tortura – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 16 Mar 2026 08:23:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il silenzio di Sabina https://www.carmillaonline.com/2025/03/28/il-silenzio-di-sabina/ Fri, 28 Mar 2025 06:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87231 di Roberta Cospito

Francesco Barilli, Il silenzio di Sabina, Momo Edizioni, pp 126, euro 12,00 stampa

Il romanzo di Francesco Barilli si muove nello spazio tra la visione di un docufilm come Ithaka (2021) – regia di Gabriel Shipton – sulla campagna di liberazione di Julian Assange, combattuta in primo luogo da suo padre e dalla sua compagna di vita, e il film ambientato negli anni Settanta Io sono ancora qui (2024) – regia di Walter Salles – che racconta uno spaccato della dittatura militare subita dal Brasile dal 1964 al 1985 e dei suoi desaparecidos che, a differenza di quelli argentini e cileni, si tende [...]]]> di Roberta Cospito

Francesco Barilli, Il silenzio di Sabina, Momo Edizioni, pp 126, euro 12,00 stampa

Il romanzo di Francesco Barilli si muove nello spazio tra la visione di un docufilm come Ithaka (2021) – regia di Gabriel Shipton – sulla campagna di liberazione di Julian Assange, combattuta in primo luogo da suo padre e dalla sua compagna di vita, e il film ambientato negli anni Settanta Io sono ancora qui (2024) – regia di Walter Salles – che racconta uno spaccato della dittatura militare subita dal Brasile dal 1964 al 1985 e dei suoi desaparecidos che, a differenza di quelli argentini e cileni, si tende a non ricordare a sufficienza.

La tortura è l’argomento comune di queste storie: Assange, in carcere per aver rivelato con l’agenzia Wikileaks i crimini di guerra di Stati Uniti e Regno Unito, sconterà parte della sua detenzione nel carcere di massima sicurezza londinese di Belmarsh, detta la Guantanamo britannica, la stessa famigerata prigione che l’attuale presidente Trump ha promesso agli immigrati. Nel film di Salles, mentre l’ex deputato laburista brasiliano Rubens Pavia viene (de)portato via dalla polizia militare (non farà più ritorno a casa), sua moglie e la figlia maggiore vengono interrogate e detenute senza troppe spiegazioni, formalità e rispetto per i più elementari diritti umani.

Il contesto in cui la narrazione si sviluppa è quello descritto dal lungometraggio di Stefano Pasetto intitolato Il tipografo (2022), che racconta la storia di un militante romano delle Brigate Rosse che ha denunciato di essere stato sottoposto a tortura, all’interno di un quadro complessivo che ebbe una prima strutturata denuncia nel volume curato da Maria Rita Prette intitolato Le torture affiorate (1996) e pubblicato dall’editore Sensibili alle foglie. Una realtà che non è unicamente dibattuta all’interno degli ambienti del garantismo ma che ha avuto una diffusione sul grande pubblico con la serie documentaria in quattro puntate Il sequestro Dozier – Un’operazione perfetta programmata su Sky. Nella serie viene ricostruito senza censure l’operato di un apparato di Stato che utilizzava tecniche di tortura durante gli interrogatori.

Barilli si affaccia al mondo delle “torture di stato” con la prospettiva della finzione narrativa, raccontando la storia di Sabina Terlizzi, militante comunista in una formazione armata clandestina che subisce l’esperienza della tortura in carcere. “I fatti narrati in questo racconto – avverte l’autore – sono frutto di fantasia e si sviluppano tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta; nonostante questo, la storia può essere ambientata in parte in un’Italia che è stata reale, in parte in una che è reale, in parte nell’incubo di un’Italia che potrebbe tornare reale”. Bisogna riconoscere allo scrittore, al suo secondo romanzo, la coraggiosa e impopolare scelta di occuparsi di un tema scomodo che, anche se periodicamente pare far capolino da un muro di omertà dov’è stato relegato da politici e cittadini, viene sempre chiuso troppo in fretta, senza interrogarsi sul contesto storico e politico di quel periodo.

Il libro di Barilli si articola in diciotto brevi capitoli in cui il lettore viene coinvolto in una sorta di viaggio interiore. I cinque capitoli centrali sono dedicati al racconto della vita di Sabina, partendo da un’infanzia che le ha insegnato come l’umanità si divida tra chi può permettersi di acquistare le cose e chi no, passando da un’adolescenza di inquietudine contrassegnata da un forte anelito di libertà, e arrivando a un’età adulta segnata da un lavoro in fabbrica, alle dipendenze di un capo reparto fascistello che si diverte a “stare addosso a tutte, per poi rendere impossibile la vita a quelle che non gliela davano”, oltre dalla perdita del suo compagno di vita ammazzato durante una sparatoria dove perdono la vita anche due carabinieri.

Le rimozioni m’inquietano, confessa l’autore nella dettagliata parte finale, perché difficilmente sono innocenti e sicuramente mai risultano utili; di certo, è anche per questo che s’è voluto soffermare su questo terribile aspetto della nostra società (in)civile, sottolineando come chi in passato si è sporcato le mani per sconfiggere la lotta armata non può pretendere di presentarsi, oggi, con le mani pulite.

Oltre alle descrizioni delle sofferenze inflitte alla ragazza – si parla anche di waterboarding, l’annegamento simulato, metodo di tortura tra i più atroci – le voci di Sabina e dell’io narrante Alfredo, cercano anche di condividere riflessioni sull’amore, chiedendosi se una persona che ha subito quel tipo di atrocità fisiche e psicologiche possa dimenticare, trovare serenità, stabilità. Sabina è davvero condannata a una vita di fuga dal passato e dai sentimenti? Chi ha subito tortura può fidarsi di un altro essere umano? Che tipo di futuro si può prospettare a chi ha vissuto “al limite”?

Se la violenza in generale è da condannare, a maggior ragione è inaccettabile la violenza di chi punisce: chi esibisce solo la superiorità della forza fa fortemente dubitare della superiorità delle proprie ragioni.

In quegli anni, fra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, non pochi sono stati uccisi, torturati, processati, imprigionati, esiliati, perseguitati, emarginati; di loro, Barilli tenta di mantenere vivo il ricordo, senza dare un giudizio, ma cercando di scostarsi dalle categorie di “vittime” e di “carnefici”, ricordando che ci sono state persone che hanno cercato di cambiare il mondo e che in parecchi hanno pagato un prezzo molto alto. “Penso a quanti neppure sanno che in Italia negli anni di cui parlerò, una guerra ci fu davvero. Atipica, a bassa intensità, senza eserciti schierati, ma per chi ci restò coinvolto fu una guerra vera, con tutto il suo corollario di atrocità”.

Il silenzio di Sabina  invita a interrogarsi sul valore del silenzio e della sua capacità di rivelare molto della natura umana, compresi segreti e tensioni a volte difficili da verbalizzare nella complessità delle relazioni umane: “Semplicemente il silenzio di Sabina parla della sua vita meglio delle sue parole”.

Barilli riporta un’osservazione di  Leonardo Sciascia sull’esistenza reale della tortura e sulla sua inesistenza pubblica: “Non c’è paese al mondo che ormai ammetta nelle proprie leggi la tortura, ma di fatto sono pochi quelli in cui le polizie e criptopolizie non la pratichino. Nei paesi scarsamente sensibili al diritto – anche quando se ne proclamano antesignani e custodi – il fatto che la tortura non appartenga più alla legge ha conferito al praticarla occultamente uno sconfinato arbitrio”.

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Oltre l’ergastolo e il 41 bis https://www.carmillaonline.com/2023/06/27/oltre-lergastolo-e-il-41-bis/ Tue, 27 Jun 2023 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77603 di Marc Tibaldi

Pensare l’impensabile, tentare l’impossibile. A fianco di Alfredo, contro ergastolo e 41 bis, a cura di Archivio Primo Moroni, Calusca City Lights, Cox 18, Edizioni Colibrì, Milano 2023, pp. 80, 10 euro

L’Archivio Primo Moroni, la libreria Calusca City Lights e il c.s.o.a Cox 18, tre realtà che garantiscono sul rigore documentativo, sulla riflessione critica e sulla scelta di studiosi e militanti che affrontano con cognizione l’argomento trattato, hanno curato un importantissimo lavoro di controinformazione, si tratta di “Pensare l’impensabile, tentare l’impossibile. A fianco di Alfredo, contro ergastolo [...]]]> di Marc Tibaldi

Pensare l’impensabile, tentare l’impossibile. A fianco di Alfredo, contro ergastolo e 41 bis, a cura di Archivio Primo Moroni, Calusca City Lights, Cox 18, Edizioni Colibrì, Milano 2023, pp. 80, 10 euro

L’Archivio Primo Moroni, la libreria Calusca City Lights e il c.s.o.a Cox 18, tre realtà che garantiscono sul rigore documentativo, sulla riflessione critica e sulla scelta di studiosi e militanti che affrontano con cognizione l’argomento trattato, hanno curato un importantissimo lavoro di controinformazione, si tratta di “Pensare l’impensabile, tentare l’impossibile. A fianco di Alfredo, contro ergastolo e 41 bis”. L’occasione per riflettere sul “carcere di tortura” e sulla “pena di morte viva”, come viene definito l’ergastolo, è stata data dalla lotta dell’anarchico Alfredo Cospito e dai suoi sei mesi di digiuno per protestare contro la condanna all’ergastolo (nessun beneficio penitenziario, né semilibertà, né lavoro esterno) e al 41bis (un’ora d’aria in quattro mura di cemento, niente libri e giornali, un colloquio al mese con il vetro, zero socialità e attività…), veri regimi di annientamento sensoriale. Ricordiamo che Cospito, in carcere da 11 anni, è condannato per “Strage contro la sicurezza dello Stato”, un reato del Codice fascista per cui la condanna è l’ergastolo (pena mai usata neanche per le stragi di Piazza Fontana, Capaci, Bologna) con l’accusa di aver fatto esplodere un ordigno contro una caserma dei Carabinieri, in cui non ci sono stati né morti né feriti.

I saggi contenuti nel libro ci dimostrano l’esistenza del “carcere di tortura” e della “pena di morte viva”. Maria Teresa Pintus, avvocata di Cospito, ci ricorda dell’articolo 27 della Costituzione che afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” e che dovrebbero tendere alla rieducazione e di come il 41bis sia argomento tabù per la destra e anche per la sinistra. Riprende nella sostanza il Michel Foucault di Sorvegliare e punire: “oltrepassate le porte della prigione, regnano l’arbitrio, la minaccia, il ricatto, le percosse … nelle prigioni è di vita e di morte e non di ‘correzione’ che si tratta”. Charlie Barnao (Università di Catanzaro), sostiene che “la tortura all’interno delle nostre carceri non è un evento occasionale, potendo invece essere vista come una pratica strutturata all’interno di un generale percorso trattamentale. C’è un filo conduttore che unisce da una parte la cultura della guerra e, dall’altra, la cultura sottesa all’idea di utilizzare il diritto penale per punire alcune categorie ben precise di persone al fine di ottenere consenso popolare. Un discorso che possiamo inquadrare in un processo generale di militarizzazione della nostra società”. Il contributo di Elton Kalica (Università di Padova) sul cosiddetto “diritto penale del nemico” si sostanzia sulle ricerche di Gunter Jakobs (Giuffrè editore, 2007) e sostiene: “c’è un diritto penale ordinario liberale, quello che conosciamo noi tutti, indirizzato ai cittadini, che li considera come persone, quindi come soggetti aventi un corredo di diritti e garanzie in tutte le fasi dell’azione penale: indagine, processo ed esecuzione. Poi c’è un diritto penale del nemico, in cui i soggetti non sono più considerati come persone, come cittadini, bensì come nemici, quindi spogliati di questo corredo di tutele e garanzie”.

Ci sembra interessante riportare anche un breve passaggio dell’introduzione che Giuseppe Mosconi ha scritto per il libro di Kalica La pena di morte viva, 41bis e diritto penale del nemico (Meltemi, 2019): “le retoriche e la cultura connesse in vario modo all’istituto del 41 bis agiscono nel senso di rafforzare e radicalizzare la presenza dell’ergastolo come una pena di morte viva, il quale riassume in sé gli aspetti deteriori dell’afflittività penale, estremizzandoli, sia nei termini dell’intensità della sofferenza afflittiva, che della definitiva marginalizzazione sociale”.

Un libro breve ma ricchissimo anche di fonti documentative, bibliografia, testimonianze (di Cospito, Anna Stranieri, Flavio Rossi Albertini, un operaio dell’ex Ilva), illustrazioni (di Zerocalcare, Stefano Bombaci, Antonio Panzuto, Thomas Ott). Scrivono i curatori del volume: “Il carcere moderno nasce come istituzione con cui ‘trattare’, disciplinare e recuperare forzosamente al lavoro i vagabondi e tutta quella variegata popolazione che, cacciata dalle campagne, affluiva disordinatamente verso i centri urbani del protocapitalismo, attirata dal nuovo sistema industriale. Questa anima originaria il carcere non l’ha mai persa”. Come dire, non si tratta di abolire solo il carcere, si tratta di trasformare la società che lo presuppone.

Note.

Il libro è ordinabile nelle librerie, dal sito delle edizioni Colibrì, o richiedibile a: libreriacalusca@yahoo.it.

Chi invece volesse conoscere le idee di Alfredo Cospito, segnaliamo Sinergia. Raccolta di testi e comunicati, edito da Biblioteca Anarchica Sabot, 166 pagine, 2022. Si tratta di vari contributi che coprono una decina di anni – dal 2012 al 2022 – pubblicati su varie riviste (Vetriolo, Fenrir, Caligine), interventi a assemblee, dibattiti, fiere dell’editoria anarchica, che dimostrano il confronto con l’anarchismo “storico”, con i neoanarchismi, ma anche altre componenti del movimento antagonista; si tratta dell’elaborazione di un anarchismo insurrezionale e nichilista, in cui c’è una stretta correlazione tra pensiero e azione. “Continuo a essere convinto che l’odio di classe sa la leva principale per scardinare e capovolgere questo mondo. Non metto in dubbio che la molla che scatena la nostra lotta può avere tante origini, sessismo, animalismo, ecologismo, ma se questi discorsi alla base non hanno anche un discorso di classe non portano a nulla, se non un assestamento, un perfezionamento della democrazia” (pagina 37). Pubblicato un mese prima che Cospito decidesse la lotta dello sciopero della fame, il libro si può richiedere a: bibliotecasabot@autistici.org

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Genova 2001. Una storia del presente / 1 https://www.carmillaonline.com/2023/03/03/genova-2001-una-storia-del-presente-1/ Fri, 03 Mar 2023 21:00:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76098 di Emilio Quadrelli

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di eccezione” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia)

Futuro anteriore

Uno, due, tre viva Pinochet Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei Sette, otto, nove il negretto non commuove!

Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. [...]]]> di Emilio Quadrelli

La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di eccezione” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia)

Futuro anteriore

Uno, due, tre viva Pinochet
Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei
Sette, otto, nove il negretto non commuove!

Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza, nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per intero legata al governo precedente. A conti fatti, nonostante il maccheronico decisionismo di cui Berlusconi ama ammantarsi, la decisione della quale il premier in carica e il suo Governo riuscirono a farsi interamente carico non andò oltre il posizionamento di un certo numero di fioriere al fine di rendere esteticamente più piacevoli alcune piazze della città destinate al passeggio dei “grandi della terra”, oltre all’imperativo decreto che vietava agli abitanti delle zone interessate agli eventi dei “grandi” di stendere i panni alle finestre. Infine, dato un breve sguardo ai palazzi della città, constatato che alcuni di questi si presentavano in maniera malconcia e poco decorosa Berlusconi ordinava, sicuramente con piglio ducesco, di recuperare in fretta e furia un certo numero di “teloni artistici” con i quali ricoprire le meste mura dei palazzi. Con ciò il centro storico di Genova non sarebbe diventata proprio il remake di Versailles ma per un paio di giorni il gioco, come in effetti accadde, avrebbe potuto funzionare. Questo, a conti fatti, ciò di cui si occupò concretamente il Governo di destra mentre l’intera macchina poliziesca e la pianificazione della gestione del Vertice è stata per intero farina del sacco fuoriuscito dal Governo della sinistra. Vale forse la pena di ricordare, al proposito, che il la al G8 genovese è stato dato dal Governo di D’Alema il quale, in non poche occasioni, tendeva a pavoneggiarsi mostrando il suo non secondario feeling con Condoleezza Rice feeling che, attraverso il gioco del detto e non detto, il nostro faceva intendere essere non solo di natura diplomatica e politica.

Gossip a parte resta il fatto che la macchina del G8 ha preso le mosse sin dal 1999 e dal quel momento è stata puntigliosamente oliata e perfezionata. Del resto di quanto gli “eventi genovesi” avessero ben poco di sorprendente e inaspettato è facilmente constatabile con quanto andato in scena poco tempo prima nel corso delle giornate napoletane1, con ancora il governo di centro–sinistra in carica, le quali, col senno di poi, possono considerarsi come una sorta di prova generale di Genova 2001. Detto ciò, onde evitare equivoci di sorta, occorre fare una fondamentale precisazione. Qua non si tratta, infatti, di addossare le colpe della “macelleria messicana” andata in scena a Genova al governo di centro–sinistra piuttosto che a quello di centro – destra ma di evidenziare, piuttosto, il carattere unitario del comando internazionale del capitale. Focalizzare lo sguardo su D’Alema piuttosto che su Berlusconi, o viceversa, significherebbe perimetrare gli “eventi genovesi” in un’ottica localista dimenticando che, ormai dai tempo, i governi nazionali non sono altro che semplici propaggini e appendici, con poteri decisionali sempre più limitati, di poteri sovranazionali espressioni dirette delle varie componenti del comando internazionale del capitale2. Un comando che se, nelle diverse sue articolazioni, mostra di essere tutt’altro che prono a un unico disegno, tanto che il conflitto armato interimperialistico può essere tranquillamente assunto come la cifra del presente, nel rapporto con le masse subalterne conosce una “linea di condotta” sostanzialmente unitaria. Il G8 genovese, di ciò, ne è stato l’esatta fotografia. È all’interno di questo scenario obiettivo che, allora, diventa persino semplice comprendere il senso di quelle giornate e tutto ciò che si sono portate appresso, in primis la pratica della tortura.

Un aspetto sul quale appare importante soffermarsi poiché l’utilizzo della tortura è qualcosa che va ben oltre la brutalità ma è indice di un passaggio politico a tutto tondo. Anche su questa esiste una non secondaria documentazione alla quale non si può far altro che rimandare evitando, in tal modo, di ripetere cose arcinote3. Più importante invece soffermarsi sui significati politici centrali che il passaggio alla tortura comporta poiché, il non farlo, potrebbe portare a un insieme di malintesi che finirebbero per diluire la tortura in una delle tante forme di sopraffazione poliziesca delle quali il mondo è tanto ricco quanto rigoglioso o, come nel caso genovese è stato più volte ventilato, all’iniziativa autonoma di quote di forze dell’ordine particolarmente reazionarie e prone alla violenza tanto che, commentatori tanto ingenui quanto sprovveduti, nei “fatti di Genova” hanno voluto intravedere un tentativo di golpe ordito dalle componenti filo fasciste del governo di centro – destra. Ovviamente di detto golpe non vi è stato alcun sentore così come nessuna modifica di una qualche rilevanza è andata a intaccare il quadro istituzionale. Certo il G8 genovese ha sancito un radicale passaggio nella “costituzione materiale” degli assetti del comando ma questo è un altro discorso, discorso che ben poco ha a che vedere con gli eterei mondi della politica e delle costituzioni formali ma affonda le sue ben più solide radici negli inferi della produzione4. Chiarito ciò proseguiamo.

Quello che va evidenziato, a differenza di quanto comunemente fatto dai testi e dai resoconti coevi agli eventi genovesi, il cui sguardo si è focalizzato sulla violenza e la brutalità poliziesca5, è soffermarsi su cosa racchiude in sé il passaggio alla tortura, i suoi fini e i suoi obiettivi. Il passaggio alla tortura non rappresenta il tratto sadico e in fondo irrazionale del potere politico semmai un atto estremamente lucido e consapevole frutto del più cristallino decisionismo politico. Sicuramente non sono rari i casi in cui singoli gruppi polizieschi finiscono “fuori controllo” e vanno ben oltre il loro mandato ma questo non avviene mai nel caso della tortura. La tortura non è un eccesso dettato da un particolare contesto nel quale qualcuno “perde la testa” bensì un “programma politico” che soggiace per intero a una intenzionalità fredda, priva di emotività e del tutto razionale e che, a conti fatti e in maniera lucida e sintetica, racconta come il potere politico, senza distinzioni di sorta, si relaziona alle masse subalterne o, come accaduto in passato in Italia e Germania, un modo per neutralizzare le organizzazioni rivoluzionarie e i settori operai e proletari a queste affini6.

Per comprenderlo cominciamo, intanto, con il dire che la tortura è altra cosa da quel passage à tabac espressione con la quale il milieu7 è abituato a indicare l’interrogatorio di polizia. In questo caso tabac non ha nulla a che fare con il tabacco poiché, in argot, tabac significa battere o più precisamente picchiare. Con questa espressione il milieu indica ciò che pressoché abitualmente comporta l’interrogatorio di polizia. Nonostante, da tempo, una serie inesauribile di fiction come per esempio Il Commissario Montalbano o Il maresciallo Rocca abbiano propagandato un’immagine assolutamente prona alla correttezza formale e a un trattamento scevro da qualunque brutalità da parte delle forze dell’ordine, il prosaico realismo consegnatoci dall’espressione cara al milieu rimane il permanente sfondo dell’interrogatorio di polizia. Al proposito vale sicuramente la pena di ricordare che è abitudine, tra coloro i quali corrono il rischio di incappare in un fermo o un arresto di girare con una lametta a portata di mano, solitamente nella bocca, in modo da potersi procurare all’occorrenza una certa quantità di lesioni in modo tale da interrompere l’interrogatorio e accedere al ricovero ospedaliero. In altre circostanze, invece, chi non ha lamette a disposizione cerca di tagliarsi, o procurarsi vistose lesioni, buttandosi contro una finestra e, attraverso questa via estrema, porre fine all’interrogatorio e trovare rifugio in un Pronto soccorso8. Tutto ciò per dire che la violenza da parte delle forze dell’ordine non è certo una eccezione ma una costante se non proprio certa, assai probabile. Tuttavia siamo ben distanti dal poter considerare tutto questo alla stregua di tortura anche perché, notoriamente, per i torturati l’escamotage dell’autolesionismo e conseguente ricovero ospedaliero non è certo una carta giocabile. Il fatto stesso che la polizia, di fronte a lesioni e ferite, si fermi indica come, per quanto brutale e violento, al passage à tabac non è consentito varcare una certa soglia. Perché vi sia tortura, per prima cosa e anche indipendentemente dal livello di violenza esercitata, occorre che vi sia una decisione politica ovvero che la violenza non sia il frutto della libera iniziativa di questo o quel funzionario ma che la decisione della violenza e delle sue forme appartenga per intero allo Stato. Non si tratta di una sottigliezza ma di un passaggio nodale.

Nel caso della violenza, che in certi casi può assumere anche gli aspetti propri della tortura, frutto dell’abitudine costume poliziesco non vi è una regia centralizzata e un obiettivo politico da raggiungere mentre, quando la violenza è il frutto di una decisione politicamente centralizzata, il tutto ruota intorno al raggiungimento di precisi obiettivi politici. La tortura, e ne è un aspetto sicuramente non secondario, è finalizzata a far parlare il soggetto/oggetto inquisito ma non solo e anzi, come il G8 genovese ha ampiamente testimoniato, l’obiettivo perseguito non ha nulla a che vedere con il reperimento di informazioni. Scopo principale della tortura è spezzare e annullare l’identità politica e sociale del torturato, annichilirlo e terrorizzarlo e per questo il suo livello di violenza, a trecentosessanta gradi, è incommensurabile al più noto passage à tabac.

Per i mondi illegali e per le stesse forze di polizia, a conti fatti, il passage à tabac rappresenta una prova e un rito di passaggio. Attraverso di questo si pesa il soggetto con il quale si ha a che fare, lo si classifica. Chi passa la prova dal milieu sarà considerato un “bravo ragazzo”, uno del quale ci si può fidare mentre, da parte poliziesca, sarà archiviato come uno che non parla e con il quale non è il caso di perdere troppo tempo. Certo tutto ciò non fornisce la certezza di non dover più passare attraverso quell’esperienza ma sicuramente un po’ l’allontana. In ogni caso il passage à tabac ha come sola e unica finalità la confessione e la delazione nei confronti dei possibili complici, la tortura va di gran lunga oltre. Per quanto il reperimento di informazioni rimanga un suo obiettivo si può arrivare a dire che, per certi versi, questo è ciò che sta in superficie ma il vero scopo della tortura è distruggere e piegare l’anima del prigioniero. L’uso del terrore mira esattamente a ciò. Quanto andato in scena a Genova ne rappresenta non solo una eccellente esemplificazione ma un vero e proprio paradigma. Banalmente ai prigionieri non doveva essere estorta alcuna informazione, nulla doveva essere scoperto, nessun ipotetico complice doveva essere identificato, alcun piano sventato tanto che i prigionieri non sono stati sottoposti a interrogatorio ma “semplicemente” brutalizzati e terrorizzati. Se, in qualche modo, erano entrati nelle caserme pensando che un altro mondo è possibile, dovevano uscirne non solo sapendo che nessun altro mondo era possibile ma talmente piegati e terrorizzati da non poter neppur pensare a qualcosa di diverso. Ogni forma di resistenza alla globalizzazione del capitale doveva essere tanto rimossa quanto annichilita. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo politico perseguito dal potere politico attraverso l’uso sistematico della tortura. Del resto il fatto che oggetti della tortura fossero gli stessi gruppi pacifisti e di ispirazione religiosa qualcosa ha ben voluto dire9. Ciò che doveva essere estirpato era qualunque forma di “pensiero critico” nei confronti della globalizzazione del capitale e del pensiero unico che questa si porta appresso.

L’abito fa il monaco

Ma questo scenario era così imprevedibile? Di quanto andato in scena, nelle giornate immediatamente a ridosso del Vertice, era così impossibile averne un qualche sentore oppure, al contrario, non pochi indizi potevano far presupporre che le giornate del Vertice sarebbero state tutto tranne che un pranzo di gala? Ciò che si stava verificando in città mentre le date del Vertice si avvicinavano non dava alcun segnale di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto? Il clima che si respirava in città, e in particolare nella zona centrale che di lì a poco sarebbe diventata addirittura non transitabili e gli stessi residenti, se non muniti di uno speciale lasciapassare, costretti a rimanervi segregati, era cosi sereno? Perché, a conti fatti, come autentici dilettanti allo sbaraglio gli organizzatori ufficiali del Contro Vertice, ovvero tutte quelle organizzazioni confluite nel Genoa Social Forum 10, hanno obiettivamente mandato al macello centinaia di migliaia di persone? Di quale malinteso, a conti fatti, la tragicità delle giornate genovesi è stato l’effetto? Fatale, in tutto ciò, è la cornice teorico – politica che ha fatto da sfondo all’organizzazione del Contro Vertice la quale, proprio in quelle giornate, ha conosciuto, insieme alla sua più radicale smentita, il suo inevitabile declino11. Prima di affrontare i guasti di detta ipotesi politica caliamoci un attimo nel mondo empirico partendo con la descrizione del fenomeno, il quale notoriamente è più ricco della legge, per passare poi a una sintetica disamina delle fatidiche giornate. Un piccolo resoconto etnografico può già fornire l’idea di che cosa stesse bollendo in pentola. Si tratta di un episodio, persino divertente, che mi ha visto coinvolto in prima persona e del quale ho un ricordo più che nitido, episodio avvenuto quattro giorni prima che le giornate del Contro Vertice prendessero le mosse, parliamo quindi del quindici luglio.

A fine giugno avevo partecipato al Campionato europeo di powerlifting tenutosi a Londra. Campionato che, anche un po’ fortunosamente, avevo vinto. Avevo gareggiato nella categoria dei novanta chili rientrandovi con una qualche fatica per cui due settimane dopo ero sicuramente più pesante di almeno tre o quattro chili ma in buona forma. Diciamo che per strada non era proprio facile passare inosservati. A questa massa non proprio rientrante nella norma va aggiunto un abbigliamento altrettanto poco convenzionale, ovvero il tipico look da palestra insieme agli inevitabili capelli rasati. Così combinato,insieme a un cucciolo che a dieci mesi pesava già quaranta chili e sembrava avere il classico argento vivo addosso, entro nel labirinto dei vicoli del Centro storico cittadino per fare la spesa. Imboccata via san Luca12 incrocio un gruppo di ragazze e ragazzi con un cucciolo di labrador. I due cani iniziano a giocare dando vita alla classica situazione nella quale cuccioli particolarmente giocosi si incontrano e finiscono con l’attirare l’attenzione dei passanti. Il gruppo è formato da due ragazze e tre ragazzi con una età che, a occhio, poteva andare tra i diciotto e i venti anni. Dall’aspetto, ossia taglio dei capelli, vestiario e zainetti incarnano il modello idealtipico del no global radicale ma non troppo. Non hanno facce da strada e non sembrano neppure appartenere a quei settori giovanili di “classe operaia dura” abitualmente presente tra i vicoli dell’angiporto. I loro modi sono gentili ed educati e assai consoni a chi può vantare più una lunga militanza tra i boy scout e le associazioni di volontariato che tra le file di un qualche gruppo duro, radicale e pronto allo scontro di piazza. La loro aria ha ben poco di coatto o sgamato piuttosto quella dello sprovveduto che attraversa luoghi a lui sostanzialmente estranei come del resto, ancora nel 2001, il Centro storico poteva presentarsi. Se nel look, in qualche modo, possono vantare anche una vaga affinità con i punk-bestia questa è la medesima che poteva avvicinare i lettori di “Noi giovani”13 con la beat generation!. Finita questa sintetica descrizione riprendiamo il racconto.

Mentre i cani giocano con l’inevitabile intreccio dei guinzagli e via dicendo veniamo letteralmente circondati da una decina di poliziotti che in maniera decisamente brusca ci chiedono i documenti. I tipi sono decisamente esagitati e sopra le righe come se tra noi avessero individuato Matteo Messina Denaro o qualcuno di calibro affine. L’attenzione si concentra immediatamente sui ragazzini, mentre io vengo tenuto in disparte, i quali vengono attaccati al muro e perquisiti, ragazze comprese anche se, di norma, avrebbero dovute essere perquisite da un agente donna ma evidentemente i nostri, anche se a modo loro, erano già post gender. Ovviamente, nei confronti delle ragazze, non mancano una serie di apprezzamenti sessisti mentre i ragazzini vengono apostrofati, con battute come frocetti e via dicendo. La perquisizione corporale ovviamente non porta a nulla e quindi l’attenzione passa agli zainetti il cui contenuto viene rovesciato con sfregio in mezzo a via san Luca. Da un paio di questi fuoriescono dei libri alla vista dei quali delle 44 Magnum o delle P38 avrebbero suscitato una reazione decisamente più composta. Iniziano così una serie di tiritere sugli studenti e gli intellettuali sulle quali non è il caso di soffermarsi poiché sono l’esatta fotocopia delle tradizionali retoriche plebee rivolte al ceto intellettuale14.

La cosa dura una buona mezz’ora poi, tenendoli sempre attaccati al muro, passano al controllo dei documenti via centrale. In mezzo a tutto ciò vi sono una serie di dichiarazioni che, senza che la fantasia debba intervenire, fanno ben capire cosa si sta profilando all’orizzonte. Alla fine li mollano dicendogli: Tanto il culo ve lo spacchiamo tra qualche giorno. A quel punto rimango solo io e già sto immaginando che sarò fermato, portato in Questura e chi più ne ha più ne metta. Soprattutto sono preoccupato per il cane e sto pensando di lasciarlo alla mia parrucchiera di fiducia che fortunatamente è nelle immediate vicinanze . Faccio per mettere mano al portafoglio per mostrare i documenti e, con non poca sorpresa ma anche molto sollevato, incontro lo sguardo amicale del poliziotto che mi dice: Ma figurati, tu non sei come quelli là. Ringrazio e, con molta calma e ricambiando il sorriso, mi dirigo verso un negozio vicino per completare la spesa. Tutto ciò non deve stupire perché, come ha evidenziato la ricerca sociologica, l’aspetto di una persona influisce notevolmente sui comportamenti delle forze dell’ordine15. Nell’azione della polizia vi è sempre uno sfondo antropologico originato da un insieme di pregiudizi proprio delle retoriche di senso comune16 come, del resto, è ogni giorno facilmente constatabile osservando i comportamenti polizieschi nei confronti della popolazione immigrata17.

Questo episodio, è bene sottolinearlo, è stato tutto tranne che un caso isolato. La caccia al no global era palesemente dichiarata e che la caccia avrebbe preso le sembianze della guerra qualcosa di più di una semplice ipotesi di scuola. Di ciò se ne è avuta una corposa conferma nelle giornate successive, soprattutto in quella del 21. Sull’andamento differenziato delle giornate occorre soffermarsi poiché sono in grado di raccontare qualcosa di non convenzionale che la narrazione ufficiale intorno al G8 ha per lo più eluso. Come noto, in realtà, le giornate sono state tre e non due anche se, quella del 19 luglio incentrata principalmente sulla “questione immigrazione”, è stata una manifestazione più ufficiosa che ufficiale. Questa giornata, con tantissima partecipazione anche se una parte consistente dei manifestanti era ancora in viaggio verso Genova, si è svolta senza incidenti e, almeno, in merito al discorso che stiamo facendo non vi un granché da dire. Spiccava, certamente, il numero impressionante di forze dell’ordine disseminate lungo il percorso del corteo, il loro fare piuttosto aggressivo il che, solo con il senno del poi, poteva interpretarsi come una avvisaglia, ancora sul piano del simbolico, di ciò che i giorni successivi portavano in grembo. Il 19, in ogni caso, fila liscia e si conclude il Piazzale Kennedy18 con un comizio di alcuni esponenti del Genoa Social Forum e il concerto dell’icona no global del momento, Manu Chao. Nel corso della serata si svolge anche una riunione “informale” dei responsabili organizzativi delle varie componenti del Genoa Social Forum ed è una riunione interessante perché mostra la totale incomprensione di questi nei confronti della realtà e delle dinamiche che di lì a qualche ora i manifestanti si troveranno a affrontare. Per farla breve nessuno ipotizza la possibilità di un attacco di una qualche consistenza da parte delle forze dell’ordine e l’unico problema che viene posto è il controllo dei gruppi che stanno fuori dal perimetro del Genoa Social Forum. Nessuna organizzazione dispone di una struttura “militante” anche perché tra le tante perle teoriche elaborate comunemente dalle componenti del Genoa Social Forum vi è proprio la critica, il rifiuto e la condanna di tutte quelle pratiche “novecentesche” sulle quali il Movimento dei Movimenti è stato in grado di porre, senza rimpianti di sorta, la parola fine. Questo il frame analitico con il quale gli organizzatori si apprestano a affrontare le giornate successive.

(Fine prima parte – continua)


  1. Al proposito si veda: Rete no global, Zona rossa. Le “quattro giornate di Napoli” contro il global forum, Derive Approdi, Roma 2002  

  2. Per una discussione a trecentosessanta gradi su questo aspetto si possono vedere: Z. Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Editore Laterza, Roma – Bari 2001; U. Beck, Che cos’è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Carocci, Roma 1999; D. Harvey, La crisi della modernità, il Saggiatore, Milano 1993; A. Giddens, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, il Mulino, Bologna 2000; R. Robertson, Globalizzazione. Teoria sociale e cultura globale, Asterios, Trieste 1999.  

  3. Ho provato a discutere la “questione tortura” in E. Quadrelli, Algeria 1962 – 2012: una storia del presente, La Casa Usher, Firenze 2012.  

  4. In fondo, come di sovente accade, occorre tornare a Marx per comprendere ciò che accade nel mondo reale e non farsi irretire dalle parvenze celestiali proprie delle retoriche politiche. Paradigmatico, al proposito, rimane il noto capitolo ventiquattresimo , “La cosiddetta accumulazione originaria” de Il capitale, Editori Riuniti, Roma 1989.  

  5. Si veda, per esempio, M. Calandri, Bolzaneto. La mattanza della democrazia, Derive Approdi, Roma 2008.  

  6. Su questo aspetto si veda soprattutto Progetto memoria. Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, Roma 1998.  

  7. Si tratta del termine gergale utilizzato in Francia per indicare gli appartenenti ai mondi illegali. Ancorché in chiave romanzata un buon testo in grado di rendere in maniera assai realistica il mondo del milieu rimane, G. Carlo Fusco, Duri a Marsiglia, Einaudi, Torino 2005.  

  8. Cfr., E. Quadrelli, Andare ai resti, Derive Approdi, Roma 2004.  

  9. Questo il trattamento riservato a tutte quelle realtà pacifiste e religiose che avevano dato vita alla Rete Lilliput, cfr. “Polizia carica manifestanti a mani alzate”, in web.peacelink.it  

  10. Cfr. P. Ceri, La democrazia dei movimenti, Rubettino Editore, Soveria Mannelli (Cz) 2003; A. Ginori (a cura di), Le parole di Genova, Fandango Editore, Roma 2002.  

  11. L’egemonia teorica e culturale all’interno del Genoa Social Forum è stata esercitata dal discorso post-operaista e da un testo, M. Hardt, A. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2002, uscito in francese nel 2001 e ampiamente diffuso, almeno nelle sue linee essenziali, sia nei circuiti legati direttamente ai mondi del post-operaismo sia all’interno dell’area politica e sociale influenzata da Rifondazione comunista e i Giovani comunisti. Sotto il profilo organizzativo a Genova l’area post-operaista si caratterizzò attraverso l’esperienza delle “Tute bianche”, cfr., A. Fumagalli, M. Lazzarato, Tute bianche. Disoccupazione di massa e reddito di cittadinanza, Derive Approdi, Roma 2002. Il G8 significò l’obiettivo declino di questa ipotesi la quale, da quel momento in poi, perse gran parte della sua dimensione di massa per farsi sempre più appannaggio di ristretti cenacoli accademici. 

  12. Una via situata proprio nel cuore del centro storico genovese e oggi molto frequentata dai turisti in quanto prossima alla zona Acquario, Casa di Mazzini e i vicoli del “Ghetto” che Fabrizio De Andrè ha reso noti al mondo.  

  13. Rivista patinata degli anni Sessanta che occhieggiava, in un ottica assolutamente perbenista, agli aspetti più frivoli e indolori della contro – cultura propria della beat generation. Non è casuale che il loro modello di riferimento fossero i Beatles mentre i Rolling Stones venissero praticamente ignorati.  

  14. Su questo aspetto rimane fondamentale, G.L. Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Editore Laterza, Roma – Bari 1988.  

  15. Su questo aspetto rimane centrale il saggio di, H. Sacks, Come la polizia valuta la moralità delle persone basandosi sul loro aspetto, in P.P. Giglioli, A. Dal Lago (a cura di), Etnometodologia, il Mulino 1983.  

  16. Cfr., C. Geertz, Interpretazione di culture, il Mulino, Bologna 1973.  

  17. Cfr. E. Quadrelli, Stranieri in carcere: una ricerca etnografica, in, adir.unifi.it L’altro diritto, Firenze 1999.  

  18. Piazzale antistante alla “zona fiera” nota soprattutto perché ospita annualmente il salone della nautica.  

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Tortura e disumanizzazione di classe https://www.carmillaonline.com/2020/01/14/la-tortura-come-controllo-della-forza-lavoro/ Mon, 13 Jan 2020 23:02:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57204 di Fabio Ciabatti

Iside Gjergji, Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, 2019. Il libro è liberamente scaricabile qui

Di fronte al persistere di un fenomeno come la tortura la prima reazione è quella di sgomento e condanna morale. O almeno così dovrebbe essere. Ciò nonostante, per comprendere questa terribile realtà non ci si può limitare a evocare la malvagità innata degli essere umani o i comportamenti devianti dei singoli. Occorre porsi una domanda più radicale: perché gli Stati spingono [...]]]> di Fabio Ciabatti

Iside Gjergji, Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, 2019. Il libro è liberamente scaricabile qui

Di fronte al persistere di un fenomeno come la tortura la prima reazione è quella di sgomento e condanna morale. O almeno così dovrebbe essere. Ciò nonostante, per comprendere questa terribile realtà non ci si può limitare a evocare la malvagità innata degli essere umani o i comportamenti devianti dei singoli. Occorre porsi una domanda più radicale: perché gli Stati spingono alcune persone a torturarne delle altre? Affermare l’esistenza di questa spinta significa presupporre che nella società contemporanea vi siano delle dinamiche capaci di favorire l’utilizzo della tortura e che questa, di conseguenza, svolga una qualche funzione nella riproduzione degli attuali assetti socio-economici.
E proprio da questo tipo di considerazioni parte Iside Gjergji nel suo ultimo lavoro Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno. La prima cosa da chiarire è che la tortura non riguarda il bisogno degli Stati di ottenere informazioni. Essa ha invece sempre come obiettivo finale la disumanizzazione delle vittime e il loro isolamento dalle rispettive comunità di riferimento. Ma c’è di più. Il suo bersaglio non è soltanto il singolo torturato o la singola torturata, bensì il torturato-ceto o torturato-classe. Portare in primo piano la storia sociale dei corpi torturati significa sottolineare che essi non si presentano come semplici corpi biologici soggiogati da un generico potere; sono, invece, corpi che sono in grado di rivelare a quali ceti o classi sociali appartengono e che vengono soggiogati da un potere socialmente e storicamente determinato.

Affermare questo per l’autrice non significa ignorare che la tortura esiste dalla notte dei tempi, ma riconoscere che essa ha una storia nella quale non si presenta sempre uguale a se stessa. Nel mondo premoderno la tortura è apertamente riconosciuta come uno strumento legittimo in mano al potere, mentre in quello moderno la sua legittimità è sottoposta a critiche sempre maggiori fino a che viene formalmente abolita a partire dalla Costituzione degli Stati Uniti nel 1787 e dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino nel 1789. Questo processo raggiunge il suo apice con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, con le successive convenzioni internazionali ad hoc e con l’inserimento negli ordinamenti giuridici nazionali di previsioni specifiche.
Ma questa è la storia che si svolge alla luce del sole. Nell’ombra, sottolinea Gjergji, la pratica del supplizio non viene mai meno. Se la necessità di salvaguardare i diritti umani diventa ideologia comune, non a tutti, ed è questo il punto dirimente, viene riconosciuta la qualità di essere umano. Un momento fondamentale di questa storia sotterranea è l’incontro che si verifica nelle colonie tra tortura e razzismo. Per rapinare le risorse delle colonie e per sfruttare al massimo la manodopera locale occorreva creare un sistema capace di ridurre i colonizzati a sotto-uomini, semplici cose. La risposta a tale bisogno strutturale fu il razzismo, inteso non come semplice ideologia o credenza ma, per dirla con Sartre, come razzismo-operazione: una prassi con una sua funzione specifica e una sua giustificazione incorporata che poggia interamente sulla violenza. Se il razzismo è concepito in questo modo è facile comprendere come la tortura rappresenti la sua verità estrema, essendo la forma più estrema della violenza. Tortura e razzismo condividono lo stesso obiettivo: distruggere l’uomo senza farlo morire, perché ciò che davvero vogliono è segnare un confine invalicabile tra razze, tra ciò che è umano e ciò che non lo è.
Un altro episodio storico di grande interesse, connesso con il colonialismo, è quello della caccia alle streghe. Non si tratta affatto di un lascito del buio Medioevo, che allunga le sue ombre sull’alba dell’età moderna, ma di una consapevole applicazione nella vecchia Europa dei metodi di dominazione sperimentati con successo da parte dei primi colonizzatori dell’America. Il tutto, sostiene l’autrice, per rispondere ai bisogni crescenti del nuovo sistema di produzione: svalorizzare la forza lavoro femminile, la più richiesta dal “libero” mercato insieme a quella dei bambini, e allo stesso tempo a imporre una gerarchizzazione di genere all’interno della nascente classe dei lavoratori “liberi”. Il legame tra tortura e stregoneria nasconde, nelle sue pieghe, il legame tra tortura e capitale, commenta l’autrice.

Facciamo un salto di alcuni secoli e con Gjergji arriviamo agli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale quando gli USA reclutano centinaia di ex nazisti con una vasta esperienza accumulata nelle torture di massa. Nel 1950 viene realizzato dalla CIA il Kubark Counterintelligence Manual, atroce compendio che ha guidato per molti anni le torture in molti Paesi, introducendo un’importante novità: il corpo non è più l’unico bersaglio della violenza perché il supplizio diventa anche mentale. La progressiva privazione sensoriale del soggetto torturato comporta un più rapido crollo psico-fisico e, in molti casi, non lascia segni visibili sul corpo. L’utilizzo più esteso di quelle che vengono ipocritamente definite “tecniche di interrogatorio” avviene probabilmente nell’America Latina, dove sono funzionalmente collegate agli interessi commerciali statunitensi, colpendo soprattutto uomini e donne provenienti dalle classi lavoratrici e popolari o dalle loro organizzazioni sindacali e politiche.
Giungiamo infine ai nostri giorni e precisamente all’11 settembre 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, sottolinea l’autrice, il discorso pubblico torna a fare aperta menzione della tortura quale pratica legittima. Non fa più scandalo sostenere la necessità di utilizzare tecniche di “interrogatorio coercitivo” per garantire la sicurezza nazionale. Il Patriot Act ha di fatto lasciato la porta aperta al loro utilizzo con l’obiettivo dichiarato di vincere la guerra al terrore. I risultati si vedono presto: vengono pubblicate le foto dei militari americani che, sorridenti, torturano e umiliano i prigionieri iracheni ad Abu Ghraib. Immortalare le torture rientra in una precisa strategia ideata dai vertici militari perché la moltiplicazione delle immagini della tortura diventa essa stessa tortura, la sua forma finale, pericolosamente simile alla spettacolarizzazione premoderna delle liturgie punitive. L’immagine è infatti moltiplicatore di vergogna, minaccia alla reputazione sociale del torturato, perpetuazione dell’umiliazione del torturato e del godimento dei torturatori.

La tortura diventa anche frequente materia di rappresentazione filmica, in particolare nelle serie TV, nota l’autrice. In una di grandissimo successo, 24, la tortura rappresenta il pilastro fondamentale della struttura narrativa: nelle prime sei stagioni (su 8 complessive) ci sono ottantanove scene di tortura in cui Jack Bauer, il protagonista, usa quasi tutte le tecniche a disposizione: minaccia, ricatta, picchia, soffoca, accoltella, spara, folgora, droga. L’orologio che compare costantemente sullo schermo in modalità countdown evoca il più classico ticking bomb scenario, situazione tipo su cui si è impantanato il recente dibattito sulla tortura: è lecito utilizzare “l’interrogatorio coercitivo” per estrarre informazioni che possono salvare vite umane minacciate da una bomba che sta per esplodere?
Al di là dell’estrema improbabilità di questa situazione (che prevede la certezza che un ordigno sta per esplodere e la sicurezza che la persona interrogata ha le informazioni necessarie per sventare la minaccia) è proprio la struttura di questo scenario a risultare mistificante. Il presupposto è infatti che la tortura serve ad ottenere informazioni. Abbiamo visto, invece, che la tortura serve a disumanizzare, attraverso la violenza esercitata su alcuni individui, interi ceti e classi. E sappiamo anche che i corpi che subiscono il supplizio sono socialmente connotati, immersi negli attuali rapporti sociali di produzione. Giungiamo dunque a quella che è la tesi più forte del libro di Iside Gjergji. In ultima istanza la riduzione a nuda vita di interi gruppi sociali è funzionale al “controllo e alla svalorizzazione della loro forza lavoro”. Per questo motivo

maggiore è il bisogno di controllo sulla forza lavoro, maggiore è l’uso della tortura da parte degli Stati, a prescindere dalla forma politica e istituzionale che questi possono assumere. La tortura di massa ha segnato i momenti di passaggio o di grave crisi dei sistemi di produzione mentre, nelle fasi di relativa stabilità, essa è servita a puntellarli. L’elemento stabile nel suo orizzonte storico e geografico, ovvero la provenienza sociale delle sue vittime, rappresenta una chiara conferma.1

Commentando il ragionamento dell’autrice, si può sostenere che probabilmente non è un caso che la storia segreta e quella palese della tortura si ricongiungono all’inizio del nuovo millennio. L’imperativo categorico del capitale in salsa neoliberista, infatti, è stato quello di riconquistare il pieno controllo e aumentare lo sfruttamento di una forza lavoro che nel tornante storico degli anni sessanta e settanta, a livello internazionale, si era ribellata, a volte con successo, alla sua subordinazione. Una necessità che permane più che mai acuta ancora oggi, anche in considerazione della situazione di crisi economica e sociale generalizzata che stiamo vivendo. Se questo è vero non possiamo considerare la tortura come un residuo del passato destinato a scomparire.

Le cicatrici che la tortura (post)moderna lascia sui torturati di oggi non sono altro che il prosieguo, o l’anticipo delle cicatrici che il mercato, dove sono costretti a vendere la loro forza lavoro, ha già lasciato e continuerà a lasciare. Con la differenza che quelle lasciate dalla tortura si manifestano in una versione più intensa, più cruenta. I torturatori sono la versione horror di quegli ‘acconciatori’ della ‘pelle’ dei lavoratori, di cui parla Karl Marx quando illustra la sua biopolitica, perché i torturati appartengono, nella stragrande maggioranza dei casi, alle fila di coloro che sono costretti a vendere la loro ‘pelle’.2

Rimanendo a Marx, si può sviluppare ulteriormente il ragionamento di Gjergji sostenendo che non solo la tortura è funzionale allo svilimento della forza lavoro, ma che il lavoro in sé stesso, portando alle estreme conseguenze la logica dello sfruttamento capitalistico, può diventare una forma di tortura.

Il lavoro alla macchina intacca in misura estrema il sistema nervoso, sopprime l’azione molteplice dei muscoli e confisca ogni libera attività fisica e mentale. La stessa facilitazione del lavoro diventa un mezzo di tortura, giacché la macchina non libera dal lavoro l’operaio, ma toglie il contenuto al suo lavoro.3

Nel segreto laboratorio della produzione, sostiene ancora Marx, “il capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia sugli operai”.4 Qui il capitalista deve affermare la sua onnipotenza, cancellando l’umanità del lavoratore, come il torturatore nei confronti del seviziato. La fabbrica deve rimanere un luogo separato, sottratto allo sguardo pubblico e affrancato dalle regole ordinarie, al pari della stanza dei supplizi. Certo non bisogna mai portare questi ragionamenti oltre il loro necessario limite. La tortura, in senso proprio, rimane uno strumento estremo, eccezionale, se paragonata alle “normali” sofferenze che può subire un lavoratore, per quanto tragiche esse possano essere. Ma occorre aggiungere che durante le situazioni di crisi, come quella che stiamo attraversando, i confini tra norma ed eccezione diventano maggiormente porosi. Basti qui ricordare, per concludere con le parole dell’autrice, che per i torturatori di ogni latitudine, il razzismo “sperimentato nella vita quotidiana rappresent[a] una lunga ed efficace palestra di addestramento”.5


  1. I. Gjergji, Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, 2019, p. 71. 

  2. Ivi, pp. 87-88. 

  3. K. Marx, Il capitale, Libro primo, Editori Riuniti, 1980, p. 467. 

  4. Ivi, pp. 468-469. 

  5. I. Gjergji, Sociologia della tortura, p. 85. 

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La pena di morte viva https://www.carmillaonline.com/2019/04/23/la-pena-di-morte-viva/ Tue, 23 Apr 2019 09:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=52233 di Alexik

Elton Kalica, La pena di morte viva. Ergastolo, 41 bis e diritto penale del nemico, Meltemi, 2019, pp. 189.

“L’ergastolo ti fa morire dentro a poco a poco. Non siamo morti ma neppure vivi. L’ergastolo è l’invenzione di un non-dio di una malvagità che supera l’immaginazione. L’ergastolo è una morte bevuta a sorsi, perché non ci mettiamo d’accordo e smettiamo di bere tutti assieme?” 

Con queste parole, nel maggio del 2007, 310 reclusi a vita nei circuiti della carcerazione speciale chiedevano al Presidente della Repubblica Giorgio [...]]]> di Alexik

Elton Kalica, La pena di morte viva. Ergastolo, 41 bis e diritto penale del nemico, Meltemi, 2019, pp. 189.

“L’ergastolo ti fa morire dentro a poco a poco.
Non siamo morti ma neppure vivi.
L’ergastolo è l’invenzione di un non-dio di una malvagità che supera l’immaginazione.
L’ergastolo è una morte bevuta a sorsi, perché non ci mettiamo d’accordo e smettiamo di bere tutti assieme?” 

Con queste parole, nel maggio del 2007, 310 reclusi a vita nei circuiti della carcerazione speciale chiedevano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di convertire l’ergastolo in pena di morte, considerandola meno dolorosa.
Con sollecitudine il Quirinale scaricava il barile sul Parlamento, impegnato all’epoca nel dibattito sull’abolizione della pena perpetua.1
Come era prevedibile, della riforma non se ne fece nulla.

Del resto, perché mai lo Stato avrebbe dovuto privarsi di strumenti afflittivi così duttili ?
Strumenti costruiti in tanti anni di gestione emergenziale dei conflitti e della devianza, e giunti, nel loro insieme, a costituire un sistema di annichilimento del ‘detenuto speciale’ decisamente avanzato.

Nei circuiti del 41bis e dell’alta sicurezza, nella previsione e applicazione dell’ergastolo ostativo, trovano oggi compimento e sintesi quarant’anni di scienza repressiva, dall’apertura delle carceri speciali nel ’77 – che ha inaugurato l’era della diversificazione dei percorsi penitenziari in base alla ‘qualità’ del detenuto – passando per le norme che sospendono potenzialmente all’infinito le già scarse garanzie del trattamento penitenziario per determinate categorie2, e per quelle che escludono da ogni possibile beneficio (permessi, libertà condizionale) chi non si pente, prospettando per chi sconta l’ergastolo e rifiuta la delazione di poter uscire solo in posizione orizzontale.3

Per l’occasione sono state disposte “strutture attrezzate”4, carceri laboratorio per sperimentare tecniche di “pacificazione”, intesa come riduzione di un particolare gruppo umano ad uno stato di sottomissione pacifica a fronte di pratiche degradanti, caratterizzate da un altissimo livello di violenza intrinseca.
Se in decenni passati ha prevalso l’esercizio della violenza materiale, oggi nelle “strutture attrezzate” si compie la versione contemporanea di una sorta di quaestio medioevale – “veritatis indagatio per tormentum” – dove, ai fini della confessione, la tortura non viene in genere somministrata tutta insieme nella forma dell’intensità del dolore fisico, ma centellinata ogni giorno, per anni, per decenni, con lo svuotamento del tempo, la riduzione al silenzio, l’annullamento di ogni dimensione sociale del detenuto, la distruzione quasi assoluta di ogni rapporto con i suoi amori.

E’ questo ciò che emerge dal prezioso il lavoro di Elton Kalica, un’indagine svolta sulla base di 20 interviste a ergastolani provenienti dal regime di 41bis.
È una ricerca unica, sia  perché è molto raro riuscire ad avere notizie su quello che accade dietro le mura delle “strutture attrezzate”.
Ma anche perché solo Elton poteva riuscire a compierla, unendo alla capacità analitica acquisita durante gli studi accademici la conoscenza dei meccanismi interni al carcere, sperimentati in prima persone nel corso di 14 anni di prigionia, di cui 5 in Alta Sicurezza. Senz’altro utile, in questo suo compito, l’esperienza come redattore di “Ristretti Orizzonti”, e la capacità di porsi in relazione ai detenuti col necessario rispetto.
Oggetto della sua ricerca è quello di “raccontare quanto la somministrazione della sofferenza in carcere superi persino la fantasia”.

Elton ci conduce attraverso la quotidianità di un detenuto al 41bis: 23 ore al giorno di isolamento in una cella singola di 6 metri quadri scarsi, soggetta a perquisizioni giornaliere e battitura sbarre.
La dotazione della cella consiste in una branda metallica e di uno sgabello inchiodati a terra, di un tavolino e un armadietto fissati al muro, di un televisore blindato.
E’ impossibile disporre gli arredi a proprio modo, così come è vietato appendere al muro qualsiasi cosa. Viene impedita qualsiasi personalizzazione.
Gli oggetti che si possono tenere, compresi i capi di vestiario, sono un numero limitato, insufficiente. I libri non superiori a tre.

Qualsiasi spostamento del detenuto – da e per il cortile, da e per il colloquio con l’avvocato o con il giudice, da e per le visite parenti, ecc. – è accompagnato da perquisizione personale, a volte col metal detector, ma più spesso tramite denudamento, al di fuori di ogni limite regolamentare posto a questa pratica.

Sempre, dovunque andavi. Era un’umiliazione… anche se andavi dal magistrato, una cosa  pazzesca…
Io l’ho detto al magistrato: dottoressa, ogni volta che voi mi chiamate qui mi spogliano, mi svestono , mi umiliano. Ma scusate. Io posso capire all’entrata che posso avere un’arma. Ma se mi spogliano all’uscita vuol dire che voi siete corrotta con me..
Il magistrato chiama l’ispettore e gli chiede: come mai all’uscita voi lo spogliate. Risponde che questo è un ordine
.”

Qualcuno riesce anche a scherzarci sopra, presentandosi nudo sotto la tuta da ginnastica.

La custodia e la sorveglianza sono affidate al G.O.M.5
Davanti a loro bisogna spogliarsi più volte al giorno: la nudità del corpo è a disposizione dei carcerieri.
È questo il prezzo per raggiungere un cortiletto circondato da muri di cemento armato alti 5 metri, a volte col cielo sbarrato da una rete e da una lastra di plexiglass, in modo da eliminare anche l’aria dall’ora d’aria.
Alcuni vi rinunciano, perché ritengono non ne valga la pena

L’aria e la “socialità” si svolgono con altri tre detenuti, scelti dall’amministrazione a sua discrezione con i quali, ammesso che ci sia compatibilità, dopo un po’ non si sa più che dire. Ci si può giocare a carte, in una stanza che quando presenta qualche libro e una cyclette assume in nomi pretenziosi di biblioteca e palestra.
A parte i tre del gruppo, con qualsiasi altro recluso è punito ogni contatto, ogni parola.

E’ vietato il dono, lo scambio di vestiario o di cibo, con chiunque.
E’ vietato cucinare, ma non da sempre. L’ha deciso Alfano, nel 2009, ai tempi in cui era ministro della Giustizia del governo Berlusconi IV.
Dichiarando di voler rendere  “ancora più duro” il 41bis, Angelino ha proibito la pastasciutta.
Involontariamente, e senza tema del ridicolo, ha esplicitato il senso prettamente vessatorio di questo regime carcerario, visto che non si capisce come il fatto di potersi cuocere o meno un piatto caldo possa avere una qualsiasi attinenza con gli obiettivi formali del 41bis, ovvero di impedire i rapporti del detenuto con l’organizzazione di provenienza.

Chi ha vietato il dono e la cucina conosce il loro significato all’interno del carcere:
Il dono è segno di amicizia, sostegno materiale e solidarietà, ed ogni meccanismo solidale va colpito.
Mentre le lunghe ore passate a cucinare riempiono il tempo vuoto, i dettagli delle ricette riemergono nei discorsi nell’ora d’aria, la scelta del proprio pasto è un esercizio, ancorché minimale, di decisionalità.
Ma ogni decisionalità del detenuto va negata. Ogni aspetto della sua giornata è a disposizione dei carcerieri :
Quotidianamente si aspettano i comandi dell’agente per andare in doccia, all’aria, in saletta, oppure semplicemente per uscire dalla cella durante la quotidiana verifica dell’integrità delle inferriate e l’esame della camera”.

Sono frequenti i piccoli soprusi per farlo scattare e metterlo in punizione, cioè togliergli l’uso del televisore e l’ora d’aria, ma soprattutto per fare rapporto e ribadirne la pericolosità ai fini del rinnovo del 41bis.

Ma la parte più dura riguarda il rapporto con i familiari, unici titolati – oltre all’avvocato – agli incontri: un’ora di colloquio ogni due settimane, che poi si riduce a 40 minuti, separati dal vetro divisorio, e con un microfono mezzo rotto per parlare.
Un esperienza frustrante e avvilente per il coniuge, shoccante per i bambini, reduci l’uno e gli altri da lunghi e faticosi viaggi fino al carcere speciale.
Ai bambini viene concesso il contatto fisico col genitore, ma al prezzo di restare soli con la guardia che li conduce nella stanza al di là del vetro, e dopo poco li riporta via. “I pochi minuti di abbraccio sono la conclusione di una procedura complessa e traumatizzante per il minore”.
C’è chi rinuncia ai colloqui per non infliggere queste umiliazioni alla famiglia.

In alternativa al colloquio è prevista una telefonata al mese di 10 minuti, ma il parente si dovrà recare per effettuarla al carcere più vicino alla sua residenza, per essere identificato.
Tutti i colloqui, che siano effettuati di persona o per telefono, tranne quelli con l’avvocato, vengono registrati.

Qualsiasi intimità è negata, o alla mercé dei carcerieri, soprattutto le lettere, perché il contenuto della corrispondenza in entrata e in uscita viene valutato dalla guardie carcerarie alla ricerca di contenuti potenzialmente pericolosi. Ogni frase è fonte di dubbio.
Anche dire due volte “ti amo” alla propria moglie può essere considerato un messaggio in codice.
La corrispondenza sospetta viene poi inoltrata al magistrato che potrà esaminarla, senza limiti di tempo.
Di solito ne convalida il sequestro.
Solo poche lettere dal linguaggio neutro e telegrafico riescono a partire.
Così il processo di separazione dai familiari diventa completo, e per gli ergastolani infinito.
Il detenuto vede entrare in crisi il legame di coppia e la funzione genitoriale.
E il suo isolamento cresce, per le ventitré ore da solo in cella, per il silenzio imposto, per l’assenza di argomenti tipica di una vita vuota, per le difficoltà ai colloqui, per il timore che le proprie confidenze cadano in mano a delatori, per non voler mettere a nudo davanti agli agenti parole di tenerezza verso i propri amori.
Gradualmente il linguaggio si atrofizza in monosillabi e frasi incomplete, si perde la capacità di relazione.
Gradualmente alla prigione di cemento si sovrappone una propria prigione interna,  l’assuefazione alla solitudine, che diventa preferibile ad ogni altra situazione detentiva.
Qualcuno va via di testa.

Mi aspetto a questo punto un’obiezione: questo trattamento è riservato ai capimafia, condannati per terribili reati.
Non solo. Non sempre.
Non è detto che la durezza della pena sia commisurata alla responsabilità effettiva attribuita al condannato, non è questo il criterio che la sottende.

Il regime di 41bis rimanda a una legge nata sull’onda emotiva delle stragi mafiose di vent’anni fa… Ne deriva che la risposta della magistratura si sia orientata non solo  a colpire Cosa Nostra, ma in chiave comunicativa, a vincere una guerra, fare terra bruciata intorno ad altre aggregazioni con caratteristiche simili…
I processi sull’accusa di associazione mafiosa sono la manifestazione esemplare, dato che, una volta accertata l’esistenza del consorzio, anche quelle condotte che di per se non avrebbero rilevanze penali, risultano rilevanti ai fini dell’organizzazione
“.

La logica di guerra rimanda all’annientamento del nemico, al “diritto penale del nemico” teorizzato da Günther Jakobs6, a un trattamento speciale che sospende le garanzie dello Stato di diritto principalmente in base all’identità del soggetto, più che al reato compiuto.
La sproporzione è evidente quando il regime speciale cessa per il principale responsabile del sequestro e dell’uccisione del piccolo Giuseppe di Matteo. Giovanni Brusca oggi non è più un nemico dello Stato, è un collaboratore, e pertanto è fuori dal carcere. Personaggi minori con responsabilità molto più marginali nell’ambito dello stesso delitto, rimangono nei circuiti speciali con l’ergastolo ostativo.

Infine, il 41bis non riguarda solo i mafiosi.

Da ormai più di una settimana le anarchiche Silvia, Agnese e Anna, sono state trasferite dalla sezione AS2 (Alta Sicurezza) del carcere di Rebibbia a quella dell’Aquila.Un carcere, quello del capoluogo abruzzese, in cui la quasi totalità della popolazione carceraria è sottoposta al 41 bis. Un regime di carcere duro che prevede l’isolamento 23 ore al giorno, la riduzione delle ore d’aria, l’impossibilità di cucinare in cella, dove l’ingresso della luce è limitato dalla presenza di pannelli opachi di plexiglass, dove c’è una sola ora di colloquio con i familiari che per di più avviene attraverso vetri divisori senza la possibilità di alcun contatto. Non si ha inoltre la possibilità di tenere più di quattro libri in cella, la corrispondenza è sempre sottoposta a censura, è impossibile partecipare ai processi se non attraverso la videoconferenza. Nelle carceri dove è presente il 41 bis, l’ombra di questo regime si estende ben al di là di queste sezioni andando a modificare le condizioni di detenzione del resto dei prigionieri.
Silvia, Agnese e Anna si trovano quindi in celle singole, con i blindi chiusi, nello spazio che era la vecchia sezione 41bis femminile“….7

Le forme più dure della carcerazione speciale travalicano i confini previsti dalla norma, e in un contesto di populismo penale si estendono sempre di più.
Necessita una battaglia di civiltà, affinché nuovi corpi non vengano risucchiati in questo gorgo.


  1. Alberto Custodero, Gli ergastolani scrivono a Napolitano “Siamo stanchi. Condannateci a morte”, La Repubblica, 31 maggio 2017. 

  2. Con la riforma dell’ordinamento penitenziario (Legge 354/75) veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
    Al suo interno l’art.90 permetteva al Ministero di Grazia e Giustizia di sospendere ogni diritto o tutela a suo piacimento per “gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza“.
    Nel 1986 la Gozzini (Legge n.663/86) abrogava l’art.90 ma introduceva il 41bis, che autorizzava il Ministero di Grazia e Giustizia a sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza interna alle carceri italiane.
    In seguito alla strage di Capaci (1992) la possibilità di sospensione ministeriale veniva  estesa ai gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica nei confronti dei detenuti facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa, passando da una norma finalizzata a prevenire e sedare episodi di conflittualità carceraria a strumento repressivo rivolto alla conflittualità esterna. Fra il 2002 e il 2004 ne sono stati ampliati i limiti temporali, rinnovabili potenzialmente all’infinito. Il 41bis non è applicabile unicamente agli appartenenti, presunti e non, alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma anche agli imputati e condannati per una lunga lista di reati, fra i quali l’eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza. 

  3. L’art. 4 bis dell’ordinamento Penitenziario esclude dall’accesso ai benefici diverse categorie di reati: 1) di particolare pericolosità 2) commessi in contesti di criminalità organizzata o terroristica 3) che presuppongono il rifiuto del condannato a collaborare con la giustizia. 

  4. Case Circondariali attrezzate per il 41bis: Massama, Uta, Bancali, Novara, Opera, Cuneo, Parma, Tolmezzo, Viterbo, Spoleto, Ascoli Piceno, Terni, Rebibbia, L’Aquila, Secondigliano,Poggioreale, Macomer, Mamone a Onanì, Badu ‘e Carros, Voghera, Reggio Calabria. 

  5. Gruppo Operativo Mobile, corpo speciale di polizia penitenziaria sorto agli “onori della cronaca” per le torture dei manifestanti del G8 di Genova 2001 nella caserma di Bolzaneto. 

  6. Vedi su Carmilla: Il nemico interno/2

  7. Tratto da “Osservatorio repressione“ 

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La fabbrica della cura mentale. Storie di banalità del male in tempo di pace https://www.carmillaonline.com/2017/08/04/39424/ Thu, 03 Aug 2017 22:01:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39424 di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante, Elèuthera, Milano, 2013, 176 pagine, € 14,00

«C’è una frase di De André che sempre mi accompagna nei momenti di maggior conflitto con il mio mestiere: “Chi va dicendo in giro che amo il mio lavoro non sa con quanto amore mi dedico al tritolo…”. Credo che essere basagliano trent’anni dopo la 180, voler continuare a deistituzionalizzare, a negare l’istituzione del male mentale e dei manicomi, significhi essere un po’ bombarolo. Bombarolo come Basaglia» (Piero Cipriano, p. 56).

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di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante, Elèuthera, Milano, 2013, 176 pagine, € 14,00

«C’è una frase di De André che sempre mi accompagna nei momenti di maggior conflitto con il mio mestiere: “Chi va dicendo in giro che amo il mio lavoro non sa con quanto amore mi dedico al tritolo…”. Credo che essere basagliano trent’anni dopo la 180, voler continuare a deistituzionalizzare, a negare l’istituzione del male mentale e dei manicomi, significhi essere un po’ bombarolo. Bombarolo come Basaglia» (Piero Cipriano, p. 56).

Tra il 2013 ed il 2016 Piero Cipriano ha dato alle stampe tre testi importanti a proposito della gestione coercitiva istituzionale di chi è afflitto da sofferenza mentale. Di due dei tre testi che compongono la trilogia ci siamo già occupati in passato: Il manicomio chimico (Elèuthera, 2015) [su Carmilla], che ricostruisce l’avvento dell’era della psichiatria chimica e La società dei devianti (Elèuthera, 2016) [su Carmilla], ove l’aspetto diagnostico è indicato come meccanismo di conferimento di identità e destino all’individuo. Non resta che presentare La fabbrica della cura mentale (Elèuthera, 2013), primo volume della trilogia dello psichiatra riluttante, come ama definirsi Cipriano.

Anche ne La fabbrica della cura mentale, come negli altri libri, l’autore alterna racconti di esperienze vissute in prima persona come essere umano, ancor prima che come psichiatra, all’interno dei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, a riflessioni derivate dalla partecipazione a convegni e da letture di saggi e romanzi. Dunque, il testo alterna dati scientifici, esperienze tra i pazienti e storie d’invenzione.

«Se il SPDC [Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura] non è un manicomio io direi che assomiglia a una catena di montaggio. Il manicomio ricordava un campo di concentramento, il SPDC ricorda una fabbrica. Il che è un passo avanti […] Il SPDC è meglio del manicomio. Però guardiamo da vicino, trent’anni dopo la 180, come viene ricoverato nella gran parte dei SPDC d’Italia, un malato con crisi mentale acuta. Come inizia la sua carriera di malato di mente. Come, anche se il manicomio non c’è più, il malato viene ugualmente ridotto a cosa, a un corpo rotto» (p. 31). Al malato che giunge in un SPDC particolarmente agitato, trattenuto da più persone (agenti, infermieri, medici…), viene praticata una terapia sedativa prima di essere ricoverato. Se il malato manifesta (o ha fama) di essere “problematico”, viene legato al letto così, quando si risveglia, rimbambito dai farmaci, si ritrova bloccato da quattro fasce e capisce che è meglio “non disturbare”, che conviene adeguarsi alle regole del reparto, ai suoi orari ed ai suoi rituali. Una volta data prova di sottomissione, il paziente (paziente per forza), accompagnato, può uscire dalla porta del reparto costantemente chiusa ma se non si è “normalizzato a sufficienza”, anche nel caso si sia presentato in reparto volontariamente, il ricovero si trasforma praticamente in TSO.

Una volta dimesso, nel caso il paziente si dimostri ancora “grave e pericoloso”, «va in una Casa di cura Convenzionata, a far ricchi gli imprenditori della follia. Lì passa uno, due o tre mesi con l’autorizzazione del medico del Centro di Salute Mentale (CSM), così nel frattempo respira […] Prima o poi, però, esce anche dalla Casa di Cura e deve essere ripreso in carico dal CSM. Purtroppo, tranne eccezioni virtuose, è il paziente che deve raggiungere il CSM, dato che gli operatori non si possono muovere per andare al suo domicilio perché sono pochi o non ci sono le macchine o per altri motivi […] Per cui, dopo un po’, il paziente addomesticato si inselvatichisce di nuovo e si dà alla macchia […] dopo qualche settimana o mese, quello ritorna in crisi acuta in SPDC, perché i parenti o i vicini hanno chiamato il CSM […] e ricomincia il gioco della porta che gira» (pp. 32-33).

È terrificante. Ma è così che funziona la fabbrica della cura mentale. «Il SPDC è una fabbrica. Il primario è il direttore della fabbrica. Che ha una catena di montaggio a cui badare. Uno Psichiatra è un tecnico specializzato addetto a questa specie di catena di montaggio umana, dove il malato è la macchina biologica rotta, che deve essere aggiustata non con la parola, con la relazione o con un po’ d’umanità, ma con il farmaco» (p. 33).

Già, la psichiatria chimica si sostituisce alle parole perché queste, continua Cipriano, gli psichiatri le conservano «per il pomeriggio, per lo studio privato, per i pazienti più danarosi, meno gravi, meno malati, meno sporchi, più colti, quelli più piacevoli da vedere (della stessa classe sociale del terapeuta, si sarebbe detto in altri tempi). In SPDC basta il farmaco. E se non basta ci sono le fasce» (p. 33). Ma se farmaco e fasce non bastano, ecco che «il paziente viene inviato di soppiatto, senza dirlo troppo in giro, in qualche casa sicura attrezzata per la terapia elettrica, terapia che […] se non altro toglie la memoria e la consapevolezza di sé» (p. 33). Grazie l’elettrochoc il malato viene internato per qualche mese ed il medico può rifiatare in attesa di ritrovarselo alle porte del reparto.

Cipriano dedica qualche pagina al lessico adottato dai medici; un linguaggio incomprensibile ai più che contribuisce a mantene i camici bianchi unici depositari del “segreto della salute e della malattia” ed intanto ai tirocinanti viene insegnato a riconoscere i sintomi, così da poter collocare il caso in un quadro clinico al fine di formulare una diagnosi, quella diagnosi che, come ottimamente spiegato dal Nostro psichiatra riluttante nel volume La società dei devianti, conferisce identità e destino all’individuo.

Tornando ai Dipartimenti di Salute Mentale italiani, sostiene Cipriano, la Legge 180 del 1978 è male applicata in buona parte di essi, visto che, in molti casi, non viene messa in discussione la centralità del ricovero, il primato della clinica rispetto ai luoghi della vita delle persone. Roberto Mezzina, psichiatra del DSM triestino, denuncia questa logica sottolineando come non vi sia alcuna necessità scientifica di confinare l’individuo in un luogo se non lo si concepisce come “corpo da custodire” affinché questo venga controllato e “riparato” prima di restituirlo al corpo sociale. Dunque, aggiunge Cipriano, si tratta di un’operazione di controllo e «per far sì che la questione del controllo sociale dell’emergenza urbana non si concluda inevitabilmente con l’arrivo nel luogo magico del pronto soccorso, e con il passaggio ultimo e definitivo nel SPDC, è necessario ripensare i servizi territoriali, i cosiddetti Centri di Salute Mentale, spesso ridotti a meri ambulatori dove si prescrivono psicofarmaci» (p. 38).

Cipriano indica alcuni esempi alternativi di trattamento dei malati; tra questi i CSM aperti ventiquattro ore al giorno triestini, che ospitano i pazienti in luoghi aperti basati sulla relazione e non sull’internamento coatto, e il modello di cura alternativo Soteria, ideato dallo psichiatra americano Loren Mosher, basato su un’abitazione ospitante un numero ridotto di individui affetti da primi episodi di psicosi in cui non si ricorre ad alcuna etichetta nosografica e, soprattutto, si selezionano gli operatori in base alle loro caratteristiche di empatia e disponibilità. Tra i motivi della scarsa diffusione di tali modalità di cura alternative, Cipriano indica come secondo alcuni psichiatri critici «il vero motivo del dogma della farmacologizzazione precoce delle psicosi è la forte collusione [degli operatori e delle istituzioni] con le multinazionali dei farmaci e le università, grazie alla quale si è mantenuta, in cinquant’anni di psicofarmacologia, la stessa approssimazione degli anni Sessanta» (p. 40). È talmente strutturata l’idea che terapia psichiatrica significhi somministrazione di psicofarmaci che lo psichiatra che anche solo diminuisce la terapia farmacologica ad un paziente, rischia di essere condannato da un tribunale. «Basaglia sosteneva che gli psicofarmaci servono a sedare, più che il malato, l’ansia dello psichiatra» (p. 42).

Nel volume ci si sofferma anche sulla pratica del legare i pazienti con disturbi psichici. Pratica che, nonostante non sia menzionata dai libri di psichiatria, continua ad essere diffusamente praticata. Il ricorso alle fasce di contenzione, secondo Cipriano, è diffuso anche a causa di carenze legislative ma questo non basta a spiegare il fenomeno. Nemmeno la motivazione economica (legare costa meno che aumentare le risorse umane nei reparti), secondo lo psichiatra riluttante è sufficiente a spiegare il diffuso ricorso a tale pratica. Probabilmente si tratta di «una questione di etica e di cultura» (p. 53). Occorrerebbe cambiare la testa degli operatori.

«Quando un matto agitato viene catturato dalle forze dell’ordine, ammanettato e portato nel pronto soccorso di un ospedale, e lo psichiatra non fa altro che sostituire le manette con le sue fasce, ecco, in quel caso non ha fatto lo psichiatra, ma ha fatto il poliziotto, si è adeguato alla misura poliziesca, ha fatto l’antipsichiatra, insomma. Per cui io ribalterei la vecchia dicotomia degli anni Settanta tra psichiatria e antipsichiatria. Il vero antipsichiatra per me non è colui che ricusa le fasce, ma è colui che lega; viceversa, il vero psichiatra non è colui che lega, ma colui che non accetta di adoperare le fasce» (p. 54).

Riflettendo sul ricorso alla contenzione da parte di tanti operatori, Cipriano riprende le riflessioni di Hannah Arendt circa la banalità del male; in effetti, sostiene, questi operatori che ricorrono alle fasce non sono sadici torturatori, eppure lo fanno. Riprendendo e parafrasando brillantemente l’incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj – “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” – Cipriano giunge alla conclusione che «ogni psichiatra che non lega si assomiglia; e non lega per un motivo molto semplice, perché ha compreso che non è giusto, non è terapeutico, anzi è antiterapeutico, è una tortura, è un crimine. E per questo è felice […] uno psichiatra che non lega è felice. Viceversa, ogni psichiatra che ritiene giusto, utile, terapeutico legare un altro uomo “è infelice a modo suo”» (p. 55). In tale varietà di “infelici” c’è chi lega per paura, chi perché è autoritario, chi perché semplicemente lo ha sempre fatto senza chiedersi nulla, chi perché di notte in reparto vuole dormire, chi perché non conosce bene i farmaci e via dicendo. Gli infelici legano per tanti diversi motivi. «Gli psichiatri felici, invece non legano. E non legano per un solo motivo» (p. 55).

La tortura è ovviamente qualcosa di diverso da un ricovero psichiatrico ma, afferma Cipriano, il rapporto che lega torturato e torturatore a volte non è poi così diverso dal rapporto tra il ricoverato in un SPDC e lo psichiatra che lo lega al letto. A tal proposito l’autore de La fabbrica della cura mentale riprende alcune considerazioni sulla tortura di Françoise Sironi (Persecutori e vittime) provando a confrontarle con la psichiatria coercitiva. Ecco allora che la domanda “Come si può curare chi è stato vittima di torture?”, pensando ad un paziente ricoverato in maniera coatta, magari legato e sedato, può diventare: “Come può la psichiatria curare una vittima della psichiatria?”. Oppure, se a proposito della tortura Sironi mette in luce il suo essere un’esperienza incomunicabile, avvolta dal silenzio sia da parte di chi la pratica che di chi la subisce, di cui si può, eventualmente, avere informazioni soltanto dalle testimonianze delle vittime, non molto diversa è la situazione dei ricoveri psichiatrici; chi è stato legato al letto ripetutamente per giorni e giorni, difficilmente può essere testimone dell’accaduto anche a causa della poca credibilità che gli viene concessa. In tal caso la coltre di silenzio può essere infranta solo da qualche operatore dissenziente. Altro esempio di analogie è dato dal fatto che nelle pratiche della tortura non di rado si ricorre al terrore generato dal costringere i torturati ad assistere alla tortura di altri prigionieri. Ebbene, continua Cipriano, nei reparti psichiatrici i pazienti si trovano ad assistere al bloccaggio ed alla contenzione di altri ricoverati e tutto questo non può che generare in essi il terrore che ciò possa accadere anche a loro se non si comportano secondo le regole del reparto. Oppure, ancora, nelle prigioni spesso si alternano carcerieri buoni a carcerieri cattivi esattamente come accade nei reparti psichiatrici. Nelle galere è prevista la medicazione non terapeutica a scopo punitivo, pratica diffusa anche nei reparti psichiatrici e così via…

Sul finire del libro, Cipriano, riprendendo il triste caso dell’anarchico Franco Mastrogiovanni – a cui l’autore ha fatto riferimento anche nel suo scritto “Lo specialista pericoloso” [su Carmilla] -, riflette amaramente sul ruolo che lo psichiatra si trova a ricoprire di questi tempi. «Siamo meri esecutori dei crimini in tempo di pace. Perché fuori facciamo i comunisti, i progressisti, ci iscriviamo ad Amnesty International, votiamo Sinistra, Ecologia e Libertà o Partito Democratico, compriamo “La Repubblica”, “il manifesto”, “L’Unità” o “Il fatto quotidiano”, siamo contro i leghisti che vogliono gli stranieri fora da le bal. Ma quando siamo in camice, dentro al nostro ospedale, dentro al nostro reparto psichiatrico, diventiamo carnefici come il potere ci vuole. E leghiamo la gente. E la chiudiamo dentro. E la sorvegliamo e la puniamo. Fora da le bal allo strano, al diverso, all’alienato. Nella nostra pratica professionale non siamo più comunisti, progressisti, democratici, tolleranti, ma perfetti fascisti» (p. 158).

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Cayenne italiane https://www.carmillaonline.com/2017/07/22/cayenne-italiane/ Sat, 22 Jul 2017 01:12:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39521 di Alexik

Il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei GOM la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli“.

Erano andati al macello inermi, chi con una bandiera rossa, chi con una A cerchiata, chi [...]]]> di Alexik

Il cancello si apriva in continuazione. Dai furgoni scendevano quei ragazzi e giù botte. Li hanno fatti stare in piedi contro i muri. Una volta all’interno gli sbattevano la testa contro il muro. A qualcuno hanno pisciato addosso, altri colpi se non cantavano faccetta nera. Una ragazza vomitava sangue e le kapò dei GOM la stavano a guardare. Alle ragazze le minacciavano di stuprarle con i manganelli“.

Erano andati al macello inermi, chi con una bandiera rossa, chi con una A cerchiata, chi con la testa piena di fantasticherie democratiche.
Alcuni indossavano una tuta nera, altri patetiche protezioni di gommapiuma, tutti drammaticamente inadeguati a fronte della violenza che gli avrebbero scatenato addosso.
Arrivarono a Genova nel luglio 2001 pensando che bastasse la forza dei numeri per contrastare quella dei potenti, o che si trattasse ancora una volta della simulazione di uno scontro.
I più erano immemori o inconsapevoli di quello che aveva dovuto affrontare, circa 20 anni prima, l’ultima generazione che aveva provato seriamente a sovvertire le regole del gioco. Pochi avevano memoria diretta della gestione della piazza dei tempi di Cossiga, o delle violenze poliziesche di Voghera1.
La quasi totalità non aveva mai conosciuto il carcere, o non aveva fatto sufficiente attenzione a ciò che si muoveva dietro quelle mura.
Dopo l’esecuzione di Carlo, dopo la ‘macelleria messicana’ della Diaz, duecentocinquantadue (ma la stima è incerta) vennero portati alla caserma di Bolzaneto, consegnati nelle mani di polizia, carabinieri, ma soprattutto del GOM (Gruppo Operativo Mobile) della polizia penitenziaria.
Qui varcarono le soglie di un incubo:

Torturato n° 38, straniero. Offeso, mentre era nudo, rivolgendogli domande sulla sua vita sentimentale e sessuale, veniva costretto a spogliarsi nudo e a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania costretto con la minaccia di percosse con la cintura presa ad altro detenuto, a fare delle giravolte sul pavimento; percosso e ingiuriato con sgambetti e sputi da due ali di agenti mentre transitava nel corridoio.

Torturato n° 47, straniero. Percosso nel corridoio con calci e pugni, percosso nell’infermeria mentre veniva perquisito e sottoposto a visita medica con un pugno al torace, in conseguenza delle percosse riportava la frattura della costola destra, percosso, ingiuriato e minacciato in bagno  da due agenti che lo costringevano a mettersi davanti al wc e gli dicevano “orina finocchio “, e minacciavano di violentarlo con un manganello, con lo stesso manganello lo percuotevano all’interno delle cosce procurandogli ematomi, percuotevano ancora con pugni alla testa e alle spalle.

Torturata n° 60, italiana. Accompagnata dalla cella al bagno, costretta a camminare lungo il corridoio con la testa abbassata e le mani sulla testa, colpita da altri agenti con calci, derisa e minacciata, costretta con violenza e minacce a chinare la testa all’interno della turca; insultata con : “puttana”, “troia” e a subire da altri agenti frasi ingiuriose con riferimenti sessuali del tipo “che bel culo “, “ti piace il manganello”, costretta a fare il saluto romano e a dire: “viva il duce “, “viva la polizia penitenziaria”.2

Lo stesso incubo vissuto nelle carceri di questo paese.

Fuori dalla caserma le telecamere di tutto il mondo erano puntate sul G8.
Se tale era la fiducia dei torturatori nell’impunità, in un contesto di così forte attenzione politica e mediatica, quali violenze potevano essere capaci di attuare nel chiuso delle galere, lontano da sguardi indiscreti, e su persone completamente in loro potere per lunghissimi periodi di tempo?
Da quale ‘scuola’, da quale ‘brodo culturale’ provenivano quegli agenti ?
Su quali corpi si erano allenati prima di arrivare a Genova?

Tradizioni: la violenza nel carcere ‘sabaudo’

Sono da  poco le  sette  del  mattino,  passi cadenzati  si  odono nella  sezione,  la  terza  superiore  del penitenziario di  Volterra…  Odo i  passi  arrestarsi  di  fronte alla mia cella, la n. 23, lo scatto del pesante passante che blocca la porta,  che  viene  spalancata,  innanzi  a  me  due  brigadieri  ed una decina di guardie, vengo invitato ad uscire, obbedisco, ed in  mezzo  al  plotone  mi incammino verso  l’uscita.
Faccio una domanda,  mi  viene risposto che non sono tenuti  a darmi  delle spiegazioni,  replico  la  domanda,  mi informano  che  debbo essere isolato…
Vengo  introdotto  in una cella, con un  letto di  contenzione al  centro,  mi  spogliano completamente nudo intorno ci sono una ventina di guardie. In un  istante  mi  sono  addosso  con  calci  e  pugni,  cerco di coprirmi,  grido,  chiedo  il  motivo di  quel linciaggio,  ricevo altri  calci,  pugni,  con una cattiveria ed una  selvaggità  mai veduta
…”3

Volterra, 19  settembre  1970.  Sono passati più di 23 anni dal varo della Costituzione repubblicana, quella che prevede che ‘le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità’. Ne mancano più di trenta ai fatti di Bolzaneto, e gli agenti ‘di custodia’ (così venivano chiamati i secondini prima di essere elevati al rango di polizia penitenziaria) non sono certo gli stessi, ma ciò nonostante il loro modus operandi presenta notevoli analogie.

Non si tratta semplicemente di esercizi di sadismo da parte di personalità frustrate, di deliri di onnipotenza e vigliaccherie gratuite esercitate nel comodo rifugio dell’impunità.
La violenza sui corpi e sulla psiche, anche quando appare immotivata e gratuita, assolve sempre una sua funzione. L’annientamento della personalità del prigioniero è funzionale all’interiorizzazione dei rapporti di potere.
E’ una tecnica disciplinare i cui effetti devono estendersi al di là e al di fuori della permanenza nelle patrie galere.

Nel vecchio carcere ‘sabaudo’, sopravvissuto fino alla metà degli anni ’70 con le sue segrete medioevali e il suo regolamento fascista, la violenza sui prigionieri era connaturata alla filosofia retributiva della pena, dove la pena è considerata un fine in sé, un valore assoluto che non necessita di altre motivazioni. Il carcere non era stato ancora toccato da filosofie trattamentali di recupero del condannato.

Non esistevano mediazioni o ammortizzatori rieducativi. L’essenziale era punire. Punire e indurre alla rassegnazione quella fetta di popolo che, per una ragione o per l’altra, aveva deragliato dai binari della disciplina sociale”.4

L’uso della violenza sui detenuti era un metodo indiscusso di neutralizzazione della devianza. Indiscusso fino a quando proprio quella violenza non fece da innesco a una lunga stagione di rivolte carcerarie.

A  Poggioreale  si  pativa  la  fame,  e alla  fame c’era  da sopportare  inoltre  un  rigore  da campo di  concentramento di tipo nazista.  Alle celle  di  punizione,  per  dare  un  esempio,  fui legato  sul letto di  forza e  malgrado dei  dolori  acutissimi  che mi presero  allo  stomaco non  fui  visitato da  nessuno  …  Mentre mi legavano ridevano e  tiravano le fasce più che potevano.
Il  vitto da  porci immangiabile,  i  secondini  che  trovavano  gusto  a  istigare e  oltraggiare  fino  a  quando uno non scoppiava.  Veniva  quindi  portato  al  palazzo di  vetro,  così  era chiamato  il  padiglione  in  cui  erano  le celle  di  punizione e  i letti  di  forza.  In questo posto  le  botte erano  all’ordine  del giorno…
Di  questo passo si  arrivò al luglio 1968 mese  in cui  pieni  di rabbia ci  si  rivoltò incendiando e  rompendo tutto ciò che ci  si parava  davanti
”.5

Con l’avvento della stagione delle rivolte, la violenza dell’istituzione carceraria non dovette più misurarsi con un insieme atomizzato di individui, con le loro ribellioni individuali intrise di disperazione, ma con una forza collettiva capace di organizzarsi, rispondere contrattaccare. Le rappresaglie sui rivoltosi furono durissime:

A  sera  quando  cessammo ogni  resistenza  fummo incolonnati,  ci  fu  impedito di  prendere  qualsiasi  vestito od oggetto personale,  dovemmo passare attraverso un  cordone formato da celerini  e  guardie carcerarie,  i  quali  cominciarono a  percuoterci  selvaggiamente con  manganellate,  pugni,  calci, cinghiate,  ed  alcuni  secondini  con  catene  munite  di lucchetto all’estremità… Il  pestaggio  era cieco  e  indiscriminato,  il livore,  la  rabbia  sadica,  la  vendetta si  abbatteva contro tutti  senza alcuna distinzione tra giovani  e vecchi  e  malati  ricoverati  all’infermeria”.6

Mentre eravamo  massacrati,  gli  sbirri  ridevano  e  canticchiavano per  deriderci.  Davanti  alle celle  mi  fecero spogliare completamente,  mi  ordinarono di  piegarmi  a novanta  gradi  ed  io  compresi la  loro  intenzione,  in quel momento essendo privo delle manette mi coprii i testicoli con le  mani,  ma  mi  ordinarono di  non  assumere  tale atteggiamento,  e  non  appena  tolsi le  mani  una  guardia pugliese  mi  sferrò una  scarpata,  e  svenni…
Nelle celle  di  punizione  … tre  giorni  alla  settimana  il  vitto  consisteva  in 200  grammi di  pane e acqua… per  sfregio  ci  rapavano  i  capelli  a zero”
7

Ma il tentativo di sedare le sommosse attraverso un intensificazione della violenza non ebbe che l’esito di farle esplodere ancora di più, con un crescendo rivendicativo che partiva dalle richieste parziali (su ora d’aria, colloqui, vitto, isolamento,  punizioni …), per estendersi a quelle generali (riforma carceraria, amnistia), fino a riprendersi la libertà con le evasioni8.

Lo Stato decise allora di condurre lo scontro sociale all’interno delle galere secondo logiche di differenziazione, riservando il pugno di ferro alle avanguardie, e allo stesso tempo avviando un processo di apertura per disinnescare la polveriera delle carceri.

Il 9 maggio del ’74, Carlo Alberto dalla Chiesa guidò l’assalto di polizia e carabinieri per sedare una rivolta nel carcere di Alessandria, lasciando in terra sette morti fra detenuti e ostaggi. Era il segnale di un cambio di fase: le ribellioni non sarebbero più state tollerate.

Contemporaneamente veniva portata a termine la riforma dell’ordinamento penitenziario che sostituiva il vecchio codice fascista, riconoscendo (almeno sulla carta) i detenuti come soggetto di diritto e mitigando (sempre sulla carta) alcuni aspetti della brutalità del carcere.
Veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società , una volta depurato dal suo carattere sovversivo, tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
Misure che nel medio periodo funzionarono effettivamente per depotenziare le agitazioni nelle carceri ordinarie, fornendo a buona parte dei prigionieri una via di uscita da quelle mura attraverso una gradualità premiale da conquistare con la buona condotta e la propensione al ravvedimento.
La violenza quotidiana nei penitenziari del circuito ordinario acquisì in questo modo nuove possibilità ricattatorie, visto che ogni reazione a un sopruso di un carceriere poteva inibire al detenuto l’accesso ai permessi, o interrompere il percorso verso la semilibertà.

Innovazioni: la violenza nelle carceri speciali

Il modello trattamentale era però riservato solo ai prigionieri ‘normali’.
L’articolo 90 della Legge di riforma prevedeva infatti la possibilità di sospendere le ordinarie regole di trattamento, quando ‘ricorressero gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza’.
Le misure per l’attuazione pratica di tale previsione di legge vennero affidate direttamente ai carabinieri, in virtù degli ‘ottimi risultati’ ottenuti ad Alessandria.
Dalla Chiesa dispose la creazione di un circuito speciale di prigionia formato dalle carceri più invivibili, preferibilmente nelle isole,9, dove vennero trasferiti i prigionieri ribelli, i militanti della lotta armata e della sovversione sociale di quegli anni, assieme ai detenuti comuni ritenuti più pericolosi.
In pratica dalla Chiesa mutuò, riattualizzandolo, il vecchio modello delle ‘carceri di rigore’ del regolamento del ’31. L’ordinamento penitenziario fascista che sembrava fosse uscito dalla porta, rientrava così dalla finestra.

Il rigore era attentamente garantito.

All’Asinara “il cibo era insufficiente, disgustoso, indigesto. L’acqua corrente non risultava potabile e aveva gli odori e il colore dei liquami da fogna. Le celle erano umide e prive di riscaldamento. Le docce si facevano ogni 15 giorni e le lenzuola venivano cambiate una volta al mese, se andava bene. Questa disciplina rigidissima era imposta a colpi di manganello. Bastava scambiare una parola con i detenuti delle altre celle per essere selvaggiamente aggrediti dalla squadretta di turno“.10
L’assistenza sanitaria era inesistente: “Fabrizio Pelli, delle BR, contrasse la leucemia a Fornelli, ma il medico del carcere si guardò bene dal diagnosticarlo, condannandolo scientemente a una morte terribile“.11

La sicurezza esterna era affidata ai carabinieri sotto il comando di dalla Chiesa, che potevano intervenire anche all’interno della prigione con ampia autonomia,  sedando eventuali rivolte tramite il GIS (Gruppo di Intervento Speciale), corpo speciale nato per l’occasione. Ma la gestione ordinaria della violenza all’interno dello speciale era affidata ancora ai secondini.

Di notte le guardie si impegnavano per non farci dormire. Tenevano le radio accese a tutto volume. Sbattevano i manganelli contro le porte blindate delle celle e facevano scorrere le canne dei mitra sulle sbarre delle finestre. Di giorno le grida, gli insulti e le minacce si sprecavano, conditi talvolta da qualche colpo di arma da fuoco sparato in aria a scopo intimidatorio. Le perquisizioni corporali erano continue, venivano ripetute più volte al giorno e sempre con il rito dello spogliarello integrale e delle flessioni sulle ginocchia. Le ispezioni nelle celle erano occasione per fare scempio dei pochi effetti personali consentiti ai detenuti, e spesso si concludevano con dei pestaggi somministrati per un nonnulla“.12

Anche ai familiari in visita negli speciali erano destinate perticolari vessazioni, come ricordano madri, sorelle, compagne dei detenuti:
La guardia di custodia voleva perquisirmi con la mano incorporata all’interno, con la mano nella natura. Allora gli dissi “Prima di farmi questa visita dammi il regolamento carcerario, per vedere se è ammesso dalla legge”. “Noi facciamo quello che vogliamo, se no i colloqui non li fai”. Mentre mi ribellavo arrivarono il brigadiere, il vice brigadiere, e tutte queste guardie di alto grado che cominciarono a spintonarmi fuori“.13

“ … ricordo che faceva un freddo terribile, mi fecero entrare in una stanza gelida e mi fecero spogliare e accoccolare per vedere se usciva qualcosa dalla vagina, ebbi una perquisizione corporale, cioè una visita ginecologica. Erano metodi studiati per spaventarti e intimidirti”.14
Eppure i secondini sapevano che a questo tipo di violenza sessuale sarebbe seguita l’ulteriore violenza dei vetri divisori nei colloqui, che impedivano ogni possibilità di passarsi un messaggio o un oggetto. Che impedivano di toccarsi le mani, di accostare le labbra, di sentire il calore.
La guerra così passava anche sui corpi dei familiari, violabili, penetrabili dall’oltraggio delle guardie. Negati alle persone che amavano.

Ancora una volta, comunque, nulla veniva lasciato al caso.
La violenza dei guardiani era funzionale alla creazione di pentiti, o in subordine, in mancanza di ‘pentimento’, all’annientamento del nemico.
Se nel vecchio carcere ‘sabaudo’ l’obiettivo era l’annullamento dell’identità personale del prigioniero, ora si lavorava per sconfiggerne l’identità politica. (Continua)

 


  1. Il 9 luglio del 1983 veniva indetta a Voghera, sede di un supercarcere femminile, una manifestazione per la chiusura delle carceri speciali. La maggior parte dei manifestanti in arrivo venne bloccata al casello dell’autostrada. Al corteo venne vietato di partire e intorno alle 16 la celere ebbe l’ordine di caricare preventivamente . Questa la situazione nel racconto della madre di un detenuto politico: “La polizia era una mare. Caricò duecento persone. Arrivarono i lacrimogeni. Scorreva sangue. Cercavo di aiutare le donne cadute a terra. Davanti al comando della polizia mi presero a bastonate per allontanarmi… Chi fuggiva veniva arrestato, chi restava prendeva solo manganellate. Abbiamo salvato gente da terra con il sangue che scorreva. Presi in braccio due-tre persone e le misi nella macchina di mio marito, con il sangue che scendeva”. In: P. Gallinari, L. Santilli, Dall’altra parte. L’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici, Feltrinelli, 1995, p. 84. 

  2. Lista completa in: Procura della Repubblica presso il Tribunale di Genova, Processo nei confronti di Perugini Alessandro + 44, p. 569. 

  3. Lettera di M.Z. in: Irene Invernizzi, Il carcere come scuola di rivoluzione, Giulio Einaudi editore, Torino 1973, pp. 107/108. 

  4. P. Abatangelo, Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni ’70, Edizioni DEA, 2017, p. 57. 

  5. Lettera di C.R. in: Irene Invernizzi, op.cit, pp. 120/121 

  6. San Vittore, dopo la rivolta dell’aprile 1969. In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 274. 

  7. Trasferimento degli insorti di San Vittore alla colonia penale di Mamone (NU). In: Irene Invernizzi, op.cit, p. 279. 

  8. Nel 1974 evasero 221 detenuti dalle carceri italiane, nel ‘75 furono 300, nel ‘76 443. 

  9. Inizialmente vennero scelte le carceri di Pianosa, Asinara Favignana, Termini Imerese, Badu ‘e Carros. 

  10. P. Abatangelo, op. cit., p. 176 

  11. Idem. 

  12. Idem. 

  13. P. Gallinari, L. Santilli, Op cit., p. 77. 

  14. Ibidem, p. 90 

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Fattispecie di reato: la tortura https://www.carmillaonline.com/2017/06/20/fattispecie-reato-la-tortura/ Mon, 19 Jun 2017 22:01:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38964 di Armando Lancellotti

Marina Lalatta Costerbosa, Il silenzio della tortura. Contro un crimine estremo, DeriveApprodi, Roma, 2016, pp. 136, € 15,00

Tra pochi giorni, a fine giugno, la legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento penale italiano arriverà a Montecitorio, per concludere, forse, l’iter di approvazione parlamentare. Si potrebbe pensare che stia per essere scritta una pagina positiva della storia legislativa e politica del nostro paese, ma la realtà delle cose è ben diversa e per almeno due grandi ordini di ragioni: innanzi tutto perché il ritardo con cui il codice penale italiano riconosce la fattispecie del reato di tortura è [...]]]> di Armando Lancellotti

Marina Lalatta Costerbosa, Il silenzio della tortura. Contro un crimine estremo, DeriveApprodi, Roma, 2016, pp. 136, € 15,00

Tra pochi giorni, a fine giugno, la legge sull’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento penale italiano arriverà a Montecitorio, per concludere, forse, l’iter di approvazione parlamentare. Si potrebbe pensare che stia per essere scritta una pagina positiva della storia legislativa e politica del nostro paese, ma la realtà delle cose è ben diversa e per almeno due grandi ordini di ragioni: innanzi tutto perché il ritardo con cui il codice penale italiano riconosce la fattispecie del reato di tortura è a dir poco epocale, visto che la stessa Italia ratificò la Convenzione internazionale contro la tortura (Onu, 1984) nel gennaio 1988, insomma una trentina di anni fa; in secondo luogo perché il testo approvato al Senato il 17 maggio scorso è talmente rabberciato e contraddittorio da tradire lo spirito stesso di una legge che dovrebbe in modo netto e senza equivoci riconoscere la tortura come fattispecie di reato e delle peggiori. Un “tradimento” che lo stesso Luigi Manconi, che nel maggio del 2013 aveva presentato il progetto di legge in qualità di presidente della commissione parlamentare sui diritti umani, non ha esitato a definire inaccettabile, avanzando le stesse critiche e perplessità espresse da associazioni quali Amnesty International ed Antigone o dalle vittime della tortura di Stato italiana e dai parenti delle stesse. Vittime, che nel paese dei fatti di Genova 2001, di Cucchi e di Aldrovandi tra gli altri, sono numerose e ancora in attesa (vana) che venga fatto un minimo di giustizia e venga loro restituita quella dignità di uomini e cittadini che è stata a loro negata dai violenti abusi di potere di uomini dello Stato, dell’arbitrio dei quali sono caduti in balia.

Il testo della legge, se verrà approvato in via definitiva, sembra fatto apposta per restringere il campo dell’applicabilità della medesima e per mantenere ampio invece quello dell’impunità delle forze dell’ordine, per introdurre attenuanti, nonché elementi di discrezionalità ed ostacoli di vario genere all’applicazione della fattispecie penale. Ne conseguirà che in Italia, come ha fatto notare Manconi in alcune dichiarazioni riportate da numerosi organi di stampa, la tortura non verrà rubricata come un reato specifico di pubblici ufficiali, che abusano violentemente del loro potere di tenere sotto custodia un individuo, ma sarà equiparata a forme di violenza tra semplici cittadini; ne discenderà inoltre che, a fronte di processi che potrebbero svolgersi a distanza di molti anni dai fatti, il trauma psichico subito dalla vittima di presunta tortura dovrà essere “verificabile” di molto a posteriori ed infine vi dovrà essere la reiterazione del crimine (il testo parla di “più condotte” della stesso genere) affinché possa essere riconosciuto il reato di tortura.

Insomma una legge “truffa”, una legge pasticciata che poco o nulla cambierà nella sostanza in un paese che sembra non avere problemi a convivere con il ricorso delle proprie forze dell’ordine a pratiche di tortura, forse perché lo ritiene il male minore o un male necessario, un’arma estrema che deve essere lasciata alla disponibilità delle forze dell’«ordine» nella lotta contro un male considerato peggiore, come gli odierni teorici e sostenitori della legittimità della tortura argomentano con la cosiddetta teoria, di sicuro impatto in tempi di “ossessione e paura terroristiche”, della “bomba ad orologeria”, secondo cui anche una pratica brutale e ripugnante come la tortura può risultare giustificata se serve a disinnescare una minaccia giudicata maggiore.

Il libro di Marina Lalatta Costerbosa, che – uscito per DeriveApprodi nell’aprile del 2016 – intendeva dare un contributo proprio al dibattito intellettuale a supporto dell’introduzione del reato di tortura nel nostro codice, a più di un anno di distanza risulta quanto mai attuale e di certo interesse, proprio alla luce di ciò che si è detto sopra e delle difficoltà che si incontrano nel nostro paese nell’affrontare la questione, sia dal punto di vista giuridico-legislativo sia da quello della discussione pubblica sull’argomento, che, fatta eccezione per i momenti in cui il problema si presenta con tutta la sua cruda violenza all’attenzione collettiva e a quella di media e stampa, presto si tacita e lascia il posto ad un disinteressato silenzio. Il “silenzio della tortura”, per l’appunto, quello di cui parla anche il titolo del bel saggio della docente di filosofia del diritto dell’Università di Bologna.

Spiega l’autrice nelle prime pagine del libro che la scelta del sintagma “il silenzio della tortura” è motivata soprattutto dai tanti significati che esso può assumere, che mettono efficacemente in luce aspetti diversi della pratica della tortura: i suoi effetti sulle vittime, sul loro corpo e sulla loro psiche; le conseguenze sociali di essa, sia per chi la tortura la subisce sia per chi la pratica, ma anche per chi di fatto con essa convive, poiché cittadino di uno Stato che, esplicitamente o surrettiziamente ne fa uso, e così via. Infatti c’è il silenzio di governi, apparati di polizia e Stati che nascondono o minimizzano i supplizi che infliggono, ma c’è anche il silenzio indifferente dell’opinione pubblica che non crede (o non vuole credere, per falsa coscienza) che in pieno XXI secolo e in paesi sedicenti democratici una cosa “barbara” e “medievale” quale è la tortura venga praticata come strumento di potere o che con disarmante velocità presto dimentica e archivia anche i casi peggiori e più evidenti di ricorso alla tortura, che per qualche tempo hanno risvegliato l’attenzione collettiva. Da questo punto di vista le vicende italiane successive ai fatti di Genova 2001 sono davvero paradigmatiche. Ed anche più recentemente, in occasione della approvazione della legge in Senato, ad una “impennata” di attenzione per l’argomento su media e giornali, hanno poi fatto seguito, di nuovo, indifferenza e non curanza, quasi che la questione sia per il nostro paese così irrilevante e così lontana da non meritare se non la fugace considerazione di qualche titolo di prima pagina per non più di un paio di giorni.

L’Italia con il suo reiterato diniego a legiferare in materia e a definire la tortura come fattispecie penale appare di tale silenzio un paradigma. […] Ebbene, che nel nostro paese si torturi e che per di più la colpevole lacuna del nostro ordinamento giuridico, che non prevede nel Codice penale la fattispecie del reato di tortura, persista, rappresentano un punto di depressione morale e di deficit democratico non scusabile (pp. 7-8)

La tortura – osserva Lalatta Costerbosa – è un sistema eccezionale di produzione di violenza pubblica (p. 5) e la sua intenzionalità è l’annientamento psichico, attraverso l’inflizione di atti di estrema violenza fisica e psichica, di colui su cui si accanisce. Le finalità sono la disumanizzazione, l’animalizzazione della vittima, la distruzione della sua personalità e della sua dignità di uomo e spesso la brutalità incommensurabilmente eccessiva della tortura va anche al di là della sola violenza fisica. È l’Altro – in quanto uomo su cui viene esercitato un potere assoluto, totale e a cui non si può sottrarre – che viene annientato, cioè privato della sua umanità; ma – spiega l’autrice – la brutalizzazione dell’Altro necessita come conditio sine qua non della disumanizzazione del Medesimo, cioè dell’imbarbarimento innanzi tutto del carnefice stesso.

Nel primo capitolo il concetto del “silenzio della tortura” viene declinato/articolato secondo alcuni significati fondamentali: il silenzio come occultamento, come menzogna, come deserto interiore, il silenzio dell’aguzzino e nella società. Nonostante la convinzione dei sostenitori della tortura – soprattutto nel clima securitario ormai inarginabile e parossistico post 11 settembre – che essa serva a “far parlare”, in realtà, sostiene con fermezza l’autrice, essa produce solo silenzio o, in alternativa, “menzogna”.

Dal punto di vista politico è dall’età moderna in poi che la menzogna comincia ad assumere un significato diverso ed ulteriore rispetto a quello tradizionale di arcana imperii, di segreto di Stato, cioè di una verità occultata, celata per tornaconto del potere; la menzogna si fa “azione”, diviene performativa, in quanto incide sulla realtà, di fatto creandone una nuova, costruendo una verità. La menzogna in questo modo pone in essere una “verità falsa”, che però vale come vera; si tratta di una “verità predisposta di fatto”, cioè di una falsificazione pubblicamente esibita, che inoltre capovolge il paradigma tradizionale della menzogna, che non è più sinonimo di segretezza ed occultamento, ma di esibizione. Si tratta di menzogne che per poter essere efficaci devono essere conosciute da tutti o dalla maggioranza. La menzogna come arcana imperii era una strategia politica che, secondo Machiavelli, il principe doveva padroneggiare, ma

ben diversa è la menzogna chiamata in causa dalla prassi della tortura, il mentire come invenzione programmatica di concetti, ideologie, fatti, documenti allo scopo di affermare o consolidare un regime politico: di creare una nuova realtà, funzionale al proprio interesse o potere. […] Come viene dimostrato tragicamente dal sistema del lager novecentesco, ove le menzogne alimentate ed escogitate tramite la tortura si resero determinanti per il suo funzionamento e per la sua sopravvivenza (pp. 13-14).

La menzogna politica intesa come creazione/imposizione di una realtà falsa diventa consustanziale al processo di legittimazione dell’ordine politico e va a colmare «il deficit di legittimazione del potere che inaugura la modernità» (p. 16); carenza dovuta al venir meno di altri elementi fondanti la legittimità del potere di ordine teologico, teocratico, feudale e che impone all’ordine politico la necessità di autogiustificarsi, di autofondarsi, producendo rappresentazioni della realtà. Pertanto, la menzogna – anche la tortura in quanto «sorgente di menzogne» (p. 15) –

corrisponde a tale esigenza a due livelli. Da un lato, si presenta una potenza immaginativa che prospetta nuove realtà dotate di senso ed espressione di un nuovo ordine. Dall’altro lato, si profila una potenza immaginativa asservita all’invenzione di nemici esterni e interni, funzionale a inculcare nella massa delle persone l’idea della cogenza di un potere forte che sappia restituire la perduta sicurezza, garantire la tranquillità, superare l’endogena incertezza, fonte di paura diffusa e pervasiva nella società intera (p. 17).

La caccia alle streghe dal Trecento al Seicento perfettamente risponde a queste esigenze e corrisponde a queste dinamiche.

Se l’attenzione poi si sposta dalla vittima al persecutore (“Il silenzio nell’aguzzino”), allora occorre innanzi tutto comprendere come la tortura interrompa «ogni canale comunicativo sensoriale, intellettuale ed emotivo, creando il deserto attorno alla vittima e pietrificando anche il torturatore che per divenire tale ha attraversato […] un processo di estraneazione e riconversione della propria morale e della propria personalità» (p. 23). Insomma, affinché il persecutore possa portare a termine il proprio lavoro di annientamento fisico e psichico della vittima occorre che lui stesso annienti in sé la propria umanità per poi umiliare ed annichilire quella altrui, con l’essenziale differenza – osserva più che opportunamente l’autrice – che nel caso dell’aguzzino si tratta di un processo di disumanizzazione consapevole, o quanto meno dell’assunzione cosciente di un ruolo che per essere svolto comporta la riduzione a zero della propria umanità, l’annullamento di ogni forma di empatia e compassione per l’altro, cioè una assoluta “ottusità emotiva” – argomenta Lalatta Costerbosa sulla scorta delle riflessioni di Hanna Arendt sulla “banalità del male” dei tanti Eichmann della storia – che consiste nella «carenza di discernimento e di disponibilità al giudizio e alla ponderazione [che rendono il torturatore ] – appaesatosi nel meccanismo burocratico e gerarchico che gli conferisce un ruolo e un movente – capace di infliggere supplizi disumani» (p. 25).

Di fronte alla tortura» – riflette l’autrice, in conclusione della sua analisi dei principali significati del “silenzio della tortura” e considerando in particolare l’ultimo, il “silenzio nella società”, ovvero l’interruzione delle condizioni di possibilità della relazione sociale che isola il torturato, privato della sua integrità e dignità umane – «in definitiva perdono tutti, individualmente e collettivamente. Perde il torturatore; perde il torturato, comunque riesca, scelga o non scelga di comportarsi; perde la società che ha accolto e non ha offerto adeguata resistenza a un germe maligno che costituisce il principio certo della propria disintegrazione (p. 27).

Di grande interesse è l’excursus storico che Lalatta Costerbosa compie nel secondo capitolo, il più lungo dei sei che compongono il libro, riguardo alla riflessione intellettuale sulla pratica della tortura, sulla sua giustificazione o sulla sua condanna. Per quel che riguarda il primo caso, sono Machiavelli, Bodin e i domenicani Kramer e Sprenger, autori del quattrocentesco manuale inquisitoriale contro le streghe, il Malleus maleficarum, i riferimenti proposti al fine di mostrare come la tortura, nel corso della sua lunga storia, abbia visto via via prevalere la sua funzione di “strumento politico” per il rafforzamento dell’autorità del potere su quella di “strumento giudiziario” per ottenere ed estorcere in fase processuale confessioni da testimoni o sospetti. Ma a partire dallo stesso Cinquecento prende il via una letteratura che della tortura denuncia la disumanità, l’irrazionalità nonché l’inaccettabilità morale e l’inefficacia giudiziaria; tutti temi questi che la riflessione illuministica settecentesca svilupperà per approdare finalmente ad una condanna senza appello della pratica del supplizio.

In questo caso l’autrice considera il filosofo spagnolo di inizio XVI secolo Juan Luis Vives, che denuncia l’irrazionalità della tortura in quanto disumana ed inutile, e altri grandi pensatori del secolo come Michel de Montaigne, Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro, che propongono considerazioni analoghe, per poi affrontare più dettagliatamente il testo del 1631 contro i processi alle streghe e contro la tortura del gesuita tedesco Friedrich von Spee – Cautio criminalis – che può essere considerato «uno dei testi più generosi sotto il profilo argomentativo, sebbene uno dei meno noti e frequentati sul tema» (p. 34). Sulla base di un impianto teorico giusnaturalistico e del principio morale della compassione, il religioso tedesco enuclea numerosi argomenti contrari alla tortura quali l’ingiustificabilità della discrezionalità nella sanzione della pena; la violazione del diritto ad una difesa adeguata; l’infondatezza della teoria del doppio effetto per cui «il movente dell’azione ne qualifica la moralità o meno», dal momento che «non si possono commettere cattive azioni per conseguire il bene» (p. 36); la perdita della dignità e l’infamia causate dal supplizio; l’inutilità della tortura al punto da risultare controproducente al fine dell’accertamento della verità, poiché facilmente induce a confessioni false mosse solamente dal disperato tentativo di far cessare i tormenti; l’eccesso, la gratuità e di conseguenza l’immoralità delle sofferenze inflitte. Anticipatrici di riflessioni successive sono anche le osservazioni che von Spee propone circa le ragioni dell’impiego della tortura, da cui emerge «con nettezza anche la motivazione politica, la strategia di affermazione e di consolidamento del potere attraverso l’esibizione dell’arbitrio» (p. 38).

Col passaggio al secolo dei Lumi le voci che si sollevano contro l’abominio della tortura si moltiplicano e quelle considerate da Lalatta Costerbosa vanno da Christian Thomasius a Ludovico Antonio Muratori, da Cesare Beccaria e Pietro Verri, da Wilhelm von Humboldt a Voltaire, da Gaetano Filangieri a Immanuel Kant e le argomentazioni a supporto della comune tesi di fondo riguardano l’opposizione al diritto di natura ovvero alla retta ragione; la violazione del principio della presunzione di innocenza; l’eccesso e la sproporzione della violenza della pena; l’arbitrarietà della stessa e l’abuso di potere che la sottende; l’assoluta l’inutilità, soprattutto dal punto di vista giudiziario, del supplizio, che – sono le note parole di Beccaria in Dei delitti e delle pene – “è il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e condannare i deboli innocenti”; l’intrinseca ingiustizia di una pratica che equipara in modo del tutto immotivato il reo e l’innocente, che sono sottoposti al medesimo trattamento, con la conseguenza che – ancora una volta sono parole del Beccaria – “l’innocente non può che perdere e il colpevole può guadagnare”.

E in conclusione dell’esauriente excursus storico e dottrinale, così osserva acutamente e puntualmente sintetizza la studiosa:

Questo sul finire del Settecento, questo tre secoli fa. Ciononostante, dopo questo tuffo nel passato dei tormenti, lampante ci sembra l’odierno ricorrere di vecchi pretesti e cattivi argomenti, magari frettolosamente rinnovati […]. La tortura – per sintetizzare – ha una doppia natura: è giudiziaria e politica. La tortura è inutile per l’interesse pubblico e produce effetti paradossali per il caso giudiziario e per la stabilità dell’ordine politico. La tortura è ingiusta per almeno quattro ragioni: viola il principio di presunzione di innocenza; implica il misconoscimento dei diritti fondamentali, in particolare e innanzitutto del diritto alla vita; è essenzialmente eccessiva e non può essere moderata da norme giuridiche; non può essere giustificata dalla tradizione; porta con sé l’infamia (o l’autopercezione di essa). […] Eppure, queste idee non sembrano oggi così unanimemente condivise; e vengono nuovamente messe in discussione (pp. 54-55).

E non si può che condividere anche questa ulteriore osservazione di Marina Lalatta Costerbosa: «La nostra impressione è, in definitiva, che anche queste circostanze […] mostrino il carattere regressivo del momento presente, un momento nel quale sotto questo specifico profilo legato alla tortura, i diritti soggettivi sembrano “avere un prezzo”: il prezzo della cosiddetta sicurezza pubblica» (p. 55).

La storia recente della “democrazia” occidentale, almeno dalla fondamentale svolta dell’11 settembre 2001 in poi, è prova provata di una deriva autoritaria e repressiva, intollerante e profondamente antidemocratica, di cui è al momento impossibile intravedere la conclusione e che ha riportato in auge, nella pratica e nella teoria, nella predisposizione e nell’utilizzo di violenti strumenti coercitivi di esercizio del potere e nella riflessione giustificazionista di un’intellighenzia prezzolata che si presenta con l’abito del crudo pragmatismo securitario, quanto secoli di riflessione e di progresso giuridico e civile avevano relegato nella categoria dell’esecrabile (per quanto il suo utilizzo, in realtà, non fosse mai stato abbandonato).

Tra gli argomenti attualmente più diffusi a sostegno della legittimità del ricorso alla tortura troviamo – osserva l’autrice – quello del “caso di emergenza”, secondo il quale dinanzi a circostanze eccezionali la sospensione del diritto sarebbe non solo possibile, ma addirittura necessaria e, in secondo luogo, quello della “sicurezza pubblica”, intesa come finalità primaria ed assoluta del potere sovrano, rispetto alla quale anche i diritti fondamentali vanno in subordine. Oppure quello – che sfiorerebbe la comicità, se non fosse tragico – che presume che sia possibile infliggere un supplizio “temperato” da limiti e principi morali accettabili: è la teoria – spiega Lalatta Costerbosa – del «torture warrant, l’autorizzazione giudiziale alla tortura da lasciare al libero convincimento del giudice» (p. 60), che, pertanto, in maniera pubblica e “responsabile”, valuterebbe circa la necessità della tortura.

Ma il ragionamento che in un certo senso fa e da sintesi e da fondamento di tutti gli altri è «quello dal tratto demagogico più spiccato, l’argomento di chiara matrice utilitaristica, declinato in una direzione specifica negli anni Novanta dall’autorevole sociologo Niklas Luhmann e divulgato in innumerevoli circostanze e sedi come argomento della “bomba a orologeria”, della ticking-bomb» (p. 61), che – come già osservato in precedenza – conduce alla relativizzazione di qualsiasi principio, norma o diritto in relazione a situazioni pericolose ritenute gravemente lesive della sicurezza della società: in buona sostanza, oggi non esisterebbero norme irrinunciabili nelle nostre società dinanzi, poniamo, al pericolo terroristico costituito dalla presenza di ordigni innescati e predisposti all’esplosione o di criminali pronti all’azione.

Una simile meschinità di pensiero lascia facilmente intravedere dietro l’apparenza del fine giudiziario – comunque ingiustificabile – quale sia la vera finalità della tortura, anche quando teorizzata e sostenuta attraverso la teoria della ticking-bomb, cioè quella politica; pertanto non si tratta tanto di operare in modo “estremo” ed “eccezionale” per sventare un pericolo assoluto, ottenendo confessioni e informazioni utili, ma si tratta, in realtà, di esibire in maniera indubitabile la forza e la capacità di produzione di violenza del potere politico dello Stato.

È in un contesto complessivo di questo genere che, dopo decenni di inaccettabile e colpevole silenzio, le istituzioni legislative italiane hanno affrontato il doveroso compito del riconoscimento della tortura come fattispecie di reato; circostanze non certo favorevoli per la stesura di una legge chiara, inflessibile ed inequivocabile quale un crimine esecrando come questo esigerebbe, caratteristiche che, infatti, il testo della norma recentemente licenziata dal Senato – lo si è detto in precedenza – fin troppo evidentemente non possiede.

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Le emozioni del cuore, la freddezza della ragione, la realtà dei fatti. https://www.carmillaonline.com/2017/04/26/le-emozioni-del-cuore-la-d-della-ragione-la-realta-dei-fatti/ Tue, 25 Apr 2017 22:01:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37787 di Fiorenzo Angoscini

brigate rosse Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’, Volume I, DeriveApprodi, Roma, febbraio 2017, pagg. 550, € 28,00

Il lavoro di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, si distingue per la vasta mole di documenti consultati. I molti materiali analizzati e di diversi archivi. La lettura delle relazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, lo studio degli atti giudiziari, delle indagini e varie perizie attinenti i numerosi processi relativi al sequestro e soppressione dell’esponente democristiano. La disponibilità di inediti colloqui con militanti protagonisti dell’ esperienza armata, della guerriglia diffusa, [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

brigate rosse Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’, Volume I, DeriveApprodi, Roma, febbraio 2017, pagg. 550, € 28,00

Il lavoro di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, si distingue per la vasta mole di documenti consultati. I molti materiali analizzati e di diversi archivi. La lettura delle relazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, lo studio degli atti giudiziari, delle indagini e varie perizie attinenti i numerosi processi relativi al sequestro e soppressione dell’esponente democristiano. La disponibilità di inediti colloqui con militanti protagonisti dell’ esperienza armata, della guerriglia diffusa, della lotta nelle carceri e le stragi compiute all’interno di alcune di esse: Le Murate ed Alessandria; nonché per i nuovi dettagli evidenziati, la segnalazione (ricordi, memorie) di particolari rimossi. La smentita di una recente dietrologia complottista con presenze ‘multiple, diverse ed eterogenee durante le fasi dell’azione in via Fani. Le deposizioni di testimoni oculari che smentiscono se stessi, motociclette con a bordo ignoti sparatori fantasma ed altro ancora.
Inoltre la loro ricostruzione favorisce il recupero e il riordino della memoria.
Quella colletiva e quella individuale: la nostra, di ognuno di noi.

Gli autori hanno dei significativi ‘precedenti’ relativamente agli argomenti trattati nel libro di recente pubblicazione.
Clementi, dieci anni fa, ha realizzato una “Storia delle Brigate Rosse”;1 anni prima aveva dato alle stampe uno studio che potremmo definire correlato al piano ‘Victor’, ossia come neutralizzare umanamente, politicamente, personalmente e mentalmente il presidente del Consiglio Nazionale DC qualora fosse stato liberato.2
Il piano da attuare in caso di morte dell’ostaggio, era stato denominato ‘Mike’.
Più semplice, prevedeva di informare tutta una serie di figure istituzionali, giudiziarie e politiche, isolamento immediato del luogo di ritrovamento del corpo, interdizione dello stesso ai famigliari, l’istituzione di un efficiente servizio d’ordine davanti lo studio e l’abitazione di Moro, fornire in forma dubitativa le informazioni a stampa e tv.

Persichetti, con Oreste Scalzone, ha scritto “Il nemico inconfessabile”3 e, quasi quotidianamente, su ‘Insorgenze.net’ conduce una sistematica azione di puntigliosa smentita e rettifica di notizie…false e tendenziose. Relativamente ad avvenimenti e fatti riconducibili alla lotta armata e suoi militanti, alla repressione, tortura, ‘omicidi’ di stato, alla politica e alla cultura.

Infine, Santalena, ha elaborato una tesi dottorato di ricerca all’Università di Grenoble su, “La gauche révolutionnaire et la question carcérale : une approche des années 70 italiennes” (8 dicembre 2014) con capitoli espliciti: “Dalle prigioni fasciste, alle prigioni in rivolta (1969-1973)”; “Dalla riforma alla controriforma: tra repressione, lotta armata ed evasione (1974-1977)”; “Le prigioni al centro del conflitto: tra lotta armata e gestione dell’emergenza antiterrorismo (1977-1987)”.

Dettagli e particolari
Addentrandosi nella lettura si incontrano alcuni dettagli, o particolari, che se non sconosciuti, sono sicuramente poco noti. Così, si apprende che, la mattina del 9 maggio 1978, lo spazio dove verrà ritrovata in via Caetani (a metà strada tra la sede nazionale della Dc e quella del Pci) la Renault 4 di colore amaranto con all’interno il corpo senza vita di Moro, era stato occupato la sera prima da Bruno Seghetti che vi aveva parcheggiato la sua vettura personale, una Renault 6 di colore verde. Questo per evitare intoppi o inconvenienti dell’ultimo minuto. Così facendo si era sicuri che il luogo prescelto per posizionare la macchina servita per l’ultimo trasferimento, e successivo ritrovamento del corpo senza vita del parlamentare democristiano non sarebbe stato ostacolato dalla presenza di altri veicoli inopportunamente parcheggiati al suo posto.

Un’altra questione poco considerata è l’azione svolta da Fulvio Croce, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, quando è nominato difensore d’ufficio dal presidente della Corte d’Assise di Torino che deve condurre il giudizio (maggio 1976) contro il cosiddetto ‘nucleo storico’ (definizione sempre rifiutata dagli imputati) dell’organizzazione comunista combattente, dopo che i militanti delle BR avevano ricusato i propri avvocati di fiducia, diffidato la corte di nominarne d’ufficio ed erano, momentaneamente, riusciti a far vacillare i meccanismi classici dell’ordinamento giudiziario, rivendicando il diritto all’autodifesa, per condurre il cosiddetto ‘processo guerriglia’4 e far ‘saltare’ il dibattimento.

br-processo Nonostante l’accettazione delle superiori ragioni di stato, delegando la difesa tecnica ad altri otto avvocati dell’ordine torinese, il presidente della corporazione forense, approfittando del rinvio al 16 settembre 1976 – in attesa di un pronunciamento della Cassazione per redimere un conflitto di competenza territoriale tra Torino e Milano – al riparo da clamori mediatici, si fece promotore della proposta di promulgazione di una ‘leggina’ (come la definì in una missiva indirizzata al presidente del Consiglio nazionale forense) ad hoc che permettesse agli imputati che lo desiderassero di difendersi da soli.

Sempre durante il tentativo di costituire la corte per poter svolgere il processo, oltre alla nomina di ‘difensori tecnici’, si incontrarono notevoli difficoltà nell’individuare i giudici popolari, per la rinuncia ad accettare di molti di essi.
Per superare questo ostacolo scesero in campo i massimi dirigenti del Pci torinese, Giuliano Ferrara in testa, coadiuvato ufficiosamente da due magistrati della procura, Luciano Violante e Gian Carlo Caselli che, secondo il parlamentare ed esponente del Pci torinese Saverio Vertone, “Partecipava alle riunioni del comitato federale. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria…” Mentre l’elefantino (pseudonimo di G. Ferrara) partecipò ad “alcune riunioni con giurati del maxi-processo contro i brigatisti per convincerli a non rinunciare all’incarico” (M. Caprara).

Sempre Ferrara, rivendicava il merito al Pci di aver realizzato, e diffuso, il famigerato questionario contro il terrorismo che, alla domanda n. 5, invitava alla delazione.
…poi naturalmente offrivamo una mano, al di là della mano che dava lo Stato. Lo Stato offriva una sua protezione, noi potevamo aggiungere anche la nostra. (…) Per esempio case. Chiedevamo: ‘Dicci quali sono i tuoi problemi, se hai paura. Sappi che noi ci siamo”.
Tramite un suo ‘autorevole’ dirigente, G. Ferrara, il Pci si faceva Stato.

Prima delle Brigate Rosse e le militanze nel Pci
Già subito dopo la Liberazione si sono strutturati gruppi od organizzazioni Comuniste che praticavano la lotta armata. In diverse forme e modi. Dal Movimento Resistenza Partigiana-Movimento di Unità Proletaria di Carlo Andreoni, di cui, però, vanno chiarite alcune ambigue striature; alla “IX Divisione Stella Rossa Brigata clandestina ‘808’ “ di Armando Valpreda,5 presidente dell’Anpi di Asti, tra i promotori dell’ insurrezione di Santa Libera,6 fino a quel gruppo di bravi ragazzi che si ritrovavano presso la Casa del Popolo di Lambrate (Mi) per costituire la ‘Volante Rossa’.7 Per giungere a quei militanti emiliani (clandestini ed apparentemente senza organizzazione unificante) che hanno costellato le province reggiana, modenese, ferrarese e bolognese di numerosi fatti d’armi, principalmente eliminazione di fascisti e loro complici.

In anni più vicini al secondo biennio rosso italiano (1968-1969) ci sono esperienze di resistenza ed attacco armato che potremmo definire propedeutiche alla più significativa (per durata, numero di militanti ed azioni) organizzazione che ha ‘imbracciato il fucile’ e che viene ‘raccontata’ nel libro.
Il gruppo torinese costituito da Piero Cavallero, Danilo Crepaldi, Sante Notarnicola,8 Adriano Rovoletto, tutti militanti del Pci operaista delle ‘Barriere’ proletarie di Torino. “Già nel 1959 abbiamo compiuto la prima azione e siamo andati avanti fino al 1967, momento del nostro arresto. Piero era il coordinatore delle sezioni Pci della ‘Barriera di Milano’ , una circoscrizione popolare con circa 70.000 abitanti. Io, ero stato segretario dell’organizzazione giovanile del partito (Fgci) a Biella e contavamo circa 3.000 iscritti. Agli inizi degli anni sessanta avevamo capito che non eravamo più sintonizzati con il ‘partito’. Troppo ingessato, conformista e non più ‘rivoluzionario’9 .

Un’altra compagine di militanti iscritti al Pci, sezione “Rino Mandoli” di Ponte Carrega a Genova, che ha intravisto ‘l’ora del fucile’, è quella che volgarmente e mediaticamente è stata battezzata XXII Ottobre, attiva a Genova dal 22 ottobre 1969 (data di costituzione) al 26 marzo 1971, giorno della rapina al fattorino dello Iacp. In realtà, colui che è indicato come uno dei fondatori della pattuglia di nuovi partigiani, Mario Rossi, anche se con reticenze, distinguo e cautele, afferma: “Condividendo la posizione dei Gap, diventammo in pratica il gruppo Gap di Genova come c’erano già a Milano e Trento. Però, l’ho detto e lo ripeto ancora, siamo sempre stati autonomi rispetto alle altre formazioni che si stavano formando o che erano già attive altrove”.10
.
L’esperienza di Rossi, e la lettura del libro di Clementi-Persichetti-Santalena, ci offrono l’occasione di approfondire anche un altro aspetto, relativo a militanti delle prime formazioni armate, ma anche delle Brigate Rosse: la loro provenienza, l’appartenenza e l’agire politico.
Nella testimonianza raccolta da Donatella Alfonso (giornalista de “La Repubblica”) Rossi ribadisce,
Io, di fatto, mi sento ancora un militante del Pci degli anni Sessanta…In quegli anni lì ti capitava di frequentare il Partito soprattutto sul posto di lavoro, nelle sezioni di fabbrica, perché sentivi il polso dell’operaio che era quello che ti insegnava a lavorare e poi pensare…(Noi) ci eravamo tutti forgiati anche con il 30 giugno del ’60, quando Genova ha respinto il congresso del Msi. Lì c’eravamo tutti e l’ultima volta che ho visto davvero il Partito comunista in piazza è stato quel giorno, con i partigiani e i portuali con il gancio in mano”.

Nella ricostruzione delle sue scelte politiche, svela anche un particolare emblematico, “…un altro fatto che non ho mai raccontato per non mettere in imbarazzo nessuno, ma io ho continuato ad avere la tessera del Pci: finché non è morto, un vecchio compagno di Genova me l’ha rinnovata tutti gli anni, anche quando ero in carcere…Sembra assurdo, ma io non sono mai stato espulso dal Partito comunista”.

feltrinelli Queste due organizzazioni ‘minori’ e precedenti al dispiegarsi delle BR e di altre formazioni con struttura nazionale anche se con diffusione a macchia di leopardo (Nuclei Armati Proletari e Prima Linea) insieme ai Gruppi d’ Azione Partigiana costituiti da Giangiacomo Feltrinelli (operativi a Trento, Milano e Genova, i cui militanti in maggioranza, e sostanzialmente, sono confluiti nelle Brigate Rosse dopo la morte dell’editore,14 marzo 1972) sono stati un insieme di più ‘iscritti’ al Partito (Nelle inchieste sui Gap sono stati indagati G.B. Lazagna, Marisa e Vittorio Togliatti, nipoti del Migliore, ed altri ancora molto ‘vicini’ al Pci) che si sono mossi collettivamente, ma ci sono anche sintomatiche individualità o compagni semi-organizzati, con contatti personali. L’editore milanese presta la sua pistola (una Colt Cobra) a Monika Ertl, nome di battaglia ‘Imilla’, quando il primo aprile 1971, ad Amburgo, uccide Roberto Quintanilla Pereira, rappresentante del governo boliviana in Germania e boia di Ernesto Che Guevara.11

Clementi e coautori ricordano il caso di Maria Elena Angeloni, la zia di Carlo Giuliani, dilaniata – insieme al militante cipriota Georgios Christou Tsdikouris – dall’auto bomba che stava indirizzando verso l’ambasciata statunitense di Atene (2 settembre 1970) ed iscritta alla sezione 25 Aprile del Pci milanese. “Ai funerali di Elena, a Milano, per la Resistenza greca c’è Melina Mercouri. Ci sono i compagni, gli amici, i militanti del Pci. A titolo individuale. Il Partito non c’è. Anche se ufficialmente sostiene la Resistenza. Il segretario della sezione 25 aprile viene costretto dalla Federazione a strappare la matrice della tessera di Elena”.12

Un altro esempio evidenziato in “Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’” è quello di Angelo Basone, operaio alle presse di Mirafiori, delegato sindacale e dirigente della sezione di fabbrica del Pci, mai espulso dal partito, inserito nella lista dei 61 operai da licenziare e militante noto e riconosciuto dell’organizzazione con la stella a cinque punte. Condannato per partecipazione a banda armata, prigioniero politico nelle carceri speciali.

Quelle sopra ricordate sono le biografie politiche di alcuni militanti comunisti (militanti del Pci) che hanno intrapreso la lotta armata. Militanti politici a tutto tondo, che partecipavano all’attività di sezione, contribuivano al dibattito durante le riunioni, intervenivano ai congressi di partito, organizzavano manifestazioni e comizi, redigevano e distribuivano volantini, diffondevano la stampa: il quotidiano ‘L’Unità’, i settimanali ‘Vie Nuove’ e ‘Noi Donne’. Non giocavano a fare i soldatini.

La più significativa, probabilmente, è la coerente traiettoria disegnata da Prospero Gallinari. Già militante, a Reggio Emilia, dell’ organizzazione giovanile del Pci, dal 1968 con doppia tessera, anche quella del Partito13 quando ne viene espulso (1969) per indisciplina, partecipa alle riunioni del ‘Collettivo Politico Operai-Studenti’, detto ‘Gruppo dell’appartamento’ (poi CPM-Sinistra Proletaria di Re). Dopo un’infelice (così la definisce nella sua autobiografia) esperienza (1971-1972) nel Superclan di Corrado Simioni, aderisce ufficialmente alle Brigate Rosse, divenendone uno dei militanti più rappresentativi.

Mario Moretti, quando Gallinari muore, lo ricorda così: “Il nome di battaglia di Prospero era Giuseppe e non è certo per caso. Se l’era scelto con molta ironia ma per un vecchio comunista quel nome vuol dire qualcosa. Prospero è uno dei compagni di fiducia e di linea, è lui che guida la battaglia politica con Morucci nella colonna romana. Prospero è il marxismo-leninismo, tutto quel che ci succede, ascese e cadute, lui lo legge alla luce del rapporto tra partito e masse, avanguardia e masse. Pensa che è là che manchiamo. Viene dall’esperienza emiliana, per lui il partito è tutto, la coerenza politica è tutto, e ha un senso morale fortissimo. Ognuno vive la sconfitta in maniera diversa… per lui, se le cose tornano sui paradigmi marxisti-leninisti va bene, e di lì non si muove neanche se gli spari. Quando le Br si esauriscono, spera in una continuità in qualcosa che non siano le Br. Il che a mio parere non ha senso, e gliel’ho detto, pur con il grande rispetto che ho per lui. Prospero è uno di quelli con cui mi intendevo, è d’acciaio, proprio d’acciaio, è fatto così, è un vecchio contadino del Pci. Prospero è importantissimo. Ciao, Prospero”.14

Anche Andrea Colombo,15 in altra prospettiva ed ottica, gli rende gli onori della Politica: “Prospero Gallinari era una persona meravigliosa. Molti lo sanno ma temo che pochi lo scriveranno. Invece è bene che sia detto. Era generoso, altruista, coraggioso. Era uno di quelli di cui si dice ‘col cuore grande’…Era un uomo d’altri tempi. Un militante comunista di quelli che per due secoli hanno fatto la storia. Un partigiano nato per caso a guerra finita. Da ragazzo si faceva chilometri a piedi per andarsi a leggere l’Unità nel bar del paese più vicino alla fattoria in cui era cresciuto. Da uomo fatto era ancora quel ragazzo. Con noi, ragazzi di movimento, che negli anni ’70 il Pci lo odiavamo e lo combattevamo aveva pochissimo a che spartire. ‘Io – mi ha detto una volta – sono sempre stato un militante del Partito comunista italiano e, anche se ti sembrerà strano, in tutte le organizzazioni di cui ho fatto parte ho sempre rappresentato l’ala moderata’ “.

La costituzione delle BR
Gli artefici di questo primo volume, a cui altri ne seguiranno, hanno ricostruito dettagliatamente come, e quando, si è costituita la prima, e più importante, organizzazione armata italiana del dopoguerra con un’ ampia ramificazione su quasi tutto il territorio nazionale. Quali sono stati gli organismi, collettivi e comitati politici che hanno contribuito alla sua fondazione. Più sopra abbiamo sottolineato come questo lavoro sia di aiuto e stimolo al recupero della memoria, anche per questo motivo lo consideriamo un testo utile e fondamentale.

Da Trento, un apporto sostanziale lo hanno fornito Margherita Cagol e Renato Curcio che, poi, con Mauro Rostagno (Movimento per una Università Negativa) sono ‘migrati’ a Verona, per poter aver un respiro politico maggiore, dove hanno collaborato con il ‘Centro d’informazione’ che pubblicava la rivista ‘Lavoro Politico’ diretta da Walter Peruzzi. Successivamente, quasi tutta la redazione aderì al Partito Comunista d’Italia, che poi si scisse in ‘linea nera’ e ‘linea rossa’.

Curcio e ‘Mara’ aderirono a quest’ultima, fino a quando, agosto 1969, ne vennero espulsi insieme a Peruzzi ed al ‘trentino’ Duccio Berio. Da Verona si trasferiscono a Milano, ed incontrarono i Compagni del Collettivo Politico Metropolitano (poi Sinistra Proletaria), i Compagni dei Cub Pirelli, Alfa, Sit-Siemens, Marelli, nonche i componenti dei Gruppi di Studio della Sit e della Ibm. Quest’ultimo, qualche anno dopo, realizza un importante lavoro di ricerca sulla multinazionale statunitenese: “IBM, capitale imperialistico e proletariato moderno”.16 Ma anche nei quartieri della cintura periferica ci sono realtà ‘autonome’ che iniziano una certa critica politica: comizi volanti, diffusione di materiale di propaganda e militare, prevalentemente incendio di automobili di capetti e fascisti.

Particolarmente radicato, nel quartiere Lorenteggio-Giambellino, il “Gruppo Proletario Luglio ’60” comunista autonomo. Animatori e aderenti a questo organismo sono tutti (un centinaio) ex militanti iscritti alla sezione Pci di quartiere, intitolata al partigiano ‘Giancarlo Battaglia’. Come partigiani sono il militante storico del rione: Gino Montemezzani, uno dei pochi maoisti ad avere incontrato personalmente Mao Tse Tung,17 e Giacomo ‘Lupo’ Cattaneo, successivamente combattente comunista nelle Brigate Rosse. Del comitato “Luglio ’60” fanno parte anche i nove fratelli Morlacchi,18 figli di una ‘famiglia comunista’. In sei saranno perseguitati per costituzione e partecipazione a banda armata: le BR. Pierino, oltre ad essere uno dei promotori dell’organizzazione è stato anche nel primo comitato esecutivo con Curcio, Cagol e Moretti.

A Reggio Emilia, la gran parte dei componenti il ‘Collettivo Politico Operai-Studenti’ provenivano dal Pci e dalla Fgci, ed insieme agli organismi sopra ricordati, oltre ad un gruppo di compagni di Borgomanero (No) e uno del comprensorio Lodi-Casalpusterlengo (allora provincia di Milano) si ritrovarono a dibattere e discutere, a fine dicembre 1969 presso la locanda ‘Stella Maris’ di Chiavari (Ge) e, poi, al ‘congresso di fondazione’ in quel seminario-convegno di tre giorni che si svolse presso la trattoria ‘Da Gianni’, frazione Costaferrata, zona appenninica della provincia reggiana nell’agosto 1970. Così, sostanzialmente, si costituirono le Brigate Rosse.

Memoria ed oblio
Spesso si ripete che la memoria è un ingranaggio collettivo. Ma è anche uno strumento ‘sovversivo’. I tre ricercatori, autori di questa complessa ricostruzione umana, storico e politica ci forniscono l’occasione per coniugare le due azioni. Gli episodi, all’interno di questo primo volume, sono numerosi, alcuni ci hanno colpito particolarmente. Ricordiamo quelli che ci sembra abbiamo una maggior valenza politica.

Quello di maggior spessore e ‘peso’, in tutti i sensi, è relativo al famigerato (vale la pena ribadirlo) scandalo Lockheed. Gli autori lo ricordano19 con precisione. “Lo scandalo Lockheed era nato dalle rivelazioni della Commissione d’inchiesta statunitense guidata dal senatore Frank Church, secondo le quali la compagnia Lockheed aveva pagato tangenti in molti paesi per vendere la produzione bellica agli eserciti nazionali. Per quanto riguardava l’Italia, si trattava di tangenti per l’acquisto di 14 aerei C-130 comprati dal governo italiano tra il 1972 e il 1974, di aerei F-104S e di carri armati Leopard. Accanto a Gui (Ministro degli Interni e moroteo, nda) fu coinvolto anche il ministro della Difesa Mario Tanassi mentre, sempre secondo le rivelazioni statunitensi, dietro alcuni nomi in codice (Antelope Cobbler e Pun) si nascondeva un ex presidente del consiglio…Il nome in codice ‘Antelope’, secondo le rivelazioni americane, indicava un presidente del Consiglio negli anni dal 1965 al 1970, coinvolgendo dunque, oltre a Moro (1963-1968), il governo cosiddetto balneare di Giovanni Leone (giugno-novembre 1968) e quello di Mariano Rumor (dicembre 1968-luglio 1970). I tre smentirono ogni coinvolgimento e il 29 aprile l’ambasciatore statunitense notò che, nel farlo, avevano dato l’impressione di ritenersi colpevoli a vicenda”.

Repubblica Moro Dal momento che non condividiamo, né abbracciamo, nessun tipo di teoria complottista e dietrologica, specifichiamo subito che non attribuiamo a nessuno dei citati colpe precise, però ricordiamo…E ricordiamo che giovedì 16 marzo 1978, il giorno del rapimento Moro, sulla prima pagina del quotidiano “La Repubblica” c’era questo ‘box’: “Antelope Cobbler è Aldo Moro?” che rimandava ad un articolo interno: “Antelope Cobbler? Semplicissimo Aldo Moro, presidente della DC”.

Non ci dilunghiamo oltre perché non è necessario. Rileviamo che la notizia poteva essere approfondita, verificata, confermata, smentita. Come tutta la vicenda delle cosiddette ‘bare volanti’, così erano anche chiamati i Lockheed F-104, che si concluse con le condanne dei ‘soli’ Tanassi (Psdi), del suo segretario personale, dei rappresentanti italiani della Lockheed e dell’allora presidente di Finmeccanica (a partecipazione statale). Non sappiamo come finì la falsa (?) accusa del quotidiano diretto da Eugenio Scalfari contro Moro.

Con la loro ricostruzione, Clementi, Persichetti, Santalena, ci aiutano a rideterminare i tempi e modi con cui sono state istituite le carceri speciali, la ‘settimana rossa’ dell’Asinara, le battaglie di Pianosa e Saluzzo, lo sciopero della fame di Nuoro, proprio per superare e smantellare le fortezze disumane: Kampi. La costruzione ed inaugurazione del primo super-carcere femminile: quello di Voghera e la manifestazione-con cariche bestiali e tante botte ai partecipanti-del luglio 1983, per la sua neutralizzazione. La ‘mano libera’ concessa a Carlo Alberto Dalla Chiesa e al suo nucleo speciale antiterrorismo. L’introduzione dell’uso sistematico della tortura contro gli arrestati per farli parlare.
Già dal 1975, con Alberto Buonoconto, poi Enrico Triaca, Cesare Di Lenardo, Paola Maturi, Sandro Padula, Emanuela Frascella, purtroppo tanti altri.

E proprio all’istituzionalizzazione di questa pratica crudele e ai molti casi riscontrati, gli autori di ‘Brigate Rosse’ dedicheranno approfondimenti ed adeguato spazio nei prossimi volumi. Senza tralasciare il sequestro D’Urso, Dozier e dei quattro rapimenti della ‘campagna di primavera’: Cirillo, Taliercio, Sandrucci e Peci. Non trascurando la nascita del Partito Guerriglia, del distacco della Walter Alasia, dell’annuncio della ritirata strategica e della fine di un’esperienza.
Così come il massacro di via Fracchia a Genova e l’esecuzione di Roberto Serafini e Walter Pezzoli a Milano.
“La storia continua”.20

N. B. Questo è il primo di tre contributi relativi a lotta armata, carcere, proletariato extra legale, realizzati prendendo spunto da altrettante recenti pubblicazioni. Oltre a questa di Clementi-Persichetti-Santalena, le prossime saranno l’autobiografia di Pasquale Abatangelo “Correvo pensando ad Anna”, e “L’albero del peccato”, pubblicato, grazie a Giorgio Panizzari, aggiornato e notevolmente ampliato rispetto all’edizione del 1983, diffusa a firma ‘Collettivo prigionieri comunisti delle Brigate Rosse’. (F.A.)


  1. Marco Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek Edizioni, Roma, 2007  

  2. Marco Clementi, La ‘pazzia’ di Aldo Moro, Odradek Edizioni, Roma, 2001  

  3. Paolo Persichetti-Oreste Scalzone, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni settanta ad oggi, Odradek Edizioni, Roma, 1999  

  4. Jacques M. Verges, Strategia del processo politico, Einaudi, Torino, 1969  

  5. Nel saggio di Laurana Lajolo, I ribelli di Santa Libera. Storia di un’ insurrezione partigiana. Agosto 1946, il leader degli insorti, ‘Armando’, “…insieme ad alcuni compagni, costituì, dopo la liberazione, un gruppo clandestino denominato ‘808’ in onore di un potente esplosivo e che, di fronte al progressivo atteggiamento di clemenza dei giudici nei confronti dei fascisti, decise di assumersi il compito di fare giustizia.”  

  6. Alice Diacono, L’insurrezione partigiana di Santa Libera (agosto 1946) e il difficile passaggio dal fascismo alla democrazia, anno accademico 2009-2010; Giovanni Rocca (Primo), Un esercito di straccioni al servizio della libertà, Art pro Arte, Canelli (Cn), 1984; Laurana Lajolo, I ribelli di Santa Libera. Storia di un’insurrezione partigiana. Agosto 1946, Edizioni Gruppo Abele, Torino, marzo 1995; Giovanni Gerbi, I giorni di Santa Libera, otto puntate su “ L’eco del lunedì”, settimanale di Asti, ottobre-novembre 1995; Marco Rossi, Ribelli senza congedo. Rivolte partigiane dopo la Liberazione. 1945-1947, Edizioni Zero in condotta, Milano, 2009; Claudia Piermarini, I soldati del popolo. Arditi, partigiani e ribelli: dalle occupazioni del biennio 1919-20 alle gesta della Volante Rossa, storia eretica delle rivoluzioni mancate in Italia, Red Star Press, Roma, giugno 2013  

  7. Cesare Bermani, La Volante Rossa. Storia e mito di ‘un gruppo di bravi ragazzi’, Colibrì Edizioni, Milano, 2009; Carlo Guerriero-Fausto Rondelli, La Volante Rossa, Datanews, Roma, 1996; Massimo Recchioni, Ultimi fuochi di Resistenza. Storia di un combattente della Volante Rossa, DeriveApprodi, Roma, 2009; M. Recchioni, Il tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia, DeriveApprodi, Roma, 2011; Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, Edizioni Laterza, Roma-Bari, 2014  

  8. Sante Notarnicola, L’evasione impossibile, Feltrinelli, 1972  

  9. Da una conversazione con Sante Notarnicola, 14 aprile 2017  

  10. Donatella Alfonso, Animali di periferia. Le origini del terrorismo tra golpe e resistenza tradita. La storia inedita della banda XXII Ottobre, Castelvecchi Rx, Roma, 2012  

  11. Jurgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, casa editrice Nutrimenti, Roma, 2011  

  12. Paola Staccioli, Sebben che siamo donne. Storie di rivoluzionarie, DeriveApprodi, Roma, 2015  

  13. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse, Bompiani Overlook, Milano, 2006  

  14. Mario Moretti, Per Prospero, 14 gennaio 2013  

  15. Gli Altri online, 14 gennaio 2013  

  16. Sapere Edizioni, Milano, 1973  

  17. Gino Montemezzani, Come stai compagno Mao?, Edizioni LiberEtà, Roma, 2006  

  18. Manolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, Agenzia X, Milano, 2007  

  19. nn.14 e 15, pag. 149  

  20. P. Gallinari, Un contadino nella metropoli, cit.  

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Quante volte dovrà ancora essere ucciso Giulio Regeni? https://www.carmillaonline.com/2016/02/09/quante-volte-dovra-ancora-essere-ucciso-giulio-regeni/ Mon, 08 Feb 2016 23:01:01 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28531 di Sandro Moiso

giulio regeni Ce lo porteremo dentro con il ricordo di un volto giovane, bello, simpatico ed intelligente. Un volto come quello di tantissimi giovani che sono morti negli ultimi decenni a causa della violenza terroristica promossa dagli Stati e dai loro tutori del disordine. Perché Giulio Regeni non è morto soltanto in qualche squallida stanza usata dai servizi segreti di Al Sisi per torturare, seviziare ed uccidere gli oppositori di un regime autoritario, sanguinario, corrotto e bugiardo.

Giulio è morto nell’indifferenza italiana verso le reali condizioni di vita e di lavoro in un paese alleato di cui l’Italia [...]]]> di Sandro Moiso

giulio regeni Ce lo porteremo dentro con il ricordo di un volto giovane, bello, simpatico ed intelligente. Un volto come quello di tantissimi giovani che sono morti negli ultimi decenni a causa della violenza terroristica promossa dagli Stati e dai loro tutori del disordine.
Perché Giulio Regeni non è morto soltanto in qualche squallida stanza usata dai servizi segreti di Al Sisi per torturare, seviziare ed uccidere gli oppositori di un regime autoritario, sanguinario, corrotto e bugiardo.

Giulio è morto nell’indifferenza italiana verso le reali condizioni di vita e di lavoro in un paese alleato di cui l’Italia è il primo partner commerciale europeo.1 Giulio è morto per le sue idee e per la sua volontà di capire ed informare sulla realtà di quelle “primavere arabe” di cui si è parlato molto a vanvera, ma senza mai distinguere tra area e area, paese e paese, economia ed economia. Giulio è morto così come muore la ricerca, quella vera. Quella che il capitale ed il potere, a ogni latitudine, cercano di soffocare e vietare. Quella in cui il concetto di “classe” esiste ancora e non è stato rimosso con artifici mediatici ed ideologici.

Giulio è morto per la scienza, quella sociale, e per la passione, quella per la giustizia. Che stanno alla base di ogni ricerca della verità. Che è tipica dell’entusiasmo giovanile e che non appartiene ai gazzettieri che declamano che Giulio potrebbe essere stato arrestato “per sbaglio” oppure perché ritenuto “una spia”. E che non appartiene a tutti coloro che trovano stupido ed insulso occuparsi degli “affari altrui” a meno che questi ultimi non siano rigidamente relegati a livello di gossip.

Giulio è morto con le centinaia di attivisti egiziani scomparsi, di cui cinquecento soltanto nello scorso anno,2 e di cui non è più stato ritrovato né corpo né traccia. E sui quali è stato mantenuto il silenzio della stampa occidentale, fino ad oggi, in nome di una sacra alleanza che è servita non a combattere l’Isis e i suoi mandanti, ma soltanto ad impedire la formazione e lo sviluppo di una reale alternativa di classe.

Giulio ha cominciato a morire ancora prima di nascere, nell’Argentina della tripla A e dei generali golpisti che hanno fatto sparire un’intera generazione nel disinteresse nazionale ed internazionale e di quel PCI che, dopo aver liquidato le stragi cilene con la bella trovata del “compromesso storico”, ignorò quegli avvenimenti in nome della lotta al terrorismo; così come il PD di oggi vorrebbe poter fare per mandare avanti i propri affari interni ed internazionali. E poi è morto in Messico con gli studenti, le donne e i giornalisti massacrati dai narcos e dal governo.

Giulio è morto a Genova a fianco di Carlo Giuliani. Giulio è stato torturato nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, i cui responsabili sono ancora impuniti perché in Italia non esiste il reato di tortura. Il corpo di Giulio ha riportato lividi, contusioni, fratture, sevizie come quelli di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e molti, troppi altri, vittime della violenza di Stato e dell’indifferenza. Vittime di un conformismo generalizzato che, fidandosi per viltà delle parole di leader tutti altrettanto corrotti, differenzia la democrazia dai regimi tirannici soltanto sul presupposto, mai dimostrato, che i governi occidentali siano i migliori.

Giulio è morto al Bataclan e nelle banlieue parigine dove i giovani della stessa età finiscono con l’imboccare strade diverse ed assassine nel vuoto di una proposta politica e morale che lascia spazio soltanto all’estremismo reazionario, all’integralismo religioso in ogni sua variante, giudaico-cristiana o islamica, oppure all’indifferenza esistenziale. Giulio è morto nella recente proposta fatta alle Nazioni Unite dal segretario Ban Ki Moon per un piano globale di azione contro il terrorismo e l’estremismo;3 il cui vero obiettivo sembra essere quello di rafforzare e rendere più efficaci le istituzioni nella loro azione di repressione nei confronti di qualsiasi dissenso che potrebbe essere, da ora in poi e come spesso in passato, equiparato al terrorismo.

Giulio è morto sotto le manganellate in Val di Susa e nella repressione di ogni lotta in difesa della specie e dell’ambiente. Giulio è morto nelle parole e sulla bocca di tutti i politici italiani ipocriti e corrotti che oggi fingono dolore per la sua morte e per la sorte di milioni di giovani disoccupati. Giulio è morto al family day e nelle parole di odio e disprezzo pronunciate contro ogni tipo di diversità . Giulio ha subito le ingiurie subite dagli omosessuali aggrediti per strada e nelle aggressioni subite dalle donne ovunque.

Giulio è morto con i bambini affogati nel Mar Egeo e in tutto il Mediterraneo. Giulio è crollato insieme ai migranti fermati ai confini d’Europa o rinchiusi nei campi profughi turchi. E’ morto con i Palestinesi condannati ad un inverno di freddo nella striscia di Gaza e con i Curdi aggrediti dai Turchi e dall’Isis nel Rojava e nel sud-est della Turchia. Giulio è morto con i finanziamenti e la fiducia rinnovati ad un presidente-dittatore come Erdogan e nell’alleanza con gli stati più retrivi ed oppressivi del Golfo.

E’ morto per una materia prima, il petrolio, che non vale più un cazzo 4 e il cui modello di sviluppo è stato sempre e soltanto motivo di guerre, di inquinamento e di morte. Giulio è morto ammazzato.
Ma quante volte dovrà ancora morire? Quanti, giovani e no, saranno ancora uccisi per difendere, con la violenza giustificata dalla ragione di Stato, un modo di produzione fallimentare e distruttivo al quale cercano ancora coraggiosamente di opporsi?


  1. http://www.infomercatiesteri.it/bilancia_commerciale.php?id_paesi=101  

  2. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/06/news/egitto_desaparecidos-132828753/?ref=HRER1-1  

  3. Ban Ki Moon, Un piano globale contro il terrorismo e l’estremismo violento, Corriere della sera , 3 febbraio 2016  

  4. http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/02/06/news/arabia_saudita_crolla_petrolio_costretta_a_chiedere_un_prestito-132809487/  

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