tattica – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 28 Apr 2026 07:19:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 György Lukács, un’eresia ortodossa / 4 – Il partito e la dialettica marxiana https://www.carmillaonline.com/2025/02/02/gyorgy-lukacs-uneresia-ortodossa-4-il-partito-e-la-dialettica-marxiana/ Sun, 02 Feb 2025 21:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85799 di Emilio Quadrelli

Il terzo paragrafo del breve saggio è dedicato alla questione del partito e alla sua funzione direttiva nel processo rivoluzionario, qui Lukács offre la più chiara e nitida esposizione della teoria leniniana del partito che il movimento comunista abbia mai elaborato. Ma proprio detta esposizione sarà oggetto di non poche critiche e censure. Perché? Lukács, in piena continuità con Lenin, non fa altro che subordinare la forma partito alla dialettica marxiana. In altre parole, considerando, e non potrebbe essere altrimenti, il partito un prodotto storico lo pone continuamente al vaglio dell’unica forma di sovranità che la dialettica [...]]]> di Emilio Quadrelli

Il terzo paragrafo del breve saggio è dedicato alla questione del partito e alla sua funzione direttiva nel processo rivoluzionario, qui Lukács offre la più chiara e nitida esposizione della teoria leniniana del partito che il movimento comunista abbia mai elaborato. Ma proprio detta esposizione sarà oggetto di non poche critiche e censure. Perché? Lukács, in piena continuità con Lenin, non fa altro che subordinare la forma partito alla dialettica marxiana. In altre parole, considerando, e non potrebbe essere altrimenti, il partito un prodotto storico lo pone continuamente al vaglio dell’unica forma di sovranità che la dialettica marxiana riconosce: la lotta di classe. Non avevano forse detto Engels e Marx che l’unica scienza che riconoscevano era la scienza storica? Ma questa scienza non scientista non era forse determinata dai conflitti delle classi? Non era forse la soggettività di classe a essere l’elemento costitutivo e costituente della scienza marxiana? Ma questo, allora, non significa, senza ambiguità di sorta: la strategia alla classe, la tattica al partito? Questo il nocciolo della questione. Il partito non può chiamarsi fuori dalla dialettica storica, quindi non può rimanere separato e immune da ciò che, in maniera spontanea, la classe pone all’ordine del giorno.

Ciò che Lukács pone al centro di questo paragrafo è esattamente il legame dialettico tra partito e classe. Una relazione che, di fatto, negano tanto le concezioni riformiste e revisioniste alla Bernestein, quanto quelle rivoluzionarie alla Luxemburg, tutte incentrate sulla spontaneità. Ma cosa lega ciò che, in apparenza, appare non solo distante ma addirittura incommensurabile? Perché, andando al sodo, riformismo e spontaneismo non sono che due facce della stessa medaglia? Ciò che qui entra immediatamente in gioco, ancora prima della concezione del partito (questa alla fine ne sarà solo un semplice riflesso) è la visione del processo storico. Da un lato, quello che possiamo individuare come asse riformismo–spontaneità, vi è un’idea sostanzialmente evoluzionista del divenire storico per l’altra, quella riconducibile alla teoria leniniana, la storia è sempre frutto di conflitti di classe aperti e mai storicamente già determinati. Da un lato, quindi, il determinismo scientista, dall’altro la determinatezza della soggettività. Da una parte la scienza marxiana dall’altra lo scientismo positivista. Per Bernstein la funzione del partito, in piena coerenza con il suo evoluzionismo determinista e positivista, non può che limitarsi al ruolo dell’accompagnatore. In un percorso storicamente già tracciato, il compito del partito non può che essere quello del gestore di quanto già esplicito dentro la realtà. Il partito, quindi, non deve esercitare alcun surplus politico, farlo vorrebbe dire avere la pretesa di forzare il cammino storico e anteporre il treno della soggettività all’oggettività della storia. Da questo, e in fondo con piena coerenza, l’accusa a Lenin di blanquismo e giacobinismo1.

Accuse che, pur se apparentemente con segno diverso, ritroveremo nella critica luxemburghiana e, in maniera ancora più marcata, da parte di tutto quel filone comunemente noto come consiliare o comunista di sinistra2. Certo, tanto Luxemburg quanto i comunisti di sinistra non negano la necessità della rivoluzione e fanno interamente loro l’assioma marxiano: La violenza è l’ostetrica della storia, ma, proprio in virtù di ciò, considerano il partito di Lenin inutile e persino dannoso. Centrale in tutto ciò è la classe la quale, nella sua evoluzione/trasformazione spontanea, governa autonomamente il processo storico–rivoluzionario. Se per i riformisti l’evoluzione storica conduce oggettivamente, e potremmo aggiungere spontaneamente, al socialismo per Luxemburg e comunisti di sinistra la classe, attraverso una sua maturazione, arriva spontaneamente e unitariamente, il che non è poi così concettualmente distante dall’evoluzionismo riformista, alla rivoluzione e, a quel punto, la funzione del partito diventa inutile, almeno sotto il profilo della direzione politica poiché la classe si dirigerà da sola. Non solo. Questo processo sarà talmente diffuso e di massa, ovvero i livelli di coscienza di classe saranno così generalizzati e sostanzialmente uniformi, che l’esercizio della forza, ovvero la dittatura rivoluzionaria e il terrore rosso organizzati intorno al partito, saranno un fatto obiettivamente controrivoluzionario e qui non vi sono divergenze politiche ma presupposti filosofici diversi. Il problema e le differenze stanno a monte poiché diversi, distanti e incommensurabili sono i presupposti che stanno alla base della teoria leniniana e quelli che fanno da sfondo a tutti i suoi critici. In tutto ciò la diversa articolazione di una linea politica non è frutto di alcuna contingenza temporanea che, in qualunque momento, potrebbe portare a ritrovate unità, bensì la diversità incommensurabile propria di punti di vista non conciliabili. Il modo in cui, tanto da destra quanto da sinistra, i critici si posizioneranno nei confronti dell’ottobre e del coevo terrore rosso3. mostreranno come non la forza delle idee ma la materialità delle cose siano all’origine della suddivisione dei campi dell’amicizia e dell’inimicizia.

La linea di demarcazione è quanto mai rigida: da una parte il meccanicismo e l’oggettivismo di riformisti e comunisti di sinistra, dall’altro la dialettica storica marxiana. Da questa, in fondo, occorre sempre partire. La solitudine in cui Lenin il più delle volte si ritrova sarà, come vedremo a proposito della guerra imperialista, pressoché assoluta e racconta qualcosa di non secondario: la sua è la solitudine del punto di vista proletario dentro un mondo egemonizzato da tutti i punti di vista delle diverse sfaccettature del mondo borghese: è la solitudine della filosofia della prassi in lotta mortale con tutta la filosofia.

Se l’importanza di Lenin, come i suoi adulatori e critici hanno continuamente provato a evidenziare, si limitasse alla sfera politica, a distanza di anni non saremmo ancora qui a ragionare su di lui ma ciò che vale per Marx, vale per Lenin. Se Marx fosse stato un semplice economista, uno storico di valore o un politico particolarmente arguto ma non avesse segnato il mondo con una filosofia in grado di indicare per intero e per sempre il tempo storico, nessuno, se non per fini puramente dottrinali ed eruditi, prenderebbe in continuazione le sue opere tra le mani. Se ciò accade è perché questo pensiero, che non è mai un pensiero individuale ma sempre storico, ha offerto strumenti o meglio ancora, un metodo la cui attualità non decade. Paradossalmente, ma forse solo per chi lo approccia in maniera superficiale e non ne coglie così il portato complessivo, la battaglia di Lenin per il partito è quanto di meno organizzativo e pratico e quanto di più teorico e filosofico, vi sia.

La polemica di Lenin con tutto il movimento socialdemocratico e operaio dell’epoca non fa altro che reiterare le radicali divergenze di Marx ed Engels con i socialisti a loro coevi e la loro polemica verso questi fu, in apparenza, non solo puntigliosa ma persino ossessiva così come, e questo ancor più indicativo, la polemica con tutto quel mondo progressista fuoriuscito dal movimento hegeliano occupò non poco del loro tempo4. Ma quello che, a uno sguardo distratto, poteva apparire un gusto al limite del maniacale per la schermaglia intellettuale, celava una battaglia di ben altro tenore e spessore. In gioco vi era la messa a punto di uno strumento teorico–filosofico che doveva supportare tutto un moto storico il cui senso si cominciava appena a cogliere. In quel contesto dovevano essere messe a punto quelle armi della critica senza le quali la critica con le armi è destinata a soccombere. Se osservata sotto questa luce, allora, tutta la battaglia di Lenin per il partito assume una veste che si emancipa velocemente dagli orizzonti puramente organizzativi poiché, attraverso il partito, si tratta di mettere in relazione le armi della critica con la critica con le armi e pertanto porre l’accento sulle armi della critica diventa persino ovvio. Questa la distanza incommensurabile tra Lenin e tutti gli altri. La partita è tra la dialettica marxiana e la sua negazione, non su quanta importanza debba avere il Comitato Centrale. Chiuso questo prolungato ma doveroso inciso, torniamo a osservare il dibattito intorno al partito.

Per gli anti leniniani si potrebbe dire che il partito serve nella fase prerivoluzionaria come fattore illuminante, ma che decade nel momento in cui la classe approda alla rivoluzione. A caratterizzare entrambe queste due ipotesi è l’evoluzione oggettiva e spontanea in cui il passaggio storico viene a darsi. Insieme a ciò, e questo molto di più tra i cultori della spontaneità rivoluzionaria che tra gli esegeti del gradualismo riformista, vi è un’idea monolitica e sostanzialmente idealista della classe, questa, infatti, in seguito a una condizione storica determinata, approda a una coscienza di classe rivoluzionaria in blocco e, in virtù di ciò, sarebbe in grado di portare a termine il processo rivoluzionario autonomamente senza dover ricorrere a una qualche forma di direzione che non sia la direzione della classe stessa. In questo modo, palesemente, viene fatto rientrare dalla finestra quanto era stato cacciato dalla porta. A diventare essenziale, in pieno stile menscevico, diventa il livello medio della coscienza di classe poiché, accettando tale ottica, solo questa condizione mediana è in grado di unire la classe. A non essere compreso è quanto, all’interno delle dinamiche del conflitto di classe, a essere determinanti siano comunque e sempre i settori avanzati della classe e non la sua media statistica.

Da sempre, in ogni situazione di conflitto, è solo e unicamente una minoranza significativa a prendere l’iniziativa e a trascinare le masse medie. Le rivoluzioni sono sempre opera di una minoranza di massa ma una minoranza in grado di cogliere l’occasione che un determinato contesto offre5. Di più: l’azione di questa ha sempre i tratti di un cominciamento e non quelli di un millimetrico progetto studiato a tavolino. “Si comincia… poi si vede!” Appunto, ma ciò che in questa concezione viene soprattutto elusa è la funzione cosciente del partito la quale, è tale, proprio perché poggia sulla triade marxiana prassi/teoria/prassi. Questo, a conti fatti, sembra essere il vero nocciolo della questione e non si tratta certo di cosa da poco. Solo comprendendo ciò, e assumendolo completamente come mostra Lukács, diventa possibile andare al fondo della teoria leniniana del partito. Lenin sicuramente, come si è visto, non nega che la strategia sia sempre appannaggio della classe mentre ciò che spetta al partito è la dimensione propria della tattica. Volendo si potrebbe risolvere la triade prassi/teoria/prassi in strategia/tattica/strategia e, con ciò, forse le cose diventano più chiare. Dalla prassi che è ciò che le masse esprimono in potenza, attraverso alcune pratiche, ed è quindi riconducibile alla messa in atto di una prospettiva strategica, la teoria, ovvero il partito in quanto elemento cosciente, ricava una tattica la quale viene rimessa nella prassi quindi dentro la strategia della classe che a sua volta rimette in campo una prassi. Ciò che gli spontaneisti non colgono è come questo passaggio dalla prassi alla prassi non può darsi in maniera lineare ed evoluzionista ma necessita di un intermezzo in grado di rendere esplicito e organizzato ciò che la strategia ha posto, ma solo in potenza, all’ordine del giorno. Il partito è l’anello di congiunzione permanente che consente alla prassi di compiere un salto qualitativo.

Quando il partito rimette nella prassi ciò che ha appreso dalle masse lo fa avendo trasformato quella potenzialità politica in tattica insurrezionale ed è questo passaggio politico che restituisce alla classe. In questo modo, e solo in questo, il partito assolve la sua funzione direttiva; ma non solo: centrale, nel ruolo e nella funzione che il partito deve assolvere, è la capacità di leggere, dentro i fatti prodotti dalla classe, la tendenza. Esattamente qui si pone la netta e rigida contrapposizione tra la teoria leniniana del partito e il codismo6 che, pur se in maniera diversa, ne accomuna i critici. Proprio perché la classe non è un tutto omogeneo e i suoi comportamenti assolutamente non lineari e fautori di un unico livello di scontro, occorre saper comprendere, interpretare e visualizzare entro quale tendenza questi si pongono. Si tratta di applicare la dialettica marxiana dentro il conflitto di classe e farlo tenendo sempre a mente che, come ricorda Marx: “É dall’anatomia dell’uomo che si ricava l’anatomia della scimmia”. Ciò significa che, in relazione al conflitto di classe, la tendenza va colta a partire dal punto più alto della conflittualità. Quello e solo quello indica dove si colloca la strategia della classe.


  1. Queste accuse furono rivolte a Lenin da gran parte della socialdemocrazia del tempo. Lo stesso testo Che fare? non risultò immune da tali critiche.  

  2. Le migliori esposizioni teoriche di questa opposizione teorica all’impostazione leniniana rimangono, K. Korsch, Marxismo e filosofia, Edizioni Pgreco, Milano 2012, A. Pannekoek, Lenin filosofo, Edizioni Pgreco, Milano 2016. Per una buona e documentata ricostruzione storica di questa tendenza si veda, E. Rutigliano, Linkskommunismus e rivoluzione in occidente. Per una storia del Kapd, Edizioni Dedalo, Bari 1974.  

  3. Sull’esercizio del Terrore rosso come risposta ai suoi critici di destra e di sinistra rimane insuperabile, L. Trockij, Terrorismo e comunismo, Sugar, Milano 1964.  

  4. K., Marx, F. Engels, La sacra famiglia, Editori Riuniti, Roma 1967.  

  5. Al proposito il modo in cui prese forma la Rivoluzione francese è quanto mai esemplificativo. L’attacco alla Bastiglia, l’evento che diede il la a una delle più grandi rotture storiche, fu opera di circa un migliaio di persone. Cfr., A. Mathiez, G. Lefebrve, La rivoluzione francese, Vol. I, Einaudi, Torino 1997.  

  6. Sul codismo si vedano le argomentazioni di G. Lukács in, Coscienza di classe e storia. Codismo e dialettica, cit.  

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L’armata a cavallo (che non cambiò i destini del mondo) https://www.carmillaonline.com/2020/09/23/larmata-a-cavallo-che-non-cambio-i-destini-del-mondo/ Wed, 23 Sep 2020 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62642 di Sandro Moiso

Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, MILLENOVECENTOVENTI. La “marcia sulla Vistola” e la rivoluzione alle porte d’Europa, traduzione a cura di Fabio Pellicanò, Circolo Internazionalista Francesco Misiano, supplemento a Pagine Marxiste n° 48, gennaio 2020, pp. 160, 10 euro

Isaak Babel’, giornalista e scrittore sovietico, nel 1940, quando fu fucilato nella prigione di Butyrka a seguito di un ennesimo processo farsa, pagò duramente l’onesta descrizione della campagna militare in Polonia durante la guerra civile russa fatta nei racconti contenuti nella sua opera più famosa: L’armata a cavallo (titolo originale “La cavalleria rossa”). [...]]]> di Sandro Moiso

Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, MILLENOVECENTOVENTI. La “marcia sulla Vistola” e la rivoluzione alle porte d’Europa, traduzione a cura di Fabio Pellicanò, Circolo Internazionalista Francesco Misiano, supplemento a Pagine Marxiste n° 48, gennaio 2020, pp. 160, 10 euro

Isaak Babel’, giornalista e scrittore sovietico, nel 1940, quando fu fucilato nella prigione di Butyrka a seguito di un ennesimo processo farsa, pagò duramente l’onesta descrizione della campagna militare in Polonia durante la guerra civile russa fatta nei racconti contenuti nella sua opera più famosa: L’armata a cavallo (titolo originale “La cavalleria rossa”). Testo, pubblicato in prima istanza nella rivista LEF di Vladimir Majakovskij nel 1924, che era il risultato delle osservazioni fatte sul campo dallo scrittore che era stato assegnato, come giornalista, alla prima armata a cavallo del Feldmaresciallo Semën Michajlovič Budënnyj, diventando così testimone diretto della campagna di Polonia che cercava di portare la rivoluzione comunista fuori dalla Russia. In quell’occasione l’Armata Rossa penetrò fin quasi a Varsavia, ma fu infine respinta nella battaglia del 1920 svoltasi in prossimità della capitale polacca.

Anche l’autore del testo qui recensito, Mikhail Nikolayevich Tukhachevsky, finì col pagare con la vita nel 1937, tra le altre cose, le posizioni sostenute nel corso di quella campagna militare e la critica alle scelte militari dell’incipiente stalinismo. Ma con una non piccola differenza, rispetto al primo: egli aveva diretto, in qualità di generale dell’Armata Rossa, le operazioni sul fronte polacco ed era stato testimone degli errori politico-militari che avevano minato la riuscita di una campagna militare che avrebbe potuto cambiare le sorti della storia d’Europa e del mondo, se le armate sovietiche fossero riuscite a congiungersi con la classe operaia tedesca ed occidentale nei turbolenti anni del primo dopoguerra.

A Tukhachevsky, già sottotenente dell’esercito zarista, dopo la Rivoluzione era stato affidato il comando della I Armata che combatté sui principali fronti della guerra civile. La sua carriera militare fu notevole: capo di stato maggiore dell’Armata Rossa nel 1924, fino al più alto grado, quello di maresciallo dell’Unione Sovietica. Nonostante le divergenze d’opinione su questioni di carattere militare e politico mantenne sempre ottimi rapporti – ufficiali e personali- con Trotsky, nei confronti del quale mai espresse giudizi sfavorevoli o critiche, ignorando così le pressioni del partito. Arrestato nel maggio 1937 nel corso delle grandi purghe staliniane, Tukhachevsky venne condannato per spionaggio con false prove ed eliminato.

La pubblicazione italiana del testo, curata dal Circolo Internazionalista Francesco Misiano, in occasione del centenario di quella guerra, riproduce sia le conferenze tenute dal generale sovietico per il Corso di Complemento dell’Accademia militare di Mosca dal 7 al 23 febbraio del 1923 che una lettera dello stesso Tukhachevsky a Zinov’ev del 18 luglio 1920, in cui veniva tracciata una prima e importante valutazione politica delle ragioni del fallimento dell’offensiva sul fronte occidentale.

Il lettore, infatti, troverà tra le sue pagine, oltre ad un’ attenta disamina sulla questione Crisi, guerra e rivoluzione in Marx, Engels e Lenin e sullo specifico della guerra russo-polacca contenuta nella Postfazione curata dai militanti del Circolo Misiano, la possibilità di riflettere su alcune problematiche di carattere sia storico che politico che a cent’anni di distanza non hanno ancora perso significatività.

Quelle di carattere storico riguardano la superficialità con cui negli ultimi decenni, ma forse anche già da prima, si è guardato a quella guerra, interpretandola soltanto come un primo passo dell”imperialismo’ sovietico nei confronti della Polonia, prima, e del resto dell’Europa centrale poi.
In questa dominante vulgata la Polonia del Maresciallo Józef Klemens Pilsudski, che dopo l’entrata in vigore della Costituzione parlamentare nel 1921 e la vittoria elettorale dei democratico-nazionali nel 1922 avrebbe, nel 1926, preso il potere con un proprio partito di ispirazione fascista (Sanacja – Risanamento), abolito il Parlamento e assunto poteri pienamente dittatoriali che avrebbe poi mantenuto fino alla sua morte nel 1935, di solito interpreta il ruolo della giovane e orgogliosa nazione, tutta unita al suo interno, che lotta contro l’aggressione del gigante vicino.

In realtà, prima e durante la guerra con le armate rosse, il paese fu sconvolto da lotte operaie che furono duramente represse e da una ribellione serpeggiante fin nelle file dell’esercito. Motivo per cui, durante lo stesso conflitto, almeno un reggimento tentò di passare, al completo di armi e bagagli, sotto il comando dell’Armata Rossa.

Smontata questa impostazione patriottarda della resistenza polacca al “dilagare” delle armate sovietiche, il passo successivo sarà dunque costituito dall’esame degli errori militari e politici che contribuirono al rallentamento prima e alla sconfitta poi dell’offensiva rivoluzionaria verso il cuore dell’Europa occidentale e della sua ribollente, all’epoca, classe operaia.

E qui militare e politico si intrecciano inequivocabilmente, come d’altronde avviene quasi sempre in ogni guerra, poiché molto spesso gli errori compiuti sul campo derivano da scelte operate lontano dal fronte e intorno ai tavoli della politica.
Nelle settimane dirimenti per l’offensiva, inutili furono i richiami e gli ordini di Tukhachevsky affinché tutti gli sforzi e tutte le forze disponibili sul fronte della Vistola fossero concentrate nel tentativo di prendere Varsavia. Una parte dello Stato Maggiore sovietico, tra cui lo stesso Budënnyj, preferì non dare ascolto alle richieste del comandante delle operazioni, per puntare invece tutte le altre risorse disponibili nel tentativo di conquistare la città di L’vov (Leopoli), obiettivo assolutamente secondario, se non inessenziale, rispetto alle ragioni della campagna rivoluzionaria voluta dagli stessi Lenin e Trotsky.

Qualunque fossero le scelte di carattere personale operate dagli altri generali (tattiche oppure semplicemente legate a motivi di invidia e rancore personale nei confronti del nascente astro di Tukhachevsky), si manifestò proprio in quel momento l’inizio del contrasto tra due differenti concezioni delle finalità della stessa rivoluzione russa.
La prima, fatta propria da Lenin, Trotsky e dallo stesso Tukhachevsky, intendeva la rivoluzione dei Soviet come un primo passaggio verso una rivoluzione internazionale permanente, destinata ad essere esportata anche con le armi o, come si diceva allora, “sulla punta delle baionette”, al fine del rovesciamento su scala mondiale, o almeno europea, del capitalismo.
La seconda, che si rivelò poi vincente con l’ascesa di Stalin ai vertici del potere, intendeva invece ciò che era successo dal febbraio del ’17 in poi come un movimento indirizzato alla creazione del “socialismo in un solo paese”. Sostanzialmente una rivoluzione nazionale il cui compito sarebbe stato quello di rendere indipendente e potente la nascente Unione Sovietica.

E’ facile capire come, su un fronte in movimento, qualsiasi ritardo possa trasformarsi in disfatta per gli eserciti che avanzano e in motivo di rafforzamento per quelli schierati a difesa dell’obiettivo principale che i primi intendevano raggiungere, così, nel giro di poche settimane, l’offensiva fallì, trasformandosi in disfatta.
E qui occorre aggiungere un paio di altre considerazioni.

La prima è che quella offensiva nulla ebbe a che spartire con l’espansionismo sovietico nei confronti dell’Europa centrale e germanica alla fine del secondo conflitto mondiale, compresa la scelta di lasciare massacrare gli insorti polacchi dalle truppe naziste, dopo che i primi avevano già liberato Varsavia dalle truppe tedesche, molto meglio armate, nell’estate-autunno del 1944.
Tanto meno con gli interventi militari a favore dei paesi e dei partiti fratelli (Berlino Est 1953 – Ungheria 1956 – Praga 1968 – Polonia 1981). Operazioni militari e interventi repressivi che invece servirono a manifestare in pieno il volto imperialista del “socialismo in un solo paese” .

La seconda è data dal fatto che, pur tenendo conto delle scelte autoritarie del governo rivoluzionario e del ruolo di comandante svolto da Tukhachevsky nelle operazioni nei confronti dei rivoltosi di Kronstadt e di Tambov, il tentativo di sfondare in Occidente era dettato dal sincero convincimento che soltanto con la partecipazione degli operai e dei comunisti occidentali ad un allargamento internazionale della Rivoluzione questa avrebbe potuto affermarsi in maniera stabile e, forse, definitiva. In un momento in cui in Europa, dalla Germania all’Italia del Biennio Rosso, le insurrezioni e le acque della rivolta sociale erano tutt’altro che placate.

Ed è proprio nella lettera a Zinov’ev che possiamo ritrovare alcune considerazioni, svolte dal generale sovietico, utili ancora oggi, esattamente ad un secolo di distanza, ed estremamente significative per cogliere appieno il significato delle scelte politiche e militari di Tukhachevsky:

La guerra civile, che non fu una piccola guerra né una guerra partigiana, ma una guerra civile vasta, materialmente logorante, durata due anni e mezzo, ci colse di sorpresa per ciò che riguardava le sue proporzioni.
Per ciò che riguarda un esercito proletario regolare, in generale il complesso dei membri del nostro partito non era preparato.
Questa nostra mancanza di preparazione alla guerra fa sentire ancor oggi le sue conseguenze. Il principale motivo di questi errori sta nel fatto che non sono stati studiati né la forma teoretica né i mezzi per resistere alla borghesia nel periodo della rivoluzione socialista. La strategia e la tattica delle guerre civili da una parte e di quelle imperialiste e nazionali dall’altra non sono eguali (per ciò che concerne le forme e i mezzi) neppure in una stessa epoca. E’ necessaria un’indagine sulla teoria della guerra civile: questo tipo di guerra interessa più di ogni altro la classe operaia e quindi il Partito comunista, come elemento attaccante; e quindi essi devono studiarla […]1

I principii fondamentali della strategia della guerra di classe cioè della guerra civile su cui si dovranno basare tutti i calcoli e che sono nettamente diversi dai principi fondamentali della strategia della guerra imperialistica sono i seguenti:

1) La guerra si potrà concludere solo con l’instaurazione dell’universale dittatura del proletariato, perché la borghesia mondiale non permetterà all’isola socialista di vivere in pace.
2) Da questo primo principio segue che lo Stato, una volta soggetto al potere della classe operaia, non dovrà proporsi in guerra uno scopo politico conforme alle sue forze armate e mezzi militari, bensì creare forze bastevoli alla conquista degli stati borghesi in tutto il mondo.
3) La fonte da cui l’esercito trarrà i suoi uomini sarà il proletariato di tutto il mondo, senza riguardo per le nazionalità.
4) Non vi sarà mai pace sulle frontiere tra l’isola socialista e lo Stato borghese. Esse saranno sempre un fronte, sia pure in forma latente.

[…] La guerra civile mondiale non deve coglierci completamente di sorpresa. La classe operaia deve essere addestrata a combatterla […] Mi sembra che la situazione non permetta indugi2.


  1. Lettera a Zinov’ev, compresa in M.N.Tukhachevsky, Millenovecentoventi, pag. 95  

  2. Lettera, op. cit., pp. 96-97  

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Tutta mia la città: appunti dalla mobilitazione di Centocelle https://www.carmillaonline.com/2019/12/21/tutta-mia-la-citta-appunti-dalla-mobilitazione-di-centocelle/ Sat, 21 Dec 2019 22:01:20 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56513 a cura di Azione Antifascista Roma Est

[Si è deciso di ripubblicare qui un intervento relativo ai fatti ed alla mobilitazione di Centocelle a partire dai roghi dei locali, in particolare della libreria La pecora elettrica e del Baraka Bistrot, che hanno posto il quartiere romano sotto i riflettori della stampa nazionale. Pur essendo passata la prima ondata di attenzione per gli avvenimenti specifici, ci sembra interessante riportare un documento che costituisce più un’analisi politica che una narrazione degli eventi e che, proprio per tale motivo, può rappresentare un utile strumento di riflessione metodologica e tattica per gli odierni movimenti [...]]]> a cura di Azione Antifascista Roma Est

[Si è deciso di ripubblicare qui un intervento relativo ai fatti ed alla mobilitazione di Centocelle a partire dai roghi dei locali, in particolare della libreria La pecora elettrica e del Baraka Bistrot, che hanno posto il quartiere romano sotto i riflettori della stampa nazionale. Pur essendo passata la prima ondata di attenzione per gli avvenimenti specifici, ci sembra interessante riportare un documento che costituisce più un’analisi politica che una narrazione degli eventi e che, proprio per tale motivo, può rappresentare un utile strumento di riflessione metodologica e tattica per gli odierni movimenti di resistenza e organizzazione sui territori.]

Quello che sta accadendo a Centocelle da alcune settimane ha colto tutti di sorpresa, dai tg nazionali ai politici improvvisamente vicini alla popolazione, dagli abitanti fino a noi militanti di zona e non solo.
Certo l’idea di un quartiere sotto l’attacco del fuoco di un nemico dai contorni sfumati lascia ampio margine a scoop, fantasticherie, dichiarazioni stampa e sussurri da bar. Ma ancora di più si vede che è attrattiva la capacità di un territorio di fornire risposte forti e determinate, quando si trova a reagire ad una palese aggressione alla sua incolumità. Due cortei, convocai nell’arco di tempi strettissimi, con una partecipazione non solo estremamente numerosa (circa duemila persone al primo appuntamento, circa cinquemila al secondo) ma anche variegata, meritano evidentemente di essere analizzati.
Noi siamo stati tra i primi a lanciare la mobilitazione e tra i primi a restarne sorpresi, non lo diciamo qui per arrogarci un qualche merito, ma crediamo utile condividere quanto abbiamo visto, sperimentato e colto come indicazioni da questa serie di eventi, che travalicano di molto la questione strettamente contingente dei locali incendiati producendo di fatto un’eccedenza. Quello che segue non è allora la nostra agiografia di una mobilitazione di cui stiamo ancora capendo i contorni, ma dei piccoli spunti che, almeno per noi, sono grandi lezioni di politica.

Cerca gli amici
Il nostro quartiere è un grosso quadrilatero con una lunga storia operaia e resistenziale, borgata popolare, covo di rivoltosi e banditi d’ogni risma, che tutt’ora, nonostante le trasformazioni urbane, vanta una radicata presenza di collettivi, spazi sociali, comitati, associazioni e reti organizzative. Uno dei primi percorsi che abbiamo intrapreso tempo fa, da gruppo politico antifascista quale siamo, è stato tessere un legame tra tutte le realtà che ci erano più vicine. Con esse è nata una rete antifascista territoriale, che ci ha permesso di stare sulle piazze e sviluppare una serie di iniziative sociali, nonché di ridare vita allo storico corteo del 25 aprile; abbiamo sopperito alla mancanza di forze di ciascuno unendoci come e quando possibile, a partire da un’analisi comune ma soprattutto da una condivisione di un metodo e di alcune pratiche. Lo abbiamo fatto mettendo da parte quell’attitudine movimentista, a guardare gli altri con sospetto, come fossero la concorrenza sleale della propria bottega, facendo un passo indietro davanti a differenze ideologiche spesso stridenti e scrollandoci di dosso, non senza fatica, la pretesa di stare sempre nei nostri panni rigettando quelli altrui.
Si dirà che una rete così eterogenea e centrata sull’antifascismo è poca roba, che non ha la possibilità di andare granché lontano o darsi chissà quale progettualità e forse è anche vero. Ma possiamo dire, ora con assoluta certezza, che mettere a valore (e non da parte) le diversità, partire dai limiti e intavolare ambiti di discorso franchi e costruttivi è un metodo che paga, che aumenta le capacità e che sedimenta una forza comune spendibile secondo le diverse occasioni o necessità.
Senza questa tensione a fare rete, non ci sentiamo sicuri di dire che l’appello alla piazza, fatto dalla mattina alla sera sull’onda dell’emergenza, avrebbe avuto lo stesso effetto; né crediamo che sarebbe stato possibile mantenere una relazione dopo l’accaduto con tutte le persone che abbiamo incontrato. Un conto è fare rete tra piccoli gruppi antifascisti, o connettere le realtà militanti presenti nello stesso quadrante della città; altro conto è riuscire a interagire con realtà territoriali, che agiscono su vari temi, anche molto diverse da noi e tra loro, come il comitato dei cittadini per la cura del parco, l’associazione dei commercianti o i genitori che si organizzano per occuparsi a vicenda ed in comune dei loro figli. Si tratta di esperienze organizzative diverse che per noi, però, rappresentano in egual modo ambiti di sperimentazione di quello, che durante i vari festival antifascisti fatti in giro per l’Italia dall’ anno scorso, abbiamo chiamato “antifascismo sociale”.

Esci dal guscio
Se ci siamo trovati spiazzati la sera del 6 novembre quando Piazza dei Mirti era strapiena di gente prima ancora dell’orario dato per il concentramento, figuratevi quando ci siamo trovati dopo il rogo del Baraka, a due giorni dalla prima Passeggiata, davanti ad una platea di abitanti che, non solo rifiutava compatta l’uso delle forze dell’ordine come soluzione del problema, ma si autoconvocava per il giorno successivo in un centro sociale, in cui molti non erano nemmeno mai stati (e questo a prescindere, di fatto, dalla stessa componente militante), per capire come portare avanti una mobilitazione a difesa della propria comunità.
Duecento persone di domenica pomeriggio hanno deciso di impiegare il loro giorno di riposo per stare oltre tre ore a parlare con degli sconosciuti di come fare fronte comune ad una minaccia concreta. Ne sono emerse posizioni differenti, idee contrastanti, visioni del mondo e del quartiere che difficilmente si sarebbero parlate altrove. Ma il vero dato comune uscito fuori, oltre le rivendicazioni particolari e l’ovvia attenzione verso quanto accaduto nei giorni precedenti, è stato il netto bisogno di confrontarsi: ciò che si coglieva in quell’assise era la volontà di ciascuno di uscire dal proprio guscio, di parlare con altri simili, di sentirsi parte di una comunità, di curare un aspetto della vita che è quello collettivo. Lo diciamo senza retorica: il bisogno esistenziale di sentirsi parte di qualcosa è molto più materiale e concreto di quanto possiamo credere. Ma come è possibile che da un giorno all’altro si siano spezzati il meccanismo della riserva indiana che vede i militanti rinchiusi nei propri spazi e nelle proprie certezze e l’indifferenza metropolitana che vede ognuno per sé e Dio per tutti? Come è accaduto che ci si sia trovati a discutere di negozi minacciati dalla malavita, di parchi sporchi e non illuminati, di centri sociali sotto sgombero e di riuscire a trovarsi d’accordo? Vero è che l’emergenza fa la famiglia ma, anche rispetto alle emergenze è bene assumere un comune atteggiamento ed una comune inclinazione: mettersi in ascolto, porsi in sintonia, ricercare un linguaggio comune senza imporre il proprio, mettersi in relazione con il territorio e con i bisogni condivisi di chi lo abita come noi. Insomma, scendere dal piedistallo prendendo parte e sentendosi parte, seppur da una chiara prospettiva di parte. Evidentemente, nello sforzo di fare rete e smussare gli spigoli di ciascuno, ci siamo educati (probabilmente anche in modo inconsapevole) ad avere un approccio laico alle cose della vita, a prendere ciò che il presente ci offre con minor ideologia e maggior pragmatismo. Avremmo potuto ignorare il bisogno di sicurezza classificandolo come istanza reazionaria, l’esigenza di parchi puliti e illuminazione catalogandola come velleità cittadinista, avremmo potuto misconoscere le indicazioni che il contesto presentava e tirare dritto per la nostra strada fatta di granitiche certezze e formule comode. Siamo riusciti invece a fare un passo indietro rispetto a noi stessi, mettendo da parte le nostre tipiche formule discorsive, le meccaniche di movimento, le posture da veterani del conflitto sociale e ci siamo posti all’ascolto, alla ricerca di un rapporto osmotico col territorio prendendo ogni spunto per quello che era: la legittima istanza di chi abita e vive il quartiere di Centocelle. Le persone che erano in piazza nelle due Passeggiate e che si sono sedute nelle assemblee di questi giorni hanno a cuore il loro quartiere e la loro comunità, è all’interno di questi elementi che esistono mondi interi: dagli spazi sociali sotto sgombero ai consultori chiusi, dalle vertenze lavorative ai parchetti puliti, dagli asili nido che mancano, ai migranti additati come capro espiatorio di tutti i mali del mondo, alla gentrificazione e giù fino ai commercianti in rosso. Abbiamo qui un inventario di lotte avviate o potenziali che aspettano di essere amplificate da un discorso comune ed ognuna di queste è in grado, in potenza, di innescare una reazione a catena una volta costruita una cornice di mutuo riconoscimento e una volta sviluppato un metodo di mutuo appoggio.
Come antifascisti, per essere un po’ più chiari, se avessimo parlato in assemblea di fascismo sistemico o di come il sovranismo stia prendendo piede nel mondo, avremmo trovato davanti una platea di sbadigli e occhi che roteano nervosamente cercando la via di fuga. Abbiamo capito infatti che non sempre il nostro punto di vista, se non declinato a partire dalle istanze sociali reali e dai bisogni materiali effettivi, riesce ad essere messo a fuoco. Parlando invece di un quartiere da difendere, di una comunità resistente da costruire, di un territorio da sottrarre alla militarizzazione, alla paranoia securitaria o alle passerelle elettorali piuttosto che alle ronde dei fascisti ci siamo messi in sintonia con molti altri.
Non siamo dei geni, non abbiamo avuto e non abbiamo tuttora la ricetta vincente, ma abbiamo dialogato con tante persone tutte diverse tra loro e da noi, quelle che spesso e volentieri ci sembrano così lontane, scoprendo che invece ci si intendeva perfettamente.

Drizza le orecchie
Possiamo dirlo, nell’epoca dell’indifferenza, l’ascolto è una virtù rivoluzionaria. E la frase ha più significati (escluso quello morale e cristiano che non ci interessa). Anzitutto combattere contro un nemico invisibile, come lo si chiama sui giornali adesso, impone una maggiore consapevolezza, non di meno, trovarsi di fronte ad una mobilitazione che giunge inaspettata rende imprescindibile sviluppare un’idea minimamente strategica. Usciti da una prima fase emergenziale non possiamo limitarci alle nostre ipotesi, quando diciamo che dobbiamo entrare in rapporto osmotico col territorio ed ascoltare le indicazioni che offre, questo intendiamo: dai nostri spazi e dalle nostre condizioni di vita non possiamo dare per scontato tutto ciò di cui ha bisogno un territorio, né le dinamiche peculiari che ne determinano le evoluzioni. Possiamo conoscerne il funzionamento generale e coglierne le necessità generali, ma non riusciremo mai ad operare un’azione capillare ed efficace se non mettiamo in moto l’intelligenza collettiva che raccoglie insieme i vissuti, le competenze e le conoscenze dirette di una molteplicità di attori che vivono e animano il contesto di riferimento. Tutti i frammenti che possiamo cogliere alla rinfusa sulla strada vanno messi a sistema in un caleidoscopio capace di offrire una visione stratificata e multiforme del campo d’azione.
Se questo si fa raccogliendo e ascoltando, un ulteriore passaggio si impone come necessario e conseguente: la centralità dell’inchiesta e del suo metodo diventano imprescindibili nel momento in cui si vogliano trasformare, secondo un ordine di priorità condiviso, i bisogni in un processo di lotte territoriali, in cui il piano dell’aggregazione viene spingendosi sul bordo della conflittualità sociale. L’utilità di un’inchiesta territoriale del resto, per noi, non è solo quella di sviluppare una capacità di cogliere la complessità del presente, quanto più quella di saper anticipare i processi, le tendenze e le trasformazioni in atto per uscire dalla dinamica emergenziale e resistenziale riuscendo invece a prevenire ed agire tempestivamente il reale.
Una comunità resistente deve sviluppare la capacità di individuare i suoi bisogni e di metterli a sistema, di comprendere qual’è lo spettro di indizi, quali sono i macroprocessi in atto che determinano una situazione specifica, quali le esigenze che emergono come prioritarie e come provare a soddisfarle, quali sono i suoi amici, quali i potenziali nemici, quali i metodi, i linguaggi, gli obbiettivi, ma soprattutto quali i mezzi e gli strumenti di cui si dota per raggiungerli.
È solo nella capacità di ascoltare e cogliere senza pregiudiziale ideologica ciò che il presente offre come campo di battaglia, che si possono operare fratture rispetto alla dilagante pacificazione sociale e aprire alle possibilità di trasformazione antagonista, senza paura di fallire o uscire dal nostro seminato. È necessario mettersi nelle condizioni di praticare l’impensabile, di essere dove nessuno si aspettava di trovarci e di farlo in maniera inedita ed anche spregiudicata se necessario.

Cogli l’occasione
Sapevamo benissimo, la mattina del rogo alla Pecora Elettrica, che si sarebbe scatenata una querelle di giornalisti, di politicanti, tuttologi, opinionisti e fascisti. E sapevamo che se non facevamo qualche cosa il discorso securitario avrebbe preso il sopravvento e ci avrebbe travolto con tutto il suo stuolo di cacce al “negro”, di ronde antispacciatori, di polizia e militari, di coprifuoco e telecamere. Del resto, un minimo di conoscenza del territorio, dei sentimenti e delle pulsioni latenti, della popolarità di cui godono alcune istanze reazionarie (si pensi al successo di Lega e Fratelli di Italia nel V Municipio alle ultime elezioni) anche nel quartiere di Centocelle, ci hanno permesso di giocare di anticipo. Si imponeva la necessità di difendere il nostro quartiere da quest’esondazione sempre più frequente di fascismo diffuso e sistemico. Si imponeva la necessità di riflettere e di agire quella temporalità che ci viene imposta dai ritmi frenetici della contemporaneità occidentale, in cui oltre a subire un quotidiano bombardamento mediatico sui fatti di cronaca, veniamo spesso sovrastati dagli eventi rispetto ai quali abbiamo difficoltà ad esprimerci e a prender parte. Agire in maniera efficace a partire da problemi sociali richiede, però, un certo tempismo e una certa puntualità dell’azione rispetto al sorgere di determinate questioni. Abbiamo allora chiamato a raccolta per una Passeggiata di Autodifesa, piuttosto che ad un corteo di solidarietà o altro, e lo abbiamo fatto in modo spontaneo e naturale di fronte alle telecamere, in giro per i bar e sulle chat di zona. Ci è venuto quasi automatico chiamare così la nostra modalità di stare in piazza, perché era di questo che sentivamo il bisogno come rete territoriale, ma questo sapevamo che era anche il bisogno delle persone intorno a noi.
Proprio per un approccio laico alle cose, abbiamo intuito (e non certo da soli né per primi) che quello della sicurezza è ormai un bisogno assodato, per quanto sia sicuramente un bisogno indotto o quantomeno amplificato dalla retorica politica e dalle campagne di isteria di massa dei media mainstrem. Inutile starci a dire quanto sia reazionario come discorso, di come sia il cavallo di battaglia della peggior destra e lo sdoganamento della guerra ai poveri. Tutto vero, ma è anche vero che il bisogno di sentirsi sicuri fa parte non solo della specie umana, ma di qualsiasi animale con un minimo di istinto di sopravvivenza e se il nemico ne ha fatta la sua bandiera ovunque, forse è bene levargliela di mano o quantomeno rendergli difficile usarla.
Nel camminare per strada dietro lo striscione Combatti la Paura, Difendi il Quartiere ci siamo attirati gli strali dei benpensanti che ci hanno dipinto come sceriffi allo sbaraglio, la critica di quella parte di movimento che vede l’autodifesa come una pratica contraddittoria e stridente rispetto ad una certa ideologia. In molti, tra cui anche gli amici, ci hanno guardato come si fa con un incorreggibile nipote che ripete l’ennesimo errore senza mai ascoltare i buoni consigli. Ma per noi, che ragionavamo su questo tema ormai da tempo insieme a molte realtà del territorio e ad altre diffuse in tante città italiane, si è trattato di agire per riempire uno di quei tanti vuoti politici a cui sono abbandonate le istanze sociali. Perché il vuoto quando non è organizzato, è sempre reazionario e viene colmato dal nemico. E dietro quello striscione c’era un intero quartiere, in tutte le sue più insospettabili componenti. Non abbiamo seguito nessun copione rodato ma evidentemente un’intuizione che, elaborata nel tempo ma agita tempestivamente, ha saputo incidere sulla percezione della realtà.
Siamo stati spregiudicati e abbiamo, volenti o nolenti, sparigliato le carte in tavola. Chi si aspettava di trovarsi una marcia per la pace e la solidarietà o, al contrario, una fiaccolata per la sicurezza e la segregazione, è rimasto deluso o allibito.
Tramite la difesa del quartiere abbiamo fatto capire molto chiaramente che non è accettabile, non solo che le vite di chi ci lavora o ci abita vengano messe a repentaglio da attività criminali di qualsiasi natura, ma anche che i processi di speculazione e messa a profitto incontrollata dei territori sul libero mercato e parimenti la militarizzazione delle strade, non siano soluzioni ma problemi enormi da cui difendersi. Centocelle è un quartiere con un suo tessuto popolare vivo e pulsante, è molto di più che una piazza di spaccio o una zona di struscio come dicono in tanti.
È quella dimensione comunitaria e resistente che vogliamo curare, proteggere e far crescere. Per questo diciamo che la sicurezza del territorio la fanno gli abitanti che lo vivono e si organizzano, che l’unica sicurezza possibile è la vivibilità di un territorio dove gli abitanti decidono del loro destino, dove non abita la paura e dove lo Stato piuttosto che proporre posti di blocco dovrebbe rispondere ai bisogni e alle necessità di chi lo abita. Ed avevamo ragione, perché se le istituzioni hanno risposto a questa chiara e diffusa presa di posizione blindando il quartiere e facendolo sembrare una zona di guerra con pattuglie e blocchi ovunque, gli abitanti hanno risposto puntualmente per strada e nei tavoli istituzionali che non è questo che ci interessa, che l’unica soluzione possibile è la costruzione di territori a dimensione umana. Non solo, di fronte alla sordità, all’incompetenza o ai tentennamenti dei rappresentanti delle istituzioni, si è reso evidente e lampante a tutti che l’unico modo per interagire ed ottenere risultati è la mobilitazione ad oltranza, la costruzione in autonomia di comunità resistenti in grado di determinare le scelte di campo.
Sempre in modo poco ortodosso abbiamo rotto un altro dei nostri grandi tabù da compagni, il rapporto con la stampa.
Ci siamo sovraesposti ai riflettori dei media mainstream in maniera forse spudorata ma consapevole. Di fronte all’imponenza della mobilitazione e all’attenzione mediatica, abbiamo colto la possibilità di inquinare il discorso mainstream ed imporre, per quanto possibile, la nostra narrazione al grande pubblico. Se in altri tempi avremmo cacciato i giornalisti dal corteo o ci saremmo limitati a guardarli male, questa volta ci siamo messi a favor di telecamera e l’abbiamo fatto in modo che sui giornali e nei tg si fosse costretti a guardare uno slogan di parte, a sentire le nostre voci e la nostra lettura della realtà. La televisione ha dovuto mostrare le bandiere rosso nere in testa ai cortei ammettendo, un po’ mestamente, che erano gli spazi sociali e gli antifascisti ad aver accolto la mobilitazione del territorio. Potevano parlare solo di pusher e polizia, sono stati costretti a parlare anche di comunità resistenti e tutta la penisola ha dovuto ascoltare e vedere quanto accaduto dalla prospettiva di chi lo ha veramente vissuto e non solo da quella distorta di chi vuole manipolare la realtà per imporgli il suo significato. La costruzione di immaginari vincenti passa anche e soprattutto attraverso la capacità di egemonizzare il discorso pubblico e che né Salvini né la Meloni, o chi per loro, abbiano speso una sola parola sulla situazione è indicativo dell’importanza della narrazione.
Del resto, viviamo un’epoca in cui l’immagine, la rappresentazione e la propaganda mediatica da strumenti del fare politica sono divenuti la politica stessa. E’ un dato di fatto con cui dobbiamo fare i conti. Tutto ciò che facciamo, perde forza ed efficacia se non siamo in grado di raccontarlo come vogliamo e crediamo noi. La propaganda tramite l’azione ci rende vulnerabili alla narrazione del nemico, l’assenza di propaganda ci rende invisibili. L’azione, la sua messa a sistema e la capacità di narrarla autonomamente, sono elementi basilari per la costruzione di una prassi efficace.
Dinnanzi alle precipitazioni del presente ci sono poche discussioni da fare, è necessario cogliere le occasioni appena si danno, occupare tutti gli spazi disponibili e imporre una narrazione di parte. Si è agito sempre nell’ottica di costruire una forma di resistenza a partire da un atteggiamento inclusivo, volto alla condivisione e all’ascolto. Non abbiamo seguito alcuna regola e forse ne abbiamo infrante alcune, ma…

Guarda lontano
È d’obbligo, in ultima istanza, comprendere che, oltre l’emergenza imposta ed affrontata, diventa ora fondamentale cogliere gli aspetti generali e macroscopici del discorso e delineare le traiettorie future.
Quello che è accaduto in questi giorni non è che una precipitazione assai grave e visibile di un processo di trasformazione che sta investendo Centocelle, ma che ci parla di una tecnica di governo dei territori riproposta in Occidente ormai su scala globale, non di meno, ci indica ciò che potenzialmente si agita in seno ad una comunità in divenire orfana di prospettive ed orizzonti riconoscibili.
Da quartiere popolare periferico come tanti, con l’inaugurazione della metropolitana e la più generale riqualificazione del quadrante est della metropoli, Centocelle ha visto modificare la sua geografia e il suo tessuto sociale molto velocemente: le principali piazze sono state completamente ristrutturate; nuove e più attrattive attività sono nate sul territorio, dai franchising ai fast food più commerciali, alla proliferazione di locali e boutique per la movida o lo shopping “alternativi”; una popolazione giovanile fatta di studenti e lavoratori precari si è trasferita a convivere con la popolazione autoctona dopo che i quartieri di San Lorenzo e Pigneto hanno subito una gentrificazione tale da rendersi sempre più elitari ed inaccessibili. Centocelle è oggi un quartiere in piena crescita e questo, oltre offrire possibilità di sopravvivenza e socialità a molti, attrae le avide attenzioni di affaristi, imprenditori e speculatori di ogni risma.
Dal canto suo, l’amministrazione cittadina (non solo Cinque Stelle) ha assunto una certa idea di “riqualificazione” dei quartieri come politica di governo e gestione della città. Ha favorito un modello gestionale tutto volto ad incentivare l’iniziativa economica privata, trascurando quasi del tutto le istanze ed i bisogni sociali di chi i territori li abita, così sventrando interi quartieri, trasformati in centri commerciali a cielo aperto, ed alimentando macroscopiche periferie sempre più amorfe e deprimenti, prive di spazi e riferimenti per la vita collettiva.
Si aggiunga a ciò che tutte queste trasformazioni avvengono all’insegna dell’ideologia del decoro, della lotta al degrado, traducendosi in una continua e pervicace militarizzazione dei territori che inonda le strade di forze armate acuendo una spirale di bisogni inevasi, tensioni interrazziali portate alle stelle, intimidazioni, stigmatizzazioni, espulsione e repressione di quei soggetti spinti sempre più al margine della società. Così, si approfondiscono in ogni territorio quelle micro-fratture che si fanno sempre più violente, fino a diventare una sorta di guerra civile a bassa intensità.
Crediamo che la risposta popolare che si è prodotta in queste settimane, sia non solo una dimostrazione di solidarietà attiva a coloro che hanno subito personalmente degli attacchi materiali ed intimidatori, ma che abbia aperto un vaso di Pandora che ha sprigionato energie rimaste a lungo compresse. Energie che si concretizzano, ora, nella volontà di organizzarsi assieme per far fronte alle comuni necessità. È chiaro a chi è sceso in strada, che il problema non è solo la malavita, ma la speculazione su questa città, l’amministrazione che la veicola, lo Stato che non offre soluzioni ma pattuglie e passerelle pubblicitarie, la distruzione delle comunità locali a favore del profitto di grandi ed oscuri interessi. C’è ora il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di costruire delle comunità che abbiano la possibilità di contare davvero e poter fare la differenza all’interno del proprio contesto. Si è vista la forza che è in grado di catalizzare su di sé una mobilitazione reale e sentita.
Non è un caso che dalla mobilitazione emergenziale ed emotiva, nata a partire dai roghi, è nata una Libera Assemblea dalla composizione ampia ed eterogenea. Un ambito di discussione e di organizzazione che vede uniti assieme abitanti, lavoratori, ristoratori, militanti, genitori e tanto altro. L’idea dell’autodifesa ha evidentemente coinciso con la possibilità di organizzarsi per poter decidere sul territorio e sulle proprie vite, quindi, con un’idea di autodeterminazione. La libera assemblea di Centocelle è pertanto un ambito che può crescere, radicarsi ed essere potente, solo finché ogni anima che lo compone avrà spazio per muoversi come più gli è congeniale. Se rimane, cioè, un luogo in cui sperimentare, condividere e contaminarsi a partire dalle specificità di ciascuno, mettendo in comune capacità organizzative e saperi militanti. Un contesto, per noi, da attraversare con lo stesso atteggiamento inclusivo, di condivisione e di ascolto proposto finora, che si ponga in un rapporto osmotico con i diversi bisogni e le diverse istanze di chi lo attraversa. Un ambito di relazioni che è necessario difendere da speculazioni varie, tutte volte a capitalizzare politicamente una comunità che viene, in senso elettorale e non.
Da parte nostra intendiamo attraversare questo spazio dalla nostra prospettiva di parte, muovendoci dentro ed attorno ad essa per costruire una comunità resistente che sappia essere determinante all’interno del processo di trasformazione che interessa il quartiere, a partire dai bisogni condivisi di chi lo abita. Una comunità resistente che sappia sviluppare un metodo, un linguaggio ed un immaginario comune per individuare con chiarezza i propri obiettivi e, ancora, rispetto a questi che sappia elaborare una “tattica di lotta multiforme”: ossia la capacità di esprimersi ed agire direttamente sui problemi che il presente impone, senza escludere aprioristicamente o ideologicamente alcun tipo di pratica, tenendo in considerazione invece le differenti sensibilità di cui si compone. Una comunità resistente che abbia la capacità di mettersi in relazione con altre comunità locali in lotta e che sappia concepire tutti i conflitti particolari come parte di una lotta complessiva entro cui riconoscersi e da cui trarre forza.

Combatti la paura, difendi il quartiere!

p.s. A tutti quei compagni che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e con cui abbiamo avuto la fortuna di ragionare e riflettere negli ultimi tempi. Consapevoli che senza di voi, senza i ragionamenti e le esperienze con voi condivise non avremmo avuto la stessa capacità, forza e determinazione per affrontare questo particolare momento e soprattutto di provare a resistere al buio e superare la notte. Nella speranza che arrivi il giorno in cui godersi l’aurora insieme…Grazie!

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