transizione energetica – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 25 Mar 2026 21:00:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La guerra dei metalli rari https://www.carmillaonline.com/2024/10/01/la-guerra-dei-metalli-rari/ Tue, 01 Oct 2024 20:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84585 di Gioacchino Toni

Guillaume Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Traduzione di Ondina Chirizzi, Prefazione di Stefano Liberti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 276, € 23,00

Non si può che condividere quanto scrive Stefano Liberti nella prefazione alla nuova edizione aggiornata ed ampliata di La guerra dei metalli rari del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron: la descrizione che l’autore fa «dei risvolti nascosti della cosiddetta “transizione ecologica e digitale” somiglia a un film di fantascienza: con miniere di metalli oscuri sfruttate da eserciti di operai in condizioni semischiavistiche, grandi potenze che [...]]]> di Gioacchino Toni

Guillaume Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Traduzione di Ondina Chirizzi, Prefazione di Stefano Liberti, Luiss University Press, Roma 2024, pp. 276, € 23,00

Non si può che condividere quanto scrive Stefano Liberti nella prefazione alla nuova edizione aggiornata ed ampliata di La guerra dei metalli rari del giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron: la descrizione che l’autore fa «dei risvolti nascosti della cosiddetta “transizione ecologica e digitale” somiglia a un film di fantascienza: con miniere di metalli oscuri sfruttate da eserciti di operai in condizioni semischiavistiche, grandi potenze che si accaparrano le risorse e si assicurano il dominio sulla tecnologia per gli anni a venire, speculatori privati che scommettono sulla penuria e responsabili politici che hanno deciso scientemente di non occuparsi del problema e scaricarlo sulle generazioni future».

A ciò si può aggiungere lo spettacolo indecoroso che, attorno al disastro ambientale ed umano a cui il modello di sviluppo egemone ha condotto, vede contrapporsi da un lato i cantori di una svolta green praticata sulla testa dei ceti meno abbienti e dall’altro chi si rifugia demagogicamente nel negare la gravità della crisi ambientale contemporanea proponendo, di fatto, di continuare a produrre, consumare, sfruttare, distruggere, uccidere e crepare come da tradizione. Classisti i primi, nel pretendere di far pagare ai più i disastri su cui si sono arricchiti i pochi (questi ultimi sì pronti, dovesse servire, a riconvertire tutto e tutti pur di non perdere il vizio del business), classisti i secondi, nel voler perpetuare un modello di sfruttamento e devastazione classista nel suo DNA. Per certi versi ancora più delirante è la posizione di alcune frange della sinistra che, per contrapporsi ai primi, fanno propri gli slogan dei secondi, negando di fatto l’urgenza del problema ambientale: del resto le opzioni populiste – al pari delle parenti complottiste – hanno il vecchio vizio di assomigliarsi a prescindere dall’etichetta con cui si presentano.

Steso originariamente nel 2018, La guerre des métaux rares di Guillaume Pitron ha necessitato di un corposo aggiornamento in quanto a pochi anni dalla sua uscita la situazione è mutata in diversi aspetti. Nel giro di un solo lustro è decisamente aumentata la richiesta di terre rare: l’obbligo imposto nel 2023 alle case automobilistiche di vendere, dal 2035, esclusivamente veicoli elettrici da parte del Parlamento europeo ha comportato un tale incremento della domanda di batterie per i veicoli elettrici da prevedere la necessità di mettere in funzione 400 nuove miniere da cui estrarre soprattutto grafite naturale, litio e nichel e di dare vita a una serie di partenariati con paesi minerari (Cile, Indonesia, Ghana ecc.).

Nonostante il Parlamento europeo abbia, nel giro di un solo anno, già iniziato a rivedere al ribasso la cosiddetta svolta green, resta il fatto che la richiesta di terre rare è decisamente aumentata rispetto ad alcuni anni fa. Rispetto all’epoca in cui è uscita la prima edizione, sono cambiati anche gli atteggiamenti delle popolazioni rispetto alle attività estrattive, si sono sviluppati dibattiti controversi ad esempio sulla possibilità di ricollocare una parte della produzione dei metalli in Occidente o a proposito dell’estrazione di noduli polimetallici dai fondali oceanici. Ad essere cambiato, eccome, è anche il contesto geopolitico; tra pandemie e conflitti è decisamente mutata la percezione diffusa della globalizzazione: «mentre la mano invisibile dei mercati doveva garantirci un accesso senza ostacoli alle risorse, eccola ora percepita come la causa di dipendenze economiche e fragilità strategiche». In particolare l’Europa è sembrata accorgersi improvvisamente della sua dipendenza da dispositivi medici e da risorse energetiche prodotti in contesti con una diversa agenda strategica.

La guerra dei metalli rari di Pitron evidenzia gli interessi, i conflitti e i rischi ambientali e sociali che gravitano attorno ai metalli rari necessari alle moderne tecnologie ed ai settori strategici dell’economia del futuro (robotica, internet del cose, intelligenza artificiale ecc.) che spesso si propongono come soluzioni alle problematiche ambientali. Prima di ricorrere alla definizione di “energia pulita”, suggerisce l’autore, occorrerebbe considerare l’intero ciclo di produzione prendendo dunque in esame i costi energetici e ambientali dell’accaparramento dei metalli rari necessari, così come servirebbe una certa cautela nel parlare dello smart working come se fosse a costo energetico ed inquinante zero ed altrettanta cautela servirebbe nel presentare la sostituzione del parco veicoli ancora funzionanti con la altri nuovi come se la costruzione di questi ultimi non impattasse a sua volta sull’ambiente. Non è possibile pensare alla transizione energetica astrattamente; occorre situarla in una realtà fatta di miniere, di esseri umani sfruttati in maniera ignobile, di territori devastati, di speculazioni capaci letteralmente di affamare intere popolazioni. Di tutto ciò non vi è traccia nell’eco-storytelling patinato o su carta riciclata propinato quotidianamente alla popolazione.

Se è enorme la distanza fisica che separa i luoghi di produzione da quelli di consumo, non è da meno la distanza cognitiva che separa ciò che si guarda e conosce dei beni e servizi che si utilizzano quotidianamente e ciò che sta dietro alla loro produzione. Come se il “sapere d’acquisto”, scrive Pitron, avesse ormai definitivamente abdicato al “potere d’ acquisto”. «È proprio la scarsa trasparenza della filiera a trasmetterci l’illusione che la rivoluzione energetica e digitale sia universale e democratica», scrive Liberti nella Prefazione al volume. Occorrerebbe domandarsi chi stia pagando il prezzo a “buon mercato” dei dispositivi a cui ricorriamo e che, in alcuni casi, ci fanno persino pensare di essere green solo per il fatto di utilizzarli .

Se l’Occidente non è particolarmente propenso a cercare le terre rare in casa propria, secondo l’autore è anche perché la loro estrazione richiederebbe standard lavorativi, sanitari ed ambientali che le grandi corporation non intendono affrontare. Buona parte delle terre rare è oggi estratta in Cina. Così come la civiltà del carbone ha avuto un epicentro inglese e quella del petrolio statunitense, la civiltà delle terre rare pare destinata ad avere un epicentro cinese.

Se l’energia verde proveniente dal sole e dal vento è rinnovabile e, virtualmente, inesauribile, sarebbe bene tenere presente che altrettanto non avviene per le risorse di metalli indispensabili alla sua produzione. E la penuria di ciò che è ritenuto indispensabile, come la storia insegna, comporta situazioni conflittuali che mal si conciliano con le magnifiche sorti e progressive del green propagandate da chi non ha interesse a mettere davvero in discussione il sistema egemone.

Indagare e rendere pubblico il “lato oscuro” della transizione energetica, sottolinea più volte l’autore, non significa voler limitare la transizione energetica, bensì cercare di pensarla in modo tale che i suoi effetti negativi siano il più possibile attenuati. Far finta che i problemi ambientali e sociali non ci siano non aiuta di certo a risolvere le cose. Come ripartire costi e benefici della transizione energetica quando Paesi in via di sviluppo si trovano a farsi carico dell’impatto ecologico estrattivo delle terre rare per permettere agli occidentali di viaggiare con le loro auto elettriche? Come conciliare le necessità di aprire nuove miniere di litio e terre rare con la contrarietà degli abitanti della zona? Quanto gli occidentali saranno disposti a diminuire i livelli di consumo con cui sono cresciuti sin qua?

A dare l’idea dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo-consumo e di quanto quanto questo dovrebbe cambiare per rendersi compatibile con le esigenze ambientali, dunque anche umane, basta un dato: si stima che «per soddisfare le necessità di un solo europeo vanno estratte dal sottosuolo 20 tonnellate di materie l’anno». Un dato come questo può aiutare ad immaginare con che occhi il Sud del mondo possa guardare gli occidentali e senza stare a fare troppe distinzioni di censo.

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Estrattivismo pandemico/4 https://www.carmillaonline.com/2020/09/29/estrattivismo-pandemico-4/ Tue, 29 Sep 2020 06:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62931 di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Come da manuale, la recessione che viene – la peggiore, secondo l’OCSE, dal dopoguerra – sta imprimendo un nuovo impulso all’aggressione del profitto contro i territori. L’illusione che la crisi pandemica potesse portare ad un ripensamento sull’assurdità di questo modello di sviluppo si è dissolta molto in fretta, a fronte della capacità del capitale (infinitamente maggiore della nostra) di trasformare le crisi in opportunità. Sul piano normativo le conseguenze di tale aggressione si traducono in forma di deroghe alle tutele ambientali, [...]]]> di Alexik

[A questo link il capitolo precedente.]

Come da manuale, la recessione che viene – la peggiore, secondo l’OCSE, dal dopoguerra – sta imprimendo un nuovo impulso all’aggressione del profitto contro i territori.
L’illusione che la crisi pandemica potesse portare ad un ripensamento sull’assurdità di questo modello di sviluppo si è dissolta molto in fretta, a fronte della capacità del capitale (infinitamente maggiore della nostra) di trasformare le crisi in opportunità.
Sul piano normativo le conseguenze di tale aggressione si traducono in forma di deroghe alle tutele ambientali, provvedimenti a sostegno delle attività estrattive o dell’agroindustria, deregulations degli appalti per le grandi opere, rilancio del finanziamento pubblico di infrastrutture devastanti.

È una tendenza generale e molto chiara che ha preso corpo, seguendo modalità differenti, dall’Australia alle Americhe, dall’Indonesia al Belpaese.
Iniziamo dunque questo excursus  sulle ultime controriforme a partire dalle deregulations di casa nostra, che verranno trattate un po’ più nel dettaglio, visto che ci riguardano da vicino.
Mi scuso in anticipo con i lettori e le lettrici se il linguaggio risulterà a volte tecnico e poco leggero, invitandol* ugualmente a soffermarsi a meditare sui punti che verranno fra poco elencati, perché ognuno di essi è illuminante.

Il 14 settembre è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la conversione in legge del Decreto Semplificazioni1, che “al fine di far fronte alle ricadute economiche negative a seguito delle misure di contenimento e dell’emergenza sanitaria globale del COVID-19” stabilisce alcune cosette, del tipo:

– che gli affidamenti di appalti pubblici di lavori fino alla soglia di rilevanza comunitaria (5.350.000 ) che abbiano iniziato il procedimento entro la fine del 2021 possano svolgersi senza gara2.

– che “gli interventi infrastrutturali caratterizzati da un elevato grado di complessità … o che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio – economico” possano essere affidati alla gestione commissariale anche al di fuori dei casi di straordinaria necessità  ed   urgenza.

– che fino alla fine del 2023 per le grandi opere infrastrutturali si possa derogare alle procedure del dibattito pubblico, previste dal Codice dei contratti pubblici alla voce “Trasparenza”3, con tanti saluti ad ogni residuo simulacro di “democrazia partecipativa”.

– che le sentenze definitive del TAR che bloccano un’opera per vizi emersi negli atti autorizzativi o nella valutazione di impatto ambientale, possano essere bypassate.

–  che i gasdotti godano di procedimenti autorizzativi semplificati, con buona pace dei proclami sulla lotta ai cambiamenti climatici.

– che le procedure semplificate valgano anche per l’esplorazione e lo stoccaggio geologico di biossido di carbonio, esentando – fra l’altro – dalla valutazione ambientale gli stoccaggi di CO2 fino a 100.000 tonnellate.

– che per le opere realizzate in variante dei piani portuali e aeroportuali non sia più obbligatoria la Valutazione Ambientale Strategica (VAS)

– che i Comuni non possano introdurre limitazioni generalizzate (se non intorno a siti sensibili) alla proliferazione di stazioni radio base per reti di comunicazioni elettroniche, o incidere sui limiti di esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. Previsione chiaramente rivolta a bloccare il moltiplicarsi di ordinanze comunali contro l’installazione del 5G, e che impedisce l’adozione da parte degli enti locali di una maggior tutela da tutte le forme di inquinamento elettromagnetico.

Questa panoramica, non esaustiva, sui punti salienti del provvedimento avrebbe  potuto essere ancora peggiore, se 170 gruppi e associazioni non ne avessero denunciato il contenuto in tempo utile, riuscendo a bloccare ulteriori nefandezze previste nella prima stesura4.
Ma anche così emendato il decreto, che ora è legge è, nel suo genere, un “capolavoro”.
Con un solo provvedimento il governo giallo rosa è riuscito infatti ad ampliare a dismisura la discrezionalità nella scelta del contraente negli appalti pubblici, e con essa le potenzialità per le assegnazioni di tipo nepotistico/politico/mafioso/clientelare, depotenziando al contempo le responsabilità degli amministratori per abuso d’ufficio e danno erariale.
È  riuscito a trasformare le procedure emergenziali in regole per la gestione ordinaria degli appalti, prevedendo per le grandi opere – a partire dalle prime 40 elencate nel piano #italiaveloce – il controllo verticistico di commissari di nomina governativa, legittimati ad operare in deroga alle leggi in materia di contratti pubblici.
È  riuscito a ridurre ulteriormente i già risicati spazi per il controllo delle opere da parte della cd società civile, nonché le possibilità di opposizione tramite i ricorsi ai tribunali amministrativi, la costruzione di “barricate di carta”.
Ha esteso il “modello Genova” dal ponte sul Polcevera a tutte le grandi opere, esempio di come un crimine del profitto contro una popolazione e un territorio possa essere chiamato a pretesto per colpire altre popolazioni e altri territori, che subiranno le colate di cemento, le devastazioni ambientali, l’esautoramento dalla decisionalità sui propri luoghi di vita.

Il decreto semplificazioni può essere considerato un manifesto su ciò che il governo Conte bis, ma soprattutto i soggetti economici che decidono le politiche energetiche e industriali di questo paese, intendano per “transizione energetica” e “green new deal”.
Le disposizioni del decreto che riguardano le infrastrutture energetiche vanno nella direzione esattamente contraria a quella di una via d’uscita dall’economia fossile.
Questo nonostante l’enfasi con cui ministri e governatori insistono, da qualche tempo, sulla “decarbonizzazione”, che nelle loro intenzioni si riferisce però – sulla base di una traduzione dall’inglese volutamente distorta – all’uscita dal carbone, mentre il significato del termine “decarbonization” indica invece l’uscita dal carbonio, cioè da tutti i combustibili fossili, metano compreso.
L’operazione, che gioca volutamente su questa ambiguità, è quella di far passare la “transizione energetica” come  transizione dal carbone al metano, sia nella conduzione delle centrali termoelettriche (a partire da Cerano) che per i grandi impianti industriali, omettendo il fatto che il metano incombusto  genera un riscaldamento dell’atmosfera 80 volte superiore a quello della CO2 (calcolato sui 20 anni), e la sua estrazione e trasporto comportano ogni anno perdite fisiologiche in atmosfera di centinaia di milioni di metri cubi di gas fortemente climalterante.

Un altro tassello del “green new fossil deal” prossimo venturo consiste nello sviluppo degli stoccaggi di CO2 nel sottosuolo.
Un’operazione la cui logica, ancora una volta, non  è finalizzata alla sostituzione delle fonti fossili, ma a prolungarne ulteriormente l’uso, nascondendo sotto il tappeto i prodotti della loro combustione.
Il decreto semplificazioni ha considerato idonei allo stoccaggio i giacimenti esauriti di idrocarburi situati a mare, una previsione che sembra costruita attorno all’ENI e al suo progetto di apertura, nei pozzi esausti al largo di Ravenna, del più grande hub del mondo per lo stoccaggio di anidride carbonica, che prevede l’iniezione sotto i fondali di una quantità di CO2 compresa tra 300 e 500 milioni di tonnellate. Il tutto in zona sismica e soggetta a forte subsidenza.
In sintesi, le compagnie petrolifere che hanno contribuito (e continuano) a determinare il disastro climatico, si apprestano a trarre nuovo profitto  da nuove infrastrutture “green” ad alto impatto ambientale. (Continua)


  1. Decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76 recante «Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale.», Legge di conversione n. 120 dell’11 settembre 2020 (GU n.228 del 14-9-2020 – Suppl. Ordinario n. 33). 

  2. E’ possibile ricorrere all’affidamento diretto – cioè alla scelta puramente discrezionale – per gli appalti fino a 150.000 (prima la soglia era di 40.000 ), oppure  alla procedura negoziata per gli altri. La procedura negoziata prevede che la stazione appaltante inviti, senza bando pubblico, un certo numero di operatori economici a sua scelta fra cui selezionare il contraente. La disposizione vale anche per gli appalti pubblici di servizi e di forniture le cui soglie di rilevanza comunitaria son un po’ più variegate (vedere qui). La materia è stata già oggetto di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia nel 2003, per violazione della Direttiva 2004/18/CE che prevede la possibilità di evitare un bando di gara in ipotesi molto limitate 

  3. D.Lgs. 18 aprile 2016, n. 50, art. 22 e D.P.C.M. 76/2018 

  4. AAVV, “Decreto semplificazioni, così sono devastazioni” . Attacco a bonifiche, acqua, partecipazione dei cittadini, valutazione di impatto ambientale e clima, 27 luglio 2020, pp. 27. 

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