Vince Gilligan – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Plur1bus: l’invasione degli infracorpi https://www.carmillaonline.com/2026/01/24/plur1bus-linvasione-degli-infracorpi/ Fri, 23 Jan 2026 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92127 di Walter Catalano

Vince Gilligan colpisce ancora. Dopo qualche anno di meritato riposo lo sceneggiatore e showrunner creatore delle due serie più giustamente celebrate, premiate ed amate degli ultimi anni, Breaking Bad (2008-2013) e Better Call Saul (2015-2022), torna finalmente sugli schermi con le 9 puntate della prima stagione di Plur1bus, questa volta distribuito da Apple TV. Lo scenario resta immutato, il paesaggio desertico e quasi western della città di Albuquerque nel Nuovo Messico, ma il genere è cambiato: dopo il crime e il noir, Gilligan torna alle origini – aveva esordito come sceneggiatore nel team di X-Files – e passa [...]]]> di Walter Catalano

Vince Gilligan colpisce ancora. Dopo qualche anno di meritato riposo lo sceneggiatore e showrunner creatore delle due serie più giustamente celebrate, premiate ed amate degli ultimi anni, Breaking Bad (2008-2013) e Better Call Saul (2015-2022), torna finalmente sugli schermi con le 9 puntate della prima stagione di Plur1bus, questa volta distribuito da Apple TV. Lo scenario resta immutato, il paesaggio desertico e quasi western della città di Albuquerque nel Nuovo Messico, ma il genere è cambiato: dopo il crime e il noir, Gilligan torna alle origini – aveva esordito come sceneggiatore nel team di X-Files – e passa alla fantascienza. E la vena filosofica ed esistenzialista, il dilemma etico e morale, la satira swiftiana perennemente in equilibrio tra farsa e tragedia, che avevano sostanziato le sue egregie opere precedenti, permangono intatte anche in quest’ultima dove le premesse, sia in termini tematici che figurativi, attingono profondamente alla fantascienza cinematografica più classica, quella degli anni ’50: i film di Jack Arnold e L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel.

Il radiotelescopio di un osservatorio spaziale in mezzo al deserto capta un segnale intelligibile proveniente, dopo migliaia di anni luce, da una galassia remota. Gli scienziati individuano nel messaggio il codice di un sistema biologico e sintetizzano un misterioso virus che, per il classico errore umano, infetta uno dei ricercatori, il quale bacia intenzionalmente la collega per infettarla a sua volta. I primi contaminati nel laboratorio, come in preda ad un raptus, impregnano con la saliva materiale destinato all’esterno: nel giro di poche settimane tutto il mondo ha subito il contagio (e ora tornano in mente altri vecchi film come A for Andromeda, The Andromeda Breakthrough, ecc.), fanno eccezione – scopriremo qualche puntata dopo – solo dodici persone, in varie parti della Terra, immuni al virus. Fin qui niente di più tradizionale, ma ora il colpo di genio: se gli invasori fossero buoni? Se il virus fosse un dono? Se la mutazione portata dal contagio realizzasse finalmente il sogno di uguaglianza e fraternità, di limpidezza e sincerità totale, di assoluta non violenza e solidarietà indiscriminata auspicato da ogni credo religioso e politico? Il paradiso in terra ottenuto rinunciando definitivamente al proprio io individuale ed egoistico per confluire, come sciogliendosi in un oceano di gioiosa fratellanza, tutti insieme in una super mente collettiva che contenesse le nozioni, le competenze e le memorie di ogni singolo componente messe al servizio di un “noi” generale composto da tutta l’umanità.

Questo spiega il titolo della serie, che richiama il motto non ufficiale degli Stati Uniti, “E pluribus unum”, ovvero “Da molti, uno solo”. Ribaltando le angosce paranoiche del romanzo di Jack Finney e del film di Don Siegel – gli ultracorpi, il pericolo comunista, l’invasione aliena – la storia di Gilligan ci mostra come, nella mente di un corpo che non è snatched ma che resta assolutamente identico, si possa dispiegare in concreto l’applicazione letterale di un principio astratto, teorica frase d’ispirazione virgiliana alla base della costituzione americana.

Ma c’è un “ma”. Fratellanza e uguaglianza sono compatibili con libertà? E qui entrano in gioco i pochi umani immuni al contagio, vedremo come ognuno di loro verrà lasciato dagli “Altri” libero senza alcuna imposizione, di seguire la propria scelta qualunque essa sia. Uno di questi è la protagonista della storia, attraverso gli occhi della quale scopriamo il contesto della vicenda, si tratta di Carol Sturka – interpretata da un’impareggiabile Rhea Seehorn, già coprotagonista di Better Call Saul, ruolo che le aveva procurato due nomination agli Emmy Awards, e qui mattatrice incontrastata – una famosa scrittrice di fantasy-romance di basso livello, piuttosto egocentrica e di non facile carattere, che convive in un ménage coniugale lesbico con la propria agente letteraria (la scelta di una protagonista lesbica potrebbe far pensare che anche Gilligan, pur ironizzando spesso e volentieri, in metafora, nel corso della trama, sulla cultura woke, non si voglia sottrarre a una sorta di clickbait che strizzi l’occhio in quella direzione). Durante il traumatico passaggio in contemporanea dell’umanità alla mente collettiva, Carol assiste impotente e senza capire, mentre è a cena fuori con la compagna, alla trasformazione che provoca varie vittime: alcune si trovano al volante o in situazioni pericolose durante la perdita di conoscenza che prelude alla mutazione e subiscono incidenti mortali, altre – come la partner di Carol – semplicemente non superano la crisi convulsiva. Carol, immune, resta intatta ma vedova. Quando si rende conto che qualunque estraneo mai incontrato prima la conosce familiarmente e la saluta chiamandola per nome, che tutti sono disponibili e sorridenti, sempre pronti ad aiutarla, a soddisfare ogni suo desiderio e a non contrariarla mai, Carol, capisce che è successo davvero qualcosa di irreversibile e tutte le risposte alle sue domande, tutte le spiegazioni e le informazioni possibili, le vengono comunicate senza omissioni o reticenze dalla super-mente dei mutati in una trasmissione televisiva dedicata esclusivamente a lei. Ovviamente l’individualismo di Carol si ribella, la gentilezza e il candore della mente-alveare le ripugna: Carol vuole capire tutto per avere gli strumenti che le permettano di combattere contro, e salvare il mondo per riportarlo all’inferno di prima. Così risponde alle premure degli “Altri” con la rabbia e la diffidenza e scopre ben presto che le sue sfuriate, le capricciose ripicche, le urla arrabbiate, arrecano uno shock fortissimo con devastanti attacchi epilettici agli umani modificati, non solo a quelli nelle sue immediate vicinanze, i cui effetti su di loro può constatare di persona, ma in tutti gli umani modificati, in tutto il pianeta contemporaneamente: le viene comunicato, con riluttanza per non turbarla troppo, che ognuna di quelle crisi ha provocato migliaia di morti in tutto il mondo. Proprio per evitare senza eccessivi traumi questi inconvenienti, gli “Altri”, decidono di lasciarla sola abbandonando in massa Albuquerque (in questa parte entriamo nella scia di I Am a Legend di Richard Matheson, con tutta la filmografia annessa): potrà comunicare con loro solo tramite cellulare e non le mancherà nulla, deve solo chiedere e quanto richiesto, cibo o qualsiasi altra cosa, le verrà consegnato direttamente a casa tramite droni. Nella sua solitudine Carol continua a investigare e scopre che gli “Altri” (e qui torna un altro classico della fantascienza, Soylent Green, da noi 2022: i sopravvissuti, film del 1973 di Richard Fleischer, tratto dal romanzo Largo, largo! di Harry Harrison) ricavano sostanze nutritive dai corpi dei morti. L’apparentemente orribile mistero le viene spiegato ben presto: gli “Altri” non uccidono nessuna creatura vivente, non mangiano neanche frutti se non già caduti dall’albero; in questo modo tutte le risorse alimentari saranno presto consumate e lo sgradevole processo di utilizzare le proteine dei cadaveri come cibo serve solo a prolungare di qualche anno l’inevitabile esaurimento delle scorte. Carol apprende anche che tramite un trattamento sulle cellule staminali anche gli immuni possono ora essere mutati e confluire nella mente collettiva ma questo può avvenire solo con totale e assoluto assenso da parte del diretto interessato: Carol ovviamente lo nega.

Particolarmente ben costruita è l’ondivaga condizione psicologica vissuta da Carol dopo la morte della compagna e la sua reazione al nuovo mondo in cui si illude da principio di non avere più bisogno di nessuno. La sua evoluzione passa attraverso varie fasi contraddittorie: il desiderio iniziale di essere l’eroina della storia – un po’ come i superomistici personaggi dei suoi pessimi romanzi fantasy – contattare e raccogliere insieme tutti gli immuni del mondo e organizzare con loro una specie di guerriglia, per scoprire invece, deliziosa ironia di Gilligan, che non frega niente a nessuno e che tutti si sono organizzati secondo la propria indole: la fanciulla peruviana decide di unirsi ai propri familiari e a tutti gli “Altri” dando l’assenso per la mutazione; l’edonista nordafricano vive come un re nei migliori hotel, servito e riverito con le massime comodità e i cibi più raffinati, circondato da decine di bellissime donne sempre disponibili (nessuno degli “Altri” direbbe mai di no a nessuno per non dispiacere l’interlocutore…) e guidando una Ferrari di colore diverso per ogni giorno della settimana; solo nelle giungle del Paraguay un certo Manousos Oviedo (interpretato dall’attore colombiano Carlos Manuel Vesga), sembra ancora più radicale e arrabbiato di Carol, ma per eccesso di diffidenza e sospetto, rifiuta ogni contatto con chiunque. Fallito il tentativo subentra in Carol la paura di poter essere cancellata, che gli “Altri” mentano e non siano così angelici come appaiono; con sollievo scopre poi che davvero i mutati sono totalmente incapaci di mentire e che la sua individualità è del tutto al sicuro, perché nessuno farà mai violenza su di lei neanche per difendersi. Poi la speranza di poter vivere effettivamente una vita solitaria e felice e, infine, la presa di coscienza che no, è impossibile vivere soli: arrivando a implorare gli “Altri” di tornare a ripopolare Albuquerque e innamorandosi della bella Zosia (Karolina Wydra), la chaperon che si è da subito occupata di lei, ha sopportato mettendo a rischio la sua incolumità fisica le conseguenze degli esperimenti anche pericolosi di Carol per saggiare la vera natura degli “Altri”, e che ora intuendo i suoi segreti desideri la bacia per prima e si sforza di parlare al singolare e non al plurale come fanno tutti i mutati. Innamorarsi dell’attraente frammento di una mente alveare incrina le convinzioni di Carol proprio mentre Manousos Oviedo giunge finalmente da lei dopo un avventuroso viaggio in auto dal Paraguay fino al Nuovo Messico per incontrarla: ha un piano per scatenare la resistenza, basato su un suo maniacale scandaglio delle frequenze radio, proprio nel momento in cui la determinazione di Carol vacilla. L’intesa fra i due è tutt’altro che facile – incomprensione resa ancor più paradossale dalla barriera linguistica, risolta parodisticamente con l’ausilio del traduttore automatico di un cellulare – come suona il titolo dell’ultima puntata della prima stagione e come Manousos dice brutalmente a Carol: La Chica o El Mundo. Bisogna scegliere: vuoi l’amore della ragazza o vuoi salvare il mondo? Carol si rende conto che l’amore di Zosia è impersonale, che lei è noi e l’amore per Carol è invece possessivo ed egoistico, questo le fa prendere la decisione. Il preludio alla già annunciata prossima stagione delle quattro previste, vede Carol e Manousos insieme: lui sembra aver trovato il modo per combattere la collettività sfruttando le frequenze radio, ma lei si è anche procurata una bomba atomica, gentilmente fornita dagli “Altri” che non rifiutano mai niente a nessuno: Zosia gliela scarica da un elicottero nel giardino di casa. Siamo davvero curiosi di sapere come Gilligan potrà continuare date tali premesse… Intanto notiamo fra le mille finezze di questo show perfetto anche la colonna sonora: un florilegio di classiche canzoni americane, da People are Strange a Destination Moon, cantate però nelle lingue più esotiche del mondo, hindi, urdu, farsi, e chi più ne ha più ne metta.

Una serie troppo intelligente e problematica perché buona parte del pubblico la apprezzi davvero, già si leggono – almeno in Italia – superficiali commenti che l’accusano di lentezza, di noia, di staticità. Insomma la satira troppo sottile e le complicazioni filosofiche rallentano il ritmo, almeno in Breaking Bad si sparavano spesso, qui invece “non succede nulla… aridatece gli zombie !”.

 

 

 

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Divine Divane Visioni – 85 https://www.carmillaonline.com/2022/07/14/divine-divane-visioni-85/ Thu, 14 Jul 2022 20:00:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72543 di Dziga Cacace

Chi vive sperando, muore cagando. Lorusso, isoletta dell’Egeo che non conta un cazzo, 1941. Sono anche un autore. Buonanotte.

981 – La guerre est déclarée di Valérie Donzelli, Francia 2011 Mi son reso conto che non c’è verso: alla fin fine, per quanto mi sforzi, vedo pochi film che non siano firmati da maschietti. Non mi pongo particolarmente il problema quando devo scegliere ma la realtà che mi si propone è sconsolante: i film firmati da donne sono pochissimi e io, con le mie visioni, non [...]]]> di Dziga Cacace

Chi vive sperando, muore cagando. Lorusso, isoletta dell’Egeo che non conta un cazzo, 1941. Sono anche un autore. Buonanotte.

981 – La guerre est déclarée di Valérie Donzelli, Francia 2011
Mi son reso conto che non c’è verso: alla fin fine, per quanto mi sforzi, vedo pochi film che non siano firmati da maschietti. Non mi pongo particolarmente il problema quando devo scegliere ma la realtà che mi si propone è sconsolante: i film firmati da donne sono pochissimi e io, con le mie visioni, non faccio altro che fotografare le percentuali figlie di un sistema maschilista, dove i registi sono maschi e i produttori sono maschi. Tendenzialmente, eh, perché ci sono sempre ovvie e virtuosissime eccezioni, ma se guardiamo i grandi numeri questo accade. Il pippello è ovviamente dovuto ai sensi di colpa, sensi di colpa che aumentano quando vedo un bel film come questo, firmato da Valérie Donzelli. Non so neanche come ci sono arrivato ma è stata una bella sorpresa. Juliette e Romeo sono giovani e innamorati appassionatamente: un figlio sembra la logica conseguenza. Vediamo l’ansia genitoriale, la difficoltà di imparare giorno per giorno a fare da papà e mamma e i primi dubbi, le ansie, il pensare di non capire qualcosa per concludere che si è troppo apprensivi. Però il bimbo, Adam, cresce male, non parla, vomita all’improvviso, non riesce a stare in piedi. E allora comincia un rosario pietoso di visite, di sguardi imbarazzati, di responsi detti a bassa voce, fino a quello finale, il peggiore che un genitore possa sentirsi dire: vostro figlio ha un tumore al cervello. Un tumore di quelli brutti. La narrazione è pulita, essenziale senza essere brutale, ma invece con momenti di vita straordinari, liberatori, perché il bimbo soffre e i genitori sono annichiliti da questo calvario e una serata con degli amici, un bacio rubato, una fuga dal dovere, diventano momenti di serenità esistenziale impagabile, fino al prossimo esame. Combattono una guerra assieme al loro figliolo, una guerra logorante, senza tregua dove non c’è alcuna certezza né eroismo. Io nulla sapevo del film prima di vederlo e al termine scopro che i protagonisti hanno vissuto sulla loro pelle tutto questo dolore e hanno saputo restituirlo con umanità e asciuttezza, senza compiacimenti familiari e ricatti emotivi. Un film bello e intenso: cercàtelo! (10/10/12)

982 – Quasi amici – Intouchables di Olivier Nakache e Éric Toledano, Francia 2011
Torniamo al cinema, quello vero, dopo tempo immemorabile e l’occasione ce la fornisce un parrocchiale vicino a casa, gestito da fratacchioni francescani molto attivi. Il giovedì poi è giornata ideale: c’è la pulizia delle strade e fino a mezzanotte si trova parcheggio. Vi assicuro: è cosa non da poco in questa fetente città che è Milano. La sala è ampia e confortevole e Barbara mi fa sedere in mezzo a un sacco di gente, nel centro geometrico perfetto della platea. Sa benissimo che sono un eccentrico (perlomeno in termini spaziali), ma si impone. Sono tutti over 60 e non so se sentirmi giovanissimo o vecchissimo anch’io. Pavento catarri grassi, tossi asinine, borborigmi digestivi, dentiere che ballano tra le gengive, sordità gravi, cellulari dimenticati accesi e “eh?” a ripetizione. E invece saranno tutti bravissimi. Quando Quasi amici finisce, al primo titolo le luci vengono subito accese, con l’effetto di un flash al fosforo sulla retina. Tutto non si può avere, del resto. E il film? Beh, è indubbiamente piacevole per quanto con una trama abbastanza telefonata e che rischia pericolosamente di essere edificante. Dunque: Philippe è un ricco vero, sfondato, ma tetraplegico e condannato alla sedia a rotelle. Per scommessa assume come badante Driss, un giovane nero della banlieue dalla lingua scioltissima. Funzionerà a meraviglia. Recitazione inappuntabile di Omar Sy e François Cluzet, diversi momenti piacioni che effettivamente piacciono molto, sceneggiatura con qualche esitazione nel finale un po’ allungato. La scelta del terreno di confronto tra i due attori è notevole e la banalità del plot (tipico scontro che produce crescita reciproca tra due situazioni diametralmente opposte – ricco/povero, bianco/nero, vecchio/giovane, colto/ignorante, paralitico/ballerino, chiacchierone/laconico etc.) è attualizzata e resa vivace da una marea di idee: ogni episodio va a segno e si sorride anche per le situazioni e le facce, senza dare troppa enfasi alle battute. E poi devo dire che la regia non è pigra anche in termini fotografici, cosa rara in queste pellicole medie, per il grande pubblico. Film accattivante, gestito con delicatezza e altrettanta capacità di ridere grasso senza mai scadere nella volgarità, politicamente scorretto in maniera naturale, accettabile, senza che si voglia fare la faccia cattiva apposta. Poi, certo, è un film consolatorio, ma ogni tanto un po’ di consolazione, in questa vita, che c’è di male? Perché no? E detto tra noi, con l’emancipazione dello spettatore, quale film ormai non è consolatorio, che sia prevedibile o prevedibilmente imprevedibile, eh? (Questa non ve l’aspettavate, ma pensateci). (Cinema Rosetum, Milano; 11/10/12)

986 – Les amants réguliers di Philippe Garrel, Francia 2005
Sono 4 anni che mi aspetta lì, sulla mensola, messo tra le visioni urgenti. E poi ce n’è sempre una e si rimanda, sinché una sera – questa – frego Barbara e la inchiodo. Prima le propongo un Mizoguchi (giappo immoto in b/n), poi un Kalatozov del ’65 in russo e sottotitoli in inglese e infine Les amants réguliers. Che almeno è dell’ultimo decennio. La cosa le pare liberatoria, ma non le dico della durata: 3 ore secche. E non sapevo neanche io che saremmo stati chiamati a una tenzone di altri tempi: di Garrel ho giusto visto 14 anni fa J’entends plus la guitare, di cui ho ricordi vaghissimi e non precisamente entusiastici. Qui abbiamo dei giovanissimi reduci dal maggio ’68 appena trascorso, ancora tramortiti dall’esperienza. Artisti, studenti, fancazzisti che si ritrovano in una casa dove nascono amori, fughe, tradimenti. La prima ora del film è veramente una sfida ai nostri sensi anestetizzati da editing spedito, sintesi narrative estreme e ricchezza scenografica. Qui si parte lentissimi, con scene che durano eternità, senza che la semplice idea del montaggio abbia mai sfiorato la regia. È come se funzionasse da gradimento all’entrata: il regista seleziona il suo pubblico. Non siamo noi a sceglierci il film, e il film che procede alla decimazione e poi accoglie i sopravvissuti. Stringiamo i denti, non con qualche moto d’irritazione: se la sintesi è intelligenza, ti vien da pensare che Garrel sia stupido del tutto. Barbara è scocciatissima e non riesce a entrare nella vicenda, sbuffa e mi maledice: “Ma se io non l’ho mai sentito, ‘sto Garrel, ci sarà ben un motivo, no?”. Poi, però vieni trascinato dalla narrazione indolente e anche da un certo affetto per il protagonista François, poeta renitente alla leva e ribelle placido e innamorato. Perlomeno accade a me, conquistato nonostante un finale improvviso come una coltellata nella schiena. Non so bene come spiegarlo, ma questi ritmi, queste immagini antiche, questa inattuale messa in scena, riportano alla mia mente tanto cinema visto nei cineclub una decina di anni fa, La maman et la putain, Godard, Bertolucci ovviamente (e c’è un omaggio spudorato, con strizzata d’occhi in camera). È autoerotismo, lo so, ma chi dice che non abbia le sue qualità, eh? Il film è il racconto di una sconfitta in fondo produttiva (di esperienze, di conoscenza) dei giovani sessantottini di Parigi, ma senza la lagna del “quanto avevamo ragione”. Il regista ci fa vedere come fossero belli e puri i protagonisti di quell’epoca con semplicità, senza retorica, senza nostalgie reazionarie. C’è il rifiuto delle armi, la lotta con la (propria) paura, il volto duro della Legge e dei militari, la poesia come fuga e l’oppio che funziona sia come anestetico che da propellente della creazione e in ultima lettura anche come portatore di morte (intellettuale). Tanti temi, affrontati con un linguaggio autoriale sincero, quasi ingenuo, totalmente fuori tempo ma anche accordato a quell’estetica sessantottina: formato in 4/3, bianco e nero contrastatissimo, belle facce, pochi dialoghi emblematici che paiono ogni volta tranches di discorsi colti per caso, sussurrati, perché non c’è bisogno di declamarli. Musiche pianistiche suadenti (un incrocio innaturale tra Satie e i Beatles (!)) e l’improvvisa dissonanza di Nico (che era stata compagna del regista) con un brano straniante del 1981. L’attore principale è il figlio del regista, quel Louis Garrel già protagonista proprio di The Dreamers che fa andare in deliquio orgasmico qualunque femmina conosca; lei è l’intensa Clotilde Hesme. Bel film, carico di significati e memorie. Ah, questo film che parla d’amicizia e condivisione e chiacchiere e sorrisi e tradimenti, mi porta a segnarmi – come futuro ammonimento, se diventerò un vecchio bilioso e misantropo – che veramente avevano ragione Vinicius, Endrigo e pure Ungaretti: La vita, amico, è l’arte dell’incontro! (Dvd; 30/10/12)

990 – La bocca del lupo di Pietro Marcello, Italia 2010
Questo è un film splendido, un colpo al cuore immediato e un’endorfina a lento rilascio per il cervello. In breve è la storia d’amore tra Enzo e Mary, sottoproletari dell’angiporto genovese che s’incontrano e uniscono le rispettive difficoltà di vivere in una storia intensissima, lontana da ogni cliché romantico. Protagonisti loro – superstiti di un mondo del Centro Storico che sta scomparendo – e la città stessa. Le loro testimonianze – alcune riprese come confessioni esplicite, altre casuali, altre ancora recitate – si mescolano a immagini straordinarie di Genova durante il Novecento, tratte da film documentari e filmini amatoriali, testimoniando l’evoluzione spaziale e sociale di questa città incredibile. Ovviamente questo ha aumentato il mio delirio emozionale e sdraiato sul divano, era tutto un continuo rimbalzare gridandomi – da solo – “La mia facoltà di Architettura!”, “Santa Maria di Castello!”, “Sestri Ponente!” e così via. Inoltre in testa, a metà e in coda al film, tre parti liriche, con nuovi vecchi abitanti precari che vivono nelle grotte sotto il monumento di Quarto dei Mille (se non ho capito male). Il film – breve il giusto – lascia la voglia di saperne ancora: i due protagonisti, vessati da una vita veramente difficile, hanno finalmente trovato requie in una casetta sui monti sopra Genova, da cui si vede, lontano, il teatro delle loro esistenze tribolate. La storia non è immediata: Mary racconta Enzo ed Enzo rievoca solo a tratti, con un italiano incerto e coinvolgente, il suo passato carcerario (27 anni al gabbio, in tre periodi diversi) e le sue gesta criminali. La figura di Mary è più sfumata, fino al finale: un piano sequenza senza interruzioni in cui ancora una volta è Mary a svelare la sua identità di persona trans, la sua fuga da una famiglia borghese ostile, la solidarietà trovata nei carruggi. E poi l’incontro in carcere: Enzo rinchiuso per avere sparato a due poliziotti, lei eroinomane. Un amore fulminante, immediato e senza mediazioni: non si lasceranno più, si difenderanno dal mondo, continueranno a comunicare – dopo averlo fatto a gesti, nel silenzio delle celle separate da due spioncini – con audiocassette, lettere, disegni e brevissimi incontri in licenza. Una storia struggente e magnifica, messa in scena con rigore antico, senza MAI dire il nome De André, grazie a dio (e Fabrizio sarebbe stato contento!), senza inseguire pruriti morbosi del pubblico snobbetto che gode di film così, ma guai a metter piede nel Centro Storico (lo scrivo maiuscolo perché ce ne sono tanti, ma grande e ricco così, solo uno, quello di Genova). Bravi Pietro Marcello e Sara Fgaier (montatrice e tantissimo altro). Come tutti i film editi da Feltrinelli, il dvd si accompagna a un buon libro, curato da Daniela Basso ricco di testimonianze e di documenti accessori. Dario Zonta, uno dei produttori, racconta l’iter che ha portato a vincere diversi premi in tanti festival: un testo esemplare della fatica e della forza richiesta per fare qualcosa in questo paese, che si conclude con un paragrafetto che scolpirei nel marmo: in Italia basta realizzare un’opera – magari coi piedi – per attribuirsi subito una patente da artista: sono tutti pittori, scrittori, autori etc. E anche chi produce un film, magari un corto sgarrupato, diventa subito produttore. Ecco, lui e gli altri che hanno aiutato questo film a venire alla luce, sono i veri produttori che ci mancano. Bravi, veramente. (Dvd; 9/11/12)

991 – 3 giorni per la verità di Sean Penn, USA 1995
Sono a Genova, dai miei, e la città è ferma, immobile, bellissima. A sera, papà tira fuori un vecchio ritaglio di giornale dove un critico definisce il secondo film di Sean Penn “da non perdere” e siccome lui si fida del Sole24Ore e non del Cacace lo vediamo. E non vale niente. Cioè, poco: ho perso due ore della mia vita davanti a una pellicola con una fotografia smorta, attori mal diretti, musica di Jack Nitzsche purtroppo senz’anima (e pure una canzone di Springsteen anonima, francamente) e trama esagerata, poco credibile anche quando qualcosa di emozionale potrebbe emergere. Perché la storia è questa: lui, Freddy, è Jack Nicholson (bisognerebbe dirgli: se il film non è Batman, non devi comunque fare il Joker, eh) e non ha mai superato il trauma della morte della figlioletta di sette anni, investita da un guidatore ubriaco, John, che sta uscendo dal carcere, roso dal rimorso e con la faccia incolore di tale David Morse (massì, se lo vedete capite chi è: caratterista di tanti film con registro interpretativo limitato a tre smorfie: assente, basito, addoloratissimissimo). La madre della vittima, Anjelica Huston, se n’è fatta una ragione e vive tranquilla ma Freddy non ci sta, è ossessionato dal desiderio di vendetta e si brucia tra alcol, sigarette e spogliarelliste e quando John esce dal carcere dopo 5 anni va ad ammazzarlo. Ma non ha messo il proiettile in canna (!) e allora si trova un accordo: tra tre giorni ti faccio secco. Cosa che John quasi vorrebbe, essendo uno zombi che non riesce ad amare la bella Jojo (interpretata da Robin Wright). Dopo un’ora e trenta di scassamento di palle dovuti ad andirivieni narrativi neghittosi e compiaciuti dialoghi sentenziosi, Freddy fugge ai poliziotti che l’han fermato ubriaco (e vai di elicotteri… per un ubriaco, boh) e riesce a raggiungere John che lo aspetta in plastica posa con fucile con cannocchiale. I due si confrontano ed è quasi una gara a chi si fa ammazzare dall’altro per mettere fine al tormento, dello spettatore, però. Dopo un pochissimo credibile inseguimento asmatico (e ci credo: fumano tutti come turchi, con Penn – tabagista convinto – dietro la cinepresa) conclusione sulla lapide della piccina, con Freddy che la vede per la prima volta e nota che si tratti di una pietra color rosa. Poi i due si danno la manina e fine, the end. Bestemmie a non finire, ma solo mentali per riguardo dei vecchi genitori che subiscono la pellicola ammettendo che il Sole24Ore è nemico della classe lavoratrice e degli spettatori. Altre cose notate in questa schifezzina con pretese: Nicholson ha le lunghie laccate, giuro. Robbie Robertson (particina) dovrebbe solo suonare la chitarra. E poi (e parliamo di un direttore della fotografia altrimenti validissimo, Vilmos Szigmond), rallenti agghiaccianti, zoom da interdizione e luci al neon che facevano schifo durante gli Ottanta, figuriamoci se utilizzate a metà Novanta e viste oggi. Inoltre traduzione in italiano tremenda, ma la colpa è mia che preferisco vedere i film in originale e soffro di gran spaesamento quando sento i migliori doppiatori del mondo non andare a tempo col labiale dei doppiati e condire tutto con inflessioni dialettali. Concludendo questa tirata sicuramente scomposta: film dall’idea buona ma dalla drammaturgia bislacca e dalla messa in scena sovraccarica. Per cui: Penn, sei tanto bravo quando reciti però i film falli fare ad altri, eh. (La promessa, da Dürrenmatt, non mi era dispiaciuto ma chissà cosa mi passava per la testa. O forse Sean aveva imparato, nel frattempo. Boh, non importa). (Diretta su Sky Cinema Cult; 16/11/12)

994 – Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari, Italia 2012
Torno a casa distrutto da una giornata di lavoro spossante e – dopo cena – quando le pupattole accettano di andare a dormire, dopo denti, bidet, scelta dei vestiti, letture varie, implorazioni di ancora un minutino etc. etc. decidiamo di vederci un film. Ne scegliamo uno che ci tenga sulla corda, perché incombe il sonno, e non sbagliamo. Mi fa male ripercorrere la o le storie del G8, perché non c’ero, avrei voluto esserci, ma ho anche ringraziato il caso che mi ha impedito di partecipare. Diaz non ti molla un attimo: è un film importante e necessario (e lo so che sono termini abusatissimi e pericolosi, ma ho deciso che valesse la pena usarli), forse non esaltante in termini drammaturgici, però ben teso, diretto, senza sbrodolate, con pochissime sbavature (qualche dialogo didascalico). È un film che rinuncia al grido di dolore esagitato e militante (ed è un bene inestimabile) così come alla precisione assoluta di nomi, ore, luoghi, evitando un documentarismo che avrebbe reso sterile e non emotiva la narrazione. Certo: violento, sì, ma se avete visto i documentari con le immagini vere, vi assicuro che questa – al confronto – è una passeggiata di salute. Il racconto è corale, scomposto in termini temporali in modo intelligente, mettendo in scena le diverse anime dei manifestanti del G8 e senza dimenticare anche lo sconcerto di alcuni (pochi pochi) rappresentanti delle forze dell’ordine di fronte al cinismo, al sadismo e alla vendetta esercitata così brutalmente. E le scelte non sono per essenza democristiana quanto per trovare un equilibrio narrativo e per raccontare lo spaesamento di tutti. Cast a regime, ricco e ben diretto. Sulla pagina di Wikipedia leggo attonito i commenti di tanta stampa e, sarà perché io sono il Cacace, mi sembrano tutti sfocati, con addirittura un critico del Giornale (…) che lamenta la mancanza di scene con violenze dei dimostranti. E certo, perché così la lezione cilena alle zecche comuniste era più comprensibile, no? Io veramente non so perché devo pagare con le mie tasse lo stipendio a certa gente. (Dvd; 27/11/12)

995 – Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher, USA 2011
Torno a Genova per il battesimo del terzo nipotino. E la sera, dopo parca cena, film su Sky, come vuole papà, che sceglie questo thriller tratto dal celeberrimo libro che ho letto 3 anni fa con mucho gusto. Millennium parte con Immigrant Song dei Led Zeppelin in versione industrial su titoli di testa stilosissimi e assolutamente inutili, messi giusto per fare sciato, come diciamo qui da noi. Però nella testa di regista e produttori il ragionamento è: se faccio sentire il pezzo vichingo dei Led Zepp ho già fatto capire di cosa parliamo, di gente che vive in quelle zone là, di là dall’oceano, in Scandinavia, Ikea, Volvo, tetrapak, robe così. E anche per quel che riguarda personaggi e contesto, non si perde un secondo, tanto il librone l’han letto tutti e magari qualcuno s’è già visto le riduzioni svedesi. Per cui si parte come se sapessimo ogni cosa (e mi evito anch’io qualunque riassunto): chi è Mikael Blomqvist e di cosa si occupi al giornale Millennium. E Lisbeth Salander, idem. Scene brevi, veloci, secche: un sunto concentrato, un bigino, un dado Liebig della vicenda, con una narrazione spezzettata e velocizzata che mi ha presto rotto le palle. Siccome si crede che l’abilità del montaggio sia fare tutto in fretta e furia, a stacchi frenetici, senza piacere del racconto, hanno pure pensato di dare l’Oscar al film. E vabbeh, cara Academy: ma allora la prossima volta premiamo un trailer, dài! E poi, la cosa più incredibile. Seguitemi! Siamo in Svezia, con personaggi svedesi che parlano – si suppone – svedese. E invece Blomqvist prende appunti… in inglese. E i suoi Post It sulla lavagna sono… in inglese. E Lisbeth Salander, tatua “I am a rapist pig”, sul suo tutore violentatore svedese, che così non potrà più avere vittime anglofone, ma svedesi forse. E poi: libri svedesi stampati in inglese, polizia svedese che redige rapporti in inglese, giornali svedesi con titoli e articoli in inglese… Ma non è straordinario, tutto ciò? Neanche durante l’autarchia fascista! Si vede che Fincher deve aver pensato: in che lingua cantavano gli ABBA? Inglese! Per cui la vera scoperta di questo film, il suo valore occulto e il messaggio rivelatore che ci passa questo regista che se la tira da novello Hitchcock è: VOI NON LO SAPETE MA GLI SVEDESI PENSANO, PARLANO E SCRIVONO IN INGLESE. Aaaah, ecco. Stupido io! Vabbeh: David Fincher è considerato un maestro della cinematografia attuale ma ogni volta che vedo un suo film mi pare che manchi sempre quello che per me conta veramente: le emozioni, il senso di ciò che si dice, la moralità dello sguardo. E sì che nel primo libro della trilogia di Millennium ci sono il nazismo civile, il fanatismo religioso, la grande imprenditoria maledetta e tarata, la giustizia sociale assolutamente ingiusta, il diritto all’informazione contro i poteri forti, i rapporti tra uomini e donne e l’insopportabile prevaricazione maschile. Bene: qui è tutto buttato in un calderone in nome della funzionalità del thrilling. Ed è per questo che Fincher, nel grande schema delle cose della MIA vita, non conta né mai conterà un cazzo. Perderò qualche grande film? Di sicuro, perché questo sa anche (non qui) mettere in scena da Dio, chi dice di no. Ma chi se ne frega: ho tante colpe, una più una meno finirò lo stesso all’inferno. Come voi, del resto. (Diretta su Sky Cinema 1 HD; 1/12/12)

997 – Funeral Party di Frank Oz, Gran Bretagna 2007
Zia Luisa è un po’ che me lo dice: guardalo! E io, da bravo nipotino, obbedisco. Funeral Party è una commedia nera, abbastanza teatrale, che bordeggia il grottesco e la farsa facendoti sghignazzare assai. Come da titolo siamo a una veglia funebre e l’occasione impone misura, discrezione, rispetto, in un ambito british già di per sé molto controllato. E ovviamente accade la catastrofe. Le scene divertenti lo sono molto, ma molto proprio, facendo ricorso a comicità bassa, grassa e scatologica. A volte le gag sono un po’ fuori dal tempo (si scopre che il defunto era gay e si accompagnava a un nano) e soprattutto è quasi sgraziato nella sua banalità il motivo perturbatore principale: una boccetta di Valium che contiene invece delle pasticche di droga allucinogena. Chiaramente fanno ricorso al medicinale diversi partecipanti alla cerimonia e da lì il delirio: la realtà trasfigura e diventa tutto verde, come accadeva a Duccio in Boris (forse era una citazione, chissà). Con attori bravissimi, il film è gradevole, lungo il giusto e non posso certo criticarlo se poi rido come un posseduto perché un personaggio mette le mani nelle feci di un paralitico. (Dvd; 10/12/12)

1001 – Breaking BadThe Complete First Season di Vince Gilligan, USA 2008
Alla fine abbiamo ceduto: tutti ci dicono che si tratta di una serie eccezionale e son costretto a smentire. Non è eccezionale, è MONUMENTALE. Il livello di scrittura è francamente pazzesco rispetto ad altri prodotti seriali televisivi e dal punto di vista della messa in scena non vedo niente di meno rispetto a una produzione per il grande schermo. Ma quello che poi ti stupisce di più, ti affascina, ti cattura e ti convince, è trattare – e con naturalezza – assieme argomenti come l’etica, il decorso di un tumore, la produzione e il consumo delle droghe, i rapporti familiari, l’handicap, le aspirazioni frustrate, il sistema sanitario americano… La serialità consente affreschi molto ampi ma qui si rimane ammirati dalla capacità di condensazione di così tanti temi, come il team di scrittura riesca a svilupparli con credibilità, come sappia trattare l’ambiguità umana con questa misura eccezionale. Giusto per capirci: Walter White è un insegnante di liceo che avrebbe potuto diventare milionario con le sue competenze da chimico. Ha una moglie incinta e un figlio handicappato. Una casa (con piscina) ancora da pagare e i conti al limite. E un tumore ai polmoni. L’aspettativa di vita è bassa e allora Walt decide di sfruttare il suo talento per produrre metamfetamina e mettere da parte qualche soldo da lasciare alla famiglia. Metamfetamina purissima, di qualità eccelsa. Ma ovviamente a ogni scelta, a ogni azione, chimicamente segue una reazione, le cui conseguenze però, a differenza che in un processo di laboratorio, non sono mai prevedibili. Da timido studioso si può diventare spietati e avidi, pur di difendere la tribù o gli affari che permettono di tirare avanti. E così proviamo di nuovo l’angoscia persistente dell’ultima serie di The Shield, quella maledetta spada di Damocle sopra la testa, il continuo sentimento di non farcela, che da un momento all’altro sarai fottuto, e ogni tentativo per uscire dai tuoi casini implicherà ripercussioni che peggioreranno le condizioni di partenza, già disperate. Ogni episodio ha un arco drammatico spettacolare, sono belli i dialoghi perché son scelte bene le parole, è curiosa la localizzazione, in uno stato – il New Mexico – che è frontiera, deserto, prossimità al mondo latino, nuove possibilità e vicolo cieco. Ed è notevolissimo il discorso sulle droghe, senza infingimenti o balle: con un realismo disturbante ci viene raccontato tutto su produzione, consumo, cultura, società (permeata dal vizio a tutti i livelli), repressione (la lotta patetica della DEA) e giustizia, con i pesci piccoli vittime e quelli grossi che continuano, perché la droga è un affare anche per chi la combatte e senza non ci sarebbe un nemico per cui chiedere armi e denaro. Bravissimi e credibili, sempre, gli attori (su tutti il protagonista Bryan Cranston), belle le musiche, perfetto il montaggio e le continue sorprese registiche. E poi c’è il cattivo Tuco (rimando a chi ha memorie leonine), beh: uno splendore unico, specie quando sniffa i cristalli. Serie di livello superiore. (Dvd; dicembre 2012)

1002 – Michel Petrucciani – Body and Soul di Michael Radford, Francia 2010
Come fai a raccontare veramente la vita di uno come Michel Petrucciani? Questo bel documentario è una visione succinta e sicuramente parziale della sua vicenda umana e artistica ma se una storia come la sua potrebbe essere raccontata per ore, il regista (quello de Il postino, ma non solo) decide di concentrarsi sul versante emozionale: c’è la musica ma soprattutto c’è la vita e il documentario (abbastanza basic nella rievocazione biografica ma ricchissimo di contributi e testimonianze) è un inno al potere dell’arte che riesce a lenire le ferite di un’esistenza difficile. La storia di questo pianista – un piccolo grande uomo dalle ossa fragili e dalle mani abilissime – ha dell’incredibile: affetto da osteogenesi imperfetta e nanismo, aveva una fame incontenibile di tutto: amore, droghe, musica. Petrucciani voleva vivere la vita fino in fondo, reale o di fantasia che fosse: era un incontenibile contapalle (in una delle testimonianze si specifica: “Bisognava dividere per dieci quello che diceva”), respingeva ogni pietismo, si sentiva e voleva vivere come tutti gli altri. Del resto: “Abbiamo tutti dei problemi, chi non ne ha?”. Sorridente, ironico, cialtrone, esagerato, presuntuoso, bugiardo, egoista e traditore: la sua storia è un continuo accompagnarsi e lasciarsi, segnata dal rapporto col padre (l’assenza dopo il primo successo, come la debordante presenza prima, quando lo ha tirato su con spietatezza e gelosia) e dal desiderio di lasciare qualcosa di sé, come i figli voluti ostinatamente. Radford non esita a raccontarci (o meglio, a farci intravedere) attraverso le sue cinque compagne e i tantissimi amici, il lato oscuro del piccolo pianista: alcune meschinità, l’arroganza e l’incapacità di impegnarsi seriamente. Ma il genio andava di pari passo a questa ansia di vivere tutto fino in fondo, di non lasciare nulla per strada. Poca analisi musicale (tecnica non ortodossa, grande velocità e capacità melodica, criticato spesso proprio per la sua accessibilità o il suo virtuosismo da critici coglioni e totalitari) e un consueto errore di pigrizia registica: nessuna didascalia per dirci chi parla. Però bel film, e che musica, mamma mia. (Dvd; 1/1/13)

(Continua – 85)

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Oppure binge reading qui, su Carmilla.

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We want to believe https://www.carmillaonline.com/2020/02/16/we-want-to-believe/ Sun, 16 Feb 2020 21:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58075 di Alessandra Daniele

Una pandemia apocalittica, causata da un virus creato e diffuso per sterminare l’umanità, favorendo così l’invasione aliena: è questo l’elemento della mitologia di X Files che oggi fa della storica serie la candidata ideale per la nuova rubrica di Carmilla AltroQuando. In Italia X Files andava in onda la domenica sera su Italia 1. Se ne parlava il lunedì mattina a scuola, e sulla rete, che era ancora giovane. Si parlava specialmente degli episodi sulla cospirazione umano-aliena. X Files ha allevato almeno tre generazioni di complottisti. Senza, probabilmente non ci sarebbe stato il Movimento 5 Stelle.

La serie [...]]]> di Alessandra Daniele

Una pandemia apocalittica, causata da un virus creato e diffuso per sterminare l’umanità, favorendo così l’invasione aliena: è questo l’elemento della mitologia di X Files che oggi fa della storica serie la candidata ideale per la nuova rubrica di Carmilla AltroQuando.
In Italia X Files andava in onda la domenica sera su Italia 1. Se ne parlava il lunedì mattina a scuola, e sulla rete, che era ancora giovane. Si parlava specialmente degli episodi sulla cospirazione umano-aliena. X Files ha allevato almeno tre generazioni di complottisti.
Senza, probabilmente non ci sarebbe stato il Movimento 5 Stelle.

La serie di Chris Carter debutta nel 1993, quando il Word Wide Web è appena nato, e i cellulari somigliano ai vecchi comunicatori di Star Trek TOS. La guerra nell’ex Jugoslavia continua, l’Italia è percorsa da attentati politico-mafiosi, il trattato di Maastricht sta entrando in vigore, e George Bush Sr. ha da poco ceduto il posto a Bill Clinton.
Le ascendenze della serie, che ibrida efficacemente poliziesco, horror e fantastico, sono ben riconoscibili fin dai protagonisti: Fox Mulder è praticamente un collega dell’agente Cooper di Twin Peaks, e Dana Scully della Clarice del Silenzio degli Innocenti. Fra i due “investigatori dell’impossibile”, la tipica dinamica conflitto-complicità inesorabilmente destinata a diventare amore.
Se il motto di Mulder è I want to Believe, a Scully tocca il ruolo della scettica positivista, almeno all’inizio.
X Files si distingue però fin dal pilot soprattutto per la vocazione complottista.
All’inizio, la cospirazione fra poteri forti e alieni invasori (i classici misteriosi omini grigi) è adoperata come trasparente metafora di orrori ben più reali della storia degli Stati Uniti, dagli accordi coi nazisti prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, alle proxy war e ai golpe orchestrati dalla CIA in giro per il mondo, dagli omicidi politici degli anni ’60-70, agli esperimenti con la radioattività subiti da migliaia di cittadini ignari durante la corsa agli armamenti nucleari della Guerra Fredda.
Col passare degli anni e delle stagioni però la trama complottista deraglia, in un proliferare di espedienti da feuilleton, parentele improbabili, gravidanze mistiche, supercazzole eugenetiche, e derive vagamente assolutorie, finendo per rivelare che il diabolico Uomo che Fuma, cospiratore capo, killer di Kennedy, nonché padre segreto sia di Mulder che del telecinetico figlio in provetta di Scully, starebbe in realtà collaborando cogli invasori alieni col segreto proposito di sviluppare un vaccino per il virus alieno.
Mentre la trama orizzontale si deteriora, gli episodi autoconclusivi – la maggior parte – continuano però a fornire una collezione di godibili Weird Tales, fra le quali spiccano quelle firmate dal Vince Gilligan di Breaking Bad, che proprio sul set d’un suo memorabile episodio, Drive, conoscerà Bryan Cranston.
Nelle ultime stagioni, quando una nuova sbiadita coppia di agenti FBI subentra in parte a Mulder e Scully, la trama complottista precipita definitivamente, spegnendosi in un finale raffazzonato che nel 2002 annuncia l’avvento degli alieni per il famigerato 12 dicembre 2012.
14 anni dopo la cancellazione della serie (e 4 anni dopo l’appuntamento mancato) X Files ritorna brevenente in onda, mettendo in scena la pandemia ritardataria per poi rimangiarsela nell’episodio successivo, rimandandola di nuovo a data da destinarsi, nel vano tentativo fuori tempo massimo di resuscitare la serie nell’era in cui ormai il complottismo è diventato mainstream, ufologi e terrapiattisti sono al governo, e nelle generazioni allevate da X Files, Resident Evil, The Walking Dead, la comparsa di ogni nuovo virus scatena sempre, immancabilmente, paranoie – ed entusiasmi – da apocalisse imminente.
È questo il Big One che stiamo aspettando?
Potremo finalmente saccheggiare i supermercati e sparare ai vicini di casa?
Alla tagline di X Files “La verità è là fuori” si potrebbe oggi replicare parafrasando Corrado Guzzanti: la risposta è là fuori. Però è sbagliata.

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Better Watch Saul https://www.carmillaonline.com/2015/04/12/better-watch-saul/ Sun, 12 Apr 2015 18:32:16 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21878 di Alessandra Daniele

La prima stagione di Better Call Saul è un capolavoro. Per certi versi persino superiore alla prima di Breaking Bad. Può sembrare una black comedy all’inizio, in realtà è uno stupendo noir, malinconico e spietato. Bob Odenkirk è assolutamente straordinario anche come attore drammatico. Il suo Bingo monologue del season finale è un indimenticabile instant classic. Anche Jonathan Banks giganteggia, e ha un intero magistrale episodio dedicato alla tragica backstory di Mike. Vince Gilligan e Peter Gould hanno saputo scegliere attori non soltanto di eccezionale talento, manche capaci di diventare di fatto co-autori dei personaggi che interpretano. Better Call Saul è [...]]]> di Alessandra Daniele

La prima stagione di Better Call Saul è un capolavoro. Per certi versi persino superiore alla prima di Breaking Bad.
Può sembrare una black comedy all’inizio, in realtà è uno stupendo noir, malinconico e spietato.
Bob Odenkirk è assolutamente straordinario anche come attore drammatico. Il suo Bingo monologue del season finale è un indimenticabile instant classic. Anche Jonathan Banks giganteggia, e ha un intero magistrale episodio dedicato alla tragica backstory di Mike.
Vince Gilligan e Peter Gould hanno saputo scegliere attori non soltanto di eccezionale talento, manche capaci di diventare di fatto co-autori dei personaggi che interpretano.
Better Call Saul è una serie praticamente perfetta da ogni punto di vista, compreso quello tecnico e visuale, elegantissimo, e ispirato ai classici anni ’40.

[Seguono spoiler da evitare accuratamente se non s’è vista tutta la stagione, cosa che dovreste fare subito. Sono soltanto dieci episodi, uno migliore dell’altro]

Jimmy McGill/Saul Goodman non è mai stato un comedy relief, la sua preziosa consulenza è fondamentale per l’ascesa di Walter White, e il suo geniale, implacabile sarcasmo ha sempre suggerito una complessità di carattere astutamente dissimulata.
In Better Call Saul, prequel-spinoff di Breaking Bad, Vince Gilligan e Peter Gould lo svelano come uno dei personaggi più drammatici dell’intero universo narrativo.
2002: Jimmy McGill ha uno straordinario talento affabulatorio in grado all’occorrenza anche di salvargli la vita, però, dopo un passato di piccole truffe col nick di Slippin’ Jimmy, ha deciso di metterlo al servizio della legge, nonostante l’ambiente legale ”rispettabile” continui a sbattergli la porta in faccia, e i suoi stessi clienti, Mike compreso, lo trattino da criminale.
Jimmy però persevera, interessato soprattutto all’approvazione del fratello maggiore Chuck, che considera un esempio di rettitudine.
La sua stima però è tragicamente mal riposta.
Il terribile tradimento subito da parte di Chuck dimostra crudelmente a Jimmy ciò che Mike sa già molto bene: il confine tra legale e illegale (sottolineati da toni opposti di blu e rosso) non coincide affatto con quello tra giusto e sbagliato.
Il rigido legalitario Chuck è in realtà l’autentico main villain, e le sue motivazioni sono persino peggiori dell’arroganza classista del collega e socio avvocato Hamlin: Chuck è intensamente invidioso del talento del fratello come Salieri di Mozart in Amadeus.
Mentre è il duro killer Mike quello dal codice etico più solido.
Il catalizzatore che innesca la trasformazione di Jimmy in Saul è però la morte di Marco, suo vecchio complice e amico.
Nel suo piccolo, Marco muore come Walter White: facendo ciò che lo fa sentire vivo.
Così anche Jimmy alla fine sceglierà ciò che lo fa sentire vivo. Sceglierà di  regnare all’inferno, di diventare se stesso: non un semplice avvocato, ma neanche un semplice criminale, né Jimmy McGill, né Slippin’ Jimmy, ma la fusione alchemica e l’evoluzione dei due in qualcosa di nuovo che è più della somma delle sue parti: Saul Goodman. Criminal lawyer.
Rosso più blu: Deep Purple. Smoke on the water, fire in the sky.
Una scelta consapevole sulla quale, al contrario di Walter White, Saul non mentirà mai a se stesso.

[Chi fosse interessato ad una mia nota sul rapporto fra Mike e Saul in Breaking Bad la trova qui. Seguendo la tag si trovano altri miei post sull’ultima stagione di Breaking Bad mai apparsi su Carmilla]

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Non dire gatto https://www.carmillaonline.com/2013/11/03/non-dire-gatto/ Sun, 03 Nov 2013 21:23:30 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10569 walter-whitedi Alessandra Daniele

A rivederlo tutto da capo dopo aver visto il finale, Breaking Bad sembra persino più bello. Tutto torna. E questa è una qualità rarissima. E se, invece che da Vince Gilligan, Felina fosse stato sceneggiato da altri autori, come Moffat o Sorkin, cosa avrebbero scritto? Spoiler: Steven Moffat Dopo averla avvelenata, Walter scopre che Lydia era sua figlia Holly venuta dal futuro, nome completo Hollydia. Allora torna indietro nel tempo per resettare la timeline, ma sbaglia, e crea un universo parallelo dove tutte le donne sono [...]]]> walter-whitedi Alessandra Daniele

A rivederlo tutto da capo dopo aver visto il finale, Breaking Bad sembra persino più bello. Tutto torna. E questa è una qualità rarissima.
E se, invece che da Vince Gilligan, Felina fosse stato sceneggiato da altri autori, come Moffat o Sorkin, cosa avrebbero scritto?
Spoiler:

Steven Moffat

Dopo averla avvelenata, Walter scopre che Lydia era sua figlia Holly venuta dal futuro, nome completo Hollydia. Allora torna indietro nel tempo per resettare la timeline, ma sbaglia, e crea un universo parallelo dove tutte le donne sono sceme.

Aaron Sorkin

Walter affronta Uncle Jack. I due discutono ininterrottamente di politica per quarantacinque minuti, scambiandosi pungenti frecciate sarcastiche, e graffianti sferzate satiriche. Alla fine concordano sul fatto che tutte le donne sono sceme.

Ron Moore
Lydia e Todd appaiono a Walter, gli svelano d’essere due angeli, e gli dicono che Dio ha un piano per lui: deve farsi saltare in aria nel meth lab, e distruggerlo completamente. Walter esegue. Lydia e Todd appaiono quindi a Jesse, e gli dicono di ricostruire il laboratorio da capo. Alle proteste di Jesse che la cosa non ha senso, rispondono ”Tutto questo non ha mai avuto senso, tutto questo non ce l’avrà mai”.

David Shore
Quando la polizia irrompe nel laboratorio, Walter è ferito, ma ancora vivo. Viene quindi portato in ospedale, dove Greg House ha ripreso a esercitare in incognito col nome di Bruce Banner. House scopre che in realtà Walter non ha il cancro, ma un raro parassita tropicale che si cura con la diet coke (product placement). Walter guarisce, ma House viene scoperto. I due fingono di morire in un incendio, e fuggono insieme in chopper.

J. J. Abrams
Walter scopre che nel deserto c’è sepolto un misterioso manufatto precolombiano decorato da profezie apocalittiche; che la gang neonazista di Uncle Jack fa parte d’un complotto internazionale per instaurare il Quarto Reich; e che la Blue meth nella diet coke conferisce terribili superpoteri. Racconta tutto a Skyler. Lei lo caccia urlando ”Cristo, basta cazzate!” Poi viene rapita dagli alieni.

Damon Lindelof & Carlton Cuse
Walter si sveglia nella TAC, e scopre d’essersi sognato tutto. Poi esce dalla TAC, e scopre d’essere nell’aldilà. Gus Fring gli viene incontro e gli dà il benvenuto chiamandolo Heisenberg. Walter gli chiede perplesso: ”ma se ho sognato tutto, com’è che tu mi conosci davvero?” Gus gli sorride, e risponde ”lascia perdere le incongruenze, non hanno importanza, quello che conta è che adesso ci vogliamo tutti bene”.

Scott Buck & Manny Coto
Hank trova il libro con la dedica di Gale, ma non capisce cosa significa. Poi muore per una colica. Walter non viene mai scoperto dalla polizia, ma si sente così in colpa che affida i figli a una serial killer latitante, e va a morire da solo in montagna lo stesso.

David Chase
Walter entra in un bar.
Schermo nero.
Titoli di coda.

Joss Whedon
Walter entra in un bar.
La serie viene cancellata.

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Il Trono di Cristallo https://www.carmillaonline.com/2012/08/13/il-trono-di-cristallo/ Mon, 13 Aug 2012 07:57:47 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=4402 di Alessandra Daniele

Heisenberg.JPGA tutti gli effetti una delle migliori serie della storia della Tv se non la migliore, Breaking Bad di Vince Gilligan è anche l’unica il cui valore effettivo sia persino superiore a quello già altissimo attribuitogli da critica e fandom, anche se chi la segue e la ama, per anni (come me) s’è trovato a parlarne molto meno di quanto avrebbe voluto, per non danneggiare l’esperienza di chi deve ancora scoprirla. Recuperatela subito se non l’avete ancora fatto, ha appena celebrato il 51° episodio, e ne mancano solo undici al finale.

SEGUE SPOILER

Ultimo discendente legittimo della [...]]]> di Alessandra Daniele

Heisenberg.JPGA tutti gli effetti una delle migliori serie della storia della Tv se non la migliore, Breaking Bad di Vince Gilligan è anche l’unica il cui valore effettivo sia persino superiore a quello già altissimo attribuitogli da critica e fandom, anche se chi la segue e la ama, per anni (come me) s’è trovato a parlarne molto meno di quanto avrebbe voluto, per non danneggiare l’esperienza di chi deve ancora scoprirla. Recuperatela subito se non l’avete ancora fatto, ha appena celebrato il 51° episodio, e ne mancano solo undici al finale.

SEGUE SPOILER

Ultimo discendente legittimo della grande e multiforme tradizione del noir USA che va da Dashiell Hammet a Pulp Fiction, Breaking Bad ci aggiunge un’inesorabile progressione narrativa da tragedia shakespeariana, gemme di feroce black comedy, e un geniale intreccio dalla tessitura cristallina nella quale tutti i dettagli combaciano con spietata perfezione, nessun particolare è casuale, e tutte le Cechov gun centrano il bersaglio.
Perfetto a ogni livello, dalla sceneggiatura che dimostra un’autentica pianificazione multi-stagionale; alla regia la cui mirabile eleganza visuale è sempre al servizio dell’efficacia narrativa; alla maestria di tutti gli interpreti, dallo straordinario Bryan Cranston, il protagonista Walter White, ai recurring come Bob Odenkirk, l’irresistibile affabulatore Saul Goodman; alla colonna sonora impeccabile per qualità e pertinenza; alla stupenda fotografia del miglior livello cinematografico, che si fa parte integrante della narrazione passando dai toni dominanti verde acido e giallo sabbia delle prime stagioni, ai colori accesi del tramonto nella terza, al cupo rosso sangue della quarta, al nero che domina la quinta, sempre in contrappunto con l’azzurro gelido della crystal meth di Walt.

Vince Gilligan viene dagli X Files, come producer e autore di alcuni dei migliori episodi standalone: “Pusher”, ”Soft Light”, gli horror “Leonard Betts” e “Folie à Deux”, il dickiano ”Field Trip”, e l’ottimo road thriller ”Drive”, interpretato da un giovane Bryan Cranston originariamente convocato per un altro ruolo, ma poi dimostratosi perfetto per quello del protagonista: un uomo in fuga letteralmente sul punto di esplodere. Dieci anni dopo quell’episodio, Gilligan scrive il pilot di Breaking Bad pensando proprio a Cranston per il suo Mr. White/Heisenberg, il prof di chimica che si scopre capace di scalare la vetta del crimine organizzato.
La carriera di Bryan Cranston ironicamente sembra rispecchiare l’ascesa di Walter White: una vita di ruoli minori e sit-com, e poi a cinquant’anni improvvisamente l’occasione per scatenare un immenso talento, unico per intensità, versatilità e carisma, abbastanza da proiettarlo direttamente fra i più grandi di sempre. Al suo fianco, un cast di co-protagonisti e antagonisti eccezionali, a cominciare da Aaron Paul, perfetto nel ruolo complesso dell’instabile giovane complice, quel Jesse Pinkman al quale Mr. White continua a salvare e rovinare la vita in un rapporto di ambivalente interdipendenza che, grazie anche alla perfetta chemistry fra Cranston e Paul, è il fulcro relazionale di Breaking Bad. Nelle passate stagioni la magistrale interpretazione di Giancarlo Esposito ha reso l’indimenticabile Gus Fring uno dei migliori villain di tutti i tempi; quest’anno il veterano Jonathan Banks sta facendo del suo killer/cleaner professionista Mike Ehrmantraut uno stupendo concentrato di filosofia hard boiled. Dean Norris continua efficacemente a svelare la fragilità e la complessità nascoste sotto la vernice poliziottesca di Hank, e Anna Gunn aggiunge nuovo spessore drammatico al personaggio di Skyler, la moglie di Walt, che attraverso le sue reazioni ai vari stadi della carriera del marito, rappresenta anche la reazione della società al crimine: condanna per il piccolo delinquente, collusione col medio – specialmente nei reati finanziari – sgomenta impotenza di fronte al boss stragista.

Nella sua turbolenta e sanguinosa ascesa/discesa da prof fantozziano a re del narcotraffico, Walter White ha affrontato e sconfitto ogni boss di livello, fino a diventare lui stesso il boss di livello, e uno dei più sinistri, nella sua apparente normalità. Un passo dopo l’altro, un omicidio dopo l’altro, Mr. White ha svelato il suo vero volto, è diventato se stesso .
Breaking Bad rivela tutta la violenza repressa che può nascondersi nell’uomo della porta accanto, e la spirale di crimini che sia capace di commettere e giustificare in nome dell’autodifesa, e di quel ”bene della famiglia” che è la maschera delle sue reali motivazioni: la sua sete di rivalsa, di potere, d’autoaffermazione. Walter White però non è un personaggio che possiamo comodamente giudicare dall’esterno, è un uomo tormentato nel quale Breaking Bad ci porta inesorabilmente a identificarci fin dall’inizio, quindi il viaggio all’interno del suo cuore di tenebra diventa anche un percorso di riconoscimento del nostro inner Heisenberg. Fino a che punto siamo ancora con Walt, e perché?
Forse perché è spesso diabolicamente geniale benché a volte terribilmente sprovveduto, e la sua è anche la rivincita del nerd. Forse perché, nonostante tutto, pensiamo che la sua umanità non sia morta, ma solo in disparte, dove prima si nascondeva il suo lato oscuro.
O forse queste sono solo razionalizzazioni, come quelle accampate dallo stesso Walt. E in realtà, se siamo ancora con lui è perché incarna quella parte di noi che pensa sia meglio regnare all’inferno che servire in paradiso.
Breaking Bad però ci ricorda che il trono dell’inferno è fatto di cristallo.
E che quel cristallo non è meth.

 

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