Titta Ruffo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 27 Jan 2026 23:11:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 ESCLUSIVO Velia Titta Matteotti indagata per vilipendio delle autorità: «Votate NO al referendum, fatelo per Giaki. Un bacio all’Italia proprio d’amore» https://www.carmillaonline.com/2026/01/28/esclusivo-velia-titta-matteotti-indagata-per-vilipendio-delle-autorita-votate-no-al-referendum-fatelo-per-giaki-un-bacio-allitalia-proprio-damore/ Tue, 27 Jan 2026 23:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92637 Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece [...]]]> Intervista a cura di Luca Baiada

Giaki, sì, il mio Giaki. Si chiamava Giacomo. Fra noi era Giaki. Bello, sensibile, elegante. L’avevo conosciuto all’Abetone, in villeggiatura con mio fratello, Titta Ruffo, l’artista. Come Titta perché? Titta è il cognome, mio fratello aveva scambiato il nome col cognome. Io, invece, il mio romanzo lo firmai Andrea Rota. Un nome da uomo, e anche Giaki parlava di me al maschile: «il Chini». Ma Le pare il momento dei pettegolezzi? Voglio ricordare il mio Giacomo, l’onorevole Matteotti. Il nostro amore, il suo impegno. All’università era un genio negli studi giuridici, carriera accademica aperta, invece si votò al socialismo.

Mi confidava tante cose, anche le debolezze dei compagni. I pavidi lo spazientivano e gli estremisti lo sconcertavano. Sa cosa diceva, del partito? Che era un mortorio, che perdevano tempo, che ci voleva gente di volontà. Naturalmente i suoi nemici erano altri. Gli agrari, i possidenti e i loro fattori, sgherri, squadristi. La polizia compiacente coi ricchi e con gli speculatori. In Polesine c’era la fame, i lavoratori vivevano in capannoni di frasche, col bestiame. Giaki non li abbandonò mai, ed era nato benestante, in una grande villa.

Il nostro amore, meraviglioso. Cominciato un po’ alla volta, scrivendoci lettere profonde. Lo stuzzicavo, lo ammetto. Quel suo fare serio ed energico mi faceva venir voglia di scompigliargli i capelli. Cominciava già a perderli, e così lo prendevo in giro. Ma non è neanche di questo che voglio parlare.

Voglio ricordarlo come giurista, anche se io non sono stata all’università. Lui diceva che la facoltà di legge è una fabbrica di spostati, senza alta cultura, che c’è un’avvocateria italiana che vive sulla litigiosità, sulla teatralità dei processi e sugli affari. Diceva che se un giurista non ha voglia di imparare per conto suo, somiglia agli specialisti di Multatuli. Ah, già, Multatuli non va più di moda. Era uno scrittore, un olandese, si chiamava Eduard Douwes Dekker.

Giacomo coi giuristi era severissimo. Aveva capito che coltivare il diritto è utile: se si è all’opposizione, per invocare le garanzie; se si conquista il potere, per condurre la società. Ma diceva che la cultura giuridica è tutta posticcia, formalistica, proceduristica.

Nel mondo giuridico c’erano scuole diverse. Lo racconto come me lo spiegava Giaki. Ma l’amore è una traduzione straordinaria, sa? Va diritto al cuore e non si dimentica. E non mi guardi così. Se Le sembra strano che la figlia di un fabbro, sorella di un cantante, racconti queste cose, si chieda quanto tempo ho avuto per ripensarci. Quando sono rimasta vedova avevo trentaquattro anni, tre bambini e una casa isolata diventata fredda e triste. Allora, mi ascolti.

C’erano la scuola classica e quella positivista, oltre a una scuola socialista. Giacomo era di impostazione classica, ma non gli piaceva il dogmatismo. Ragionava per conto suo e vedeva lontano. Il positivismo era più moderno, sembrava progressista, e diventò presto fascista; dopo, la scuola classica si adeguò al fascismo anche quella. I socialisti furono travolti. Come in amore: se uno tradisce, tutto frana.

Le pugnalate, non le abbiamo mai potute contare. Quando andai da Mussolini, dopo il rapimento, lo sentivo che il colpevole era lui. Ma il corpo ce lo fecero avere dopo due mesi, disfatto. Noi non potemmo contare le ferite? Nessuno potrà mai misurare il bene che fece, l’amore per lui di tutte le persone con un’anima. Ovunque ci sarà un essere umano, sempre, batterà un cuore per Giacomo Matteotti.

Il delitto fu a Roma, ma il processo lo fecero a Chieti. Gli antifascisti sapevano che era pilotato e lo chiamarono «farsa di Chieti». Già, perché scelsero proprio Chieti? Ascolti, è interessante. Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Pensi, Giaki a Chieti c’era stato, nel 1920, e mi aveva scritto: «Gente un po’ primitiva e… tanto pecorino». Cittadina controllabile, insomma, niente sorprese. Il processo lo fecero solo ai sicari, difesi da Roberto Farinacci, segretario del partito fascista. Ha capito?

Il difensore era il segretario del partito al governo. Le pare un processo? Non volli esserci come parte civile, avrei avallato l’infamia. La sentenza fu scandalosa. Dopo, Farinacci pubblicò la sua arringa in un libriccino; la prefazione la scrisse un professore famoso, Vincenzo Manzini, uno citato ancora adesso nei manuali di diritto: «Come ritiene il Manzini… La teoria del Manzini…». Sa cosa scrisse Manzini, quel vile, su mio marito? Scrisse che faceva della politica una professione, che la sua fine era un rischio del mestiere di demagogo.

Vuole un altro giurista, una serpe? Proprio Farinacci: disse che siccome mio marito era una provocazione permanente, per gli assassini ci voleva l’attenuante di essere stati provocati; arrivò a negare l’aggravante di aver ucciso un deputato, perché mio marito, secondo lui, col suo impegno politico all’opposizione dimostrava di non essere un vero parlamentare!

Ma adesso un fatto mi ha colpita. Fra tante accuse contro la magistratura, non potevano trovarne una più assurda. I giudici nemici dei bambini! Senta che storia. Una famiglia austera, naturista, che vive nel bosco, in un mondo incontaminato. Una famiglia all’antica, pura. E dove? In un bosco vicino a Chieti. I magistrati, cattivi, portano via i bambini e rovinano tutto. Ecco: in un altro modo, è tornata la farsa di Chieti.

E si permettono di parlare di bambini. Io e Giacomo ne avemmo tre, e a dividerli dal padre non furono i magistrati ma i sicari fascisti. Un padre meraviglioso, un vero uomo. Era capace di scrivermi parole travolgenti, ascolti questa lettera: «Il ricordo di una notte lontana d’amore mi tiene nel dormiveglia come un sogno che non finisce. Ti sento come un vortice d’acqua che attira per posarsi sul fondo, ma con la volontà di non posarsi mai»; e ancora: «Vorrei baciarti così piano che tu non mi sentissi se non quando già ti avessi circondata tutta, fino all’ultima e più profonda sensibilità. Vorrei baciarti così forte da non lasciarti respiro né libertà, nella violenza di una conquista perfetta che nulla abbandona».

Io, l’ultima lettera che gli scrissi la chiusi così: «Bacia i piccoli e dammi notizie, un bacio a te proprio d’amore». L’uomo che mi dava tutto questo, lo trascinarono in un’automobile e lo uccisero. Quando fu ritrovato vicino a Roma, alla Quartarella, chiamarono «quartarellisti» quelli che chiedevano la destituzione di Mussolini. I magistrati che cercarono la verità furono trasferiti e perseguitati.

È una coincidenza, che la storia della famiglia nel bosco sia proprio a Chieti. Eppure certe coincidenze sono fili della storia, più difficili da vedere, ma non per una donna innamorata. Cosa Le dicevo? Un centro piccolo, un ambiente fermo, tradizionale. Niente sorprese. E adesso: valori familiari, attacco alla giustizia, propaganda. Non sto parlando di una macchinazione. C’è un clima di falsità, una melma fa affiorare la sua schiuma. L’eterna ipocrisia dei prepotenti, il peggio dell’Italia. La farsa di Chieti pesa ancora su Roma.

Se non ci fossero altri motivi per votare NO, al referendum sulla pugnalata alla Costituzione, basterebbero le bugie che inventano. Il potere colpisce chi deve applicare le regole. I giuristi sono un punto speciale della società, un punto forte e insieme debole. Parola di donna abituata a raccogliere le confidenze di un combattente fra aule, riunioni e biblioteche. Posti tranquilli, per imboscati? No, posti delicati e pericolosi, quando si usano con coraggio, e la storia di mio marito lo dimostra.

Lui usava la razionalità, la scrittura e la parola per un progetto unitario di giustizia sociale. Adesso, per scompaginare la magistratura, giudici e pubblici ministeri vengono divisi e nei consigli di autogoverno vengono sorteggiati invece che eletti. C’è l’odio per la ragione, nei pugnali dei sicari come nella resa alla sorte. Ha notato come dicono volentieri «fato», i fascisti?

Mio marito sapeva che la pratica della libertà esige persone lucide, scelte logiche e regole. Proprio perché era giurista, Giaki aveva capito. In un libro, Un anno di dominazione fascista, denunciò il pericolo di una riforma costituzionale sul tipo del cancellierato. Guardi adesso cosa succede. Approfittano di una legge elettorale ingiusta per stravolgere la Costituzione. Il governo non ha la maggioranza né fra chi ha diritto al voto né fra chi è andato a votare. Giaki era per il sistema elettorale proporzionale.

Dopo questa denuncia contro di me bisogna alzare la voce. Lo scriva: sono Velia Titta, la sorella di Titta Ruffo, il più grande baritono del mondo. La mia famiglia viene da un quartiere popolare di Pisa, da via Carraia, fra l’Arno e il mattatoio. Ho perso presto mia madre, mio padre ha trovato un’altra donna, sono andata a scuola con l’aiuto di mio fratello. Ho sposato Giacomo Matteotti, l’hanno assassinato e ho cresciuto da sola i nostri figli; ho sempre avuto alla porta la polizia e in casa una spia dell’Ovra che fingeva di aiutarmi.

Adesso lo dico più forte: votate NO al referendum, svergognate tutte le farse di Chieti e difendete la libertà! Il NO è un bacio all’Italia proprio d’amore!

 

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