The Night They Drove Old Dixie Down – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Portare il peso di una stagione che non tornerà più: Robbie Robertson https://www.carmillaonline.com/2023/08/19/portare-il-peso-di-una-stagione-che-non-tornera-piu-robbie-robertson/ Sat, 19 Aug 2023 20:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78664 di Diego Gabutti

«Una volta», racconta Bob Dylan in Chronicle (Feltrinelli 2005), «ero in macchina con Robbie Robertson, chitarrista del gruppo che poi sarebbe diventato The Band. Mi dice: “Dove pensi di portarla, Bob?” “Portare cosa?” chiesi io. “Lo sai, l’intera scena musicale.” L’intera scena musicale! […] Non so cosa gli altri avessero per la testa, ma quello di cui stavo fantasticando io era una vita con un lavoro dalle nove alle cinque, una casa in un quartiere con le case fiancheggiate da alberi, con una staccionata bianca e le rose nel [...]]]> di Diego Gabutti

«Una volta», racconta Bob Dylan in Chronicle (Feltrinelli 2005), «ero in macchina con Robbie Robertson, chitarrista del gruppo che poi sarebbe diventato The Band. Mi dice: “Dove pensi di portarla, Bob?” “Portare cosa?” chiesi io. “Lo sai, l’intera scena musicale.” L’intera scena musicale! […] Non so cosa gli altri avessero per la testa, ma quello di cui stavo fantasticando io era una vita con un lavoro dalle nove alle cinque, una casa in un quartiere con le case fiancheggiate da alberi, con una staccionata bianca e le rose nel cortile sul retro».

Robbie Robertson, scomparso ottantenne a Los Angeles qualche settimana fa, pensava in grande, anche a costo d’irritare Bob Dylan, col quale aveva inciso dischi immortali, e di cui fu complice, insieme al resto della Band, nello scantinato di Big Pink, la leggendaria casa rosa nei boschi intorno a Woodstok, dove furono incisi su registratori di fortuna i Basement Tapes, una miniera di classici song americani, di scherzi musicali mozartiani, di blues semidimenticati, di canzoni nuove di zecca. A lungo segreti, o meglio occulti, i Basement Tapes furono vastamente piratati prima d’essere parzialmente pubblicati, nel 1975, in via ufficiale.

Erano gli anni sessanta e Robertson – come racconta nella sua autobiografia, Testimony, un grande libro sull’America e sulla giovinezza del mondo – era sulla strada dagli ultimi anni cinquanta, quando appena sedicenne era stato reclutato dallo sfrenato «Rompin’» Ronnie Hawkins, leader degli Hawks, «la rock’n’roll band più fica che c’era». Gli Hawks erano una band sudista, puro Arkansas, dove «l’aria sapeva dei pini di Ozark e di cibo fritto», mentre Robertson era canadese, di Toronto, dove alla band capitava spesso di passare, e dove una volta furono tutti arrestati per possesso di marijuana. Madre pellerossa e padre biologico ebreo, un gambler o pokerista di professione morto in un incidente stradale, anche se alcuni pronunciavano la parola «incidente» con aria dubbiosa, Robertson aveva uno «zio Natie» nel traffico dei diamanti rubati e zii, amici e cugini nelle Sei Nazioni: i Mohawk, i Cayuga, gli Onondaga, i Seneca, gli Oneida e i Tuscarora. Ai suoi geni pellerossa avrebbe dedicato parecchi anni dopo Music for the Native Americans. Al sud degli States, dove l’aveva portato la chitarra vibrando come una bacchetta di rabdomante, dedicò The Night They Drove Old Dixie Down, una malinconica ballata del 1969 che Joan Baez portò al primo posto in hit parade e che oggi, con quella sua dichiarata nostalgia per il Generale Lee e per il vecchio sud, finirebbe sul rogo insieme all’Amleto di Shakespeare e ai poster dei film di Harry Potter.

Canadese di nascita e southerner, sudista, per autoproclamazione, Mohawk ed ebreo, Robertson suonava po’ come il verso vivente d’una canzone di Dylan, tipo Mister Tamburino nel «mattino tintinnante» o Mack il Dito e Louis il Re con i loro «quaranta lacci da scarpe rossi bianchi e blu» o come qualunque altro, a piacere, dei tanti Arlecchini e Pierrot etnici e culturali che avrebbero guadagnato, col tempo e le melodie evergreen, un Nobel al loro puparo simbolista.

Robertson scrisse le sue prime canzoni a sedici anni. Hey Boba Lou e Someone Like You, due pezzi indiavolati alla Jerry Lee Lewis, apparvero in un album di Ronnie Hawkins, Dynamo, nel 1960. Solo che al suo nome era affiancato, come coautore e dunque «co-incassatore» delle eventuali royalties, un testa di legno della casa discografica, la Roulette Records, con uffici a Broadway, NYC. Robertson voleva protestare, «ma Ron mi disse: “Figliolo, in questo ambiente ci sono cose che non devi neanche provare a mettere in discussione. Ci sono dei tizi a New York City che non ti conviene far incazzare”». Erano «tempi duri in città», per citare sempre Dylan: «Una frotta di gente ti turbina intorno / che quando ti va bene sono calci e appena ti va male sono pugni». Morris Levy, boss della Roulette Records, quando Robertson entrò nel suo ufficio, lo squadrò per bene e poi, rivolto a Hawkins, ringhiando: «Proprio un bel ragazzino. Se finiamo in carcere non sarebbe male portarlo con noi. Scommetto che sei indeciso se assumerlo o scopartelo». Robertson, «in quel preciso istante», decise «di rinunciare a sollevare una qualunque disputa sulla questione diritti».

C’era una rivoluzione in corso, solo che riguardava quasi esclusivamente la musica, e non ancora la vita quotidiana dei giovani, la loro cultura, i costumi. Elvis Presley era solo in parte un fenomeno culturale. Nessuno si scandalizzò né sacramentò o lanciò lattine di Coca-Cola sul palco quando il Re passò da Nashville a Hollywood, dal rock duro al pop. Non c’era una grande distanza tra lui nel Delinquente del rock’n’roll e Pat Boone in Viaggio al centro della Terra. Ma qualcosa stava cambiando, e stava cambiando in fretta: i Beatles, i movimenti studenteschi in California, la scena radical sempre più estesa. Musica e controculture cominciavano a intrecciarsi strettamente tra loro, e quando a saltare dal folk impegnato e «di protesta» (come si diceva) al rock’n’roll dada-astrattista fu Bob Dylan, zompando da Masters of War e Hard Rain a Like a Rolling Stone e Memphis Blues Again, il pubblico dei concerti insorse. Sul palco, con Bob Dylan, in quei drammatici tour del 1965 e 1966, quando a Dylan davano del «venduto» e del «rinnegato», c’erano anche Robertson e la neonata Band (band e basta, senza nome) che aveva appena divorziato da Ronnie Hawkins.

Quando dal pubblico saliva lo schiamazzo contro la voce raspante di Dylan, contro la chitarra elettrica di Robertson e contro la batteria del grande Levon Helm, l’ex folksinger urlava: «Più forte! Suoniamo più veloci e più forte!» Era il nuovo mondo, un altro pianeta. Scrive Robertson: «Eravamo nel bel mezzo d’una rivoluzione rock’n’roll. O aveva ragione il pubblico, o avevamo ragione noi». Avevano ragione (e torto) tutti quanti. Era Il Decennio dell’Io (Castelvecchi 2013), come lo chiamò Tom Wolfe in un fortunato pamphlet di quegli anni, e ciascuno stava dietro alle proprie alienazioni e idiosincrasie. Quanto ai musicisti, più che suonare forte e veloce, vivevano pericolosamente, in molti sensi: «Quando qualcuno cambiava accordatura nel mezzo d’un assolo, io mi sentivo come Doc Holliday che cerca di smaltire la sbornia prima di buttarsi in una sparatoria al fianco di Wyatt Earp».

Ai tempi degli Hawks, solo un paio d’anni prima, «in un sacco di locali, se avevi i capelli lunghi, ti pestavano di brutto o ti sparavano. Frequentavamo un sacco di gangster, e secondo loro se avevi i capelli lunghi eri un finocchio». Adesso «nuove vibrazioni attraversavano il paese: le Pantere Nere, gli Hell’s Angels di Oakland, i poeti Beatnik, e una fiorente scena musicale che combaciava col nostro indirizzo musicale. Un giorno accompagnai Bob alla City Lights, la libreria di Lawrence Ferlinghetti a Frisco. Fummo accolti dai poeti Michael McClure e Allen Ginsberg. Vedere Allen, Michael e Bob chiacchierare con disinvoltura di scrittori e poeti mi fece ripensare agli anni passati con Ronnie, quando anche soltanto parlare di poesia era una buona ragione per essere presi a calci nel culo». Ma ogni Eden ha il suo serpente, come Robertson e la Band, insieme all’intera «scena musicale», avrebbero scoperto presto, quando le droghe cominciarono a dilagare, quando ad Altamont un concerto dei Rolling Stones finì in tragedia e l’«estate dell’amore» generò la Famiglia Manson e la strage di Bel Air.

Nell’ultima formazione degli Hawks, prima che lui e altri membri del gruppo si separassero da Ronnie Hawkins, rocker vecchio stile in un’America alternata, irriconoscibile, c’erano più canadesi che «native dixieland», per chiamarli così. Tranne Helm, un sudista di sangue puro, tutti gli altri (Robertson, Richard Manuel, Garth Hudson, Rick Danko) erano nati oltre frontiera, nella terra delle alci e dei Mounties, le Giubbe Rosse. Quando suonavano a Toronto «amici e parenti accorrevano in massa per vedere i figli della loro terra suonare ai massimi livelli. C’erano gangster e ladri, sarti, truffatori, cuochi e contorsionisti, biscazzieri e giostrai, di tutto». Anche qui, in Canada, i personaggi da vaudeville pulp che s’affaccendavano e spintonavano nei versi di Bob Dylan e della Band avevano preso sostanza, a dimostrazione che non c’era niente d’inventato. Era tutto vero: ogni canzone un fotocolor, il mondo un circo a tre piste.

Poco più che trentenne, ma sulla strada ormai da quattordici anni, Robertson cominciava a sentire la fatica. Idem Helm e gli altri, tutti ormai più o meno persi dietro le droghe, inclusa l’eroina. Pochi concerti, e poco da incidere. Valeva per la Band come per ogni altra band: il decennio dell’Io e del rock era finito, soffocato dalla vanitas e dalla sfiga, che rovesciano invariabilmente ogni utopia nel suo contrario. Di questa breve, brevissima parentesi, dalla stagione cioè di Elvis e di Ronnie Hawkins all’età del Sgt. Pepper e della cultura delle droghe, Robbie Robertson – che la visse da un capo all’altro, scrivendo «along the road» canzoni memorabili: The Weight, Up on Cripple Creek, The Shape I’m In – è stato un grande testimone, e il suo libro forse la migliore (e comunque un’eccezionale) testimonianza umana e letteraria. Presente all’inizio della festa, quando «il rock’n’roll era violento, dinamico, primitivo e creava dipendenza», fu lui a spegnere i riflettori quando la festa gli sembrò finita (ma restavano le dipendenze, e non c’era più, come disse Dylan, «nessuna cazzo di magia»).

Era tempo di sciogliere la Band e di passare ad altro. Fu un evento, celebrato dal primo grande film rock’n’roll, The Last Waltz, diretto da Martin Scorsese, che all’epoca aveva già diretto film memorabili come Taxi Driver, Mean Streets, New York New York. A celebrare il tramonto della «rivoluzione rock’n’roll» e lo scioglimento della Band c’erano tutti: Neil Young, Joni Mitchell, Ronnie Hawkins, Bob Dylan, Eric Clapton, Van Morrison, Muddy Waters, Ron Wood, Neil Diamond, Ringo Starr.

Robertson, dopo di allora, incise qualche disco da solista, nessuno particolarmente notevole. Scrisse numerose colonne sonore per Wim Wenders e Barry Levinson, per Oliver Stone, ma soprattutto per Scorsese, col quale collaborò per Toro Scatenato, Casinò, The Wolf of Wall Street, Gangs of New York e numerosi altri film, compreso l’ultimo, Killers of the Flower Moon, presentato quest’anno a Cannes e in uscita nei prossimi mesi. The Band tornò in pista nei primi ottanta senza di lui, e senza che ne uscisse niente di paragonabile ai trionfi dei vecchi tempi.

Di Robertson circola su Internet, qui, un bellissimo video che celebra il cinquantenario di The Weight, una delle più belle canzoni mai registrate. Artisti di tutto il mondo, dal Tibet al Texas, dal Congo al Bahrein, dall’Italia al Giappone, dall’Argentina alla Giamaica, la cantano in coro, ciascuno dalla propria location. Vecchio e divertito, Robbie impugna la sua chitarra, come in giovinezza, e il suo sorriso illumina il mondo, che lui chiamava «la scena musicale».

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La notte dell’American Way of Life https://www.carmillaonline.com/2018/01/25/la-notte-dellamerican-way-of-life/ Wed, 24 Jan 2018 23:01:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42940 di Sandro Moiso

Mi sono chiesto se fosse il caso di parlare ancora di un film che ha fatto incetta di premi all’ultima edizione dei Golden Globes (come miglior film drammatico, migliore attrice di un film drammatico, migliore attore non protagonista e migliore sceneggiatura) e sono giunto alla conclusione che sì, ne valesse la pena. Perché Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) è una storia, magistralmente diretta dal regista inglese Martin McDonagh, di solitudine e violenza che ci mostra uno spaccato di quell’America profonda di cui tanto si sente parlare e che così poco si conosce.

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di Sandro Moiso

Mi sono chiesto se fosse il caso di parlare ancora di un film che ha fatto incetta di premi all’ultima edizione dei Golden Globes (come miglior film drammatico, migliore attrice di un film drammatico, migliore attore non protagonista e migliore sceneggiatura) e sono giunto alla conclusione che sì, ne valesse la pena.
Perché Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri) è una storia, magistralmente diretta dal regista inglese Martin McDonagh, di solitudine e violenza che ci mostra uno spaccato di quell’America profonda di cui tanto si sente parlare e che così poco si conosce.

Una società esplosa, si potrebbe dire forse disintegrata, in cui anche i valori più tradizionali e identitari (religione, famiglia, appartenenza alla comunità possibilmente WASP), spesso sbandierati sia dai suoi estimatori che dai suoi critici più feroci, non sono più ormai che vuoti feticci. Valori che sopravvivono soltanto accettandone la finzione persuasiva e consolatoria, ma che non reggono alla prova dei fatti.

Valori che possono disciogliersi come neve al sole di fronte al minimo soprassalto di coscienza. Nemmeno di una coscienza “politica”, ma semplicemente individuale. Coscienza di essere vittime di una violenza efferata e immotivata che sembra pervadere, e in effetti è così, ogni ambito della vita sociale. Pubblica o privata che sia. Una violenza che si fa forte della solitudine o dell’emarginazione delle vittime, designate o casuali che siano.

Frances McDormand interpreta, in maniera straordinariamente efficace, una madre (Mildred Hayes) la cui giovane figlia è stata stuprata ed uccisa. Dopo sette mesi le indagini sull’efferata violenza non hanno dato risultati, così la donna, pur di modestissime condizioni economiche, decide di affittare tre cartelloni pubblicitari, posti lungo una strada secondaria nelle vicinanze di casa sua, per chiedere alle autorità locali (lo sceriffo Bill Willoughby, interpretato da Woody Harrelson) perché tale delitto non sia stato ancora risolto e i suoi responsabili perseguiti.

Lo chiede alle autorità locali, sceriffo e agenti, perché li vede più attenti a perseguire i piccoli o inesistenti reati degli afro-americani più che a far valere i principi più generali della Legge e della Giustizia. E lo fa con i modi bruschi di una donna della middle-class ormai proletarizzata, di una donna abbandonata dal marito per una ragazza della probabile età della figlia, di una donna che beve per consolarsi e di una madre dai grandissimi sensi di colpa per una tragedia di cui si sente, almeno in parte, responsabile.

Su quei manifesti compare così simbolicamente l’immagine rovesciata di quella trasmessa durante l’era di Roosvelt dello stile di vita americano. La crisi odierna non ha sbocchi, non concede speranze e la depressione sociale non è più soltanto economica. Come nei tre manifesti fatti affiggere da Mildred, i “successi” dell’economia e della politica della nazione si riflettono negli sguardi, nei corpi e nei gesti dei suoi abitanti, così come ce li trasmette la fotografia del film.

Siamo in una cittadina del Missouri, la cui unica statua è quella ad un soldato della Guerra di Secessione, anche se non si sa a quale dei due schieramenti in campo appartenga visto che all’epoca il Missouri fu uno stato cuscinetto all’interno del quale le fazioni filo-sudiste e filo-nordiste lottarono duramente in oltre 1.200 scontri armati di varia entità, che lacerarono profondamente sia il territorio che la popolazione.

La maledizione di quella lacerazione sembra strisciare ancora sul fondo delle vicende narrate, anche se non sembra mai destinata a comparire pienamente. Alcuni agenti, ed uno in particolare (l’agente Jason Dixon, interpretato da Sam Rockwell), sono decisamente razzisti e lo sceriffo forse chiude un po’ troppo gli occhi su ciò che accade intorno a lui. Ma l’ignoranza, la dipendenza alcolica e le tare famigliari sono mostri che non si possono sconfiggere facilmente e lo sceriffo ha a che fare con un altro invincibile mostro: un cancro al pancreas.
Questo serve a giustificare qualcosa per Mildred o per lo spettatore? No.
Serve soltanto ad amplificare il senso di solitudine e di impotenza in cui ognuno si muove, vittima o meno che sia. In una società svuotata di ogni residuo valore umano, così come è stata svuotata dalle sue ricchezze minerarie la collina spaccata e devastata che fa da sfondo ai tre cartelloni e, metaforicamente, a tutta la vicenda.

Sullo sfondo si agitano i fantasmi del razzismo e di una guerra lontana che tracima oltre i suoi confini reali, per portare fino a casa i suoi frutti più marci. Meno sullo sfondo è presente quello del sessismo e della violenza famigliare, ma contro ognuno di essi anche la vendetta, così liberatoria in tante altre narrazioni, può rivelarsi incerta ed inutile.

Anche la trasfigurazione, fisica e psicologica, di uno dei personaggi cardine (interpretato dal bravissimo Rockwell) può rivelarsi vana. Condotto sulle note della canzone della Band dedicata alle sofferenze della popolazione del Sud degli Stati uniti nel corso della parte finale della guerra civile (The Night They Drove Old Dixie Down) e cantata da una Joan Baez ascoltata attraverso un vecchio juke-box il punto di volta della storia, il suo climax, servirà soltanto a rivelare ulteriormente le contraddizioni che agitano ognuno dei personaggi più che a consegnare alla Legge, o almeno a un giudizio definitivo, il reale assassino.

La canzone inserita all’interno di una colonna sonora molto bella, firmata da Carter Burwell, compositore statunitense noto per la sue collaborazioni con Joel ed Ethan Coen, costantemente presente, tesa a sottolineare con maestria ogni istante delle vicende narrate, sembra qui assumere un significato molto più ampio di quello legato alla delusione per il crollo del vecchio Sud, per assurgere a delusione per tutto un sistema di valori ormai definitivamente ed irreversibilmente crollato.

We were hungry / Just barely alive (“Affamati, a malapena vivi”): sono parole che vanno infatti ben al di là del loro significato immediato e fisico, in un mondo in cui non c’è salvezza, non c’è vendetta e la Legge del Signore è poco gradita. Come si dimostra in un dialogo crudissimo tra Mildred e il pastore locale che va a trovarla per consolarla e dissuaderla dalla sua intenzione di continuare ad esporre i tre manifesti. Così semplici, così provocatori, così insopportabili per della coscienze morte e sepolte. L’American Way of Life è definitivamente scomparsa nell’era di Trump. Non ha più maschere, bianche o nere, dietro cui nascondere la propria violenza di classe, razza o genere.

Mentre anche i media , così attratti dalla denuncia elementare e superficiale dei delitti o degli scandali, tremano e si schierano dalla parte della conservazione dell’esistente quando la critica rischia di farsi più radicale.
Quello che va infatti sottolineato è che il film va ben al di là dell’ambito “femminista” in cui lo si è voluto recintare in un periodo fortemente segnato dalle pubbliche denunce delle violenze e dai soprusi subiti dalle donne che lo star system di Hollywood, e non solo, aveva cercato fino ad ora di nascondere. E non è certo una “commedia nera” come la distribuzione italiana l’ha fin qui voluto presentare.

Perché in realtà si tratta di un’autentica tragedia che da personale si trasforma in corale; da dramma individuale e famigliare a dramma di un intero popolo e di un’intera nazione che ha perso tutti suoi punti di riferimento e che non sa più nemmeno immaginare in quale tipo di giustizia si possa credere o sperare. Scavando nelle contraddizioni spietatamente e fino all’osso, a differenza di un altro film, il recente e farlocco Detroit di Katryn Bigelow, in cui si preferisce trasformare le vicende corali della più grande rivolta razziale degli Stati Uniti1 in un fatto riguardante pochi individui, in cui il bene e il male sono facilmente individuabili e ben definiti e la giustizia (pur non soddisfatta) anche, così come piace alla buona coscienza perbenista e manichea.

Mentre un altro bel film della stagione passata, Get Out (Scappa) co-prodotto, scritto e diretto da Jordan Peele, attore afro-americano al suo esordio dietro la macchina da presa, è stato relegato anch’esso a “commedia nera”, pur essendo in realtà un autentico horror movie ispirato dalla critica alla falsa coscienza liberal dell’età di Obama, quando ogni “negro” è da considerarsi buono soltanto nel momento in cui perde la sua reale identità. Violenza estrema e negatrice degli individui e delle comunità alla quale si può rispondere soltanto con la violenza. Per una volta liberatrice.


  1. Si veda il mio https://www.carmillaonline.com/2013/08/09/detroit-e-morta-viva-detroit-prima-parte/ e https://www.carmillaonline.com/2013/08/14/detroit-e-morta-viva-detroit-seconda-parte/  

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