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La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.

Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile? Può essere utile partire da questa domanda [...]]]> di Fabio Ciabatti

La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, pp. 94, € 12,00.

Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Può essere utile partire da questa domanda per presentare La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Étienne Balibar, testo che nasce dalla traduzione di una lunga intervista del filosofo francese pubblicata nel 2025 sulla rivista transalpina “K Reveu” a cura di Luca Salza. Ebbene, Balibar, sostenitore da anni dalla causa palestinese anche in qualità di membro del Tribunale Russel sulla Palestina, fa un’importante precisazione:

non bisogna passare facilmente dal riconoscimento di azioni terroristiche, o persino dalla loro rivendicazione, all’essenzializzazione dei movimenti e delle loro organizzazioni come ‘movimenti terroristici’, intrinsecamente perversi da eliminare con ogni mezzo. Hamas, per quanto disastrosi si giudichino il suo programma e le sue azioni, non è lo Stato islamico (Daesh). E questo significa che i rapporti storici tra lotte di emancipazione o di resistenza e il terrorismo come tattica sono sempre stati (e sono oggi più che mai), complessi, impuri, soggetti a evoluzione.1

Balibar sostiene che l’attacco del 7 ottobre merita la qualifica di atto terroristico perché ha colpito principalmente civili disarmati ed è stato accompagnato da un’esplosione di brutalità, sebbene la crudeltà dei fatti sia stata sistematicamente ingigantita dalla propaganda israeliana. Aggiunge, però, che bisogna sempre stare attenti nel maneggiare il concetto di terrorismo. Le sue definizioni ufficiali, infatti mirano a occultare

la reciprocità e la dissimmetria tra le azioni terroristiche e le operazioni “contro-terroristiche”. In modo perfettamente arbitrario, le prime sono definite criminali, mentre le seconde sono ritenute legittime, qualunque sia la ferocia dei mezzi impiegati.2

In altri termini, qualunque sia stata la natura dell’attacco del 7 ottobre “non può far dimenticare la scala infinitamente più vasta e i mezzi sproporzionati con cui lo Stato israeliano – vero Stato terrorista sotto copertura ‘democratica’ – reprime e brutalizza la popolazione palestinese”. Un modus operandi che non nasce come reazione al 7 ottobre, ma “fa parte di un sistema di terrore che è il correlato dell’espropriazione della terra e della cancellazione della storia nazionale”.3
Se questo è il quadro, sostiene Balibar, non ha molto senso interrogarsi sulla moralità delle azioni di resistenza che rientrano nel terrorismo. “Ha invece molto senso chiedersi quali effetti tali azioni producano nel rapporto di forza, sia interno che esterno al paese”.4 Da questo punto di vista il giudizio del filosofo francese è decisamente negativo: Hamas ha sacrificato il proprio popolo a obiettivi strategici irraggiungibili sia per ragioni di tipo ideologico, vale a dire la volontà di rendere l’odio reciproco inespiabile, sia per errati calcoli sul rapporto di forze, avendo confidato nell’imminenza di un sollevamento generale contro il sionismo in tutta la regione. Tuttavia Balibar nota che una critica del terrorismo come tattica di resistenza e liberazione

ha senso solo se si è in grado di proporre delle alternative, almeno in linea di principio. Nelle circostanze attuali ne vedo una sola, anche se in ritardo rispetto all’evento o al di qua della ‘dimensione critica’ necessaria: lo sviluppo di una solidarietà di massa, che attraversi le frontiere tra Nord e Sud, tra Oriente e Occidente, con la lotta del popolo palestinese e che lo tiri fuori dal suo isolamento (il quale è anche, reciprocamente, una delle cause dell’attrazione esercitata dal terrorismo […]).5

Un movimento di massa internazionalista e anti-imperialista non si può certo sostituire alla lotta dei palestinesi, ma ha l’obiettivo di mettere in crisi la complicità degli Stati dando forza all’esigenza di “pace attraverso la giustizia” che inevitabilmente sorge di fronte all’orrore di un genocidio. Ma questa esigenza non può comportare “rinuncia o disarmo”. Piuttosto, significa che è necessario “praticare una violenza liberatrice presentando attenzione alle conseguenze del suo impiego quanto alla sua giustificazione o ai suoi fini”.6 In altri termini, “Al genocidio non si risponde con programmi di pace, ma con un uso giusto (legittimo, sufficiente, mirato) della forza”.7
Entra qui in gioco la distinzione di Benjamin tra violenza mitica, che sostiene l’ordine dominante, e violenza divina (o messianica o rivoluzionaria) che destituisce la dominazione aprendo idealmente la possibilità di un altro mondo. I concetti di Benjamin, precisa però Balibar, non possono essere ripresi alla lettera perché la storia delle rivoluzioni ci ha mostrato come questi tipi di violenza siano “due contrari assoluti, ma situati in una prossimità (e talvolta in un’indecisione) pericolosa”.8 Infatti, se guardiamo alle principali rivoluzioni del passato dobbiamo concludere che 

nell’immediato esse hanno tutte fallito (o peggio, hanno avuto successo solo trasformandosi in controrivoluzioni). Il loro uso della violenza è al cuore di questo fallimento, il che impone di ripensare completamente l’economia e le finalità della violenza rivoluzionaria, il rapporto stesso dell’idea di rivoluzione (cioè di emancipazione, di liberazione, di resistenza) con quella violenza”.9

Diverse sono le questioni suscitate da queste pagine di Balibar. Per brevità ci limitiamo a notare che, ben prima del 7 ottobre, Israele stava attuando quello che di Ilan Pappé ha definito un “genocidio incrementale”, un processo che procedeva sostanzialmente indisturbato e largamente ignorato. Attraverso un azzardo tanto feroce e quanto disperato Hamas ha dato avvio a una serie di eventi che hanno restituito visibilità alla causa palestinese e innescato una nuova ondata di solidarietà internazionale, almeno per un certo periodo. Tutto ciò all’altissimo costo di trasformare un processo “incrementale” in uno sterminio pienamente dispiegato. Insomma, è stato proprio un atto “terroristico” a mettere in moto una dinamica che assomiglia molto a quella che Balibar auspica al fine di evitare che la resistenza palestinese debba ricorrere a tattiche terroristiche. Con ciò non si intende dismettere come irrilevanti le sue argomentazioni, semmai calcare ancor più la mano sulla “impurità” che, come nota giustamente lo stesso Balibar, contraddistingue le lotte di liberazione, a maggior ragione quando si trovano a fronteggiare una situazione estrema come un genocidio.  La miccia della solidarietà poteva essere innescata da un’azione di natura differente rispetto a quella del 7 ottobre? Nulla ci vieta di ipotizzarlo, è ovvio. Ma le congetture e le speranze di chi partecipa da lontano, anche se con sincero trasporto, alle vicende dei palestinesi hanno valore relativo. Decisamente più importanti sono le condizioni materiali e l’immaginario dei diretti interessati. Certamente le loro scelte possono essere diverse, perché anche i popoli oppressi sono solcati da profonde fratture sociali e politiche, sebbene esse possano rimanere sottotraccia per la necessità di compattarsi contro il nemico esterno. Ed è da queste contraddizioni “interne” che credo si debba partire per immaginare una storia diversa cercando di mantenere una qualche presa sulla realtà.

Sicuramente, una grande capacità di immaginazione sarà necessaria per il futuro, e con questo torniamo al testo di Balibar, se è vero che “oggi in Palestina (o Israele-Palestina) esistono due popoli dalla storia tragicamente intrecciata, nessuno dei quali può eliminare l’altro né rinunciare al proprio diritto all’esistenza”.10 Certamente i palestinesi non hanno la capacità di rovesciare gli effetti della storia facendo scomparire la presenza ebraica, sebbene questa sia il frutto di una sanguinosa colonizzazione. È altrettanto certo che la politica israeliana ha deliberatamente operato per rendere impossibile ogni soluzione che non sia il completamento della conquista. E non c’è neanche alcun dubbio sul fatto che la perpetuazione della dominazione di una parte sull’altra non può portare ad alcuna cooperazione, riconciliazione e, alla fine, ad alcuna pace, come dimostrato dal fallimento degli accordi di Oslo. Qualsiasi soluzione, sostiene Balibar, deve avere come presupposto essenziale lo smantellamento del “postulato di disuguaglianza” che è inscritto nel cuore della colonizzazione. 

La ‘soluzione a uno Stato’ (sottinteso binazionale, in forme costituzionali da elaborare) ha certamente come base materiale l’intreccio di popolazioni e la realtà della dominazione israeliana (a beneficio degli ebrei), ma a condizione precisamente di invertirne il senso in un riconoscimento reciproco e in una riparazione dei torti subiti in 77 anni (inclusa l’accettazione del ‘diritto al ritorno’, anche a costo di negoziarne l’applicazione).11

Questo, però, implica una dolorosa ma necessaria rinuncia anche per i palestinesi. Come sosteneva Edward Said, citato da Balibar, è ben comprensibile che per questo popolo “rinunciare all’idea di una Palestina completamente araba equivale a rinunciare alla propria storia”.12

Ma, secondo Balibar, è proprio dalla storia che bisogna ripartire o,  meglio, da una variante critica della storiografia dominante palestinese. Questa individua nel sionismo un momento intrinseco alle vicende dell’imperialismo europeo nella sua forma più estrema di colonialismo di insediamento che mira all’espulsione e all’eliminazione degli indigeni per far posto ai coloni, utilizzando come occasione, copertura ideologica e risorsa demografica lo sterminio degli ebrei in Europa. Dal punto di vista di Balibar, il sionismo è sin dall’inizio un nazionalismo tipicamente europeo dalla duplice natura: da una parte è analogo a quei movimenti che davano espressione alle nazionalità oppresse, dall’altro è intriso di “orientalismo” e perciò convinto della superiorità europea sulla barbarie orientale. Data questa complessità, 

l’idea di una impresa di colonizzazione al servizio di una ‘metropoli collettiva’ euro-americana è una finzione che ha il grave inconveniente di minimizzare il modo in cui l’Europa ha ‘vomitato’ (Shlomo Sand) i suoi ebrei, il ruolo svolto nella fondazione di Israele dalle conseguenze del nazismo e dell’antisemitismo, la violenza della guerra civile europea di cui gli ebrei sono le principali vittime, dunque la complessità delle motivazioni che hanno portato le Nazioni Unite nel dopoguerra mondiale a conferire legittimità al nuovo Stato su una parte del territorio della Palestina storica”.13

Quello che Balibar sembra suggerire è che non si può ridurre il sionismo a un burattino dell’imperialismo europeo e, tantomeno, la Shoah a mero pretesto per favorire la colonizzazione. Meno comprensibile, a mio parere, il riferimento alla metropoli collettiva, come se nel concetto di imperialismo non fosse contenuto quello di contraddizioni inter-imperialiste. Piuttosto, la critica dello Stato coloniale dovrebbe essere approfondita estendendosi allo Stato nazionale in quanto tale, poiché esso si è storicamente affermato perseguendo un’illusoria omogeneità etnica, anche attraverso forme di violenza particolarmente cruente. Non a caso Ben Gurion, tra i principali artefici della nascita di Israele, affermò esplicitamente nel 1941 che il trasferimento di popolazione su larga scala (leggi pulizia etnica) era un’idea oramai “rispettabile”. Il futuro premier dello stato sionista faceva riferimento alle contemporanee vicende belliche ma avrebbe potuto legittimare questa sua cinica affermazione anche richiamandosi alla massiccia e forzata deportazione su base etnica che si era verificata dopo la Prima Guerra Mondiale nell’ambito della formazione dei Paesi balcanici (“scambio di popolazioni” lo aveva definito con diplomatica ipocrisia il Trattato di Losanna del 1923).14 Inutile nascondersi che questo approccio può avere un rapporto problematico con la legittima aspirazione dei palestinesi a un proprio stato. D’altra parte, la prospettiva binazionale, mettendo in discussione la corrispondenza biunivoca tra statualità e nazionalità, rimanda proprio a questo complesso ordine di problemi che qui possiamo solo menzionare.

Tornando quindi a Balibar, la sua variante critica della narrativa palestinese non vuole certo negare “il senso del rapporto di dominazione” su cui si basa lo Stato di Israele “ma evita di ridurlo ad uno schema binario astratto o di essenzializzarlo”.15 Questa opera di necessaria de-essenzializzazione prevede anche la confutazione dell’idea che il popolo ebraico appartenga a una stessa etnia e cioè discenda dalla diaspora di un’unica nazione antica che, proprio in forza di questa ininterrotta linea di sangue, pretende di rivendicare legittimamente la propria patria ancestrale.
In realtà, sostiene Balibar, gli ebrei costituiscono un popolo unicamente perché condividono una tradizione etico-religiosa incentrata sulla trasmissione di un testo, affiancata da una finzione genealogica vissuta come “‘esilio’ ontologico”. Tale condivisione poteva declinarsi in molteplici appartenenze comunitarie (linguistiche, letterarie, poetiche ecc.) e fornire un quadro di credenze, conoscenze e speranze transnazionali radicalmente incompatibili con qualsiasi progetto statale. È solo nel XIX secolo, con l’ascesa dei nazionalismi e del moderno antisemitismo, che si afferma l’idea di uno Stato ebraico.
Oggi, l’accoppiamento immaginario tra cittadinanza israeliana e “popolo ebraico” ha l’obiettivo di legittimare lo Stato sionista quale centro politico-religioso rispetto all’ebraismo mondiale e, soprattutto, quello di identificare i nemici di Israele con i nemici dell’intero popolo ebraico. Balibar si dichiara convinto che questo tentativo di assimilare in modo totalitario la tradizione etico-religiosa ebraica con la “Grande Israele”, un’entità al contempo messianica e geopolitica, è destinato a generare fratture sempre più profonde all’interno della “diaspora”.
Questo perché oggi i cittadini israeliani (o comunque la loro maggioranza) sono complici, attivi o passivi, di un genocidio. E c’è di più. Perché la caratteristica peculiare dello sterminio dei palestinesi, rispetto ad altri fenomeni storici di simile natura, non è solo rappresentato dalla responsabilità dei discendenti del genocidio per eccellenza, ma soprattutto dal fatto che la strumentalizzazione della Shoah non cessa di partecipare alla giustificazione di quello che sta avvenendo a Gaza. Una partecipazione che avviene 

sostenendo l’affermazione per la quale le ‘vittime del genocidio’ non potrebbero perpetrarlo a loro volta, ma anche contraddittoriamente, autorizzandoli a superare impunemente tutti i limiti del diritto e dell’umanità per ‘proteggersi’ dal suo eterno ritorno, dal quale dicono e credono di essere minacciati.16 

Il genocidio di Gaza, dunque, ci pone di fronte a un rovesciamento di tutti i valori, morali e intellettuali, secondo Balibar: la Shoah, attraverso i suoi discendenti, per una sorta di “causalità ‘diabolica’”, genera il genocidio di Gaza e quindi “perde il proprio significato, non solo per gli ebrei, ma per tutti noi”.17 Di fronte a questo abisso, per la prima volta nella sua storia, il filosofo francese ha iniziato a rivendicare il suo essere ebreo, ricordando il nonno morto a Auschwitz. Una rivendicazione che ha il significato di una ribellione personale contro il destino che potrebbe attendere l’intero ebraismo: essere associato, 

per molto tempo o forse anche per sempre, non più alla resistenza alle persecuzioni e alla ricerca dell’autonomia intellettuale, all’imperativo della moralità e della giustizia e alla discussione sui suoi mezzi (tra cui la rivoluzione), ma all’oppressione e allo sterminio di un altro popolo.18 


  1. La filosofia di fronte al genocidio. Conversazione su Gaza con Etienne Balibar, a cura di Luca Salza, Cronopio, Napoli 2025, p.57. 

  2. Ivi, p. 58. 

  3. Ivi, p. 59. 

  4. Ivi, pp. 59-60. 

  5. Ivi, pp. 60-61. 

  6. Ivi, pp. 61-62. 

  7. Ivi, p. 56. 

  8. Ivi, p. 54. 

  9. Ivi. p. 55. 

  10. Ivi, p. 65. 

  11. Ivi, p. 64. 

  12. Ibidem. 

  13. Ivi, p. 34. 

  14. Cfr. Mark Levene, “Preannuncio delle catastrofi ebraica e palestinese. L’edificazione europea dello stato nazionale e le sue eredità tossiche, 1912-1948”, in Bashir Bashir e Amos Goldberg (a cura di), Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma, Zikkaron, Bologna 2023. 

  15. La filosofia di fronte al genocidio, cit., p. 36. 

  16. Ivi, p. 27. 

  17. Ivi, p. 28. 

  18. Ivi, p. 93. 

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