Vittorio Giacopini – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 05 Aug 2026 20:00:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Oh, Che Bella Guerra! Pezzi di fantasia alla maniera di Callot https://www.carmillaonline.com/2026/07/11/oh-che-bella-guerra-pezzi-di-fantasia-alla-maniera-di-callot/ Sat, 11 Jul 2026 20:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95955 di Franco Pezzini

Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è Pace, pp. 384, € 19, Nutrimenti, Roma 2026.

Il titolo di questo romanzo splendido e visionario può sembrare un po’ strano, ma in realtà costituisce una citazione dal Leviatano di Hobbes:

La guerra […] non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata: la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche. Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì [...]]]> di Franco Pezzini

Vittorio Giacopini, Ogni altro tempo è Pace, pp. 384, € 19, Nutrimenti, Roma 2026.

Il titolo di questo romanzo splendido e visionario può sembrare un po’ strano, ma in realtà costituisce una citazione dal Leviatano di Hobbes:

La guerra […] non consiste solo nella battaglia o nell’atto di combattere, ma in uno spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente dichiarata: la nozione di tempo va dunque considerata nella natura della guerra, come lo è nella natura delle condizioni atmosferiche. Infatti, come la natura del cattivo tempo non risiede in due acquazzoni, bensì nella tendenza verso questo tipo di situazione, per molti giorni consecutivi, allo stesso modo la natura della guerra non consiste nel combattimento in sé, ma nella disposizione dichiarata verso questo tipo di situazione, in cui per tutto il tempo in cui sussiste non vi è assicurazione del contrario. Ogni altro tempo è pace.

Già testimoni felici di uno dei rari periodi di pace abbastanza diffusa (in occidente), quanti di noi hanno superato la mezza età ormai da decenni hanno realizzato con sgomento la residualità della pace, il suo carattere di scampolo rispetto a una tragica normalità di segno opposto. Al tema Vittorio Giacopini dedica ora quest’opera ambiziosa e impegnativa, sontuosa e barocca, impregnata di amaro realismo ma – va notato – non esaurita in uno sterile pessimismo.
Nelle sue pagine crepitanti d’immagini, sogghigni e ossessioni il filo viene così teso dall’alba del mondo moderno, cioè da quel superconflitto che è stata la Guerra dei trent’anni (1618-1648) nelle sue varie, distruttivissime fasi che ispireranno Grimmelshausen e Schiller, Brecht e Alan D. Altieri, fino ai conflitti di un orizzonte distopico futuro. Già narratore delle guerre napoleoniche e delle relative provocazioni al nostro oggi in La mappa (il Saggiatore, 2015), Giacopini mette a frutto anche la propria vocazione di illustratore: là in veste di cartografo, a mostrare i nessi tra la mappatura territoriale e la geopolitica, qui i diversi modi di raffigurare la guerra, a seconda che la vedano committenti illustri o sconcertati testimoni oculari. Con pagine a tratti assurde e grottesche come il Grillo chimerico sul frontespizio storico del Simplicius Simplicissimus di Grimmelshausen (1669).
A tenere idealmente insieme l’arco trentennale del conflitto seicentesco sono tre artisti che ne hanno lasciato documentazioni più o meno sconvolte: gli incisori Jacques Callot (c. 1592-1635, autore di Les Grandes Misères de la guerre in due serie che prefigurano Goya), Matthaus Merian (1593-1650) e, appena evocato nei discorsi del padre, il figlio omonimo di costui (1621-1687). Alle voci di Callot e Merian senior troviamo qui dunque alternarsi quelle del fittizio mercenario e affarista veronese Iacopi da Pescantina, di suor Lucie Moran (religiosa orsolina del monastero normanno di Saint Louis di Louviers, luogo di un celebre caso 1643-1647 di presunta possessione collettiva sull’onda di casi simili come quello celeberrimo di Loudun, 1634) e soprattutto di un odierno e anzi futuro ex-mercante d’arte & alia. In apparenza nulla è più lontano dall’Europa barocca e miserabile del conflitto seicentesco tra Impero e coalizione antiasburgica di quel futuro degradato – un calamitoso 2032 – dove tra pandemie, crisi climatica, guerre trentennali e altre calamità il Nostro ormai a riposo vivacchia in un distopico falansterio di otto chilometri, con struttura di panopticon in viale Togliatti (detto Togliattenstrasse), dopo la distruzione di gran parte di Roma sotto bombardamenti, e il Megabotto che ha ridotto a rovine il Grande Raccordo Anulare: eppure tutto diventa teatro barocco. Mentre dai fiumi in secca spuntano carri armati e cadaveri, e il Nostro ci consegna i ricordi di un suo interlocutore eccellente, il tagiko Sergei Block, specializzato di commercio d’armi e dintorni trescando per anni con tutti i belligeranti della terra – un russo cinefilo e cordialone, naïf e a suo modo paradossalmente simpatico.
La Guerra dei trent’anni ci viene narrata da ottiche diverse, da parte di Iacopi che la vive dall’interno, la combatte e vi mercanteggia, dei due incisori che la raccontano sconvolti nelle opere – quelle che la riguardano e quelle che non la riguardano affatto, e dove l’allontanarsene suona già indicativo – e dal mercante del futuro attraverso gli echi pervenuti e uno stato di guerra ormai cronico a spiazzare persino i vecchi mercanti d’armi. Del resto, riflette già Callot:

E gli anni me l’hanno insegnato, e ora ho capito che tutto è guerra, che è sempre tempo di guerra e ostilità e confronto ostinato e animosità e astio, e nervi tesi, e che gli uomini non traggono piacere dalla compagnia reciproca ma all’incontrario molta molestia e litigano per reputazione, onore, gloria, e anche sciocchezze più incerte e sottili, molto frivole, e questo nostro tempo malato di melanconia è impastato di forza e frode e intrighi e sospetti e gronda competizione e diffidenza.

“[…] malato di melanconia”: il grottesco vira naturaliter in melanconico, e del resto Pezzi di fantasia alla maniera di Callot era proprio il titolo offerto da Hoffmann a una raccolta di stranezze oniriche, grottesche e angosciate. Compare anche, di sfuggita, Cartesio, nel caos defilatissimo testimone di una qualche razionalità.
Dunque spazio all’occhio, al potere della visione, ai testimoni, al panottico di Togliattenstrasse: ma neppure la visione basta. Per esempio la “sfrontata opulenza” che l’Olanda seicentesca chiama pace è frutto di massacri su altre latitudini, in altri teatri (di guerra), a noi invisibili per distanza: quindi neppure l’occhio è sufficiente, e l’orrore corre spesso oltre il livello della nostra immediata percezione. Anzi, “Più diventa cruenta la Storia, più rigogliose e abbondanti e sfacciatamente ricche si fanno le loro Nature Morte”. Inevitabile domandarci quali siano le nostre.
Più che l’occhio, rileva forse dunque l’udito. La chiave è fornita dall’inizio:

Tra due guerre, anzi, proprio dentro due guerre, e in compresenza. Oggi, ieri, domani: parole vane. Ne nos vexetevis inpeti: il tempo non esiste, è un cono d’ombra. E io che fui e sono e sarò, fui e sono e sarò: mille persone (o travestimenti e maschere o imposture, che vuoi che cambi?). Datemi retta. Non sono pazzo, io. Non sento voci. Io, io sono voci. E io, sono sempre io, allora e adesso. State in ascolto…

Per cui possiamo non stupirci delle contiguità/compenetrazioni tra autore e personaggi, fin dai loro nomi (Giacopini e Iacopo Iacopi, disinvolto “soldato di ventura et mediatore in svariate mercanzie atte alla guerra come alla pace”); e del resto tutto si rifrange, passato e futuro, un interlocutore nell’altro, un tipo di commercio nell’altro, le fatali comete nel cielo nella seicentesca Osteria della Cometa di Erbach – che cambia più volte nome restando luogo di relazioni umane e di quiete, fino all’Hotel Komet dove dialogano i due mercanti del futuro –, il cane Ombra di Iacopi nell’“Umbra profunda sumus, ombra che resta” delle riflessioni del suo epigono, la guerra del Secolo di Ferro nel gioco a tema dei giovani nerd in Togliattenstrasse, suor Lucie Moran imputata di stregoneria nella vecchia hippie Liza (detta Cometa-che-Corre-nella-Nebbia) del falansterio, le diavolerie sabbatiche delle campagne tedesche nelle sghembe assurdità di un futuro distopico…
Perché la storia si ripete, di assurdità in assurdità, e la pace emerge residuo fragile dalle sue convulsioni: e i trent’anni di guerra del passato seicentesco si replicano nei decenni d’incancrenito stato di guerra – lo stato di tempo, la tendenza citate da Hobbes – d’un futuro che ci pare già tristemente prefigurato dal nostro presente. Nessuna apocalisse, ma un lento imputridire…
Grandiose e terribili le battaglie dei Trent’anni descritte da Iacopi, e gli stessi scorci sul futuro colti da Callot in un fantomatico specchio magico zingaresco: ma la spaventosa conclusione è che, come da documento della Nato qui citato, “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia” – te compreso, lettore, in questo stesso momento. Dunque realismo e amarezza che grondano, ma tra le pagine resta il sogno qui e là vagheggiato dalle voci narranti, la speranza di conservare un angolo umano: che sia un’osteria con il pergolato o invece l’alloggio di una vecchia hippie nel falansterio, tra voli d’api e di piccioni straniti.
L’occhio dell’autore (come già evidente ne La mappa) è comunque sguardo sulle cose e il loro accumulo: e di cose – dagli almanacchi alle armi, dalle figure degli scacchi ai prodotti tipografici su richiesta dei potenti, dai beni predati nelle fattorie a quelli consumati dai diplomatici delle grandi potenze negli incontri di pace… –, cose tutte predabili o predate, vendibili e vendute, questo romanzo è un incredibile, vertiginoso repertorio. Da quelle delle parallele quotidianità descritte ai millanta oggetti di razzia o di affari nell’ambito della guerra passata e futura, infine agli uomini stessi reificati, resi cose a seguito di opportuna impagliatura nei felliniani magazzini della Contromorte (dal motto “serbare et custodire”), ente segreto passato da Prudentissima e Venerabile Confraternita seicentesca, traversando zitto zitto le epoche, a sgarrupato collettivo hacker.

È così da quel giorno sul terreno di Ingolstadt e da quel cavallo: ricominciano la vita di chi la vita ha perso, pietosamente ne raccattiamo i resti, e – con la canapa e il ferro e filo sottile e paglia – li ricomponiamo. E i nostri impagliati non sono Golem o Feticci o Statue di Cera ma uomini e animali come noi, fatti e finiti, certo muti e immobili e silenti ma non propriamente morti anche se, chiaro, neanche propriamente vivi, lo concediamo.

Un modo ruspante per combattere la morte, “guerra alla guerra”, tramite tassidermia sui corpi mietuti… Fino a evocare, se vogliamo, lo spettacolo dei morti di tutte le guerre dell’età moderna, accumulati in un ipotetico museo, rigidi come i guerrieri di terracotta di un antico imperatore cinese, ma testimoni per noi molto più sconvolgenti. Insomma un teatro barocco: e come diceva Max Reinhardt, qui citato, “Io credo che il reale alberghi ormai da tempo nelle scenografie”. Quanto poi ciò divenga anche metafora per la scrittura, arte del combattimento contro la decomposizione delle cose, si può lasciare la riflessione ai lettori.
Ma ad accumulo, fin dall’elenco delle terre rare dell’incipit e poi in infinite pagine a raccogliere oggetti come nei quadri fiamminghi, è il modo stesso di evocare dell’autore, la sua lingua che è la vera protagonista (più degli imperatori, più dei condottieri) e tiene insieme come in un ritratto arcimboldesco la messe di spunti offerti. Con una voce ricca, un virtuosismo affabulatorio mai vuoto e uno stile sornione, colorito, ghiotto e spesso brillante di guizzi antiquari, come in qualche confidenza tra noi vecchi reduci di mondi esplosi, all’osteria. Della Cometa, naturalmente.

]]>
L’orizzonte degli eventi di Vittorio Giacopini https://www.carmillaonline.com/2024/06/06/lorizzonte-degli-eventi-di-vittorio-giacopini/ Thu, 06 Jun 2024 20:03:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82795 Mondadori, Milano 2024, 302 pagine, 20 euro

di Marc Tibaldi

“Lo zingaro che mi appare in sogno ha gli occhi azzurri”, già nell’incipit troviamo tre di molti concetti-chiave di questo romanzo: zingaro, sogno, occhi azzurri. Zingaro come rifiuto dei confini, resistenza a ogni assimilazione, nomadismo, alterità disturbante, assenza di mentalità di vittima. Sogno come immaginazione non sottomessa e verifica critica degli assunti surrealisti – la poesia, la rivoluzione, l’amore – a un secolo di distanza dal Manifesto di André Breton e compagni.

Il ritorno del sogno nella letteratura ci pare già un grande obiettivo, ma, attenzione, senza cadere nel freudismo letterario, [...]]]> Mondadori, Milano 2024, 302 pagine, 20 euro

di Marc Tibaldi

“Lo zingaro che mi appare in sogno ha gli occhi azzurri”, già nell’incipit troviamo tre di molti concetti-chiave di questo romanzo: zingaro, sogno, occhi azzurri. Zingaro come rifiuto dei confini, resistenza a ogni assimilazione, nomadismo, alterità disturbante, assenza di mentalità di vittima. Sogno come immaginazione non sottomessa e verifica critica degli assunti surrealisti – la poesia, la rivoluzione, l’amore – a un secolo di distanza dal Manifesto di André Breton e compagni.

Il ritorno del sogno nella letteratura ci pare già un grande obiettivo, ma, attenzione, senza cadere nel freudismo letterario, storicamente consunto e neanche nella ripetizione formale dell’avanguardia francese, di cui mantiene gli orizzonti della rivolta (trasformare il mondo, cambiare la vita).Occhi azzurri: sono quelli dello Zingaro, coprotagonista del romanzo, l’alterità disturbante. Non so se Giacopini volesse creare anche un riferimento diretto a Profezia, celebre poesia di Pierpaolo Pasolini, tratta da Poesia in forma di rosa, che è stata riproposta e riletta in maniera opposta in occasione delle molte tragedie mediterranee dei migranti, ma la potente immagine di […] Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli di figli / scenderà da Algeri, su navi / a vela e a remi. Saranno / con lui migliaia di uomini / coi corpicini e gli occhi / di poveri cani dei padri / sulle barche varate nei Regni della Fame […] è impossibile non ritorni in mente, anche per la genesi di questa poesia dedicata a Jean-Paul Sartre. Alla fine degli anni Cinquanta, il filosofo aveva da poco presentato I dannati della terra di Franz Fanon e aveva raccontato, al geniale e contradditorio poeta bolognese-friulano romano, “la storia di Alì dagli Occhi Azzurri”.

Il romanzo esplora il mondo della marginalità contemporanea attraverso il dialogo onirico e reale tra l’io narrante e lo Zingaro, intrapreso tra le pieghe dell’evento pandemico; adotta una struttura narrativa densa di rimandi e sorprese, suddivisa in tre parti (Sogno, Notte, Viaggio); affronta temi come la guerra, la stasi del presente e le mutazioni del capitalismo; si distingue per un carattere espressionista, dove epifanie soggettive si alternano tra protesta e amore per la complessità del mondo. Il magnifico risvolto di copertina (arte nobile come dimostrarono Italo Calvino, Giorgio Manganelli, Leonardo Sciascia, Elio Vittorini…) ci segnala che

“il personaggio che dice ‘io’ quasi non ha il tempo di presentarsi: lo Zingaro appare subito in scena […] e, salvo rare assenze, la tiene occupata sempre. Lo Zingaro viene da lontano, è il freak, il drop out, il filosofo, il profeta. Entra ed esce portando saggezza e provocazione, gioca, straccia le facili verità, fustiga le eredità culturali, fa linguacce a buonismi e isterismi. […] Stabilisce con l’autore un dialogo serrato” – tanto da sembrare un io sdoppiato, aggiungiamo noi – “uno scambio sbilanciatissimo di opinioni. I due si scontrano e si incontrano, viaggiano lungo le rotte del presente, attraversando la pandemia, la crisi climatica, le migrazioni, lo stimolo costante dell’informazione e il progresso scientifico. Sorta di nano nietzschiano, che porta alla luce la voce degli ultimi, lo Zingaro conduce alla verità negletta, al passato obliterato, alla fine del tempo. I due protagonisti si scontrano e si annientano, fino ad arrivare al limite degli eventi, letteralmente al buco nero destinato a inghiottire il loro addio. Siamo di fronte a un romanzo pamphlet che ruota intorno alla consapevolezza della Storia e del tempo […] Parla a chi vuole intendere, e per una volta questa limitazione deve essere interpretata come una sfida vera, come coraggio intellettuale”.

Se, come scriveva Valerio Evangelisti, “il neoliberalismo è stato capace, attraverso un uso quasi scientifico dei mass media, di penetrare nei nostri cervelli e svuotarli di tutti i contenuti non funzionali. In pochi anni, ha compiuto un assalto senza precedenti alla sfera dell’immaginazione, infettandola con non-valori, false certezze e illusioni ottiche ispirate da una logica mortificante che vede il più forte come avente non solo il diritto di vincere la lotta per la vita, ma anche il diritto accessorio di calpestare il vinto, ignorando la sua umanità”. Se come scriveva Lucien Goldmann: “lo scrittore si muove all’interno di diversi sistemi: uno è quello dell’insieme della letteratura, a cui deve giocoforza rapportarsi, l’altro è quello della società in cui vive”, allora per Giacopini uno dei campi prioritari della battaglia politica è proprio l’immaginario, così come per Evangelisti. Questo significa che non ci serve una letteratura consolatoria o edificante che racconta la realtà in modo intimista-descrittivo o secondo i canoni scontati dell’impegno o dell’autofiction.

Giacopini lo fa in questo suo nuovo romanzo. Significa che la paralisi immaginativa e – dalla pandemia in poi – può essere interrotta con la ripresa di un’azione rivoluzionaria che ribalti il “cronosisma” in cui siamo prigionieri. Per farlo è necessario “capire in pieno l’innocenza dell’immaginazione”, come dice Luis Buñuel in un esergo del romanzo. Ecco allora che il canale di Suez viene bloccato, si forma una Comune internazionalista di marinai ribelli, un circo misterioso vaga per le terre d’Europa, una missione Oms costruita con criteri di gender equality è alla ricerca delle Cause del Morbo, un’astronave fantasma vaga nello spazio verso il gran buco nero. Notre Dame va in fiamme … Scrive l’autore a proposito del suo libro “Un romanzo è (o dovrebbe essere) un caleidoscopio spiazzante, un maledetto dedalo, un labirinto […] l’immaginazione va dove vuole lei (metodo Bunuel) senza giustificarsi di niente, senza alcun perbenismo”.

Fabrizio De Andrè canta in Khorakhané (a forza di essere vento): “Saper leggere il libro del mondo / Con parole cangianti e nessuna scrittura” senza imbalsamare la lingua e l’immaginazione – “come un rame a imbrunire su un muro”, che a nulla serve. Canzone che ha fatto arrabbiare i codificatori della lingua rom, senza capire che in quel brano – come nel romanzo di Giacopini, non è di lingue-madri e di lingue di stato che si tratta, ma di lingue-figlie, che non temono la contaminazione e il divenire. È l’immaginazione frutto di una lingua-figlia quella di L’orizzonte degli eventi, piena di fabulazioni e accadimenti, di invenzioni narrative, linguistiche e concettuali che si rincorrono velocemente prima della calma finale. Una felicità della mente.

“Occhi Azzurri mi assilla, esorta, pungola: è tempo di partire, gaggio, è tempo di andare. Sbattezzati da tutto, fatti zigano”.

* * *

L’ampiezza di riferimenti e rimandi di L’orizzonte degli eventi è rintracciabile nel percorso delle pubblicazioni di Vittorio Giacopini, che comprende saggi come Scrittori contro la politica; Fuori dal sistema. Il linguaggio della protesta; la cura della raccolta di scritti di Albert Camus, Mi rivolto dunque siamo. Scritti politici; Al posto della libertà. Breve storia di John Coltrane; e con Goffredo Fofi: Prima e dopo il sessantotto. Antologia dei Quaderni piacentini; e vari romanzi, tra cui: Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer, Il ladro di suoni, L’arte dell’inganno, Non ho bisogno di stare tranquillo, dedicato alla figura di Errico Malatesta, Roma, e la raccolta di racconti Il manuale dell’eremita, un gioiello memorabile, che narra il rapporto contradditorio tra il mago di Messkirch, ossia Martin Heidegger, con René Char e Paul Celan, in cui si possono trovare alcune delle, anche nostre, debolezze intellettuali ed etiche.

]]>