transgender – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La lotta di Filo Sottile: “Senza titolo di viaggio” https://www.carmillaonline.com/2022/05/30/la-lotta-di-filo-sottile-senza-titolo-di-viaggio/ Mon, 30 May 2022 20:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72122 di Paolo Lago

Filo Sottile, Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi, Alegre, Roma, 2021, pp. 381, euro 16,00.

Senza titolo di viaggio di Filo Sottile, cantastorie, anzi “punkastorie”, e scrittrice, è un libro coraggioso, la cui lettura è assolutamente consigliata a tutti. È un libro di lotta. L’autrice imbastisce una narrazione dalle tonalità autobiografiche e, davvero, ci accompagna in un vero e proprio viaggio attraverso la sua personale battaglia per vedere riconosciuta la sua identità transgender. Un viaggio percorso da clandestina perché, come leggiamo nel risvolto di copertina, [...]]]> di Paolo Lago

Filo Sottile, Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi, Alegre, Roma, 2021, pp. 381, euro 16,00.

Senza titolo di viaggio di Filo Sottile, cantastorie, anzi “punkastorie”, e scrittrice, è un libro coraggioso, la cui lettura è assolutamente consigliata a tutti. È un libro di lotta. L’autrice imbastisce una narrazione dalle tonalità autobiografiche e, davvero, ci accompagna in un vero e proprio viaggio attraverso la sua personale battaglia per vedere riconosciuta la sua identità transgender. Un viaggio percorso da clandestina perché, come leggiamo nel risvolto di copertina, “i confini di genere, come quelli tra nazioni, sono presidiati. Varcarli è un’impresa. I lasciapassare sono concessi di rado e a condizioni umilianti. Spesso le persone trans, non binarie e queer hanno necessità di passare comunque. Come? Da clandestine. E a volte nei reticolati restano impigliati brandelli di nomi”.

La battaglia portata avanti da Filo (abbreviazione di Filomena) Sottile, però, per come emerge dalle pagine del libro, non è squisitamente privata e personale. Si tratta di una vera e propria lotta che assume i contorni di una opposizione costante e quotidiana alle dinamiche della società capitalistica, la quale si presenta anche come una società di tipo “eterocispatriarcale”. Dopo la lettura di Senza titolo di viaggio si comprende chiaramente come una lotta per una società più giusta, liberata dalla gabbia imprigionante del capitale non possa essere scissa da una contro le quotidiane violenze che vengono riservate a chi semplicemente chiede di essere se stesso senza conformarsi ai modelli imposti dall’alto dallo stesso capitale. Battersi contro quest’ultimo e contro le sue gerarchie significa battersi per una società più umana: ciò vuol dire anche riconoscere come lo sfruttamento capitalistico degli individui intacchi diverse sfere della vita di quegli stessi individui. L’identità è sicuramente una di queste: il capitale impone dei modelli e pretende che vengano seguiti. Non meravigliamoci, perciò, quando capiamo finalmente “che oppressione eterocispatriarcale, asservimento neoliberista e discriminazione razziale sono facce diverse di un unico dispositivo”. Come ci ricorda Michel Foucault, non esiste un solo ed unico potere imposto dall’alto, ma maglie di diversi poteri stretti in connessione fra di loro. Ecco perché – scrive Filo Sottile – “desideriamo mettere in discussione i principi gerarchici, le piramidi di potere, ciò che viene dato per naturale, la violenza quotidiana dell’eterocispatriarcato e del neoliberismo”. Senza titolo di viaggio è la testimonianza di una lotta quotidiana per “sfare” il capitalismo perché, nota Filo, “come dice Stefania Consigliere in Favole del reincanto, «ogni cosa fatta dagli umani – e il capitalismo è una di queste – può altrettanto bene essere sfatta». E anche su questo ci mettiamo tutto il nostro impegno”. Perché, in definitiva, il transfemminismo “non è un progetto riformista” ma “è allo stesso tempo il sogno e la pratica quotidiana della rivoluzione”.

Filo Sottile ricorda poi come la sua vicinanza al movimento NO Tav e la sua militanza in esso siano state fondamentali per portare avanti la propria battaglia. In fin dei conti, anche gli attivisti della Val Susa combattono per rivendicare la propria identità e quella del loro territorio, che non può essere violentato in alcun modo dalle dinamiche economiche imposte dal capitale. Come Filo afferma in un’intervista rilasciata al Collettivo Paolo Uccello (leggibile qui) nel febbraio 2019, è necessario “lottare su tutti i fronti”, “essere il più molteplici possibile”. E, dal movimento No Tav, Filo ha imparato anche che “lavorare sugli immaginari è fondamentale”: infatti, continua nell’intervista, “fino a quando non ti immagini un’alternativa… e lo posso leggere anche in ambito queer: fino a che io non mi sono immaginata che potessi farla io una transizione, che potessi esistere veramente, che potessi dire alla persona che vive con me, a mia figlia, ai miei parenti, ai miei amici, alle mie amiche che io ero così, che finché non ho potuto immaginare che potevo vivere così non me lo sono permessa”.

Senza titolo di viaggio è anche una testimonianza dal periodo del lockdown del 2020 e dei suoi strascichi infiniti. Un periodo in cui il motto “state a casa”, ripetuto fino alla nausea, suonava come una imposizione soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli, di chi, in quello stare a casa non andava incontro a una idilliaca ‘famiglia da Mulino Bianco’ ma a incomprensioni e violenze. Del resto, la stessa nozione di “famiglia naturale”, di “parenti stretti” ai quali era esclusivamente consentito fare visita, suonava come una inaccettabile imposizione di identità burocratica dall’alto. E contro i risvolti burocratici del potere capitalistico, Filo ha dovuto lottare non poco. Raccontando le sue esperienze di lavoro come guida presso il Museo del Cinema di Torino e, successivamente, come bibliotecaria presso le biblioteche universitarie della città, è soprattutto in questa seconda esperienza che si è trovata di fronte l’insormontabilità della burocrazia. Ogni volta che prendeva posto al suo PC e si identificava, invece di “Filomena”, le appariva il nome della precedente identità maschile. Una lotta per rivendicare se stessi e la propria identità si configura anche e soprattutto come una lotta contro i vuoti involucri che il capitale dissemina sul suo percorso, siano essi meccanismi di identità o vie commerciali che annientano l’ecosistema.

Anche da un punto di vista formale, il libro sembra rifuggire la rigidità dei generi prestabiliti, preferendo una fluidità difficilmente identificabile. Non è un saggio ma nemmeno una narrazione puramente autobiografica in quanto aperta a svariate implicazioni di natura sociale, antropologica e politica. La sua apertura formale permette il continuo inserimento di testi in versi (nella direzione del prosimetro) e di canzoni della stessa Filo ma anche di altri compositori amici. È un testo cantato, perché, come leggiamo nel risvolto di copertina, “qui dentro c’è la punk e la folk”, una mescolanza di generi, di forme e di modalità narrative. Come in una magia fantasmagorica e onirica, il testo che Filo ci offre si presenta anche come un lungo racconto fatto a tre streghe (Lena, Mela e Bertìn) che appaiono lungo il Sangone e lungo i corsi d’acqua, delle “masche” piemontesi che però non predicono il futuro perché ancora non è stato scritto. Perché il futuro, come ci insegna Filo Sottile nel suo stupefacente Senza titolo di viaggio, ce lo scriviamo da noi, con il coraggio delle nostre scelte, con le nostre lotte inscindibili da un immaginario resistente che ogni attimo dischiude inediti percorsi di liberazione.

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L’anno degli anniversari / 1971 – 2021: FUORI tutti! https://www.carmillaonline.com/2021/10/06/lanno-degli-anniversari-1971-2021-fuori-tutti/ Wed, 06 Oct 2021 20:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68386 di Sandro Moiso

I met her in a club down in old Soho Where you drink champagne and it tastes just like Cherry Cola C-O-L-A Cola She walked up to me and she asked me to dance I asked her her name and in a dark brown voice she said, “Lola” L-O-L-A Lola, lo lo lo lo Lola (Ray Davies, the Kinks – Lola, 1970)

Ray Davies, cantante, chitarrista e leader dei Kinks, uno dei più longevi gruppi rock inglesi, ricorda come ad un concerto a New York della band, durante [...]]]> di Sandro Moiso

I met her in a club down in old Soho
Where you drink champagne and it tastes just like
Cherry Cola
C-O-L-A Cola
She walked up to me and she asked me to dance
I asked her her name and in a dark brown voice she said, “Lola”
L-O-L-A Lola, lo lo lo lo Lola

(Ray Davies, the Kinks – Lola, 1970)

Ray Davies, cantante, chitarrista e leader dei Kinks, uno dei più longevi gruppi rock inglesi, ricorda come ad un concerto a New York della band, durante gli anni ’70, al momento dell’esecuzione del brano “Lola”, uno dei primi a parlare apertamente di un rapporto omosessuale, centinaia di drag queen newyorkesi si levassero in piedi, tutte insieme, per cantare, parola per parola, ancheggiando e ballando, l’intera canzone insieme a lui e al gruppo.

Per avere un’idea più precisa di cosa ciò significasse, almeno sul piano dell’immagine, occorrerebbe far riferimento alla copertina del primo disco dei New York Dolls (1973), antesignani del punk di quella stessa città1, al travestitismo provocatorio del glam rock oppure alle scorrerie proto-punk di Wayne County (che in seguito avrebbe cambiato il suo nome d’arte in Jayne County) e i suoi Electric Chairs con brani dal titolo più che esplicito come Cream in My Jeans e Toilet Love.

Senza poi dimenticare che il tutto era stato preceduto e accompagnato dalle straordinarie provocazioni artistiche, filmiche e musicali di Andy Warhol e della sua Factory; a testimonianza di una sfida che nel suo manifestarsi in pubblico con tutta la forza di un’autentica e incontenibile joie de vivre rappresentava, prima di qualsiasi altra cosa, un’aperta e trasgressiva rivendicazione di alterità e libertà.

Well, I’m not the world’s most physical guy
But when she squeezed me tight she nearly broke my spine
Oh my Lola, lo lo lo lo Lola
Well, I’m not dumb but I can’t understand
Why she walked like a woman but talked like a man
Oh my Lola, lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola

Un atteggiamento che esplodeva e si dichiarava proprio in virtù di un clima “rivoluzionario” che in quegli anni percorreva l’Occidente; in cui le lotte degli studenti, degli operai, degli afro-americani (solo per citarne alcune) aprivano conseguentemente le porte ad una radicale presa di coscienza di sé e dei propri inalienabili diritti da parte delle donne e di tutti coloro vivessero, nel loro intimo e sulla propria pelle, tutte le conseguenze dei pregiudizi morali, sociali e famigliari che derivavano da un diverso orientamento sessuale e da una collocazione di genere che usciva dai confini di quella “normalità” che era considerata ancora come l’unica possibile. Creando un clima in cui, per la prima volta, l’unità nella lotta per la liberazione dall’oppressione perbenista borghese e capitalista portava in luce anche quelle, che allora ma troppo spesso ancora oggi, costituivano alcune delle contraddizioni più profonde della società e dei singoli individui atomizzati.

Well, we drank champagne and danced all night
Under electric candlelight
She picked me up and sat me on her knee
She said, “Little boy, won’t you come home with me?”
Well, I’m not the world’s most passionate guy
But when I looked in her eyes
Well, I almost fell for my Lola
Lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola
Lola, lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola

Sull’onda di tutto ciò, nasceva a Torino nel 1971 il FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) di cui ricorre in questi giorni il cinquantenario della formazione.
L’associazione, inizialmente di ispirazione marxista, era stata fondata dal libraio Angelo Pezzana, cui si doveva anche l’apertura della prima libreria “internazionale”, Hellas, autenticamente alternativa della città, ricca di opuscoli marxisti e giornali, soprattutto in lingua inglese e francese, dediti all’informazione controculturale, ed altri attivisti. L’acronimo faceva riferimento al FHAR francese (Front homosexuel d’action révolutionnaire) e all’espressione inglese coming out.

In realtà era stata preceduta dal lavoro di gruppi di omosessuali di varie città italiane che dall’autunno del 1970 si incontrarono per discutere dei problemi che affliggevano gli omosessuali italiani: il gruppo aveva assunto il nome di ASPS, “Associazione di Studi Psico-Sociali”, quindi ancora nascondendo l’identità gay. Nel Fuori!, intorno alla primavera del 1971, confluì anche il Fronte di Liberazione Omosessuale (FLO) fondato sempre nel 1971, dando così vita alla prima grande associazione gay italiana che, nei primi tempi della sua esistenza, avrebbe posto la questione dei diritti degli omosessuali nell’ambito del conflitto di classe tra borghesi e proletari, operando pertanto una rottura netta e totale con tutto quel che l’aveva preceduta fino a quel momento.

Angelo Pezzana enunciava in un editoriale sul primo numero del Fuori! le rivendicazioni dell’associazione: «Noi oggi rifiutiamo quelli che parlano per noi. […] Per la prima volta degli omosessuali parlano ad altri omosessuali. Apertamente, con orgoglio, si dichiarano tali. Per la prima volta l’omosessuale entra sulla scena da protagonista, gestisce in prima persona la sua storia […]. Il grande risveglio degli omosessuali è cominciato. È toccato a tanti altri prima di noi, ebrei, neri (ricordate?), ora tocca a noi. E il risveglio sarà immediato, contagioso, bellissimo».
La prima uscita pubblica di un certo rilievo avvenne il 5 aprile 1972, con la contestazione del I Congresso Italiano di Sessuologia a Sanremo, mentre in seguito il movimento avrebbe finito col federarsi con il Partito Radicale nel 1974 e la rivista sarebbe stata edita fino al 1982.

I pushed her away
I walked to the door
I fell to the floor
I got down on my knees
Then I looked at her, and she at me
Well, that’s the way that I want it to stay
And I always want it to be that way for my Lola
Lo lo lo lo Lola
Girls will be boys, and boys will be girls
It’s a mixed up, muddled up, shook up world
Except for Lola
Lo lo lo lo Lola

Oggi, presso il “Polo del 900” a Torino (dal 23 settembre al 24 ottobre), una mostra ne racconta la storia, anno per anno, attraverso fotografie, filmati, ricordi e testimonianze (vignette, copertine, manifesti). Il presidente del museo Diffuso della Resistenza, Roberto Mastroianni, ha dichiarato che: «Questa mostra ribadisce come il movimento, alla nascita, fosse autoironico e gioioso. Più di quanto non lo siano adesso certe sfumature e certi accenti. Fu una rivoluzione anche simbolica che ruppe l’ipocrisia nel Paese, anche verso quegli intellettuali che omosessuali lo erano, ma tendevano a non farlo vedere”.

Esplodeva la società ed esplodevano le contraddizioni, individuali e collettive, trascinando le lotte in un flusso generale e diffuso in cui l’individualità e il diritto individuale diventavano per forza di cose diritto collettivo all’espressione della propria classe, della propria generazione, del proprio genere e sesso e della comune e vitalistica volontà di vivere una vita che fosse finalmente altra e degna di tal nome in ogni sua manifestazione.

Well, I’d left home just a week before
And I’d never ever kissed a woman before
But Lola smiled and took me by the hand
She said, “Little boy, gonna make you a man”
Well, I’m not the world’s most masculine man
But I know what I am and I’m glad I’m a man
And so is Lola
Lo lo lo lo Lola, lo lo lo lo Lola

Ora, però, Angelo Pezzana ricorda:

“ho fatto il libraio per 23 anni in una città molto provinciale. Ed essendo un omosessuale che non ha mai avuto intenzione di nasconderlo, ho subito dato un’impostazione di questo genere al mio negozio. La clientela, però, era assolutamente etero (portavo anche copie di Playboy che all’epoca non era distribuito in Italia). Presto è diventata un’alleanza naturale senza ideologie, lontana anche dalle forze di sinistra che all’epoca erano considerate rivoluzionarie. Ma eravamo considerati inutili. Anche nelle manifestazioni per il 25 aprile o il 1° maggio venivamo lasciati al fondo. Noi non abbiamo mai inventato una teoria o una ideologia, non abbiamo mai avuto una linea e si spaziava dai marxisti ai liberali. Quando sento parlare di teoria gender, mi tiro indietro. […] Sembra di parlare di secoli fa, ma basta pensare che anche solo 50 anni fa non si era mai scritta la parola ‘omosessuale’ su un giornale Italiano”2.

Certamente rimane un fondo di amarezza nel ricordo di come certa sinistra, prima degli ulteriori sconvolgimenti portati dal ’77, non avesse il coraggio di affrontare questioni che il movimento generale della società nel suo insieme già poneva all’ordine del giorno e che furono pienamente comprese soltanto da sparuti gruppi del comunismo critico radicale.

Ma ancora più amaro è il calice che occorre oggi ingerire sugli stessi fenomeni e bisogni che, nonostante una maggior visibilità sociale del movimento LGBTQ, sono stati troppo spesso trasformati in rivendicazioni, queste sì oggi digeribili dalla stessa ipocrita sinistra che in quegli anni non seppe e non volle farsene carico in maniera conseguente, tese a riproporre la famiglia borghese monogama e perbenista come base di ogni riconoscimento. Con buona pace del mio amico Arnaldo che ancora, nei primi anni ’80, rivendicava: «Noi omosessuali siamo gli unici veri rivoluzionari, poiché miniamo la società fin dalle sue fondamenta patriarcali e famigliari.»

Così, nonostante una certa trasgressività formale e una certa tolleranza esibita nei giorni dei “pride” ma circondate ancora dal buio del pregiudizio diffuso, all’epoca del ritorno ad una concezione del diritto che, ancora troppo spesso inteso soltanto come specifico e strettamente individuale, diventa la vera tomba di ogni ipotesi rivoluzionaria, di quella intensa e infervorata stagione sembrano rimanere soltanto le ceneri ipocrite.

L’insipido dibattito parlamentare sul disegno di legge Zan, l’ulteriore abuso ai danni del corpo femminile operato per mezzo della pratica, data per scontata, dell’utero “in affitto”3 e l’aspirazione alla formazione “ad ogni costo” di una famiglia mononucleare e borghesissima, della quale, in un tempo non lontano, si sarebbe invece rivendicata la soppressione definitiva. Peccato, davvero, per una grande occasione mancata.


  1. Il cui manager Malcom McLaren avrebbe trasmesso la propria e loro esperienza ai Sex Pistols, ancora in formazione, negli anni immediatamente successivi  

  2. Intervistato in: Torino va “Fuori!”: una mostra al Polo del 900 per i 50 anni del primo movimento omosessuale in Italia, TorinOggi.it, 23 settembre 2021  

  3. Sull’argomento si confronti almeno: Melinda Cooper, Catherine Waldby, Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera, DeriveApprodi 2015 (qui la recensione su Carmilla).  

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