Transeuropa – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il sommo revival, di Gabriele Galligani https://www.carmillaonline.com/2023/12/17/il-sommo-revival-di-gabriele-galligani/ Sun, 17 Dec 2023 21:05:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80228 Transeuropa, Massa 2023, pagg.95 € 15

(In questa epoca in cui il politicamente corretto, la cosiddetta cancel culture, un certo timore nell’osare, una ritrosia nella sfida, una museizzazione mediatica della lotta di classe, sembrano avvolgere di un velo opaco una società malata, violenta e ingiusta, una riscoperta di Tondelli può essere addirittura terapeutica. Il suo breve passaggio ha segnato un’epoca. Il suo lavoro letterario ed editoriale, sempre segnato da una puntigliosa ricerca critica e stilistica hanno resa immortale una certa scrittura selvaggia anni Settanta, indifferente alle mode e sprezzante di ogni condizionamento. Questo libro può essere molto utile sia per chi [...]]]> Transeuropa, Massa 2023, pagg.95 € 15

(In questa epoca in cui il politicamente corretto, la cosiddetta cancel culture, un certo timore nell’osare, una ritrosia nella sfida, una museizzazione mediatica della lotta di classe, sembrano avvolgere di un velo opaco una società malata, violenta e ingiusta, una riscoperta di Tondelli può essere addirittura terapeutica. Il suo breve passaggio ha segnato un’epoca. Il suo lavoro letterario ed editoriale, sempre segnato da una puntigliosa ricerca critica e stilistica hanno resa immortale una certa scrittura selvaggia anni Settanta, indifferente alle mode e sprezzante di ogni condizionamento. Questo libro può essere molto utile sia per chi conosce l’autore, e ne ha letto l’opera, sia per chi, nella jungla di un mercato bulimico, ne ha solo sentito parlare. Di seguito pubblichiamo l’introduzione dell’autore, che funziona egregiamente come piano dell’opera. Per motivi editoriali il testo compare senza le note a piè di pagina. MB)

QUATTRO ROMANZI, UNA FORMAZIONE

“Altri libertini”, “Pao Pao”, “Rimini” e “Camere separate”: questo studio sui romanzi di Tondelli concede uno spazio rilevante alla dimensione personale, per molti motivi.

Il primo è che i quattro romanzi sopracitati, ciascuno con modalità diverse, dialogano di frequente con la biografia dell’autore, in quanto presentano personaggi che ne sono alter ego evidenti. In secondo luogo perché sono stati scritti in un momento storico, tra la fine dei settanta e l’inizio dei novanta, in cui le dimensioni di personale e politico sono legate tra loro forse ancor più che di norma, come nello slogan “il personale è politico” coniato proprio in quegli anni. Infine, per via del curioso intreccio tra i romanzi in questione e alcuni elementi biografici del sottoscritto.

Il mio primo incontro con Tondelli è stato con la lettura del suo romanzo d’esordio “Altri libertini”. Poco più che diciottenne, senza saperlo viaggiavo in treno verso la città dove l’autore del libro che sfogliavo aveva studiato una trentina d’anni prima, a quello stesso DAMS (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) in cui andavo a iscrivermi. Il mio ricordo dello shock profondo, suscitato dalle vicende di emarginazione ed eccessi che prendevano vita nel libro, è ancora vivo e mi ha portato a queste pagine. Ciò che più mi aveva colpito delle molte scene in cui degrado e pulsioni erotiche si intrecciavano come non potessero esistere l’una senza l’altra, era l’immediatezza con cui venivano narrate, quasi rappresentassero fatti del tutto ordinari.

Dopo più di un decennio, stringo tra le mani il suo ultimo romanzo, quello più dolente ed intimo, sempre durante un viaggio: un volo da Berlino, città che lasciavo dopo avervi vissuto gran parte degli ultimi anni, e nella quale si svolgeva una parte importante del romanzo che tenevo tra le mani.

Alla fine della lettura, un secondo fattore era sopraggiunto ad accrescere la sensazione di scomodità dei sedili del volo low-cost: lo scarto ingombrante che separava le anime dei due romanzi, il primo e l’ultimo della breve vita dell’autore. Basta un rapido confronto tra le due conclusioni per farsene un’idea: dall’inno all’avventura di “Altri libertini” alla tristezza del protagonista di “Camere separate” che immagina i propri spostamenti da un ospedale all’altro, prima di morire.

Assumendo l’interpretazione proposta da Concolino, per cui i quattro romanzi di Tondelli potrebbero essere accorpati in un unico percorso di formazione, non ho potuto fare a meno di interrogarmi su cosa fosse accaduto nei dieci anni che separano l’esordio dall’ultimo romanzo e che corrispondono, né più né meno, al decennio degli anni ottanta (in cui sono nato).

Due romanzi intermedi, una pièce teatrale, alcuni racconti e moltissimi articoli di costume, fino alla malattia mortale, hanno accompagnato il passaggio dalla protesta e dall’impegno della fine dei settanta all’ingresso nel riflusso, «tragedia dal punto di vista del rampantismo, della superficialità, del becero presenzialismo, di una certa stupidità» . “Weekend postmoderno” è l’etichetta, tanto intrigante quanto ambigua, che Tondelli ha coniato per questi dieci anni.

L’ampiezza dell’argomento mi ha suggerito di individuare un punto d’accesso da cui circoscrivere il campo di ricerca. In questo caso, continuando ad affidarsi alla dimensione personale (ma, si vedrà, anche politica), si è scelta la comunanza dei percorsi di studio tra Tondelli e il sottoscritto, nella fattispecie l’elemento dello spettacolo che, oltre a vivere un periodo di esplosione proprio negli anni ottanta, riveste un ruolo, questa è la mia tesi, determinante nel grande Bildungsroman di Tondelli. Quasi ne costituisse un personaggio ricorrente, è sembrato importante ricostruirne l’aspetto nelle varie narrazioni di Tondelli, un aspetto che si avvicina all’archetipo ambiguo, mutevole e problematico dello shapeshifter .

Punto di partenza è la consapevolezza di Tondelli di appartenere alla prima generazione italiana cresciuta davanti alla televisione , dichiarazione da leggersi come rivendicazione della sua scelta, per certi versi gramsciana, di ricorrere a linguaggi ed elementi dell’intrattenimento per toccare un pubblico quanto più eterogeneo possibile .

L’intento di questa ricognizione è rintracciare gli elementi della cultura nazional-popolare nei romanzi di Tondelli nel tentativo di definire le modalità con cui vengono piegate dalla sua scrittura (o, al contrario, con cui la piegano) e individuarne l’evoluzione, non tanto a fine catalogatorio quanto per coglierne l’influsso rispetto alle problematiche principali dei suoi romanzi: emarginazione, abbandono e solitudine.

Questo approccio ambisce a fornire elementi utili a comprendere la malinconia esistenziale che caratterizza l’autore, definito «scrittore del magone» , quasi che il suo rapporto con lo spettacolo sin dall’opera d’esordio già prefigurasse gli esiti che caratterizzano l’ultimo, introspettivo viaggio di “Camere separate”.

L’ipotesi da cui prendo le mosse è la seguente: i romanzi di Tondelli – oltre che opere di impegno politico sfaccettato e di riflessione sul rapporto tra generazione, individuo e società – costituiscono una preziosa resa narrativa di importanti teorie critiche sulla società tardo-capitalistica, al punto da precorrere dinamiche concretizzatesi anche decenni dopo la sua morte, con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione e dello spettacolo. Di rimando, molte di queste teorie critiche sembrano sorprendentemente efficaci nell’illuminare alcuni elementi impliciti dei romanzi di Tondelli, collegabili alla nostalgia e al magone dell’autore.

Nell’analisi che segue, le scene più significative (e scandalose) del grande Bildungsroman in quattro romanzi dialogheranno con scritti di teorici accomunati da una stessa volontà di analizzare, con discipline e strumentazioni diverse, la condizione di malessere derivante da una sorta di bug della nostra società: il situazionista Guy Debord – cui si deve l’espressione “società dello spettacolo”, il sociologo Jean Baudrillard, i filosofi Mark Fisher e Byung-Chul Han e molti altri.

Lo studio si costituisce di cinque capitoli, uno per ciascuno dei quattro romanzi di Tondelli, seguiti da una chiusura che interroga il “fuori campo” dei romanzi, la raccolta “Weekend postmoderno”, quaderno del viaggio spazio-temporale negli anni ottanta in cui lo spettacolo manifesta in maniera lampante il legame con altri esiti della società tardo-capitalista, quali la pornografia, il turismo, la diffusione dei nonluoghi ed il consumo. Rispetto a questi fenomeni, in corso di svolgimento all’epoca e oggi assodati, Tondelli è stato un osservatore e narratore particolarmente attento, quasi che lui stesso vivesse in sé stesso la metamorfosi che era in corso nel mondo.

Il primo capitolo prende le mosse dalla presunta oscenità del romanzo d’esordio, con lo scopo non di mitigarla (visto che quella stessa oscenità aveva colpito anche il sottoscritto) ma di valorizzarla e farla esplodere. A partire dalla contestata scena di masturbazione tra tossici nei bagni pubblici della stazione, si leggeranno i “libertini” sulla base di una loro insoddisfazione e bisogno esistenziali profondi, rispetto a cui lo spettacolo (nelle sue varie forme) interviene per bisbigliare una risposta.

Il secondo capitolo riflette sul paradosso insito nel romanzo altamente autobiografico “Pao Pao”, nel quale una sorprendente ricchezza di situazioni di vita e di affetti germoglia nel mondo solitamente restrittivo, anche rispetto allo spettacolo, della caserma militare.

Il terzo capitolo esplora il tripudio di kitsch e paillettes della Rimini hollywoodiana di Tondelli, dove il vissuto si confonde con lo spettacolare annebbiando la lucidità degli osservatori più acuti, in un romanzo poco riuscito nel quale i tanti personaggi sono appesantiti dalla sensazione di un’apocalisse greve come l’afa estiva.

Il quarto capitolo, dedicato all’ultimo romanzo, indaga in merito al sospetto di correità dello spettacolo nella situazione di abbandono e infelicità esistenziale in cui vive il protagonista appena trentenne, Leo, alter ego del coetaneo Tondelli e, come lui, scrittore.

]]>
Chi comanda in letteratura? https://www.carmillaonline.com/2021/04/01/chi-comanda-in-letteratura/ Thu, 01 Apr 2021 20:21:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65583 Entriamo nel dibattito su letteratura/editoria/mercato con un contributo dell’editore di Transeuropa e fondatore del gruppo Imperdonabili (M.B.).

di Giulio Milani

Come e perché operare un assalto ai protocolli delle scrittura industriale.

Nel mio match con Antonio Franchini, di cui si può leggere qui una sintesi parziale, è emersa una questione decisiva, per chi come me si occupa di ricerca letteraria: la grande industria editoriale del nostro Paese non ha un piano culturale, lavora troppo e si affida alla fortuna, vivacchiando su risultati di piccolo cabotaggio che non implicano [...]]]> Entriamo nel dibattito su letteratura/editoria/mercato con un contributo dell’editore di Transeuropa e fondatore del gruppo Imperdonabili (M.B.).

di Giulio Milani

Come e perché operare un assalto ai protocolli delle scrittura industriale.

Nel mio match con Antonio Franchini, di cui si può leggere qui una sintesi parziale, è emersa una questione decisiva, per chi come me si occupa di ricerca letteraria: la grande industria editoriale del nostro Paese non ha un piano culturale, lavora troppo e si affida alla fortuna, vivacchiando su risultati di piccolo cabotaggio che non implicano né producono nessuna questione di poetica né di politica. Sono cose che sapevamo, è vero, ma sentirlo ammettere con tanto candore è un elemento su cui riflettere, forse addirittura una buona notizia. I mezzi di produzione sono saldamente in mano a un’industria familistica di stampo otto-novecentesco e a una compagine di letterati editori – Franchini, Rollo, Repetti e i loro allievi –, che si limitano in modo arreso e spesso consapevole a una ricezione passivo/aggressiva dell’esistente.

Riprendo qui i punti salienti delle mie contestazioni:

1. Come Imperdonabili abbiamo parlato, fin dai primi manifesti, di paradigma o per meglio dire “paradogma” Rollo/Franchini, affiancando al direttore editoriale della narrativa italiana di Mondadori (oggi in Bompiani) l’altro letterato editore a capo della narrativa Feltrinelli più o meno negli stessi anni. Questi sintomatici guardiani dell’accesso sono letterati novecenteschi, che hanno lavorato e insegnato con strumenti, saperi, tecniche alle volte vecchi di cinquant’anni. In particolare, hanno impiegato soprattutto il protocollo di scrittura industriale del “minimalismo all’italiana”, ovvero una scrittura piatta, banale, completamente serva, questa sì, di una narrazione sempre epigonale, mai innovativa, sulla base di modelli come il minimalismo statunitense, appunto, che alla fine è soprattutto un protocollo di scrittura industriale codificato dagli editor di quel Paese e buono per qualunque genere. Con questo, non rimprovero agli editor di una grossa industria editoriale di fare scrittura industriale, ma di non essere riusciti a fare la differenza neanche dal punto di vista commerciale, visto che queste soluzioni non hanno conquistato una nuova generazione di lettori, ma producono la lontana eco di un valore letterario defunto presso un pubblico sempre più vecchio e svanente, nella più completa indifferenza di quella generazione che va dai venti ai quarant’anni, per esempio, o della working class – assolutamente sottorappresentata. Dunque i Nostri continuano a imperversare, occupando ogni frequenza disponibile, nonostante le loro proposte siano carenti anche dal punto di vista degli obiettivi commerciali per cui teoricamente lavorano.

2. Questi esiti non sono solo il risultato dei ridotti margini di manovra dell’industria editoriale italiana, ma alla fine rappresentano l’esercizio di una vera e propria scelta, che potremmo chiamare il pregiudizio estetico minimalista: i summenzionati editor, scrittori in proprio, hanno fatto in modo di togliere autorialità agli scrittori veri, mandando avanti (o al macello, il più delle volte) scriventi un tanto al chilo che durano una stagione e poi vivacchiano con le comparsate ai festival, i corsi di scrittura per begonzi, gli articoli addomesticati, accumulando dal punto di vista editoriale una serie di ribollite sempre più indigeste. Invece hanno riservato per le loro opere personali un profilo basso, laterale, con editori piccoli ma stimati, come a segnare una differenza rispetto all’apparato mainstream da loro stessi colonizzato e depotenziato. Di questo aspetto, che balza agli occhi, è consapevole anche una parte del vecchio pubblico di lettori, che oggi ignora o snobba le loro proposte per manifesta mancanza di un’autentica rappresentatività letteraria.

3. In definitiva, non hanno consentito all’industria editoriale di rinnovare le proprie file in base al merito, tenendo sempre le difese immunitarie altissime, evitando con cura di inserire possibili competitor nella loro comfort zone, allevando giovani funzionari ammaestrati e lavorando solo in base alle relazioni di spogliatoio, come si dice con un termine calcistico, e alla loro idea fallimentare di scrittura.

Ciò detto, per ribadire una prospettiva di conflitto inconciliabile con questo agonismo facile e autoriferito, questo perenne giocare in un campo dove l’arbitro e il giocatore sono le stesse persone, Davide Bregola ha trovato una definizione perfetta per la poetica del paradogma Rollo/Franchini, che poi è anche un programma politico della sinistra della ZTL: il cinismo empatico. Poiché la sinistra è ormai questo, una costola della destra: da una parte ha interiorizzato il cinismo dell’apparato tecnico-industriale, dall’altro finge di interessarsi ancora dei problemi delle persone, ma lo fa da una prospettiva ventriloqua e populista, la stessa che adesso mette in campo la narrazione sulla “salute come bene supremo” solo per sublimare il concetto destrorso di sorveglianza, decoro & sicurezza, che erode tutti i nostri diritti a partire da quello al consenso. Una forma di ipocrisia totale, insomma, che oggi rappresenta una frattura antropologica tra narratori covidisti e resistenti, mentre in termini di mercato consiste per esempio nello scegliere temi, personaggi e scrittori che possano essere spesi nell’ambito del pandemic & politically correct e della morale già bell’e cotta.

Questo è il motivo per cui ho sottoposto all’attenzione degli addetti ai lavori un riferimento al modo in cui lavora oggi l’industria cinematografica, che invece non ha gli stessi problemi di sotto-rappresentanza sociale, politica e generazionale, o comunque non ha gli stessi problemi di natura commerciale, e ha saputo rinnovare il proprio repertorio tecnico. Almeno questo, voglio dire, l’industria cinematografica ha saputo farlo: rendere la propria offerta ancora più ricca di occasioni di semplice intrattenimento, o di cassetta, ma anche di film più sperimentali, innovativi, vicini al sentire dell’arte. L’una si nutre delle innovazioni dell’altra, alzando l’asticella della produzione media. Per farlo, l’industria cinematografica ha allargato o reso possibile l’incremento del numero e delle competenze delle figure che intervengono nella parte alta della filiera della produzione industriale, quella artistica: si pensi alle case di produzioni indipendenti, alle parternship internazionali e alla figura dello showrunner come delle writers’room, che vengono in soccorso ai registi o agli sceneggiatori per alzare la qualità media delle produzioni. E se alzi l’asticella della produzione media, puoi ottenere la squadra che valorizzi anche l’autore vero, quello che emerge dall’industria con tutti i suoi valori artistici pressoché inalterati. Insieme a Netflix, infatti, convive Mubi, e su Mubi come su Netflix è possibile avere un osservatorio di quanto più ampia e diversificata sia la ricerca internazionale dell’industria cinematografica rispetto a quella editoriale. Il fatto che lo stesso discorso si possa applicare anche all’industria editoriale degli Stati Uniti, come risulta da questo prezioso contributo di Martina Testa sull’omologazione letteraria all’estero, rappresenta a mio avviso la dimostrazione della tesi: abbiamo un problema ai vertici, prima che alle basi della produzione letteraria.

In conclusione, emerge una volta di più la necessità di pensare al modo più appropriato per vivere la sfida del proprio tempo in maniera non succube delle dinamiche industriali, ma critica, allargata e determinata a incidere nel software culturale del Paese da una prospettiva libertaria, dissidente. Questo è il motivo per cui sto lavorando, con gli Imperdonabili, a un progetto editoriale che sia capace di cambiare le modalità di produzione e di distribuzione dell’opera letteraria, una specie di assalto ai mezzi della produzione culturale e ai protocolli di scrittura vigenti che tenga conto, senza ipocrisie, delle caratteristiche del teatro operativo: in letteratura comandano gli editor.

]]>
Notizie dal Fantabosco https://www.carmillaonline.com/2019/11/28/notizie-dal-fantabosco/ Thu, 28 Nov 2019 22:18:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56453 di Mauro Baldrati

Esiste un certo movimento nel piccolo, intricato fantabosco letterario/editoriale. Sembrano i segnali di una rivolta verso l’omologazione dei “prodotti”, verso il potere di una “specie letteraria protetta” fatta dei soliti noti. Si stigmatizza la mediocrità delle proposte, per esempio l’ultimo libro di Sandro Veronesi, uno dei vip letterari più protetti e premiati, uno scritto piuttosto banale, viene detto (noi non l’abbiamo letto).

Non è una novità assoluta. Già in passato un gruppo di scrittori ed editori aveva tentato di formare un collettivo per combattere la stessa identica deriva. [...]]]> di Mauro Baldrati

Esiste un certo movimento nel piccolo, intricato fantabosco letterario/editoriale. Sembrano i segnali di una rivolta verso l’omologazione dei “prodotti”, verso il potere di una “specie letteraria protetta” fatta dei soliti noti. Si stigmatizza la mediocrità delle proposte, per esempio l’ultimo libro di Sandro Veronesi, uno dei vip letterari più protetti e premiati, uno scritto piuttosto banale, viene detto (noi non l’abbiamo letto).

Non è una novità assoluta. Già in passato un gruppo di scrittori ed editori aveva tentato di formare un collettivo per combattere la stessa identica deriva. Si cercava di proporre opere nuove, una sorta di “cura” della malattia subculturale attraverso una rete alternativa di editoria e soprattutto di distribuzione. Davide Brullo, su Pangea, ha richiamato alcuni di questi tentativi – di queste battaglie.

Quanto è durato? E quali effetti ha prodotto? Non sappiamo. E comunque gli effetti, se ci sono stati, non sono molto visibili. Questo piccolo, povero mondo va avanti per conto suo, col solito culto del personaggio, i libri-non libri che scalano le cosiddette classifiche e vincono i premi, mentre tutto un popolo di autori è costretto ad assistere a questo spettacolo da una nicchia sovraffollata. Si sente, tangibile, la rabbia, una rabbia giusta. E la frustrazione. Come una disperazione. Perché tutto cambia, le tecnologie, le mode, ma come dice Tancredi: “Perché tutto rimanga così com’è tutto deve cambiare”.

Oggi un nuovo gruppo si affaccia sulla scena della rivolta. Autori di varia estrazione cercano di mettere su un cartello di siti, di blog, chiamato Gli Imperdonabili (dal titolo di un libro di Cristina Campo). “È arrivato il momento di alzare la testa” scrive Veronica Tomassini, un’autrice del gruppo. Il tutto nasce da un’idea dell’editore di Transeuropa Giulio Milani, che pubblica alcuni di questi autori. Scrivono articoli, postano sui social, cercano di diffondere un’idea diversa di editoria e di letteratura. Un processo creativo ed editoriale rivolto verso la qualità e la ricerca, e non solo al profitto facile. Scrive Milani: “Costruiamo una rete di editori che sviluppi la collana degli Imperdonabili come una collana in coedizione, ovvero una società di scopo con il compito di sperimentare nuovi temi, nuovi autori, nuove tecniche narrative e rompere gli equilibri prevalenti. Mettiamo in rete i nostri blog, i nostri siti, i nostri contatti e i nostri autori, troviamo il distributore adatto e partiamo con la sperimentazione (…) fondiamo un movimento con le caratteristiche di innovazione dei minimalisti e l’attitudine incendiaria delle avanguardie storiche. Chi è interessato, tra gli editori disallineati, ce lo faccia sapere e condivida queste informazioni.”

E oggi quanto durerà? E che effetti produrrà?

La mia risposta, personalissima e, spero, non attendibile, è: non durerà e non produrrà nulla. Voglio sottolineare che mi auguro esattamente il contrario. Forse qualche autore scalerà la piramide e pubblicherà un libro per gli agognati grandi editori, e i giornali mainstream si occuperanno del movimento, con qualche paginata (qualcuno l’ha già fatto), e tutto finirà lì. Perché è già successo. Perché questa è la storia. Questa è la macchina. Questo è il sistema. Che non cambia. Perché non può cambiare.

Ma vediamo di indagare sulle cause di tutto ciò. Che sono straordinariamente semplici, e vengono da lontano.

“Sistema ” significa insieme, concatenazione. Infatti è tutto concatenato: i giornali che contano sono di proprietà, o in qualche modo foederati, con le aziende che possiedono anche gli editori, i quali sono a loro volta foederati coi distributori. Ma questo tutti lo sanno. Ed è una concausa secondaria, non strutturale. Invece c’è un elemento di cui nessuno si occupa, quando ci si lancia nelle analisi della situazione: il lettore. E’ lui la chiave. E’ lui che compra i libri di Paolo Bonolis, di Fabio Volo, di Bruno Vespa. E gli editori non sono delle entità malvagie. Pubblicano ciò che si vende. Oggi il requisito principale non è la qualità, ma se vende in tempi brevi. L’editore si adegua. Se il lettore comprasse i romanzi degli ex brigatisti, l’editore li pubblicherebbe.

Ma perché il lettore compra questi libri, e non le ricerche artistiche/letterarie di chi è “fuori”? E perché i dati delle vendite sono così in calo? Perché è scemo?

Il fatto è che nessuno, per quanto ne so, si è mai interessato alle difficoltà del lettore. Prendiamo i giovani, i quali, storicamente, sono sempre stati considerati i lettori più forti e più curiosi. Vorrei portare alcuni esempi che conosco bene, perché io stesso ne sono coinvolto: il mondo delle ambulanze, e delle navette sanitarie che portano in giro i pazienti cronici. Poiché spesso sono costretto a usarle, parlo con gli autisti, quasi tutti giovani. Sono impegnati dalle 6 del mattino alle 8 di sera. 14 ore. Quanti ne sono a conoscenza? E i commessi degli store sportivi, tutti giovani: dieci ore al giorno, sempre in piedi. E i camerieri? Per non parlare dell’enorme bacino del lavoro precario, anche qui dieci ore di lavoro, e straordinari, talvolta non pagati, per stipendi ignobili. Come fanno questi giovani a leggere? Dove trovano il tempo? Ma non è solo questione di giovani. La vita di tutti si è complicata. Il lavoro non c’è, oppure è ridotto a merce, a schiavismo. Si arriva a sera esausti, con la testa piena di problemi. Dov’è il tempo di leggere? Dove sono i soldi? Dove sono le energie per fare ricerca, per scovare autori nuovi, che magari scrivono pure difficile?

In questo scenario pensare di cambiare il mondo editoriale dall’interno è pura illusione. C’è una riflessione importante di Antonio Gramsci, sulle “tesi”: una tesi sbagliata, reazionaria, non si cambia dall’interno. Non si riforma. Si può solo abbatterla e sostituirla con una affatto nuova. Per Gramsci la “tesi” era soprattutto l’impalcatura filosofica-politica di Benedetto Croce, ma è il Sistema. E il Sistema non si riforma dall’interno, perché divora i riformatori. L’esempio più eclatante è il Movimento 5 Stelle. Nati come rivolta antisistema, nella loro ignoranza della storia sono entrati nel meccanismo e sono stati vampirizzati. Oggi non ne resta quasi più nulla. Perché non hanno un progetto.

Per cui gli scrittori e gli editori che combattono contro il sistema editoriale/letterario non hanno che una soluzione: combattere il Sistema stesso. Il padre e la madre, il Signore col quale condivide le modalità, le sottoregole, l’opportunismo. Contrastarlo, coi loro mezzi, coi loro blog, i loro articoli. Qui nessuno invoca una scrittura didascalica a trinariciuta, ma cos’è la letteratura se non una rappresentazione della vita? E la vita è politica. E’ conflitto, scontro. E’ lotta contro lo sfruttamento. Quindi la letteratura è politica. Non è un circolo chiuso. Non c’è aria lì dentro. Oggi il Sistema è fatto di disuguaglianze apocalittiche, di solitudini pubbliche, di guerre. E’ fatto di paure, coltivate ad arte dalla politica attraverso i media, controllati dai padroni. Sì, i vecchi, eterni padroni, perché sono loro che dominano un popolo di sudditi più o meno inconsapevoli. Sono loro che obbligano gli stati-satellite a essere liberisti coi ricchi e rigoristi coi poveri. Il sistema editoriale, come parte del Sistema, non si cambia se il lettore non cresce, non crede in un’etica. E il lettore non cambierà se non gli arrivano dei messaggi credibili.

Quindi non c’è alternativa, per gli abitanti del Fantabosco, se non superare il concetto di “rivoluzione artistica” fine a se stessa per entrare in quello di rivoluzione e basta (pacifica, va da sé). Ovvero politicizzarsi. Politica, sì, fatta di denunce dell’asservimento dei media, dello sfruttamento del lavoro, della distruzione dei servizi. Usando il talento, la satira, i generi letterari, la critica letteraria. Basta dire “basta” nel circolo chiuso. Sono grida nel vento. Parole nel deserto. Alzare la testa per uscire dal giro, allargare la mente e denunciare, spiegare. Credere nella lotta. Essere generosi.

E c’è un altro dato, che mi serpeggia nella mente come sospetto: scoprirmi politicamente? Definirmi comunista (perché è questa la riduzione comica che l’Immaginario Unico fa di chi contesta veramente; siamo ancora nell’onda lunga della Guerra Fredda, dopo una sessantina d’anni) nel paese del Centro eterno, il paese dell’ipocrisia al potere? Non ci penso nemmeno. Equivale al ghetto perpetuo. Vero. Ma si può essere più ghettizzati di così? Non basta assistere tutti i giorni a questa passerella di signorotti, giù dai livelli inferiori?

Inoltre sono convinto, anzi, sono sicuro, che assumendo questo coraggio, e questa apertura mentale, la qualità letteraria migliorerebbe. Perché sotto la cappa, dove ci sono i libri, solo i libri, e le recensioni, e le presentazioni, l’ambiente è povero. E’ asfittico, e triste. D’altra parte c’è chi lo fa. Conosco autori che, pur pubblicando per grandi editori, ogni giorno analizzano i meccanismi subdoli dei media servi, l’opera incessante delle orde della destra fascio-leghista che porta con sé l’ignoranza, la violenza mentale, la volgarità che avvelenano le menti di chi poi dovrebbe comprare i libri.

E qualcuno – molti? – tutti? – dirà: ma per favore. Io scrittore dovrei entrare nella sporca, rozza politica bugiarda inutile? Neanche morto.
E va bene. Restate pure così.
Però il tempo passa e sarà sempre peggio.
E al peggio, ormai è dimostrato, non c’è limite.

]]>
Cancellare la città, di Marco Aragno https://www.carmillaonline.com/2018/09/28/cancellare-la-citta-di-marco-aaragno/ Thu, 27 Sep 2018 22:03:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48909 Transeuropa editore, Massa 2018, pagg. 224 € 15,99

[Wildworld è una collana fondata dall’editore Transeuropa, con una connotazione precisa: i libri escono con una cadenza seriale, quasi come capitoli di una storia a puntate, benché i personaggi e i luoghi siano ogni volta diversi. E’ uno sguardo sulla realtà che non concede sconti: il mondo – i mondi – sono esplorati nei loro aspetti più contraddittori e violenti, con un’attenzione particolare a eventi di cronaca che in qualche modo hanno inciso sull’immaginario collettivo. Il primo titolo, che è diventato [...]]]> Transeuropa editore, Massa 2018, pagg. 224 € 15,99

[Wildworld è una collana fondata dall’editore Transeuropa, con una connotazione precisa: i libri escono con una cadenza seriale, quasi come capitoli di una storia a puntate, benché i personaggi e i luoghi siano ogni volta diversi. E’ uno sguardo sulla realtà che non concede sconti: il mondo – i mondi – sono esplorati nei loro aspetti più contraddittori e violenti, con un’attenzione particolare a eventi di cronaca che in qualche modo hanno inciso sull’immaginario collettivo. Il primo titolo, che è diventato un piccolo caso editoriale, La notte dei ragni d’oleandro, di Mario Bramè, rielabora, da un punto di vista personalissimo, la tragedia del Bataclan a Parigi, il 13 novembre 2015. Trascinando il lettore in un intreccio infernale, con un ritmo serrato, l’autore crea un mix nichilista di realtà e fiction che non lascia indifferenti.
Il secondo titolo, Sotto il suo occhio, di Giulia Seri, si ispira ai casi di pratiche revenge porno, una discesa nell’incubo del tradimento e della violenza psicologica, con uno stile expanded che tende ad aumentare l’intensità del reale e dei luoghi oscuri.
Il terzo, in uscita il 26 settembre, è Cancellare la città, di Marco Aragno, il quale con la perfetta cadenza del giallo ci porta in un mondo post-apocalittico (che identifichiamo con la Terra dei Fuochi) dove la fiamma chimica brucia senza sosta, una combustione tossica, velenosa, in una terra malata e devastata dall’abbandono, dalla crudeltà e dal razzismo.
Il quarto romanzo, atteso per novembre, si intitolerà Nessun limite oltre il cielo, di Luca Cherubino, ci guiderà in un polar che indaga l’abisso della rete e della follia dei giochi a rischio mortale tra i ragazzi.
Tutti i romanzi sono stati realizzati col crowfunding, una forma di finanziamento trasversale che vede la partecipazione dei lettori, e i proventi hanno coperto il 50% delle spese di edizione.
Di seguito pubblichiamo un estratto del primo capitolo. M.B.

***

Appena fuori, fu travolta dalla puzza di bruciato: cadeva dall’alto. Il cielo sopra di lei era torbido, velato dai fumi della Resit in fiamme. La macchia rossa scavalcava le cime dei palazzi, tracimava nel suo campo visivo.
Lei palpò la borsetta, prima di camminare: si sincerò che fosse al suo posto, aggrappata alla spalla, vicina al suo corpo. Fu travolta da un’ondata di calore che le si attaccò sulla pelle,
mentre si dirigeva verso la stazione dei carabinieri.
Passò davanti a un negozio di street food, sfilò davanti a un gruppo di africani, che la fissarono. La cameriera guardò a terra, tirò dritto.
Arrivò alla macchina, la sua Fiat Panda; l’aprì, buttò la borsetta sul sedile passeggero e si sedette nell’abitacolo. Lanciò uno sguardo nello specchietto retrovisore prima di girare la
chiave e ingranare la prima.
La circonvallazione era semideserta, a quell’ora. Qualche auto diretta agli alberghi sul lungomare per incontri tra amanti clandestini; una prostituita nera con la parrucca bionda, sul ciglio della strada, si schiaffeggiava il sedere per attirare gli automobilisti.
Amanda superò un sovrappasso, con lo sguardo su una fila di pini marittimi esangui, piantati a forza dentro lo spartitraffico centrale. La caserma dei carabinieri era vicina. Altre due, forse tre rotonde: varcato l’ingresso, avrebbe messo fine a un incubo.
Ingranò la quarta ed entrò in una rotatoria. Attraverso il vetro appannato del parabrezza guardò la colonna di fumo nerastra sopra le antenne dei palazzi, il fungo che sorgeva oltre
i cornicioni e sputava il suo respiro tossico sulla città.
Per quello avrebbe denunciato tutto? Per riportare il sereno negli occhi della gente? O solo per sua sorella?
Socchiuse un attimo gli occhi, quasi si addormentò, finché un ruggito di motori non esplose alle sue spalle.
L’auto sbandò, le ruote strisciarono sull’asfalto perdendo di aderenza. Le mani si avvinghiarono allo sterzo.
Amanda guardo nello specchietto: uno sciame di abbaglianti in movimento.
Chi cazzo era?
«Bellissima! Sei un angelo!»
Un muccusiello a bordo di un SH, si e no diciassette anni, picchiò il vetro con le nocche; dietro di lui altri due scooter con quattro compagni in felpa e cappuccio che strombazzavano
saltellando sulla sella.
«Ma andate a fare in culo a casa vostra, ’sti pezzi di merda.»
Amanda sbuffò. Poi accelerò, riporto gli occhi sulla strada e distaccò i tre scooter quanto bastava per vederli rimpicciolire nel retrovisore. Era bella, le dicevano. I tratti di un viso delicato induriti dalla prima maturità; le curve dei seni che si intuivano sotto le camicie slim fit. Era abituata alle peggiori avances.
«Yooo!» Il tipo sul motorino cacciò fuori un grido selvaggio. Portava i capelli con la riga laterale disegnata dal rasoio elettrico; aveva un sopracciglio sfregiato. Si alzo sulla pedana del mezzo, poi affondò il culo sulla sella e impennò trascinandosi per metri sulla ruota posteriore.
Lei seguì la scena attraverso lo specchietto, finché non vide il centauro perdere l’equilibrio e schiantarsi contro la ruota del compare in sella all’altro scooter.
«Teste di merda.»
Amanda Fiorino rimase di nuovo da sola nel silenzio dell’abitacolo: davanti a sé la striscia d’asfalto della circonvallazione, che la separava dai carabinieri. Altri cavalcavia, decine
di stradine ai lati, che si diramavano nel nulla delle campagne.
Affondò sull’acceleratore, il cuore le aveva preso a pulsare come un corpo estraneo, un sasso piantato tra le costole. Ma c’era quasi. A un passo. Altri mille metri e sarebbe stata in un luogo protetto; si sarebbe seduta in un ufficio pieno di pc e coi faldoni alti mezzo metro; avrebbe raccontato, incrociando lo sguardo del maresciallo, la sua verità.
Tirò un respiro. Rallentò. Accese la radio e regolo il climatizzatore. Guardò di nuovo il cielo, cercò uno sprazzo di sereno tra le scie di fumo. Fissò la luce di alcune stelle che proiettavano sul parabrezza l’orma di una galassia sicura, un rifugio, forse una costellazione lontanissima di cui non ricordava il nome.
Sorrise.
Finché un rumore sordo dal lato dello sportello posteriore non la fece sussultare. Una botta?
Rallentò, scalò di marcia, guardò a destra e sinistra per vedere cosa fosse. Niente. Era sola. Puntò gli occhi nel retrovisore: pochi metri dietro, in sosta, c’era una vettura scura. Un Suv.
Che l’avesse colpita senza accorgersene?
L’auto si mise in moto, accese i fari e si affianco alla sua Panda. Il finestrino calò e sul sedile del passeggero prese corpo nella penombra una faccia scura. I lineamenti erano indistinguibili, seminascosti nel buio dell’abitacolo: «Lei ci ha urtato lo specchietto. Non se n’è accorta?»
La ragazza abbassò il finestrino e cercò di dare un’occhiata in cerca di ammaccature. «Cosa, scusi?»
Dall’abitacolo del Suv uscì la nube di vapore bianco di una sigaretta elettronica. Il passeggero sporse l’avambraccio, mostrando un tatuaggio. Poi allungò il collo oltre il bordo
dello sportello e lasciò che la luce giallastra dei lampioni gli disegnasse la faccia: capelli rasati, denti piccoli sotto gengive rosse, zigomi butterati ricoperti da una barba sfatta.
«Lo specchietto, vede? Ce lo ha rotto.»

]]>
Una luna a metà, di Fabio Morpurgo https://www.carmillaonline.com/2017/04/19/luna-meta-fabio-morpurgo/ Tue, 18 Apr 2017 22:03:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37589 di Mauro Baldrati

Qualcuno ha lasciato accesa la luna nel bagno soltanto a metà, di Fabio Morpurgo, Transeuropa 2017, pp 250 € 13,60

milani morpurgoE’ opinione diffusa che i racconti, in Italia, abbiano vita difficile. In molti si sono chiesti perché, ma non esiste una risposta certa. I lettori preferiscono il romanzo, forse come investimento, chissà. L’editore Transeuropa ha appena pubblicato una raccolta di racconti di Fabio Morpurgo, che è al suo primo libro. Ma l’editore non si è accontentato di andare in controtendenza con la formula editoriale, ha infranto anche [...]]]> di Mauro Baldrati

Qualcuno ha lasciato accesa la luna nel bagno soltanto a metà, di Fabio Morpurgo, Transeuropa 2017, pp 250 € 13,60

milani morpurgoE’ opinione diffusa che i racconti, in Italia, abbiano vita difficile. In molti si sono chiesti perché, ma non esiste una risposta certa. I lettori preferiscono il romanzo, forse come investimento, chissà.
L’editore Transeuropa ha appena pubblicato una raccolta di racconti di Fabio Morpurgo, che è al suo primo libro. Ma l’editore non si è accontentato di andare in controtendenza con la formula editoriale, ha infranto anche un altro enunciato, il titolo breve. La raccolta infatti si intitola Qualcuno ha lasciato la luna accesa nel bagno soltanto a metà.
Si tratta di racconti ambientati in Australia, dove l’autore ha vissuto a lungo, sospesi in una dimensione di mezzo tra il fantastico e il reale. Pubblichiamo un estratto del primo testo, dal titolo La strega dell’Oak Tree (MB)

“La porta tintinnò. L’aria umida s’intrufolò con una ventata e il rumore della pioggia ruppe la quiete incolore del negozio. Bert Jansch fu trascinato via dai propri pensieri. Guardò: c’era una figura minuta sulla soglia, il cappuccio calato sugli occhi e un grosso zaino sulle spalle. Subito sentì la porta richiudersi, e vide la figura far scivolare a terra il proprio ingombrante bagaglio e togliersi il giubbotto grondante d’acqua. Era una ragazza, i tratti un po’ spigolosi delle adolescenti che nascondevano lineamenti delicati, quasi volpini. Vestiva con dei pantaloni troppo larghi per le sue forme magre e indossava un bizzarro maglione verde scuro. I capelli castano chiari sembravano
tagliati da una mano inesperta, tenuti corti, a caschetto, in una di quelle pettinature che sarebbero andate trent’anni prima. Bert fu colpito dalla brutta cicatrice scura che portava sul viso, una ferita
che dalla bocca le risaliva lungo lo zigomo per fermarsi vicino a due occhi che si guardavano attorno incuriositi. La ragazza era bagnata dalla testa ai piedi, e si affrettò a liberarsi anche delle scarpe di tela che portava. Sedendosi a terra, si asciugò i piedi con un asciugamano che tirò fuori dallo zaino; lo fece con grande attenzione, passandolo tra le dita senza alcun imbarazzo.
– Ce le hai delle scarpe? – chiese a bruciapelo, nel rivolgersi a Bert.
– Dietro, da quella parte, – rispose lui dopo un attimo, vincendo l’iniziale sorpresa.
La ragazza camminò a piccoli passi molleggiati verso la parte opposta del negozio. Si mise a guardare distrattamente tra gli scaffali ed esaminò le scarpe da ginnastica esposte. Erano scarpe senza troppe pretese, e non ne erano rimaste che quattro o cinque paia. Ne prese un paio di un rosso accesso e passò un dito sulla suola della gomma. Si sedette per terra e provò a infilarsele.
– Roba economica, eh? – disse lei, mentre tentava di far scivolare il tallone dentro.
Il vecchio, con uno sguardo torvo, parve accorgersi di lei per la prima volta.
– Non entreranno mai senza calzini, – borbottò. – E fuori si bagneranno in meno di cinque passi, – aggiunse.
La ragazza non lo badò e ed ebbe ragione delle scarpe solo dopo aver lottato contro i lacci che, fino all’ultimo, tentarono di intrappolarle le dita. Era rossa in volto, ma parve soddisfatta. Ne godette i
frutti con un momento di riposo, prima di immergersi in una lunga riflessione sulle proprie estremità vestite a nuovo. Prese lo slancio battendo le scarpe le une contro le altre, si alzò e, per testare la rigidità delle suole, camminò a grandi passi intorno alla sedia dove era seduto il vecchio, senza curarsi di staccare gli occhi dai propri piedi nemmeno per un istante. Il suo vagare la portò di nuovo di fronte a Bert, che omaggiò con una piroetta rivolta allo specchio vicino al bancone e un paio di occhiate di sottecchi che volevano simulare il distratto giudizio di uno sconosciuto incrociato per strada. Per ultimo, da ferma, insistette nel muovere l’alluce più volte e tastò se le desse fastidio sulla punta. C’era la giusta dose di civetteria in ciò che faceva.
– Me le vendi al prezzo che c’è scritto? – chiese lei. – Ad Albany
ne ho viste un paio di uguali e le vendevano a quaranta dollari. Qua tu le vendi a quarantacinque, o almeno, così c’è scritto, non si capisce se sono per queste scarpe.
– Qua siamo a Denmark, – replicò Bert con un sospiro.
– Ma le scarpe sono le stesse, – insistette lei.
– Va bene.
Il vecchio scoppiò in una risata secca: – Ti fai mettere i piedi in testa da un’adolescente?
Bert gli rivolse uno sguardo seccato. La ragazza, raggiante per il nuovo acquisto, prese le vecchie scarpe che erano vicino allo zaino e le abbandonò dentro il cestino di fianco all’ingresso. Poi frugò nella piccola borsa che portava a tracolla e lasciò i quaranta dollari sul bancone. Erano tutte monete e banconote di piccolo taglio, e così non dovette darle resto.
– Posso aspettare qua che smetta di piovere? Non mi va di bagnarle, le ho appena comprate.
Bert annuì: un po’ di compagnia non gli dava fastidio. La vide accomodarsi a gambe incrociate in un angolo, vicino alla porta. L’attesa non la lasciava a suo agio e, dopo pochi minuti, insofferente, tirò fuori dallo zaino un album e alcune matite che dispose in cerchio attorno a sé. Bert la guardò tracciare prima qualche linea colorata sul foglio e allontanarlo per meglio ponderare la resa cromatica; poi si concentrò in un certosino lavoro che non riuscì a cogliere, riprendendo
e abbandonando i pastelli e mordendosi le labbra. Disegnava sempre più irrequieta, passava il dito indice sulla carta, cancellava, piegava la testa per decidere come continuare; si perdeva a guardare
fuori, la matita a mezz’aria, pronta a rubare un ritratto ai pensieri che i rivoli d’acqua trasportavano fino alla grata del marciapiede davanti all’ingresso, come se cercasse di riappropriarsi di qualcosa andato smarrito attraverso segni scapigliati e nervosi. Bert la osservò a lungo, impegnata in quelle semplici azioni che si susseguivano le une dopo le altre, fluidamente, senza sforzo, fino a che un feroce colpo di vento fece vacillare la porta e s’intrufolò nel negozio con un cupo ululare.
La ragazza si alzò in piedi, si stiracchiò e camminò fino al bancone, dove si sedette con un agile balzo.
– Sai cosa dicono di Seattle, negli Stati Uniti? – chiese a Bert.
Non si fermò nemmeno ad aspettare la risposta.
– Be’, no che non puoi saperlo, – lo anticipò. – Comunque là piove molto, è sulla costa ovest. È una bella città. Dicono che viverci è come stare assieme alla più splendida delle ragazze, solo che ha sempre il raffreddore. Buffo, come modo di dire, non credi? Un giorno vorrei andarci.
– Per ora dovrai accontentarti della solita pioggia, – rispose lui.”

]]>