Vanessa Roghi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 09 Mar 2026 23:01:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Fotografia e psichiatria https://www.carmillaonline.com/2025/12/04/fotografia-e-psichiatria/ Thu, 04 Dec 2025 21:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91365 di Gioacchino Toni

Francesca Orsi, La nuova alleanza tra fotografia e psichiatria. Da Basaglia a oggi, Interviste a Luciano D’Alessandro, Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Claudio Ernè, Paola Mattioli, Emilio Tremolada, Uliano Lucas, Dario Coletti, Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver, Christian Fogarolli, Prefazione di Vanessa Roghi, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 234, € 25,00

In chiusura degli anni Sessanta del secolo scorso vengono pubblicati due volumi destinati a rivelare, attraverso immagini fotografiche, l’universo rinchiuso entro le mura dei manicomi, prima che questi fossero smantellati dalla caparbia lotta di Franco Basaglia e da un turbolento contesto italiano che seppe infrangere la cappa conservatrice [...]]]> di Gioacchino Toni

Francesca Orsi, La nuova alleanza tra fotografia e psichiatria. Da Basaglia a oggi, Interviste a Luciano D’Alessandro, Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Claudio Ernè, Paola Mattioli, Emilio Tremolada, Uliano Lucas, Dario Coletti, Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver, Christian Fogarolli, Prefazione di Vanessa Roghi, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 234, € 25,00

In chiusura degli anni Sessanta del secolo scorso vengono pubblicati due volumi destinati a rivelare, attraverso immagini fotografiche, l’universo rinchiuso entro le mura dei manicomi, prima che questi fossero smantellati dalla caparbia lotta di Franco Basaglia e da un turbolento contesto italiano che seppe infrangere la cappa conservatrice che gravava sul Paese sorprendentemente disponible a sperimentare cambiamenti radicali.

Si tratta del volume curato da Franco Basaglia e Franca Ongaro, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (Einaudi, 1969) e del libro di Luciano D’Alessandro, Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale (Il Diaframma, 1969). Individuando in queste due pubblicazioni le fondamenta di una nuova iconografia della malattia mentale Francesca Orsi indaga il rapporto tra fotografia e psichiatria che si è sviluppato tra la fine degli anni Sessanta e oggi.

In linea con l’idea benjaminiana che individua nel frammento, nel suo interrompe la narrazione lineare della storia, un potenziale critico utile a svelare le contraddizioni della modernità aprendola a nuove e inedite prospettive, con La nuova alleanza tra fotografia e psichiatria Orsi ha inteso modellare «un nuovo atlante visivo della “follia” per accostamenti di tasselli che messi insieme creano significati inediti, tesi a definire un percorso alternativo verso un’iconografia destigmatizzante della malattia mentale e, contemporaneamente, a creare un senso collettivo di giustizia, di espressività artistica, di storia e di pensiero critico» (p. 228).

L’autrice sottolinea come le fotografie di Morire di classe abbiano avuto un ruolo importate non soltanto nel far conoscere le condizioni dei pazienti rinchiusi nei manicomi, ma anche nel rompere il sodalizio di estrazione positivista tra fotografia e psichiatria. Gli scatti di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin hanno istituito «un nuovo alfabeto visivo della salute mentale, che affonda le sue radici nelle finalità politiche di Morire di classe, nella sua intrinseca urgenza civile e sociale» (p. 15), un alfabeto che si è evoluto nel corso del tempo rapportandosi con i cambiamenti occorsi non solo in ambito psichiatrico, sociale e politico, ma anche a livello di comunicazione visiva. Nel ricostruire quelle nuove visioni su malattia mentale, devianza e alterità, Orsi si è avvalsa delle testimonianze dirette di chi le ha prodotte. Nel volume si trovano interviste raccolte tra il 2008 e i giorni nostri a: Luciano D’Alessandro, Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Claudio Ernè, Paola Mattioli, Emilio Tremolada, Uliano Lucas, Dario Coletti, Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver e Christian Fogarolli.

Se tanto gli scatti di D’Alessandro, realizzati presso l’ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, ove operava il dottor Sergio Piro, pubblicati nel volume Gli esclusi, quanto quelli di Cerati e Berengo, effettuati nei manicomi di Colorno, Gorizia e Firenze, diffusi da Morire di classe, hanno messo la società italiana di fronte a una realtà sino ad allora sconosciuta attraverso la crudezza delle immagini, sono state soprattutto le fotografie di questi ultimi a sconvolgere l’opinione pubblica e ciò, probabilmente, è dovuto al fatto che queste hanno saputo trasmettere l’urgenza da cui erano mossi i fotografi di mostrare, denunciare e rivelare la violenza dell’istituzione psichiatrica in linea con la battaglia basagliana. È probabilmente la mancanza di questo senso di urgenza ad aver reso all’epoca meno dirompenti gli scatti di D’Alessandro, mossi invece da premesse di ordine estetico-autoriale e intenzionati a riflettere la solitudine dell’essere umano. Mentre le fotografie di Cerati e Berengo agiscono da «urlo», quelle di D’Alessandro, mosse più da uno sguardo autoriale che non reportagistico, sono riconducibili «al silenzio esistenziale», al «mondo interiore». Gli esclusi, afferma lo stesso D’Alessandro, ha preso il via come una riflessione sull’esistenza umana, da cui, soltanto dopo, è derivata la denuncia sociale.

Mentre Morire di classe fu voluto da Franco Basaglia e Franca Ongaro come un atto d’accusa all’istituzione psichiatrica, usando il libro come ponte verso l’esterno, verso la società, verso la politica e verso l’opinione pubblica, Gli esclusi fu voluto da Sergio Piro partendo dalla stessa tensione nei confronti della psichiatria, ma procedendo a una sua “demolizione” dall’interno, usando la propria esperienza e la propria visione come primo tassello da abbattere (p. 31).

Se Gli esclusi si è presentato come un libro fotografico elegante, Morire di classe, ricorda Berengo, si è proposto esplicitamente come «un manifesto politico di protesta, fatto con urgenza e con delle modalità che permettessero un costo molto basso, per arrivare a un pubblico più ampio» (p. 57). L’incidenza esercitata sulla società italiana dalle fotografie di Morire di classe non può che essere messa in relazione con l’importanza che, come ricorda la stessa Cerati, aveva la fotografia negli anni Sessanta nell’ambito della denuncia sociale, della divulgazione e della comunicazione. Due libri mossi da progettualità differenti ma altrettanto importanti nel rinnovamento della fotografia psichiatrica: Morire di classe per l’adozione di una strategia comunicativa efficace nel fare irrompere nella società italiana il tema della malattia mentale, Gli esclusi per la sua capacità di aprire una riflessione sull’istituzionalizzazione psichiatrica, sul ruolo del fotografo e sulla natura dell’immagine che intende raccontarla.

Se gli scatti di Morire di classe e de Gli esclusi hanno inteso denunciare l’istituzione psichiatrica, più che raccontare il cambiamento al suo interno, le fotografie realizzate negli anni Settanta presso l’ospedale psichiatrico triestino allora diretto da Basaglia di autori come Claudio Ernè, Paola Mattioli, Gian Butturini, Emilio Tremolada, Neva Gasparo e Mark Smith rappresentano un nuovo modo di guardare ai pazienti, ora considerati indissociabili dalla loro storia e dalla loro identità, in linea con il passaggio nella psichiatria basagliana dall’utopia goriziana degli anni Sessanta alle pratiche sperimentate nel decennio successivo.

Se in precedenza, dalla fine dell’Ottocento, la fotografia aveva assunto, rispetto all’istituzione psichiatrica, un ruolo di “strumento scientifico” per definire la malattia mentale e alla fine degli anni Sessanta era stata l’arma di denuncia della condizione manicomiale, negli anni Settanta i fotografi arrivati, per motivi diversi, a Trieste si resero parte loro stessi dell’ingranaggio del cambiamento in atto e testimoniandolo lo vivevano in prima persona (p. 71).

Le fotografie degli anni Settanta, insomma, tendevano a restituire ciò che gli stessi fotografi stavano vivendo nel loro rapportarsi con chi era affetto da malattia mentale.

Per i fotografi giunti nella città friulana, la realtà manicomiale, oltre a essere diventata una storia personale, data la prossimità fisica e umana, era anche una questione politica, un battersi per degli ideali in cui si credeva, un momento condiviso di forte critica al sistema. Il fotografo, nel suo essere coinvolto, perdeva la sua tecnicità e si mescolava agli altri volti e alle altre miriadi di storie che punteggiavano il parco del San Giovanni (p. 73).

Ernè ricorda come per i fotografi che, come lui, si confrontarono con la struttura triestina negli anni Settanta, lo scopo non fosse quello di denunciare, bensì quello di «fotografare una rinascita» di cui si sentivano parte. La stessa Mattioli conferma il clima di partecipazione e condivisione umana in cui si trovano immersi quanti e quante si erano presentati con la macchina fotografica nella struttura triestina.

Orsi si concentra poi su tre fotografi – Emilio Tremolada, Uliano Lucas e Dario Coletti – che «hanno espresso un ruolo di raccordo storico ma anche narrativo e meta fotografico. Il loro lavoro ha avuto il merito di documentare l’evoluzione di un movimento nel suo fluire temporale, ma anche di mostrare come tale evoluzione politica e ideologica fosse accompagnata da quella del linguaggio fotografico e del loro personale sentire estetico e compositivo» (p. 103). Tre autori che, per quanto differenti per stile e concezione della fotografia, sono riusciti «a raccontare tre momenti in cui la fotografia, procedendo nel suo percorso storico e formale, si è messa in dialogo con il suo passato per mostrare un concetto di cambiamento che riguardava la sua natura, il panorama psichiatrico e la società stessa» (p. 104).

Tremolada ribalta l’intento classificatorio e regolatore della fotografia positivista sui corpi dei pazienti proponendosi di guardare alla «personalizzazione degli oggetti che tornano ad assumere la loro funzione identitaria, che tornano a raccontare la specificità delle storie di vita, simboli di un cambiamento che ha fatto sì che il corpo del paziente non fosse più un “suppellettile assimilabile agli arredi del manicomio”» (p. 108). Oltre al soggetto delle immagini, il fotografo cambia la tecnica narrativa basandola su «inquadrature che stringevano, isolavano, facevano diventare gli oggetti dei concetti, delle astrazioni, degli spazi di riflessione» (p. 111).

Lucas affronta, invece, la malattia mentale allontanandosi dalla sua abituale narrazione reportagistica militante, proponendosi una una nuova iconografia attenta a non stigmatizzante la malattia mentale. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, egli si è focalizzato sull’essere umano, sulla sua riconquistata fisicità, sulle sue piccole storie vissute al di fuori delle mura delle strutture psichiatriche, sulle esperienze di integrazione sociale sperimentate dai nuovi indirizzi psichiatrici. «Se la fotografia psichiatrica di fine XIX secolo era servita a classificare la malattia mentale e a renderla visibile, quello che produsse Uliano Lucas fu un atlante di immagini teso a raccontare le sfaccettature dell’umano, senza che la fotografia fosse usata al servizio, ma a favore di qualcosa, di un pensiero che non stigmatizzasse più i “volti della follia”» (p. 114).

Mentre la fotografia di Cerati, Berengo e D’Alessandro raccontava la reclusione e la disperazione dell’essere umano, gli scatti di Lucas, per sua stessa ammissione, «rappresentano l’inizio della lotta, seguono l’impegno civile nel suo evolversi, rispecchiano la trasformazione del panorama psichiatrico dopo la riforma» (p. 137). Se con la fotografia, fino agli anni Settanta, ci si proponeva di suscitare un sentimento di pietà, successivamente, sostiene Lucas, si è voluto raccontare la riconquista della libertà dei soggetti, la loro vita, i loro affetti e la loro consapevolezza. «Le fotografie in ambito psichiatrico, con il tempo, hanno iniziato a raccontare il fluire di quella che una volta veniva definita “follia” nella normalità, la complessità della condizione umana» (p. 137). A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, sostiene Lucas, la fotografia rivolta ai malati di mente ha smesso di documentare preferendo comunicare; se prima «il focus era il malato e la sua condizione, dopo, è diventato il suo confondersi nella società, di cui diventò parte» (p. 137).

Dalla sua esperienza partecipativa all’interno di una struttura mentale romana, Coletti ha voluto estrarre un racconto delle nuove forme di assistenza psichiatrica territoriale guardando ai volti e ai corpi degli assistiti in maniera autoriale, riprendendo, per certi versi, l’immaginario artistico adottato da D’Alessandro negli anni Sessanta.

Se D’Alessandro aveva intessuto il suo lavoro della semanticità del corpo, delle mani soprattutto, e i fotografi degli anni Settanta avevano raccontato, invece, la sua dinamicità figurativa, Coletti, con il suo lavoro, si pone, precisamente, al centro; raccordo tra iconografie passate ed espressione, però, di qualcosa che prima non era mai stato visto insieme e per questo nuovo (p. 117).

L’ultima parte del volume si concentra su alcuni casi recenti in cui l’arte e la fotografia si occupano di disagio mentale guardando in particolare a Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver e Christian Fogarolli, in un contesto mutato, contraddistinto da una sovrastimolazione visiva che ha profondamene modificato l’immaginario visivo e le modalità di comunicazione.

La pratica artistica di Turba, che Orsi annovera tra gli artisti contemporanei che stanno dando vita a un nuovo alfabeto visivo della malattia mentale, si manifesta spesso come un processo collettivo di cui la fotografia offre testimonianza. «In un certo modo, le sue immagini sono documento di un qualcosa che si plasma per creare una connessione identitaria» (p. 166). Si tratta di un metodo generativo incentrato sulla condivisione; come per altri fotografi, anche per Turba il tempo trascorso nella comunità o con l’individuo di cui intende raccontare rappresenta un elemento imprescindibile nella produzioni di immagini.

A partire dalla sua riflessione sullo stato della fotografia contemporanea, nel rapportarsi all’iconografia della malattia mentale, Fontcuberta giunge a elaborare un metodo di “creazione visiva” in cui vecchie e nuove fotografie vengono elaborate digitalmente, ricorrendo anche all’intelligenza artificiale, dando luogo a particolari contaminazioni postfotografiche. Risulta interessante, scrive Orsi, notare come l’artista catalano, «attento più al processo rispetto al risultato e alla specificità del tema, riesca a sollevare in maniera critica il concetto di “anormalità”, applicato sia alle nuove espressività contemporanee sia, parallelamente, ai vecchi dogmi psichiatrici, creando una continuità tra la dimensione artificiale e quella umana» (p. 175).

Nell’affrontare la malattia mentale, Viver lavora spesso sul patrimonio visivo ottocentesco rimodellandone esclusivamente la narrazione, la sequenza, l’interazione tra le immagini dando luogo a una struttura aperta in cui le fotografie cessano di presentarsi come semplice simulacro dell’istituzione psichiatrica prestandosi a un’indagine attenta della condizione umana.

Infine, Fogarolli, «per riflettere sull’immaginario non solo della malattia mentale, ma, più diffusamente, della devianza e dell’alterità, utilizza l’arte nella sua accezione più vasta, non riconducendola esclusivamente alla natura dell’immagine, ma estendendola alle sue materializzazioni installative, scultoree e performative» (p. 180).

Orsi domanda ai fotografi interpellati come pensano sia cambiato nel corso del tempo il rapporto tra fotografia e disagio mentale. Rispetto alla fotografia degli anni Sessanta, da cui tutto è partito, quella attuale, sostiene Berengo, mostra maggiore aggressività, «una tendenza a drammatizzare, a confezionare un’immagine da “pugno nello stomaco”» (p. 60), sia nel momento dello scatto che in quello della stampa, le immagini sembrano volere a tutti i costi generare angoscia. D’Alessandro sottolinea come mentre la sua generazione era stata espressione di un’identità collettiva desiderosa di partecipare alla ricostruzione fisica, sociale e culturale del Paese uscito da poco dalla guerra, la generazione attuale di fotografi sembra mancare di un’identità collettiva, di un orizzonte comune. «Il mio, quello di Berengo e Cerati, era un progetto d’intervento, un contributo alla consapevolezza sociale e civile. Con i fotografi che raccontarono quello che successe dopo è come se avessimo fatto un unico lavoro a più mani, ognuno ha fatto un pezzo» (p. 40).

Come D’Alessandro, anche Lucas, pur facendo riferimento nel suo caso alla generazione di fotografi che si è occupata dei malati di mente negli anni Settanta, mette in luce l’aspetto collettivo e partecipativo che animava la loro pratica. «Molti artisti ai giorni nostri trattano il tema della salute mentale, da un punto di vista scientifico, storico, anche concettuale, ma il loro sguardo è uno sguardo spesso intellettualistico, che non rispecchia un sentire politico e sociale comune, come invece successe per la nostra generazione» (p. 141). Dalla metà degli anni Settanta, secondo Coletti, nel rapportarsi con la malattia mentale, la fotografia ha spostato il suo focus «verso una resa dinamica della realtà, che andava a simboleggiare il processo di riacquisizione identitaria dei pazienti. I loro corpi non erano più colti nella loro immobilità, suscitando un sentimento di pietà nello sguardo di chi vedeva le immagini» (p. 153). Difficile dire, sostiene il fotografo, «se questo cambio di registro dipenda dall’evoluzione del linguaggio in sé o dal percorso intrapreso dalla “nuova psichiatria”» (p. 153). Venendo poi alla stretta attualità, a parere di Coletti, la fotografia sembra avere ormai perso il suo valore di denuncia e dovendo immaginare un lavoro fotografico su tali tematiche sarebbe meglio concentrarsi sulle storie intime dei pazienti seguendo da vicino il loro percorso quotidiano.

Terminata l’epopea in cui si pensava e si agiva credendo nella possibilità di grandi e radicali trasformazioni, gli artisti e i fotografi contemporanei, sostiene Turba, si trovano a pensare e agire in “scala ridotta” rispetto alla prospettiva basagliana, concentrandosi su comunità e contesti specifici. Circa gli indirizzi assunti negli ultimi tempi dall’iconografia mentale nelle arti visuali e nella fotografia, che ha condotto diversi autori a lavorare sugli archivi fotografici, Viver ritiene che, in generale, questi sembrano caratterizzati da una propensione a sperimentare liberamente percorsi di ricerca della realtà più profonda in reazione ad un periodo eccessivamente caratterizzato da un approccio razionalista, empirico e materialista.

Una volta abbandonato il manicomio concentrazionario, la psichiatria istituzionale ha introdotto nuovi metodi di gestione dei devianti basati sulle etichette diagnostiche e sulla prescrizione di psicofarmaci, trasferendo così il manicomio dalle mura direttamente alla testa degli individui. Viene così introdotto un nuovo tipo di manicomio basato sulla diagnostica, sulla catalogazione e sull’etichettatura identitaria applicata ad ampio raggio a chiunque risulti affetto da un disturbo o da una malattia mentale. A partire dalla ricostruzione dell’iconografia della malattia mentale proposta da Francesca Orsi, vale ora la pena di domandarsi quali strade prenderà in futuro il rapporto tra fotografia e psichiatria alla luce delle profonde trasformazioni che hanno toccato entrambe.


Sul rapporto fotografia/psichiatria:

Senza distogliere lo sguardo: Carla Cerati, La classe è morta. Storia di un’evidenza negata, Prefazione di John Foot. A cura di Pietro Barbetta. Postfazione di Silvia Mazzucchelli (Mimesis 2023).

Manicomi. Immagini di violenza istituzionalizzata: Gianni Berengo Gardin, Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta (Contrasto 2015)

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Propizio è avere una cura. Lsd ed eroina, due storie stupefacenti https://www.carmillaonline.com/2019/02/22/propizio-e-avere-una-cura-lsd-ed-eroina-due-storie-stupefacenti/ Thu, 21 Feb 2019 23:01:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51208 di Piero Cipriano

Carrère direbbe che Propizio è avere ove recarsi. Partito, innumerevoli volte, mete, viaggi, incontri, gli hanno dato materia per i suoi libri. L’avversario, Romanzo russo, Limonov. L’anno scorso, dopo aver concluso la mia avventurosa trilogia della riluttanza-ai-manicomi (e il quarto libro su Basaglia che li riassume e chiude), ho fatto due viaggi, due viaggi alla Carrère, diciamo. Uno breve l’altro lungo. Entrambi densi, però.

Quello breve l’8 dicembre, verso Livorno, destinazione Premio Ciampi, il cantante alcolico che ora è diventato un premio. Smonto dalla notte in ospedale, e come (quasi) [...]]]> di Piero Cipriano

Carrère direbbe che Propizio è avere ove recarsi. Partito, innumerevoli volte, mete, viaggi, incontri, gli hanno dato materia per i suoi libri. L’avversario, Romanzo russo, Limonov. L’anno scorso, dopo aver concluso la mia avventurosa trilogia della riluttanza-ai-manicomi (e il quarto libro su Basaglia che li riassume e chiude), ho fatto due viaggi, due viaggi alla Carrère, diciamo. Uno breve l’altro lungo. Entrambi densi, però.

Quello breve l’8 dicembre, verso Livorno, destinazione Premio Ciampi, il cantante alcolico che ora è diventato un premio. Smonto dalla notte in ospedale, e come (quasi) tutte le notti un tossico è venuto in pronto soccorso a reclamare fiale di benzodiazepine in vena, siccome il metadone che aveva in corpo non gli bastava, e io a smadonnare, sono le quattro del mattino, e vieni a svegliarmi per le benzodiazepine? Ecco: i tossici, gli eroinomani che ora sono diventati metadonomani, per noi psichiatri che lavoriamo negli ospedali e ci occupiamo di folli e non di tossici (e sì, vige ancora questa dicotomia), sono rotture di scatole. Soprattutto se ci svegliano di notte. Al mattino mi passa a prendere mia moglie, lei guida, figlia grande accanto, io e figlia piccola dietro. Invece di dormire il sonno del povero psichiatra che non ha dormito di notte in ospedale per colpa del tossico, leggo Piccola città di Vanessa Roghi. Che mi riconcilia con i tossici. I tossici eroinomani, voglio dire. I poveri eroinomani fregati negli anni 70 e poi negli 80 (e che di nuovo ritornano a essere fregati in questi anni) dall’ingresso, nel mercato delle droghe, di una sostanza eroica, questa eroina che come nessun’altra sostanza mai, prima, e mai, dopo, leva il dolore, elimina la sofferenza, ogni tipo di sofferenza, fisica e mentale, ammesso che vogliamo indulgere su questa celebre separazione cartesiana, e induce un’assuefazione (e una conseguente drogomania) la più rapida, la più micidiale. Eppure, “senza la società”, scrive Vanessa Roghi, “il drogato non esisterebbe”, giacché sono stati necessari un’industria chimica per sintetizzare la morfina o altri oppioidi di sintesi, e medici che li hanno prescritti generosamente come antidolorifici, e farmacisti che li hanno venduti con manica altrettanto larga, e soltanto dopo che l’addiction è stata iatrogenicamente indotta, entra in gioco la complessa e piramidale organizzazione dello spaccio, fino all’ultimo anello: quel tipo di consumatore che, per potersi fare, spaccia. Insomma, come per gli psicofarmaci, anche qui l’innesco della dipendenza è iatrogeno. A genesi medica. Di sicuro negli anni 60 e poi 70, scrive Roghi, “la confusione tra le droghe era tanta”. Eroina, cocaina, anfetamine, Lsd, tutte sembravano funzionali al dropping out, ovvero rinunciare a lavorare, studiare, fare politica, secondo lo slogan del guru della rivoluzione psichedelica Timothy Leary (“Turn on, turn in, drop aut”). Nel 1971, quando l’Lsd e gli altri allucinogeni vengono inseriti nella tabella 1 degli stupefacenti (stessa sorte per le anfetamine), è la fine. Arriva sul mercato illegale prima la morfina a prezzi stracciati e poi l’eroina. Quando, nel 1975 (in Italia), viene approvata la legge 685 sulle tossicodipendenze, ciò che riuscirà a produrre saranno degli ambulatori dove come terapia alla dipendenza da eroina si eroga un altro oppioide, il metadone, il cui unico vantaggio è l’assunzione per bocca e non per buco. Inizia a diffondersi il modello delle comunità di recupero. Comunità, spesso confessionali, segnate (scrive Cecco Bellosi in Piccoli Gulag) dal “rapporto tra colpa e redenzione”, così come l’altra faccia della medaglia, per il tossico, ovvero il carcere, era/è “segnato dal rapporto tra delitto e castigo”. Comunità come luoghi di reclusione dove, senza neppure il dispositivo del TSO, poter trattenere persone, sine die.

Suggerisco, nel titolo, che propizio, nella vita degli umani, è avere come curarsi. La ricerca della droga è, tutto sommato, la ricerca del farmaco, o dello psicofarmaco perfetto.

Ancora Carrère: “Scrivere un libro, qualsiasi libro, richiede ciò che i giuristi chiamano un interesse ad agire”. Nel 1987 il padre di Vanessa viene arrestato, ecco che l’eroina entra nella sua storia, ecco che il suo è un libro in cui la sostanza eroica e la vita eroica di suo padre, e la sua, si embricano.

Ma l’eroina non è la mia storia, peraltro è una sostanza in cui non c’è niente di terapeutico (per quanto mi riguarda, per il mio specifico mestiere di psichiatra) da poter scoprire o riscoprire. Ecco perché il mio viaggio con questo libro è stato più breve dell’altro che ora vado a raccontare.

Nel 1994 mettevo piede nella Terza Clinica Psichiatrica dell’università di Roma, la Sapienza. La dirigeva Paolo Pancheri. A quel tempo, era lo psichiatra psicofarmacologo più in auge in Italia (la rivalità era con Pisa, con la scuola di Giovanni Battista Cassano). E tutti noi cosiddetti pancheriani, di riflesso, ci consideravamo dei grandi psicofarmacologi.

Dopo vent’anni dal mio ingresso nella psicofarmacologia, ho pubblicato Il manicomio chimico, dove racconto di questo immenso manicomio molecolare a cielo aperto. Gli psicofarmaci, le molecole attualmente sul mercato e prescrivibili, non sono la soluzione per l’ansia (le benzodiazepine determinano dipendenze feroci), non per la depressione (gli antidepressivi, come gli antibiotici, dopo qualche anno non funzionano più), non per le psicosi (gli antipsicotici sono come sabbia messa negli ingranaggi mentali, rallentano, paralizzano, creano neurolepsia, ovvero paralisi del sistema nervoso).

Quale potrebbe essere la soluzione allora? O meglio, se la soluzione terapeutica deve essere una sostanza, o una molecola, quale potrebbe essere?

Vengo all’altro viaggio (quello lungo, nel senso che ancora non è finito) fatto-leggendo-un-libro. Il 20 di agosto del 2018, in una spiaggia di Polignano a mare che era un carnaio stipato di corpi che nemmeno un girone dantesco, ho iniziato un viaggio acido. Premetto che, a causa della mia ipocondria minor, non sono mai stato uno psiconauta, in vita mia di drogastico (a parte il sesso) ho sperimentato solo alcol caffè mate e ginseng. Dunque mi trovavo in quella spiaggia manicomio pugliese, letteralmente sotto acido, nel senso che ero flesciato dalla lettura di LSD, il libro psichedelico di Agnese Codignola. Eppure sono del mestiere, la materia non doveva sorprendermi, e da psichiatra qual sono, seppur critico rispetto a psicofarmaci e relativista rispetto alle sostanze che chiamano droghe, non avrei dovuto lasciarmi folgorare sulla via dell’Lsd. Invece è successo.

Un libro rigoroso e documentatissimo. Nessuna concessione al self disclosure (dunque molto diverso da quello di Vanessa Roghi). Che Agnese non abbia mai assunto Lsd o psilocibina, per dire, lo svela in una intervista, mica nel libro. Come me, Agnese non si è mai fidata di prendersi sostanze fornite da pusher di origine ignota (è ciò che mi ha sempre dissuaso dallo sperimentare molecole illegali, sono un farmacologo, ho bisogno di sapere cosa e quanto, prescrivo agli altri, o introduco nel mio corpo).

Libro diviso in due parti. La prima: “come l’Lsd da farmaco diventa droga”.

Per serendipity, come sovente accadono le scoperte, nell’aprile del 1943, il chimico svizzero Albert Hofmann ci ripensa, e torna su una sostanza che ha sintetizzato nel 1938, l’Lsd-25 (ovvero la venticinquesima provetta di dietilammide di acido lisergico). L’ha sintetizzata studiando la Claviceps purpurea (o ergot), un fungo che provoca una malattia dei cereali detta segale cornuta. Insomma, sintetizza questo derivato sintetico dell’ergot e si espone ai suoi effetti allucinogeni, che sono noti da secoli, perciò lui non è del tutto impreparato, e decide di assumerne 250 microgrammi, sperimentarlo su di sé. Subito capisce di aver sintetizzato una sostanza di straordinaria potenza, proprio per questo molto difficile (infatti Lsd. Il mio bambino difficile, è il titolo del libro in cui riassume la vicenda). A questo punto inizia una staffetta di diversi personaggi che si occuperanno di Lsd e molecole simili. Humphry Osmond, in Canada, a partire dal 1953, usa l’Lsd per trattare gli alcolisti. Ribadisco che siamo all’esordio dell’era psicofarmacologica, che debutta col neurolettico cloropromazina, e con l’antidepressivo triciclico imipramina, e poco dopo con l’ansiolitica benzodiazepina clordiazepossido. L’Lsd è solo una delle decine (se non centinaia) di molecole in ballo che devono guadagnarsi il titolo di psicofarmaco. Ronald Sandison, in quegli anni, mette a punto la terapia psicolitica, che consiste in piccole somministrazioni ripetute a dosi crescenti di Lsd, invece che una sola a dose alta (che costituisce la terapia psichedelica di Osmond). Entrambi si propongono di ottenere la cosiddetta Ego dissolution (l’effetto più prodigioso di Lsd e simili, su cui Codignola insiste molto), seppure con modalità diverse.

Humphry Osmond. E’ lo psichiatra a cui Aldous Huxley si affida per sperimentare la mescalina prima e l’Lsd poi. Strano percorso, quello di Huxley. Nel 1932, nel suo romanzo distopico (e profetico) Il mondo nuovo, immagina una società in cui tutti assumono una molecola (il Soma). E ne denuncia il pericolo. Vent’anni dopo, si lascia convincere da Hofmann e somministrare da Osmond il farmaco psichedelico (termine coniato da Osmond proprio). Dopo l’auto sperimentazione, il giudizio di Huxley cambia. Lo scrive in vari libri: Le porte della percezione, Paradiso e inferno, L’isola. Al punto che, quando sta per morire, si fa accompagnare da un’iniezione di Lsd somministrata da sua moglie.

Poi guadagna la scena lo psicologo di Harvard Timothy Leary, che dopo aver assunto i funghi magici messicani intuisce la potenzialità degli psichedelici di arrivare dove le varie forme di psicoterapia, inclusa la psicanalisi, non riescono. Dal 1961 inizia a sperimentare prima il principio attivo dei funghi magici (la psilocibina) e poi l’Lsd stesso, con l’intento di mettere a punto un’instant psychoanalysis, capace di destrutturare i circoli viziosi psichici, e sostituirli con processi mentali più efficaci. Le sperimentazioni di Timothy Leary e del suo socio Richard Alpert (perfino sui detenuti sperimentano, con risultati clamorosi: fuori dalla prigione chi aveva assunto psilocibina era meno propenso a delinquere), tuttavia, si rivelarono metodologicamente deboli (gli stessi sperimentatori, nel corso delle sperimentazioni, assumevano le sostanze). Espulsi dall’università, intraprendono una deriva mistica, il discorso di Leary si impregna di metafore mistico-ufologico-cosmogoniche. Viene perfino arrestato, per banale possesso di marjuana, e definito da Nixon (non uno stinco di santo) “l’uomo più pericoloso d’America” (mettiamoci nei panni dei giovani americani mandati a morire in Vietnam, chi era, l’uomo più pericoloso d’America, se non il comandante in capo?).

Malgrado i buoni propositi, Leary getta cattiva luce su Lsd e simili.

Altri sperimentatori, in quegli anni, sono più prudenti. In Messico Salvador Roquet dalla fine dei Cinquanta studia gli effetti della mescalina (il principio attivo dei cactus Peyote e San Pedro). A differenza di tutti gli altri che si occupavano di Lsd, non solo lui è un etnobotanico, ma proviene dalla stessa cultura indigena messicana che da secoli ha consuetudine con funghi magici e cactus psichedelici. Inizia a sperimentare Lsd e ketamina, psilocibina e Salvia divinorum, Peyote e ayahuasca. Ma a differenza del metodo Leary, Roquet e la sua equipe non assumono mai gli psichedelici nel corso delle sperimentazioni. Il suo schema era: 10-12 sedute in un anno, ogni seduta dalle 8 alle 20 ore. L’esperienza di ogni seduta si poteva schematicamente suddividere in quattro fasi. Nella prima accadono le distorsioni sensoriali, nella seconda le visioni mistiche, nella terza emerge l’ansia associata a ricordi infantili, dunque angoscia per la catarsi dovuta alla dissoluzione della vecchia personalità con ricostituzione di un nuovo sé, nella quarta fase si organizza un nuovo modo di pensare e di essere.

Stanislav Grof a quel tempo assiste alle sedute di Roquet, e crede fermamente nelle potenzialità dell’Lsd (“usato responsabilmente e con la dovuta cautela”, sostiene, “potrebbe essere per la psichiatria ciò che il microscopio è stato per la medicina e il telescopio per l’astronomia”), riprende le quattro fasi descritte da Roquet, e le suddivide in: una fase estetica (visioni coloratissime, senza valenza terapeutica), una fase psicodinamica (ricordi del passato, traumi),una fase perinatale (sensazione analoga al parto, come si rinascesse, si assumono posture neonatali) e una fase transpersonale (quella della ego dissolution, dove la coscienza personale si fonde col cosmo, con esperienze potenti di telepatia, bilocazione, viaggi nel tempo, incontri con divinità, defunti). Quando l’Lsd viene reso illegale, e posto nella tabella 1 degli stupefacenti, Grof ripiega su metodi alternativi per procurare l’ego dissolution, e inizia a lavorare sul respiro (il metodo della respirazione olotropica).

A questo punto l’Lsd inizia la parabola che lo porta a non essere più un farmaco. Comincia, dal 1966, una campagna mediatica che demonizza la molecola di Hofmann. Il New York Times racconta di una bambina resa selvaggia da (forse) una zolletta di zucchero all’Lsd. Il Time titola: Epidemia di menti acide. Gli allucinogeni, dopo le sperimentazioni selvagge di Leary, vengono usati in massa nei campus. Facile immaginare che l’assunzione non sia oculata (voglio dire: né per dosaggio né per utilizzo di prodotto puro), ma selvaggia appunto, e spesso in poliassunzione con altre sostanze. Nessuna attenzione al setting di utilizzo (che è decisivo, nell’assunzione degli psichedelici, perchè il setting condiziona fortemente gli effetti). Dunque ecco l’enfasi mediatica sui bad trip e su quel tipo di permanenza di allucinazione a lungo termine, possibile ma molto rara, oggi definita HPPD, hallucinogen persisiting perception disorder (disturbo persistente della percezione da allucinogeni).

Ricapitolando. Fino al 1967 l’Lsd è ancora legale. Ma per questa escalation di demonizzazione mediatica, nel 1966 negli USA viene inserito nella lista dei narcotici, e nel 1968 ne viene vietato l’utilizzo per ricerca. Inizia una reazione a catena. L’ECOSOC (Economic and social council delle Nazioni Unite) ne chiede la limitazione ai soli ambiti di ricerca e terapia. Nel 1971 i rappresentanti dei paesi dell’ONU, riuniti a Vienna, stipulano la Convenzione sulle sostanze psicotrope, che dà una sterzata alquanto proibizionista. Vengono formulati quattro elenchi di sostanze. Nella prima tabella, vi sono i principi attivi più pericolosi (attualmente 62), dove insieme a anfetamine cannabis ed ecstasy vengono inseriti gli allucinogeni Lsd e psilocibina. Nella seconda tabella (oggi) vi sono 17 sostanze, prodotte per lo più da aziende farmaceutiche, tra queste la morfina. Nella terza tabella sono 9 i principi attivi, tra cui i barbiturici. Nella quarta abbiamo 62 sostanze, tra cui le benzodiazepine.

Ecco che gli allucinogeni vengono a essere ritenuti più pericolosi della morfina e dei barbiturici.

Non rientrano invece, nella Convenzione sulle sostanze psicotrope, sostanze sporche (ovvero composte da diversi principi attivi) quali l’ayahuasca o i funghi magici interi.

E così, nel 1971, Lsd e simili, da farmaci a dir poco promettenti, diventano droghe le più temibili.

Il libro di Codignola, nella seconda parte cambia verso. Racconta come, dagli anni 70 a oggi, in modo carsico, queste molecole tornano a essere considerate promettentissimi farmaci.

Ritorniamo in Svizzera, là dove con Hofmann tutto ha avuto inizio. A Soletta c’è uno psichiatra, si chiama Peter Gasser. Da quando l’Lsd da farmaco viene declassato a droga, Peter Gasser è stato il primo al mondo a poterlo utilizzare (e studiare) di nuovo. Nel 1985 è tra i fondatori dell’Associazione medica svizzera per la terapia psicolitica. Nel 1988 l’ufficio federale di sanità pubblica autorizza Gasser, insieme a altri quattro psichiatri, a sperimentale Lsd e MDMA (ecstasy). L’Lsd torna, per quattro anni e mezzo, a essere un farmaco. Poi il governo cambia e l’Lsd viene di nuovo vietato. Ma intanto, per quei “sessanta mesi felici”, cinque specialisti hanno potuto somministrarlo a 171 pazienti affetti da disturbi della personalità, dell’adattamento, disturbi affettivi, del comportamento alimentare, dipendenze, deviazioni sessuali. Somministrano 125 mg di MDMA oppure Lsd (posologia compresa tra 100 e 400 microgrammi, per conseguire un effetto intermedio tra quello psicolitico di Leuner e quello psichedelico di Grof). I risultati? Nel novanta per cento dei pazienti c’è un cambiamento esistenziale profondo. Snza effetti avversi (tra i pazienti). Tra i medici sperimentatori, invece, uno dei cinque prende la via mistica, intraprende il destino di Timothy Leary insomma. E’ Samuel Widmer, che fonda una comune, la Comunità dei boccioli di ciliegio, dove vive con due mogli e con un paio di centinaia di adepti. Gasser, invece, continua a lavorare privatamente. Non può più prescrivere Lsd, ovviamente, ma non si arrende al divieto. Nel 1996 chiede di poter sperimentare la psilocibina sui depressi gravi. Non viene autorizzato. Ci riprova nel 2000. Ancora niente. Nel 2007 ottiene di poter somministrare, in modalità compassionevole, Lsd a malati terminali. I risultati sono molto buoni.

Qualcosa è cambiato. Anche in altri paesi le cose si muovono. Dal 2010 anche negli USA si inizia, di nuovo, a sperimentare gli allucinogeni. Charles Grob, psichiatra dell’università di Baltimora, sperimenta la psilocibina a dosi molto basse (20-30 mg), con risultati soddisfacenti. Stephen Ross, psichiatra di New York, somministra psilocibina a malati terminali. Anche in questo caso le persone stanno meglio. E così via. Altri sperimentatori. Altri studi. Altre ricerche.

A questo punto Codignola ci presenta un personaggio incredibile, si chiama Amanda Feilding, è una contessa, erede degli Asburgo, è stata un’adolescente inquieta che dopo aver lasciato le scuole è andata in Medio Oriente a cercare se stessa. Torna, e si fissa sulla trapanazione del cranio, per espandere la coscienza. E si fa davvero trapanare, il cranio, mica no, perché l’idea è che se il sangue fluisce più liberamente, senza la costrizione cranica, la coscienza riesce a espandersi. Si candida al parlamento inglese, sia nel 79 che nell’83, con un solo scopo: ottenere una legge che renda legale e rimborsabile la trapanazione del cranio. State pensando che non ha tutte le rotelle al posto. In effetti, pure a me, sembrerebbe. Tuttavia, nel 1996, fonda la Foundation to Further Counsciousness, che diventa poi la Beckley Foundation, il cui scopo principale è sostenere la ricerca in materia di sostanze psicoattive. Inizia a collaborare con l’Imperial College di Londra e con David Nutt. Amanda Feilding è convinta che assumere Lsd aumenti la capacità di problem solving. Migliori le prestazioni cognitive. Ne è persuasa non solo per la sua personale esperienza (pare che quando giochi a bridge sotto Lsd non abbia rivali), ma alla luce della crescente diffusione del microdosing tra i geniali pensatori della Silicon Valley. E così, decide di finanziare uno studio per dimostrare che piccole dosi di Lsd (meno di 50 microgrammi, da assumere due volte a settimana, per un mese) migliorano le prestazioni cognitive.

Si chiama James Fadiman, e si professa il massimo esperto al mondo di microdosing di Lsd. I suoi primi studi non sono metodologicamente buoni. D’altra parte, è un allievo di Timothy Leary, e forse ne eredita anche i limiti. Somministra mescalina in dose di 200 milligrammi a ingegneri, architetti, matematici, dimostrando un aumento della loro creatività. Tuttavia omette, nella descrizione dello studio, che insieme alla mescalina ha somministrato un’anfetamina e una benzodiazepina, inficiandone il risultato. Invece lo studio che pubblica nel 2015, su persone che hanno assunto microdosi di Lsd una volta ogni quattro giorni, ottenendo una stabilizzazione dell’umore, pare buono. Il suo metodo si diffonde, fa presa in una scrittrice moglie di un premio Pulizer, Aylet Waldman, che pubblica nel 2017 A really good day: how the microdosing made a mega difference in my mood, my marriage, and my life. Convinta da Fadiman, inizia la cura, e la sua vita cambia. La depressione sparisce. Ecco che il microdosing, da espediente per migliorare l’intelligenza e la creatività, diventa antidepressivo e stabilizzatore dell’umore. Sembra avverata la profezia di Huxley: il microdosing di Lsd somiglia al Soma che lui descrive nel Il mondo nuovo.

Amanda Feilding si lega a David Nutt. Chi è David Nutt. Classe 1951. Neurofarmacologo. Debutta nel 1982, con un primo studio importante sulle benzodiazepine. Sappiamo ormai, anche grazie a lui, che queste molecole hanno un effetto tranquillante perché si legano al recettore del GABA, che è un neurotrasmettitore inibitorio, e dunque inibiscono, ecco perché sedano, calmano, levano l’ansia. Dal 2009 dirige la cattedra di neuropsicofarmacologia dell’Imperial College. Nel 2007 su The Lancet pubblica un articolo dove domanda quale sia il criterio per definire se una sostanza è pericolosa o no. Sul Journal of Psycopharmacology pubblica il caso di una ragazza affetta da equasy. Una sindrome mai sentita prima. Un danno cerebrale da equasy, scrive. Racconta di centinaia di persone che, ogni anno, conseguono una cerebropatia da equasy, bisognerebbe inserirlo in tabella 1, l’equasy, insieme a Lsd e psilocibina. Invece (la faccio breve) equasy sta per equine addiction syndrome, quella voglia compulsiva di andare a cavallo. Si sa che da cavallo a volte si cade, e se cadi da cavallo facile che ti rompi la testa. Solo negli USA, ogni anno, più di diecimila persone riportano traumi cerebrali da caduta da cavallo. Lo stesso si potrebbe dire per boxe, rugby, sci, free climbing, andare in moto, fare ciclismo, e così via. Per cui, prosegue Nutt, nel demonizzare certe sostanze grande è stato il ruolo dell’informazione, appena accade un incidente da ecstasy o Lsd giù i titoloni, delle centinaia di decessi da paracetamolo, o da benzodiazepine, niente. Sono troppi, non fa notizia.

Il risultato di questa provocazione (che non la fa Marco Pannella, per dire, ma il prestigioso neurofarmacologo dell’Imperial College) è una richiesta di scuse, da parte della segretaria di stato per gli affari interni, nei confronti delle famiglie delle vittime di ecstasy. Sembra di sentire Giovanardi. O Maurizio Gasparri. Politici che non sanno un accidenti di farmacodinamica, eppure sproloquiano su quale sia il male assoluto per i giovani.

Nutt non si scusa. E perde il posto di capo dell’Advisory Council of the Misuse of Drugs. Invece rilancia. Nel 2010 pubblica su The Lancet una sorprendente analisi sulla reale pericolosità delle sostanze. La più pericolosa è l’alcol, subito dopo l’eroina, poi il crack poi la metanfetamina poi la cocaina poi il tabacco quindi anfetamine e cannabis. In fondo alla classifica l’Lsd e la psilocibina dei funghi magici.

Ma queste provocazioni di Nutt sono controproducenti, nel 2016 viene approvata la nuova legge inglese sulle sostanze psicoattive, lo Psychoactive Substances Act. Dove, per non sbagliare, si proibisce “qualunque sostanza per uso umano capace di produrre effetti psicoattivi”. Tutte. Salvo le sostanze già legali quali alcol, tabacco, nicotina, caffeina, alimenti vari. Tutto vietato, a eccezione della più pericolosa delle droghe: l’alcol.

Nello stesso anno però, a neutralizzare questo provvedimento, che azzera qualunque prospettiva di ricerca sulle sostanze psicoattive nel Regno Unito, inizia una serie di rigorose pubblicazioni, da parte di un allievo di Nutt: Robin Carhart-Harris. Non è un medico, ma uno psicologo, ha letto Stanislav Grof, Realms of the human unconscious: observations from Lsd research, e si è proposto di indagare la coscienza con tecniche di neuroimaging. Inizia a fotografare il cervello sotto psilocibina, sottopone dieci persone a due RMN funzionali, prima e dopo l’iniezione di 2 mg di psilocibina. Cosa cambia nei cervelli? Si attivano straordinariamente le aree della memoria: zone limbiche, striatali e corteccia prefrontale mediale, aree visive e sensoriali si attivano proprio mentre i volontari riferiscono visioni e ricordi. Carhart-Harris passa poi a un esperimento con Lsd. Venti volontari sani, ricevono 75 mg di Lsd o di placebo, in vena. Registra i cambiamenti cerebrali con RMNf e altre tecniche di imaging cerebrale. Nel 2016, in aprile, pubblica lo studio dove rivendica di aver scoperto il bosone di Higgs delle neuroscienze.

Sì ma cosa significa tutto ciò? Carhart-Harris e Nutt provano a spiegarlo in questi termini. Il cervello è sottoposto a un’organizzazione gerarchica. Come fosse uno stato. Alcune aree rappresentano dei centri di comando rispetto ad altre. I centri di comando, le alte sfere, i vertici sarebbero il talamo, la corteccia posteriore cingolata, la corteccia prefrontale mediale. Aree di controllo e supervisione costituite, perlopiù, da neuroni serotoninergici. E l’Lsd si lega soprattutto ai recettori serotoninergici 5HT2A. Queste aree di controllo vengono definite DMN (Default Mode Network), la cui attività è, di norma, inibitoria. Un cervello, per scegliere bene, non può tener conto delle migliaia di stimoli che riceve. Lsd e psilocibina sostituiscono la serotonina nel legame ai recettori serotoninergici delle aree DMN, aboliscono l’inibizione che la serotonina determina, slatentizzano la possibilità di una iper-percezione, danno vita a un cervello anarchico, a una mente entropica, dove domina il caos. Come uno stato senza più governo, ovvero una società anarchica, dove tutte le aree cerebrali, tutti i neuroni, si connettono con aree mai incontrate prima.

E’ la cosiddetta ego dissolution.

Il risultato di questa rivoluzione, rispetto all’ordine costituito mentale però, non è il caos bensì una nuova organizzazione, non più disfunzionale, non più basata sui vecchi meccanismi.

L’Lsd e la psilocibina fanno ciò che neppure vent’anni di psicoanalisi sono capaci di fare. Davvero una sorta di psicoanalisi subitanea. E penso non solo al tempo risparmiato, ma pure al denaro.

Le neuroimmagini di Carhart-Harris dimostrano che tutto quanto di stupefacente il soggetto (che ha assunto Lsd o psilocibina) esperisce, ovvero di appartenere a un diverso universo, dipende dalle molteplici, nuove, diverse connessioni che nel cervello si sono formate dopo l’interruzione del DMN.

Scrive Codignola che “i neuroni, sganciati dalla rigidità delle vie obbligate, diventerebbero entità cosmopolite, libere e desiderose di comunicare le une con le altre, capaci di esprimere livelli di immaginazione creativa molto più complessi rispetto al normale e di modificare per sempre la percezione di sé e della vita”.

Ricapitolando. Cosa dimostra, nei suoi studi con la RMNf, Carhart-Harris? Nell’ordine: che con Lsd si attivano neuroni serotoninergici, e grazie a loro accade l’ego dissolution, e quanto maggiore è il dosaggio di Lsd tanto maggiore è l’entropia cerebrale che determina e quindi l’ego dissolution e dunque maggiore sarà il cambiamento di approccio all’esistenza che ne deriva.

Un dato che emerge, oltre alle dispercezioni, è una notevole attivazione semantica. Al cervello affluiscono più parole, perché non c’è il filtro del DMN. Chiaro che l’aumento della creatività verbale torna buona in una eventuale psicoterapia associata a Lsd o psilocibina. Con Lsd, inoltre, aumentano le sinestesie. Aumenta la suggestionabilità. Quindi possiamo immaginare che aumenti la suggestionabilità a quel che emerge nel corso di un colloquio psicoterapico. Diventa, in ogni caso, un potente acceleratore dei tempi della psicoterapia.

Nel 2016 viene pubblicato su The Lancet uno studio sul ruolo della psilocibina nella depressione. Due dosi, di 10 e 25 mg a distanza di una settimana, hanno un effetto antidepressivo nei due terzi dei pazienti. Secondo Carhart-Harris, ciò avviene per l’effetto di inibizione della psilocibina sul DMN. Ciò che non sappiamo è: perché Lsd e psilocibina, legandosi ai recettori 5HT2A risultano tanto più potenti dell’agonista naturale, ovvero della serotonina?

La risposta prova a darla il farmacologo Bryan Roth, che è riuscito a fotografare l’Lsd legato al recettore serotoninergico, e ha visto che la sua durata d’azione è davvero lunga: una dozzina di ore se non giorni se non per sempre. Ciò perché il recettore serotoninergico, appena aggancia l’Lsd, lo ricopre con un lembo, lo inguaina, tenendolo fermo per ore o giorni. Un comportamento assolutamente raro. Ciò confermerebbe che il microdosing funziona, proprio perché bastano dosi molto basse per ottenere un effetto antidepressivo.

Direi che per ora può bastare così. Negli anni 70 c’è stato questo switch. Dalla sostanza di vita, alla sostanza di morte. Si chiudono i rubinetti dell’Lsd, che viene posto in tabella 1, tra le droghe più pericolose. E si aprono (sul mercato dello spaccio) i rubinetti dell’eroina. Lei sì, la sostanza che uccide.

E’ venuto il momento di rivalutare Lsd, psilocibina, mescalina.

Propizio, delle volte, è avere libri da leggere. Leggeteli entrambi. Due libri che si legano. Che mi istigano a continuare la loro narrazione. Una narrazione su due sostanze temutissime, narrazione iniziata da una storica, proseguita da una chimica, e chi meglio di uno psichiatra, che è un mezzo chimico e un mezzo storico la può continuare?

Mentre leggevo i due libri ci pensavo. Non sono né uno storico né un chimico. Uno psichiatra, in effetti, è uno storico mancato, uno storico imperfetto, uno che non conosce mai bene la storia delle persone che incontra né conosce la sua storia, la storia di se stesso agente della psichiatria, voglio dire, in questo senso è un commesso un po’ stupido che si incarica di normalizzare per quel che può la minoranza deviante, e però lo fa coi farmaci, e dunque è per forza una specie di chimico, ma un chimico imperfetto, che non conosce bene la chimica, non conosce il meccanismo d’azione dei farmaci che prescrive, li dà ex aiuvantibus perché non conosce come funziona quel cervello che con quei farmaci bersaglia e cerca di cambiare e tutto sommato cambia, solo che non sa come. Quindi io sono meno di uno storico e meno di un chimico però mezzo più mezzo non sempre fa uno ma può far due o può far pure tre. Non lo dico io lo diceva Basaglia (e no, non lo rinnego né lo dimentico, il mio nume, solo perché adesso ho deciso di tornare a occuparmi di farmaci) citando Gramsci, che il nuovo intellettuale sarà sostenuto non più dal pessimismo della ragione (gli antipsicotici) ma dall’ottimismo della volontà (l’Lsd), e con l’ottimismo della volontà mezzo più mezzo può far due o anche tre. Voglio dire che questo specialista imperfetto incompleto indefinito monco che sono proverà a continuare la narrazione di queste due straordinarie narratrici, diverse ma efficacissime e che hanno pubblicato, lo scorso anno, due libri fondamentali. Propizio è stato avere questi due libri da leggere. Propizio è avere “un interesse ad agire”. Adesso lo sapete, dove andrà a parare il mio prossimo saggio narrativo (à la Carrère, naturalmente).

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