Terra dei Fuochi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 31 Aug 2025 00:00:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Cancellare la città, di Marco Aragno https://www.carmillaonline.com/2018/09/28/cancellare-la-citta-di-marco-aaragno/ Thu, 27 Sep 2018 22:03:50 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48909 Transeuropa editore, Massa 2018, pagg. 224 € 15,99

[Wildworld è una collana fondata dall’editore Transeuropa, con una connotazione precisa: i libri escono con una cadenza seriale, quasi come capitoli di una storia a puntate, benché i personaggi e i luoghi siano ogni volta diversi. E’ uno sguardo sulla realtà che non concede sconti: il mondo – i mondi – sono esplorati nei loro aspetti più contraddittori e violenti, con un’attenzione particolare a eventi di cronaca che in qualche modo hanno inciso sull’immaginario collettivo. Il primo titolo, che è diventato [...]]]> Transeuropa editore, Massa 2018, pagg. 224 € 15,99

[Wildworld è una collana fondata dall’editore Transeuropa, con una connotazione precisa: i libri escono con una cadenza seriale, quasi come capitoli di una storia a puntate, benché i personaggi e i luoghi siano ogni volta diversi. E’ uno sguardo sulla realtà che non concede sconti: il mondo – i mondi – sono esplorati nei loro aspetti più contraddittori e violenti, con un’attenzione particolare a eventi di cronaca che in qualche modo hanno inciso sull’immaginario collettivo. Il primo titolo, che è diventato un piccolo caso editoriale, La notte dei ragni d’oleandro, di Mario Bramè, rielabora, da un punto di vista personalissimo, la tragedia del Bataclan a Parigi, il 13 novembre 2015. Trascinando il lettore in un intreccio infernale, con un ritmo serrato, l’autore crea un mix nichilista di realtà e fiction che non lascia indifferenti.
Il secondo titolo, Sotto il suo occhio, di Giulia Seri, si ispira ai casi di pratiche revenge porno, una discesa nell’incubo del tradimento e della violenza psicologica, con uno stile expanded che tende ad aumentare l’intensità del reale e dei luoghi oscuri.
Il terzo, in uscita il 26 settembre, è Cancellare la città, di Marco Aragno, il quale con la perfetta cadenza del giallo ci porta in un mondo post-apocalittico (che identifichiamo con la Terra dei Fuochi) dove la fiamma chimica brucia senza sosta, una combustione tossica, velenosa, in una terra malata e devastata dall’abbandono, dalla crudeltà e dal razzismo.
Il quarto romanzo, atteso per novembre, si intitolerà Nessun limite oltre il cielo, di Luca Cherubino, ci guiderà in un polar che indaga l’abisso della rete e della follia dei giochi a rischio mortale tra i ragazzi.
Tutti i romanzi sono stati realizzati col crowfunding, una forma di finanziamento trasversale che vede la partecipazione dei lettori, e i proventi hanno coperto il 50% delle spese di edizione.
Di seguito pubblichiamo un estratto del primo capitolo. M.B.

***

Appena fuori, fu travolta dalla puzza di bruciato: cadeva dall’alto. Il cielo sopra di lei era torbido, velato dai fumi della Resit in fiamme. La macchia rossa scavalcava le cime dei palazzi, tracimava nel suo campo visivo.
Lei palpò la borsetta, prima di camminare: si sincerò che fosse al suo posto, aggrappata alla spalla, vicina al suo corpo. Fu travolta da un’ondata di calore che le si attaccò sulla pelle,
mentre si dirigeva verso la stazione dei carabinieri.
Passò davanti a un negozio di street food, sfilò davanti a un gruppo di africani, che la fissarono. La cameriera guardò a terra, tirò dritto.
Arrivò alla macchina, la sua Fiat Panda; l’aprì, buttò la borsetta sul sedile passeggero e si sedette nell’abitacolo. Lanciò uno sguardo nello specchietto retrovisore prima di girare la
chiave e ingranare la prima.
La circonvallazione era semideserta, a quell’ora. Qualche auto diretta agli alberghi sul lungomare per incontri tra amanti clandestini; una prostituita nera con la parrucca bionda, sul ciglio della strada, si schiaffeggiava il sedere per attirare gli automobilisti.
Amanda superò un sovrappasso, con lo sguardo su una fila di pini marittimi esangui, piantati a forza dentro lo spartitraffico centrale. La caserma dei carabinieri era vicina. Altre due, forse tre rotonde: varcato l’ingresso, avrebbe messo fine a un incubo.
Ingranò la quarta ed entrò in una rotatoria. Attraverso il vetro appannato del parabrezza guardò la colonna di fumo nerastra sopra le antenne dei palazzi, il fungo che sorgeva oltre
i cornicioni e sputava il suo respiro tossico sulla città.
Per quello avrebbe denunciato tutto? Per riportare il sereno negli occhi della gente? O solo per sua sorella?
Socchiuse un attimo gli occhi, quasi si addormentò, finché un ruggito di motori non esplose alle sue spalle.
L’auto sbandò, le ruote strisciarono sull’asfalto perdendo di aderenza. Le mani si avvinghiarono allo sterzo.
Amanda guardo nello specchietto: uno sciame di abbaglianti in movimento.
Chi cazzo era?
«Bellissima! Sei un angelo!»
Un muccusiello a bordo di un SH, si e no diciassette anni, picchiò il vetro con le nocche; dietro di lui altri due scooter con quattro compagni in felpa e cappuccio che strombazzavano
saltellando sulla sella.
«Ma andate a fare in culo a casa vostra, ’sti pezzi di merda.»
Amanda sbuffò. Poi accelerò, riporto gli occhi sulla strada e distaccò i tre scooter quanto bastava per vederli rimpicciolire nel retrovisore. Era bella, le dicevano. I tratti di un viso delicato induriti dalla prima maturità; le curve dei seni che si intuivano sotto le camicie slim fit. Era abituata alle peggiori avances.
«Yooo!» Il tipo sul motorino cacciò fuori un grido selvaggio. Portava i capelli con la riga laterale disegnata dal rasoio elettrico; aveva un sopracciglio sfregiato. Si alzo sulla pedana del mezzo, poi affondò il culo sulla sella e impennò trascinandosi per metri sulla ruota posteriore.
Lei seguì la scena attraverso lo specchietto, finché non vide il centauro perdere l’equilibrio e schiantarsi contro la ruota del compare in sella all’altro scooter.
«Teste di merda.»
Amanda Fiorino rimase di nuovo da sola nel silenzio dell’abitacolo: davanti a sé la striscia d’asfalto della circonvallazione, che la separava dai carabinieri. Altri cavalcavia, decine
di stradine ai lati, che si diramavano nel nulla delle campagne.
Affondò sull’acceleratore, il cuore le aveva preso a pulsare come un corpo estraneo, un sasso piantato tra le costole. Ma c’era quasi. A un passo. Altri mille metri e sarebbe stata in un luogo protetto; si sarebbe seduta in un ufficio pieno di pc e coi faldoni alti mezzo metro; avrebbe raccontato, incrociando lo sguardo del maresciallo, la sua verità.
Tirò un respiro. Rallentò. Accese la radio e regolo il climatizzatore. Guardò di nuovo il cielo, cercò uno sprazzo di sereno tra le scie di fumo. Fissò la luce di alcune stelle che proiettavano sul parabrezza l’orma di una galassia sicura, un rifugio, forse una costellazione lontanissima di cui non ricordava il nome.
Sorrise.
Finché un rumore sordo dal lato dello sportello posteriore non la fece sussultare. Una botta?
Rallentò, scalò di marcia, guardò a destra e sinistra per vedere cosa fosse. Niente. Era sola. Puntò gli occhi nel retrovisore: pochi metri dietro, in sosta, c’era una vettura scura. Un Suv.
Che l’avesse colpita senza accorgersene?
L’auto si mise in moto, accese i fari e si affianco alla sua Panda. Il finestrino calò e sul sedile del passeggero prese corpo nella penombra una faccia scura. I lineamenti erano indistinguibili, seminascosti nel buio dell’abitacolo: «Lei ci ha urtato lo specchietto. Non se n’è accorta?»
La ragazza abbassò il finestrino e cercò di dare un’occhiata in cerca di ammaccature. «Cosa, scusi?»
Dall’abitacolo del Suv uscì la nube di vapore bianco di una sigaretta elettronica. Il passeggero sporse l’avambraccio, mostrando un tatuaggio. Poi allungò il collo oltre il bordo
dello sportello e lasciò che la luce giallastra dei lampioni gli disegnasse la faccia: capelli rasati, denti piccoli sotto gengive rosse, zigomi butterati ricoperti da una barba sfatta.
«Lo specchietto, vede? Ce lo ha rotto.»

]]>
La Storia di ieri, oggi e domani https://www.carmillaonline.com/2017/05/11/la-storia-ieri-oggi-domani/ Wed, 10 May 2017 22:01:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38154 di Sandro Moiso

notav-6 maggio 2017 ASinistra è combattere il fascismo. Sia quello nazionalista, che quello globalista, che oggi si contendono il pianeta” (Alessandra Daniele)

Nello scorso week-end, nei giorni 6 e 7 maggio, si sono svolti due eventi che non potrebbero essere più lontani tra di loro per numero oggettivo di partecipanti, rilevanza data loro dai media nazionali ed internazionali e peso rivestito a livello istituzionale. Naturalmente si tratta, in primo luogo, delle elezioni presidenziali francesi, cui la società dello spettacolo ha saputo dare e programmare tutta l’importanza che meritavano a livello di opinione pubblica.

Mentre il secondo, quasi [...]]]> di Sandro Moiso

notav-6 maggio 2017 ASinistra è combattere il fascismo. Sia quello nazionalista, che quello globalista, che oggi si contendono il pianeta” (Alessandra Daniele)

Nello scorso week-end, nei giorni 6 e 7 maggio, si sono svolti due eventi che non potrebbero essere più lontani tra di loro per numero oggettivo di partecipanti, rilevanza data loro dai media nazionali ed internazionali e peso rivestito a livello istituzionale.
Naturalmente si tratta, in primo luogo, delle elezioni presidenziali francesi, cui la società dello spettacolo ha saputo dare e programmare tutta l’importanza che meritavano a livello di opinione pubblica.

Mentre il secondo, quasi invisibile a livello giornalistico e mediatico, se non sulle pagine locali di alcuni quotidiani nazionali oppure sui siti antagonisti, è stato costituito dalla marcia tenutasi in Val di Susa, da Bussoleno a San Didero, contro il modello di sviluppo basato sulle grandi opere e sulla devastazione del territorio, di cui naturalmente l’alta velocità ferroviaria costituisce l’apripista e la punta di diamante.
Eventi lontani tra di loro, si diceva, il cui raffronto appare, ad uno sguardo disattento e superficiale, improponibile. Eppure, eppure…

La Storia di ieri e di oggi
Nel primo si sono apparentemente scontrati il passato e il presente della società e della sua conduzione economica e sociale.
L’internazionalismo finanziario, di cui Emmanuel Macron è stato il campione, e il nazionalismo della passata grandeur francese di cui Marine Le Pen è stata la pulzella destinata al rogo mediatico e politico.

macron-le-pen Un capitalismo che può sopravvivere soltanto abbattendo qualsiasi barriera economica e nazionale, sostituendo i governi e le borghesie nazionali con tecnocrati, dipendenti diretti della Banca Centrale Europea o del Fondo Monetario Internazionale, il cui potere è inversamente proporzionale alla loro nullità propositiva e politica, ha cercato e ottenuto il consenso dei subordinati, sbandierando il fatto di essere il campione dei diritti contro il pericolo delle derive populiste e fasciste.
Che, a ben guardare, non sono altro che l’altra faccia del capitalismo, le cui ragioni di esistenza stanno soltanto nella difesa dei confini, del mercato nazionale e nell’innalzamento di barriere protettive, senza tuttavia negarsi la possibilità di abbattere quelle altrui.

Un capitalismo, il primo, che, nella sua suprema fase finanziaria, non tollera più alcun limite giuridico ed alcuna forma di mediazione politica ed istituzionale, ma che si scontra quotidianamente con le sue contraddizioni. Un capitalismo che macella gli uomini, le donne e l’ambiente per sostituirli con macchine e realtà virtuali che, a loro volta, lo limitano non essendo in grado di consumare il prodotto che sta alla base della realizzazione del valore.

Confermando una marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto portata ormai alle sue estreme conseguenze cui né la speculazione finanziaria né, tanto meno, il sovraconsumo delle classi che si accaparrano la ricchezza socialmente prodotta possono contrastare. Destinato a creare, in prospettiva, una società di proletari destinati a vivere di panem et circenses come nell’antica Roma imperiale; una autentica plebe schiavizzata, più che dal lavoro, dalla dipendenza dalle elemosine di Stato (bonus, reddito di cittadinanza et similia) che domani potrà trasformarsi in elemosina tout court. Con tanto di benedizione papale affinché il consumo possa continuare all’infinito.

Una realtà già presente, proprio nei paesi un tempo al centro dell’imperialismo, cui si contrappongono ideali nazionalisti e conservatori che fanno della Terra e del Lavoro, unite idealmente nella Patria e nel prodotto nazionale, la base di una protesta perdente e fascistoide. Destinata soltanto a portare alla rovina reciproca le classi in lotta. Di cui guerre, razzismo, fondamentalismo religioso (cristiano, islamico ed ebraico), egoismo, disperazione, suicidi non costituiscono altro che la facciata più visibile.

Realtà, quelle rappresentate da Macron e dalla Le Pen, che i media e i commentatori politici accecati e asserviti si sforzano di presentare come novità, ma che non lo sono. La prima perché pienamente consequenziale ad un modello di sviluppo e ad una forma di produzione ampiamente prevedibile nel suo percorso fin dalla sua nascita. L’altra assolutamente inserita in tutto il percorso dei nazionalismi novecenteschi, di cui, come gran parte dei cosiddetti movimenti populisti, è la legittima erede.

francia-festa- Due modelli politici che rappresentano le due facce di una stessa medaglia, come hanno ben compreso e sintetizzato i francesi che hanno coniato lo slogan Ni patrie, ni patron! Ni Le Pen, ni Macron! E come le bandiere tricolori sbandierate in piazza dai sostenitori dell’uno e dell’altra hanno ulteriormente confermato. Due modelli che non sostituiscono rinnovandoli i partiti e gli schemi politici precedenti, ma che li assorbono e integrano al proprio interno, in attesa di un divenire economico, militare e politico piuttosto incerto.

Due modelli che il 37% dei francesi ha rifiutato, esattamente come al secondo turno delle elezioni presidenziali del 1969 quando, dopo le dimissioni di De Gaulle seguite alla sconfitta subita ai referendum da lui indetti per modernizzare la struttura dello Stato, il 31% dei francesi si astenne dal voto e un altro 6,5% votò con schede bianche o nulle. Mentre, invece, al secondo turno delle ultime elezioni si è astenuto il 25,5 % mentre più del 12% ha votato scheda bianca o nulla.

Certamente il gioco di una parte considerevole dell’attuale potere politico e bancario (Macron rispecchia magnificamente il processo di osmosi e di integrazione avvenuto tra i due poteri) è quello di portare una buona parte dell’elettorato a disinteressarsi completamente di ciò che avviene ai piani alti oppure a riporre le proprie rabbiose speranza in contenitori sostanzialmente vuoti e partecipi dello stesso gioco di conservazione dello status quo economico e sociale.

Ma questo gioco è estremamente pericoloso, poiché mentre per tutto il ‘900 il gioco delle parti ha finito con l’integrare le proteste e le lotte sociali all’interno dell’establishment, attraverso la sussunzione all’interno dello stesso dei partiti che avrebbero dovuto rappresentarle e difenderne gli interessi, oggi il processo di allontanamento da sé e dallo Stato messo in atto dalla rete dei poteri economico-finanziari non potrà avere altra conseguenza che la formazione di comunità nemiche degli stessi e auto-organizzate su altre basi, destinate a negare l’esistenza dell’attuale forma sociale di produzione e riproduzione.

La Storia di domani no-tav-6-maggio-2017
Questa, che è già Storia del domani, ha già iniziato da tempo a manifestarsi. Come la marcia in Val di Susa di sabato 6 maggio ha confermato.
Certo, a ben vedere, sabato scorso si è svolta soltanto una marcia da Bussoleno ai terreni recentemente espropriati nel comune di San Didero. Agli occhi di molti, quindi, una protesta locale. Ma quelle migliaia di persone che hanno manifestato (15.000 per gli organizzatori e, naturalmente, 4.000 per la Questura), sotto una pioggia battente e con la fiducia negli sguardi, rappresentavano qualcosa di più. Molto di più.

Come sempre erano presenti i rappresentanti dei vari comitati contro la costruzione della linea ad alta velocità Torino – Lione, sia italiani che francesi; ma ad essi si aggiungevano i comitati No Tap, contro le grandi navi nella laguna di Venezia, dei terremotati dell’Italia Centrale, della Terra dei fuochi, contrari alla costruzione di nuovi, inutili e dannosi aeroporti, le Brigate di solidarietà attiva e i rappresentanti di altre iniziative, sviluppatesi a partire da specifici territori, contrarie alla devastazione dell’ambiente, allo spreco delle risorse e alle mafie politico-economiche coinvolte nella realizzazione delle presunte grandi o piccole opere.

notav 6 maggio 2017 D Opere inutili e dannose, mancate ricostruzioni e devastazioni dei territori in nome del profitto e della speculazione finanziaria che ben rappresentano, ormai il percorso che i modernizzatori della società, da Renzi a Macron passando per Bruxelles e la Banca centrale europea, intendono mettere in atto. Opere e mancati provvedimenti che toccano ormai centinaia di migliaia di cittadini, forse milioni, già stretti nella morse della crisi economica, dello scarso e sottopagato lavoro e della fine di ogni garanzia.

Stiamo attenti: non diritto, ma garanzia. I diritti possono essere impunemente sbandierati, fin dagli albori delle Rivoluzioni borghesi, dagli affamatori di popoli. Il diritto al lavoro, per esempio e solo per citarne uno, non significa che il lavoro debba svolgersi entro certi margini di garanzia: afferma soltanto che tutti devono poter lavorare. Così il job act e tutte le sue trappole possono essere sbandierati come estensione di un diritto, concesso eliminando tutte le garanzie economiche, sindacali, previdenziali e assistenziali che lo hanno accompagnato per anni, grazie alle battaglie sindacali e alle lotte di classe.

Oggi con il discorso dei diritti, umani e generici, si devastano i territori, si favoriscono le mafie di ogni tipo, si abbassa il costo del lavoro, si annullano le differenze di classe (naturalmente soltanto nel discorso istituzionale), si ignorano le condizioni reali di esistenza di milioni di individui, si va alla guerra e si riducono le differenze di genere e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla donna ad un puro elemento di mancato ammodernamento della mentalità.1

notav 6 maggio 2017 E Bene, coloro che hanno partecipato alla marcia del 6 maggio, indipendentemente dalla regione di provenienza, sapevano tutti, amministratori, semplici cittadini e militanti, che così non si può più andare avanti e che altre scelte sono possibili e devono essere fatte. Amministratori, sindaci, cittadini non erano lì per una semplice manifestazione di protesta, né erano lì soltanto per manifestare la propria vicinanza alla più antica lotta territoriale italiana.

Erano lì per testimoniare che la lotta NoTav è diventata un modello di riferimento, sia politico che organizzativo. Un modello che ha saputo produrre solidarietà reale e non formale con militanti che sono stati o sono presenti ormai in più di una situazione di disagio (dai territori colpiti dal terremoto alla Puglia). Un modello che ha saputo dimostrare che si può costruire dal basso, by-passando partiti, sindacati e luoghi istituzionali decotti, un’autentica democrazia dal basso e una autentica capacità di resistenza e di lotta. Pienamente cosciente dei propri scopi e degli obiettivi da perseguire.

Una comunità umana cosciente e consapevole che, dalla valle subalpina, estende ormai la sua ramificazione organizzativa e la sua influenza lungo una linea rossa che va dal Piemonte al Veneto e dal Nord al Sud, fino alla Puglia, passando per il Centro devastato dai terremoti. Non più secondo un trito modello classista di Stato, ma attraverso l’unione delle comunità che lottano, per forza di cose, contro di esso.

Questa sembra essere la Storia di domani, ammesso che la specie voglia continuare ad avere una Storia e non voglia invece sprofondare nella catastrofe planetaria verso cui imperialismo economico, speculazione finanziaria e militarismo sembrano volerla indirizzare. Una Storia già raccontata in Francia dalla ZAD di Notre-Dame-des-Landes, oppure dai curdi del Rojava oppure, ancora, dall’EZNL del Chiapas messicano. Senza dimenticare le centinaia di fabbriche autogestite in Argentina e le lotte in difesa della terra e delle differenti colture in India e in Asia.

notav 6 maggio 2017 C Una rete mondiale di comunità su cui basare un nuovo internazionalismo e una nuova visione del futuro della specie, in cui la necessaria eguaglianza economica e il rapporto con l’ambiente non entrino in conflitto tra di loro; rafforzando le diversità e la comunione degli interessi allo stesso tempo. Non più basato su una semplicistica e riduttiva visione operaista e tecnocratica in cui le esigenze del lavoro e della produzione sono destinate a prevalere sull’ambiente e sulle differenti specie, umana compresa.

Un’utopia? Una bestemmia? Un superamento della forma stato oppure una ridefinizione dei suo compiti e dei suoi limiti nazionali e rappresentativi? Forse tutte queste cose insieme, ma tutto ciò è quello la realtà delle lotte ci propone di nuovo, senza dimenticare il passato e la Storia delle lotte contro il capitale e le sue istituzioni. Come diceva lo striscione che apriva il corteo: C’eravamo, ci siamo, ci saremo!

La Storia dell’altro ieri
Quelli che proprio non ci sono mai stati, che non ci sono e non ci saranno più stanno invece in quella che un tempo si chiamava Sinistra e che oggi assume un aspetto ed un significato sempre più ambiguo, se non molesto. Come gli autentici servi del capitale finanziario che hanno ancora una volta agitato lo spettro del fascismo per spingere gli elettori a votare per l’incarnazione vivente del dominio capitalistico, Emmanuel Macron, quasi che questo non fosse egli stesso un rappresentante della concentrazione finanziaria che da sempre si agita dietro al fascismo e all’imperialismo. Oggi malamente travestiti di diritti generici e da globalizzazione della miseria mondiale.

Una Sinistra, che definire opportunista è ancora troppo poco, che sembra ignorare che i governi nazionali e parlamentari sono già stati cancellati dalla storia, insieme alla democrazia rappresentativa e parlamentare, proprio dai campioni del modello che hanno difeso contro il pericolo fascista. Davanti ai quali i difensori dell’ammodernamento della Sinistra e dello Stato, come Manuel Valls, già si prostrano. Mentre altri correranno ancora ad inginocchiarsi, pur tra mille contorsioni ideologiche.

Una Sinistra incapace di cogliere come tale trasformazione del modello politico e contrattuale dell’attuale capitalismo non dipenda soltanto da scelte irrazionali e/o autoritarie, ma da un processo di accumulazione che, rallentato in Occidente, ha spostato l’asse produttivo in altre aree e continenti e che non può più contrattare con i lavoratori prebende che prima erano garantite dallo sfruttamento del proletariato internazionale. Il grasso che colava dallo sfruttamento di quelle classi operaie non entra più soltanto nelle tasche dell’Occidente, né ai piani alti, né, tanto meno, in quelli bassi.

Mentre un’altra Sinistra, meno significativa e che si ritiene alternativa alla precedente, continua tristemente a trascinare le proprie bandiere di partito all’interno delle manifestazioni, come è successo anche sabato a Bussoleno, scambiando il ruolo reale del movimento con qualcosa che possa e debba ancora essere guidato o sfruttato. Una propaganda politica che promette una conquista di un Palazzo d’Inverno che ormai non esiste più e che spera di cavalcare una tigre che nemmeno comprende. Magari cercando di spingere alla creazione di organismi fasulli, simili ai già fallimentari intergruppi degli anni ’70, per ridare fiato a sindacalisti e rappresentanti politici che ormai non rappresentano altro che se stessi. Rinviando all’infinito il problema del cambiamento e accontentandosi, troppo spesso, di testimoniare un avvicendamento di poteri sempre più ambiguo e lontano nel tempo.

N.B.
Il presente intervento è anche da intendersi come una risposta al Commissario di governo per la Torino-Lione, Paolo Foietta, che in un’intervista, pubblicata su La Stampa del 7 maggio 2017, ha affermato: “Ieri si è svolta una manifestazione che ha assunto carattere nazionale. Una marcia di tutti i movimenti del “no” contro qualcosa e infatti sono arrivati da mezza Italia. Si tratta di una svolta che prefigura la costruzione di un fronte del No che va oltre la Val di Susa e assume un carattere antipolitico e antigovernativo […] ma quella manifestazione è datata nelle parole d’ordine perché non prende in considerazione quello che è successo in questi anni


  1. Straordinario il commento del giudice istruttore di Trieste che si occupa del caso della neonata morta a seguito del suo abbandono, probabilmente ad opera di una ragazza sedicenne, in un campo alla periferia della città: “Sono cose da Sicilia degli anni ’40!” Nossignore, sono cose che capitano ora, adesso e qui nell’Italia della falsa modernità istituzionale e della miseria sociale.  

]]>
Un altro 12 dicembre https://www.carmillaonline.com/2016/12/14/un-altro-12-dicembre/ Tue, 13 Dec 2016 23:10:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=35298 di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti. La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa [...]]]> di Sandro Moiso

12_dicembre_2016 Quarantasette anni fa, il 12 dicembre 1969, al culmine di una stagione di formidabili lotte, lo Stato, la classe dirigente italiana e i loro servi non seppero rispondere in altro modo che con una provocazione di stampo terroristico che, con l’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, causò 17 morti e 87 feriti.
La Strage di Piazza Fontana, come sarebbe stata in seguito ricordata, aprì però non solo una stagione di attentati, ma anche quella in cui la strategia della tensione contribuì a provocare una levata di scudi antifascista in difesa dei diritti dei lavoratori, delle donne, dei giovani e della Costituzione che avrebbe rafforzato notevolmente le ragioni dello scontro di classe e liberato istanze e forze prima apparentemente sopite.

Sarà un caso, ma il 12 dicembre di quest’anno un mondo politico asfittico, una classe dirigente in fuga dalle proprie responsabilità e una concezione dittatoriale del potere e dei rapporti tra cittadini e Governo hanno prodotto qualcosa di molto simile. In faccia a milioni di italiani (che hanno compattamente votato affinché il regime della corruttela bancaria e mafiosa, dello sfruttamento scellerato di una manodopera sottopagata e maltrattata e dell’esaurimento di qualsiasi risorsa ambientale ed economica ai fini della pura e semplice appropriazione privata se ne andasse per essere sostituito da un governo, almeno apparentemente, eletto democraticamente) il PD e il suo ciarliero segretario, un incartapecorito rappresentante delle istituzioni, una sua pallida ed insignificante controfigura, i rappresentanti nemmeno più tanto oscuri delle consorterie bancarie e massoniche oltre che i rimasugli di un europeismo che vive ormai soltanto nella rappresentazione mitologica e punitiva che ne viene fatta, hanno fatto scoppiare un’altra bomba. Forse di portata ancora peggiore e anche più dannosa.

Il Governo clone, più che fotocopia, del governo Renzi, nasce con già sulle spalle l’aumento dei morti sul lavoro, l’aumento delle vittime del disastro ambientale (dall’inquinamento di Taranto, Brescia e della Terra dei fuochi al dissesto idrogeologico fino al mancato rispetto delle norme anti-sismiche), l’aumento dei suicidi per fallimenti, perdita del posto di lavoro oppure dei risparmi di una vita; tutti causate dai suoi consimili negli ultimi cinque anni:
Oltre ad avere alle spalle un aumento della povertà che è stato del 141% negli ultimi dieci anni, più del doppio rispetto al 2005.1

Disagio, rabbia, stanchezza sono stati sicuramente il motore principale della fragorosa vittoria del No nel recentissimo referendum costituzionale. Hanno costituito la molla del poderoso calcio in culo con cui i lavoratori, i giovani, i disoccupati, le donne italiane hanno risposto all’arroganza del governo e dei suoi ducetti. Risultato che potrebbe raddoppiare con il referendum contro il job act che dovrebbe svolgersi questa primavera. Eppure una classe dirigente priva di capacità politiche, o fosse anche solo di “impresa”, ha voluto, cercato, imposto un’altra prova di forza. Più brutale e coatta di quel referendum che ha già virtualmente fatto saltare i denti dalla bocca di parecchi suoi imbonitori. Probabilmente per fare vedere davvero chi ha le palle, sia a livello nazionale che in Europa.

ministri-2016 Questa è infatti la narrazione che il segretario del PD Matteo Renzi vorrebbe dare ancora per vincente sia presso le congreghe europee che presso i suoi dissennati elettori. Poletti ancora al Ministero del Lavoro, la Boschi premiata con un innalzamento della sua funzione e del suo ruolo, Lotti ministro con varie deleghe alle nomine più delicate, Alfano passato dagli Interni agli Esteri per evitare la prossima valanga delle conseguenze delle menzogne e delle omissioni sul caso Shalabayeva e così via tutte le altre conferme indicano proprio questa strategia o, meglio, mancanza di strategia. Così come ogni atto dissennato del potere spesso rivela. Tanto da far rilevare che l’unica rimossa d’ufficio, la Giannini, con il pretesto che sarebbe stata la “buona scuola” (ma non era renziana la proposta?) a causare la vittoria del No, era l’unica ministra i cui dipendenti (gli insegnanti), secondo alcuni istituti di ricerca, avrebbero votato, anche se con una maggioranza risicata, principalmente per il Sì.

L’Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, in un recente report ha rilevato che gli stipendi in Italia restano i più bassi dell’Europa occidentale e che peggio fanno solo Spagna e Portogallo, che però si possono consolare con un maggior potere d’acquisto.2 Ma il clone di Renzi in un discorso durato appena 17 minuti, in un’aula parlamentare semi-deserta, non ha nemmeno sfiorato l’argomento mentre invece ha confermato sostanzialmente tutti gli obiettivi del precedente governo e la volontà di rimanere in sella fino a quando il potrà contare su una risicata maggioranza di voti.

Bluffatori patentati che fingono di essere determinati, ma che in realtà, come tutti i rappresentanti di regimi autoritari, non possono far altro che ribadire la propria arroganza e la propria incoerenza travestendola di effimera progettualità (“Oggi dico una cosa e poi domani un’altra, tanto che differenza fa? Ho salde in mano le redini del potere!”). Uomini e donne di governo su cui sarebbe forse ora di indagare più approfonditamente per verificare da dove arriva , per esempio, l’autorevolezza di un ministro che rappresenta un partito da 2% dei voti oppure quella di un Ministro dedito “obbligatoriamente” alle infrastrutture (con altro vocabolario: alle grandi opere).

A tutto ciò gli italiani che hanno votato No il 4 dicembre sapranno ancora adeguatamente rispondere, non c’è dubbio. E magari anche con gli interessi. Mentre c’è da dubitare, piuttosto, che siano quelli che hanno cavalcato il fronte dello scontento a sapere o volere rispondere in maniera adeguata a questa provocazione. Giornalisti che rinunciano a girare il coltello nella piaga per non fare soffrire il governo appena insediato oppure leader politici che promettono generiche manifestazioni di piazza. Ma dove, quando, come: no, non lo dicono. Magari aspettando, con un po’ di sceneggiate da Aventino (Che, ricordiamolo, già non servì a un cazzo con Mussolini…figuriamoci adesso!), che gli animi sbolliscano per conservare il loro apparente stato di perenne opposizione. E di moderatori, si intende!

Certo le scuse possono essere molte: le scadenze europee (sempre quelle al primo posto); il salvataggio delle banche anzi della Banca più antica del mondo; la definizione della nuova legge elettorale….certo! Ma tutto ciò potrebbe essere fatto sotto l’occhio attento di piazze occupate, magari proprio nella capitale, da cittadini, lavoratori e giovani furiosi, incazzati e vigili.

Dietro al clone non c’è solo l’originale fiorentino con il suo cerchio magico. C’è l’Europa dei sacrifici e del taglio della spesa pubblica, dell’impoverimento generalizzato,3 del salvataggio degli interessi dei grandi speculatori e delle banche. Un’Europa imbottigliata nelle sue contraddizioni il cui tappo sta per saltare. Come i timori sollevati in Germania e Francia dalla sconfitta referendaria del Sì hanno ben dimostrato fin dal 5 dicembre.

grande-dittatore Oggi quelle forze si stanno giocando il tutto per tutto e non c’è molto da scegliere: occorre rovesciare il tavolo delle trattative e degli accordi, del bon ton e dei sorrisi sprezzanti, delle minacce sovra-nazionali e degli accordi internazionali. In gioco ci sono la sopravvivenza e il miglioramento o il peggioramento ulteriore delle condizioni di vita di decine di milioni di persone e questo governo è un baluardo davvero troppo debole per contenere l’ondata in arrivo.

Certo non ci sarà da andare troppo per il sottile: “se ci sarà, lui non ci sarò io” non è più un modo per ragionare del presente stato di cose. Oggi occorre costruire la più larga opposizione possibile a partire dal basso: dai movimenti di lotta come quello NoTAv ai centri sociali, dai sindacati di base a tutti i residui di opposizione che rimangono nei partiti e nei sindacati di ogni risma e a tutta la rabbia e l’insoddisfazione che si sono depositate nella società. E non importa se in alcuni casi il tutto potrebbe assomigliare ad una sorta di movimento dei forconi: saranno la determinazione di chi partecipa e le parole d’ordine e i programmi a scegliere chi dovrà porre un severo stop al ceto politico ed imprenditoriale parassitario che ci sta soffocando. E a determinarne la vittoria, elettorale e/o sociale, assediando i palazzi del potere in cui si sono arrogantemente, ma anche paurosamente e vilmente arroccati i nostri avversari.


  1. Secondo una recente inchiesta oggi 4,6 milioni di persone vivono nell’indigenza assoluta: quasi l’8% della popolazione residente in Italia. Basti pensare che erano poco meno di 2 milioni nel 2005 (il 3,3% del totale). Un incremento che non ha risparmiato nessuna area della penisola: al nord il numero dei bisognosi è addirittura triplicato. E’ il profilo degli effetti causati dalla crisi (economica e occupazionale) iniziata nel 2008. Ma il dato che emerge con prepotenza è che spesso il lavoro – per come si è configurato dopo la crisi – a volte non basta a mettere al riparo da ristrettezze e immiserimenti. Tra le famiglie operaie, ad esempio, il tasso di povertà è salito dal 3,9 all’11,7 per cento. Tuttavia gli oltre 22 milioni di occupati italiani non sono tutti lavoratori a tempo pieno. Per l’Istat è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. In diversi casi una situazione lavorativa precaria o part-time può essere il fattore scatenante di una condizione di povertà. Rispetto al decennio scorso, aumentano coloro che lavorano poche o pochissime ore a settimana: il numero di chi è occupato meno di dieci ore è cresciuto del 9% dal 2005, e salgono addirittura del 28% quelli che lavorano tra le 11 e le 25 ore. I lavoratori pagati con i voucher erano meno di 25mila del 2008, sono saliti a quasi 1,4 milioni nel 2015. Fino al 2011 non c’erano grandi differenze tra le varie fasce d’età, e i più poveri erano gli over 65 (circa 4,5% si trovava in povertà assoluta). La crisi, distruggendo posti di lavoro e riducendo le opportunità di impiego, ha capovolto questa situazione. In un decennio il tasso di povertà è diminuito tra gli anziani (4,1%) mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni e nella fascia tra i 35 e i 64 anni.
    Il numero di donne che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015, un andamento coerente con quello del resto della popolazione. Nel 2005 viveva in povertà assoluta il 3,5% delle donne, percentuale molto simile a quella di tutti i residenti in Italia (3,3%). Una quota che nel 2009 era salita al 4%, sia per le donne che per l’intera popolazione. Nel triennio successivo per le donne si arriva fino al 5,8%, per poi superare il 7% nel 2013, livello su cui si attesta anche nel 2015. Questo dato complessivo nasconde ulteriori situazioni di disagio sociale che riguardano in particolare il genere femminile. Cfr. qui 

  2. Cfr. qui 

  3. Sul piano dell’impoverimento fanno peggio di noi soltanto Germania, Estonia e Bulgaria, mentre ancora più ampio è il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale. In questo caso agli individui a basso reddito vengono sommati coloro che vivono in situazioni di grave privazione materiale oppure in famiglie a “bassa intensità di lavoro”. Secondo l’Eurostat, tra 2005 e 2015 la quota di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è passata dal 25,6% al 28,7 per cento. In tutta l’Unione europea, l’Italia ha registrato un peggioramento inferiore solo a quello di Grecia, Spagna e Cipro. Il rischio è cresciuto anche in Svezia e Germania. La quota di famiglie in povertà assoluta è quasi raddoppiata. Erano 819mila nel 2005, mentre oggi sono quasi 1,6 milioni, con un balzo dal 3,6 al 6,10%. Su 100 famiglie, 6 non possono permettersi un tenore di vita accettabile. Ma il disagio è ancora più vasto secondo altri indicatori: il 38,6% delle famiglie non può far fronte a spese impreviste (erano il 29% nel 2005). Sono aumentate del 65% quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione e dell’81% quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte a settimana. I nuclei familiari più in difficoltà sono quelli in cui la persona di riferimento è un operaio o è in cerca di occupazione. Le famiglie che dipendono da una persona che sta cercando lavoro in un caso su cinque non possono permettersi uno standard di vita accettabile. Come si diceva, tra le famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato rispetto al 2005, passando dal 3,9% all’11,7% del 2015. È più che raddoppiata la probabilità di trovarsi in povertà assoluta se il capofamiglia è un lavoratore autonomo, mentre la stessa probabilità rimane contenuta per le famiglie dei colletti bianchi, anche se in proporzione, rispetto al 2005, anche per esse è aumentata di quasi dieci volte. Cfr. ancora qui 

]]>
Dioxinity Day/2 https://www.carmillaonline.com/2016/10/30/dioxinity-day2/ Sat, 29 Oct 2016 23:10:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34221 di Alexik

cibi-contaminati[A questo link il capitolo precedente.]

“Alcolisti ! Fumatori ! DROGATI !!! Abbandonate le vostre abitudini dissolute e conformatevi al volere divino del ‘crescete e moltiplicatevi’! La vostra perseveranza nell’adozione di stili di vita scorretti è un attentato contro la demografia. A nulla vale l’elargizione governativa di bonus bebè, se il vostro attaccamento al vizio continua a sprofondarvi nell’improduttività spermatica e ovocitica. Emendatevi, dunque, e convertitevi al nuovo verbo salutista, per poter ritornare in piena forma ad offrir dei figli a Dio, alla Patria e all’Impero ! Cioè, [...]]]> di Alexik

cibi-contaminati[A questo link il capitolo precedente.]

“Alcolisti ! Fumatori ! DROGATI !!! Abbandonate le vostre abitudini dissolute e conformatevi al volere divino del ‘crescete e moltiplicatevi’!
La vostra perseveranza nell’adozione di stili di vita scorretti è un attentato contro la demografia.
A nulla vale l’elargizione governativa di bonus bebè, se il vostro attaccamento al vizio continua a sprofondarvi nell’improduttività spermatica e ovocitica.
Emendatevi, dunque, e convertitevi al nuovo verbo salutista, per poter ritornare in piena forma ad offrir dei figli a Dio, alla Patria e all’Impero !
Cioè, vabbè … a Dio e alla Patria. Per l’Impero ci stiamo ancora attrezzando“.

Mi suona più o meno così il tono delle infografiche del Fertility Day redatte dal Ministero della Salute: “rinuncia a Satana, alla sigaretta, alla canna e alla bottiglia!”
Eppure ho il sospetto che uniformarsi ai precetti ministeriali conduca a volte a risultati controproducenti.
Per esempio, non so se a tutti i veneti convenga abbandonare il loro proverbiale etilismo a favore dell’acqua di rubinetto.
Mi riferisco soprattutto a quelli che risiedono in una vasta zona compresa fra le province di Vicenza, Verona e Padova, dove nel 2013 un monitoraggio dell’IRSA-CNR ha rilevato altissime concentrazioni di sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nelle acque potabili, con punte oltre i 2.000 ng/l1 (per farsi un’idea dell’ordine di grandezza, l’obiettivo di qualità fissato in Germania è di 100 ng/l).

Principale indiziata è la Miteni di Trissino (VI), ex Rimar/Marzotto2, oggi di proprietà della multinazionale Weylchem/ICIG. La fabbrica produce PFAS, usate per la produzione di tessuti idrorepellenti (goretex), imballaggi alimentari, teflon, schiume antincendio, cere per pavimenti, vernici, insetticidi, olii idraulici.
acqua-avvelenataÈ da un’area di pertinenza della Miteni che l’ARPA Veneto ha rilevato l’origine dell’inquinamento, che da lì si diffonde nell’Agno e poi, tramite gli acquiferi, si propaga ad altri torrenti (Gorzone, Retrone, Bacchiglione) ed alle fonti di approvvigionamento degli acquedotti3.

In questo modo sessantamila veneti avrebbero assunto per decenni sostanze perfluoroalchiliche bevendo acqua inquinata, cuocendoci la pasta, usandola per lavare le verdure ed innaffiare l’orto, mangiando carni, uova e pesci a loro volta contaminati.

E morendo più di altri. Secondo ISDE/Medici per l’Ambiente, in quella zona negli ultimi 30 anni ci sarebbero stati 1.300 morti in più rispetto ad altre aree della regione4. Morti in eccesso anche secondo l’ENEA per infarto, malattie cerebrovascolari, Alzheimer, Parkinson, diabete, tumori al sistema linfatico, al fegato, rene, vescica, pancreas, mammella, ovaio, testicolo, prostata5.
Una mortalità coerente con l’esposizione alle PFAS, che come interferenti endocrini alterano le funzioni e l’equilibrio degli ormoni, favorendo in questo modo l’insorgere delle patologie più varie. Effetti sulla riproduzione compresi.

acqua-avvelenataÈ un aspetto, quest’ultimo, che nella bassa valle dell’Agno non è stato monitorato, ma che è già conosciuto grazie a numerose ricerche sulle PFAS in tutto il mondo.
Dalla Danimarca al Canada a Taiwan ricercatori ed epidemiologi hanno correlato l’esposizione a PFAS ad una maggiore infertilità femminile6, al basso peso alla nascita, ai parti prematuri ed alla ridotta circonferenza cranica dei neonati7, all’insorgenza di patologie cerebrali nei nascituri8.
Una ricerca italiana ha riscontrato come le donne esposte a PFAS presentino una contaminazione dei fluidi follicolari (i liquidi che ricoprono i follicoli ovarici), con un potenziale effetto dannoso sugli ovociti9. Sempre in Italia, uno studio sul siero di 53 coppie infertili ha rilevato un livello più alto di acido perfluorottansolfonico (PFOS) rispetto al gruppo di controllo10.

Negli USA, l’Environmental Protection Agency associa la presenza di PFAS nel siero umano con i ritardi nella pubertà delle ragazze e con la menopausa precoce delle donne adulte11.
Un progetto del National Health and Nutrition Examination Survey ha stabilito un forte legame fra l’esposizione all’acido perfluoroottanico e le tireopatie femminili12, che rimanda ad un effetto indiretto sulla fertilità, vista l’influenza delle patologie tiroidee sulle alterazioni del ciclo mestruale, sul mancato rilascio dell’ovulo, sulle complicazioni in gravidanza, aborti spontanei, nascite pretermine, deficit neurologici del nascituro.
Infine, uno studio danese mostra come gli effetti sulla fertilità delle PFAS si trasmettano anche alle generazioni future, influendo sulla qualità del seme e sugli ormoni riproduttivi dei maschi esposti in utero all’acido perfluoroottanico (PFOA).13

Ce ne è abbastanza perché un Governo così preoccupato dell’integrità delle nostre funzioni riproduttive intervenga con decisione!
E infatti il Governo è intervenuto … fissando per decreto i valori soglia per l’acqua potabile a 30 ng/l per il PFOS ed a 500 ng/l per il PFOA. Cioè SETTE VOLTE SUPERIORI a quelli stabiliti negli USA, dove il limite per la somma delle due sostanze è di 70 ng/l.

Insomma: l’acqua inquinata  dalle PFAS potete bervela. Ma mi raccomando, non fatevi le canne se no rimanete sterili!
Del resto, perché preoccuparsi delle PFAS se la posizione dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), per bocca della dott.ssa Musumeci, è la seguente ?
‘Su queste sostanze non c’è una certezza su come agiscano, la IARC le ha classificate [solo] come ‘possibili cancerogeni’ (guarda qui l’intervista delle Iene). Alla faccia dei ricercatori che in tutto il mondo ne hanno dimostrato la nocività.

Dopo quella dell’ISS, un’altra dimostrazione di sensibilità istituzionale nei confronti della nostra salute – riproduttiva e non – proviene dalla Provincia di Alessandria, che ha concesso nel 2010 l’Autorizzazione Integrata Ambientale allo stabilimento di fluoropolimeri della Solvay Solexis di Spinetta Marengo (AL), permettendogli di buttare nella Bormida una tonnellata di PFAS all’anno14.
E la Bormida questa roba la porta nel Tanaro e poi nel Po, che la sparge attraverso il nord Italia fino alla foce.

tabella-pfoa

Nel percorso verso l’Adriatico le concentrazioni di inquinanti calano, sedimentandosi nei terreni, trasferendosi nelle falde, nei pozzi, nei canali di irrigazione per l’agricoltura, nelle acque di abbeveraggio degli allevamenti. E da lì risalgono la nostra catena alimentare, distribuite nei supermercati di tutta Italia.

Recentemente la Solvay ha annunciato la volontà di eliminare il PFOA dai suoi processi produttivi15. Non ho dubbi sul fatto che tale riconversione avvenga con successo.
L’Environmental Policy aziendale è sempre stata affidata a personale di altissimo livello, del calibro dell’ing. Luigi Guarracino, condannato come dirigente Solvay per il cromo esavalente nelle falde di Alessandria, inquisito come ex direttore Montedison-Ausimont per l’avvelenamento delle acque della discarica di Bussi (PE), e nuovamente iscritto nel registro degli indagati per le PFAS in Veneto, in qualità di ex A.D. della Miteni di Trissino. Una vera autorità in materia di inquinamento idrico!!!

Comunque, anche se l’immissione di PFAS dagli scarichi industriali finisse oggi, il disastro ambientale è compiuto e ci peserà addosso per decenni: le PFAS non sono biodegradabili, sono estremamente solubili in acqua e per questo si propagano facilmente16. Una volta assorbite dal corpo i tempi di dimezzamento della loro concentrazione nel sangue possono variare da 1,5 a più di 9 anni17.
L’infertilità è assicurata ancora a lungo.

Voltiamo pagina, abbandoniamo le PFAS e la pianura padana per scendere a sud, in questo nostro viaggio fra le nocività industriali e i loro effetti sulla riproduzione. Andiamoci con il ministro Lorenzin, nella Terra dei Fuochi, e sentiamo cosa dice:

Rispondendo al ministro, io credo che i Campani ‘l’abitudine al fumo’ … dei roghi tossici dei rifiuti se la toglierebbero volentieri. Ma impedire gli incendi della monnezza non è evidentemente una priorità per il collega della Lorenzin al ministero degli interni.
Quanto ai ‘tumori causati dagli stili di vita’, temo che il ministro della salute non abbia letto lo studio ‘Sentieri’, che collega la vicinanza delle discariche campane agli eccessi di mortalità per tumore al fegato, allo stomaco, al polmone, alla mammella e per i linfomi non Hodgkin18.

Anche i tumori  possono compromettere la fertilità, e non solo quelli che interessano direttamente gli apparati riproduttivi.
Questo almeno le infografiche del ministero ce lo spiegano: ‘Il 25% dei pazienti trattati con chemioterapia soffre di azoospermia (mancanza di sperma nel liquido seminale) dopo 2-5 anni dal  trattamento. Trattamenti antitumorali diffusi come la radioterapia esterna determinano un alto rischio di amenorrea (assenza di mestruazioni)’.
I rimedi previsti dal ministero consistono nella crioconservazione delle cellule riproduttive, estratte prima della chemio, e in non meglio specificate terapie ormonali e chirurgiche.
Ovviamente NON consistono nelle bonifiche della merda industriale sparsa per la penisola, in modo che magari il tumore non ti venga.
Sono i nostri corpi e le nostre vite a doversi adeguare ad un disastro ambientale dato come ineluttabile, al costo di dolorose terapie e per la felicità di chi le vende.

Ma torniamo ai Campani ed alle loro insane abitudini.
Nel capitolo precedente abbiamo disquisito degli effetti sulla riproduzione delle diossine. E vuoi che quei viziosi delle province di Napoli e Caserta se le facciano mancare ?
Vicino alle discariche di rifiuti industriali le diossine abbondano nel latte delle madri19, ed anche i maschi le portano nel sangue, assieme ai metalli pesanti. L’esposizione agli inquinanti produce nel loro liquido seminale alterazioni e frammentazione del DNA20.
Una condizione che, secondo la dott.ssa Notari del Centro Fertilità dell’ASL di Salerno, può comportare ‘problematiche sia della fecondazione degli ovociti, quindi problemi di fertilità, di concepimento, ma lo spermatozoo magari non è in grado nemmeno di supportare lo sviluppo embrionale, e quindi possiamo avere abortività. Ci sono delle ipotesi che l’associano persino all’insorgenza di tumori in fascia pediatrica“.21

Se poi, superando tutte queste difficoltà, gli abitanti della Terra dei Fuochi si ostinassero proprio a concepire, l’esito della gravidanza potrebbe non essere felice.
Lo dice l’OMS, che nel 2007 ha riscontrato una chiara correlazione tra l’inquinamento da rifiuti in Campania e l’eccesso di malformazioni congenite del sistema nervoso centrale e dell’apparato urogenitale22.

Cosa c’entra tutto questo infinito dolore con gli ‘stili di vita’?
Chi ha pagato per le responsabilità politiche e industriali del biocidio campano?23
Sulle infografiche del ministero non ci sono le risposte.

(Continua)


  1. Stefano Polesello, Sara Valsecchi, Rischio associato alla presenza di sostanze perfluoro – alchiliche (PFAS) nelle acque potabili e nei corpi idrici recettori di aree industriali nella provincia di Vicenza e aree limitrofe, IRSA-CNR, 25 marzo 2013 

  2. Il nome della Rimar era emerso negli anni ’80 anche nelle inchieste sulle navi dei veleni. Le peci fluorurate (scarti di produzione delle Pfas) del centro di ricerca Marzotto risultavano imbarcate sulla motonave tedesca Line, diretta a Port Koko in Nigeria nell’87, ed altre sostanze non identificate della Rimar comparivano anche nel carico della Zanoobia. In: Andrea Tornago, Pfas Veneto, indagini ferme in Procura da tre anni nonostante l’allarme ambientale. Accusata azienda coinvolta in navi veleni, Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2016. 

  3. ARPA Veneto, Stato dell’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) in provincia di Vicenza, Padova e Verona, 30 settembre 2013, p. 48. 

  4. Le acque inquinate del Veneto, video, Repubblica.it. 

  5. Marina Mastrantonio (ENEA), Esposizione a sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) ed effetti sulle popolazioni, Relazione al convegno ‘La salute: elemento centrale per lo sviluppo sostenibile dei sistemi produttivi e del territorio’, Roma, 5 maggio 2016. 

  6. Arrivano a queste conclusioni sia le ricerche danesi che canadesi. Fei C, McLaughlin JK, Lipworth L, Olsen J., Maternal levels of perfluorinated chemicals and subfecundity, Human Reproduction, Maggio 2009, 24(5):1200-5.
    Carol Potera, Reproductive toxicology: Study associates PFOS and PFOA with impaired fertility, Environmental Health Perspectives, aprile 2009.
    M.P. Vélez, T.E. Arbuckle, and W.D. Fraser, Maternal exposure to perfluorinated chemicals and reduced fecundity: the MIREC study, Human Reproduction, marzo 2015, 30(3): 701–709. 

  7. Chen MH, Ha EH, Wen TW, Su YN, Lien GW, Chen CY, Chen PC, Hsieh WS, Perfluorinated compounds in umbilical cord blood and adverse birth outcomes, PLoS One, 2012, 7(8). 

  8. Liew Z, Ritz B, Bonefeld-Jørgensen EC, Henriksen TB, Nohr EA, Bech BH, Fei C, Bossi R, von Ehrenstein OS, Streja E, Uldall P, Olsen J., Prenatal exposure to perfluoroalkyl substances and the risk of congenital cerebral palsy in children, American Journal of Epidemiology, settembre 2014, 80(6):574-81. 

  9. Laura Governini, Raoul Orvieto,Cristiana Guerranti, Laura Gambera, Vincenzo De Leo, Paola Piomboni, The impact of environmental exposure to perfluorinated compounds on oocyte fertilization capacity, Journal of Assisted Reproduction and Genetics, maggio 2011, pp. 415–418. 

  10. La Rocca C, Alessi E, Bergamasco B, Caserta D, Ciardo F, Fanello E, Focardi S, Guerranti C, Stecca L, Moscarini M, Perra G, Tait S, Zaghi C, Mantovani A., Exposure and effective dose biomarkers for perfluorooctane sulfonic acid (PFOS) and perfluorooctanoic acid (PFOA) in infertile subjects: preliminary results of the PREVIENI project, International Journal of Hygiene and Environmental Health, Febbraio 2012, pp. 206-11. 

  11. Danish Ministry of the Environment, Environmental Protection Agency, Perfluoroalkylated substances: PFOA, PFOS and PFOSA Evaluation of health hazards and proposal of a health based quality criterion for drinking water, soil and ground water, Environmental project No. 1665, 2015. 

  12. Associazione fra concentrazione nel siero di acido perfluoroottanico e malattie della tiroide nella popolazione americana

  13. Anne Vested, Cecilia Høst Ramlau-Hansen, Sjurdur Frodi Olsen, Jens Peter Bonde, Susanne Lund Kristensen, Thorhallur Ingi Halldorsson, Georg Becher, Line Småstuen Haug, Emil Hagen Ernst, Gunnar Toft, Associations of in Utero Exposure to Perfluorinated Alkyl Acids with Human Semen Quality and Reproductive Hormones in Adult Men, Environmental Health Perspect, aprile 2013, Vol. 121/4.  

  14. IRSA/CNR, Realizzazione di uno studio di valutazione del Rischio Ambientale e Sanitario associato alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani. Relazione finale, 2013. 

  15. Solvay, Lavoriamo insieme guardando avanti, Spinetta Marengo 2013. Pare lo voglia sostituire col C6O4, che non è una roba propriamente innocua: vedi lettera di Medicina Democratica, Sezione provinciale di Alessandria, 19/02/15. 

  16. Francesca Malpei, Manuela Antonelli, Processi di trattamento applicabili alla rimozione di PFOS e PFOA, Relazione al convegno: I composti perfluoroalchilici nelle acque italiane. Distribuzione e rischi, Milano 22 ottobre 2013. 

  17. Accumulo ed eliminazione dei composti perfluoroalchilici: differenze fra soggetti continuamente residenti in alcune zone degli Stati uniti contaminate e quelli trasferitisi altrove. 

  18. SENTIERI – Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento: Mortalità, incidenza oncologica e ricoveri ospedalieri, 2014: Scheda sul Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano, pp. 67/72. 

  19. Giovannini A., Rivezzi G., Carideo P., Ceci R., Diletti G., Ippoliti C., Migliorati G., Piscitelli P., Ripani A., Salini R., Dioxins levels in breast milk of women living in Caserta and Naples: Assessment of environmental risk factors, Chemosphere, 2014, Vol. 94, pp. 76/84. 

  20. Paolo Bergamo, Maria Grazia Volpe, Stefano Lorenzetti, Alberto Mantovani, Tiziana Notari, Ennio Cocca, Stefano Cerullo, Michele Di Stasio, Pellegrino Cerino, Luigi Montano, Human semen as an early, sensitive biomarker of highly polluted living environment in healthy men: A pilot biomonitoring study on trace elements in blood and semen and their relationship with sperm quality and RedOx status, Reproductive Toxicology, Volume 66, Dicembre 2016, Pag. 1–9. 

  21. TG Leonardo del 10/10/16. 

  22. Organizzazione Mondiale della Sanità, Centro Europeo Ambiente e Salute, Istituto Superiore di Sanità, Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Fisiologia Clinica, Osservatorio Epidemiologico della Regione Campania , Agenzia Regionale Protezione Ambiente della Campania, Trattamento dei rifiuti in Campania – impatto sulla salute umana, 2007. 

  23. Consigliabile in proposito la lettura di: Alessandro Iacuelli, Le vie infinite dei rifiuti. Il sistema campano, Rinascita Edizioni, 2008, 285 p., e anche quella di un paio di articoli qui e qui

]]>
Andare oltre https://www.carmillaonline.com/2013/12/03/andare/ Tue, 03 Dec 2013 00:00:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11120 di Sandro Moiso

Gapon A distanza di un mese dalla manifestazione nazionale del 19 ottobre a Roma, sabato 16 novembre si sono tenute due manifestazioni che per contenuti, modalità, composizione sociale e partecipazione ne hanno ripetuto i fasti ampliandone la portata e il significato politico. Nonostante, infatti, il tentativo da parte dei media di tenere separate la manifestazione di Napoli, contro l’inquinamento camorristico e l’avvelenamento istituzionale del territorio, da quella di Susa, contro il TAV, non vi può essere alcun dubbio che le due manifestazioni fossero tra loro strettamente correlate. Decine di migliaia di persone, molte di più di quelle già [...]]]> di Sandro Moiso

Gapon A distanza di un mese dalla manifestazione nazionale del 19 ottobre a Roma, sabato 16 novembre si sono tenute due manifestazioni che per contenuti, modalità, composizione sociale e partecipazione ne hanno ripetuto i fasti ampliandone la portata e il significato politico.
Nonostante, infatti, il tentativo da parte dei media di tenere separate la manifestazione di Napoli, contro l’inquinamento camorristico e l’avvelenamento istituzionale del territorio, da quella di Susa, contro il TAV, non vi può essere alcun dubbio che le due manifestazioni fossero tra loro strettamente correlate.

Decine di migliaia di persone, molte di più di quelle già presenti a Roma, hanno finito col ritrovarsi unite in due manifestazioni che di fatto hanno delegittimato l’attuale sistema economico-politico e il regime consociativo (Destra, Sinistra, Mafie, Banche) che ne “giustifica” l’esistenza.
Le ragioni della lotta NoTAV sono state ripetutamente e frequentemente esposte qui su Carmilla e per una volta non vale la pena di tornarci sopra, ma sono stati i contenuti della manifestazione napoletana a far, letteralmente e chiaramente, saltare il banco politico.

Roberto Saviano non ne è stato e non poteva esserne l’ospite d’onore né, tanto meno, il gran ciambellano in quanto non si è presentata soltanto come una manifestazione legalista o legalitaria. Nelle parole di un medico della Terra dei Fuochi, il senso di tutta la manifestazione: ”Dai camorristi sapevamo di doverci aspettare di tutto: sono criminali. Ma lo Stato no! Dallo Stato avevamo il diritto almeno di essere informati. Invece per vent’anni ci hanno nascosto tutto. A partire dai luoghi dove i pentiti avevano detto di aver seppellito i rifiuti più pericolosi1

Lo Stato è davvero il nemico più subdolo per chi abita nelle zone devastate dalla speculazione mafiosa, economica ed edilizia. Lo stesso Stato che oggi indice il lutto nazionale per le vittime dell’alluvione sarda dopo aver permesso per anni la cementificazione selvaggia del territorio, causa principale, e non secondaria, dell’irruenza delle acque. Lo stesso Stato la cui più alta autorità era Ministro degli Interni ai tempi delle prime rivelazioni dei pentiti di Camorra sull’avvelenamento del territorio campano ( e non solo). La stessa autorità che ha sempre condiviso il migliorismo dell’ex-sindaco e ex-commissario straordinario all’emergenza rifiuti campana Antonio Bassolino.

Nelle strade di Napoli non si è levato un grido di dolore, come vorrebbe poter affermare retoricamente l’informazione catto-comunista e fascistoide italiana, ma un grido di protesta. Cui presto si affiancherà prima o poi anche quello di altre manifestazioni contro l’inquinamento dell’Ilva di Taranto o della Caffaro di Brescia o degli altri mille territori inquinati, resi invivibili, privi di speranze di sviluppo sociale ed economico e, soprattutto, di qualsiasi fiducia nei partiti politici attuali. Come il numero delle astensioni (53%) ha ancora una volta ben dimostrato nelle recenti elezioni regionali della Basilicata.

La terra ha cominciato a muoversi. I pavimenti dei palazzi del potere si son fatti meno stabili e il governo più insulso della storia repubblicana si prepara ad un atterraggio di fortuna su una pista danneggiata da un bombardamento a tappeto. Nonostante Letta abbia formalmente chiamato ai comandi il Fondo Monetario Internazionale, attraverso la figura del consulente alla spending review Carlo Cottarelli, che per tale ente ha lavorato fino alla sua nomina (del valore di 260mila euro), a commissario per l’attuale governo italiano, i tempi del fallimento politico, economico ed istituzionale della classe dirigente italiana stanno accelerandosi sempre più velocemente. Come lo scontro di classe che già fin da ora ne consegue.

Il governo Letta è un morto che cammina e non supererà, per eccesso di putrefazione, la primavera del 2014. Berlusconi sopravvive ormai soltanto grazie alla formalina in cui viene conservato. Il Nuovo Centro Destra è sostanzialmente il frutto di un aborto spontaneo. Napolitano pencola sulla porta del trapasso politico e biologico, mentre il partito che più di ogni altro ha contribuito a mantenere l’ordine sociale in Italia dagli anni settanta in avanti si sfalda e disgrega ogni giorno di più in faide interne degne di un romanzo di Mario Puzo.

No, non del Pdl/FI si sta qui parlando, ma del PD/ex-PCI! La cui profonda ed irreversibile crisi la si può leggere tutta nella perdita di peso dell’apparato demokrat/dalemiano e nello scollamento sempre più evidente del partito dalla sua base e dall’elettorato giovanile. PD che, all’ombra di un gioco delle parti tra tre candidati di cui due sono ormai senza storia, può sperare soltanto nella vittoria del novello Tony Blair de noantri per concedersi un attimo di respiro. Ma tutti, assolutamente tutti, sembrano essersi resi conto che è giunto, inequivocabilmente, il momento di andare oltre. O, almeno, di fingere di farlo. Sperando di mantenere ancora, magari per poco, l’attuale status quo.

Grillo, nel comizio genovese del primo dicembre, sembra aver manifestato la più chiara coscienza politica di questa necessità e ancora una volta si è preparato a cavalcarla, rivolgendosi, per una volta, alla “sinistra” della sua piazza citando demagogicamente, in apertura, Pertini e la caduta del governo Tambroni. Poi, ha presentato disordinatamente, un programma in sette punti alternativo all’attuale presente politico ed economico.

Abile e confuso come al solito ha mescolato referendum sull’uscita dall’euro e energie rinnovabili, banda larga e sovranità nazionale, alleanze geopolitiche e scontro con l’Europa germanica, impeachment di Napolitano e abolizione delle province ma, appunto come al solito, è cascato sulle reali questioni di classe quando, pur agitando lo straccio sbiadito del reddito di cittadinanza, non ha saputo proporre di meglio che il rientro delle aziende italiane che producono all’estero promettendo loro le stesse condizioni in cui operano, ad esempio, in Romania.

Costo del lavoro? Contributi previdenziali? Sì, perché, diciamolo una volta per tutte, l’abbassamento degli oneri sociali per gli imprenditori non significa altro che riduzione delle tasse a loro carico e dei contributi previdenziali versati dai lavoratori. E allora il Welfare, che Grillo ha detto di voler difendere e rilanciare, dove andrebbe a finire? Solo con il taglio delle spese parlamentari o delle missioni militari non si potrebbero mantenere gli standard anteriori all’attuale crisi. E non sembra essere presente nel suo programma, sempre in precario equilibrio tra destra e sinistra, alcun riferimento ad una severa e generalizzata ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta.

Non vale la pena di spendere ancora, qui, giudizi già ampiamente esposti in passato sul comico genovese. E’ abile e lui e i suoi suggeritori hanno capito che nei prossimi appuntamenti politici gli avversari da battere saranno Renzi, da un lato, e i populismi di estrema destra dall’altro. Gli altri partiti e personaggi sono già defunti, come è stato detto prima. Ma l’argomento del programma e delle parole d’ordine deve toccare ormai da vicino anche l’antagonismo di classe, di cui, chiaramente, i 5 Stelle non fanno assolutamente parte. Grillo, quindi, ancora una volta non è andato oltre.

Di fronte ad una borghesia che non è più classe dirigente perché ha perso coscienza di sé2, i movimenti si troveranno sempre di più davanti ad un bivio: procedere nelle proteste affidandosi ancora ad una rappresentanza esterna e parlamentare oppure farsi carico sempre di più della propria rappresentanza politica. Evitando di cascare nelle maglie dei novelli Pope Gapon, preti o populisti che siano, e conducendo una battaglia sempre più politica per determinare quello che dovrà essere il futuro di questa società.

Ma, mentre l’unico, vero rischio per il movimento reale può essere rappresentato dal suo ondeggiare tra la Scilla della deriva populista e il Cariddi della ricerca di una irraggiungibile purezza ideologica, la lotta di classe e della specie per il radicale cambiamento degli assetti socio-economici e politici prosegue il suo corso: inarrestabile ed imprevedibile. Rendendo evidente che le condizioni oggettive di un ribaltamento sociale di portata storica esistono già tutte: grave crisi economica, crisi di rappresentanza delle istituzioni, azione sociale antagonista diffusa sul territorio e trasversale tra territori e settori sociali, confronto diretto con lo Stato non più mediato dai sindacati istituzionali o dai partiti dell’area parlamentare.

Una crisi sistemica in cui uno degli attori sta progressivamente perdendo qualsiasi controllo sulla propria recitazione e sul copione, mentre l’altro sta crescendo di giorno in giorno senza aver bisogno di alcun copione se non di quello già scritto nelle istanze sociali e nel suo genoma. Le cui parole d’ordine sono inscritte nelle contraddizioni della società senescente in cui si va formando quella futura. Oltre il miserabile presente, appunto.
Signori, è vero, si recita a soggetto! Ma che soggetto…è la rivoluzione che viene!
1905
Oggettivamente la strada è ancora lunga e sicuramente in salita, ma il percorso, almeno qui in Italia, è già dato. Là dove la difesa delle condizioni di vita essenziali si uniranno sempre più alla difesa delle condizioni di lavoro le contraddizioni sociali e di classe si faranno esplosive. Sarà la scelta delle parole d’ordine e delle pratiche per conseguire gli obiettivi che ne deriveranno a determinare chi e come dovrà dirigere la lotta generale, oggi ancora parzialmente dispersa.
Una lotta che affermi la necessità di un altro modello di vita. Una lotta che metta in discussione, non per scelta, ma per oggettiva necessità l’intero quadro dell’esistente. Che da Nord a Sud e dai luoghi di lavoro al territorio inizi fin da oggi ad accelerare i tempi della rottura politica e sociale dei fragili e odiosi equilibri odierni…Letta Go Home!!

(…ma saran cazzi anche per quelli che verranno dopo)


  1. Gian Antonio Stella, I sogni dei bimbi della terra dei Fuochi “Caro Gesù salvaci dal cancro”, Corriere della sera, sabato 16 novembre 2013, pag.23 

  2. E’ di queste ultime ore la proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Fabrizio Saccomanni, di trasformare la Banca d’Italia in una public company che significa, di fatto, privatizzare l’organo centrale di direzione dei flussi di capitale monetario, alienandone completamente quel poco di autonomia politica e di emissione che le erano rimaste all’ombra dei diktat della BCE e svendendone, a vantaggio dei caveau delle maggiori banche, il tesoro in lingotti d’oro rimasto allo stato italiano come ultima risorsa  

]]>
La Regina del bianco. Una parabola (in tre atti) per il capitalismo italiano https://www.carmillaonline.com/2013/11/27/litalia-bianco-parabola-il-capitalismo-nostrano/ Wed, 27 Nov 2013 00:00:16 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10997 di Sandro Moiso

discarica-abusivaE’ di questi giorni (19 novembre) la notizia della rottura delle trattative tra proprietà e sindacati sul destino di 1.400 lavoratori della Indesit, con l’apertura della procedura di mobilità, per gli stessi, da parte dell’azienda. In sé la notizia non rappresenterebbe una grossa novità, in un paese in cui chiusura di aziende, mobilità e cassa integrazione per i lavoratori e licenziamenti sono ormai all’ordine del giorno.

Ma, in questo caso, vale la pena di soffermarsi sul caso Indesit perché esso può ben rappresentare una sorta di modello per ciò che da anni, su queste pagine, si va denunciando [...]]]> di Sandro Moiso

discarica-abusivaE’ di questi giorni (19 novembre) la notizia della rottura delle trattative tra proprietà e sindacati sul destino di 1.400 lavoratori della Indesit, con l’apertura della procedura di mobilità, per gli stessi, da parte dell’azienda. In sé la notizia non rappresenterebbe una grossa novità, in un paese in cui chiusura di aziende, mobilità e cassa integrazione per i lavoratori e licenziamenti sono ormai all’ordine del giorno.

Ma, in questo caso, vale la pena di soffermarsi sul caso Indesit perché esso può ben rappresentare una sorta di modello per ciò che da anni, su queste pagine, si va denunciando ovvero la mentalità da autentico capitalismo da rapina (mordi fin che puoi e, poi, fuggi) che contraddistingue la classe dirigente italiana con la sua scarsa propensione agli investimenti produttivi, la sua attitudine alla fuga dalle responsabilità gestionali e dalle alleanze industriali e, per finire in bellezza, la sua assoluta mancanza di attenzione, per dirla ancora con un eufemismo, per il territorio e i cittadini che vi risiedono.

Atto I
L’Indesit, la Regina del bianco, la principale azienda produttrice di elettrodomestici in Italia, ha una storia piuttosto lunga. Fondata nel 1930 nelle Marche, a Fabriano, come Industrie Merloni, da Aristide Merloni, l’azienda si dedica inizialmente alla produzione di bilance, per arrivare agli inizi degli anni ‘50 ad avere una quota di mercato del 40% nel comparto. Pochi anni dopo è avviata la produzione di bombole per il gas liquido e di scaldabagno. Progressivamente entra nella produzione di elettrodomestici, e nel 1960 crea il marchio Ariston.

E questo cosa c’entra con i temi soliti di Carmilla? Cos’è una pubblicità indiretta, forse? Mugugnerà già qualche lettore, ma, c’è sempre un ma, state attenti: il settore degli elettrodomestici è uno dei settori trainanti del boom economico degli anni sessanta, insieme a quello dell’auto. Quindi stiamo parlando del cuore del capitalismo industriale italiano degli anni sessanta, settanta e successivi.
Infatti nel 1975 la Merloni viene riorganizzata in tre aziende autonome:
• Merloni Elettrodomestici S.p.A., la divisione elettrodomestici, dal 2005 Indesit Company
• Merloni Termosanitari S.p.A., la divisione termoidraulica, poi Ariston Thermo Group
• Antonio Merloni S.p.A., la divisione meccanica

La Merloni Elettrodomestici diviene rapidamente la più grossa azienda nazionale del settore e acquisisce varie società e marchi come Indesit, Scholtés e Hotpoint. L’azienda è specializzata nella produzione e commercializzazione di lavabiancheria, asciugabiancheria, lavasciuga, lavastoviglie, frigoriferi, congelatori, forni e piani cottura , mantenendo negli anni la struttura proprietaria famigliare tipica del capitalismo italiano.

Indesit Company diventa il primo produttore in Italia e terzo produttore in Europa per quote di mercato (rispettivamente 25% e 11%), mentre la Antonio Merloni S.p.A, specializzatasi nella produzione di frigoriferi, congelatori, lavastoviglie, lavatrici e asciugatrici, per conto terzi e con il marchio Ardo, nonostante avesse assorbito nel 2000 l’azienda svedese Asko, produttrice di elettrodomestici, e leader nella distribuzione del settore in Nord Europa, nel 2008 viene travolta dalla crisi, che porta alla chiusura di due stabilimenti, e al procedimento di amministrazione straordinaria perché dichiarata insolvente avendo debiti per 543,3 milioni di euro. Così, dal 2010, si sarebbe fatta avanti per l’acquisizione dell’impresa, la China Machi Holdings Group, holding finanziaria cinese anche se, nel settembre del 2011, viene approvata la vendita dell’intero perimetro industriale all’imprenditore Giovanni Porcarelli, titolare della QS Group di Cerreto d’Esi, che avrebbe dovuto riassumere 700 dei circa 2300 dipendenti. Tra le principali attività della nuova società ci sarebbero lo stampaggio di materie plastiche e metalliche nonché la produzione di elettrodomestici di nicchia o professionali.

Atto II
Oggi però, come si diceva all’inizio, è la Indesit Company ad essere in crisi. A gestirne le possibili soluzioni è stata chiamata, guarda caso, la Goldman Sachs International e l’opinione più diffusa è che la famiglia Merloni finirà per cedere il controllo del gruppo, magari restandone azionista. E anche in questo caso si sta verificando se esistono le condizioni per chiudere l’operazione con l’entrata nel capitale di un socio cinese.

I cinesi sono riusciti infatti, negli ultimi anni, a conquistare quote importanti di mercato nel settore degli elettrodomestici bianchi, a livello internazionale, mettendo in discussione la leadership della Bosch Siemens (Germania), Electrolux (Svezia), Whirlpool (U.S.A.) e dei produttori italiani. E hanno, inoltre, una disponibilità di capitali liquidi molto elevata derivante da una crescita annuale che continua ad essere, nonostante la crisi economica internazionale, intorno alle due cifre percentuali del Pil.

Mentre, a detta degli esperti, il destino dell’industria del bianco italiana sembra essere ormai segnato: “non siamo riusciti a creare un campione nazionale per la difficoltà, tipica degli imprenditori italiani, di dare spazio ad iniziative comuni o alleanze. Alla fine prevalgono sempre logiche di campanile, la propensione a difendere ad ogni costo e contro ogni evidenza la propria autonomia, rivalità radicate nel tempo e incomprensioni reciproche che hanno impedito di fare gli accordi necessari. Ma da soli era impossibile farcela. E infatti è andata proprio così.1

In attesa dell’entrata trionfale dei cinesi nella produzione di elettrodomestici “italiani” c’è da registrare anche la ventilata chiusura di quattro stabilimenti italiani della svedese Electrolux e il loro, più che probabile, trasferimento in Polonia. “Il motivo è molto semplice: il costo del lavoro in Polonia è meno della metà di quello italiano […] E infatti l’industria polacca, ma anche quella cinese e turca, sta conquistando quote di mercato sempre più importanti, per tutti Indesit è una preda perfetta; il marchio è prestigioso, le posizioni di mercato in Europa sono importanti, il controllo di una sola famiglia non è più sufficiente a tener botta. I nuovi protagonisti, soprattutto cinesi come l’Haier group, hanno dimensioni difficili da contrastare che, tra l’altro, permettono investimenti massicci in ricerca e sviluppo2

Siamo alle solite: pochi o scarsi investimenti e “necessità” di abbassare il costo del lavoro contraddistinguono, da molto tempo ormai, il capitalismo italiano come l’accordo mancato alla Indesit, tra l’altro, prevedeva: “L’azienda marchigiana, per venire incontro alle esigenze dei suoi lavoratori aveva aumentato gli investimenti da 70 a 83 milioni, riportando a Fabriano la produzione dei forni oggi realizzata in Spagna e a Caserta quella dei frigoriferi attualmente delocalizzata in Turchia. Ma anche il sacrificio chiesto ai lavoratori non era di poca cosa, perché ai dipendenti si chiedeva di rinunciare a parte dello stipendio per attivare le misure straordinarie previste, e continuare a lavorare tutti, ma a singhiozzo. Inoltre i due stabilimenti nelle Marche e i due siti nel casertano dovevano essere accorpati per minimizzare anche i costi di logistica3

Atto III
Ma un particolare mancava ancora per completare il quadro: quello dei rifiuti tossici e dei rapporti con la criminalità organizzata. “Vittorio Merloni è stato presidente di Confindustria tra il 1980 e il 1984, anno in cui è diventato pure Cavaliere del Lavoro; oggi è membro del Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti e siede nel cda della Telecom. – ma come “L’Espresso” e RE Inchieste hanno però rivelato, nonostante le smentite dell’azienda – la Indesit è anche l’unica grande azienda individuata «con certezza», si legge in una riga nell’ultima relazione della commissione parlamentare sui rifiuti del febbraio 2013, «come produttore dei rifiuti avvantaggiato dall’opera del cartello criminale» dei casalesi”.

Il documento trovato è devastante: la polizia criminale scrive che nel periodo 1994-1996 (gli anni d’oro del traffico illecito di monnezza, ndr) era «in essere nel settore della raccolta e smaltimento dei rifiuti prodotti, verosimilmente anche tossico-nocivi data la natura stessa della produzione di questa struttura industriale, un rapporto esclusivo tra Chianese e i “manager” della Indesit Merloni».
Al telefono con l’avvocato considerato l’inventore dell’ecomafia e proprietario della discarica Resit ci sono «Ghirarducci» ed «Esposito», «probabilmente alti dirigenti della Indesit» (mai individuati né indagati, così come non risulta indagato nessuno dei dirigenti del gruppo che oggi si chiama Indesit Company) che avrebbero sfruttato i rapporti d’affari con il broker del gruppo criminale per far scomparire a poco prezzo gli scarti delle fabbriche dei Merloni.[…] Nella vicenda tragica della Terra dei Fuochi c’è sempre stato un convitato di pietra: dopo 25 anni di sversamenti illeciti le inchieste della magistratura (“Adelphi” e “Cassiopea” su tutte) hanno individuato in parte le responsabilità dei camorristi, ma nessuna luce è stata mai accesa sulle aziende che pagavano i clan. «Sono aziende del Nord, anche di altri paesi europei», hanno ripetuti i pentiti Carmine Schiavone e Gaetano Vassallo, senza fare nomi. Spesso le intercettazioni hanno registrato le voci dei mediatori del Centro e del Nord Italia, ma non sono mai state effettuate indagini esaustive sui clienti “finali” dei broker: gli industriali del Nord non incontravano mai gli emissari del casalesi. E, di fatto, l’hanno fatta franca.[…] La Criminalpol aveva sospetti pesanti, ma tutta l’attività di indagine è finita in una bolla di sapone. I dirigenti intercettati dell’Indesit non sono mai stati indagati, e neppure interrogati. E se le ipotesi investigative d’allora avessero avuto una rilevanza penale, oggi rischierebbero di essere prescritti. Roberto Mancini, l’ispettore che seguì le indagini, ora lotta contro il cancro: «Non è stato facile portare avanti l’indagine, ho avuto mille ostacoli» ricorda. Peccato: perché il sistema criminale messo in piedi dai Casalesi che ha avvelenato falde e terreni e avvantaggiato molte aziende del Nord si sarebbe forse potuto scoprire vent’anni fa. In troppi hanno ostacolato la ricerca della verità
.”4.

La quadratura del cerchio di classe si conclude qui. La vicenda Merloni/Indesit deve insegnare, ancora una volta, che questo capitalismo e questa classe dirigente non hanno più né autorità né, tanto meno, alcuna dignità o merito. Hanno svenduto il lavoro e la salute dei cittadini così come gli asset proprietari delle loro miserabili aziende.
uraganousa Oggi in Italia la lotta di classe deve unire lavoro e ambiente, come già sta facendo, e dovrà quindi sempre più svilupparsi sul territorio, unendo tra di loro realtà diverse, apparentemente, per esigenze e origini, ma unite dal comune denominatore della difesa dei bisogni primari. Inoltre pone all’ordine del giorno parole d’ordine che non prevedano la semplice richiesta o difesa di posti di lavoro, perché ciò può essere accontentato ormai solo attraverso la realizzazione di condizioni di lavoro e di salario sempre peggiori. Oggi si pone già la necessità del ribaltamento sociale in nome della specie e dell’ambiente in cui vive e con cui convive. Tutto il resto appartiene ormai al passato. E, come tale, è morto e sepolto.

L’ora più buia è sempre quella prima dell’alba” (David Crosby)


  1. Riccardo Monti in Fabio Tamburini, Faro cinese su Indesit. Il fronte orientale va all’attacco, Corriere della sera, inserto Economia, del 18 novembre 2013, pag. 11 

  2. F. Tamburini, art. cit. 

  3. Sara Bennewitz, Indesit apre alla mobilità, La Repubblica, 19 novembre 2013,edizione on line 

  4. Luca Ferrari, Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian, Rifiuti tossici in Campania. Spunta l’Indesit dei Merloni, L’Espresso, edizione on line, 22 novembre 2013 

]]>