vaccino – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 06 Aug 2026 02:55:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La crisi di governo come spettacolo https://www.carmillaonline.com/2021/02/24/la-crisi-di-governo-come-spettacolo/ Tue, 23 Feb 2021 23:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64999 di Fabio Ciabatti

La triste commedia messa in scena dalla classe politica durante l’ultima crisi di governo è stata unanimemente e fortemente condannata dai media main stream. Siamo di fronte a una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, si lamentano commentatori di ogni risma, e i partiti sono capaci soltanto di fare giochi di palazzo dimenticandosi dell’interesse generale. Vergogna! Alla gogna! Eppure la maniacalità con cui viene seguito ogni sussurro proveniente dalle stanze e dai corridoi del “palazzo” suscita molti dubbi sul significato reale dell’indignazione sbandierata da giornalisti e opinionisti. Se del [...]]]> di Fabio Ciabatti

La triste commedia messa in scena dalla classe politica durante l’ultima crisi di governo è stata unanimemente e fortemente condannata dai media main stream. Siamo di fronte a una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, si lamentano commentatori di ogni risma, e i partiti sono capaci soltanto di fare giochi di palazzo dimenticandosi dell’interesse generale. Vergogna! Alla gogna! Eppure la maniacalità con cui viene seguito ogni sussurro proveniente dalle stanze e dai corridoi del “palazzo” suscita molti dubbi sul significato reale dell’indignazione sbandierata da giornalisti e opinionisti. Se del solito teatrino della politica si tratta, perché puntare ossessivamente i riflettori su questi attori di serie B? In realtà quello che è andato in scena con la complicità di giornali, televisioni e media digitali non è tanto una rappresentazione teatrale di pessima fattura quanto un vero e proprio spettacolo, nel senso che a questo termine attribuiva Debord.
“Lo spettacolo – sostiene il padre del situazionismo – riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato”.1 Per quel che qui ci interessa possiamo sostenere che lo spettacolo della crisi di governo ha riunificato, a suo modo, la sfera politica e quella economica; la prima intesa come l’istanza che si presume possa garantire l’interesse generale e la coesione complessiva di una società,  la seconda come l’ambito in cui i singoli capitali organizzano la produzione finalizzata al perseguimento del profitto. 

A questo proposito chiediamo un po’ di pazienza perché vorremmo ribadire, come si sarebbe detto un tempo, alcune banalità di base.  E ci piace farlo, a mo’ di omaggio, attraverso un testo di qualche anno fa di Ellen Meiksins Wood, importante esponente del marxismo politico, scomparsa nel gennaio di cinque anni fa.2 Ebbene, secondo l’autrice il sistema capitalistico è caratterizzato da una separazione senza precedenti della sfera economica da quella politica. Lo stato rimane essenzialmente separato dall’economia anche quando interviene in essa. In altri termini il capitalismo è caratterizzato da una divisione del lavoro in cui i due momenti dello sfruttamento capitalistico – l’appropriazione e la coercizione – sono separati: il primo viene assegnato a una classe privata appropriatrice, i capitalisti,  il secondo a una istituzione pubblica specializzata nella coercizione, lo stato.  Quest’ultimo, da una parte, ha il monopolio della forza coercitiva; dall’altra, attraverso questa forza, sostiene un potere economico “privato”, la proprietà capitalistica che è investita dell’autorità di organizzare la produzione. Un’autorità probabilmente senza precedenti storici nel suo grado di controllo sull’attività produttiva e sugli esseri umani impegnati in essa.
Ciò significa che l’appropriazione del surplus avviene nella sfera economica con mezzi economici. Data la separazione dei produttori diretti dalle condizioni di lavoro, la pressione diretta extraeconomica, l’aperta coercizione, per principio, non sono necessarie per costringere i lavoratori a cedere al capitale il loro pluslavoro, cioè il tempo di lavoro eccedente rispetto alla produzione dei beni necessari alla loro riproduzione. A tal fine è sufficiente il bisogno economico che si esplica nell’ambito dello scambio di merci, basato sulla relazione contrattuale tra “liberi” produttori. Le società precapitalistiche, invece, sono caratterizzate da mezzi extra-economici di estrazione del surplus: coercizione politica, legale, militare, vincoli e doveri consuetudinari, obbligazioni religiose, deliberazioni comunitarie regolano il trasferimento del pluslavoro ai signori privati o allo stato attraverso corvée, rendita, tasse ecc.
Il processo attraverso cui si afferma l’autorità della proprietà privata, unendo il potere dell’appropriazione con l’autorità di organizzare la produzione nella mani di un proprietario privato per il suo beneficio, può essere visto come la privatizzazione del potere politico, cioè l’assunzione da parte di un proprietario privato di funzioni che erano originariamente appannaggio di un’autorità pubblica o comunitaria. Allo stesso tempo, questo potere non porta più con sé l’obbligo di adempiere a funzioni pubbliche, sociali. In ogni caso la separazione tra economia e politica svaluta la sfera politica e di conseguenza il significato della cittadinanza che perciò può essere estesa, tendenzialmente, senza limitazioni. La cittadinanza si fa formale non potendo investire una vasta area delle nostre vite quotidiane: i luoghi di lavoro, la distribuzione del lavoro e delle risorse ecc.
Non vorremmo essere fraintesi. Meiksins Wood non vuole affermare una rigida separazione concettuale tra economico e politico, cosa che avrebbe la conseguenza di svuotare il capitalismo del suo contenuto sociale e politico. Sostiene invece che i rapporti di produzione devono essere presentati nel loro aspetto politico, come rapporti di dominazione, diritti di proprietà, potere di governare e organizzare la produzione e l’appropriazione e perciò come terreno di lotta. In questo senso le relazioni politiche e giuridiche non sono riflessi secondari o meri supporti esterni, ma  parti costituenti dei rapporti di produzione. Economico e politico vanno dunque intesi come momenti la cui unità interna si muove attraverso opposizioni esterne. Da ciò deriva una conseguenza: come sostiene Marx, “Se il farsi esteriormente indipendenti dei due momenti, che internamente non sono indipendenti perché si integrano reciprocamente, prosegue fino ad un certo punto, l’unità si fa valere con la violenza, attraverso una crisi”.3 E con ciò torniamo all’attualità. 

Quella cui stiamo assistendo in Italia, e non solo, è una crisi di sistema, già da tempo in incubazione ma accelerata dalle conseguenze della pandemia, mascherata da crisi politica. L’ossessiva attenzione nei confronti dei rumor di palazzo sono funzionali a un processo di villanizzazione della classe politica, cioè alla creazione del villain della storia, del cattivo colpevole di tutti i mali sofferti da una nazione che altrimenti sarebbe in grado di reagire all’attacco del virus e, come la Roma di Nerone/Petrolini, rinascere “più bella e più superba che pria”. Risulta allora chiaro che la separazione tra sfera economica e sfera politica, per quanto possa sembrare a prima vista una debolezza del sistema perché limita la concentrazione del potere, risulta in realtà un suo punto di forza in quanto consente di affrontare le sue crisi senza investire direttamente i suoi fondamenti, i rapporti sociali di produzione capitalistici. La politica diviene il perfetto capro espiatorio. A essa, infatti, viene attribuito il compito di risolvere i problemi socio-economici, ma al contempo ha limitate capacità di intervento in questi campi, fermi restando il potere di appropriazione del surplus e l’autorità di organizzazione della produzione nella mani dei singoli capitali.
Non è un caso, sostiene ancora  Meiksins Wood, che le moderne rivoluzioni si siano verificate laddove il modo di produzione capitalistico era meno sviluppato e coesisteva con più antiche forme di produzione, in particolare la produzione contadina. In questi casi, infatti, la coercizione extraeconomica esercitava un ruolo maggiore nell’organizzazione della produzione e nell’estrazione di pluslavoro e lo stato agiva non soltanto in appoggio alle classi proprietarie ma, similmente allo stato precapitalistico, anche come diretto appropriatore. In breve dove il conflitto economico e quello politico apparivano immediatamente come inseparabili e lo stato rappresentava un nemico di classe più visibile e centralizzato. Di contro, nei paesi a capitalismo sviluppato la lotta di classe, che nella storia ha sempre riguardato il potere sul pluslavoro, tende a convogliarsi nel luogo della produzione perché è lì che si concentra e si esercita questo potere. In altri termini la lotta di classe da politica diventa economica, trasformandosi tendenzialmente in qualcosa di locale e particolaristico. Una lotta che riguarda i termini e le condizioni di lavoro che, per quanto feroce possa essere, non mette direttamente in questione il rapporto tra capitale e lavoro, almeno finché non esce dalle mura dei luoghi di lavoro. 

A maggior ragione, come già accennato, il conflitto tra i diversi attori nella sfera politica, non potendo oltrepassare il suo limitato ambito di competenza, non è in grado di prendere di petto il tema del rapporto tra capitale e lavoro. Ma, a differenza del conflitto che si dà sul luogo della produzione, è in grado, per così dire, di sublimarlo. Proprio per questo nella sfera politica si può dare una ricomposizione spettacolare tra economico e politico. Una ricomposizione di cui abbiamo un esempio nell’esito dell’ultima crisi di governo. Non c’è nulla di più spettacolare, infatti, di un salvatore della patria cui vengono attribuiti connotati spudoratamente eroici: “Super Mario” Draghi, appunto. Un individuo straordinario che ha già mostrato le sue eccezionali capacità decisionali quando, come ci viene ripetutamente ricordato, affermò in pubblico che per salvare l’euro avrebbe fatto  “whatever it takes”. Frase che si concludeva così: “And believe me, it will be enough”. Una dichiarazione che starebbe bene in bocca anche al più coatto dei cowboy hollywoodiani.
Draghi è con ogni evidenza un esponente di spicco dell’élite economico-finanziario europea chiamato a rimediare al fallimento della politica nazionale. Non è perciò esagerato parlare di un commissariamento dell’Italia da parte del capitale finanziario continentale sotto lo sguardo attento dei poteri atlantici. Però, a ben vedere, c’è qualcosa di più da dire. La questione ripetutamente sollevata sulla natura tecnica o politica del suo governo, per quanto stucchevole, indica in modo confuso una difficoltà reale che affiora dalla profondità della crisi socio-economica in corso: è proprio l’andamento dell’economia, così come governato dal capitale, a costituire un problema. In altri termini, sebbene in modo tutt’altro che trasparente, affiora la necessità di scelte, propriamente politiche, che modifichino questo andamento interferendo con il governo capitalistico della produzione. Questo, per meglio dire, è il fantasma che va esorcizzato.

Prendiamo il caso della campagna vaccinale, uno dei compiti prioritari cui si dovrebbe dedicare il nuovo governo. E’ chiaro che le decisioni sovrane delle case farmaceutiche, basate ovviamente sulla ricerca del massimo profitto, sono un ostacolo fondamentale per una efficiente programmazione della campagna di immunizzazione di massa. Il potere e gli enormi profitti delle grandi imprese farmaceutiche sono normalmente giustificati dal loro ingente investimento nella creazione di nuovi farmaci. Ma le cose non stanno così. Con riferimento agli Stati Uniti, Marianna Mazzuccato rilevava qualche anno fa come tra il 1994 e il 2003 siano stati gli Istituti Nazionali di Sanità finanziati dal governo americano a condurre le ricerche che hanno portato a tre quarti dei nuovi farmaci (le cosiddette nuove entità molecolari), mentre le case farmaceutiche si limitavano ad investire prevalentemente sulle varianti meno rischiose (in termini di profitti attesi) dei farmaci già esistenti.4 Con la crisi pandemica l’impegno pubblico sarà con ogni probabilità ancora più significativo. Soltanto il governo statunitense, nell’ambito dell’Operazione Warp Speed, avrebbe inizialmente stanziato 9 miliardi di dollari per finanziare lo sviluppo e la produzione dei vaccini. Ma non è tutto. La scelta dei vaccini come arma principale, se non unica, per sconfiggere la pandemia non è un’opzione obbligata come dimostrano le efficienti strategie di contenimento messe in atto principalmente dai paesi asiatici (per non parlare di Cuba). Si tratta in realtà di una scelta dettata dagli interessi di Big Pharma che in tutto l’Occidente ha trasformato la medicina in senso ospedale-centrico e farmaco-centrico, trascurando prevenzione e medicina territoriale.5
E si tratta anche di una scelta che consente di alimentare una perniciosa illusione a beneficio del potere capitalistico complessivamente inteso: si può contrastare l’epidemia proseguendo nel nostro stile di vita quasi come se nulla fosse.
Business as usual. Avremmo a che fare, in altri termini, con un’opzione che, per sconfiggere la pandemia, non necessiterebbe, nel breve periodo, di adottare provvedimenti coercitivi sul governo capitalistico dell’economia evitando la limitazione del movimento di merci e persone (leggi lockdown) e, nel medio-lungo periodo, di ripensare un modello di sviluppo che stravolgendo gli ecosistemi planetari favorisce la possibilità del salto di specie dei virus.
Insomma proprio quando appare che alla politica venga richiesto uno sforzo straordinario per modificare il corso degli eventi nella realtà accade che le vengono negati gli strumenti per agire. Solo lo spettacolare intervento di un eroe ci può aiutare in un compito così disperato e al tempo stesso così importante. Vediamo dunque che tutto si raddoppia e si capovolge. La sfera economica invade quella politica, ma è la politica che deve apparire in grado come non mai di governare l’economia: la prassi sociale, direbbe Debord, si è scissa in realtà e immagine. In altri termini la politica può riprendere il comando solo negando se stessa. L’appoggio praticamente unanime al governo Draghi nega infatti uno degli elementi essenziali che si suppone debba caratterizzare la sfera politica moderna: quel politeismo dei valori che implica la possibilità di effettuare scelte diverse, o anche divergenti, nel governare il bene comune. 

E allora di fronte al fantastico mondo di Super Mario chiudiamo ribadendo di nuovo alcune banalità di base, utilizzando le parole di Meiksins Wood: “le battaglie puramente ‘politiche’ sul potere di governare e dirigere, rimangono incompiute finché non  coinvolgono oltre alle istituzioni dello stato anche il potere politico che è stato privatizzato e trasferito nella sfera economica. In questo senso, è proprio la differenziazione dell’economico e del politico nel capitalismo – la simbiotica divisione del lavoro tra stato e classe – ciò che rende propriamente essenziale l’unità delle lotte politiche ed economiche e che deve rendere sinonimi socialismo e democrazia”.6


  1. Guy Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai, 2004, p. 62. 

  2. Cfr. Ellen Meiksins Wood, Democracy against capitalism, Cambridge Universiy Press 1995. 

  3. Karl Marx,  Il capitale I, Editori Riuniti, Roma, 1980, p. 146.  

  4. Cfr. Marianna Mazzuccato, Lo stato innovatore, Laterza 2014. 

  5. Cfr. Alberto Burgio, “Dopo un anno di pandemia: ostaggi di Big Pharma?” in Oltre il capitale, anno III n. 5, gennaio 2015. 

  6. Ellen Meiksins Wood, Democracy against capitalism, cit. p. 48, traduzione mia. 

]]>
La campagna militar-vaccinale https://www.carmillaonline.com/2021/01/04/la-campagna-militar-vaccinale/ Mon, 04 Jan 2021 22:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64198 di Giovanni Iozzoli

Come volevasi dimostrare, questa maledetta pandemia sta devastando quel po’ di residui democratici di cui il mondo occidentale menava ancora vanto. In Italia ci siamo rapidamente assuefatti alla sospensione delle libertà costituzionali a mezzo DPCM; e il punto non è tanto l’utilità profilattica del lockdown (su cui esistono ampi margini di discussione) quanto la terribile passività con cui la società ha accettato e introiettato questa nuova schiacciante prassi: le libertà fondamentali non sono più indisponibili ai governi – non sono più naturalmente “nostre”, come recita il catechismo liberale; appartengono a [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Come volevasi dimostrare, questa maledetta pandemia sta devastando quel po’ di residui democratici di cui il mondo occidentale menava ancora vanto. In Italia ci siamo rapidamente assuefatti alla sospensione delle libertà costituzionali a mezzo DPCM; e il punto non è tanto l’utilità profilattica del lockdown (su cui esistono ampi margini di discussione) quanto la terribile passività con cui la società ha accettato e introiettato questa nuova schiacciante prassi: le libertà fondamentali non sono più indisponibili ai governi – non sono più naturalmente “nostre”, come recita il catechismo liberale; appartengono a chi ha in mano gli strumenti di coercizione e il monopolio della forza (l’esecutivo). Un bel salto all’indietro di circa 250 anni, nel rapporto tra cittadini e Sovrano.

Oggi è la pandemia, domani potrebbe essere qualsiasi altra emergenza, più o meno fondata: la strada è ormai tracciata, la società si sta tristemente abituando al coprifuoco come governo delle crisi sociali. Ma il bello deve ancora venire. È cominciata infatti in questi giorni la rinomata campagna vaccinale; si è partiti con le fanfare e il giubilo a reti unificate, inscenando uno dei più ridicoli spettacolini mai allestiti nella lunga storia della patria retorica, con un esercito di giornalisti e soldati ad aspettare trepidanti un furgoncino DHL. Ma visti gli esiti di alcuni sondaggi, non all’altezza di tanti entusiasmi, il clima gioioso è presto degenerato: e adesso comincia a tirare un vento fetido di fascismo e coercizione. Chiunque osi manifestare una qualche timida obiezione o resistenza alla nuova “grande campagna”, viene immediatamente tacciato di essere “no vax” (epiteto ingiurioso che fa il paio con negazionista, affibbiato allo stesso modo al gen. Pappalardo e al filosofo Agamben) e minacciato esplicitamente di gravissime conseguenze. Anche solo per aver parlato.

Il docente di Infermieristica dell’Università di Firenze dott. Festini, ha detto a voce alta quello che molti sussurrano con preoccupazione: “lo capite che è impossibile mettere a punto e sperimentare un farmaco in sette mesi? Lo capite che, a meno di essere dei veggenti, in sette mesi non è possibile sapere nulla di attendibile riguardo alla sua efficacia, alla sua sicurezza ed agli effetti indesiderati?”. Parole di semplice buon senso (riportate da “Repubblica”) che immediatamente hanno fatto finire alla gogna il docente, più o meno come era toccato a Crisanti due settimane fa (tra l’altro il virologo che parla in romanesco ha risolto tutti i suoi dubbi con fulminea velocità, chissà perché…)

Il fatto è che la questione vaccini sfugge ormai a qualsiasi ragionamento scientifico; e non ci riferiamo solo all’enorme business delle aziende farmaceutiche o alla competizione geopolitica tra blocchi – tutti elementi che hanno condizionato pesantemente la pretesa “purezza scientifica” della ricerca. Il messaggio è che ci si deve vaccinare per “ragioni morali”, per il “bene della comunità”, per “battere questo nemico”. Recalcati ci informa che vaccinarsi è “un gesto etico”: bene, chi è chiamato a garantire, l’adempimento di tale gesto, se non uno Stato Etico? La scienza pretende di inverare il punto più alto della modernità, ma si arrocca sempre più spesso in una dimensione sostanzialmente premoderna.
E il linguaggio marziale che adotta è quello tipico dell’arruolamento militare: i riottosi sono disertori o addirittura sabotatori dello sforzo bellico, nemici della Patria.

Qua non si tratta di essere “pro o contro i vaccini” (questione aperta, su cui, anche all’interno di questa redazione convivono legittime opinioni diverse). Qui si tratta di capire se è ancora praticabile il diritto al Dubbio, che è il cardine di ogni progresso scientifico e, in ultima analisi della storia moderna dell’Occidente. La pseudo scienza da regime, che blandisce, promette, minaccia, riproduce piuttosto una logica essenzialmente religiosa: è necessario riporre fede nel vaccino (che è ormai è assurto al ruolo di elisir mitologico) e nei suoi sacerdoti. Punto. Il resto è eresia. O apostasia.

Il problema è che gli italiani sono poco marziali, non muoiono dalla voglia di arruolarsi. E non mostrano una grande spinta, non manifestano abbastanza fede, vorrebbero capire un po’ meglio la faccenda, sentire più campane; tra molti di loro serpeggia addirittura il sospetto che la sperimentazione reale degli effetti del vaccino comincerà proprio con la campagna vaccinale di massa. E allora, contro cacadubbi, panciafichisti e renitenti alla leva, partono i sinistri avvisi a reti unificate: se i virologi giurano su un vaccino che pochi di loro conoscono davvero, i costituzionalisti affermano che è lecito costringere gli italiani ad un TSO di massa senza violare la Carta (e si risveglia anche Ichino, che era un po’ fuorigioco, da tempo non poteva licenziare nessuno, e sentenzia che sì: lo scetticismo sanitario può anche essere giusta causa di licenziamento).

In ogni caso, se non fosse giuridicamente possibile l’obbligo vaccinale di massa (maledetta Costituzione, sempre in mezzo ai piedi dei governi) saranno messe in campo misure proscrittive o punitive – liste di reprobi, tesserini sanitari, divieti all’accesso di determinati servizi offerti dai privati, intralci alla mobilità, piccole e grandi rappresaglie contro i riottosi – all’insegna del motto: scoraggiare e punire.

Il bello è che tra i più prudenti nella corsa alla punturina, troviamo proprio infermieri e medici; chissà perché: forse perché la pensano come il docente universitario Festini – ma non possono dirlo pena radiazione dall’albo o magari fucilazione alla schiena. Del resto, anche all’epoca della Lorenzin i sindacati di categoria e alcuni ordini professionali si dichiararono contrari all’obbligo vaccinale per i loro iscritti (l’italianissimo: fate quello dico ma non fate quello che faccio). Sulle ragioni della prudenza vaccinale di molti sanitari di ogni ordine e grado, non c’è molto da dire, ognuno deve parlare per sé e per le proprie ragioni: ma se per questi lavoratori la libera espressione è sostanzialmente proibita, cosa resta se non le vie di fuga individuali, le allergie frettolosamente certificate, l’escamotage che permette di procrastinare la sgradita procedura senza perdere il posto?

Sulla questione vaccini, il governatore Toti (personaggio inquietante, ma al quale non difetta certo la sincerità), ha chiosato candidamente ai microfoni di un tg nazionale: “visto che sono già state violate le libertà costituzionali di movimento e di impresa, perché non si potrebbe imporre per legge a tutti il vaccino?” Già perché? Abbiamo fatto trenta… È questo è proprio l’orlo del baratro su cui stiamo danzando tutti; l’eccezionalità è sfuggita ad ogni controllo; l’inanità del governicchio, la faccia da democristiano di provincia del premier, non deve tranquillizzarci: immaginiamo cosa succederà quando questa nuova strumentazione decisionale sarà in mano a gente dalle idee pericolosamente più chiare. E la cosa più allarmante è la mancanza di discussione pubblica su questi temi, come se in pochi mesi queste enormità fossero state totalmente digerite e introiettate dalla società civile. Assunte come nuova inquietante normalità.

Questo è un campo che precede ogni dibattito vaccini si/vaccini no (sul cui merito la stragrande maggioranza di noi non avrebbe gli strumenti per intervenire); qui ci collochiamo un passo prima, sul terreno della crisi ideologica e politica dell’occidente: quell’ordito di suggestioni e prassi che assegnano il primato all’individuo e alle sue libertà, e che hanno consentito al nord euro-anglosassone di esibire da sempre una fasulla superiorità morale, rispetto al resto del mondo “illiberale” – spesso fornendo alibi alle proprie protervie militari ed economiche. Ecco: siamo oltre quella storia, siamo al di là di quello schema. Probabilmente ci eravamo arrivati anche prima, ma l’epidemia ha affrettato i tempi e squagliato il cerone di scena. Si apre uno spazio di dibattito sconfinato, per quanto in pochi al momento sembrano avere voglia di attraversarlo.

Oggi “l’Occidente delle libertà” è il campo in cui il controllo sociale, l’uso massiccio del carcere e dell’invadenza della magistratura, le terribili tecnologie dell’intercettazione e del pedinamento elettronico, l’interventismo amministrativo nei conflitti di classe, i divieti antisciopero, i daspo sociali e oggi il nuovo decisionismo anticontagio, stanno diffondendosi come metastasi. E sono pratiche speculari a quelle dei deprecati regimi autoritari (quei regimi accusati di controllare capillarmente i loro cittadini e negare la libera espressione!) che i liberali hanno sempre bollato come intollerabili e sulla cui opposizione hanno costruito l’idea e la suggestione del “mondo libero”. Quanto siamo lontani dai “patentini di cittadinanza digitale a punti” – il famigerato SCS – già in uso a Pechino? La Cina è vicina, decisamente.

La crisi del vecchio mondo sta sgravando un nuovo assetto sociale e l’epidemia rappresenta solo le doglie dolorose di questo parto travagliato. Tutti gli elementi erano già in incubazione, più o meno sottotraccia – li leggevamo e li temevamo. Oggi i processi si stanno compiendo: dovremo misurarci con nuove tecnologie di governo dei corpi, della salute, del lavoro, della conoscenza e della società nel suo complesso.
Negli anni scorsi, quando si strologava di biopolitica in tutte le salse, probabilmente nessuno immaginava che il nostro sistema immunitario sarebbe stato l’ultima frontiera da difendere dall’invasività della nuova governance capitalista. Il Covid esiste, è temibile e va contrastato: ma stiamo attenti a non risvegliarci in un mondo in cui la sua eredità sulle nostre società e sulla nostra salute, potrebbe essere anche più pesante del male.

]]>
Un calendario per l’anno che verrà https://www.carmillaonline.com/2020/12/16/un-calendario-per-lanno-che-verra/ Wed, 16 Dec 2020 22:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63896 di Sandro Moiso

Mali che se ciapa. Epidemie e contagi nel Veneto moderno, Lunario veneto di Dino Coltro 2021, Redazione di Marco Girardi, Cierre edizioni, Verona, ottobre 2020, 12,00 euro.

Certo, è una cosa che non si era mai vista: Carmilla che segnala e recensisce un calendario. E poi mica uno di quelli moderni con le immagini realizzate da fotografi famosi, oggi un po’ più castigati di quelli che un tempo erano conosciuti e ricercati come ad esempio i “calendari Pirelli”, oppure di ‘movimento’. No, tutt’altro, qui si parla di un ‘lunario’. Ma quanti sono ancora coloro che si ricordano, [...]]]> di Sandro Moiso

Mali che se ciapa. Epidemie e contagi nel Veneto moderno, Lunario veneto di Dino Coltro 2021, Redazione di Marco Girardi, Cierre edizioni, Verona, ottobre 2020, 12,00 euro.

Certo, è una cosa che non si era mai vista: Carmilla che segnala e recensisce un calendario.
E poi mica uno di quelli moderni con le immagini realizzate da fotografi famosi, oggi un po’ più castigati di quelli che un tempo erano conosciuti e ricercati come ad esempio i “calendari Pirelli”, oppure di ‘movimento’. No, tutt’altro, qui si parla di un ‘lunario’. Ma quanti sono ancora coloro che si ricordano, o anche solo immaginano, che un tempo, nelle culture che oggi si ritengono superate e arcaiche, il calendario avesse una funzione educativa e ancor più pratica, soprattutto per i contadini?
Certamente pochi e già immagino i sorrisini e gli sguardi di scherno che correranno sulle labbra e i volti di molti lettori.

Evidentemente, da popolo di bevitori di birra oppure di bottiglie di vino acquistate in tutta fretta (al supermercato, nelle enoteche o nei ‘wine bar’) qual siam diventati, anche solo il fatto che la conoscenza delle fasi lunari possa essere stata (e sia ancora) di fondamentale importanza per l’imbottigliamento del vino potrebbe sembrare un residuo passatista antiquato e inutile, e forse anche un po’ conservatore. Eppure, eppure…

Il nuovo calendario/lunario per l’anno che viene, pubblicato dalle edizioni Cierre di Verona che continuano la tradizione dei lunari ispirati dalle ricerche sulla cultura popolare veneta condotte da Dino Coltro per più di trent’anni1, avrebbe potuto intitolarsi anche Mala tempora currunt visto che è totalmente ispirato dalla lunga stagione pandemica in cui siamo immersi e di cui, nonostante le miracolose e incerte promesse vaccinali, non si vede ancora con certezza una fine.

Ed è proprio questa incertezza a far sì che questo mondo, questa società e questo stile di vita che si credono e definiscono come moderni in realtà non siano poi così distanti dai timori, dalle paure e dalle pratiche sociali, compreso il distanziamento in epoca di epidemie, che caratterizzavano le culture, alte e basse, dei secoli e delle età precedenti la nostra. Timori, paure e contagi che non sono mica mai scomparsi e che hanno fortemente segnato la vita, e la morte, di milioni di persone anche in periodi non troppo distanti temporalmente da quello in cui viviamo.

Dalle diverse ondate di peste che hanno percorso l’Europa e l’Italia dal Medio Evo al XVII secolo, fino al colera e alla tisi, insieme ad uno straordinario cocktail di malattie endemiche, che costrinsero all’esodo e all’emigrazione verso altri paesi e altri continenti milioni di italiani poveri tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento2 passando poi per l’epidemia di “Spagnola” che causò poi ancora milioni di morti negli anni a cavallo della fine del primo macello imperialista, prima nelle trincee e poi tra i civili, le malattie infettive e contagiose hanno costantemente segnato il cammino delle società umane, costringendolo a brusche svolte e ancor più spesso a bruschi arresti. E di tutto ciò, soprattutto per quanto riguarda l’area veneta, il lunario per il 2021 rende conto.

Chiarendo, indirettamente, come fosse quindi inevitabile che tale tradizione epidemica lasciasse un segno profondo nelle culture e nell’immaginario delle civiltà precedenti e in particolare, almeno qui in Italia, in quella contadina.
Valga per tutte, a livello di immaginario religioso, la frequenza con cui, soprattutto nel Nord Italia, è possibile imbattersi in feste patronali oppure edicole e cappelle dedicate alla figura di san Rocco, al quale, non a caso, è dedicato il 16 agosto.

Autentico santo della peste, ispirato alla figura di un mercante di Montpellier che si distinse, narra la leggenda più che la storia, per essersi prestato alla cura dei malati di peste mentre era in pellegrinaggio verso Roma. Colpito dalla stessa malattia, sarebbe guarito miracolosamente grazie anche alle cure prestategli da un cane che aveva preso con sé durante il viaggio. Sarà poi il cattolicesimo post-tridentino a trasformare l’immagine del santo accompagnato dal cane e con la piaga pestilenziale su una gamba in quella decisamente più gore del cane che gli lecca le piaghe per guarirle. Come ben si sa, infatti, al peggio non c’è mai limite.
Ma torniamo al nostro lunario, iniziando proprio dalle immagini che lo accompagnano.

Il lunario è illustrato con immagini legate al tema delle epidemie e con alcune incisioni che Hans Holbein il giovane (1497 circa – 1543) dedicò alla danza macabra. Nei momenti di grande crisi, come durante i contagi, la morte è la rivincita sulle disuguaglianze sociali, rivela la vanità del potere e della ricchezza. In un ritmo inesorabile, Holbein raffigura scene di vita quotidiana, in cui uno scheletro accompagna i protagonisti umani, per ricordare che la morte non risparmia nessuno: grandi e piccoli, poveri e ricchi, giovani e vecchi. Di fronte alla minaccia, il vivo reagisce cercando di venire a patto con la morte, che risponde con ironia macabra: lo scheletro trascina nel girotondo il vivente; ride delle sue paure; si fa beffe dell’attaccamento umano alla vita e ai beni terreni; sfotte il tentativo maldestro di sottrarsi all’inevitabile destino3.

Molto ci sarebbe da dire e scrivere sull’incredibile florilegio di Trionfi della morte e danze macabre che costellarono l’arte occidentale a partire dal XIV secolo, donandole alcuni dei più significativi capolavori, sia come affreschi che come incisioni. Ma occorre qui fermarci un attimo sul significato di questo terribile e implacabile memento mori4, soprattutto per quanto riguarda una società e un modo di produzione che hanno fatto della loro progressiva eternizzazione la base di ogni narrazione politica, storica, scientifica e sociale.

La pandemia e le epidemie, riportano alla luce ciò che si vuole inutilmente negare e nascondere: la vita umana è a termine5 e così pure le società in cui si svolge, compresa quella attuale. Ergo se tutto muore, come affermava già Howars P. Lovecraft secondo il quale dopo lunghi e strani eoni anche la morte muore, anche il capitalismo, come tutti gli altri modi di produzione che l’hanno preceduto, è destinato a morire. Anche se sarà soltanto la Storia futura a rivelarci se di inedia o di morte violenta .

Ma se questo manifestarsi della morte e della fine dei cicli vitali e storici è accolto nelle culture tradizionali come un fatto, per quanto tragico, la società degli ultimi decenni ha fatto di tutto per nasconderlo oppure negarlo. Quasi come se la morte e la malattia invece che un fatto naturale, appartenessero al regime del non detto, di ciò di cui non si può parlare e, soprattutto, fossero diventate qualcosa di cui vergognarsi oppure qualcosa di talmente eccezionale da doverlo sottolineare con forme drammatiche spettacolari. Da lì derivano sia la spettacolarizzazione dei funerali e delle esequie (con tanto di applausi di cui non si riesce mai bene a capire il significato, considerato la distanza siderale che separa, in tali occasioni, i destinatari dell’omaggio da coloro che lo porgono), quanto la corsa verso forme di feste di morte (come quelle di cui già parlava Giovanni Boccaccio nella “cornice” del Decameron), rituali e scaramantiche, celebrate sia con la partecipazione di massa ad eventi collettivi che potrebbero rivelarsi compromettenti per la salute, sia nelle attuali risse tra gang di minorenni che, senza reali motivazioni nemmeno nel campo del controllo territoriale, si affrontano nelle piazze e nelle vie o sui ponti delle città italiane da qualche tempo a questa parte.

Fughe, dalla realtà della morte e da quella delle malattie che, però, hanno il pregio, almeno per il potere, di non intaccare mai o mettere in discussione le cause profonde e diffuse delle pandemie e delle emergenze. Mentre lo stato di emergenza tende a creare l’attesa del rimedio miracoloso, vaccino o altro che sia, e trasformando così l’antica e primitiva fede magico-religiosa popolare delle società contadine nella fede in una scienza svenduta un tanto al chilo.

Recuperare consapevolmente il memento mori potrebbe invece rivelarsi come un momento liberatorio per la specie umana attuale, come già suggeriva il materialista Leopardi indicando la necessità di collaborazione tra gli esseri umani, la cui triste condizione mortale obbligò a stringersi in social catena6 oppure come, in forma più aristocratica e guerriera, già faceva il libro del Bushido giapponese che nel vivere come si fosse già morti coglieva la possibilità di realizzare con audacia una vita completa e consapevole.
Completezza di vita, comunità umana e consapevolezza che sono agli antipodi della proposta solitaria ed egoista di vita individuale prospettata dal sistema economico-sociale attuale.

Il paradosso odierno è infatti quello di una società che, per negare la morte e la necessaria fine di ogni cosa, finisce con l’esaltarla e diffonderla sempre più massicciamente a discapito della vita, in un contesto in cui la biopolitica del potere si trasforma sempre più in necropolitica7. E che per paura della propria morte, in nome del mantenimento dello stato di cose presenti, è disposta a sacrificare l’intera biosfera e il suo futuro8.

Il calendario qui proposto ha sicuramente un grande pregio, quello di ricordarci come società ritenute arretrate nell’immaginario moderno e progressista potessero rivelarsi molto più disincantate nei confronti del potere, della ricchezza, dell’ambizione personale e della morte di quanto lo sia quella odierna, in ogni sua componente. Senza dimenticare che quelle stesse società, e nella fattispecie quella contadina veneta, dylanianamente non avessero bisogno di un meteorologo per sapere in quale direzione spirasse il vento. Non soltanto nel senso sotteso da Blowin’ in the Wind.

Il lunario si presenta diviso in cinque colonne:

La prima intitolata “Luna”, registra le fasi lunari di un comune calendario; nella seconda, distinta con il termine “Quarantìa”, sono riportate le conoscenze meteorologiche della tradizione orale. Pe renderli attuali si devono confrontare con le fasi lunari della prima colonna che, essendo diverse da un anno all’altro, ne garantiscono il significato meteorologico e rendono probabili le previsioni. Se non si tiene conto di questi “continui confronti”, esse perdono ogni riferimento reale. E’ infatti sulle fasi lunari che il contadino misurava l’annata agraria, contava le quarantìe, arrivava a fare delle previsioni del tempo alle quali si legavano le regole agronomiche, formulate sull’esperienza secolare delle generazioni passate e tramandate oralmente.
[…] I mutamenti violenti e repentini di questi decenni hanno cambiato, mutato o cancellato molto della sapienza del tempo contadino e il lunario rischia di essere dimenticato dalle nuove generazioni. Forse non è tempo perso quello riservato alla riscoperta di come eravamo e quale fosse il modo di “contare” il tempo dei nostri nonni, a confronto con i metodi attuali.
La terza colonna, infatti, riporta i giorni di lavoro, le feste, i santi secondo il consueto schema dei calendari, fatta eccezione per quei santi che sono direttamente legati alle indicazioni meteorologiche, alle usanze, al lavoro di una volta. La tradizione orale non ha mai tenuto conto delle riforme calendariali, avvenute nel corso dei secoli e, generalmente, è ferma al calendario di Cesare, come lo sono i russi e gli ortodossi.
La quarta colonna sviluppa il tema scelto per il 2021, Mali che se ciapa. L’ultima riporta, giorno per giorno, i proverbi, i modi di dire, i detti, che esprimono gli aspetti sapienziali del lavoro e della vita dei contadini, legati alla tradizione orale9.

In attesa di poter riempire di pece e piume i rivenditori di dati economici farlocchi, di terapie miracolose e di suggestioni nazionaliste, dell’enorme Medicine Show mediatico su cui si fonda la sottomissione al dominio del modo di produzione attuale, il cui unico scopo è quello di negare l’orrore “vero” del presente per mantenerlo in vita a discapito di tutto ciò che è davvero vivo e necessario per la nostra specie e quelle che ci hanno accompagnato fin qui, la consultazione e la lettura di questo calendario, nonostante la serietà dell’argomento, potrebbe ancora rivelarsi di buon auspicio per l’anno che verrà.


  1. La cui opera principale è stata recentemente recensita su Carmilla qui  

  2. Si veda in proposito almeno G.A. Stella, Odissee, Rizzoli, Milano 2004  

  3. Mali che se ciapa. Epidemie e contagi nel veneto moderno, Lunario veneto di Dino Coltro 2021  

  4. Sul tema del buon morire e della danza macabra si veda il sempre fondamentale A. Tenenti, Il senso della morte e l’amore della vita nel Rinascimento (Francia e Italia), Einaudi, Torino 1977 (prima edizione 1957)  

  5. Come avrebbe affermato il teologo tedesco Meister Eckhart, vissuto a cavallo tra XIII e XIV secolo, ci sarebbe data soltanto “in prestito d’uso”  

  6. G. Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto, v. 149; cui andrebbero aggiunte le considerazioni svolte nel Dialogo della Natura e di un Islandese: “Natura – Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione.”  

  7. Si veda D. Di Cesare, Virus sovrano? L’asfissia capitalistica, Bollati Boringhieri, Torino 2020  

  8. Come sembra suggerire lo straordinario romanzo di George A. Romero e Daniel Kraus, I morti viventi, recentemente pubblicato da La nave di Teseo  

  9. Lunario veneto di Dino Coltro 2021  

]]>
Chiamate telefoniche – 6 https://www.carmillaonline.com/2020/05/18/chiamate-telefoniche-6/ Mon, 18 May 2020 21:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60142 di Piero Cipriano

Lo dico subito, così chi non ama i complottisti può interrompere subito la lettura: questa sesta chiamata telefonica è una chiamata complottista, super complottista, terribilmente complottista. Perché? Perché io ammiro i complottisti, ammiro i complottisti quasi come ammiro i paranoici. Voi direte che tutti i complottisti sono paranoici. Che complottismo = paranoia. E io non sono d’accordo. I complottisti, alcuni, non tutti, sono dei formidabili inventori di storie con una capacità di avvicinarsi quasi con precisione millimetrica al futuro, ma che per un motivo o per l’altra non ce la fanno a essere Philip K. Dick. Gli manca [...]]]> di Piero Cipriano

Lo dico subito, così chi non ama i complottisti può interrompere subito la lettura: questa sesta chiamata telefonica è una chiamata complottista, super complottista, terribilmente complottista. Perché? Perché io ammiro i complottisti, ammiro i complottisti quasi come ammiro i paranoici. Voi direte che tutti i complottisti sono paranoici. Che complottismo = paranoia. E io non sono d’accordo. I complottisti, alcuni, non tutti, sono dei formidabili inventori di storie con una capacità di avvicinarsi quasi con precisione millimetrica al futuro, ma che per un motivo o per l’altra non ce la fanno a essere Philip K. Dick. Gli manca quel quid di prosa o anfetamine o vattelappesca. Dico pure che se non leggerete questa sesta chiamata perché siete prevenuti sui complottisti poi ve ne restano solo due (non complottiste, in compenso, ma non è detto, perché una volta che uno dichiara la stima per il mondo complottista ne viene irreparabilmente assimilato), perché l’epidemia sta per finire (con sommo sconforto dei virologi-con-l’agente quelli che si prendono da duemila euro in su a intervista un po’ come le puttane solo che le puttane siccome sono delle gran signore non vendono la scienza ma il proprio corpo) e pure le chiamate finiranno, non mi resta che una settima chiamata dove il protagonista indiscusso è il virus e l’ottava, e ultima, dove i protagonisti sono i morti, ma ciò è pleonastico perché i morti sono sempre i protagonisti, solo chi non ha fatto i conti con la morte non l’ha ancora capito, ed è per questo che si barrica in casa e si barrica la bocca, perché pensa che dalla bocca entri la morte. Invece no: dalla bocca esce la vita. E non è proprio la stessa cosa.

Ma dicevo dei complottisti, ormai, appena leggo o sento qualcuno che ne parla male mi viene da mettere mano alla pistola poi mi ricordo che non ho una pistola e soprattutto che questa (mettere mano alla pistola) è una brutta espressione che mutuiamo da una brutta persona, per cui mi limito a proporre di abolire la parola complottista, come in passato ho proposto di abolire la parola empatia, non significa più niente ormai ripetere a pappagallo complottista, complottista, complottista, oppure, visto che non è il massimo abolire parole, sa troppo da neolingua orwelliana, propongo di mettere un limite al numero di volte che in uno scritto si può usare la parola complottista, non più di due, massimo tre, alla terza scatta la multa (quattrocento euro, la multa per chi andava in giro senza mascherina), anche perché chi usa troppo spesso la parola complottista tradisce di essere egli stesso un complottista, esatto, uno affascinato dal complotto, il complotto di mettere a tacere le capacità narrative del complottista, e poter sostituire la narrazione (mille volte più interessante) del complottista con la sua sterile e prevedibile e conforme narrazione di anti-complottista che legge Repubblica o Corriere. Dimenticando che l’anti-complottismo dell’anti-complottista è esso stesso complottismo, inconscio complottismo ai danni del vessato complottista.

Non so se si è capito ma io i complottisti vorrei difenderli dalle ingiurie di complottismo con la stessa passione con cui mi viene sempre da difendere le persone che subiscono l’accusa di essere schizofrenici. Le persone più insospettabili ci sono cadute, nell’offesa agli schizofrenici. Umberto Eco, una volta, per chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi, disse che doveva dimettersi non per il suo eccesso di satiriasi, ma per il suo eccesso di schizofrenia. E’ schizofrenia, puntualizzò, se uno non si ricorda il giovedì ciò che ha detto il mercoledì. Come si può essere governati da uno schizofrenico? Eco non sapeva cos’è (io nemmeno, ma lui molto meno di me, eppure era Eco) la schizofrenia, e sempre Eco è il colpevole di aver dato la stura all’offesa del complottista. In quel libro palloso che è Il pendolo di Foucault, mi pare, è lui che inizia la presa per il culo dei complottisti. Piergiorgio Odifreddi è un altro, era a una trasmissione di Piero Chiambretti, irritato dal mago Otelma (quanto mi sta simpatico il mago Otelma, secondo me è abbastanza complottista pure lui), lo metteva a tacere zitto tu, anzi, zitto lei, che è uno schizofrenico. Proprio così diceva. Il tono voleva essere quello di chi dice lei è un cialtrone, o lei è un buffone, o lei è un mitomane, o lei è un millantatore, o lei è un venditore di fumo, o lei è un guitto; invece disse lei è uno schizofrenico. Gli intellettuali del cazzo che adoperano le categorie psichiatriche, o mediche, per offendere. Un tempo si diceva zitto che sei un mongoloide, o zitto che sei un deficiente, oggi dicono zitto che sei uno schizofrenico oppure dicono zitto che sei un complottista.

Tutto ‘sto preambolo per dire: w i complottisti (fossero anco terrapiattisti, quando vuoi dire che uno è complottista ma di quelli terra terra allora dici che è terrrapiattista, i terrapiattisti sono i più sfigati dei complottisti, e infatti sono quelli che mi sono i più simpatici di tutti) abbasso i burionisti.

*

Complottista secondo me era pure Dario Musso ragazzo drammatico e teatrale di Ravanusa che il lockdown (‘sto cazzo di lockdown non vedo l’ora di dimenticare questa parola) come a tutti gli aveva spezzato la pazienza e inizia a fare video inquietanti in cui si punta un cacciavite alla tempia e incita alla rivolta e pochi giorni prima viene fermato da un carabiniere che assiste allibito a lui che contrattacca gli dice che fare il carabiniere di questi tempi a fermare persone innocenti è una merda e brucia la sua carta d’identità e il giorno del fermo sanitario è in giro nella sua auto con un megafono che incita alla disobbedienza a non abboccare alle favole governative non c’è nessun virus dice, togliete le mascherine riaprite i negozi, uscite… (ora confessate di non averlo pensato almeno una volta pure voi tutto ciò) lo circondano carabinieri e agenti municipali, lui fa un video in diretta in cui prova a mantenere la calma, scende, resta calmo, bravo Dario così si fa, ma non basta perché arrivano tre sanitari uno dei quali ha una siringa, il sanitario non gli va incontro davanti per parlargli no, lo aggira gli punta la siringa, vuol siringarlo da dietro con tutti i pantaloni, stato di necessità diranno poi nel processo che si farà perché si farà ma io dico, dalle immagini, non c’era nessuno stato di necessità, legittima difesa dite? nemmeno, eppure un carabiniere lo prende per le gambe e lo atterra, il sanitario col camice e la siringa lo infila, la donna che fa il video grida atterrita in siciliano lo stanno sedando lo stanno sedando. Finisce il video inizia l’audio, il fratello di Dario, avvocato, prova per giorni a chiamare all’ospedale di Canicattì, al reparto psichiatrico dove Dario è ricoverato in TSO sedato legato cateterizzato ma la dottoressa balbetta, dice non possiamo dare notizie lui richiama e lei dice suo fratello dorme lui richiama lei dice non abbiamo il cordless lui richiama lei dice ho un’urgenza ho un ricovero ora non posso parlare, sono imbarazzato per lei, per questa poverina che senza dignità né etica si schermisce. Dopo cinque sei giorni tali le pressioni, le lettere, le telefonate, ai medici e al sindaco, tra queste quella di Gisella Trincas dell’UNASAM (associazione dii famigliari dei pazienti) o del garante nazionale dei detenuti o di me stesso che provo a parlare invano con la dottoressa che ha sempre un’urgenza e non può rispondere, insomma Dario viene (altrettanto selvaggiamente) dimesso e per fortuna non fa la fine di Franco Mastrogiovanni o Giuseppe Casu o Elena Casetto. Dimesso però con una non diagnosi: Disturbo della personalità non altrimenti specificata. La più inutile e fessa e vaga e debole delle diagnosi psichiatrica. La stessa diagnosi che potrei avere io, o voi, o tutti i complottisti del mondo.

Mi chiama Nicola, il mio amico delle Iene, una iena gentile, Pieruzzo, esordisce col suo accento siciliano, che ne pensi del TSO di quel ragazzo di Ravanusa?

*

Ma io in questo pezzo dovevo occuparmi di complottisti e anti-complottisti, non di TSO illeciti e selvaggi. Per cui cominciamo col primo campione del complottismo mondiale che gira intorno al virus. Lui è quello che aveva in tasca l’Hiv e Gallo (poi stato sostituito da Fauci, il virologo che ora Trump vede come il fumo negli occhi) glielo rubò. Lui è quello che nel 2008 prende il Nobel. Lui è quello che ora è perculato dai medici duri e puri perché ha detto che l’acqua c’ha la memoria (figuriamoci, ridono, gli scienziati, la memoria, l’acqua, e mica c’ha il cervello l’acqua per averci la memoria!) e porta al papa la papaya (la papaya, al papa, e che è, un calembour dello scienziato senex?). Perculato più di Tarro, si capisce, perché almeno Tarro non l’ha vinto il Nobel lui sì e una ventina, o erano trenta?, super scienziati fecero pure una petizione, per fargli revocare il Nobel, ma gli svedesi so’ di parola, se lo danno il super premio è per sempre, poi non lo levano. Eh sì, gli svedesi so’ di parola, se dicono che l’epidemia si affronta senza lockdown, vanno fino in fondo. Oggi mi chiama una fattucchiera dal Molise una che mi ha conosciuto vedendomi nell’olio che galleggia nel fondo di un piatto, dice siccome pure io stavo con l’orecchio pizzato al suolo per sentire da dove arriva la fine del mondo ho incrociato i tuoi pensieri che provenivano dal tuo orecchio adagiato sul pavimento del tuo reparto allora ho pensato che devi assolutamente sentire cosa dice quest’uomo. Attacca il suo telefono a manovella al pc per farmi sentire la voce tradotta di Montagnier.

Non posso vederlo in faccia, quindi non vedo i sui capelli colorati di marrone biondo che un po’ gli fanno perdere la credibilità di scienziato premio Nobel, ma tant’è, l’ha già persa ormai, è bastata la papaya e l’acqua con la memoria, e poi c’avrà uno scienziato il diritto di farsi la tinta oppure no?, o valutiamo uno scienziato sulla base della tinta?, ma a questo punto pure Giuseppe Conte va be’ che non è uno scienziato perde credibilità, se ci basiamo sulla tinta, vero è che la tinta di Conte è più credibile della tinta di Montagnier che dice c’è stata una manipolazione su questo virus, così esordisce l’ottantottenne tinto ormai con un piede fuori dalla scienza, il piede fuori dalla scienza è il piede che ha calato nella fossa, cioè nel mondo dei morti, è per questo che Montagnier, come Tarro, non ha bisogno più di queste sciocchezze tipo le pubblicazioni o i numeri o l’h-index, perché chi è con un piede nel mondo dei morti non crede più né nelle pubblicazioni né nei numeri e l’unico libro che legge ormai è il Bardo Thödröl ovvero il Libro tibetano dei morti perché i morti sono superiori alle pubblicazioni scientifiche e ai numeri che le accompagnano, chi glielo ha detto a Montagnier?, glielo ha detto Cartesio, che dal mondo dei morti gli ha confessato: scherzai quattro secoli or sono, con questa cosa dei numeri, era tutto uno scherzo, e voi ancora ci state credendo. E’ vero, continua il francese, che questo virus deriva dal salto di specie, dal pipistrello, ok ok, ma ci hanno aggiunto un pezzo di sequenza genomica del virus dell’Hiv, il virus dell’AIDS per cui mi hanno dato il Nobel, il Nobel che non m’importa di averlo però è ancora mio, chi ce l’ha aggiunto questo pezzo di genoma? E che ne so. Biologi molecolari. Che minuziosamente, come fossero degli orologiai puntigliosi, hanno fatto questa chimera, perché questo è il coronavirus una chimera, avete presente uno scoiattolo con le zampe di leone? Ecco, una cosa del genere, un virus del raffreddore con l’artiglio dell’Hiv, perché? Chissà, magari volevano fare un vaccino contro l’AIDS, per cui hanno preso piccole sequenze di virus Hiv e le hanno installate nella sequenza genica più grande del coronavirus, dove una catena di RNA ha piccole sequenze di Hiv.

Ma le prove? Gli domandano, le prove? E lui (che con un piede nel mondo dei morti sa che non ha più bisogno di prove) mena il can per l’aia, un gruppo di ricercatori indiani aveva pubblicato le prove, ma gli hanno annullato la pubblicazione. Su 30.000 basi del coronavirus, 1.000 sono di Hiv. Un modo per modificare la sequenza del coronavirus, per farlo riconoscere come Hiv e dunque trovare il vaccino. Molti gruppi hanno fatto la stessa cosa, dice il Nobel quasi morto scomunicato dai colleghi vivi della scienza. Ma come ha fatto a uscire da un laboratorio? I virus a RNA hanno mutazioni continue. Cambiano continuamente. Sanno attraversare le porte, come i fantasmi. Non c’è mascherina o muro che tenga. Ma queste sequenze, alcuni dicono che sono troppo corte, e la sovrapposizione con il RNA dell’Hiv potrebbe essere casuale. Ma sono segmenti importanti, obietta il Nobel tinto come la morte, di quelli che portano informazioni genetiche. La versione della Cina è che viene dal mercato del pesce di Wuhan. E io dico che non è vero, ribatte il vecchio scienziato idolatrato dai complottisti e stimato da quelli che sono i morti. E la versione dell’OMS? Hanno tutti interesse a nascondere la verità, ma vogliamo raccontare chi è l’attuale capo dell’OMS? L’OMS, ora come ora, non mi pare più un organismo super partes, mi sa che non serve più a niente dire ogni volta l’ha detto l’OMS l’ha detto l’OMS, basta vedere come il capo dell’OMS, l’etiope Ghebreyesus si arruffiana col leader cinese Xi Jinping. A gennaio si è addirittura complimentato con la trasparenza del governo cinese, trasparenza! Ma ti rendi conto? Una beffa, per il povero Li Wenliang il medico morto di covid-19, minacciato di non parlare dell’epidemia, o per l’altro medica Ai Fen, che aveva accusato il regime cinese di censurare l’epidemia ritardando le misure, pure lei fatta sparire per settimane. Perché l’OMS non è super partes? Perché nel 2017 si giocò una guerra tra il candidato cinese (l’etiope Ghebreyesus, già legato a Pechino sin da quando era ministro della sanità per il governo etiope) contro il candidato americano. Vince l’etiope, e da allora è al servizio della Cina. Ciò per dire che ormai quel che consiglia l’OMS, a parte le cose ovvie ovvero che camminare è più sano che poltrire e abboffarsi, non è più oro colato. Potremmo pure aggiungere che l’OMS è pagato dal Bill Gates, anzi: è Bill Gates ma… non possiamo, perché se no gli anti-complottisti ridono di noi, e noi non vogliamo che gli anti-complottisti ridano perché ridere fa bene alla salute e gli faremmo solo un favore, un favore alla loro perfidia.

E l’omertà degli stati? In biologia molecolare si possono fare (è sempre Montagnier che parla), attualmente, tutte le costruzioni di virus che si vogliono. Gli USA sono al corrente, ma sono loro che hanno finanziato parte delle ricerche fatte nei laboratori di Wuhan, per cui non è più un affare solo cinese. La natura (è ancora il francese ottantottenne) non accetta qualsiasi cosa. Una costruzione artificiale, chimerica, ha poche possibilità di sopravvivere. La natura ama le cose armoniose. Questo è un virus Frankenstein, che non durerà a lungo. Negli USA ci sono altre mutazioni del coronavirus, sta cambiando il suo codice genetico, ci sono delle delezioni, il tratto che porta la sequenza di Hiv è quello che muta più velocemente degli altri, inevitabilmente andrà incontro a delezioni, un’apoptosi, una auto amputazione genica. Non trovate che sia meraviglioso ciò? Se il potere patogeno di questo virus è legato all’introduzione di queste sequenze Hiv nel coronavirus, e esse stanno staccandosi, non trovate che sia una bella speranza? Bisogna seguire il sequenziamento genetico, ci saranno sempre più virus mutanti inattivi, la gravità dell’infezione si attenuerà, si annullerà.

Ecco perché l’isolamento domestico non è un rimedio. Bravi gli svedesi. E non solo perché non si riprendono il mio Nobel. Che detto tra di noi, non mi potrebbe fregare una ceppa, del Nobel. Sa quando tra poco andrò di là, nel mondo dei morti, del Nobel quanto gliene potrà importare? Di una sola cosa gli potrà importare, ai morti: sei stato un bravo medico oppure no? Sa quanti sono i bravi medici da diecimila anni a questa parte? Una decina, Cristo, Semmelweis, Basaglia, mica sono tanti… i medici, quasi tutti, non sono mai eroi, sono sempre colpevoli… se vuoi essere innocente non devi fare il medico… va be’, per concludere, io credo che il virus si distruggerà da solo. Ma ripeto: è stato un errore etico associare il Covid all’Hiv. Non lo ammetteranno mai, ma è avvenuto questo.

*

La fattucchiera molisana mi dice ti sento scettico dottore, non t’ha convinto forse Montagnier? Mi meraviglia che nemmeno tu abbia capito che quello che ci ammazza non è il virus ma il terrorismo mediatico a cui siamo sottoposti. La paura di morire viene somatizzata dai polmoni. L’informazione, reiterata ossessivamente, si incista nell’inconscio e (un po’ come negli anni 90 avere il test Hiv positivo equivaleva a una sentenza di morte) oggi un tampone positivo al covid-19 (che non significa niente) su una persona asintomatica o con una piccola sintomatologia influenzale, mettiamo che è uno molto impressionabile, attiva il contrario dell’effetto placebo, l’effetto nocebo, tu mi insegni che esso atterrisce tutto l’organismo, che si predispone a morire. E’ su questo principio d’altronde che noi fattucchiere molisane tiriamo il malocchio ai malandanti, e funziona, quanto più il malandante è un tipo impressionabile, tanto più facilmente si ammala. Le difese immunitarie crollano, i polmoni collassano e trattengono liquidi (ecco la polmonite interstiziale). Ecco perché bisogna spegnere televisione e smart phone e non leggere nemmeno i giornali. Per fare il vuoto nella testa, eliminare questa reiterata informazione tossica, essa sì immunodepressiva. E trasgredire assolutamente (fai bene tu dottore a correre, mica sei fesso) il lockdown, in tutti i modi, uscire, prendere il sole, respirare aria pulita, fare esercizio fisico. Ciononostante, dottore, non basterà, perché prima o poi, tutti, compreso Bill Gates, dovremo pur morire.

*

Mi chiama Jack, il virologo dissenziente, il triste figuro, lo vogliono ricoverare. Per tutto il lockdown il servizio psichiatrico si era scordato di lui. E lui si era scordato di loro. Si erano reciprocamente scordati. E vivevano bene così. Finito il lockdown, superato il 4 maggio, i servizi si sono ricordati di fare l’appello dei pazienti in carico, dei collaborativi e dei riluttanti. Ce l’ho mi manca ce l’ho mi manca. Jack mancava all’appello. Pronto siamo la psichiatria, deve fare il depot. Non voglio fare il depot. Allora c’è il ricovero.

Dice mi stanno venendo a prendere. Prima che mi prendano per ricoverarmi mi ascolti. Un amico che non vuol rivelarsi ma che lei conosce molto bene (Cafiero jr) mi dice di raccontarle questa storia qua, lui non la chiama di persona perché si scoccia che lei poi nella chiamata telefonica che senz’altro scriverà lo faccia apparire come il paranoico complottista della situazione, mi dice pure di dirle che lo sa pure lui che il complottismo è un genere letterario che ora va per la maggiore, ma mi dice pure di dirle che questo genere letterario da due secoli almeno poi inevitabilmente ci prende, insomma la storia è questa poi veda un po’ lei, ne faccia l’uso che vuole, tuttavia mi domando perché lei senta il bisogno di questa penosa mise en abyme (per evocare Gide che lei immagino non abbia mai avuto il buon senso di leggere, vero?) per raccontare tutto quanto, seppur in pochi purtroppo, cominciano a pensare o pensano già da tempo. Non mi pare che qui siamo tutti paranoici o, almeno finora, non tutti (io sì ma molti altri no) abbiamo una cartella psichiatrica nel cassetto che comprovi ciò. È che qui ci facciamo delle domande, ci interroghiamo, cerchiamo di capire che dove ci sono in gioco montagne di soldi e interessi economici non può esserci imparzialità nel fare informazione, né tantomeno numeri statistici… Il grande sonno non è solo il titolo di un romanzo di Chandler ma è quello che quasi tutti gli italiani stanno vivendo adesso, obnubilati dalle onde elettromagnetiche delle paraboliche delle emittenti televisive.

Mi dispiace che quelli che non si adeguano o obbediscono vengano etichettati come paranoici, psichiatrici o compagni di merende dei terrapiattisti.
Fatto questo preambolo vengo al dunque.

Il mio amico dice che Trump sta facendo cose grosse, mai fatte da nessun presidente prima (forse iniziate da JFK). Da noi non ne parla nessuno. La situazione mondiale è questa. La divisione oggi non è più tra razze, non è più tra nazioni o stati, ma solo tra i due Cappelli, o se vogliamo tra due fronti massonici che si stanno facendo la guerra con la scusa di questo coronavirus a cui credono ormai solo gli allocchi. Tutte le notizie del mio amico sono direttamente consultabili, quindi prima di classificarle e bollarle nella categoria delle cospirazioni fantasiose, si tolga lo sfizio di leggere il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal; oppure ascolti i tg americani più recenti, cosa verrà a sapere, anche lei per la prima volta visto che la stampa italiana è zitta e muta su questo fronte, verrà a sapere di arresti di medici dell’università di Harvard, perché? Per aver fatto sfuggire a settembre il virus da un laboratorio americano, virus che solo in un secondo momento per una serie intricatissima di fughe che non sto a dire anche perché non lo sa nessuno nemmeno il virus c’è da scommetterci che se lo ricorda, anche perché nel frattempo è mutato mille volte e come lei sa i virus non hanno memoria se no che virus sono? Insomma, il virus in un modo o nell’altro sarebbe arrivato a Wuhan. Charles Lieber, chimico di Harvard esperto di nanomateriali e sviluppo di applicazioni in medicina e biologia, è stato arrestato il 28 gennaio. L’accusa a Lieber è di aver ricevuto centinaia di migliaia di dollari dalla Wuhan University of Technology e accettato di gestire un laboratorio per essa.

Quindi ricapitoliamo: qui dottore ci sono due fronti massonici che si stanno contrapponendo e presto o tardi ci toccherà decidere con chi stare a meno che lei non voglia dimettersi dal suo inutile lavoro che è tutta una copertura lo sappiamo non abbocca più nessuno ormai di noialtri scrutatori di complotti, he he, a meno che dico lei non voglia dimettersi passare in clandestinità e organizzare la resistenza anarchica planetaria, voglio dire un terzo minuscolo ma significativo fronte, altrimenti dovrà scegliere se stare coi Cappelli Bianchi che rispondono al movimento conosciuto come Q, tra le cui fila troviamo Putin, Xi, Trump, il defunto Kennedy, suo nipote Robert Kennedy jr ma pure Bob Dylan e udisca udisca Giuseppe Conte l’avvocato de noartri, insieme a tanta altra bella gente. E questi pensi un po’ sarebbero i buoni, perché i cattivi sono la fronda nota come Cabala o Deep State di cui Shiva è stato uno dei pochi a parlare (ecco, si potrebbe mettere con Shiva a organizzare la resistenza, lui sarebbe la mente e lei il braccio, insieme sareste perfetti). Insomma, questa fazione, i cattivoni, sono inclini a fare cose molto molto brutte bruttissime che per telefono è meglio non dire dato che senz’altro il suo telefono da qualche tempo è sotto controllo io infatti non la chiamerò più qui al telefono dell’ospedale se lo tenga bene a mente.

Comunque i mammasantissima del deep state sono ovviamente i Rothschild, i Williamsburg, i Rockfeller, ma pure i Clinton, e i Bush ma perché no Obama, e ecco che arriviamo a Bill Gates e consorte che tanto hanno a cuore la vaccinazione planetaria e il loro minuscolo tatuaggio quantico, e gente celebre come Tom Hanks e cantanti per niente mistiche nonostante il nome come Madonna e mi fermo qui perché sento la sirena dell’ambulanza che sta per arrivare a prendermi e devo scappare dalla porta di servizio che dà sul parco dell’Insugherata. Questa è gente che controlla Hollywood e tutta la produzione filmica mondiale e tutte le televisioni del pianeta e tutta l’informazione, ecco perché pure in Italia non c’è Fazio non c’è Mentana non c’è fino all’ultimo giornalista del giornalino parrocchiale che si possa permettere anche solo di accennare a queste cose perché sarebbe sommerso dal coro: complottista! Ma oltre alla società dello spettacolo e dell’informazione fanno parte dei cattivoni pure le banche centrali che ricattano bellamente gli stati vedi FED e BCE, ma ecco che il nostro eroe Trump che ti fa? Nazionalizza la FED alcune settimane fa liberando gli americani dal cappio al collo di questi strozzini! Ma lo vede allora che ha ragione quel lacaniano con la tosse di Slavoj Žižek quando dice che il virus per eterogenesi dei fini ci regala un nuovo comunismo? E chi se lo poteva immaginare che Trump facesse scelte comuniste? E come mai secondo lei i nostri tg non riportano queste notizie? E come mai secondo lei i nostri tg non hanno parlato degli arresti che stanno avvenendo in America in merito all’affare coronavirus? Perché i tg appartengono al deep state! Ecco perché. E perciò ai tg non fanno piacere certi arresti. Perché secondo lei adesso fanno la nuova normativa anti fake news? Secondo lei le sue chiamate telefoniche su Carmilla contro informative e in odor di complottismo dureranno ancora a lungo? No. Appena sarà in vigore la normativa anti-fake lei sarà oscurato al pari dell’ultimo terrapiattista con un blog di quattro lettori.

La narrativa è questa: il deep state ha sguinzagliato il virus, scatenando una campagna terroristica sulle televisioni e sugli smart phone per mettere in ginocchio i servizi sanitari, chiudere le persone due mesi agli arresti, scioccarle insomma, se la ricorda la teoria di Noemi Klein sul dottor choc? Lo psichiatra che elettroscioccava i pazienti per un mese per poi ricostruirne la personalità? Ebbene è proprio ciò che è stato fatto su base planetaria, ci hanno fatto l’elettrochoc per due mesi, spaventati, tolto memoria delle libertà, di modo che dopo saremo cittadini mansueti e proni a ogni loro decisione, e quali saranno i prossimi atti? Ma la vaccinazione di massa, obbligare il pianeta a vaccinarsi per ridurre la demografia planetaria. Si ricorda il pallino di Malthus: e mica possiamo far accomodare tutta l’umanità alla mensa dei ricchi? No. Chi è ricco mangia chi è povero è giusto che crepi per fare spazio a una umanità ridotta all’essenziale, un’umanità dei migliori. Ma pensi, non piacerebbe anche a lei abitare un pianeta senza avere tra le palle un miliardo di indiani un miliardo di cinesi e africani e altri miserabili che credono in dei assurdi e nell’oltre vita? Bene, pensi allora uno ricco sfondato come Bill Gates quanto gli scoccia dividere il pianeta con lei con me con l’africano che si imbarca per affogare con il cinese che si mangia i cani con l’indiano che si inchina alle vacche col mussulmano che vela o infibula sua moglie eccetera, potrebbe abitare questo pianetino meraviglioso come duemila anni fa insieme solo agli eletti, a qualche milione di persone ben distribuite tra i continenti senza fare assembramento, senza folla, ah che spazio finalmente, la solitudine, la solitudine di dio, a questo aspirano. Ecco perché la demolizione demografica tramite vaccino è sempre stato un loro pallino. Per cui da una parte cattivoni con delirio di immortalità del deep state dall’altra i meno cattivoni ma comunque non proprio degli stinchi di santo dei cappelli bianchi, che da sessant’anni lottano per riprendere il potere che con la morte di JFK hanno perduto.

Questo per darle un assaggio ora infilo l’ultimo gettone per dirle addio, non so se sarò ancora in grado di telefonarle. Ci pensi. Si informi. Decida se appoggiare i cappelli bianchi oppure iniziare la resistenza anarchica planetaria. Cazzo stanno sfondando la porta. Scappo. Addio.


[Chiamate telefoniche precedenti]

]]>
Chiamate telefoniche – 5 https://www.carmillaonline.com/2020/05/05/chiamate-telefoniche-5/ Tue, 05 May 2020 21:30:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59854 di Piero Cipriano

Dopo il primo mese di bonaccia, in cui il reparto era quasi senza ricoverati, tutti in casa a rispettare il lockdown e a temere il virus, ora gli argini si sono rotti. Ieri quattro ricoveri, tutti insieme. Due perché volevano uccidersi saltando dal terrazzo (gli splendidi terrazzi condominiali della cui esistenza tutti si erano scordati, per due mesi sono stati lo spazio dove prendere aria sole vento) due per sottrarsi ai litigi in casa, ma ci sono le polmoniti in reparto, dicevo per dissuaderli, non mi importa, meglio la polmonite che tornare a casa. Insomma sto qui a [...]]]> di Piero Cipriano

Dopo il primo mese di bonaccia, in cui il reparto era quasi senza ricoverati, tutti in casa a rispettare il lockdown e a temere il virus, ora gli argini si sono rotti. Ieri quattro ricoveri, tutti insieme. Due perché volevano uccidersi saltando dal terrazzo (gli splendidi terrazzi condominiali della cui esistenza tutti si erano scordati, per due mesi sono stati lo spazio dove prendere aria sole vento) due per sottrarsi ai litigi in casa, ma ci sono le polmoniti in reparto, dicevo per dissuaderli, non mi importa, meglio la polmonite che tornare a casa. Insomma sto qui a ricoverare persone e a prendere chiamate telefoniche invece di sgominare il virus, e ora posso dirlo pubblicamente che è tutta colpa di Tarro se non ho fatto il virologo e non posso dire con cognizione di causa a Burioni e alla sua cricca del patto ottocentesco per la scienza che sono talebani, lo posso pensare direte voi infatti lo penso ma non posso dirglielo, certo sono pur sempre un medico, ma un medico psichiatra, vuoi mettere, da quando ci hanno tolto la speranza dello schizococco, da quando ci hanno levato di mezzo la prodigiosa malarioterapia, noi psichiatri con le infezioni abbiamo chiuso, e che vado a dirgli a Burioni, Burio’, hai solo un h-index 26, un po’ pochino, fossi stato Alberto Mantovani (167) o Giuseppe Remuzzi (158), ma tu che ti affidi così tanto ai numeri, dovresti averli un pochino più consistenti, sarà per questo che sei così inflessibile coi no-vax, e gli rinfacci che tu hai studiato e loro no, ma non capisci che il vaccino l’aborrono mica perché temono il vaccino, ma per non dartela vinta, saputello che non sei altro. Che poi non sarei l’unico a non aver fatto il virologo per colpa di Tarro, pure Guarducci il mio professore di scienze al Liceo, col ciuffo che gli cascava su un occhio con quella faccia da Tomas Milian ma non il Tomas Milian che faceva er Monnezza, ma il Tomas Milian con tutti i capelli di quando non aveva ancora perso i capelli e si metteva lo zucchetto con sotto il parrucchino per coprirsi la pelata, pure Guarducci non aveva fatto il virologo perché inibito dalla potenza, dalla maestosità di sua maestà Giulio Tarro. Del 38, soli due anni meno di mio padre e quando io, a metà anni Ottanta facevo il liceo giù (in senso geografico) o su (in senso altitudine, era mille metri) in Alta Irpinia, Tarro non aveva nemmeno cinquant’anni, era, voglio dire, più giovane dell’età che ho io ora, ma a differenza mia che non ho isolato manco mezzo schizococco lui aveva già isolato il vibrione del colera a Napoli, e dopo s’era lanciato a mani nude contro l’epidemia dell’Aids, dopodiché io mi iscrivevo a medicina intanto che lui sgominava il male oscuro di Napoli, come gli piace chiamarlo, anche detto virus respiratorio sincinziale quello sì che ammazzava quasi tutti i bambini sotto i due anni affetti da bronchiolite. Solo che gli scientisti del CICAP dicono che mente, non è lui ad aver scoperto il virus perché alcuni ricercatori di Napoli l’avevano bruciato sul tempo di pochi mesi. A quel tempo i medici mi sa che ancora non si valutavano sulla base di un numero che ti dice quante pubblicazioni prestigiose hai fatto e quante volte vengono citate (se sei tu stesso a citarti non gli importa all’h-index), e lui ancora non lo sapeva che trascurando le pubblicazioni si sarebbe ritrovato nel 2020 con h-index 10 (più basso perfino del 26 di Burioni). Perché lui negli anni 80 si è già scassato il cazzo del giochino a cui giocano Burioni e quelli del patto per la scienza, il giochino che più pubblicazioni hai più ce l’hai sulle riviste che contano più te le citano più sei scienziato affidabile, e perché si scassa il cazzo? Devo fare un salto indietro di soli mille anni per spiegarlo per bene, ecco che siamo nell’anno mille, quando tutto è condizionato dai potenti ecclesiastici della Chiesa cattolica. L’uomo è al centro dell’universo, in bilico tra due forze: dio e il diavolo. Ma siamo al Quattordicesimo secolo e tale visione va in frantumi. Lutero e nuove chiese. Sedicesimo secolo e anche l’astronomia tolemaica va in frantumi, l’uomo sopra il suo pianetino non è più il centro dell’universo. Ecco che emerge una nuova religione: la scienza. La scienza invia nel mondo i suoi esploratori, gli scienziati, armati non più della fede ma del metodo scientifico, questi esploratori devono portarci la spiegazione della nostra esistenza: perché siamo al mondo? Perché siamo vivi? Ma questi esploratori, armati del debole metodo scientifico, non ci hanno mai dato una risposta. Ci hanno dato altro: il lavoro, per raggiungere una alta qualità della vita, è diventata la nostra unica ragione di vita, di più, è la nostra religione. La bella vita. E ci siamo dimenticati della domanda originaria: perché siamo vivi? Ecco, gli esploratori su cui avevamo riposto la fiducia non sanno rispondere, gli scienziati non lo sanno perché diavolo siamo vivi, quel che sanno dirci è come vivere meglio, in buona salute, un po’ più a lungo, il colesterolo, la pressione alta, il buco nell’ozono, chiudersi in casa perché in casa il virus non penetra, queste cazzate qui. Gli esploratori, gli scienziati, che avevamo inviato nel mondo, non sanno darci risposte. Sono muti. Sono afoni. Balbettano. Fanno ipotesi. Le camuffano da certezze. Dicono cose astruse. Big bang. DNA. Non sanno di che cosa parlano. Pure loro, sono terrorizzati, non lo dicono, non ce lo diranno mai, ma pure loro la notte si inginocchiano e pregano, a chi? A cosa? Non ce lo diranno mai. Quel che riuscirono a fare, per qualche centinaio di anni, fu farci credere che grazie a loro, grazie alla scienza, il mondo fosse diventato un luogo sicuro, sicuro perché prevedibile, c’erano finalmente delle leggi cosmiche che Newton aveva capito: l’universo si muove come un immenso ingranaggio macchinico. Einstein però lo smentì. Quel che sembra solido e sembra rispondere a leggi meccaniche non è solido, ma è un vuoto che sembra pieno, un vuoto attraversato da energia, noi stessi siamo energia. Se noi siamo energia la nostra energia può condizionare le leggi, o meglio, quelle che sembrano le leggi fisse del cosmo. Ha ragione Rupert Sheldrake: come abbiamo fatto a credere a una cosa tanto stupida: che il cosmo ha le leggi? Gli umani si danno le leggi! E pure le leggi degli umani cambiano. Il codice napoleonico non è durato per sempre. Lo stesso la legge gravitazionale. Il tempo atomico. La velocità della luce. L’RNA di un virus. Tutto cambia. Il cosmo non obbedisce a leggi. Se mai ha delle abitudini. Abitudini che cambiano. Il cosmo è anarchico. Ecco perché abbiamo bisogno di altri esploratori, e questi altri esploratori, più coraggiosi, fuorilegge, anarchici, non ce la fanno a raccogliere come i punti della Miralanza le pubblicazioni sulle riviste di impact factor che legittimino l’essere scienziato. Ci sono alcuni (io sono tra questi, io smisi di fare pubblicazioni scientifiche scientemente appena entrato alla specializzazione) che non ce la fanno: gli pare una cosa troppo stupida. Ce lo vedete Socrate, che nemmeno voleva scrivere, per cui già la scrittura era una sciocchezza, o Eraclito l’oscuro o Platone, a collezionare pubblicazioni scientifiche? Ma soprattutto, per mia esperienza (parlo degli psichiatri) quelli che pubblicano molto di solito hanno poco tempo per dedicarsi ai pazienti. Faccio un esempio che riguarda lo scrivere: perfino quelli che scrivono molto nelle cartelle cliniche hanno meno tempo per i pazienti. Mettiamo i fenomenologi. Parlano mezzora con un paziente. Ne impiegano dieci per scrivere di lui, di quel colloquio. Che verrà pubblicato. Ci sono viceversa psichiatri che non scrivono. Non solo perché non sanno scrivere. Ma perché percepiscono meglio di chi scrive che le parole sono sempre una mappa imperfetta della realtà, o della persona di cui stanno scrivendo, o del suo disturbo. I fisici moderni (gli scienziati più avanti di tutti) al pari dei mistici orientali, l’hanno capito, che la mappa non è il territorio, che scrivere o dare numeri di un fenomeno non equivale alla puntuale descrizione del fenomeno. Insomma, io penso che gli scienziati dovrebbero essere un po’ più Zen e avere sempre in mente che nel momento in cui parli, o descrivi, o dai un numero di un fenomeno, ecco che ti è sfuggito. Ma torniamo a Tarro, sua maestà Tarro, il più feyerabendiano il più raoultiano dei virologi italiani (fateci caso, hanno la stessa idea di come affrontare questo virus, nonostante il druido Didier Raoult che adesso mi chiama ogni sera per darmi la buona notte abbia un h-index di 174 secondo al mondo solo a Anthony Fauci l’americano che ha 175) talmente epistemologicamente anarchico che negli anni 80 si mette a studiare, manco fosse uno sciamano, le urine di capra del veterinario Bonifacio Liborio, per vedere se davvero sono anti-cancro come il veterinario di Agropoli sosteneva, e perché no? Il suo problema (scientifico) è che si dimentica di fare le pubblicazioni, quel castello di carta e di numeri su cui si regge purtroppo la credibilità scientifica (quante pubblicazioni ha uno sciamano?). Passa il tempo, lo candidano due volte al Nobel (alcuni dicono il Nobel mancato, altri obiettano che come si poteva candidare al Nobel uno che aveva smesso di costruire il castello di carte e numeri, che si era fermato a un misero 10 di h-index, poteva candidarlo giusto Paul K. Feyerabend) ma sai come vanno queste cose, ciò che sappiamo è che (a differenza di Montagnier, di cui parlo nella prossima puntata) non lo riceve il Nobel, ma io dico che avrebbe potuto riceverlo, perché un medico non deve essere per forza un ricercatore, ci sono medici che lavorano coi numeri e medici che lavorano con le persone, vogliamo premiare dei matematici o degli umanisti?

Non lo so, fatto sta che né io né Guarducci abbiamo fatto i virologi e questo di sicuro per colpa di Tarro. Non c’era lezione in cui Tomas Milian Guarducci non nominasse Tarro, ogni volta spiegava un argomento e infilava la frase: vi dico pure di più, e quel di più glielo aveva detto Tarro, sono cresciuto col mito di Tarro, per me era il virologo, non mi sarei stupito che avesse preso il Nobel, poi non lo ha preso e adesso tutti a dire che s’era messo a collezionare titoli e lauree honoris causae pezzotte e pubblicazioni su riviste zero impact factor, l’avessi saputo prima che non era sua maestà ma un mezzo intrallazzino mi sarei incamminato senza il timore di Tarro sulla via della microbiologia, dico microbiologia perché in Italia da un pezzo non c’è più la virologia ma si studiano tutti i microbi, sia quelli piccoli i virus sia quelli più grossi i batteri, un po’ com’era prima per la via che invece ho scelto, che fino a metà anni 70 era legata insieme con la neurologia poi si sono biforcate, se no sarei stato pure io come Basaglia un neuropsichiatra, ecco, il microbiologo è il neuropsichiatra della microbiologia. Insomma, sarebbe stata colpa di Tarro se avessi deciso, pure io, di fare il microbiologo, ed è stata colpa di Tarro se non l’ho fatto e mi dissi, quando ero lì che dovevo decidere, ma che mi frega dei virus, qual è, a parte i virus, la cosa più figa da studiare? (chi sceglie medicina si può stimare la sua megalomania a seconda della specializzazione che si sceglie, se scegli ortopedia sei un tipo molto pratico, non scegli di occuparti di massimi sistemi, se scegli di fare lo psichiatra, Freud e Jung insegnano, sei il più megalomane sulla piazza. Che poi la maggior parte degli psichiatri si scordi la megalomania e conduca una vita professionale micromanica e micragnosa, dove o conversa annoiato con fobici da lettino o mette a letto legati i più pazzi da legare, questo è un altro discorso che non credo convenga approfondire qui, in questa rubrica, dove il focus sono i piccoli germi e i piccoli uomini) Insomma: tra Tarro e Basaglia scelsi Basaglia.
Per cui potete immaginarvi la meraviglia, lo sgomento, l’imbarazzo, quando Tarro in persona mi chiama in ospedale? L’assistente sociale, ormai arresa a farmi da segretaria alle continue chiamate da tutto il mondo, in tutte le lingue, in tutti gli stati di coscienza possibili mi fa: ti cerca uno, dice di essere il professor Giulio Tarro. Ma è un tuo paziente?

Ue’ Cipriano, che piacere! Ho sentito molto parlare di te. Ho letto un po’ di cose che vai scrivendo qua e là. Interviste, cosucce. Vedo che mò ti occupi pure di virus. Dovevi fare il virologo tu, non lo psichiatra. Comunque ti dico una cosa: non sarai virologo ma ti sei avvicinato. Tutti ‘sti virologi allarmisti, un anno due a convivere col virus. Ma quando mai? E con quali dati lo possono affermare? In realtà possono succedere tre cose. Segnatele. Hai preso carta e penna? O succede come per la prima SARS, quella del 2002/2003, ti ricordi? Durò circa sei mesi con più di ottomila contagi e quasi il 10% di mortalità, e quella sì che erano cazzi, per fortuna scomparve da sola. Oppure succede come successe con la MERS, nel 2012, una cosa a macchia di leopardo, lì ce la cavammo con gli anticorpi monoclonali e quelli ricavati dai guariti. La terza possibilità è che succeda come con l’influenza aviaria: continuerà a circolare, ma la maggior parte delle persone avrà gli anticorpi, per cui diventerà come un’influenza stagionale.

Io propendo per quest’ultima. Penso che tutto si concluderà come un’influenza stagionale. Questa è l’evoluzione che prevedo. Tieni presente che il Covid-19 potrebbe aver iniziato a circolare da noi già dalla fine dell’anno scorso. Tanto è vero che a fine 2019 ci sono state molte complicazioni polmonari simili all’influenza. Se andiamo a confrontare i numeri dei contagiati da coronavirus con quelli relativi all’influenza del 2019, vediamo che questi ultimi sono di gran lunga maggiori.

Ma allora perché, tu mi stai per chiedere, con questo coronavirus si sta facendo tutto ‘st’ammuina? E’ questo che vuoi sapere? E lo vorrei sapere pure io. Non so che dirti. Tutti i santi giorni alle 18 ci hanno fracassato la uallera coi bollettini di guerra: numero dei contagiati, dei morti e dei guariti, ma è una finzione numerica. Non sono numeri affidabili. Perché si basano sul numero di tamponi, e ‘sti tamponi so’ una cazzimma. Inaffidabili per un terzo. Per capire, ma overamente, quante sono le persone che hanno incontrato il virus dovremmo fare i test sierologici, cercare gli anticorpi: hai le IgM? Bene, hai la malattia in corso, anche se non hai sintomi devi stare a casa. Hai le IgG? Bene l’hai superata, sei guarito e non sei contagioso, te ne puoi uscire. Invece il governo vieta l’esame del sangue e ci scassa la uallera coi tamponi.

L’università di Oxford ha calcolato una percentuale di persone contagiate, in Italia, intorno al 60%. Luca Foresti e Claudio Cancelli, affermano che vi sono, in Italia, circa undici milioni di contagiati. Bastano questi dati, incrociati con quelli pubblicati dall’Iss che dice che, delle prime 909 vittime, solo 19 sono legate al coronavirus. La mortalità del Covid-19, avendo presente queste cifre, è intorno all’1%. Forse anche 0,05%. Questi so’ i dati scientifici su cui bisogna parlare, e non quelli che utilizzano virologi tipo Burioni e Capua. Embè ma quelli hanno fatto le pubblicazioni, quindi mò possono dire il cazzo che gli pare. Fatti il nome e vai a rubare, si dice a Napoli.

Tu mò vuoi sapere da me se è tutto un complotto scientifico, per produrre un vaccino a tutti i costi? Eh quelli già dicono che io so’ contro i vaccini. Perché così funziona, se ne critichi uno vuol dire che sei contro tutti. Devi dire obbedisco ai signori dei vaccini, per non essere no-vax. Io parto sempre dalle esperienze precedenti. Nel caso della prima SARS il vaccino non ci fu perché il virus scomparve da sé; ma vennero usati gli anticorpi monoclonali su dei furetti in via sperimentale e se ne osservarono gli effetti positivi. Non fu fatto un vaccino nemmeno nel caso della MERS, perché vennero utilizzati sia gli anticorpi monoclonali che le gammaglobuline dei soggetti guariti. Le IgG che dicevo prima. Adesso si parla del vaccino per il Covid-19. Perché diosanto? Nel caso della prima SARS, il coronavirus che la causò ebbe una differenza, a livello genetico, rispetto all’originale. Lo stesso la MERS, la cui differenza riscontrata rispetto all’originale fu addirittura maggiore. Nel caso del Covid-19, degli studi scientifici hanno osservato una modifica genetica del 12% dall’originario nel pipistrello; e, molto probabilmente, vi è una ulteriore differenza per ciò che riguarda il ceppo padano. E quindi: come si può creare un solo vaccino che vada bene sia per la versione cinese che per quella padana e per quella americana che è ancora diversa? Il vaccino deve essere buono per tutti e non solo per alcuni. Anzi, ti dirò di più…

Sì?

Sei sempre il solito boccalone Cipria’! So’ Guarducci, o prufessore ‘e scienze! meno male ca nun è fatt’ o virologo Cipria’, si no stemme frische.

*

Non mi faccio certo abbattere da Guarducci che si spaccia per Tarro. Ci vuole altro. Sistemo i quattro ricoverati. Appena ho un attimo di respiro abbasso la mascherina levo la cuffia dalla testa (non mi taglio i capelli per principio, da quando hanno chiuso i barbieri) e chiamo subito Maria Pia per dirle che mi ha chiamato Guarducci. Era più brava di me di un punto lei 60 io 59 all’esame di stato, come me decise di fare medicina ma lei è finita a fare la rianimatrice io invece addormento gli agitati. In due saremmo stati una coppia perfetta. Non si è mai sposata. Come una suora, s’è spostata con Esculapio. Lavora a Napoli. Appena c’è stata l’ecatombe a Bergamo è partita come volontaria. E’ sempre stata una crocerossina, non poteva fare altrimenti, una che l’hanno chiamata Maria Pia. Tra mezz’ora attacca il turno, in una delle rianimazioni della città lombarda più colpita.

Piero ascolta. Sono qui da un mese e mi sono fatta delle idee. Appena sono arrivata, pian piano, sentendo i colleghi, era chiaro ciò che non aveva funzionato. Qui, in Lombardia voglio dire, era tutto ospedale e tutto privato. I medici di medicina generale, il territorio, non esistevano più. E’ successo che i medici, all’inizio sono stati mandati allo sbaraglio, si sono infettati, ammalati, molti sono morti, per cui i malati, senza medici di base pronti, sono rimasti a casa a peggiorare, quando arrivavano in ospedale era troppo tardi, lì finivano in rianimazione a morire. All’inizio non si capiva in che modo il virus ammalava. Tutti a dire che era una polmonite interstiziale, ma non era solo una polmonite interstiziale, erano coinvolti tutti gli organi, il virus colpisce l’endotelio dei vasi sanguigni di tutti gli organi. Perché succede che, nel tentativo di fermare il virus, le cellule infette e il sistema immunitario producono una tempesta di citochine che genera una fortissima infiammazione, che può causare danni all’organo e difficoltà respiratorie.

Vedi Piero: ora la patogenesi è molto più chiara, nelle sue fasi. C’è una prima fase, diciamo virale, la cui sintomatologia è simil influenzale, bene, questa può anzi deve essere affrontata a casa, ma non come si è fatto finora dando il paracetamolo per controllare la febbre, no, la febbre anzi fa bene, è antivirale la febbre, è un vero e proprio farmaco, qui bisogna subito giocare d’anticipo con farmaci antivirali, con idrossiclorochina e con eparina, tra poco ti spiego perché. Siccome ciò nelle prime settimane non veniva fatto, moltissimi pazienti infettati (quelli con certe caratteristiche che tra poco ti dico) passavano nella seconda fase, che potremmo dire polmonare. Vanno incontro a ipossia, desaturano, hanno dispnea. A questo punto i pazienti venivano portati in ospedale ma era tardi perché rapidamente evolvevano verso la terza fase, quella iperinfiammatoria. Una tempesta di citochine, che dà luogo alla gravissima Coagulazione Intravascolare disseminata, la CID, te la ricordi? E questa va affrontata in terapia intensiva e anche lì non sempre ce la si fa.

Ricapitolando. Non bisogna attendere la fase due e tre per intervenire, che cioè sia colpito il polmone e l’endotelio dei vasi e una compromissione dei vari organi, lì è troppo tardi, soprattutto per alcune tipologie di persone (obesi, diabetici, ipertesi). Bisogna intervenire nella prima fase con idrossiclorochina (sì, il farmaco antimalarico del tuo amico Raoult), con antivirali e con eparina. Perché l’eparina? Perché non solo ha un ruolo antitrombotico dunque protettivo sulla parete endoteliale, ma stranamente (questo pochi lo sapevano, lo stiamo scoprendo adesso) è un immunomodulatore, che sinergizza col Plaquenil (ovvero l’idrossiclorochina) nell’attutire l’eccessiva risposta immunitaria dell’organismo al virus.

Ora mi chiederai perché certe persone se la cavano peggio con l’infezione del coronavirus covid-19? Questa è l’elemento nuovo che fino a poco fa non si conosceva: tutti i pazienti più gravi e che sono morti (anche quelli giovani, anche Sepulveda, il mio amato Sepulveda) sono pazienti con uno stato infiammatorio generale già prima dell’infezione: persone obese o sovrappeso, persone ipertese, persone diabetiche, insomma tutti quelli che già avevano un cronico stato infiammatorio in atto. Cosa ci dimostra questo virus, Piero? Che bisogna fare prevenzione, ecco cosa. Bisogna ridurre lo stato infiammatorio con cui le persone viaggiano per tutta la vita. Ci sono persone che mangiano male, mangiano zuccheri, farine, si muovono poco, assumono farmaci per contrastare gli effetti dell’alimentazione e della sedentarietà, antipertensivi antidiabetici anticolesterolo eccetera, anche gli psicofarmaci che date voi psichiatri, lo sai, non fanno bene, fanno ingrassare, sindrome metabolica, anomalie cardiache, diabete, i tuoi pazienti dovete poi dargli farmaci per cuore diabete pressione, è un serpente che si morde la coda, aggiungici l’inquinamento per chi vive in luoghi inquinati, chi vive nelle grandi città, o in una regione inquinatissima come la Lombardia, ecco: a persone già cronicamente infiammate e intossicate, il virus dà il colpo di grazia. Ora, io, da rianimatrice, assisto con perplessità alle discussioni di tutti questi dotti virologi che sanno solo blaterare di vaccino. Il vaccino, tutti lo aspettano come la soluzione definitiva, per uscire sicuri di casa. Piero, non so come la pensi anzi sì, conoscendoti lo so come la pensi, ma io non so se sono più scemi o in malafede, oppure sono sia scemi sia in malafede perché le due cose sono inestricabili, ma ne avessi sentito uno di questi super virologi che parli di prevenzione, che parli delle cose di buon senso, di come fortificare l’organismo umano per renderlo meno disarmato quando arriva il virus, cose di base tipo non alterare il microbiota intestinale, ma c’è qualche virologo che si è mai occupato di microbiota? Eppure lì c’è un universo intero di microbi. Avessi una volta soltanto sentito Burioni nominare il microbiota. Sa solo ripetere vaccino, vaccino, vaccino, per velocizzare prendiamo mille sani infettiamoli e vediamo che succede, ma perché non ti offri tu per dare il buon esempio? E non solo non nominano mai il microbiota, ma pure la vitamina C o D o il sole, stare al sole sembra un rimedio troppo nonnesco e poco virologhese per essere nominato. Proibiscono i parchi proibiscono le spiagge ma si può essere più idioti anzi, dico di più, criminali? Per loro esiste solo il vaccino. Ma io dico: due mesi fa eravamo senz’armi, ora sappiamo che con eparina idrossiclorochina e antivirali oppure Zitromax le persone ce la fanno, perché dover per forza fare in pochi mesi un vaccino, saltando tutti i trial e non sapendo se sarà efficace, e se sarà sicuro e soprattutto… Piero, con tutto questo can can che hanno fatto, un vaccino trovato in tutta fretta che verrà quasi sicuramente imposto a mezzo mondo… Scusami Piero, avrei molte altre cose da dirti, ma inizia il turno. Buon lavoro anche a te. E… corri, corri, corri tu che puoi.


[Chiamate telefoniche precedenti]

]]>
Chiamate telefoniche – 3 https://www.carmillaonline.com/2020/04/11/chiamate-telefoniche-3/ Sat, 11 Apr 2020 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59355 di Piero Cipriano

[Chiamate telefoniche precedenti] Questo scritto ha per oggetto… ok l’incipit s’è capito, il riferimento a Bolaño pure, ieri mi rileggevo le sue Chiamate telefoniche, che avrebbe scritto, il cileno, della pandemia? La pandemia aveva ormai raggiunto il picco, o almeno il primo dei picchi, che nessuno lo sapeva quanti picchi ci sarebbero stati, si iniziava a respirare, ma non fuori casa, sempre dentro casa, perché la libera uscita era posticipata a maggio, forse a giugno, o a settembre. Ritorno graduale alla normalità. Prima apriamo le fabbriche, dopo, molto dopo, apriamo i parchi. Prima la catena [...]]]> di Piero Cipriano

[Chiamate telefoniche precedenti] Questo scritto ha per oggetto… ok l’incipit s’è capito, il riferimento a Bolaño pure, ieri mi rileggevo le sue Chiamate telefoniche, che avrebbe scritto, il cileno, della pandemia? La pandemia aveva ormai raggiunto il picco, o almeno il primo dei picchi, che nessuno lo sapeva quanti picchi ci sarebbero stati, si iniziava a respirare, ma non fuori casa, sempre dentro casa, perché la libera uscita era posticipata a maggio, forse a giugno, o a settembre. Ritorno graduale alla normalità. Prima apriamo le fabbriche, dopo, molto dopo, apriamo i parchi. Prima la catena di montaggio, poi la passeggiatina.

Il fenomeno delle chiamate iniziò a preoccuparmi quando pure nei sogni il telefono squillava senza tregua, però nei sogni lo squillo non era una suoneria di smart phone o di cercapersone ospedaliero, era il trillo di un telefono a gettoni. Si assottigliava il mio meritato riposo. Ma perché devo rispondere a tutti io? Ma perché non chiamate Andreoli o al limite Recalcati? D’accordo è un filosofo non uno psichiatra non vi saprà dare (come me) quei bei farmaci contro la claustrofobia, ma vi parlerà del ritorno a casa, di come si sta bene a Itaca. Vuoi mettere? Sarà perché facevo la notte nel dedalo, e mi sono addormentato tardi. Una donna venuta in pronto soccorso ho dovuto convincerla a tornare a casa ma lei non voleva tornare a casa, dice almeno così ho la scusa per uscire. Non avevo sonno erano le tre e ho non dico riletto perché l’avevo già letto due volte e un po’ volevo dormire, ma ho sbirciato qua e là il libretto di Céline, che poi era la sua tesi di laurea in medicina, perché uno se lo dimentica che Céline, il vituperato Céline, prima di essere l’autore della Trilogia del Nord o di Bagatelle per un massacro (che, detto tra noi, non ho mai letto) era stato il dottor Destoushes, cioè un medico coi contro coglioni. Cosa avrebbe scritto, Céline, della pandemia? Cosa avrebbe detto di questo virus o di questi virologi? Insomma, Céline scrive la storia di Ignazio Filippo Semmelweis, medico che nasce a Budapest con un grave difetto, così mi dice per telefono, nel sogno, e sì, Semmelweiss mi parla lui proprio direttamente nel sogno ma ha la voce majakowskijana di Pierpaolo Capovilla, per cui subito me lo sento molto amico, mi dice ascolta, Piero, dice Piero con quel tono con cui inizia le telefonate Pierpaolo Capovilla, dice sai, sono sempre stato brutale in tutto ma soprattutto con me stesso, non so se pure per te sia stato così, ma io mi diressi verso la medicina con assoluta naturalezza, finché, arrivò un giorno, che seguii un’autopsia in un sotterraneo, là, in quei luoghi dove la scienza interroga i cadaveri con un coltello. Come è come non è, divento allievo del grande medico dell’epoca, Skoda, un dottore di fama clamorosa! Ma un altro medico, meno famoso, fu cruciale per arricchire il mio pensiero: si chiamava Rokitansky, era l’anatomopatologo dell’università di Vienna. Due padiglioni per il parto, nel 1846, s’innalzavano nell’ospizio generale di Vienna. Uno era diretto dal professor Klin, l’altro dal professor Bartch. Presto mi fu chiaro che se i rischi di febbre puerperale erano considerevoli nel padiglione di Bartch, in quello di Klin il rischio di morte equivaleva a certezza.

Il fatto è che da Klin partorivano, perlopiù, ragazze madri, senza soldi. E più del novanta per cento morivano.
Insomma: si moriva più da Klin che da Bartch. Mi segui? Ok, vado avanti.
Altro dato: da Klin l’esplorazione (le mani nel fondo della vagina, per capirci) la facevano gli studenti, da Bartch le levatrici.
Un giorno decisi di provare a invertire gli esploratori. Le levatrici, che facevano il tirocinio da Bartch, passarono da Klin, gli studenti li spostai da Klin a Bartch.
La morte li seguì.
Capisci che significava? Erano gli studenti! Ma Klin sosteneva che erano sì gli studenti, ma erano quelli stranieri che portavano la morte, e ne fece espellere una ventina, ne rimasero la metà. Eppure, la mortalità non cambiò.
Ma sai cosa notai, che ancora di più mi fece fare due più due? Che se una gravida, colta di sorpresa, partoriva per strada, e arriva da Klin solo dopo il parto, veniva risparmiata, non moriva di febbre puerperale.
A quel punto decisi di far semplicemente lavare le mani agli studenti (ancora non lo sapevo il perché, era solo un’intuizione, non avevo microscopi per vedere quegli esseri microscopici) prima di visitare le donne incinte. Feci disporre dei lavabi. Klin si oppose. Non solo: mi fece revocare l’incarico di assistente.
Un giorno Kolletchka, il professore di anatomia, in seguito a una puntura che si era procurato mentre dissezionava un cadavere, si ammalò e morì. Era chiaro, c’era una relazione tra la malattia che aveva ucciso Kolletchka, con l’infezione puerperale di cui morivano le ricoverate.
Un giorno ebbi l’intuizione, ma quando ormai nessuno più, forse nemmeno io, pensava all’impurità cadaverica: era “l’oblio dell’impurità cadaverica” l’origine delle epidemie di sepsi puerperale nelle cliniche. Quale selvaggio, mi domandavo, quale ostetrico selvaggio avrebbe mai osato toccare una puerpera con le mani fresche del contatto con un morto? Solo l’ostetricia europea del secolo più illuminato e raffinato era stata capace di elevarsi a tanto.
Siccome Kolletchka era morto per una puntura cadaverica, era chiaro come il sole: gli essudati prelevati sui cadaveri erano i responsabili del contagio. Le dita degli studenti trasportavano le particelle cadaveriche nel collo dell’utero delle donne incinte.
Feci un’ultima prova. Gli studenti di Klin passarono da Bartch, al posto delle levatrici. L’aumento della mortalità, li seguì.
A quel punto introdussi una soluzione di cloruro di calce con cui ogni studente, dopo aver sezionato i cadaveri, prima di visitare le donne incinte, si doveva detergere. La mortalità, si annullò.
Caro Piero, ora ti domando, e lo so che la mia storia tu già la conosci, è già sedimentata nei tuoi ricordi, ma te lo ripeto: la ragione più elementare non vorrebbe che l’umanità, guidata da dotti chiaroveggenti, si fosse per sempre sbarazzata di tutte le infezioni che la tormentano, o perlomeno della febbre puerperale, sin da quel mese di giugno del 1848?
Invece no! All’umanità ottusa occorreranno quarant’anni, e Pasteur, perché la mia scoperta fosse accettata.
Tutte le Cliniche delle migliori università europee disprezzarono la mia scoperta, dichiararono che i miei risultati non erano conformi coi loro. I medici si dichiararono stufi e umiliati dei malsani lavaggi a base di cloruro di calce.
Per la seconda volta, mi fu revocato l’incarico presso l’ospedale di Vienna.
Tornai in Ungheria, mentre era in corso la rivoluzione, vi presi parte. Mi dimenticai, quasi, della medicina. Mi dimenticai, in certi momenti, di essere stato un medico. Gli incidenti fecero il resto. Sette anni, restai chiuso in una stanza, isolato.
Poi, pian piano, ricominciai. Impiegai quattro anni, per scrivere dettagliatamente L’eziologia della febbre puerperale. Inviai questa tesi all’Accademia di medicina di Parigi. La inviai alla Scienza quella con la S maiuscola. Nemmeno mi risposero. Scrissi una Lettera aperta a tutti i professori di ostetricia, in cui li chiamavo assassini. “Non sono le sale da parto che bisogna chiudere per far cessare i disastri, ma sono gli ostetrici che conviene far uscire, perché sono loro a comportarsi come vere e proprie epidemie”.
Ma nemmeno nel mio stesso ospedale, ormai, si osservano le mie prescrizioni, anzi, alcune puerpere venivano deliberatamente infettate per la soddisfazione di darmi torto.
Un giorno di aprile del 1865 entrai, urlando, nella facoltà di medicina, mi impossessai di un cadavere che attendeva d’essere dissezionato, lo ridussi in brandelli, mi tagliai, e, com’era capitato a Kolletchka, m’infettai a morte. Fu un suicidio il mio? Fu il gesto estremo di protesta di un martire?
Mi portarono in manicomio, il 16 agosto del 1865, a soli quarantasette anni, dopo un’agonia di tre settimane, lasciai la vita agli altri.
Solo cinquant’anni dopo Pasteur ridiede luce alla verità, alla mia buona fede di medico, e al mio cuore di uomo.
Rimase in silenzio. Un rantolo. Poi riprese. Ma tu continui a chiederti perché ti ho raggiunto nel tuo sogno?
Per dirti che la storia si ripete sempre due volte, la prima è tragedia, la seconda è un film dell’orrore. Furono loro, fu il Patto trasversale per la scienza che mi mandò al manicomio e a morte. Ora ritornano, ma adesso, all’ottocentesco Patto per la scienza, mi piace credere, non gli crederà più nessuno.

*

Mi sveglia una telefonata sul telefonino. Guardo l’orologio sono le sette. Chi diavolo è che mi sveglia alle sette del mattino mentre faccio la notte in ospedale, d’accordo non lo può sapere che sto lavorando, o meglio che sto dormendo sul posto di lavoro, o meglio che sognavo e forse mi stava per dire il meglio, ma le sette sono sempre le sette.
Dottore chiamo da Senigallia, ho appena letto sul giornale di Senigallia che il professor Guido Silvestri, senigalliese e docente alla Emory University di Atlanta e tra i fondatori del Patto per la Scienza, ha fatto il punto sullo stato di conoscenza del tremendo virus.
Scrive un post, breve perché è un venerdì notte e lui è stanco di lavoro. Era in trincea? Era in corsia? E’ uno di quelli che lavora? No, perché a quanto pare questi si dividono in due: i vati che pontificano e quelli che vanno in trincea e muoiono.
Ma le dicevo di Guido Silvestri, a proposito, ma lo sa che costui ha lo stesso cognome di un’attrice porno del libro di Bolaño, proprio Chiamate telefoniche che ispira la sua rubrica? Non le pare una inesorabile coincidenza? Quella si chiama Joanna Silvestri, però, ha trentasette anni ed è prostrata nella clinica Les Trapèzes. Perché è prostrata? Forse perché ha conosciuto cose abominevoli nella sua vita e chissà che non le abbia conosciute ancor più abominevoli il suo quasi omonimo Guido Silvestri, chissà che tutti i virologi ma perfino tutti i medici (incluso lei) non siano venuti a conoscenza di cose abominevoli di cui non ci diranno mai. Ma torno alla dichiarazione del professor Silvestri.
Dice questo virus, non ha NESSUNA SPERANZA, lo scrive proprio così come glielo grido io, a caratteri cubitali, nessuna speranza contro la nostra scienza. Contro il Patto per la scienza, sottintende.
Perché non ha speranza? Ma perché lui non è niente, tra i virus, che lo sappia, non è un campione, non è niente confronto all’Hiv, egli sì, è stato un nemico enormemente più insidioso che in trent’anni ha fatto 35 dico 35 milioni di morti, altro che qualche migliaio che nemmeno l’influenza, e mò che faranno bene i conti lo sgameranno. Questo virus è incapace di nascondersi, non sa integrarsi nel genoma dell’ospite cioè di noialtri gli umani, è pure scarsetto a mutare, quindi rimane molto più vulnerabile alla risposta immune dell’ospite e al nostro vaccino, quando, IL VACCINO, impietoso e inesorabile arriverà (perché arriverà) (e lo farete tutti, haha, ora il TSO è #stare-a-casa, dopo il TSO sarà #fate-il-vaccino). Per cui, prosegue il Silvestri, se è purtroppo inevitabile che questo virus da quattro soldi farà ancora molti morti nei prossimi mesi, è ancora più chiaro che presto sarà SCONFITTO dalla nostra capacità di studiarlo e neutralizzarlo. Sono le sue reali parole, dottore, per farle capire il tono bellico del virologo numero due del Patto per la scienza.
Lo ripete come un disco rotto: la presenza della SCIENZA è la vera, grande differenza tra oggi ed il 1348 della morte nera, o il 1630 della peste manzoniana, o il 1918 della influenza spagnola. La presenza della SCIENZA è il motivo fondamentale per cui questo è un virus senza speranza.
Capito dottor Cipriano? Se lo ricordi. La SCIENZA. Non la scienza. Lei e tutti i dubbiosi gli scettici i dialettici i relativisti siete la scienza, loro e quelli del Patto per la scienza sono LA SCIENZA!
Tengo spento il telefono per il resto del giorno. Dico all’assistente sociale di non passarmi più chiamate. Mi sa che chiudo con questa rubrica. Ricovero un altro che pensava di avere, anzi, di essere il virus. Torno a casa. Ci dormo sopra.

*

Sveglio. Sono di nuovo in tangenziale est deserta che vado su e giù casa ospedale. Mi ferma una pattuglia. Dove va? A salvare le persone dal terrorismo psichico dell’attuale stato di polizia. Ah, buon lavoro, mi fa. Grazie. Sia più clemente, gli dico, con le persone. Poco prima di arrivare al nosocomio, che un tempo era un sanatorio per tubercolotici sopra Monte Mario dove c’è l’aria buona e a un tiro di schioppo aveva il gigantesco Santa Maria della Pietà che pure a loro, agli internati, l’aria buona faceva bene, alle infezioni psichiche e alle infezioni dei polmoni ha sempre giovato l’aria buona, poco prima di entrare nel parcheggio semideserto mi viene in mente Paul Feyerabend. L’allievo dissenziente di Popper, l’amico scapestrato di Kuhn e Lakatos. Lo scienziato, nel suo lavoro reale, è un opportunista, così amava ripetere, usa quello che gli serve e se ne libera quando non gli serve più. La ricerca scientifica non deve aspirare a creare teorie vere, ma teorie efficaci. Lo slogan del suo anarchismo metodologico è anything goes, qualsiasi cosa va bene, tutto fa brodo. Ma se qualsiasi cosa può andar bene, allora lo scienziato è autorizzato a utilizzare tutto ciò che gli conviene: idee scientifiche del passato abbandonate, scartate dalla scienza ufficiale, miti, dogmi della teologia, elementi metafisici. Perché, anche all’interno della scienza la ragione non può, non dovrebbe, dominare tutto. Il peso della scienza, nella nostra società, dovrebbe essere ridimensionato, se per secoli si è combattuto per separare stato e chiesa, oggi bisogna separare stato e scienza. Alcune tribù primitive hanno classificazioni di piante e animali più particolareggiate di quelle della botanica e della zoologia scientifiche, e adottano sistemi di medicina non scientifica che risultano più efficaci di quelli scientifici, chi lo dice? Lo dice Feyerabend. E a chi ti fa venire in mente, oggi? A Burioni forse? O a uno sciamano amazzonico? Ecco, vorrei proprio sapere uno sciamano amazzonico che ne pensa del virus. Ma chi c’è, nel mondo della scienza, oggi, che più somiglia a uno sciamano? Chi è l’incarnazione dello scienziato epistemologicamente anarchico di cui vagheggia Feyerabend, il cui pensiero divergente ci può salvare, sia dal virus che dalla scienza di Burioni?

Timbro, mi faccio misurare la febbre come da nuovo protocollo (se è più di 37.5 non si lavora, è solo 36.2). Mi convinco a chiamare il professor Didier Raoult. Trovo il numero dell’istituto Mediterraneo marsigliese e me lo faccio passare. Chi lo vuole mi scusi? Ovviamente comunichiamo in francese e siccome ho fatto ben tre anni di francese alle medie e ero fortissimo, soprattutto nell’uso di beaucoup, riesco a farmi capire alla grande, sono Piero Cipriano, sono uno psichiatra italiano e sono uno dei pochi psichiatri epistemologicamente anarchici, ha presente Feyerabend? Ecco, ora come ora non ho la possibilità (che ha Raoult adesso) di incidere sull’epidemia, ma vedrà, che pure in questo scorcio di pandemia, il mio anarchismo alla lunga tornerà buono, insomma, vengo al dunque, siccome mi ha chiamato Semmelweis in sogno per dirmi come stanno le cose, mi ha messo il tarlo, e così ho iniziato a chiedermi chi è, oggi, il nuovo Semmelweis, e mi sono ricordato di Didier Raoult, che ormai tutti conoscono come il guru della clorochina, o meglio dell’idrossiclorochina che è più potente, ma lo chiamano guru per denigrarlo, che non lo so forse? Un microbiologo e infettivologo con le palle altro che, uno che ha le palle, sì, le palle di sbilanciarsi, ben sapendo che puntare tutto sulla idroclorochina potrebbe sputtanarlo per sempre e altro che Nobel, ammesso che uno come lui se ne freghi qualcosa del Nobel, il Nobel mi pare fatto per uomini grigi, lui di grigio c’ha solo la capigliatura, insomma con tutto quanto Big Pharma ha in canna per uccidere il virus del secolo lui che fa?, punta su un medicinale tra i più noti al mondo, in giro da settant’anni almeno, un farmaco straconosciuto per curare la malaria, malaria di cui, diciamolo, non se n’è mai fottuto nessuno visto che è una malattia da morti di fame, embè lui che dice? Dice che il farmaco antimalarico che non costa niente (infatti nemmeno si trova in giro e Trump pare già che voglia ordinare tutto quello che è disponibile al mondo, e ha fatto infuriare i suoi consiglieri scientifici amici di Big Pharma) lui è stato il primo a dire che è capace di stecchire il coronavirus, il fantomatico virus che ci tiene in casa e che fa la gioia degli autocrati alla Orban o alla De Luca che non gli pare vero di fare gli sceriffi adesso, visto che tutti hanno la fifa blu di morire. Insomma, signora, capisce che dopo il sogno di Semmelweis io non ho potuto fare altro che pensare al genio di Raoult, chi altri somiglia a Semmelweis di questi tempi? me ne dica uno, avanti, ci pensi. Non le viene in mente? Se Semmelweis disse lavatevi le mani, Raoult dice prendetevi questo farmaco che esiste già, non impazzitevi a fare vaccini (che cazzata!, dice Raoult) o a fare il super-farmaco, e però ecco che come a Semmelweis, gli scienziati ottocenteschi alla Burioni in un primo momento (salvo poco dopo ricredersi, ma pure con Semmelweis all’inizio si ricredettero, salvo poi affossarlo) gli dicono che è come minimo un ciarlatano, perché i suoi metodi sono poco rigorosi e non scientifici. A parte il fatto che dovremmo metterci d’accordo su cosa vogliamo intendere per scienza, e pure chiarire che la medicina seppure si giova della scienza è un’arte. E come tutti gli artisti i medici veri, non i parolai la cui più grande impresa curricolare è essere ospite fisso da Fabio Fazio, i medici veri sono intuitivi, sono più artisti che scienziati, anzi, diciamola tutta, i medici veri sono sciamani, perché sono in contatto con il mondo dei morti, prova ne sia l’anello con la testa di morto che Raoult ha incastonato nel dito mignolo, e sono i morti a suggerire ai medici veri come fare, per salvare, ancora per qualche decennio, la vita degli umani. Tutto qui è il trucco: il vero medico è uno sciamano che è andato a parlare con la morte. E Burioni e Silvestri e simili nell’Ottocento sarebbero stati dalla parte del Patto della scienza, dalla parte di tutti gli eminenti medici convinti che le mani di un gentiluomo non hanno bisogno di essere lavate, perché sono sempre pulite.

Raoult, lo si capisce dall’inizio della sua storia, non era nato per fare il conformista. Quanti anni ha adesso? 68? Pensavo di meno. Nasce a Dakar, giusto? In Senegal, dove suo padre era medico militare e sua madre infermiera. Cresce a Marsiglia, o sbaglio? Dove, pensi un po’ che scavezzacollo, oggi direbbero iperattivo, o borderline, lascia gli studi, ma poi ci ripensa, e va a fare la maturità classica da privatista, pensi signora che insofferenza alle regole, pensi quanto se ne può fottere uno come Raoult del Patto per la scienza, ci scatarra sopra al Patto per la scienza, direbbe Manuel Agnelli. Insomma, prende rocambolescamente il diploma e si iscrive a medicina. E come medico se la cava bene, le sue scoperte le fa, mica no, aspettiamo ancora che Burioni in Italia scopra qualche cosa, Raoult scopre cose significative, mi scusi signora ma ora non mi ricordo cosa, ah sì, individua il genoma del batterio che causa la malattia di Whipple, conosce le rickettsie come nessun altro, queste me le ricordo, ricordo che mi fece la domanda a microbiologia sulle rickettsie, e presi 28 pensi un po’, e volevo fare il virologo, pensi che folle, poi scelsi psichiatria, se no adesso mi ritrovavo a essere uno dei dieci venti trenta virologi italiani che non ci capiscono una ceppa sul virus con la corona, e ci confondono le idee, e ci chiudono dentro. Appena inizia l’epidemia, a Marsiglia, all’Istituto ospedaliero universitario Mediterraneo, Raoult testa con successo soli ventiquattro pazienti affetti da Covid-19. Dico bene? A fine febbraio su YouTube pubblica un video, dove appare con quella faccia da druido e dice “Coronavirus: game over!”, proprio così dice, assicurando al mondo che la cura c’è e non vale la pena di fare ‘sta cagnara, non c’è bisogno di tenere la gente in casa fino a ottobre che esce il vaccino, la cura c’è e si chiama idro-clorochina. Giustamente tutti erano già belli pronti per andare in guerra, ora se ne arriva fresco questo e ti dice che la guerra è rinviata a un altro virus, i vari manovratori si stizziscono, il ministro della salute francese subito, come un automa (mettiamo Speranza, o una Lorenzin, o quella di prima, la grillina medica che non aveva mai esercitato miracolata e messa a dirigere la sanità italiana, come si chiamava quella? cavolo, non me la ricordo proprio, non ha lasciato traccia, la Lorenzin almeno qualche sciocchezza la diceva, quella niente, il vuoto pneumatico) ha detto che la terapia di Raoult puzzava di fake news, ma cazzo, ministro, ma pensa prima di parlare, fai due più due, non è che uno debba per forza aprir bocca tanto per darle fiato. Ma non è stato solo lo Speranza di Francia a bollare il farmaco antimalarico del druido, no, hanno tuonato quasi tutti i medici di Francia, “La medicina non si fa con un solo test su 24 pazienti”, ha detto uno. Dopo, però, il ministro della Salute, Olivier Véran, s’è ricreduto. E ha accettato l’appello del druido riguardo l’efficacia del suo cocktail farmacologico, che nel frattempo si è evoluto, perché ora abbina l’idroclorochina a un antibiotico che io, signora, più volte ho preso, quando ho avuto la bronchite e pure una volta cinque anni fa che presi la polmonite: l’azitromicina, commercialmente meglio conosciuto come Zitromax, è una bomba, le assicuro. E così, quel paraculo di Raoult, ha pure ringraziato il ministro Olivier Véran per avergli creduto, dopo l’iniziale titubanza. Insomma, signora, non è che possa tenermi qui al telefono a sentirmi raccontare tutta la storia di Raoult, me lo passa un attimo, il druido con l’anello testa di morto al dito mignolo? Me lo passa o non me lo passa?

[Chiamate telefoniche – qua le chiamate precedenti]

]]>