transfemminismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Realizzare i sogni dell’infanzia è possibile https://www.carmillaonline.com/2025/12/21/unaltra-infanzia-e-possibile/ Sun, 21 Dec 2025 21:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91957 di Sandro Moiso

Nicole Claveloux & Édith Zha, La mano verde e altri racconti, Eris, Torino 2025, pp. 106, 25 euro

E’ tempo di strenne per grandi e piccini, quindi non vi è altro momento più adatto di questo per presentare al pubblico un libro meraviglioso, per immagini e contenuti, quale La mano verde e altri racconti di Nicole Claveloux & Édith Zha, proposto dalle sempre più coraggiose e innovative edizioni Eris di Torino.

Un sogno infantile? Un incubo per adulti ancora bambini e quindi non ancora del tutto definiti in termini sociali e di genere? Una fiaba senza [...]]]> di Sandro Moiso

Nicole Claveloux & Édith Zha, La mano verde e altri racconti, Eris, Torino 2025, pp. 106, 25 euro

E’ tempo di strenne per grandi e piccini, quindi non vi è altro momento più adatto di questo per presentare al pubblico un libro meraviglioso, per immagini e contenuti, quale La mano verde e altri racconti di Nicole Claveloux & Édith Zha, proposto dalle sempre più coraggiose e innovative edizioni Eris di Torino.

Un sogno infantile? Un incubo per adulti ancora bambini e quindi non ancora del tutto definiti in termini sociali e di genere? Una fiaba senza il classico C’era una volta…? Forse perché quella “volta” non c’è ancora mai stata? Difficile dirlo, così più si scorrono e si rileggono le pagine e le immagini del testo, più ci si ritrova coinvolti e confusi. Talvolta gioiosamente, talaltra in maniera disturbante.

Nicole Claveloux è una figura fondamentale e assolutamente atipica della scena dell’illustrazione internazionale, tra le poche donne degli anni Settanta riuscite ad emergere dando voce a un femminismo ironico, libero e anticonvenzionale. In concomitanza con l’uscita del libro è stata presentata a Bologna la sua prima, grande esposizione personale italiana in occasione della terza edizione di A occhi aperti, il festival internazionale di fumetto e illustrazione ideato e organizzato da Hamelin, svoltasi tra il 19 e il 23 novembre di quest’anno.

Mondi accanto, questo il titolo scelto per la personale, appositamente costruita per lo spazio della ex chiesa di San Mattia a Bologna, ha visto esposte per la prima volta in Italia oltre duecento opere di Nicole Claveloux fra originali a fumetti, copertine, illustrazioni, dipinti per l’infanzia e libri, ripercorrendo così l’intera cronologia del suo intenso lavoro.

Ancora troppo poco conosciuta nel nostro paese, riscoprire oggi Nicole Claveloux è mettere a fuoco il suo ruolo di precorritrice di molti nodi e istanze della nostra contemporaneità: la sua opera resta attualissima, un invito a immaginare mondi liberi da vincoli e dogmi, dove il fantastico diventa alternativa al presente e una visione transfemminista della società che pone al centro il desiderio femminile e permette a donne, bambine, carciofi, paguri e regine seicentesche di convivere in maniera fluida.

Nicole Claveloux è nata a Saint-Étienne il 23 giugno del 1940. Sua madre era insegnante di disegno all’Accademia di belle arti di Saint-Étienne – suo padre era morto dalle parti di Besançon qualche giorno prima della sua nascita. Un’epoca in cui il mondo era ancora pieno di disegni, poiché la stampa e la pubblicità ne facevano ancora un largo uso abbondante e la fotografia non aveva ancora relegato l’illustrazione al rango di obsoleto accessorio.

Nicole si imbeve da subito di quelle immagini e storie da cui è circondata. Gli allegri racconti di Gustave Doré, l’omino Michelin, mentre l’anatroccolo Oscar, minacciato dall’appetito di zia Zulma, la accompagnavano ogni settimana tra le pagine di Fillette, un settimanale per l’infanzia uscito dal 1909 al 1964. Tutte immagini che ricopiava per creare un proprio mondo in cui rifugiarsi.

Qualche anno dopo entrerà all’Accademia di Saint-Étienne su consiglio della madre, che già si immaginava che sua figlia prendesse il suo posto nell’istituto. Una via già tracciata. Ma la “bambina” aveva un temperamento selvaggio e non avrebbe mai fatto l’insegnante. Così Nicole si stabilì a Parigi nel 1966, dove voleva disegnare immagini fantastiche. Il periodo era favorevole; il panorama editoriale dinamico, si era appena scoperto che si potevano trasformare i bambini in lettori e una sorta di prosperità editoriale permetteva ad alcune riviste di mettere conoscenza e curiosità alla portata di tutti.

Nicole Calveloux si rivolse quindi a Planète1, che – insieme a Bizarre2– offriva ai lettori l’esplorazione di un vasto e variegato territorio che, distinguendosi sfacciatamente da quell’altro paese dai confini angusti chiamato naturalismo, fondeva il fantastico, il meraviglioso e l’umorismo nero.

Lì avrebbe piazzato i suoi primi disegni, lavorando anche per Marie Claire o per Plexus, uno dei satelliti di Planète. Persino la pubblicità, senza sapere che è un’esordiente, si rivolse a lei. Questi svariati lavori, nel 1967 l’avrebbero fatta notare da François Ruy-Vidal, che si era appena associato con l’editore americano Harlin Quist, mosso dal desiderio di rinnovare un settore editoriale, quello per l’infanzia, profondamente sclerotizzato nei propri polverosi precetti pedagogici, affrontando temi fino allora tabù, come la morte e la sessualità, facendo appello a scrittori quali Marguerite Duras o Eugène Ionesco e dando spazio a una nuova generazione di disegnatori come Patrick Couratin, Étienne Delessert e Henri Galeron.

La collaborazione inaugurò così una fertile carriera nell’editoria per l’infanzia, che avrebbe costituito la principale attività di Nicole Claveloux, in un periodo e in un ambiente in totale fermento, in cui avrebbe goduto di una libertà assoluta. Nel 1972, per il mensile Okapi, creò il personaggio di Grabote – termine che designa la pupilla di una famiglia. Per nove anni racconterà le storie di questa bambina deliziosamente vanitosa e irascibile, la cui principale attività consiste nel martirizzare un leone un po’ troppo ingenuo. È ovvio che nessuna rivista dedicata all’infanzia oggi pubblicherebbe queste storie; bisogna proteggere i bambini dalle disillusioni che li attendono. Come afferma Jean-Louis Gauthey, nell’Introduzione al testo edito da Eris:

Il duo sadomasochista messo in scena da Nicole Claveloux, invece, non elude per nulla la crudeltà dei giochi infantili. Da queste pagine soffia un non so che di inquietante che segna per sempre. Nelle acide ambientazioni di Grabote, la cui struttura modulare è più imprevedibile di quella di un sogno, è spesso presente una gravità che preannuncia i conflitti dell’età adulta, la paura di un amore non corrisposto e l’imboscata della vecchiaia3.

Probabilmente è in questo contesto che prenderanno definitivamente vita quelle immagini e quelle situazioni che animeranno poi sogni e incubi, sia infantili che dell’età adulta, che avrebbero caratterizzato l’opera della illustratrice francese e che, probabilmente, avrebbero attirato l’attenzione di Jean-Pierre Dionnet quando, nel 1976, propose a sua moglie, Janic Guillerez, di creare, per gli Humanoïdes Associés – la casa editrice che aveva fondato due anni prima con Moebius, Philippe Druillet e Bernard Farkas – una rivista di fumetti femminile e femminista:Ah! Nana, un trimestrale animato dalla “prima” generazioni di autrici di fumetto che, per nove numeri, miscelò un cocktail a confronto del quale Métal Hurlant, la nave ammiraglia degli Humanoïdes, sarebbe poi apparsa come una rivista conformista.

Nicole Claveloux, Florence Cestac, Keleck, Chantal Montellier, Trina Robbins, Olivia Clavel, Anne Delobel, Marjorie Alessandrini e molte altre, polverizzarono gioiosamente le incrostazioni della società patriarcale, lanciando con ogni copertina una sfida aperta ai puritani. Così, la commissione di censura – ipocritamente ribattezzata Commissione per la sorveglianza e il controllo delle pubblicazioni destinate all’infanzia e all’adolescenza – finì col recepire il messaggio e nel 1978 mise fine all’avventura, anticipando ciò che comunque sarebbe accaduto a causa delle vendite insufficienti.

Ma, d’altra parte, Jean-Pierre Dionnet non aveva aspettato l’uscita del primo numero di Ah! Nana per proporre a Nicole Claveloux di collaborare a Métal Hurlant. In tal modo un numero speciale dedicato a Lovecraft le diede l’occasione di rendere omaggio all’autore che l’aveva fatta davvero rabbrividire, mentre il numero 19 le avrebbe permesso di dichiarare la propria ammirazione per Moebius, uno dei pochi autori di cui ha letto tutta l’opera4.

Quello che voleva il caporedattore di Métal Hurlant era, però, una storia lunga, da pubblicare a puntate su più numeri. Fu così che La mano verde, con i suoi cinque capitoli, finì col segnare sia l’ingresso di Nicole nella redazione di Métal Hurlant che l’inizio della collaborazione tra la disegnatrice e Édith Zha n veste di sceneggiatrice e ideatrice delle storie.

Nata nel 1945 a Parigi, questa ragazzina sognatrice vide il proprio piacere per la parola subito frenato dalla riprovazione della famiglia. «Faresti meglio a stare zitta invece di raccontare queste sciocchezze!» Allora Édith si rifugia nella lettura; dato che non può parlare, ascolta gli altri. «Non ero molto allegra. Ma avevo una gran voglia di vivere.» Questa voglia si esprime in maniera inattesa. Si arrampica su alberi troppo alti, scende in slittino da discese senza neve, e alla fine si rompe sempre qualcosa. Queste azioni sconsiderate la accompagnano nell’età adulta e verso la Sorbona, dove, comunque, non si sarebbe rotta niente sulle barricate del’68. Successivamente, frequentando gli stessi ambienti, Édith e Nicole diventarono amiche.

Nicole stava cercando una storia e Édith elaborò un testo fatto di fughe e suggestioni. Le sue parole raccontavano colori. E fatti intimi di cui avrebbe preso coscienza molto più tardi. «Non era una sceneggiatura, piuttosto una sequenza di racconti da cui Nicole tirava fuori le otto pagine che doveva consegnare. Il risultato era diverso dal mio testo, ma assolutamente fedele alle mie intenzioni. Era molto bello.»

Quelle tavole sontuose,dal ritmo surreale si inseriscono in un sommario in cui la parte del leone la facevano rock e fantascienza – due parole che all’epoca rimavano ancora con testosterone.
Il volume uscì nel 1978. La sua forma e la sua musica erano troppo rivoluzionarie per un ambiente che si definiva volentieri progressista ma che non aveva la capacità di riconoscere e apprezzare le novità. Poco importa. Nicole Claveloux e Édith Zha già si erano messe al lavoro su un’altra storia fantastica. Un treno che si liquefa, una stazione balneare mobile, due detective che hanno rubato alle autrici il loro aspetto. Il libro si intitolerà Morte-saison. Ma è un’altra storia e non ci resta che sperare che Eris la voglia pubblicare in futuro.

Rimane un’ultima, ma non secondaria osservazione da fare ancora: quella riguardante la concezione di Cesare Pavese dell’infanzia intesa come età del mito. Età destinata, però a definire quel destino che il bambino diventato adulto dovrà sapere accettare e rielaborare. Come le due, splendide autrici di La mano verde hanno sicuramente imparato a fare.


  1. La rivista Planète, pubblicata tra il 1961 e il 1971 da Louis Pauwels e Jacques Bergier, è stato un bimestrale che univa con successo la divulgazione scientifica, l’esoterismo e l’insolito, avendo come linea editoriale unicamente l’obiettivo di suscitare la curiosità dei lettori. Nei suoi indici si trovano autori allora poco conosciuti in Francia, come Fredric Brown, Jacques Sternberg, Jorge Luis Borges, Henri Laborit, H.P.Lovecraft e Robert Sheckley. Largo spazio era dedicato agli illustratori, tra i quali troviamo Roland Topor, Jean Gourmelin e René Pétillon.  

  2. Creata nel 1953 da Michel Laclos (e pubblicata da Éric Losfeld prima di essere ripresa, due anni dopo, da Jean-Jacques Pauvert), la rivista Bizarre coltivava l’assurdo e il non-sense, presentandosi come erede irriverente dei Surrealisti. Praticava un vivace eclettismo e aveva aperto le proprie colonne alla giovane generazione di disegnatori, tra i quali troviamo il già citato Topor, Siné, Gébé, André François e Cardon.  

  3. Jean-Louis Gauthey, Introduzione a N. Claveloux & É. Zha, La mano verde e altri racconti, Eris, Torino 2025, p. 12.  

  4. Il numero 19 di Métal Hurlant, uscito nel luglio del 1977, era costruito attorno all’universo creato da Moebius per Il Garage ermetico e per Arzach – battezzato, per l’occasione, Paradiso 9. I collaboratori della rivista furono chiamati a reinterpretarlo a modo loro e Philippe Manoeuvre fu incaricato dei redazionali. Nicole Claveloux disegnò la storia Una giornata in campagna, nella quale abbandonò il suo stile per riprendere con virtuosismo il vocabolario grafico di Moebius.  

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La lotta di Filo Sottile: “Senza titolo di viaggio” https://www.carmillaonline.com/2022/05/30/la-lotta-di-filo-sottile-senza-titolo-di-viaggio/ Mon, 30 May 2022 20:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72122 di Paolo Lago

Filo Sottile, Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi, Alegre, Roma, 2021, pp. 381, euro 16,00.

Senza titolo di viaggio di Filo Sottile, cantastorie, anzi “punkastorie”, e scrittrice, è un libro coraggioso, la cui lettura è assolutamente consigliata a tutti. È un libro di lotta. L’autrice imbastisce una narrazione dalle tonalità autobiografiche e, davvero, ci accompagna in un vero e proprio viaggio attraverso la sua personale battaglia per vedere riconosciuta la sua identità transgender. Un viaggio percorso da clandestina perché, come leggiamo nel risvolto di copertina, [...]]]> di Paolo Lago

Filo Sottile, Senza titolo di viaggio. Storie e canzoni dal margine dei generi, Alegre, Roma, 2021, pp. 381, euro 16,00.

Senza titolo di viaggio di Filo Sottile, cantastorie, anzi “punkastorie”, e scrittrice, è un libro coraggioso, la cui lettura è assolutamente consigliata a tutti. È un libro di lotta. L’autrice imbastisce una narrazione dalle tonalità autobiografiche e, davvero, ci accompagna in un vero e proprio viaggio attraverso la sua personale battaglia per vedere riconosciuta la sua identità transgender. Un viaggio percorso da clandestina perché, come leggiamo nel risvolto di copertina, “i confini di genere, come quelli tra nazioni, sono presidiati. Varcarli è un’impresa. I lasciapassare sono concessi di rado e a condizioni umilianti. Spesso le persone trans, non binarie e queer hanno necessità di passare comunque. Come? Da clandestine. E a volte nei reticolati restano impigliati brandelli di nomi”.

La battaglia portata avanti da Filo (abbreviazione di Filomena) Sottile, però, per come emerge dalle pagine del libro, non è squisitamente privata e personale. Si tratta di una vera e propria lotta che assume i contorni di una opposizione costante e quotidiana alle dinamiche della società capitalistica, la quale si presenta anche come una società di tipo “eterocispatriarcale”. Dopo la lettura di Senza titolo di viaggio si comprende chiaramente come una lotta per una società più giusta, liberata dalla gabbia imprigionante del capitale non possa essere scissa da una contro le quotidiane violenze che vengono riservate a chi semplicemente chiede di essere se stesso senza conformarsi ai modelli imposti dall’alto dallo stesso capitale. Battersi contro quest’ultimo e contro le sue gerarchie significa battersi per una società più umana: ciò vuol dire anche riconoscere come lo sfruttamento capitalistico degli individui intacchi diverse sfere della vita di quegli stessi individui. L’identità è sicuramente una di queste: il capitale impone dei modelli e pretende che vengano seguiti. Non meravigliamoci, perciò, quando capiamo finalmente “che oppressione eterocispatriarcale, asservimento neoliberista e discriminazione razziale sono facce diverse di un unico dispositivo”. Come ci ricorda Michel Foucault, non esiste un solo ed unico potere imposto dall’alto, ma maglie di diversi poteri stretti in connessione fra di loro. Ecco perché – scrive Filo Sottile – “desideriamo mettere in discussione i principi gerarchici, le piramidi di potere, ciò che viene dato per naturale, la violenza quotidiana dell’eterocispatriarcato e del neoliberismo”. Senza titolo di viaggio è la testimonianza di una lotta quotidiana per “sfare” il capitalismo perché, nota Filo, “come dice Stefania Consigliere in Favole del reincanto, «ogni cosa fatta dagli umani – e il capitalismo è una di queste – può altrettanto bene essere sfatta». E anche su questo ci mettiamo tutto il nostro impegno”. Perché, in definitiva, il transfemminismo “non è un progetto riformista” ma “è allo stesso tempo il sogno e la pratica quotidiana della rivoluzione”.

Filo Sottile ricorda poi come la sua vicinanza al movimento NO Tav e la sua militanza in esso siano state fondamentali per portare avanti la propria battaglia. In fin dei conti, anche gli attivisti della Val Susa combattono per rivendicare la propria identità e quella del loro territorio, che non può essere violentato in alcun modo dalle dinamiche economiche imposte dal capitale. Come Filo afferma in un’intervista rilasciata al Collettivo Paolo Uccello (leggibile qui) nel febbraio 2019, è necessario “lottare su tutti i fronti”, “essere il più molteplici possibile”. E, dal movimento No Tav, Filo ha imparato anche che “lavorare sugli immaginari è fondamentale”: infatti, continua nell’intervista, “fino a quando non ti immagini un’alternativa… e lo posso leggere anche in ambito queer: fino a che io non mi sono immaginata che potessi farla io una transizione, che potessi esistere veramente, che potessi dire alla persona che vive con me, a mia figlia, ai miei parenti, ai miei amici, alle mie amiche che io ero così, che finché non ho potuto immaginare che potevo vivere così non me lo sono permessa”.

Senza titolo di viaggio è anche una testimonianza dal periodo del lockdown del 2020 e dei suoi strascichi infiniti. Un periodo in cui il motto “state a casa”, ripetuto fino alla nausea, suonava come una imposizione soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli, di chi, in quello stare a casa non andava incontro a una idilliaca ‘famiglia da Mulino Bianco’ ma a incomprensioni e violenze. Del resto, la stessa nozione di “famiglia naturale”, di “parenti stretti” ai quali era esclusivamente consentito fare visita, suonava come una inaccettabile imposizione di identità burocratica dall’alto. E contro i risvolti burocratici del potere capitalistico, Filo ha dovuto lottare non poco. Raccontando le sue esperienze di lavoro come guida presso il Museo del Cinema di Torino e, successivamente, come bibliotecaria presso le biblioteche universitarie della città, è soprattutto in questa seconda esperienza che si è trovata di fronte l’insormontabilità della burocrazia. Ogni volta che prendeva posto al suo PC e si identificava, invece di “Filomena”, le appariva il nome della precedente identità maschile. Una lotta per rivendicare se stessi e la propria identità si configura anche e soprattutto come una lotta contro i vuoti involucri che il capitale dissemina sul suo percorso, siano essi meccanismi di identità o vie commerciali che annientano l’ecosistema.

Anche da un punto di vista formale, il libro sembra rifuggire la rigidità dei generi prestabiliti, preferendo una fluidità difficilmente identificabile. Non è un saggio ma nemmeno una narrazione puramente autobiografica in quanto aperta a svariate implicazioni di natura sociale, antropologica e politica. La sua apertura formale permette il continuo inserimento di testi in versi (nella direzione del prosimetro) e di canzoni della stessa Filo ma anche di altri compositori amici. È un testo cantato, perché, come leggiamo nel risvolto di copertina, “qui dentro c’è la punk e la folk”, una mescolanza di generi, di forme e di modalità narrative. Come in una magia fantasmagorica e onirica, il testo che Filo ci offre si presenta anche come un lungo racconto fatto a tre streghe (Lena, Mela e Bertìn) che appaiono lungo il Sangone e lungo i corsi d’acqua, delle “masche” piemontesi che però non predicono il futuro perché ancora non è stato scritto. Perché il futuro, come ci insegna Filo Sottile nel suo stupefacente Senza titolo di viaggio, ce lo scriviamo da noi, con il coraggio delle nostre scelte, con le nostre lotte inscindibili da un immaginario resistente che ogni attimo dischiude inediti percorsi di liberazione.

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