lega, Movimento 5 Stelle o il Partito Democratico Europeo Catalano di Carles Puidgemont.
Per il capitale la riposta è per ora soltanto: guerra senza quartiere! Come dimostra, ad esempio, l’insegna elaborata dal comandante della gendarmerie francese operante sul territorio della ZAD, trattando tale operazione di polizia come un autentica operazione di guerra. E rivelando perciò definitivamente come, ormai da anni, qualsiasi operazione di polizia sia in realtà un’operazione di guerra, esterna o interna ai confini nazionali che sia.

Gli antagonisti, gli oppressi, i lavoratori, gli sfruttati, i migranti da oggi avranno davanti soltanto il Moloch del capitale e i suoi irreprensibili funzionari. I movimenti reali già lo sanno di non aver e di non poter avere governi amici, ma ora lo sapranno anche tutti coloro che, pur illudendosi e molto spesso tappandosi il naso, hanno riposto le loro speranze in partiti populisti che, ricordiamolo sempre, hanno raggiunto e raggiungerebbero ancora, la maggioranza dei seggi in Parlamento

Proprio per questo motivo sarà sempre più inutile inseguire quegli stessi partiti sul loro stesso terreno. Lo fanno meglio loro, liberi da considerazioni di classe poiché interclassisti, mentre la scelta dell’inseguimento costringerebbe il movimento antagonista a spingersi sempre di più sul terreno della Destra, non dal punto di vista sociale (milieu piccolo borghese deluso, sottoproletariato e proletariato privo di qualsiasi garanzia), ma proprio su quello ideologico.
Ricordiamoci sempre che molti membri delle S.A. (Squadre d’assalto) hitleriane, poi eliminate dalle S.S. nella Notte dei Lunghi Coltelli tra il 30 giugno e il 1° luglio 1934, provenivano da un’estrema sinistra delusa dai continui ondeggiamenti della politica della Terza Internazionale stalinizzata.

Dovremmo forse difendere ancora i confini nazionali, la democrazia parlamentare, una Costituzione buona per tutti gli usi e chiedere ancora il diritto di espressione a chi usa qualsiasi strumento politico, mediatico, economico e militare per negarcelo? Oppure quel fetido antifascismo, come quello oggi rappresentato da Renzi in qualità di mediano (qui), che si presenta solo, sempre e soltanto quando serve a compattare, in chiave elettorale, una sinistra divisa con i peggiori rappresentanti del vero fascismo istituzionale e del capitalismo finanziario? E, infine, dovremmo forse rimpiangere la vecchia moneta nazionale, così come sembrano fare le orrende pubblicità televisive sulle sue riedizioni in oro zecchino da parte del Gruppo poligrafico e della zecca di Stato (qui)?

No, se il capitale finanziario ha necessità, nel suo sviluppo di abbattere i confini nazionali e le istituzioni giuridiche sacre per la borghesia faccia pure. Se, come ha fatto il 29 maggio il commissario tedesco al bilancio europeo Oettinger. minaccerà ancora gli italiani o gli altri cittadini europei affermando che «i mercati insegneranno agli italiani come si vota» (qui), ci aiuterà soltanto nell’opera di distruzione dei feticci di una società ipocrita ed autoritaria, che sventola unità di intenti ma prepara immani conflitti imperialistici e di classe. Una società che parla di umanità, ma che sa offrire soltanto sofferenza, distruzione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sull’ambiente.

Non abbiamo nulla da salvare di questo Stato, non abbiamo interessi nazionali, non abbiamo territori vitali da difendere ad ogni costo e non accetteremo nessun appello alla loro difesa, sia che provengano da Destra come da Sinistra. Siamo tutti migranti e i confini ci sono soltanto di ostacolo, e lo sono ancora di più per le lotte. Il capitale ha lavorato per noi, non nei termini banali del progresso sbandierato per decenni dai rappresentanti di partiti liberali o di sinistra asserviti agli interessi di un indistinto sviluppo economico, ma rivelando il suo vero e autoritario volto.

Chi lo rappresenta evidentemente ha oggi tutto da perdere, tanto da doversi preoccupare anche soltanto per un banalissimo scossone elettorale, e poiché ce lo ha rivelato in maniera così meschina possiamo essere certi, al contrario, che noi avremo tutto da guadagnare e soltanto delle vecchie catene da perdere o da rivolgere come armi contro i nostri oppressori.
Il Re è nudo e il Kapitale anche e così i loro fasulli avversari istituzionali.
Affogheranno insieme nella tempesta che hanno scelto di scatenare.
Il tempo delle briciole cadute dal tavolo e dei piatti di lenticchie offerti in occasione delle promesse elettorali sta per finire perché noi vogliamo tutto.


  1. Devo qui ringraziare Nico Maccentelli per l’efficace definizione  

  2. Si veda L’ape e il comunista, (a cura del Collettivo Prigionieri Politici delle Brigate Rosse), “Corrispondenza Internazionale” N° 16/17, ottobre-dicembre 1980 poi ripubblicato per Pgreco, 2013  

  3. Si vedano le ridicole affermazioni di Lilli Gruber e Evelina Christillin nella trasmissione 8 e mezzo dell’8 maggio, in cui la prima rimpiangeva il bon ton chiedendo più garbo in politica, mentre la seconda paragonava lo sgarbo istituzionale di 5 stelle e Lega nei confronti di Mattarella al bullismo scolastico.  

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Autogestione versus homo oeconomicus https://www.carmillaonline.com/2018/02/15/autogestione-versus-homo-oeconomicus/ Wed, 14 Feb 2018 23:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43658 di Sandro Moiso

Guido Candela – Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, Elèuthera 2017, pp. 224, € 16,00

Nei primi giorni di febbraio, Wall Street (quella che potremmo definire ancora come la Borsa di riferimento a livello mondiale) ha perso in sole due sedute 1.700 punti. Nella prima seduta la Borsa è arrivata a perdere il 6 per cento e 1.500 punti in pochi minuti, in quello che, secondo gli esperti di Market Watch, potrebbe essere il peggior calo giornaliero di sempre per la Borsa americana. In un periodo di apparente tranquillità e [...]]]> di Sandro Moiso

Guido Candela – Antonio Senta, La pratica dell’autogestione, Elèuthera 2017, pp. 224, € 16,00

Nei primi giorni di febbraio, Wall Street (quella che potremmo definire ancora come la Borsa di riferimento a livello mondiale) ha perso in sole due sedute 1.700 punti. Nella prima seduta la Borsa è arrivata a perdere il 6 per cento e 1.500 punti in pochi minuti, in quello che, secondo gli esperti di Market Watch, potrebbe essere il peggior calo giornaliero di sempre per la Borsa americana.
In un periodo di apparente tranquillità e crescita del mercato azionario, ma sostanzialmente turbolento in termini di investimenti e speculazioni, ciò potrebbe costituire un effetto non del tutto imprevisto e non così catastrofico.

Quello che colpisce, però, in questo caso è l’unanimità con cui tutti i commentatori economici, gli analisti finanziari ed esperti di vario genere, hanno messo al primo posto tra le cause dell’improvvisa caduta degli indici di borsa e dei valori azionari l’inflazione salariale risalita ai massimi da gennaio 2014, seguita dal timore di una nuova stretta della Fed sui tassi di interesse a marzo. Inflazione salariale ovvero aumento, spesso ancora soltanto previsto, dei salari.

Uno strano paradosso in base al quale se l’economia “va bene” il mercato azionario scende. Secondo Josh Barro: “Siccome l’economia sta migliorando e le imprese si stanno espandendo, la maggiore capacità produttiva porterà a un taglio dei prezzi per mantenere i propri clienti. E come conseguenza si dovranno pagare ai lavoratori salari più alti per gestire questa maggiore produzione.
Questa maggiore concorrenza per lavoratori e clienti significa prezzi più bassi, salari più alti e minori profitti per le aziende “.1

E’ davvero la prima volta in cui, in tanti anni di attenzione all’andamento economico dell’attuale modo di produzione, mi capita di vedere così spudoratamente dichiarato qual è il vero motore di ogni intrapresa economica e quale il suo avversario più indesiderato: profitto individuale (o di impresa) da una parte e miglioramento delle condizioni economiche di una parte consistente della società dall’altra. In altri termini l’interesse dell’1% contro quello del 99%. Anche se, è evidente, è l’implacabile forbice tra salari e profitti a ridisegnare ogni volta, e anche solo in prospettiva, il conflitto sociale. In altre parole lavoro salariato versus capitale.

Le “spontanee dichiarazioni” appena citate dimostrano la spudoratezza raggiunta negli ultimi anni dai rappresentanti politici, mediatici ed economici degli interessi del capitale di cui, pur rimanendo semplici funzioni, danno per scontato il predominio degli interessi e dei profitti su quelli della rimanente, e maggioritaria, umanità. Salariata o meno, occupata o meno. Arroganza che raggiunge, proprio qui in Italia, il suo massimo in alcune pubblicità per l’iscrizione ad alcuni licei, là dove si dovrebbe iniziare a formare la futura classe dirigente, in cui le scuole superiori si vantano, sul sito del Ministero della Pubblica (?) Istruzione, così: “Qui niente poveri né disabili né immigrati”.2

Per aggiungere poi al danno anche la beffa, però, occorre segnalare che nella realtà, come ha scritto Maurizio Ricci :

“L’82 per cento dei lavoratori americani continua a non vedere, ormai da due anni, la busta paga gonfiarsi di colpo. I salari di questi lavoratori, mese dopo mese, aumentano ad un ritmo che è la metà di quello registrato prima della crisi: 2 contro 4 per cento.
A fare saltare verso l’alto, a gennaio, la massa totale dei salari è bastato quello che si sono messi in tasca non i lavoratori in generale, ma manager e dirigenti. Il Wall Street Journal calcola che gli stipendi della fascia più alta di dipendenti sono aumentati, nell’arco del 2017, del 5 per cento. Lo 0,8 per cento in più solo a gennaio. Quanto basta per rinfocolare le polemiche sulla crescente ineguaglianza dei redditi.
Ma, forse, neanche di tutti i dirigenti. Scavando più a fondo, il Financial Times conclude che l’effetto busta paga di gennaio è, in buona misura, il risultato dei bonus generosamente distribuiti, a fine anno, nel settore finanziario. Al quotidiano della City non sfugge l’ironia della situazione: lo scossone in Borsa scatenato dagli operatori per il timore dell’inflazione è il risultato diretto dei generosi bonus che gli stessi operatori hanno intascato per aver cavalcato, nei mesi precedenti, il frenetico boom generato dall’assenza di inflazione”.3

Diventa così particolarmente interessante, se non addirittura necessaria, la lettura del testo pubblicato, pochi mesi or sono, da Elèuthera che pone al centro dell’attenzione il conflitto tra gli interessi egoistici dell’homo oeconomicus, così almeno come i teorici di vari modelli economici vogliono prefigurare il tratto distintivo dell’agire umano, e quelli della società nel suo insieme. Nel fare questo gli autori non possono naturalmente limitarsi agli aspetti economici dei rapporti intessuti all’interno della società per cui una parte significativa del testo, dichiaratamente di ispirazione anarchica, affronta anche i rapporti di potere e di organizzazione che si affiancano ai primi, giungendo ad una radicale critica dello Stato, in tutte le sue possibili forme.

Rovesciando la logica dell’”io” (dell’interesse egoistico individuale) in quella del “noi” (dell’interesse comune razionalmente gestito), gli autori oppongono all’homo oeconomicus l’homo reciprocans, scegliendo una delle definizioni che si danno all’interno della letteratura economica alternativa. Letteratura economica alternativa che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non appartiene soltanto al circuito dell’antagonismo, ma si manifesta in un gran numero di riviste, anche “istituzionali”, che vanno dal Journal of Behavioral and Experimental Economics (derivato dalle ricerche pubblicate agli inizi degli anni Settanta del XX secolo nel volume Research in Experimental Economics, a cura di Vernon L. Smith, e da quelli successivi pubblicati nella stessa collana) fino all’American Economic Review e a Nature e Science. A riprova dell’attenzione che anche il mondo accademico dimostra nei confronti di tutti i “possibili” comportamenti all’interno di una gestione delle risorse economiche e produttive considerata troppo spesso come univoca e scontata.

“L’economia sperimentale consente di investigare il comportamento umano in date condizioni simulate in cui avviene l’interazione tra due o più controparti: fra le molte situazioni su cui si indaga – la motivazione delle scelte, la definizione delle preferenze e perfino le questioni di ordine morale – vi sono anche quelle dell’altruismo e della volontà di cooperazione. La metodologia sperimentale fa riferimento appunto a esperimenti che realizzati in laboratorio riproducono degli scenari, quindi problemi in versione semplificata e in condizioni controllate. Sulla coerenza, adeguatezza ed efficacia degli esperimenti in economia […] vi sono dubbi e cautele, sostanzialmente non diversi da quelli che si avanzano nei confronti della ricerca sperimentale nelle scienze dure, riconducibili alla difficoltà di isolare le cause in laboratorio. Per l’economia si aggiungono altre e proprie difficoltà, alla pari di quanto avviene con le altre scienze sociali, imputabili alla non spontaneità del contesto umano”4

Il testo così indaga, in particolare nel quarto capitolo attraverso l’uso della teoria dei giochi applicata in tali contesti sperimentali, e comprova l’effettiva razionalità e i benefici derivanti dal comportamento dell’homo reciprocans, in opposizione alle teorie economiche dominanti che si ostinano a ritenere razionali soltanto i comportamenti collegati all’egoismo individuale. Giungendo così, ma tale considerazione è qui soltanto una semplificazione dovuta alla necessità di condensare in poche righe un discorso altrimenti ben più complesso, a definire un’”autogestione” delle risorse economiche che può liberamente manifestarsi soltanto all’interno di un modello in cui sia completamente assente lo Stato ovvero quell’insieme di rapporti di potere e di dominio che intervengono pesantemente nella definizione della normalità dell’agire economico basato esclusivamente sull’interesse individuale.

Nella forma-Stato odierna:

“Ogni barriera è crollata, ogni maschera caduta. Il government si dispiega nella sua potenza per mezzo di gruppi trasversali di potere, corporations, eserciti transnazionali, milizie private, agenzie finanziarie, climatiche, sanitarie.
Gli zapatisti dicono che l’idra capitalista ha perso alcune teste: lo Stato nazionale,il mercato interno, la politica classica, le frontiere nazionali, le classi politi che locali, la piccola e media impresa. Ne ha guadagnate altre però, tra cui quelle del consumo e dei poteri finanziari transnazionali con cui oggi le entità statali sono indebitate per alte percentuali del loro prodotto intero lordo. Il capitalismo non si è fatto più solo modo di produzione ma modo di vita.
La trasformazione dello Stato è data da una parte da una sua degenerazione, dalla perdita cioè delle sue caratteristiche di legittimità e costituzionalità così come delle sue prerogative di regolazione e garanzia, e dall’altra da un suo aumento di potenza, uno strabordare delle modalità coercitive pronte a invadere sfere prima non regolate gerarchicamente. Al ritirarsi dello Stato regolatore, garante e costituzionale fa da contraltare l’accrescimento dello Stato come dominio e government, che guadagna a sé spazi attraverso un meccanismo di accumulazione e per mezzo di attori anche formalmente non statali che occupano mercati «incivili». Il terzo datore di lavoro al mondo, dopo Wal-Mart e Foxconn, è la britannica Group 4 Security (G4S), corporation che sviluppa tecniche di controllo dell’ordine pubblico e di repressione del dissenso negli Stati Uniti e nel Medio Oriente e alla quale è appaltata la costruzione di recinzioni e muri (tra Messico e Stati Uniti, tra Cisgiordania e Israele), carceri private, scuole-blindate, centri di detenzione per migranti, così come la loro deportazione.”5

“L’autogestione, con le sue pratiche di organizzazione orizzontale di gruppi sociali, è chiamata così ad opporsi ai molteplici piani del government che, slegati da qualsiasi legittimità democratica, dominano progressivamente la vita sociale, secondo modalità transnazionali gerarchiche, oppressive e falsificanti. Lo fa dando spazio e consistenza a una volontà di libertà in grado di creare forme più o meno durature di organizzazione sociale, solidali, orizzontali e «acefale», che si oppongono alla ricerca esclusiva dell’interesse personale, alla sublimazione della competizione, all’assoggettamento psichico e fisico, in definitiva al dominio.”6

Soprattutto

“trasforma tutta la vita e i suoi ritmi: richiede infatti impegno e tempo quotidiani. Ma non è totalitaria. Non limita cioè il pluralismo e la possibilità di dissenso, tanto più che si occupa di porzioni, o settori, di società (al plurale), realizzando quanto le è possibile qui e ora, evitando accuratamente di provare a imporsi come modello che debba essere accettato da tutti. Non fa opera di colonizzazione.”7

I network economici e mediatici, il dominio delle agenzie finanziarie e delle banche, delle milizie privatizzate e delle compagnie energetiche potrà essere messo in discussione, pertanto, non dal risorgere dello Stato nazionale e dei suoi (orrendi) confini, ma soltanto dal dispiegarsi di una miriade di comunità libere, autogestite e confederate tra di loro nel pieno rispetto delle proprie autonomie. Autentiche macchie di leopardo distribuite su una tavola dal colore potenzialmente unico che, come tarli di libertà e uguaglianza sono destinate a corroderla e a farla crollare, insieme alle fasulle discipline economiche spacciate per scientifiche che ne sostengono e giustificano gli orientamenti repressivi . Come tante esperienze recenti, dal Chiapas al Rojava e dalla Val di Susa a Notre-Dame –des-Landes, hanno iniziato a fare.

Naturalmente il testo di Guido Candela, già docente di Politica economica e attuale professore Alma Mater nel Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna e Rimini, e Antonio Senta, ricercatore presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Trieste e membro del comitato scientifico dell’Archivio Famiglia Berneri-Chessa di Reggio Emilia, amplia ancora moltissimo gli argomenti fin qui trattati e molti altri ancora ne propone, e proprio per tale motivo si pone come un testo di grande interesse anche per tutti coloro, come il sottoscritto, che non professano esclusivamente la fede anarchica.


  1. cfr. https://it.businessinsider.com/tre-spiegazioni-per-il-piu-grande-crollo-di-wall-street-in-termini-di-punti/ ma si veda anche https://it.businessinsider.com/tre-spiegazioni-per-il-piu-grande-crollo-di-wall-street-in-termini-di-punti/ e Massimo Gaggi, Lo sconto fiscale di Trump, l’aumento dei salari e quell’effetto boomerang, Corriere della sera 7 febbraio 2018  

  2. cfr. Repubblica.it, News del 7 febbraio 2018  

  3. Su Repubblica.it, Eurobarometro: L’illusione dei salari in crescita: tanto rumore, poca sostanza in busta paga, 10 febbraio 2018  

  4. Candela e Senta, La pratica dell’autogestione, pag. 81  

  5. op.cit. pp. 70-71  

  6. pp.71-72  

  7. pp. 68-69  

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Il caos… a combustione lenta https://www.carmillaonline.com/2017/12/06/il-caos-a-combustione-lenta/ Tue, 05 Dec 2017 23:01:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41729 di Gioacchino Toni

Al botto di Wall Street l’America arriva di corsa e con i paraocchi, tanto che, soltanto pochi mesi prima Herbert Hoover, durante il Congresso repubblicano, vaneggia sull’avvicinarsi del paese, con l’immancabile aiuto di Dio, al trionfo sulla povertà. Negli anni Venti una parte rilevante dell’America che pende dalle labbra di Henry Ford, ama raccontarsi di un procedere a tutto gas, a braccetto con l’industria dell’automobile, verso una crescita illimitata dei consumi. Sono gli anni in cui si celebra l’eroe Charles Lindbergh, capace, grazie ai prodigi della tecnologia, di volare in [...]]]> di Gioacchino Toni

Al botto di Wall Street l’America arriva di corsa e con i paraocchi, tanto che, soltanto pochi mesi prima Herbert Hoover, durante il Congresso repubblicano, vaneggia sull’avvicinarsi del paese, con l’immancabile aiuto di Dio, al trionfo sulla povertà. Negli anni Venti una parte rilevante dell’America che pende dalle labbra di Henry Ford, ama raccontarsi di un procedere a tutto gas, a braccetto con l’industria dell’automobile, verso una crescita illimitata dei consumi. Sono gli anni in cui si celebra l’eroe Charles Lindbergh, capace, grazie ai prodigi della tecnologia, di volare in solitaria oltre oceano ed il mito del self-made man pare non aver perso il suo potere seduttivo. Il successo individuale, il benessere economico e la celebrità vengono raccontati ancora come alla portata di tutti.

Gli anni Venti sono però anche il decennio in cui il mito sbandierato ai piedi della Statua della Libertà, che vuole l’America capace di concedere la felicità anche ai poveri immigrati che mettono piede nel paese, viene oscurato da una serie di leggi che sanciscono la necessità di ridurre sempre di più la ricezione di stranieri. Al timore per il comunismo si aggiunge dunque quello per lo straniero, come ricorda emblematicamente la storia di Sacco e Vanzetti spediti sulla sedia elettrica nell’estate del 1927. La costruzione di un immaginario capace di arginare le sirene della rivolta sociale diviene indispensabile; all’utopia del socialismo si risponde con l’utopia di una prosperità economica alle porte capace di portare ricchezza e felicità nelle case di tutti.

Nel 1929, pochi mesi prima del crack di Wall Street, esce nei cinema americani Big Business (Grandi affari, 1929) di James W. Horne, opera che congeda Stan Laurel e Oliver Hardy dalla gloriosa stagione della slapstick comedy e, allo stesso tempo, rappresenta il preludio a quella che sarà la loro altrettanto importante produzione sonora. É a questo indimenticabile film che Gabriele Gimmelli dedica il saggio Grandi affari, (Big Business, James W. Horne, 1929) Laurel & Hardy e l’invenzione della lentezza, (Mimesis, 2017).

Oltre che come opera liminale tra le gag mute e la fase sonora delle produzioni della celebre coppia, il film viene analizzato dallo studioso come «uno degli esempi più alti di un tratto specifico della comicità di Laurel e Hardy. La coppia porta infatti nella slapstick comedy dei ritmi nuovi, basati più sull’attesa e la durata che sull’azione e la sorpresa. È quello che si suole chiamare slow burn, alla lettera “combustione lenta”: la distruzione condotta con rigore e metodo, ma lentamente, senza fretta alcuna. Una “invenzione della lentezza”, che rimane il lascito più importante dei due attori al cinema comico americano (e non solo)» (p. 8).

Big Business è però anche un film politico, visto che in una ventina di minuti, sostiene Gimmelli, «riesce a condensare, con spietata efficacia e senza alcun didascalismo, paure e nevrosi più o meno occulte della piccola borghesia americana, colta nel passaggio dagli euforici anni Venti del Novecento ai ben più cupi anni Trenta» (p. 8). Del cittadino medio americano dell’epoca Laurel e Hardy mettono in scena quanto ha di più caro: la casa e l’automobile. «E così facendo, scardinano al tempo stesso la narrazione hollywoodiana classica, che dell’ideologia borghese si fa portatrice, facendola collassare fragorosamente sotto il lento stillicidio delle loro gag» (pp. 8-9).

La storia narrata dalla pellicola è di per sé semplice: due piazzisti attraversano su una vecchia Ford, nel dicembre del 1928, i sobborghi di Los Angeles, tentando, maldestramente, di vendere alberi natalizi porta a porta… fino a quando si innesca uno scontro con un potenziale cliente che conduce inevitabilmente al disastro annunciato.

Fino al termine degli anni Venti la forma di comicità prevalente nella cinematografia statunitense è quella del genere slapstick che spesso mette in scena un’integrazione fallita attraverso il racconto delle peripezie di un individuo solitario incapace di adattarsi alla società in cui vive. Le produzioni a cavallo tra la fine degli anni Dieci e l’inizio del decennio successivo sono sostanzialmente in mano alla Keystone Pictures, che produce cortometraggi comici che narrano di «un’America ancora sospesa fra arcaismo e modernità, fra città e campagna. Quasi a voler rispecchiare la vertiginosa evoluzione della società, l’azione regna sovrana nelle comiche [del regista e produttore Mack Sennett]. Non è un caso che proprio l’automobile assurga ben presto a oggetto-simbolo della commedia di quegli anni» (pp. 23-24).

Tra i divi del comico dell’epoca, Buster Keaton è sicuramente colui che più di ogni altro ha assegnato ai congegni meccanici un ruolo centrale. Nel corso degli anni Venti, nei film, alle macchine si aggiunge anche un paesaggio metropolitano costellato da grattacieli e a questi edifici si legano in particolare le gag di Harold Lloyd che lo vedono, dopo mille peripezie capaci di tenere il pubblico col fiato in sospeso, giungere all’happy ending. «Il ragazzo qualunque che, grazie alla buona volontà, al coraggio e a un pizzico di fortuna riesce a raggiungere le vette non solo metaforiche del successo appare perfettamente in linea con la sensibilità dell’epoca» (p. 26). Charlie Chaplin, invece, alla vita metropolitana della West Coast e alla cronaca preferisce i sobborghi del Vecchio Mondo, i silenzi del Grande Nord e la letteratura d’appendice ottocentesca.

L’arrivo del parlato, agli sgoccioli degli anni Venti, comporta una trasformazione del cinema a cui le tre star del comico rispondono diversamente: Chaplin tende a ripiegare su un cinema introspettivo che indaga il ruolo dell’attore e il suo rapporto col pubblico, mentre Keaton e Lloyd si congedano rispettivamente con un film ricco di citazioni cinematografiche e polemico nei confronti delle Majors, il primo, e con una pellicola incentrata sul tentativo di salvare dal ritiro l’ultimo tram a cavalli di New York, il secondo, probabilmente «una metaforica rivincita dell’ormai obsoleto cinema muto nei confronti del sonoro» (p. 28).

Quando ormai il vecchio modo di fare film pare destinato all’estinzione, sembra resistere ancora per qualche tempo il produttore Hal Roach che, attorno alla metà degli anni Venti, intreccia la sua strada con quelle dell’inglese Stan Laurel (Arthur Stanley Jefferson) e dell’americano Oliver Hardy. Se i due attori indossano per la prima volta “la divisa”, che li avrebbe poi resi celebri, nel 1927, è soltanto nell’anno successivo che i caratteri salienti della coppia cominciano a delinearsi in modo più chiaro: «una peculiare tendenza alla catastrofe, orchestrata però secondo ritmi che non sono più quelli di Sennett e dei suoi epigoni, ma nemmeno quelli di Keaton e Lloyd», che getta così «le basi del procedimento comico noto come slow burn. L’espressione – che si può tradurre con “lenta combustione”, “a fuoco lento” – ha in area anglofona un significato piuttosto ampio. Può descrivere infatti sia una reazione graduale e meditata a un’azione comica (si pensi agli sconsolati sguardi in macchina di Hardy); sia l’azione distruttiva di un personaggio ai danni di un oggetto o di un altro personaggio, che monta piano piano verso un’esplosione di violenza incontrollata. Per questa seconda accezione, alcuni studiosi di Laurel e Hardy utilizzano spesso un sinonimo più preciso: reciprocal destruction (distruzione reciproca). In entrambi i casi, comunque, l’elemento costante è il tempo dell’azione, che nelle mani dei due comici rallenta, si dilata come mai era accaduto prima di allora» (pp. 39-40).

Nel ricostruire le vicende produttive di Big Business, Gimmelli sottolinea come sia Stan Laurel a seguire l’intero processo di realizzazione del film e come l’attore imponga immagini luminose e lunghe inquadrature con pochi primi piani per avvicinarsi all’esperienza della recitazione dal vivo. Laurel insiste anche per l’inusuale e antieconomico metodo di filmare le scene rispettando l’ordine con cui sarebbero poi state montate. La pellicola viene girata nel corso della settimana di Natale del 1928 con riprese effettuate interamente in esterni.

Gli Studi Roach rappresentano negli anni Venti un’anomalia rispetto al cinema ormai avviato verso il dominio dello Studio System e il produttore tenta di differenziarsi sia dalle opere tradizionali sia dalle modalità produttive delle Major. Caratteristici delle produzioni Roach di metà anni Venti sono quei rallentamenti delle reazioni dei protagonisti tra una gag e l’altra capaci di prolungarne notevolmente l’effetto comico. Ciò avviene anche per quella “distruzione reciproca” portata ai massimi livelli proprio da Laurel e Hardy sul finire del decennio.

Roach capisce che i tempi stanno mutando e non solo per le opere comiche. Petr Král (Stan et Ollie, ou l’Unique et son double in Id., Les Burlesques ou Parade des Somnambules, 1986) giunge a sostenere che tale stile lento corrisponde ad un periodo in cui le cose sembrano rallentare, una sorta di “fine della festa” che caratterizza la crisi della fine degli anni Venti e alla frenesia del decennio che si sta chiudendo sembra sostituirsi una ricerca di stabilità. «L’invenzione della lentezza da parte di Laurel e Hardy (con l’appoggio creativo-produttivo di McCarey e Roach) appare quindi legata al mutamento generale dello stile di vita statunitense sulla soglia degli anni Trenta. La “fine della festa” a cui Král fa riferimento si riflette con una certa evidenza nell’estetica dei film della coppia, Big Business incluso» (pp. 53-54).

I luoghi topici della slapstick comedy rimangono in secondo piano nel film di Laurel e Hardy. Se l’ambiente in cui si svolge il film è ancora lo spazio urbano, rispetto alla tradizionale slapstick comedy, la grande città scompare e le sue strade risultano tutt’altro che brulicanti di vita: la vicenda si concentra su un microcosmo riconducibile ad un sobborgo residenziale. «L’impressione è che in questo film, come in molti altri del duo, gli esterni vogliano restituire una sensazione di chiusura» (pp. 54-55).

Per quanto riguarda l’automobile che, insieme all’abitazione, rappresenta il simbolo della commedia degli anni Venti, Gimmelli sottolinea che per quanto nel film la coppia si sposti a bordo di una Ford T pickup, prototipo dell’auto di massa, il mezzo non viene pienamente sfruttato. «L’auto di Laurel e Hardy, quindi, è ormai soltanto un oggetto ingombrante, scomodo da mettere in moto e destinato a compiere percorsi limitatissimi» (p. 56).

L’insistenza e la meticolosità con cui il film si dilunga sulla coppia nell’atto di mettere in moto l’automobile per poi partire appaiono del tutto sproporzionate rispetto alla rilevanza dell’azione compiuta. Si indugia su particolari che sarebbero risultati del tutto superflui per un cortometraggio slapstick di solo qualche anno prima, soprattutto se la scena è incentrata su un’automobile emblema del dinamismo. Certo, nella slapstick comedy tradizionale non mancano distruzioni di autoveicoli ma ciò avviene solitamente a causa di incidenti dettati dalla frenesia metropolitana. In Big Business, invece, «la modernità e la sua frenesia sono già assimilate e lontane nel tempo, mentre all’orizzonte si va profilando la recessione economica. All’azione sregolata e spesso precipitosa della tradizione slapstick, Laurel e Hardy oppongono dunque una sorta di teatrino della crudeltà [i due] non intendono travolgere lo spettatore con una serie di shock visivi: preferiscono invece accompagnarlo, un passo alla volta, verso un destino altrettanto funesto, ma comunque inevitabile» (p. 58).

Dopo alcuni rifiuti da parte di abitanti del quartiere, all’ennesimo tentativo di vendere un albero natalizio prende il via una serie di gag che vede rami e lembi di cappotto restare incidentalmente incastrati nella porta del maldisposto abitante. Certo, la gag dell’abito incastrato in una porta non è nuova per il genere, ma la novità sta piuttosto nella ripetizione insistita dell’azione maldestra e ciò rappresenta una svolta imposta dalla coppia di comici alla slapstick comedy.

Una parte del volume è dedicata alla coppia Laurel e Hardy. In tale sezione vengono ripresi gli studi di Noël Burch (La lucarne de l’infini, 1991) – a proposito del cosiddetto “piano emblematico” con cui vengono presentati di due all’inizio del film -, di Stefano Brugnolo (Strane coppie, 2013) – che indaga come i due personaggi “diversi ma simili” facciano vacillare il principio d’identità a livello di logica, funzioni e ruoli -, di Roland Lacourbe (Laurel et Hardy, 1975) – che si sofferma sul ribellismo individuale e di coppia nei diversi film -, di Charles Barr (Laurel & Hardy, 1967) – sulla gestualità della coppia -, di Marco Giusti (Stan Laurel & Oliver Hardy, 1997), Stuart Kaminsky (Generi cinematografici americani, 1985) e Gilles Deleuze (Cinéma 1. L’Image-mouvement, 1983) – sulle peculiarità dei due personaggi.

Venendo al contesto in cui agisce la coppia, il saggio mette in risalto come l’universo sia molto diverso tanto da quello chapliniano abitato da poveri e poliziotti, quanto da quello keatoniano che ha come contesto l’attiva borghesia dell’epoca. In Big Business viene messa in scena una società che faticosamente ha raggiunto un certo livello di benessere e che, terrorizzata dall’idea di perdere tutto, è disposta a difendere le conquiste ottenute con ogni mezzo necessario. «Colui che in Big Business è chiamato a incarnare tutto questo è James Finlayson […] uno dei comprimari più assidui di Laurel e Hardy […] Maestro del double take, vale a dire di quella particolare reazione comica basata sulla risposta ritardata – sorpresa, spavento o stizza – a una situazione o a una gag inaspettate, in Big Business Finlayson fa ampio uso di una sua “creazione”, il fade away: una smorfia del volto con un occhio chiuso e l’altro strabuzzante, spesso utilizzata per accompagnare il double take, ma perfettamente autosufficiente, nonché particolarmente efficace nei rapidi duelli facciali con Laurel e Hardy, che “riempiono” di quando in quando le pause dello scontro» (p. 69).

Oltre alla mimica facciale Finlayson lavora sul crescendo dell’irritazione che si traduce in a una recitazione sempre più nevrotica e sguaiata che lo porta persino a danzare follemente sull’auto distrutta della coppia. «È come se a contatto con la strana coppia di piazzisti, l’aggressività e la follia represse degli everymen d’America trovassero il modo di emergere in tutta la loro violenza» (p. 72). Alle reazioni sempre più concitate di Finlayson fanno da contrappunto le azioni più misurate e lente di Laurel e Hardy che, come sottolinea Giusti, probabilmente si rendono conto che «la logica dell’occhio per occhio altro non è che “un rito, ripetibile, che fa parte dei rapporti ‘di mondo’ con la società”» (p. 72). Big Business è costruito attorno allo slow burn fra la coppia e l’antagonista; qui «si ha l’impressione che il consueto gioco al massacro raggiunga proporzioni colossali, arrivando ben presto a inghiottire ogni cosa: non soltanto lo spazio dell’azione, ridotto a un cumulo di macerie, ma addirittura […] la narrazione stessa» (p. 72).

Nonostante la vicenda sembri innescarsi all’improvviso a causa di un gesto maldestro, in realtà, sottolinea Gimmelli, tutto deriva da una serie di piccoli segnali disseminati nella parte iniziale del cortometraggio in cui si palesa l’incompatibilità e la conflittualità tra la coppia e il mondo circostante. Le sequenze e le inquadrature sono sapientemente calibrate per costruire il classico “rituale” che porta la coppia a confrontarsi con l’antagonista: «ciascun contendente attende con pazienza che l’altro abbia completato la sua mossa, dopodiché fa una rapida ricognizione dei danni subiti (oppure chiama il pubblico a testimone guardando in macchina) e soltanto a quel punto restituisce il colpo. Ovviamente l’energia distruttiva del trio è destinata a dilagare a macchia d’olio, a coinvolgere spazi sempre più ampi» (p. 77). I tempi d’attesa tra un’azione e la reazione si fanno però via via più rapidi fino a condurre ad un conflitto ormai incapace di rispettare i tempi alternati. In un crescendo vertiginoso le scaramucce lasciano il posto ad una violenza anarchica distruttiva capace di radere al suolo la casa e l’automobile, con i loro portati simbolici, e nulla può l’intervento dell’autorità in divisa.

Se il titolo sembra promettere grandi affari finanziari, «quello che lo spettatore si trova davanti è lo spettacolo di tre scalmanati che si fanno la guerra e che, per soprammercato, si ritrovano alla fine più poveri di quando avevano cominciato» (p. 83). Il cinema di Laurel ed Hardy può dunque essere letto come sovversivo per il suo mettere in scena una frustrazione, per certi versi, antiborghese e anti-hollywoodiana, culminante in un allontanamento dei due in fuga a passo di corsa – inseguiti dall’autorità in divisa irrisa dalla coppia – che, a differenza di quanto avviene nei film di Chaplin in cui il personaggio abbandona la scena scrollando le spalle a un mondo che lo esclude, promette di diffondere il caos altrove.

… a combustione lenta… il caos esploderà ovunque.

 

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Non c’è crisi in Paradiso. Paradossi e identità di classe nell’America di Obama e di Trump – Prima parte https://www.carmillaonline.com/2016/10/01/non-ce-crisi-paradiso-paradossi-identita-classe-nellamerica-obama-trump/ Fri, 30 Sep 2016 22:01:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=33564 di Fabrizio Salmoni*

usa-1 Le cronache elettorali dagli Usa dipingono superficialmente la campagna per le presidenziali come se fosse un evento sportivo. Cosi facendo, il giornalismo italiano si conforma a quello internazionale contribuendo ad assuefare le menti all’idea che anche uno degli eventi politici più importanti per il mondo sia uno spettacolo in cui contano i singoli individui, i loro errori, i loro umori, le cartelle cliniche. Ai candidati si attribuiscono i favori o le preferenze di ampie categorie del corpo civile: le minoranze, le lobbies, le etnie, la comunità finanziaria, quelle religiose, i gruppi sociali peculiari dei vari Stati, ecc. [...]]]> di Fabrizio Salmoni*

usa-1 Le cronache elettorali dagli Usa dipingono superficialmente la campagna per le presidenziali come se fosse un evento sportivo. Cosi facendo, il giornalismo italiano si conforma a quello internazionale contribuendo ad assuefare le menti all’idea che anche uno degli eventi politici più importanti per il mondo sia uno spettacolo in cui contano i singoli individui, i loro errori, i loro umori, le cartelle cliniche. Ai candidati si attribuiscono i favori o le preferenze di ampie categorie del corpo civile: le minoranze, le lobbies, le etnie, la comunità finanziaria, quelle religiose, i gruppi sociali peculiari dei vari Stati, ecc. Un minestrone di ingredienti indistinti in cui le classi sociali vengono identificate essenzialmente con la dicotomia colletti blu e bianchi e “mondo delle imprese” (corporate world) mentre di middle class si parla per segnalarne la centralità “elettorale”, la perdita di potere d’acquisto, la sua discesa nella scala sociale.

Chi qui in Europa segue più attentamente le cronache della contesa americana con un occhio criticamente smaliziato non può evitare di notarne il paradosso più evidente: un elettorato fatto prevalentemente di bianchi poveri a forte componente operaia e contadina voterà in massa contro i propri interessi per un candidato miliardario portandolo probabilmente alla presidenza. Come può accadere? Cosa può aver rovesciato i tradizionali ruoli di rappresentanza politica tra i due maggiori partiti? Non sono forse i Democratici ad avere sempre rappresentato, dalla fine della Ricostruzione post Guerra Civile, lo stato sociale, i sindacati, le minoranze affamate di riconoscimento e diritti civili, la cultura inclusiva, insomma l’anima “progressista” della nazione mentre i Repubblicani si sono sempre connotati come i difensori del laissez faire economico, come rappresentanti delle corporation, del big business, e infine del capitalismo finanziario selvaggio e globale? Come è possibile che un proletario, indebitato fino al collo, privo di garanzie sindacali, di assistenza sanitaria, di garanzie pensionistiche, con la minaccia dell’ipoteca bancaria sulla casa, con i figli sempre più condannati dal lavoro precario e sottopagato a rimanere bloccati nella scala sociale malgrado le promesse del sogno americano, si schieri con la parte politica che per propria natura gli nega un’esistenza dignitosa?

La dura verità è che a partire dagli anni della presidenza di Ronald Reagan, della prescrizione-shock dei controllori di volo, del completamento della ridefinizione globale degli interessi capitalistici, del crollo dei salari, delle riduzioni fiscali, ha preso slancio un ribaltamento culturale senza precedenti che ha portato a fratture su linee trasversali del corpo sociale e a soluzioni politiche basate su argomenti che fino ad allora risultavano sovrastrutturali. Gli effetti di tale “rivoluzione culturale” (si, di questo si è trattato) sono stati la sostituzione in molti stati del Sud e del Midwest delle maggioranze Democratiche con amministrazioni Repubblicane e le presidenze Bush, padre e figlio, con l’emergenza di una solida classe dirigente neo-con. I due termini di Clinton non hanno invertito la tendenza, anzi con le sue ambiguità in politica sociale e il varo del trattato commerciale Nafta che ha interessato tutto il Nord America (Messico compreso) proprio il Democratico Clinton ha contribuito ad alimentare, il processo in atto, ancora prima che l’11 settembre aggravasse la situazione.

Protagonisti passivi di tale cruciale capovolgimento politico sono i ceti proletari nuovi e vecchi costituiti dai lavoratori salariati dell’industria e dei servizi, i piccoli agricoltori e allevatori impoveriti dal crollo dei prezzi e indebitati con le banche,1 i neo-urbanizzati dagli anni Settanta sradicati dalle comunità rurali di origine e immessi nei bassi ceti impiegatizi ora ricacciati indietro nella scala sociale dalla nuova crisi economica, i rednecks (operai, lavoratori artigiani e padroncini), i salariati dei ranch. Gente che vive le trasformazioni che la investono con un forte senso di perdita: di identità e ruolo sociali, di status economico, di radici culturali che la nuova collocazione non riesce a sanare. Anzi, peggiora man mano che i cambiamenti la travolgono. E a quel senso di perdita si aggiungono prima le ansie, poi la rabbia, poi necessariamente la ricerca di vie di fuga nel proprio piccolo, nell’alienazione, nella ricerca spirituale, nel volgersi con nostalgia al passato, ai “vecchi tempi” che erano sempre duri ma avevano delle soluzioni, delle vie d’uscita dignitose.

usa-2 Tutti questi attori sono collocati geograficamente per la gran parte nella cosiddetta Heartland, cioè il cuore d’America, il vasto territorio che include indicativamente il Sud storico, il Sud Ovest, il Midwest. Un’area storicamente determinante per le lotte contadine culminate tra il tardi 1880 e la prima metà dei 1890 con la rivolta Populista contro le banche, i poteri economici, le politiche monetarie, e con significative agitazioni operaie a cavallo dei due secoli. Un’area a grandi linee appartenente alla tradizione Democratica fino alla Presidenza Johnson e, con l’intervallo dell’esperienza Nixon, a quella di Jimmy Carter. Ai due lati della Heartland, le due coste con le loro ricche enclavi: il nord est e la California.

Cosa è successo da allora?

Non tutti gli analisti si sono resi conto di quanto stava accadendo: ancora nel 2006 un team di eminenti professori di statistica politica annotava una singolare polarizzazione nelle scelte dell’elettorato ma riteneva con tipico ottimismo che le “tendenze disturbanti” avrebbero trovato soluzione nella parte moderata della classe politica, giudicando transitorio il predominio Repubblicano e gli spostamenti elettorali. Tuttavia il loro studio riscontrava che il reddito o la ricchezza non incidevano sulle scelte politiche tanto quanto i temi locali mentre l’elettorato si divideva meno che mai dai tempi del New Deal su temi occupazionali o sull’apparteneza di classe. Allo stesso tempo, pur rilevando che la crescita della sensibilità religiosa non stava soppiantando le tematiche economiche ammettevano che “non si sentivano di escludere che ciò avrebbe potuto accadere“. 2

Le presidenziali del 2004 che diedero la seconda vittoria a George W. Bush avevano fatto registrare un’inquietante variante di peso decisivo: il 22% dei votanti aveva espresso ai sondaggisti di aver dato la prevalenza per la scelta nelle urne ai “valori morali” su ogni altra cosa. Poco prima, tredici Stati avevano votato contro la legalizzazione dei matrimoni tra contraenti dello stesso sesso: “Guns, God and gays” divennero la convenzionale spiegazione per la vittoria di Bush. Allo stesso tempo si manifestava un’altra anomalia: gli Stati più ricchi si configuravano come Democratici, quelli poveri come Repubblicani.

L’emergenza dei Tea Parties , organizzazioni informali su base popolare, che hanno cercato di condizionare le elezioni del 2008 addirittura esprimendo un candidato Repubblicano (Sarah Palin) alla vicepresidenza rivelavano il peso crescente di un vasto strato di elettorato posizionato a destra, a forte connotazione religiosa, favorevole all’isolazionismo in politica estera e alla riduzione della presenza federale nelle decisioni degli Stati. Un altro segnale, forse sottovalutato, dei cambiamenti in atto tra la gente.

Ma quali fattori hanno determinato il cambiamento politico epocale che sembra aver trasformato il corpo sociale d’America?

usa-7bis L’elemento primo è stata la pesante manipolazione culturale intrapresa dai settori militanti della destra, indirizzata a saldare i “valori morali”, cioè quell’insieme di sensibilità provenienti dal buon senso della “gente comune” (la casa, la famiglia, il lavoro duro, ecc. ) e dalle tradizioni popolari peculiarmente americane (l’aspirazione al miglioramento inevitabile delle proprie condizioni conseguito con le proprie forze, la libertà estesa, il senso religioso, l’orgoglio nazionalistico, la convinzione di poter riuscire a conservare solo quello per cui ci si è in qualche modo battuti), con la sistematica cancellazione del fattore economico dalla lista delle cause della propria condizione. Al punto che per gli ultraconservatori il tema dell’agire del settore imprenditoriale o finanziario è venuto di proposito a cadere come soggetto di discussione. Per essi il business (e il conseguente profitto) è normale, naturale, va oltre la politica; il libero mercato è qualcosa di immanente e necessario che determina le condizioni del successo individuale o professionale. E’ materia fuori discussione. Se si è poveri le cause vanno cercate nella dissoluzione del sogno americano a opera di chi lavora costantemente per demolirlo: i “liberals” con i loro privilegi, il controllo del governo, della burocrazia, di Wall Street, della cultura, dei media, i loro costumi degenerati, il rifiuto laico di Dio e dei Comandamenti, l’ipocrisia del politically correct, l’ambientalismo ideologico, le mode effimere, il caos della grande città.

Ecco, il capolavoro di tutto questo lungo lavorio è stato essere riusciti a dichiararsi “popolo”, ad identificarsi con quello, a identificare un nemico diverso da quello economicamente naturale, ad escludere qualsiasi critica al sistema economico ma allo stesso tempo perseguendo con i propri rappresentanti e candidati nazionali e locali politiche favorevoli al big business, alla deregulation, al taglio dei salari. La destra repubblicana ha fatto leva sull’associazione tra orgoglio individuale (Voi siete il sale della terra, il cuore battente d’America che tira la carretta…) e vittimismo narcisistico (…eppure siete trattati oltraggiosamente male), sull’indirizzo delle ansie quotidiane e dell’odio per tale condizione verso i liberals (leggi Democratici). Se poi le aziende chiudono, licenziano, se la terra coltivata viene espropriata o devastata dagli oleodotti o supersfruttata dalle coltivazioni intensive, se i prezzi salgono per garantire il massimo profitto della grande distribuzione che spreme fornitori e dettaglianti e li conduce al disastro, quella è la legge del mercato, della concorrenza, icone dello spirito americano e componenti del successo individuale. E’ la dura realtà con cui tocca confrontarsi e con cui si crea il benessere per tutti. Se poi i politici Repubblicani promuovono leggi e normative a favore di cartelli affaristici locali, agribusiness e corporation, l’argomento rientra nel campo della “politica”, tema di per sé complicato e odioso da discutere, o nella logica sacrosanta del libero mercato.

usa-3 I fantasmi da scacciare stanno nella retorica liberal che minaccia l’autenticità stessa della way of life americana, nella società malata di criminalità, immigrazione, aborto, biotecnologia, droga, pornografia, diritti civili per chi non li merita, privilegi per i ricchi, matrimoni omosessuali. Un quadro completo in cui convogliare i ceti più poveri e meno istruiti su parole d’ordine da usare in sede politica per guadagnare terreno ma anche per creare una gabbia culturale da cui non si riesce più a evadere. Mentre nella stanza vicina si fanno affari.

Significativo per paradossale contraddizione il caso del Freedom to Farm Act, una legge promossa nel 1996 dal senatore Repubblicano Pat Roberts del Kansas e da altri rappresentatnti locali dello stesso partito, nominalmente per aiutare i coltivatori a competere efficacemente sul mercato dei prodotti agricoli revocando le normative di origine New Deal per la protezione dei prezzi: grazie a quella legge gli agricoltori avrebbero avuto la libertà di coltivare qualsiasi cosa in qualsiasi quantità affidandosi al mercato per spremere i prezzi migliori: cosi finalmente si toglieva di mezzo il governo dalla libertà di operare secondo i propri mezzi. Il risultato fu di provocare una letale spirale di sovrapproduzione che in pochi anni mandò sul lastrico i piccoli produttori favorendo cosi i grandi dell’agribusiness ADM, Cargill, ConAgra. Non un disastro sociale, per i Repubblicani, ma un’esemplare “ristrutturazione dell’industria alimentare” per avere maggiore flessibilità ed efficienza della distribuzione, una vittoria della libertà sulla “ingombrante sussidiarietà governativa”. Un cambiamento in peggio per il suolo e gli agricoltori falliti che però hanno continuato da allora a votare il GOP, il Grand Old Party (Partito Repubblicano).3

*Master in Studi Americani all’Università del Texas

(Fine prima partecontinua martedì 4 ottobre)


  1. Nel recente ottimo film Hell or High Water di David McKenzie due fratelli si fanno rapinatori per pagare l’ipoteca della loro terra. Il Texas Ranger di origine Comanche che dà loro la caccia riflette con i colleghi bianchi:”…Il tempo rende giustizia. Le terre che avete preso ai Comanche ora le state perdendo con le banche…”  

  2. McCarty, Rosenthal, Poole, Polarized America. The Dance of Ideology and Unequal Riches, 2006, MIT Press  

  3. Thomas Frank. What’s the Matter with Kansas? How conservatives won the heart of America, 2005 Picador  

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Outsiders vs. Establishment? https://www.carmillaonline.com/2016/06/24/outsiders-vs-establishment/ Fri, 24 Jun 2016 20:00:08 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=31312 di Sandro Moiso

Trump_cover Andrew Spannaus, Perché vince Trump, Mimesis edizioni, Milano – Udine, 2016, 106 pagine, € 10,00

Andrew Spannaus, esperto di macroeconomia e geopolitica di origine americane, vive ormai da 18 anni in Italia e negli ultimi anni è spesso intervenuto nella discussione sulle cause e le conseguenze della crisi economico-finanziaria. Nell’istant book appena pubblicato da Mimesis, nella collana “Il caffé dei filosofi”, egli affronta in maniera agile e concisa il tema delle attuali elezioni presidenziali americane dedicando particolare attenzione ai motivi che hanno fatto sì, da un lato, che Donald Trump sia diventato il candidato repubblicano alla Casa [...]]]> di Sandro Moiso

Trump_cover Andrew Spannaus, Perché vince Trump, Mimesis edizioni, Milano – Udine, 2016, 106 pagine, € 10,00

Andrew Spannaus, esperto di macroeconomia e geopolitica di origine americane, vive ormai da 18 anni in Italia e negli ultimi anni è spesso intervenuto nella discussione sulle cause e le conseguenze della crisi economico-finanziaria.
Nell’istant book appena pubblicato da Mimesis, nella collana “Il caffé dei filosofi”, egli affronta in maniera agile e concisa il tema delle attuali elezioni presidenziali americane dedicando particolare attenzione ai motivi che hanno fatto sì, da un lato, che Donald Trump sia diventato il candidato repubblicano alla Casa Bianca e, dall’altro, il relativo successo di Bernie Sanders nei confronti dell’attuale candidata democratica, e tutt’altro che sicura del successo nella corsa elettorale, Hillary Clinton.

Nell’analizzare le due “sorprese” della campagna elettorale svoltasi negli Stati Uniti nel corso degli ultimi mesi, Spannaus fa largo uso dell’aggettivo “outsiders” ovvero esclusi, almeno potenzialmente, e da qui fa derivare un’analisi, non sempre scontata, della società americana che li ha votati e che, allo stesso tempo, ha davvero escluso altri candidati dati per favoriti (all’interno del Partito Repubblicano) oppure limitato il successo di colei che vorrebbe ammantarsi del titolo di prima donna alla Presidenza degli U.S.A.

I due outsider settantenni di cui si parla non potrebbero essere, tra di loro, più dissimili: fascistoide, razzista, misogino il primo e dichiaratamente socialisteggiante il secondo. Ancora, mentre il primo è “un immobiliarista e star della televisione che predilige la provocazione e l’insulto per attirare attenzioni su di sé”, il secondo è “un vecchio attivista di sinistra che si batte da decenni per l’uguaglianza e contro le discriminazioni”. Eppure alla base del voto, sostanzialmente di protesta, che li avvicina ci sono elementi che affondano le radici nella stessa crisi economica e sociale che accomuna, di fatto da anni, le differenti componenti della società americana bianca dalla middle class in giù.

La prima comunanza tra i due outsider è data dal necessario rovesciamento del discorso politico operato da entrambi nei confronti dei discorsi ufficiali e ormai pluridecennali condotti dai loro rispettivi partiti. Tanto, infatti, il Partito Repubblicano e quello Democratico hanno difeso la liberalizzazione dei mercati e dei servizi, con tutta la relativa pletora di azioni destinate a dare alle banche (e alla finanza) sempre più libertà di iniziativa e di speculazione, tanto i due candidati indicano in Wall Street la fonte principale dei mali che attanagliano l’economia e la società americana.

Questo tema, e lo vedremo meglio in seguito, accompagna il dibattito economico e politico americano, anche a livello di classe dirigente, da molto tempo. “Da sempre esiste un conflitto interno agli Stati Uniti, tra la fazione più liberista, spesso alleata della vecchia potenza imperiale, la Gran Bretagna, e i nazionalisti che hanno utilizzato strumenti statali per avviare grandi periodi di progresso economico e sociale, da Alexander Hamilton ad Abramo Lincoln, da Franklin fino a Delano Roosevelt.1 Da circa quarant’anni, si può affermare senza paura di essere smentiti che la fazione liberista sta vincendo. Il modello del New Deal di Roosevelt è stato gradualmente smantellato, ed entrambi i grandi partiti hanno accettato la mentalità dei tagli al bilancio pubblico e del ruolo importante – spesso più importante dello stesso Governo – della finanza di Wall Street “ (pag. 59)

La conseguenza materiale, però, di tali scelte è stata che “in tutto questo la classe lavoratrice come esisteva nel periodo del dopoguerra ha infine pagato buona parte del conto. La divisione economica in atto vede consolidarsi una classe benestante che copre il 25-30% della popolazione; dall’altra parte c’è la maggioranza degli americani che non solo non fa progressi nelle sue condizioni, ma spesso va addirittura indietro.

È indubbio che oggi quasi tutti abbiano la possibilità di acquistare un numero considerevole di beni di consumo, soprattutto elettronici, dai televisori ai telefonini. Quando si parla di posizione economica però bisogna considerare quanto si lavora per ottenere quello che si ha; e le statistiche di lungo termine non sono confortanti. In media il potere d’acquisto reale della popolazione, quindi corretto per l’inflazione, è pressoché uguale a quello del 1979.
Cioè quello che si riesce a comprare con lo stipendio è rimasto uguale, in media, da 35 anni. In termini monetari, per eguagliare uno stipendio di 4,03 dollari all’ora del 1973, occorrono 22,41 dollari all’ora oggi. Le fasce più alte del Paese superano tranquillamente questa cifra; la classe media e bassa invece no. Infatti, il potere di acquisto reale della popolazione è rimasto uguale in media, il che significa che per alcuni settori della forza lavoro le cose vanno anche peggio.
Per dare un esempio, dal 2000 il 10% più ricco della popolazione ha visto un aumento del 9,7% della propria capacità di spesa; il 25% più povero invece ha visto una diminuzione del 3%. Per metterla in altri termini, si può calcolare il tempo che occorre lavorare per avere un certo tenore di vita. Ci sono studi che dimostrano che già tra gli anni Settanta e gli anni Novanta è aumentato enormemente il numero di stipendi necessari per acquistare certi beni primari: la casa, l’automobile, la lavatrice. Oggi si hanno più cose, ma bisogna lavorare di più per avere quello che si ha.
” (pp. 60 -61)

Accade così che, nell’affrontare il problema, entrambi i candidati finiscano con il puntare il dito sulla perdita di posti di lavoro nei settori forti, ovvero produttivi, dell’economia americana anche se poi le ricette sono talvolta contigue e altre volte molto distanti tra di loro. Per esempio, secondo Spannaus, all’interno del discorso di Trump il famigerato progetto di costruzione di un muro lungo la frontiera messicana (sicuramente costosissimo e quasi impossibile da realizzare) va visto più in funzione anti-NAFTA2 che in funzione di lotta all’immigrazione. Mentre in una parte del discorso di Sanders vi è più attenzione alla necessità di riabilitare quella divisione rigida tra banche commerciali e banche d’affari che il New Deal aveva imposto e la cui abolizione ha portato3 ai successivi disastri speculativi degli anni 2000.

coalSolo dal 2000 gli Stati Uniti hanno perso circa 6 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Fa parte di un processo lungo che risale anche a prima del passaggio del NAFTA. A partire dagli anni Settanta iniziò una graduale trasformazione dell’economia americana in senso post-industriale. […] Il cambiamento che veniva presentato come necessario per evitare squilibri monetari diede il via a una nuova epoca dell’economia mondiale: dalla stabilità e dalla pianificazione, al sorpasso del potere dei mercati rispetto alle decisioni dei governi sovrani. Negli anni a seguire furono gradualmente smantellate le regole economiche del dopoguerra nel mondo transatlantico. Con la deregulation delle industrie aumentava la competizione sui costi; con la deregulation finanziaria i grandi capitali acquisirono un peso enorme, promettendo grandi guadagni a chi si poteva permettere partecipazioni azionarie nei mercati finanziari, guadagni che spesso erano legati all’indebolimento dell’economia reale.” (pag. 58)

La perdita di posti di lavoro nell’industria americana, con la sostanziale deindustrializzazione che ne è conseguita, a favore di una più ampia disponibilità e manovrabilità internazionale dei capitali ha fatto sì che entrambi gli avversari, Trump e Sanders, nel loro discorso politico abbiano manifestato la volontà di difendere la necessità di rilanciare la manifattura americana anche a costo di misure protezionistiche delle aziende straniere (ad esempio cinesi) o americane che abbiano scelto la delocalizzazione delle loro produzioni con il favore del NAFTA.

Anche se a livello di welfare e di altre politiche le scelte dei due candidati risultano essere estremamente differenti, è interessante qui sottolineare la vicinanza delle proposte dei due nel campo dell’economia industriale. Questo spiega anche perché entrambi i candidati non abbiano riscontrato soverchie simpatie tra le cosiddette minoranze che spesso hanno votato in blocco, là dove lo hanno fatto, per Hillary Clinton che dei discorsi spesso vaghi e inconsistenti su minoranze e genere ha basato parte del suo successo elettorale. Il polo di riferimento di entrambi gli outsider era infatti, anche se le frange nere più radicali hanno accolto e appoggiato Sanders là dove erano presenti, la working class bianca impoverita e privata di quei benefici economici di cui aveva goduto per anni.

Uno dei fattori principali dietro a questa difficoltà della classe media è proprio la perdita dei posti di lavoro ben pagati nel settore manifatturiero. Oggi molte più persone lavorano nei servizi, che di media pagano ben meno. Se negli anni Sessanta il 24% dei lavoratori era impiegato nelle manifatture, oggi, nel 2016, quella cifra è solo dell’8%. Questo settore contribuisce solo per il 12 per cento del Pil americano – percentuale decisamente più bassa di Paesi come l’Italia, la Germania e il Giappone. Negli ultimi anni il comparto ha visto una ripresa modesta, rispetto ai servizi e al retail, ma nonostante gli iniziali trionfalismi sul ritorno della manifattura americana in realtà il settore rimane ancora molto debole. Buona parte dei posti di lavoro che vengono creati sono invece in settori con salari bassi, come il commercio al dettaglio, i ristoranti, gli alberghi. Dunque a livello complessivo si assiste a un aumento della precarietà e un abbassamento dei redditi.” (pag. 61)

rust belt Ma questo spiega anche perché Sanders abbia potuto tranquillamente affermare che il voto dei minatori del West Virginia che lo ha premiato alle primarie (e forse avrebbe potuto aggiungere di tutta quella fascia di stati un tempo roccaforte dell’industria americana e da anni ormai trasformatasi nella Rust Belt – la cintura della ruggine), potrebbe passare in blocco a Trump nell’ormai certo scontro elettorale tra l’immobiliarista newyorkese e la Clinton, vista comunque come vera rappresentante egli interessi di Wall Street oltre che moglie di quel presidente che proprio gli accordi del NAFTA ha firmato nel 1994.4

Occorre poi sottolineare come Donald Trump non sia il rappresentante preferito dal Tea Party o dai movimenti conservatori evangelici, il cui vero rappresentante era l’ultra-conservatore e reazionario Ted Cruz. Guarda caso più attento a dialogare, talvolta rovesciandole, con le proposte contenute nel programma della Clinton. Mentre, allo stesso tempo, una parte dell’elettorato di quest’ultima è spesso caratterizzato dall’essere da sempre, o almeno negli ultimi decenni, abituato a condizioni di lavoro precarie e mal pagate, privo di quelle garanzie economiche ancora ricordate dalla white-male working class.

Vale la pena di soffermarsi così a lungo su questi aspetti della campagna elettorale americana e dei programmi dei due candidati proprio a causa delle similitudini che intercorrono tra il tipo di proposte portate avanti dai candidati outsider, o almeno apparentemente tali, nei confronti del capitalismo finanziario oggi dominante in Occidente al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico. E contemporaneamente anche al complesso di relazioni e di conflitti, in seno alle stesse classi dirigenti europee e americane, che si manifestano anche attraverso la crescita dei cosiddetti populismi e della stessa uscita dall’Unione Europea, probabilmente non solo della Gran Bretagna. Uno scontro ormai ben visibile sia a livello nazionale, qui in Italia, che internazionale.5

Per anni gli effetti negativi del processo di deindustrializzazione dell’economia americana sono stati camuffati dalla grande crescita della finanza. Il trickle-down funzionava: giravano tanti soldi su Wall Street, i ricchi diventavano più ricchi e l’effetto indotto si sentiva a tutti i livelli. Nel 2007-2008 tutto questo crollò in modo violento. C’erano già stati crolli più piccoli in precedenza. Nel 1987 la Borsa di New York visse la sua giornata peggiore di sempre in termini percentuali, con un crollo del 22,6%, ovvero di 508 punti. Negli anni successivi iniziò la fase dei soldi facili, con immissioni enormi di liquidità nel mercato sotto la tutela di Alan Greenspan, l’allora capo della banca centrale americana, la Federal Reserve. L’esplosione di nuovi strumenti speculativi “derivati” avvenne negli anni Novanta, insieme alle teorie sull’importanza di diversificare il rischio. Ora le società potevano coprirsi contro i cambiamenti repentini nei mercati per i beni reali con contratti che rappresentavano una sorta di assicurazione. Solo che entro pochi anni la parte assicurativa – i derivati – diventò più grande della parte dell’economia reale che doveva essere assicurata. Infatti, dagli anni Novanta in poi il valore nominale dei titoli finanziari supera di circa 10 volte il valore del Pil mondiale Nel 2001 scoppiò la bolla della New Economy, provocando perdite in tutto il mondo, ma ben presto gli operatori di mercato trovarono un nuovo giocattolo, quello dei mutui.[…]. La bolla dei mutui subprime non va vista come un evento in sé, ma appunto come parte di questo processo più lungo di finanziarizzazione. La gravità del crollo non fu semplicemente il risultato degli errori e delle frodi sui mercati immobiliari, ma soprattutto del massiccio effetto-leva insito nel sistema finanziario grazie al meccanismo dei derivati: a un operatore bastava fornire una garanzia di appena il 4% o il 5% del valore nominale che andava a movimentare. Dunque con un dollaro di capitale si disponeva di uno strumento che ne valeva venti volte tanto. Permetteva di fare grandi guadagni su piccole variazioni nel mercato, ma anche grandissime perdite quando la direzione del mercato si invertiva. La risposta delle istituzioni pubbliche al crack del 2008 fu di correre a salvare il sistema. Si temeva la fine del mondo, una situazione in cui i mercati si sarebbero fermati, le banche sarebbero fallite, e l’economia sarebbe entrata in uno stato di caos totale. Con questa giustificazione furono fornite quantità enormi di denaro (elettronico) al settore finanziario. Da una parte con il programma pubblico denominato TARP, creato con uno stanziamento di 700 miliardi di dollari da parte del Congresso Usa; dall’altra la Federal Reserve si mosse per fornire cifre ben superiori, fino a oltre 10 trilioni di dollari tra prestiti a tasso essenzialmente zero e garanzie per chi rischiava il default.
Gli effetti del crack sull’economia reale sono stati devastanti. Quando Barack Obama arrivò alla Casa Bianca nel gennaio 2009 in America si stavano perdendo tra 700 e 800 mila posti di lavoro ogni mese. La Grande Recessione era iniziata, e nei media affioravano i resoconti di come banche e finanziarie avessero impostato un modello per defraudare la gente.
” (pp. 62 – 63)

Ma se tali effetti, come si è già sottolineato, sono stati devastanti per i lavoratori, un tempo, garantiti, altrettanto lo sono stati per le piccole e medie imprese che spesso costituiscono, non solo in Italia, il cuore pulsante delle attività economiche produttive. Anche a livello di distribuzione delle merci. E diventa così possibile spiegare perché, ad esempio, in Italia le Coop, soprattutto “rosse”, si siano trasformate da strumento di distribuzione e commercializzazione delle merci a strumento di raccolta di fondi (i capitali grandi, piccoli e anche piccolissimi dei soci) per le attività finanziarie, mentre l’economia tedesca, ancora, almeno apparentemente, impostata sulla produzione industriale sul continente europeo, spesso entri in conflitto con le politiche della Banca Centrale Europea più propensa alla difesa delle attività speculative e finanziarie. Tant’è che l’attuale uscita della Gran Bretagna dall’Europa, così vituperata a parole, potrebbe rivelarsi per la Germania un’occasione di rafforzamento della propria autorità economica e politica sul continente.

Risulta altresì evidente che la critica rivolta a Trump dalla cosiddetta “sinistra” benpensante, europea e americana,6 non ne tocca gli assunti fascisti reali (sostanzialmente il governo dei produttori di cui la Carta del Lavoro mussoliniana del 1927 fu il manifesto politico), ma sostanzialmente gli aspetti più platealmente provocatori e offensivi (proprio come nel caso dei populismi europei) per non dover rispondere sul piano economico delle proprie scelte, tutte fatte a vantaggio della finanza globale e di quella miserrima percentuale di speculatori internazionali che si accaparra ormai una quota rilevantissima di ricchezza mondiale.7

uto pia Il testo di Spannaus affronta ancora tantissimi altri elementi della campagna elettorale americana e sottolinea molte altre diversità, per esempio sulla guerra, dei due outsider nei confronti dei due partiti di riferimento, ma ciò che occorre qui infine cogliere è che, pur nella simpatia che Bernie Sanders può ispirarci e che ha ispirato tanti elettori e giovani americani che il Partito della Clinton non esita a definire “conservatori”, in assenza di un’autonoma azione di classe il mondo del lavoro, femminile o maschile, bianco o nero o immigrato che sia, è destinato, nonostante tutto, ancora a sottostare a scelte che prima di tutto, anche quando sembrano staccarsi drasticamente dai modelli politici ed economici dominanti, appartengono soprattutto a fazioni divergenti e in lotta della stessa classe dirigente. Come questo utile testo contribuisce, anche involontariamente, a dimostrare. Piaccia o meno.

brexit4 D’altra parte l’analisi del voto britannico, che ha determinato l’uscita del Regno Unito dall’Europa comunitaria, rivela che le aree ex-industriali ed ex-minerarie dell’Inghilterra e del Galles, ancora una volta piaccia o meno, sono risultate determinanti ai fini del risultato. Confermando così il contenuto di protesta di tale scelta, al di là del nazionalismo e del razzismo presentati come unica motivazione per i cittadini che hanno scelto l’uscita da parte dell’establishment economico, finanziario, politico e mediatico di Bruxelles. Il quale ultimo ha inutilmente cercato sul corpo e l’omicidio della parlamentare laburista Jo Cox la giustificazione, cinica e inconsistente, a favore del remain (e della susseguente speculazione bancaria).
Eppure c’è uno slogan, partito dalla Valle di Susa, che dovrebbe far riflettere le classi dirigenti europee e i loro media asserviti, condotti (soprattutto dopo i dibattiti televisivi di giovedì sera) da comici da avanspettacolo, sul loro inequivocabile destino: “Non potete fermare il vento, gli fate solo perder tempo!


  1. Occorre qui sottolineare che già Marx, nei suoi scritti sulla Guerra Civile americana, interpretava il conflitto tra Sud e Nord in termini di scontro tra la classe dirigente del Nord che intendeva emanciparsi definitivamente sul piano industriale dalla dipendenza dalla Gran Bretagna e quella del Sud che continuava a dipendere dal Regno di Albione in termini di esportazione di materie prime agro-alimentari verso l’ex-madrepatria. Naturalmente la causa della liberazione dei neri risultava assolutamente secondaria, al di là delle leggende solo successivamente accreditate, visto che il proclama di Lincoln per la liberazione degli schiavi fu emanato soltanto nel 1863, un anno di pesanti difficoltà per gli eserciti del Nord  

  2. Il North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scambio), è un trattato di libero scambio commerciale stipulato tra USA, Canada e Messico e modellato sul già esistente accordo di libero commercio tra Canada e Stati Uniti (FTA), a sua volta ispirato al modello dell’Unione Europea. L’Accordo venne firmato dai Capi di Stato dei tre paesi (il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il Presidente Messicano Carlos Salinas de Gortari e il Primo ministro del Canada Brian Mulroney) il 17 dicembre 1992 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1994. (https://it.wikipedia.org/wiki/North_American_Free_Trade_Agreement)  

  3. La divisione tra le attività bancarie di “retail” e “trading” risale all’epoca del New Deal, con la legge Glass – Stagall Act del 1933 adottata come risposta alla grande depressione del ’29 e rimasta in vigore per circa settanta anni. La separazione netta tra banche commerciali e banche d’affari è stata, poi, soppressa nel 1999 con il Gramm – Leach – Bliley Act, durante la presidenza di Clinton (http://www.avantionline.it/2014/01/banca-commerciale-o-di-investimento-un-divorzio-utile-anzi-urgente/#.V2ZHLdSLRkg)  

  4. Si veda, a proposito degli interessi che appoggiano la Clinton, sia nel Partito Democratico che in quello Repubblicano, https://www.carmillaonline.com/2016/05/02/donne-sui-tre-lati-della-barricata/  

  5. Ad esempio in un articolo, pubblicato su Il Giornale, del marzo 2015, le riflessioni di Spannaus sull’attuale Premier e le vere cause della crisi vengono così riassunte: ”Il Premier punta molto sull’appoggio dei settori che hanno interessi internazionali così da poter fare da una parte il “rottamatore” all’interno dell’Italia e “farsi bello”, e dall’altra rimanere attaccato alle stanze che muovono grandi interessi. Facendo un passo indietro poi Spannaus conferma che il disastro creato da Mario Monti e dal suo governo di tecnici ” non é stato casuale, bensì voluto”. Anche Monti e Amato lo hanno confermato. In soldoni ci hanno detto che l’Italia si sarebbe fatta finanziare il deficit dall’estero perché da sola non era in grado, e che quindi si riducevano i consumi dei cittadini. Quali sono le vere intenzioni? ” Ecco, l’intenzione è quella di sfruttare la crisi economica per rafforzare le strutture sovranazionali. Con Mario Monti si sono trasferite le sovranità dalle nazioni all’Unione Europea. Solo in periodo di crisi, approfittando del momento, questo é stato possibile” – afferma Spannaus. Il dramma é che la popolazione e il governo non hanno più alcun potere e le decisioni vengono prese a livelli più alti”.
    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/mossa-voluta-crisi-mettere-ginocchio-italiani-1102028.html  

  6. Varrebbe ancora la pena di ascoltare oggi le ironiche parole della canzone “Love Me, I’m A Liberal” di Phil Ochs, il cantautore americano socialista che la compose alla metà degli anni Sessanta  

  7. Basti ricordare che i 62 individui più ricchi del mondo si accaparrano la ricchezza equivalente a quella di metà della popolazione del globo: 3 miliardi e mezzo di persone  

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A chi serve la menzogna? Sull’informazione economica negli Stati Uniti https://www.carmillaonline.com/2013/10/09/chi-serve-la-menzogna-sullinformazione-economica-negli-stati-uniti/ Wed, 09 Oct 2013 21:50:47 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9772 di Alfio Neri

Il wasn’t a natural disaster. The Bubble was man-made” (Elisabeth Warren)

waa_street_journal1. Lo scorso gennaio, quando ero in California, negli Stati Uniti, mi piaceva leggere il Wall Street Journal. Scritto in un disagevole americano standard, sembrava esporre ovvie verità con un linguaggio crudo, franco, colloquiale. Il suo argomentare diretto contrastava molto con il tono professorale del New York Times, una specie di versione colta del Corriere della Sera, adatto solo ai laureati in una qualche disciplina umanistica. Leggevo questi due giornali perché altri decenti non ce n’erano. Il terzo quotidiano nazionale, USA Today, aveva molte [...]]]> di Alfio Neri

Il wasn’t a natural disaster. The Bubble was man-made” (Elisabeth Warren)

waa_street_journal1. Lo scorso gennaio, quando ero in California, negli Stati Uniti, mi piaceva leggere il Wall Street Journal. Scritto in un disagevole americano standard, sembrava esporre ovvie verità con un linguaggio crudo, franco, colloquiale. Il suo argomentare diretto contrastava molto con il tono professorale del New York Times, una specie di versione colta del Corriere della Sera, adatto solo ai laureati in una qualche disciplina umanistica. Leggevo questi due giornali perché altri decenti non ce n’erano. Il terzo quotidiano nazionale, USA Today, aveva molte foto, molto sport e mi sembrava più adatto a proteggere i senzatetto dal freddo che alla lettura. Altri importanti giornali nazionali non ne vedevo. Esistevano altre testate. Mi ricordo ad esempio il Los Angeles Times. In ogni caso questi fogli, sinceramente, mi sembravano più quotidiani locali che vere fonti informative. Mi trovavo in una situazione molto strana. Una situazione interessante e per me decisamente nuova. Negli Stati Uniti esisteva (esiste) una specie di collo di bottiglia informativo di dimensioni nazionali. La situazione era così esplicita che, un paese con molti quotidiani come l’Italia, poteva apparire come una specie  di covo di intellettuali d’alto livello. Questa ripetuta esperienza di lettura mattutina mi aveva intrigato. A me è sempre piaciuto leggere e trovavo conforto nella vista di altri lettori, in genere barboni, senzatetto e vecchiette rimbambite. I miei simili, i lettori di libri e giornali, sono considerati degli strambi, gente molto particolare. L’americano medio guarda la televisione.

2. All’epoca il Wall Street Journal scriveva articoli di fuoco sulla terribile situazione della Spagna. Il paese era travolto dalla crisi. Le responsabilità erano da imputare a governi corrotti e ai tecnocrati incapaci della BCE; era inteso che ben poco poteva essere fatto per salvare questo sfortunato paese. L’Italia berlusconiana seguiva a ruota governata da una classe politica anche peggiore di quella spagnola. Gli Stati Uniti in paragone erano una specie di piccolo Eden; una nazione che, grazie ad un’azione sagace e lungimirante, stava lentamente ma inesorabilmente uscendo dalla crisi mondiale che aveva colpito tutti, soprattutto i non americani. Tutti questi articoli avevano una comune tesi di fondo. La crisi degli altri era devastante e, in comparazione, gli Stati Uniti stavano meglio sia in termini relativi (velocità di crescita), sia in termini assoluti (tenore di vita). In quei giorni mi trovavo in una San Francisco invernale baciata dal sole; una bellissima città in cui poco lontano dalla zona degli alberghi, dormivano per strada migliaia di persone (tutti cittadini americani da parecchie generazioni). La città era invasa da turisti spagnoli che gioivano del bel tempo invernale e che riempivano i ristoranti di clienti attenti alla buona cucina. Il paese in crisi non sembrava proprio la Spagna.

Europe_financial_crisis3. La bibliografia a disposizione espone, con molti particolari, le drammatiche tesi del Wall Street Journal. Mi ha impressionato ritrovare quelle tesi soprattutto nei libri scritti con caratteri molto grandi, quelli che non affaticano la lettura di presbiti e astigmatici. Il testo più chiaro è sicuramente quello di John Authers1, un giornalista del Financial Times. Il dato fondamentale della sua analisi riguarda il retroterra istituzionale della BCE che è definita come una banca centrale senza Stato. Questa collocazione istituzionale ha impedito alla BCE di agire come la FED e di immettere sufficiente liquidità nel sistema monetario internazionale. In modo non banale, Authers sostiene che inizialmente la BCE ha sottostimato le dimensioni e la gestibilità della crisi e poi, non potendo stampare moneta, ha finito per imporre una repressione finanziaria e un’austerità fiscale inaccettabile. La mancanza di un referente politico ha portato dei tecnocrati senz’anima a gestire la politica monetaria in modo assolutamente irresponsabile. Questa azione ottusa e sciagurata ha condotto l’intero continente verso una recessione feroce e non necessaria. Per evitare queste drammatiche contorsioni la soluzione più ovvia avrebbe potuto essere quella di imitare le brillanti politiche monetarie statunitensi, le stesse che con il salvataggio dell’AIG hanno salvato le inefficienti banche europee. Tuttavia, per ragioni di statuto e di oggettiva stupidità, era risultato impossibile fare agire in modo razionale i tecnocrati della BCE; per questa ragione l’unica soluzione possibile sarebbe quella di semplificare L’Unione monetaria. Occorrerebbe quindi fare uscire subito la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo ed affrontare a viso aperto l’imminente collasso del sistema bancario europeo. Il loro ritiro dall’Unione monetaria permetterebbe la sopravvivenza dell’Euro come moneta regionale. Posizioni simili si rintracciano anche nei saggi raccolti da Sara Eisen2, una fascinosa giornalista finanziaria di Bloomberg TV. Il testo è una raccolta di una serie di saggi redatti in genere da alti papaveri del sistema bancario statunitense e destinati a un pubblico interessato a questioni finanziarie. La tesi ricorrente è la straordinaria forza dell’economia statunitense. Gli Stati Uniti sono l’economia nazionale più grande al mondo, il mercato finanziario più grande al mondo e una delle zone con la crescita della produttività più alta al mondo. Il dollaro è la moneta più sicura al mondo e quindi l’unico problema che si pone è come fanno gli altri a sopravvivere senza usarlo. L’Euro ha un suo posto come valuta regionale anche se la presenza di forti tensioni interne rende molto difficile fare delle previsioni positive a breve termine. Visto che la Grecia è praticamente già uscita dall’Euro, non bisogna più porsi il problema della collocazione del paese ellenico. Al contrario, occorre chiedersi cosa potrà succedere all’intera Europa quando si porrà il problema della probabile uscita di Italia e Spagna dall’Euro.

4. I libri sulla crisi economica scritti con caratteri più piccoli hanno inspiegabilmente tesi leggermente diverse. L’idea che mi sono fatto è che, per le case editrici, chi è affetto da presbiopia e fosse costretto a leggere libri di economia (cioè chi abbia una certa età e sia in posizioni dirigenziali) non debba essere costretto a leggere dei libri veri che, quindi, sono scritti in caratteri molto piccoli. Il libro di teoria economica più interessante riguardo alla recente crisi è quello di Gorton3, un professore di Management and Finance alla Yale School of Management, che aveva lavorato come consulente per l’AEG Financial Products (credo prima che fallisse, altrimenti non avrebbe avuto il tempo di scrivere questo libro). Questo consulente finanziario si pone la questione del perché fino alla fine la crisi non fosse stata avvertita dagli economisti che la dovevano prevedere (fra cui direi si collochi lo stesso Gorton). L’analisi è molto interessante. La descrizione delle dinamiche sociali e finanziarie che si formavano nel caso una corsa agli sportelli (bank run) è un vero capolavoro di storia economica. La cosa che più colpisce è la regolarità dell’evento che appare generalmente all’inizio della fase discendente di un ciclo economico. La folle corsa agli sportelli appare razionale quando si considera che in caso di svalutazione degli investimenti mobiliari, un modo veloce per minimizzare i danni è quello di conservare quanta più liquidità possibile. Con acume, Gorton osserva che non è possibile formulare matematicamente il mutamento delle aspettative e che il bank run è nella sostanza un veloce mutamento di opinione, razionale come tanti altri, sull’andamento futuro degli investimenti. La chiave del problema per Gorton non è la crisi finanziaria in quanto tale (inevitabile alla lunga) ma la possibilità di salvare in tempo le banche in crisi, prima che creino danni alle altre banche sane. In un momento di crisi è indistinguibile chi è solvente da chi non lo è così come è impossibile sapere chi abbia i collaterali migliori. Per questo il mercato finanziario funziona meglio quando le informazioni sullo stato delle singole banche non viene reso pubblico. L’ignoranza è una garanzia per la stabilità dell’intero sistema che, senza l’ingombro di un’informazione adeguata da dare al cliente può massimizzare i profitti a vantaggio degli azionisti.

Per questo quando la crisi è conclamata, la strategia migliore è salvare subito l’intero sistema bancario, mettendo in salvo con soldi dei contribuenti anche i banchieri. La soluzione, in sostanza, non stava nell’impedire ai banchieri di Wall Street di truffare il mondo intero ma quella di salvare a tutti i costi la Lehman Brothers.

time_to_start_tinking5. L’unica vera riflessione giornalistica sulla crisi americana è di un inglese, Edward Luce4, un giornalista del Financial Times che ha scritto un libro che ho comprato in Inghilterra e che non credo di avere notato nelle librerie degli Stati Uniti. Si tratta di un lungo reportage sulla necessità di iniziare a pensare al declino statunitense. Primeggiano le descrizioni di catastrofi, come quella che ha colpito Detroit, e di mancate eccellenze, come quelle di un settore industriale importante ma privo di appoggi politici. Luce pone l’accento più volte che, negli Stati Uniti, l’ignoranza del mondo esterno è elevata mentre la lettura è scarsa. L’istruzione obbligatoria del paese è estremamente scadente, gli alunni sanno fare i test a risposta multipla ma non si sanno esprimere. Nell’industria è la stessa storia, i dottorati in fisica non sono frequentati da americani mentre i brevetti sono in gran parte fatti da stranieri. Luce rileva anche le difficoltà dei governi nell’implementare politiche pubbliche appropriate, sia per oggettivi limiti culturali, sia per una serie di disastrosi veti incrociati statali e federali, che impediscono un’azione di governo coerente. Il punto non è che tra dieci anni il PIL cinese sarà più alto di quello americano (ormai è un dato acquisito), ma che dove è possibile fare qualcosa (come per esempio nell’educazione), non viene fatto nulla. Gli Stati Uniti sono in una traiettoria discendente visibile nel veloce declino della classe media. La crisi ha contribuito a polarizzare le posizioni ideologiche e ha reso più difficili l’elaborazione di risposte politiche coerenti. Nell’insieme non esiste neppure una vera risposta alla crisi e forse neppure la volontà di rovesciare la situazione.

6. Contrariamente a quanto ci si aspetti, negli Stati Uniti è difficile trovare voci dissonanti all’interno dell’informazione istituzionale. In un particolare caso l’occultamento della realtà viene addirittura teorizzato. Gorton fa notare che il modo migliore per fare funzionare un sistema finanziario è quello di assicurare tutti i depositi dei depositanti, senza dare alcuna informazione sullo stato di salute delle singole banche. In questo caso, la sola informazione disponibile per il pubblico è quella data dai dividendi distribuiti dalle banche5. In questo modello teorico, il sistema bancario offre le sue migliori prestazioni quando l’informazione finanziaria viene completamente negata ai fruitori dei suoi servizi. Mi sembra evidente che, per non creare asimmetrie informative fra settori analoghi, l’informazione diretta al grande pubblico debba essere quanto più possibile omogenea cioè, in questo caso, assolutamente nulla. Pongo l’accento su questo fatto perché questa situazione è esattamente quella che si ritrova nel mercato dell’informazione finanziaria statunitense. Esiste una nicchia di pubblico (per esempio studenti universitari) che, in un qualche modo, deve avere una formazione leggermente più ampia (devono leggere qualche libro di testo). Tuttavia l’informazione stampata e televisiva della divulgazione spiccia e dell’alta divulgazione è completamente saturata da una vulgata saccente e ottimista, asservita agli interessi dei grandi gruppi economici. In tutto questo non vi è nulla di rassicurante. Negli Stati Uniti le classi medie sono state prima ingannate dalle banche e poi derubate dei propri risparmi. La cosa è talmente riuscita bene che la crisi del 2008 non ha neppure visto una corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori. Il bank run è avvenuto ma chi ha ritirato i propri capitali è stato il settore delle attività finanziarie non regolate. I soldi furono ritirati in tempo da chi, per mestiere, aveva delle conoscenze sullo stato patrimoniale delle banche. Dal punto di vista del modello questo significa che la disinformazione sistematica non è stata sufficientemente ampia. I piccoli risparmiatori scoprirono che i propri investimenti erano andati in fumo solo dopo il collasso del sistema finanziario. Il tappo informativo era tale che la crisi non fu osservata e capita dalla gente comune se non veramente troppo tardi. I cittadini, la stampa, i politici e gli enti preposti alla regolazione iniziarono a comprendere la catastrofe solo quando il disastro finanziario era ormai già avvenuto6.

7. La bolla economica statunitense è cresciuta a dismisura perché era stata preceduta da una bolla politica. Dietro una bolla finanziaria che ha spinto un’intera nazione a indebitarsi c’è molto di più di un ristretto gruppo di banchieri senza cuore. Vi è un’ideologia del libero mercato di tipo fondamentalista, ci sono potenti interessi economici che influenzano l’azione politica e ci sono anche delle debolezze istituzionali che hanno impedito alla politica statunitense di prendere delle decisioni forti. Il risultato è stato patologico. Mentre venivano salvate le banche dal fallimento, non fu neppure possibile fare una vera rinegoziazione dei contratti per proteggere le vittime dei prestiti predatori erogati dalle banche. Da anni non veniva fatto nulla per evitare forme raccapriccianti di prestito immobiliare e per bloccare la crescita dei fondi pensione legati all’andamento azionario (tutte pensioni finite letteralmente in fumo). Scoppiata la crisi, il dibattito legislativo su una possibile riforma finanziaria non ha neppure dato origine a un’abolizione parziale di quella deregolamentazione finanziaria che aveva prodotto la crisi7.

8. Vorrei essere il più chiaro possibile. In Italia la gente è poco indebitata ed è stata terrorizzata al punto di accettare cose inaccettabili. Negli Stati Uniti vi è molta gente, indebitata fino al collo, che è stata derubata dei risparmi e poi convinta che tutto stesse andando per il meglio. A me sembra che, fatti i conti, chi sta correndo pericoli più grossi sia chi sta pensando di non correre pericoli. Dieci anni fa, l’informazione a disposizione del pubblico non permetteva di capire che era in gestazione una crisi sistemica. Oggi l’informazione istituzionale a disposizione e non permette di intravedere che vi sono scenari anche peggiori di quello che è già successo. Di fatto, chi millanta la fine della crisi, non dice che è disposto a sacrificare trecento milioni di americani pur di salvare la propria posizione egemonica. Sui rischi che gli Stati Uniti corrono è illuminate un agevole libricino sull’ascesa e la caduta del dollaro di Barry Eichengreen8, professore di Economics and Political Science, nell’Università di California a Berkeley. Il libro è scritto con un linguaggio accurato ma veloce, forse per assicurarne una leggibilità che fa a pugni con i caratteri minuscoli con cui è stato stampato. L’autore descrive la storia del dollaro e il modo con cui si è imposto come moneta internazionale sulla sterlina fra il 1920 e il 1945. Si focalizza molto sulla storia dell’Euro che vede più come un processo di convergenza politica che come un esempio di cooperazione economica. Come altri sottolinea che gli Usa sono la più grande economia nazionale mondiale e il più grande mercato finanziario. Tuttavia, verso la fine l’autore mette sul tappeto la possibilità che l’uso del dollaro come valuta di riserva internazionale possa finire. Elabora un modello di crash monetario costruito su quello della crisi della sterlina del 1956, al tempo della crisi di Suez. Per Eichengreen potrebbero entrare in moto alcuni meccanismi compensatori come un aumento delle tasse, un incremento delle esportazioni e una forte riduzione delle spese (per esempio quelle militari) che finirebbero per favorire un lento declino del dollaro. Tuttavia, in assenza di questi elementi, la cosa più probabile non è un lento declino ma un crack improvviso e autoalimentato, che distruggendo il dollaro, finirebbe anche per distruggere tutti i risparmi mondiali in dollari in brevissimo tempo.

pkrugman9. Non sta a me fare previsioni o, peggio, profetizzare il futuro. Sta di fatto che se gli Stati Uniti avessero il loro debito in una valuta straniera, oggi si porrebbe già la questione dell’intervento provvidenziale dell’FMI. Non voglio insistere sulla possibilità oggettiva di uno scenario argentino. Voglio solo rilevare che quando un’intera nazione è accecata dal ritornello secondo cui “tutto va bene, stiamo tornando alla normalità” mentre danza di fianco al baratro, chi è cosciente del problema deve anche porsi la questione del “a chi giova tutto questo” [a destra, Paul R. Krugman].

La costellazione di fattori mi ricorda molto alcune pagine di uno fra i migliori manuali di Economia Internazionale9 di tutti tempi. Qui, in alcune pagine assolutamente brillanti, si dimostrava che i paesi in via di sviluppo indebitati avevano bisogno di più credito per favorire il processi di sviluppo e che non dovevano ricomprare i propri debiti a prezzi di mercato (all’epoca molto scontati) perché i benefici erano inferiori a quelli che avrebbero avuti mantenendo i debiti. Per gli autori, ripagare il debito in tempo sarebbe stato solo un grosso favore fatto ai creditori10. Poco dopo, l’intero subcontinente sarebbe poi collassato nuovamente sotto il peso dei propri debiti. Sarebbe cosi continuata la crisi debitoria che fra alterne vicende è durata fino al 2007. Il capitolo in questione scomparve dal noto manuale di Economia Internazionale l’edizione successiva, cioè quando ormai aveva svolto il suo compito, quello di togliere agli stati latinoamericani anche l’idea che fosse pensabile vivere senza essere indebitati con le grandi banche internazionali. All’epoca lo scopo era accecare i governi latinoamericani, mentre oggi l’obbiettivo è accecare gli americani.

10. La domanda da porsi non è più chi ha gonfiato all’inverosimile la bolla speculativa o perché la risposta alla crisi sia stata così insoddisfacente. Il fatto che gli americani abbiano davvero iniziato a credere a quanto viene loro ripetuto in tutti i modi possibili, apre nuovi scenari. La vera questione è ormai solo a chi giova avere in catene una nazione di cittadini indebitati.


  1. Cfr. John Authers, Europe’s Financial Crisis. A Short Guide to How the Euro Fell into Crisis and the Consequences for the World, FT Press, USA, 2013. 

  2. Cfr. Sara Eisen (editor), Currencies after the Crash. The Uncertain Future of the Global Paper-Based Currency System, McGraw-Hill Companies, Inc., USA, 2013. 

  3. Cfr. Gary B. Gorton, Misunderstanding Financial Crisis. Why we don’t see them coming, Oxford University Press, New York, USA, 2012. 

  4. Cfr. Edward Luce, Time to Start Thinking America and the Spectre of Decline, Abacus, Great Britain, 2013. 

  5. Gorton, op. cit., p.48. 

  6. Ivi, p. 177. 

  7. Cfr. Nolan McCarty, Keith T. Poole, Howard Rosenthal, Political Bubbles. Financial Crisis and the Failure of American Democracy, Princeton University Press, USA, 2013. 

  8. Cfr. Barry Eichengreen, Exorbitant Privilege. The Rise and Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System, Oxford University Press, UK, 2011, ed. economica 2012, il modello del crash della moneta è a pp.153-177. 

  9. Sto parlando del Paul R. Krugman, Maurice Obstfeld, Economia internazionale. Teoria e politica economica, Hoepli, Milano, 1995,  è la traduzione italiana dell’edizione statunitense del 1988. 

  10. Cfr. p.811, il riferimento va ricordato. Si tratta di uno dei consigli più immondi mai formulati da un economista. 

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