Tina Modotti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 14 Mar 2026 21:00:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Tina Modotti, la mostra https://www.carmillaonline.com/2024/10/28/tina-modotti-la-mostra/ Mon, 28 Oct 2024 21:15:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85024 di Mauro Baldrati

Entrare nella grande mostra di Tina Modotti è come iniziare un viaggio nel tempo. Le stampe, circa 120, coprono il periodo di un decennio, dai primi anni ’20 ai ’30, il segmento temporale in cui Tina si occupò a tempo pieno di fotografia.

La tecnologia dell’epoca – gli albori della fotografia moderna – produceva stampe dai toni morbidi, con ridotta profondità di campo per cui se erano a fuoco il naso e gli occhi le orecchie iniziavano a sfumare nei contorni. Per dire, in era analogica questo effetto fu ripreso e perfezionato dalle stampe Polaroid, che assumevano suggestioni [...]]]> di Mauro Baldrati

Entrare nella grande mostra di Tina Modotti è come iniziare un viaggio nel tempo. Le stampe, circa 120, coprono il periodo di un decennio, dai primi anni ’20 ai ’30, il segmento temporale in cui Tina si occupò a tempo pieno di fotografia.

La tecnologia dell’epoca – gli albori della fotografia moderna – produceva stampe dai toni morbidi, con ridotta profondità di campo per cui se erano a fuoco il naso e gli occhi le orecchie iniziavano a sfumare nei contorni. Per dire, in era analogica questo effetto fu ripreso e perfezionato dalle stampe Polaroid, che assumevano suggestioni antiche, diciamo pure vintage.

Questa caratteristica, soprattutto nelle prime stampe di piccolo formato, potenzia la percezione onirica, per cui sembra – forse sogniamo? – di udire i suoni, le grida, le musiche del Messico rivoluzionario, dove Tina ha vissuto parte della sua vita convulsa e veloce, proprio come la candela di Blade Runner.

Tina Modotti appartiene a quella fratellanza artistica in cui la vita e l’opera si fondono in una osmosi perfetta, spesso dominata da tensioni e contraddizioni, proprio come l’arte rappresenta la vita, con tutte le sue gioie e i suoi conflitti.

Per conoscere o approfondire la sua biografia è fondamentale il libro di Pino Cacucci, Tina, un testo bellissimo e terribile, una biografia romanzata ma precisa che ci introduce in quei tempi eroici e violentissimi in cui Tina è passata come una meteora. Un corpo celeste che, mentre sfrecciava rapido, iniziava perdere velocità e luminosità, fino a spegnersi nella morte precoce, nel 1942 a 46 anni.

Ha vissuto gli entusiasmi e la creatività selvaggia della rivoluzione, ha conosciuto e frequentato quella specie di orco buono di Diego Rivera, che l’ha sempre amata e sostenuta, difendendola dalle calunnie degli agenti stalinisti, che in Messico, come in Spagna durante la guerra civile (qui le pagine di Cacucci sono atroci), avevano come unico scopo far fallire le rivoluzioni che non sottostavano al controllo del Comintern, e di assassinare i leader e gli attivisti.

La sua casa di Città del Messico era un ritrovo di rivoluzionari, di anarchici, di trockisti, poeti come Machado e Octavio Paz, artisti come Frida Kahlo, dove si festeggiava, si ballava e si discuteva senza fine.

Durante questa golden age Tina ha affinato la sua tecnica fotografica, sotto la guida dell’americano Edward Weston, forse l’amore più grande della sua vita, iniziando quel lavoro di fotografa militante alla quale si può attribuire la nascita del reportage sociale e politico. Fotografi come Robert Capa, Gerda Taro e David Seymour le devono molto. Ha viaggiato in Messico in tutte le latitudini e ha fotografato una moltitudine di personaggi del popolo, documentando le dure condizioni di vita proletaria e contadina. Del suo lavoro scrisse il critico Egon Erwin Kisch:

Il suo segreto è riuscire a rendere una visione della realtà attraverso l’immagine che lei ha del mondo. Ciò significa che gli occhi tristi di un bambino riesce a renderli più belli dello sguardo di una reginetti. E i paesaggi industriali, i mezzi di produzione, le mani, le chitarre… appaiono più affascinanti delle verdi strade svizzere (il riferimento di Kisch si riferisce a una fotografia che Tina probabilmente scattò durante un viaggio clandestino in Svizzera per conto di Soccorso Rosso Internazionale ndr). Ma gli uomini del suo mondo non sono felici. Perché? E’ questa la domanda che sorge dalle sue fotografie.

La mostra espone le famose foto delle donne indio coi cesti sulla testa, i contadini, i bambini del Messico profondo e rurale, immagini in still life dell’estetica rivoluzionaria, la falce e il martello sopra una chitarra, o sulle pannocchie di mais. Non mancano i ritratti e i nudi realizzati da Weston, i volti e il corpo della “bellissima rivoluzionaria italiana” come la definivano le informative dell’OVRA, la polizia segreta fascista che la spiava, la schedava e la inseguiva.

Nessuno, forse, neanche un attento e sensibile biografo come Cacucci, può penetrare in profondità nella decisione di Tina di abbandonare la fotografia, che pure viveva come una militanza non solo artistica, per tuffarsi nell’attività rivoluzionaria vera e propria. Diventa un’organizzatrice instancabile di Soccorso Rosso Internazionale, l’ente che si occupa dell’assistenza ai rivoluzionari in difficoltà, poi, in Unione Sovietica, funzionaria del Comintern.

Sottoposta, nonostante l’impegno sincero e la serietà che la distingue, alla politica del sospetto paranoide del terrore staliniano, braccata dall’OVRA, viaggia per il mondo a fianco di uno dei più pericolosi agenti del regime stalinista, col quale ha una storia sofferta e per certi aspetti incomprensibile, il demoniaco “italiano”, Vittorio Vidali.

Non riprenderà mai più in mano la macchina fotografica, bloccata da un senso di rifiuto che nessuno potrà scalfire, neanche Robert Capa e Gerda Taro, che in Spagna tentano di convincerla sull’utilità della fotografia militante.

Resterà sempre una rivoluzionaria totale, nonostante i ripetuti tradimenti, le involuzioni, i crimini, chiusa in se stessa “silenziosa, malinconica nella sua cupa impenetrabilità”, fino alla fine, quando, a Città del Messico, sola, in un taxi, un infarto la stroncherà.

Ma le circostanze sono e restano esposte a molti dubbi e forse non saranno mai liberate dal pesante sospetto di “classica eliminazione stalinista”, come scrisse un giornale dell’epoca.

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Fotografia, passione e utopia https://www.carmillaonline.com/2016/10/26/fotografia-passione-utopia/ Wed, 26 Oct 2016 21:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34099 di Sandro Moiso

covertina2016-653x936Pino Bertelli, TINA MODOTTI. Sulla fotografia sovversiva, dalla poetica della rivolta all’etica dell’utopia, NdA press, 2016, pp. 294, € 10,00

[Tina Modotti, fotografa, attrice, donna bellissima, contraddittoria e rivoluzionaria ha fornito all’immaginario antagonista e narrativo più di uno spunto per far parlare di sé. Nata a Udine il 17 agosto 1896 e morta a Città del Messico il 5 gennaio 1942, in circostanze ancora non del tutto chiarite, ha letteralmente attraversato il mondo dall’Italia agli Stati Uniti giù fino in Messico, per poi esserne espulsa e tornare ancora in Europa, in Unione [...]]]> di Sandro Moiso

covertina2016-653x936Pino Bertelli, TINA MODOTTI. Sulla fotografia sovversiva, dalla poetica della rivolta all’etica dell’utopia, NdA press, 2016, pp. 294, € 10,00

[Tina Modotti, fotografa, attrice, donna bellissima, contraddittoria e rivoluzionaria ha fornito all’immaginario antagonista e narrativo più di uno spunto per far parlare di sé. Nata a Udine il 17 agosto 1896 e morta a Città del Messico il 5 gennaio 1942, in circostanze ancora non del tutto chiarite, ha letteralmente attraversato il mondo dall’Italia agli Stati Uniti giù fino in Messico, per poi esserne espulsa e tornare ancora in Europa, in Unione Sovietica e nella Spagna della Guerra Civile; per poi ripartire ancora una volta alla volta del Messico.

Registrata all’anagrafe come Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, dopo aver raggiunto il padre emigrato a San Francisco, divenne prima la moglie del pittore Roubaix de l’Abrie Richey e, in seguito, nel corso del suo peregrinare, l’amante del fotografo americano Edward Weston, del comunista cubano Julio Antonio Mella, dell’inviato del Comintern Vittorio Vidali e della pittrice Frida Kahlo. Nello stesso tempo, dopo essersi avvicinata al Partito Comunista Messicano nei primi anni venti, ebbe modo di diventare organizzatrice sindacale, rappresentante del Soccorso Rosso Internazionale e fedele collaboratrice del già citato Vidali, alias Comandante Carlos delle Brigate Internazionali combattenti in Spagna. Di tutti questi aspetti della sua vita molto si è scritto e letto, sia in prosa che a fumetti,1 senza contare le opere teatrali e gli innumerevoli brani musicali che le sono stati dedicati.

modotti-3Certamente la parte più importante della sua vita e della sua attività è stata, però, quella dedicata alla fotografia. Un’attività di cui non solo è stata una delle prime e più importanti rappresentanti femminile, ma anche una radicale rinnovatrice. Sia nello sguardo che nella concezione del ruolo della fotografia. Anzi, si potrebbe tranquillamente affermare che proprio il suo lavoro in tale campo l’abbia portata ad essere una delle muse ispiratrici della fotografia sociale del Novecento.

Proprio a questo aspetto, senza naturalmente separarlo dal carattere e dalle scelte di vita della comunista di origine friulana, è dedicato il volume di Pino Bertelli, critico cinematografico e culturale neo-situazionista, recentissimamente tornato in libreria in edizione economica per i tipi della NdA press. Ed è una fortuna poiché, concentrando il discorso sul significato della sua opera fotografica, si rivela essere l’opera più completa, approfondita e soddisfacente sulla Modotti.

modotti-2Accompagnato da un breve saggio della stessa Modotti, Sulla fotografia, il testo si divide in due parti. Nella prima, dal titolo Della fotografia sovversiva, commentari sulla filosofia e sulla politica della fotografia di Tina Modotti, l’autore esplora “l’etica dell’Utopia espressa nella Fotografia radicale della Modotti”, ricollegandola alle successive correnti della fotografia e della critica radicale della società. Mentre nella seconda, intitolata Tina la “Rossa”. La fotografia al tempo dell’amore e le sue puttane tristi, ricostruisce il percorso di vita della fotografa ricollegandolo alle sue scelte morali, stilistiche ed estetiche.

Proprio dalla seconda parte si dà qui di seguito un significativo estratto dalle pagine 194-197 ]

La fraternità spirituale che Tina Modotti cercava tra gli oppressi e gli sfruttati fuoriusciva fortemente dalle sue fotografie. Il suo codice visivo è legato a un’etica della visione liberata e dice che fare fotografia significa dialogare con il mondo. “La macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo. Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa” (Susan Sontag) […] La fotografia sociale, che è una forma di resistenza attiva contro la stupidità generale, desidera l’inverso del reale o denuda il reale truccato […] La fotografia sociale di Tina Modotti seguiva un impulso morale che aveva come fine il desiderio di denunciare il sopruso o di svegliare le coscienze. La Modotti sapeva che le fotografie possono infrangere una situazione o disvelare un’impostura, semplicemente mostrando il vero. Non si tratta di fotografare la sofferenza e l’ingiustizia, occorre far vedere quali sono i mali della sofferenza e chi sono i persecutori dell’ingiustizia…queste semplici idee sono alla basse di ogni fotografia sociale. Il Manifesto di Tina Modotti – Sulla fotografia – riafferma l’importanza della fotografia sociale come riscatto estetico, etico e morale contro l’ingiustizia e la rapacità di ogni potere: “mi considero una fotografa e nient’altro, e se le mie fotografie sono diverse da quelle che si fanno in genere è perché cerco di produrre non arte ma fotografie autentiche, senza trucchi e manipolazioni, mentre la maggior parte dei fotografi aspira a effetti artistici o imita altri generi di rappresentazione, ottenendo un prodotto ibrido…Non si tratta di stabilire se la fotografia sia arte o no; si tratta piuttosto di distinguere tra buona fotografia e cattiva fotografia. modotti-5 Buona è da considerarsi quella che accetta tutti i limiti inerenti alla tecnica fotografica e utilizza tutte le possibilità e le caratteristiche che questo mezzo espressivo offre…già per il fatto di potersi produrre solo nell’attualità e sulla base di ciò che esiste obiettivamente, la fotografia è il mezzo migliore per registrare la vita oggettiva in tutte le sue forme fenomeniche; da qui il suo valore di documento e se a ciò si aggiunge sensibilità e conoscenza della cosa, e soprattutto una posizione chiara rispetto al suo ruolo storico, il risultato è degno, mi pare, di occupare un posto nella produzione sociale alla quale tutti dobbiamo contribuire”. L’eroismo della visone della Modotti non è misurabile in base a qualche nozione di verità o estetica dell’arte. Si tratta di contravvenire alla scrittura fotografica ordinaria e non farsi discepoli di nessuno che non abbia tentato di strappare la maschera del banale nell’arte e cercato di tagliare alla radice i simulacri/mitologie del potere.


  1. Basti qui citare la biografia curata da Pino Cacucci: Tina, uscita in prima edizione per Interno Giallo nel 1991  

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Donne… su tre lati della barricata https://www.carmillaonline.com/2016/05/02/donne-sui-tre-lati-della-barricata/ Mon, 02 May 2016 20:30:20 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=30236 di Sandro Moiso

donne sulle barricate Diana Johnstone, Hillary Clinton Regina del Caos, Zambon Editore, Francoforte sul Meno 2016, pp.250, € 15,00 Augusto Cantaluppi – Marco Puppini, “Non avendo mai preso un fucile tra le mani” Antifasciste italiane alla guerra civile spagnola 1936-1939, Www.Aicvas.org, Milano, 2014. pp. 160, Sip.

Sono due libri molto diversi quelli che vengono qui proposti, sia per contenuto che per finalità. Il primo è destinato a smontare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’immagine della candidata “democratica” Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca sia come rappresentante [...]]]> di Sandro Moiso

donne sulle barricate Diana Johnstone, Hillary Clinton Regina del Caos, Zambon Editore, Francoforte sul Meno 2016, pp.250, € 15,00
Augusto Cantaluppi – Marco Puppini, “Non avendo mai preso un fucile tra le mani” Antifasciste italiane alla guerra civile spagnola 1936-1939, Www.Aicvas.org, Milano, 2014. pp. 160, Sip.

Sono due libri molto diversi quelli che vengono qui proposti, sia per contenuto che per finalità.
Il primo è destinato a smontare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’immagine della candidata “democratica” Hillary Rodham Clinton alla Casa Bianca sia come rappresentante di una politica anche solo vagamente progressista, sia come portavoce delle istanze femminili nella società e nel mondo della politica .

Il secondo ricostruisce, attraverso 67 schede biografiche, le vicende fino ad ora in gran parte sconosciute delle donne italiane che parteciparono in qualche modo alla guerra di Spagna schierandosi orgogliosamente e coscientemente dalla parte della Repubblica e, soprattutto nel caso delle anarchiche (che risultarono essere anche le più numerose), della Rivoluzione.

Pur nella loro diversità di intenti, però, i due testi pongono, il primo in maniera abbastanza esplicita mentre il secondo indirettamente, la questione del “genere” all’interno di un percorso di liberazione che nel voler realizzare le principali istanze femministe o LGBT tenga conto, o meno, di una più generale liberazione della specie dai lacci e dalle schiavitù economiche, politiche, sociali, morali e religiose che impediscono agli individui di realizzarsi pienamente al di fuori delle leggi dell’accumulazione capitalistica e delle società (tutte) divise in classi.

hillary clinton Da questo punto di vista il testo di Diana Johnstone, americana che da decenni risiede in Europa, è, allo stesso tempo, il più esplicito e il più problematico. Non a caso, poiché la figura di Hilllary Clinton è stata e rimane centrale all’interno dell’establishment americano per quella sorta di autorappresentazione degli Stati Uniti e dei loro governi come difensori dei “diritti umani”, anche a costo di guerre “disumane”, tesa a giustificarne le ingerenze politiche e gli interventi militari e a nasconderne i reali moventi economici e politici.

Proprio per questo motivo Susan Sarandon, attrice da sempre impegnata nella critica degli abusi operati dagli USA, ha potuto dichiarare recentemente che sarebbe “meglio una vittoria di Donald Trump se il candidato dei democratici fosse Hillary Clinton”.1 Infatti la figura della ex-First Lady e ex-Segretario di Stato statunitense rappresenta, oggi, la migliore opzione alla Presidenza degli Stati Uniti per quello che la Johnstone chiama esplicitamente il “partito della guerra”.

Partito della guerra che ha fatto della difesa dei generici “diritti umani”, della multiculturalità (ovunque questa, naturalmente, si adegui agli interessi dell’impero americano) e della “società aperta” lo strumento ideale, sia dal punto di vista politico che massmediatico, per la penetrazione nella coscienza dei cittadini e l’ingerenza (sempre più spesso militare) all’interno degli stati e dei governi che non si adattino o si contrappongano agli interessi e ai dettami del capitalismo finanziario anglo-americano.

Hillary sbandiera al vento il suo voler “sfondare il soffitto di vetro” che separa le donne dagli incarichi di rilievo a beneficio di tutte le cittadine americane, facendone una sorta di battaglia femminista qualificata. Dimenticando però, come ricorda l’autrice del libro, che da anni sono donne a ricoprire importanti ed aggressivi ruoli proprio nella politica estera americana (Condoleeza Rice, Madeleine Albright, Susan Rice, la stessa Clinton ed altre ancora) e che questo non ha affatto segnato una svolta in senso meno militarista delle politiche statunitensi. Anzi.

Lo stesso smart power che la Clinton presenta come sua caratteristica di “governo” non significa altro che la promessa di tenere conto di tutte le possibili soluzioni per risolvere i contrasti o i conflitti creati ad hoc, compresa e soprattutto quella di carattere militare. E basta dare un’occhiata ai principali finanziatori/donatori della Clinton Foundation per comprendere come la parte più avanzata del movimento femminista americano abbia da tempo denunciato la falsità delle proposte della Clinton.

Arabia Saudita, Kuwait, Exxon Mobil, Qatar, Boeing, Doe, Goldman Sachs, Walmart , Emirati Arabi Uniti sono solo alcuni tra quelli che partecipano alla Fondazione con cifre dagli otto ai sette zeri. Mentre tra gli “spilorci”, che hanno versato soltanto mezzo milione o poco più di dollari, troviamo Bank of America, Chevron, Monsanto e l’immancabile Fondazione Soros. Il fior fiore del capitalismo americano, dell’élite petrolifera mondiale e della speculazione finanziaria internazionale.

Nonostante il testo della Johstone, figlia di collaboratori di Franklin Delano Roosvelt all’epoca del New Deal, sia pesantemente inficiato da inspiegabili e talvolta assurde affermazioni nei confronti dell’anarchismo e dell’internazionalismo e da una difesa sin troppo esplicita delle ragioni di Putin, la sua lettura può rappresentare un significativo momento di riflessione sulle attuali politiche di comunicazione che, attraverso la semplificazione del discorso sui generici “diritti” e l’uso di strumenti quali Twitter, seminano la confusione tra interessi generali e particolari contribuendo a far scambiare per sinistra o progressismo ciò che è soltanto, ancora una volta, una politica di divisione all’interno della grande maggioranza degli sfruttati di ogni genere, razza e nazione.

Il secondo testo, che entra a far parte della ricostruzione delle vite e dei percorsi dei combattenti nella guerra civile spagnola portata avanti da tempo dall’AIVACS (Associazione Italiana Volontari Antifascisti Combattenti in Spagna), pur non essendo privo di lacune e rimozioni e pur sposando in toto la causa antifascista e repubblicana a discapito dell’ipotesi rivoluzionaria all’interno del conflitto che insanguinò la Spagna tra il 1936 e il 1939, porta anch’esso a riflettere sulle problematiche di genere all’interno di un percorso di liberazione collettiva.

donne in spagna Anche se di alcune di quelle donne, che affluirono tra le file degli antifascisti e dei rivoluzionari spagnoli ed internazionali, non ci rimane oltre al nome e cognome altra testimonianza se non la sintetica constatazione “Caduta in combattimento in prima linea” dovuta ai fascicoli degli archivi della Polizia di Stato, è chiaro che la partecipazione femminile a quel conflitto fu estremamente significativa ed ebbe molte cause.
Cause che differiscono sia per motivazioni politiche che di classe. Oltre a quella comune di rivendicare un maggiore spazio e ruolo per le donne nella politica e nella società.

Una prima differenza che salta immediatamente agli occhi scorrendo le schede biografiche è quella dovuta al fatto che mentre molte donne anarchiche accorsero in Spagna come “volontarie”, quelle legate al Partito Comunista (e tra queste primeggiano donne famose come Rita Montagnana, Teresa Noce o Tina Modotti) furono spesso inviate lì in qualità di funzionarie o/e per incarico del Partito.

Molte di loro, sia di una fazione che dell’altra, arrivarono in Spagna a seguito dei compagni o dei mariti, ma tutte, una volta arrivate lì, si sarebbero date ampiamente da fare assumendo le più diverse e svariate funzioni e mansioni. Molte arrivarono per combattere, soprattutto le anarchiche che avrebbero trovato nelle formazioni rosso-nere e soprattutto nella Colonna di Ferro di Buenaventura Durruti lo spazio e il ruolo combattente richiesto.

Saranno i Decreti sulla militarizzazione del 30 settembre e del 7 ottobre 1936, emanati dal governo di Largo Caballero con il voto favorevole dei comunisti e la contrarietà del POUM, degli anarchici e dei socialisti, a definire la cosiddetta “militarizzazione” che avrà come conseguenza l’inquadramento delle milizie nelle truppe regolari della Repubblica, il ristabilimento della disciplina e dell’obbligo di saluto, la leva obbligatoria e l’espulsione delle donne dalle file dei combattenti.

Disciplina militare borghese, controllo del Partito su tutte le strutture e le iniziative potenzialmente rivoluzionarie, eliminazione anche fisica degli avversari politici nello stesso schieramento e ridimensionamento del ruolo e dell’autonomia delle donne nel contesto della guerra civile andranno così di pari passo, fino alle ultime drammatiche conseguenze. Eliminazione dell’autonomia di classe e ridimensionamento delle istanze di genere sembrano così convergere, anche se il testo, mantenendo la struttura a schede e non affrontando, se non in maniera scontata, la questione evita di sfiorare o approfondire l’argomento.

Una altro aspetto che, all’interno del testo, sembra sottolineare le differenze di classe oltre che di scelte tra le donne stesse è proprio quello delle differenti condizioni sociali e delle differenti motivazioni che spingono le donne in Spagna, già prima della guerra. Tale differenza di condizioni è ben esplicato attraverso le biografie di chi poteva vantare titoli nobiliari nel proprio casato, oppure acquisiti attraverso il matrimonio, che, magari, garantivano una funzione direttiva nelle strutture di soccorso inglesi “alle vittime” e di coloro, invece, che si erano già trovate in drammatiche condizioni economiche durante l’esilio in Francia negli anni Trenta proprio per l’origine proletaria e il lavoro salariato mal pagato a cui avevano dovuto sottoporsi. La radicalità della scelta derivava così non da una ben ponderata riflessione di carattere ideologico, ma direttamente dalle condizioni di vita, di cui veniva a costituire il naturale corollario.

Allora, come oggi, il profugo o l’emigrato politico non poteva avere molti diritti nelle nazioni che lo ospitavano, mentre era facilmente ricattabile col foglio di via qualora avesse potuto anche solo lontanamente rappresentare un problema dal punto di vista sindacale. Da qui la scarsa fiducia nell’istituzione o nell’ordine costituito, repubblicano borghese o partitico che fosse.

Due testi per alcuni versi imperfetti, ma stimolanti per le riflessioni che, direttamente o indirettamente, impongono, chiedendoci di considerare che la barricata sulla quale le donne sono spesso state chiamate a schierarsi ha sempre avuto almeno tre lati: uno di genere e due di classe.


  1. http://www.huffingtonpost.it/2016/03/30/sarandon-trump-clinton_n_9571886.html  

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