Syriza – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Dialettica della città e spazio dei movimenti https://www.carmillaonline.com/2018/10/16/dialettica-della-citta-e-spazio-dei-movimenti/ Mon, 15 Oct 2018 22:01:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49130 di Fabio Ciabatti

Henri Lefebvre, Spazio e politica. Il diritto alla città II, Ombre corte, 2018, pp. 141, € 11,90.

La miseria e il degrado urbani sono alcune delle caratteristiche più appariscenti delle società contemporanee a dieci anni dalla scoppio dell’ultima grande crisi mai realmente superata. Non si tratta però di un processo che possa essere attribuito semplicemente ad un mix di austerità, malagestione pubblica e speculazione edilizia. Queste sono solo le cause più prossime che rimandano ad una dinamica più profonda e cioè al rapporto contraddittorio, dialettico, tra città e capitalismo. Henri [...]]]> di Fabio Ciabatti

Henri Lefebvre, Spazio e politica. Il diritto alla città II, Ombre corte, 2018, pp. 141, € 11,90.

La miseria e il degrado urbani sono alcune delle caratteristiche più appariscenti delle società contemporanee a dieci anni dalla scoppio dell’ultima grande crisi mai realmente superata. Non si tratta però di un processo che possa essere attribuito semplicemente ad un mix di austerità, malagestione pubblica e speculazione edilizia. Queste sono solo le cause più prossime che rimandano ad una dinamica più profonda e cioè al rapporto contraddittorio, dialettico, tra città e capitalismo. Henri Lefebvre sostiene infatti che il capitalismo accresce a dismisura le città determinando una esplosione-implosione delle sue tradizionali caratteristiche. Detto altrimenti, la città è negata e, al tempo stesso, generalizzata a livello della società intera, come si può leggere in Spazio e Politica, un testo che, scritto nel 1974 e ripubblicato quest’anno in Italia, è stato concepito dal suo autore come secondo volume de Il diritto alla città, uscito nel 1967 e ristampato nel 2014, sempre da Ombre Corte.

Quali sono le caratteristiche della città tradizionale secondo Lefevbre? La città è luogo per eccellenza dell’incontro e della simultaneità. Incontro significa confronto tra differenze, anche ideologiche e politiche, reciproca conoscenza dei diversi modi di vivere. La città è luogo del desiderio, dello squilibrio, dell’imprevisto, della dissoluzione dell’ordinario e dei vincoli, fino all’implosione-esplosione della violenza. La città nasce non solo come prodotto ma soprattutto come opera, nel senso di opera d’arte. In essa il valore d’uso prevale sul valore di scambio. Lo spazio non è soltanto organizzato, ma è anche modellato e appropriato dalle esigenze, dall’etica, dall’estetica, dall’ideologia dei gruppi sociali che lo abitano. La monumentalità, ma anche l’uso del tempo, sono aspetti essenziali di questa opera. L’uso principale delle strade, delle piazze e dei monumenti è la festa in cui si consumano improduttivamente ricchezze senza nessun’altro vantaggio che il piacere ludico e il prestigio. Per tutti questi motivi non esiste nessuna realtà urbana senza un centro, senza un luogo di concentrazione di tutto ciò che può nascere e prodursi nello spazio. Nei diversi periodi storici la città ha creato differenti centralità: religiose, politiche, commerciali. La vita comunitaria, però, non esclude la lotta fra gruppi, fazioni, classi. Tutt’altro. Proprio perché i più ricchi si sentono minacciati da vicino giustificano le loro fortune donando alle città opere, monumenti e feste. Per questo civiltà fortemente oppressive si rivelano particolarmente creative.
Quando, con il capitalismo, lo sfruttamento direttamente economico sostituisce l’oppressione extraeconomica la creatività scompare. Il filosofo francese sostiene che nella città capitalistica gli elementi della società sono separati nello spazio determinando la dissoluzione dei rapporti sociali e l’affermazione della logica della segregazione. La separazione, però, è al tempo stesso vera e falsa perché lo spazio urbano si costituisce come l’unità del potere nella frammentazione, come un’integrazione disintegrante. Gli spazi del tempo libero sono separati da quelli della produzione cosicché appaiono affrancati dal lavoro, mentre sono ad essi collegati dal consumo organizzato, dominato. L’abitare, che significava partecipare alla vita sociale, fare parte di una comunità, diviene funzione a sé stante con la creazione dei sobborghi. Gli individui e i gruppi sono sradicati dai territori dove vivono, le relazioni di vicinato si attenuano, il quartiere si sgretola. Nulla sostituisce i vecchi simboli, gli stili, i monumenti, i ritmi, gli spazi qualificati e differenziati della città tradizionale. Il centro viene riprodotto sotto forma di centro direzionale, in cui si concentra potere, finanza, conoscenza, informazione, e di centro commerciale, luogo dove il monofunzionale resta la regola, interpolato da estetismi e decorazioni non funzionali, da simulacri di festa e di ludico. Il centro delle città più antiche può sopravvivere solo come luogo di consumo e consumo di luogo a beneficio dei turisti.

Lefevbre ci ricorda che la proprietà del suolo è di origine feudale. La mobilitazione della ricchezza fondiaria e immobiliare, con il suo ingresso nel ciclo industriale, bancario e finanziario, rappresenta perciò un grande ampliamento del potere del capitalismo contemporaneo. Esso può diventare un settore trainante, benché storicamente sia stato di un’area di compensazione nei momenti di rallentamento del ciclo economico. Per essere venduto lo spazio deve essere reso raro, parcellizzato, omogeneizzato, quantificato. Lo spazio diventa così insignificante, indifferente rispetto agli antichi simboli (religiosi, politici, estetici) e al tempo assume nuovi significati in cui il valore d’uso finisce per essere rappresentato in termini gerarchizzati: vantaggi, capacità di potenza, rapporti con il potere, prestigio.
Il capitalismo, sostiene ancora Lefevbre, si è conservato estendendosi allo spazio intero sconfinando dai suoi luoghi di nascita e sviluppo, le unità di produzione, le imprese, le società nazionali e multinazionali. Grazie a questa estensione si è passati dalla produzione di cose nello spazio, per cui questo risulta prodotto indirettamente come somma o collezione di oggetti, alla produzione dello spazio in quanto tale che diventa direttamente strumento di riproduzione dei rapporti di produzione. Attraverso lo spazio si produce e si riproduce un tempo sociale. Però al tentativo di sviluppo controllato dallo Stato, all’elaborazione ideologico-scientifica permeata dallo spirito di impresa, corrisponde un caos spaziale sempre più evidente e intollerabile. Ciò testimonia il fatto che la nostra società non riesce ad essere un sistema totalizzante anche se aspira ad esserlo. Questa tensione che non giunge mai a compimento dà luogo alle contraddizioni dello spazio: il suo uso vorrebbe essere razionale, organizzato a livello generale, mentre nella pratica lo spazio risulta frazionato e venduto a pezzi, frammentato da progetti parziali. La razionalità dell’impresa è inadeguata rispetto alle necessità di una nuova razionalità urbana, così come risulta insufficiente un sapere disperso, disseminato in discipline.

Lo spazio non è dunque neutro, ma politico e strategico. La possibilità di produrre lo spazio è correlata alla crescita delle forze produttive. Ma perché ciò avvenga a livello veramente razionale ci si deve scontrare con la proprietà del suolo: sia la proprietà privata che quella statale, precisa Lefevbre. È questa la moderna e più profonda forma della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione di marxiana memoria. È qui che si approfondisce il contrasto tra possibile e reale e si apre lo spazio per un pensiero utopico. Si tratta però di un’utopia concreta: sebbene la nuova società urbana non esista ancora, tuttavia essa è presente virtualmente nella contraddizione tra i processi di segregazione e la centralità urbana che rimane necessaria per la pratica sociale. Nella dispersione permane l’esigenza dell’incontro, della riunione, dell’informazione. Il carattere desertico e abbandonato della periferia permette la riproduzione dei rapporti di produzione, di classe, ma, al contempo, è un elemento rivelatore che mette in evidenza la necessità teorica e pratica dell’urbano. La forma della simultaneità, che caratterizza la città, consente di cogliere come problematiche la dispersione e la segregazione, elementi che altrimenti rimarrebbero dei meri dati di fatto.
Il diritto alla città di cui ci parla il filosofo francese, è un orizzonte conflittuale che nasce proprio da queste contraddizioni. Il diritto alla città legittima il rifiuto a lasciarsi escludere dalla realtà urbana da parte di un’organizzazione discriminatoria e segregativa; è l’opposizione ai centri decisionali che rigettano verso spazi periferici coloro che non partecipano ai privilegi politici; è la rivendicazione del bisogno di vita sociale e di un suo centro, della funzione ludica e simbolica dello spazio, del desiderio, della ricostruzione di un’unità spazio-temporale al posto della frammentazione. Il diritto alla città è l’aspirazione alla costruzione di una nuova centralità ludica in cui non ci sia più separazione tra vita quotidiana e festa. È la rivendicazione di un diritto alla fruizione collettiva che deve soppiantare l’utilizzo individuale ed escludente che deriva dala proprietà. In sintesi, non c’è creazione di forme e rapporti sociali senza la creazione di uno spazio adeguato, vale a dire senza una socializzazione dello spazio attraverso la sua appropriazione collettiva e la soppressione della sua proprietà sia pubblica che statale. E ciò presuppone una programmazione complessiva che non si propone l’abolizione della crescita economica, ma il suo rallentamento e il suo orientamento verso uno sviluppo sociale qualitativo.

Secondo Lefevbre, nel XIX secolo la democrazia di origine contadina, la cui ideologia animò i rivoluzionari, avrebbe potuto trasformarsi in democrazia urbana. Questo rimane uno dei significati storici della Comune del 1871. Minacciata da questa possibilità la borghesia, a cominciare dalla ristrutturazione parigina di Haussmann, distrugge l’urbanità allontanando la classe operaia dal centro. Per questo durante la Comune la classe operaia si riappropria del centro della città. David Harvey, sulla scia di Lefevbre, ha sostenuto che nella loro storia moderna i movimenti rivoluzionari hanno assunto spesso una dimensione urbana anche se l’attenzione è stata tradizionalmente concentrata sull’insediamento della classe operaia a livello di fabbrica. Nel Nord globale dei nostri giorni, la frammentazione e precarizzazione della classe lavoratrice ci costringono ad un’attenzione ancora maggiore nei confronti della dimensione urbana.
Non è un caso che i movimenti più importanti di questo ultimo periodo siano indissolubilmente legati ad alcuni luoghi urbani: Puerta del Sol a Madrid, piazza Syntagma ad Atene, Gezi Park a Istanbul, Zuccotti Park a New York, Piazza Tahrir al Cairo ecc. In tutti questi luoghi un’effimera centralità urbana è stata ricostituita attraverso la simultanea presenza e l’incontro di soggettività precedentemente disperse che si sono coagulate in una comunità di lotta, caratterizzata da rivendicazioni materiali e politiche, nuove forme di socialità e una rinnovata dimensione ludica. Se in un recente passato i luoghi dove si esprimeva il conflitto – le fabbriche, le scuole, le università, i quartieri – erano, per così dire, già abitati da comunità in sé che tramite la lotta divenivano comunità per sé, i nuovi movimenti sembrano aver dato luogo ad una nuova comunità estemporanea, nata senza apparenti mediazioni a partire da una situazione di atomizzazione, attraverso l’occupazione e la reinvenzione di un luogo cittadino. Tale caratteristica spiega la natura fugace di questi movimenti e il fatto che, nel migliore di casi, le energie da essi generate siano confluite verso una sfera prettamente politica, in discontinuità, almeno parziale, con le originarie prassi e professioni di democrazia radicale. Partiti come Syriza e Podemos, la corrente socialista di Berny Sanders dei democratici americani hanno rappresentato, tra le altre cose, la traduzione nella sfera politico-istituzionale di quei movimenti. Rimane da chiedersi se sia possibile che la dimensione carnevalesca delle nuove centralità urbane del terzo millennio possa in futuro interagire con e retroagire su una molteplicità di altri punti di radicamento in ambito lavorativo e territoriale per dare luogo a un nuovo soggetto collettivo che non si esaurisca in un batter d’ali e che non venga riassorbito in una dimensione prettamente politicistica.

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Cui prodest? https://www.carmillaonline.com/2014/01/16/cui-prodest/ Thu, 16 Jan 2014 00:00:58 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11999 di Sandro Moiso

  cittadino1Confusion will be my epitaph” (Epitaph, King Crimson 1968)

Se i macroscopici errori contenuti nel recentissimo sceneggiato televisivo, trasmesso su Rai 1, dedicato al commissario Calabresi fossero soltanto da attribuire alla grossolanità della sceneggiatura e all’insipienza della regia non ci sarebbe di che stupirsi. Né, tanto meno, ci sarebbe argomento del contendere: da più di vent’anni ormai il cinema e gli sceneggiati televisivi italiani, a parte pochi e rarissimi casi, fanno cagare.

L’impressione che però si ha di fronte alle attuali produzioni televisive e cinematografiche (dalla serie “Gli anni spezzati”, che ruba il titolo ad un [...]]]> di Sandro Moiso

 
cittadino1
Confusion will be my epitaph” (Epitaph, King Crimson 1968)

Se i macroscopici errori contenuti nel recentissimo sceneggiato televisivo, trasmesso su Rai 1, dedicato al commissario Calabresi fossero soltanto da attribuire alla grossolanità della sceneggiatura e all’insipienza della regia non ci sarebbe di che stupirsi. Né, tanto meno, ci sarebbe argomento del contendere: da più di vent’anni ormai il cinema e gli sceneggiati televisivi italiani, a parte pochi e rarissimi casi, fanno cagare.

L’impressione che però si ha di fronte alle attuali produzioni televisive e cinematografiche (dalla serie “Gli anni spezzati”, che ruba il titolo ad un bellissimo film-antimilitarista ed anti-imperialista di Peter Weir, all’ancor recente “Il romanzo di una strage”) è che tale superficialità sia voluta. Una confusione di simboli, affermazioni e ricostruzioni raffazzonate che non dipende soltanto dalla mano degli autori, in alcuni casi, anche se non sempre, di destra. Ma che dipende, invece, da una ben precisa volontà di sovvertire l’ordine e il significato storico, politico e sociale degli avvenimenti rappresentati.

Lotta di classe è brutto” potrebbe essere il titolo sotto cui raccogliere tali capolavori che, in tutte le loro varianti, tendono a rimuovere e negare la centralità della lotta di classe non solo nella storia d’Italia, ma nella storia della specie umana. Che torna ad essere determinata soltanto dai sentimenti, dalle passioni e dai drammi, tutti rigidamente ed esclusivamente “individuali”. Una sorta di neo-romanticismo che del Romanticismo originario perde ogni passione politica per meglio adeguarsi alle esigenze del potere. Anzi, scusate, del capitale.

Il politico, come frutto delle contraddizioni dei modi di produzione e dello scontro tra le classi al fine del soddisfacimento di obiettivi sociali ed economici affatto diversi, scompare. I papi sono uomini come gli altri a cui è toccato un troppo gravoso compito; i commissari di polizia sono dei poveracci incompresi dalle loro vittime; gli agenti di polizia che manganellano o uccidono i dimostranti sono figli del popolo e lo Stato è di tutti, anche se, essendo un organismo imprescindibile per la convivenza umana, talvolta può sbagliare. Evviva!
Il prossimo manuale di storia per le superiori sarà scritto da Susanna Tamaro e Federico Moccia.
cittadino2 Purtroppo, però, la storia è vecchia, anche quella di queste evidenti contraffazioni della realtà e della verità. Un tempo si chiamava teoria degli opposti estremismi. Oggi si nasconde più velatamente dietro ad un generico ed istituzionale antifascismo che definisce come reazionario e populista, quando non terroristico tout court, qualsiasi episodio, violento o meno, che tenda a sfuggire all’ordito politico programmato dalle forze di governo.

D’altra parte, per chi è convinto che la creatività e l’intelligenza non derivino dall’alto dei cieli e nemmeno da qualche particolare secrezione ghiandolare ancora sconosciuta, la scarsa capacità di intendere e rappresentare il proprio tempo non può che essere riconducibile alla scarsa conflittualità sociale messa in atto dalle classi e dagli attori che dovrebbero rappresentare il nuovo che viene. Il sol dell’avvenire si sarebbe detto un tempo. Che, oggi, tarda a sorgere dando, invece, luogo ad un lungo, trascolorante e scarsamente illuminato crepuscolo.

Si sa, anche la luce crepuscolare, delle albe e dei tramonti, fu cara ai romantici. Ma è una luce che non permette di veder bene, talvolta è accompagnata dalle brume e il paesaggio diventa confuso.
Come per un difetto di astigmatismo si intuiscono le forme, ma non si individuano chiaramente i contorni. Ma sarebbe meglio dire, in questo caso, i fatti. Gli eventi e non soltanto le trame.
Che come si sa, possono essere costantemente riscritte, come in un eterno e poco lungimirante re-make cinematografico hollywoodiano.

Se nel 1970 Elio Petri poteva dirigere uno strepitoso Gian Maria Volontè nel ruolo del commissario Calabresi, pur senza mai nominarlo esplicitamente e pur non riconducendo la trama ai fatti della Questura di Milano, nel film “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, ciò non era dovuto soltanto all’ingegno del regista, ma, anche, allo spirito dei tempi. Nessuno si indignò allora per il fatto che Petri non indicasse il personaggio con il suo effettivo nome e cognome, così come una certa sedicente sinistra ha fatto nei confronti di Daniele Vicari e del suo “Diaz”, né che il film non ricostruisse fedelmente gli avvenimenti successivi alla strage di piazza Fontana.
Chi voleva capire, capiva. E, allora, tutti capirono.

Ora, certo, non è più così. Nell’ottica controriformistica e revisionistica attuale il pubblico deve essere preso per mano ed accompagnato…il più possibile lontano dalla realtà. E, si faccia bene attenzione, questo non è da attribuire soltanto ad uno sforzo specifico degli autori, ad una loro ben precisa volontà. No, anche loro sono figli del loro, miserrimo, tempo. Marx scriveva in una lettera del luglio del 1871 all’amico Kugelmann: ”Fino ad ora si era creduto che la formazione dei miti cristiani sotto l’impero romano fosse stata possibile solo perché non era ancora stata inventata la stampa. Proprio all’inverso. La stampa quotidiana e il telegrafo, che ne dissemina le invenzioni in un attimo attraverso tutto il globo terrestre, fabbrica più miti (e il bue borghese ci crede e li diffonde) in un giorno di quanto una volta se ne potevano costruire in un secolo”. Sostituite o aggiungete cinema, televisione e rete e avrete lo stesso risultato moltiplicato per milioni di volte.

Certo la carta stampata ha ancora il suo peso e l’ultimo libro di Benedetta Tobagi1 lo dimostra fin troppo bene. Uscito in netto anticipo rispetto alle celebrazioni del quarantennale della strage di Piazza della Loggia, avvenuta il 28 maggio 1974, è diventato già un must. Almeno in quel di Brescia. E, guardate bene, nel caso specifico non vi è nulla di strano nel fatto che, in una città ferita da uno degli attentati più mirati della cosiddetta strategia della tensione, la tensione emotiva e l’attenzione siano ancora alte nei confronti di tutto ciò che riguarda quel sanguinoso episodio. Né nel fatto che la Tobagi, figlia di quel Walter che fu vittima di uno dei più odiosi e beceri attentati attribuibili ad una formazione armata di sinistra, cerchi di ricostruire le vite e il dramma di alcune delle vittime e gli affetti di coloro che sono loro sopravvissuti.

Il libro annoda, collega, ricostruisce fatti, trame e personaggi dell’allora pericolosissimo e spregevole terrorismo nero, attraverso la ricostruzione dei vari processi, in particolare dell’ultimo chiusosi nel 2010, che cercarono di individuare i colpevoli dell’attentato bresciano senza mai giungere alla condanna degli effettivi esecutori e dei mandanti dello stesso.
Non mancano i particolari, non mancano i precisi riferimenti ai responsabili dei servizi segreti e alle responsabilità della DC e dei governi di allora, non mancano la tensione e i depistaggi che da sempre hanno accompagnato la ricostruzione di quelle vicende. Ma ciò che manca è proprio ciò che di un’inchiesta o di una ricostruzione storica dovrebbe costituire la forza e il metodo: l’obiettività.

Certo, potrebbe dire l’autrice, voler ricostruire anche il punto di vista e i sentimenti delle vittime e dei loro parenti obbliga la scrittura a perdere di obiettività per provare a ricostruire ambienti e sensazioni come la nuda cronaca e la Storia non potrebbero fare. Manzoni docet, appunto.
Questo sarebbe ancora accettabile e spesso le migliori interpretazioni della storia o di eventi complessi sono venute più dalla letteratura che dagli studi istituzionali. Ma, c’è sempre un ma…. e in questo caso è grosso come una casa.

L’autrice si sforza talmente di comprendere le ragioni e i sentimenti di tutti che non può fare a meno di partecipare ad un dibattito a Casa Pound (insieme ad alcuni rappresentanti della Casa della memoria di Brescia) proprio sull’argomento e, ancor peggio, sottolineare, in più di una pagina, come molti giovani di destra si sentissero spinti verso Ordine Nuovo o le azioni armate della destra estrema a causa delle continue aggressioni a cui erano sottoposti, soprattutto a scuola o all’Università.2

Ora vorrei rimanere distante dall’antifascismo più scontato, ma vorrei ricordare alla Tobagi che una simile posizione ribalta assolutamente la realtà storica. E’ vero: i fascisti nelle grandi città, da Milano a Roma e a Torino, passando per un bel numero di città minori, ne presero tante, ma proprio tante. Ma solo dopo che, in seguito a continue e proditorie aggressioni, l’estrema sinistra iniziò ad organizzarsi per rispondere a siffatte violenze. Che, in molti casi, furono rispedite ai mittenti con un sovraccarico di interessi. Perché, dalle barricate di Parma nel ’22 fino agli anni settanta la teppa fascista e reazionaria avrebbe potuto essere facilmente sconfitta e rimossa dalla scena politica se non fosse stato per l’intervento, in sua difesa, delle forze dell’ordine e dello stato, anche all’ombra di una costituzione che ha finito col vietar solo formalmente la ricostituzione del partito fascista. Che resta, nelle sue infinite sfaccettature, un imprescindibile strumento di dominio del capitale, alla faccia delle fregnacce sulla destra sociale e no global.

L’uso delle squadracce fasciste per terrorizzare e reprimere i lavoratori e gli oppositori politici, però, dovrebbe averlo studiato anche l’autrice sui più banali testi scolastici di storia, fu una pratica costante da parte degli agrari e degli imprenditori sia negli anni venti del secolo appena trascorso, sia negli anni ’50, ’60 e ’70 per impedire la ripresa della lotta di classe. Servi erano, servi sono rimasti e servi saranno sempre. Punto e a capo, anche perché non è sul ruolo delle squadracce nere che intendo tediare il lettore.

L’uso strabordante e, per forza di cose, poco asettico dei sentimenti porta, poi, l’autrice a costellare il testo di numerosi e costanti richiami “al mio papà” che, se potevano essere giustificati nel suo primo libro3 tutto teso a ricostruire la figura paterna e le vicende che avevano portato al suo assassinio, appaiono in quest’altro contesto decisamente qui fuori luogo. Ma soltanto ad una prima e superficiale lettura.

Perché, in realtà, in questa sorta di “Va dove ti porta il cuore” della storia di una fase della strategia della tensione, l’uso del linguaggio e la formulazione delle frasi e delle affermazioni in esse contenute non è mai casuale né, tanto meno, innocente come si vorrebbe fingere che fosse. Così che ad un certo punto il lettore scopre che le Brigate Rosse non uccisero il fratello di Patrizio Peci per vendicarsi del suo pentimento e della successiva delazione, ma il suo “fratellino”. Pur non cambiando di una virgola l’inutilità e il senso di quel delitto, la parola fratellino, inserita senza alcun riferimento all’età della vittima (25 anni, mentre il fratello “pentito” ne aveva all’epoca 28), tende ad aggravare la posizione dei colpevoli suggerendo, all’ignaro lettore, che si sia trattato dell’uccisione di un bambino.
zibecchi
Così, anche quando il testo sembra più obiettivamente descrivere le lotte e le vittime di sinistra in quegli anni, la Tobagi non manca mai di incorrere in qualche clamoroso scivolone che, come minimo, dimostra la superficialità, direi a tratti la trasandatezza, con cui ha affrontato le questioni riguardanti l’ estrema sinistra. Con uno svarione degno di essere qui segnalato, Giannino Zibecchi finisce di essere ucciso da un candelotto che lo colpisce al petto (pag. 206) e non schiacciato dalle ruote di un mezzo dei carabinieri che ne fece schizzare il cervello a qualche metro di distanza.4 Ma questo, no, non andava bene dirlo perché la polizia uccide per sbaglio con qualche candelotto sparato ad altezza d’uomo, mentre gli estremisti di sinistra uccidono perfino i bambini.

E poi guardi, cara Benedetta, ad essere ucciso da un candelotto al cuore fu Saverio Saltarelli, simpatizzante del Movimento Studentesco, che morì a 23 anni durante gli scontri di piazza avvenuti a Milano il 12 dicembre 1970, ucciso da una bomba lacrimogena sparata dai carabinieri ad altezza d’uomo. All’epoca, sull’episodio, fu scritta anche una canzone. Sono dati che si trovano anche, e facilmente, su Wikipedia. Se solo avesse voluto, non sarebbe stato difficile, soprattutto per una ricercatrice attenta come Lei che non dimentica mai di sottolineare ad ogni piè sospinto come il suo interesse per la strategia della tensione le sia costato anni di lavoro, ricerche e sofferenze, rintracciare maggiori elementi di precisione ed obiettività da utilizzare nella ricostruzione del clima politico italiano prima e dopo la strage di Piazza della Loggia.

Si può far risalire una tale incuria ad una ben precisa volontà di falsificazione? Ad una mente obnubilata dal dolore per una perdita violenta di cui non è mai stato adeguatamente elaborato il lutto? No, il problema di fondo è un altro. E corrisponde, esattamente, a quello che è stato detto all’inizio. E non dipende soltanto dall’autrice. O, almeno, non del tutto. Perché quella che trionfa nel testo qui affrontato, così come in tutte le rappresentazioni attuali della storia degli anni sessanta e settanta, è la vulgata storico-politica di marca PCI – PDS – PD, quella che afferma che tutto ciò che è avvenuto in quegli anni fosse dovuto ad una superiore volontà di impedire l’affermazione democratica del Partito Comunista come partito di governo del paese. Dalle bombe di Piazza Fontana alla lotta armata dei gruppi di sinistra, passando per Piazza della Loggia, la strage del treno Italicus5 , il sequestro Moro e tutto il resto. The Great Complotto! Oh, Yeah!

Ora, che la particolare posizione geografica dell’Italia nel Mediterraneo abbia sempre fatto sì che questa fosse una sorta di “sorvegliato speciale” per la politica dei servizi segreti americani, francesi, israeliani e sovietici non vi può essere alcun dubbio. Le ricostruzioni contenute in tante inchieste e le rivelazioni, per quanto parziali e probabilmente distorte, di quelle buone anime di Cossiga e di Andreotti non lasciano molti dubbi in proposito. Ma che tutto ciò che è avvenuto in Italia sia stato, sempre e soltanto, dovuto principalmente alla volontà di impedire l’entrata al governo del PCI…beh, è davvero poco convincente e sicuramente limitante dal punto di vista della ricostruzione storica e politica.

Considerato che, quel partito, dalla svolta di Salerno all’amnistia Togliatti, dal compromesso storico di Enrico Berlinguer ai viaggi negli USA di Giorgio Napolitano6 e dalle proposte di revisione pacificatrice della Resistenza da parte di Luciano Violante fino agli inciuci di D’Alema e Renzi con Berlusconi, ha fatto di tutto per tranquillizzare gli alleati Nato, i democristiani e anche la destra. Tutto ciò per meritare il peso che ha rivestito nella gestione della politica e dell’economia italiana degli ultimi trentacinque anni. Mentre, allo stesso tempo, tale vulgata ha contribuito a rimuovere quasi del tutto le contraddizioni di classe e le loro manifestazioni politiche non solo dalle politiche del PCI, ma anche dalla storia e, soprattutto, dalla mente di coloro che di tali contraddizioni e lotte dovrebbero essere i maggiori protagonisti: i lavoratori e i giovani. Sempre invocati e sempre gabbati. Fino a spingere frange di essi a simpatizzare per le espressioni della destra più oltranzista che si possono rilevare nell’attuale movimento dei forconi.

Sì, perché quegli attentati di destra e quella strategia della tensione erano ben diversi nelle finalità da ciò che fu confuso da alcuni, a sinistra, come preparazione dello scontro rivoluzionario decisivo e cioè la lotta armata portata avanti dalle organizzazioni guerrigliere. Entrambe le esperienze furono certamente infiltrate dalle forze del dis/ordine statale, ma la prima fu diretta a creare un fronte comune della borghesia nazionale e d internazionale contro l’ondata di lotte che percorreva l’Italia dalle scuole alle fabbriche, dalle regioni arretrate a quelle più sviluppate, ed ogni aspetto della società. Contro il cambiamento era diretta la strategia della tensione che fu, effettivamente controrivoluzionaria. E che non ha mai cessato di essere messa in atto, come dimostrano bene l’attentato messo in atto alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 o quelli che accompagnarono il periodo della cosiddetta trattativa Stato-Mafia o, ancora, l’attentato in diretta televisiva che ha accompagnato l’insediamento del Governo Letta il 28 aprile 2013. Oppure, ancora, fatti strani come le presunte recentissime minacce al senatore Sì TAV Esposito del PD, evidentemente destinate a criminalizzare ulteriormente il movimento No TAV.

Nella sparatoria davanti a Palazzo Chigi realtà e fiction televisiva sembrano addirittura essere giunte ad una insuperata sintesi, anticipando, con qualche colpo di pistola e due carabinieri feriti, il refrain che poi sarebbe diventato comune da quel giorno in poi: il pericolo dell’instabilità di governo e i rischi presenti in tutte le manifestazioni (definite come terroristiche se di classe e populistiche se espressione della destra) contrarie al suo agire e a quello della BCE. Altro che Sorrentino, ancora una volta il Golden Globe se lo sarebbe meritato il regista di quella vicenda. Prodotta sicuramente con una joint-venture tra diversi e contrastanti interessi e lo Stato come supremo mediatore.

In molti hanno, nel tempo, giocato allo stesso tavolo: servizi segreti nel pieno delle loro capacità (altro che deviati!), Democrazia Cristiana, Stati Uniti, destra estrema e moderata e, naturalmente, anche il PCI-PDS-PD. Ognuno cercò di tirare acqua al proprio mulino, ma, soprattutto, tutti concordarono sul fatto che quella stagione di lotta dovesse finire prima di diventare troppo pericolosa. Insomma, per quanto riguardava i proletari insorgenti di quegli anni, parafrasando Dante Alighieri, non li voleva l’Inferno capitalista che cercavano di rovesciare e non erano certo amati dal PCI che al di là del voto da loro non voleva altro, per non essere meno bello agli occhi della borghesia “illuminata” ( Ma chi? Gli Agnelli forse? O la sinistra DC?).

Certo la Destra minacciava, attentava e ammazzava ed anch’essa aveva un suo ben preciso piano per risolvere il problema…e un prezzo sarebbe stato pagato anche dal PCI. E allora perché non cogliere due piccioni con una fava e indirizzare una parte dell’organizzazione politica autonoma che cresceva nelle fabbriche e nelle scuole, anti-autoritaria e anti-capitalista, contro il pericolo di un colpo di stato e contro il fascismo? Inteso, quest’ultimo, solo come deviazione dal quadro democratico che il PCI e il capitalismo illuminato intendevano garantire per i secoli a venire? Far fuori gli avversari più agguerriti, sviando la furia di massa dalla lotta contro il capitale verso la difesa della legalità e dello Stato.

In fin dei conti, dalla guerra civile spagnola in poi, l’alleanza tra forze rivoluzionarie e Stato in chiave anti-fascista si è sempre trasformata in un bagno di sangue per i giovani e i proletari. La sussunzione dell’autonomia di classe all’interno delle strategie borghesi ha sempre portato ad una disfatta politica e militare di coloro che aspiravano ad un superamento radicale della società divisa in classi. In maniera drammatica nel 1939 con la cessazione degli aiuti internazionali e il patto Ribbentrop- Molotov, che portò alla fine di qualsiasi assistenza alla Repubblica spagnola, ma anche nella Resistenza con la sottomissione dell’antifascismo di classe ai compromessi con l’inossidabile classe dirigente italiana. Alla fine, le forze politiche che rappresentano variamente gli interessi del Capitale hanno sempre trovato e troveranno sempre un accordo a discapito dei lavoratori dopo aver contribuito a dissanguarne le forze.

La Tobagi cita nella bibliografia il testo di Guido Panvini “Ordine nero, guerriglia rossa. La violenza politica nell’Italia degli anni sessanta e settanta (1966 – 1975)”, pubblicato da Einaudi nel 2009. Ma ancora una volta si lascia sfuggire qualcosa che avrebbe potuto minare la sua fiducia nella bontà della narrazione pidista. Infatti nel testo di Panvini, a pagina 128, troviamo un interessante estratto dai Verbali della direzione del Partito Comunista del 27 gennaio 1971, in cui a parlare è proprio quell’Umberto Terracini da lei, indirettamente, tanto stimato:”[…] nella tattica di rispondere all’indomani di ogni azione squadrista con una manifestazione […] Se non si arriva a una giornata di battaglia dando l’indicazione di mettere a posto, luogo per luogo, i fascisti e le loro sedi […] non si conclude nulla. Questo tipo di reazione […] non possiamo farlo noi come PCI. Ma deve essere una proposta che formuliamo, alla quale altri aderiscano, per poi passare all’azione”.

Chiaro era il riferimento al coinvolgimento della sinistra extraparlamentare, anche se Luigi Longo e Enrico Berlinguer si opposero. Per riprenderla poi più tardi quando, a seguito di altri attentati alle sedi e ai militanti dei partiti della sinistra istituzionale da parte dei fascisti, Longo propose addirittura la costituzione di una struttura scientifico-militare, organizzata in piccole unità che potessero rapidamente muoversi ed agire.7 Ma chi ebbe l’occasione di partecipare alle ronde all’alba, organizzate dai servizi d’ordine dei movimenti extraparlamentari di sinistra insieme ai militanti del PCI, in previsione di un possibile golpe, sa bene come tale proposta fosse ancora una volta più di facciata che di sostanza. Perfettamente compatibile con la strategia del doppio binario ideata da Togliatti come supremo specchietto, più per gli allocchi che per le allodole.

Poi, però, quando il golpe di Junio Valerio Borghese fu scoperto davvero, il PCI cambiò ancora una volta strategia: premere sulle istituzioni democraticamente e lasciare agli ultra-sinistri il compito di contenere i fascisti. Fino alle elezioni amministrative del 1975. Dopo la vittoria del PCI in quell’occasione, l’estremismo fu abbandonato e i membri dei servizi d’ordine, divenuti ormai troppo ingombranti per l’immagine che il PCI voleva dare di sé, furono criminalizzati. Di nome (fascisti rossi) e di fatto. Gli opposti estremismi costituirono così non più solo il cavallo di battaglia delle montanelliane maggioranze silenziose, ma anche della sinistra parlamentare. Finalmente e definitivamente libera di danzare sulla tomba della lotta di classe. Fino ad oggi.

Così che quando, ancora oggi, ci troviamo di fronte alle sviste della Tobagi o agli attacchi, immotivati e condotti al di fuori di ogni giustificato contesto, di Marco Travaglio contro quello che fu il servizio d’ordine di Lotta Continua non si sa davvero se ridere o piangere. Possibile che siate ancora così tanto ignoranti della storia recente? Certo le reticenze di quelli che furono i leader delle maggiori formazioni extraparlamentari, spesso più impegnati a rifarsi una verginità politica e culturale che a contribuire alla fedele ricostruzione degli eventi e delle scelte di quegli anni, non hanno aiutato a fare chiarezza né, tanto meno, scaricando ogni volta ogni responsabilità sugli irresponsabili dei servizi d’ordine (Sì, ma loro dove erano? Chi li avrebbe creati di nascosto all’interno delle organizzazioni?), ad inquadrare obiettivamente i fatti, ma chi ancora oggi osa fingere di scoprire “un sistema che chiamare corruzione è un pietoso eufemismo. Questi non sono corrotti. Questi sono subumani, vampiri, organismi geneticamente modificati che mutano continuamente natura verso la più bruta bestialità grazie all’omertà e all’inerzia di chi dovrebbe controllarli, fermarli, cacciarli”,8 per poi continuare a condannare qualsiasi forma manifesta di lotta di classe, qualche problema ce lo pone.
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La confusione di ruoli, di promesse, di interpretazioni e affermazioni e dei dati (economici, sociali, politici e storici) sembra costituire ormai l’unico stile di governo attualmente possibile e sembra costituire l’unico collante per i rappresentanti di una cultura ormai moribonda. Esattamente come per la Tobagi e per gli autori dei film e sceneggiati citati all’inizio. Finendo proprio col tradire il senso, vero, di quel Io so di Pier Paolo Pasolini9 ripetuto oggi ad libitum e, troppo spesso, a sproposito. Ma, scusate, vien da chiedere: “Ci fate o ci siete?!

Divertente sì, se non fosse che ancora oggi gli opposti estremismi servono, in Italia e in Europa. Dove ogni manifestazione contro le decisioni assassine della Banca centrale e dei banchieri al governo deve essere demonizzata e, possibilmente, criminalizzata. A meno che non sia manifestamente contraria a qualsiasi forma di lotta di classe. Così, mentre in Italia tutti i partiti istituzionali mugugnano contro l’Europa, senza mai proporre di rispedire il debito al mittente senza per forza uscire dall’Europa e dall’euro, in Grecia, con la scusa degli opposti estremismi si usa Alba Dorata per proporre anche la messa al bando di Syriza, e del suo leader Alexis Tsipras, unico partito di opposizione a non cadere nel populismo della destra di stampo fascista, leghista o grillina che sia10 .

Così mentre ad ogni svolta processuale o politica istituzionale i benpensanti di sinistra possono piangere sul fatto che ancora una volta non sono stati individuati e condannati i colpevoli e i mandanti delle stragi, ci si dimentica (anche se ad onor del vero la Tobagi sfiora questo argomento nel suo testo) che, al contrario di quelli di estrema destra o dei servizi, tutti i responsabili degli attentati compiuti dalle formazioni armate di sinistra sono stati condannati a centinaia di anni di carcere. Il depistaggio continua, mentre la teoria degli opposti estremismi rivela qual è la sua reale funzione: quella di liquidare ogni espressione compiuta della lotta di classe.

E allora, signori e signore, la domanda vera cui si deve dare risposta è, ancora una volta: “Cui prodest?A chi giova?

– A cosa doveva servire quella messinscena da buffoni, Dagenham?
– Turba la tua mente legale, eh? Facevano tutti parte del cast della nostra operazione DFCC. Divertimento, Fantasia, Confusione e Catastrofe

(Alfred Bester, Tiger! Tiger!, 1956)


  1. Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, Storia di una strage impunita, Einaudi 2013  

  2. Quando il ribellismo di sinistra diventa il nuovo conformismo nelle scuole e nelle università, alcuni vedononel passare dall’altra parte della barricata l’unico modo di essere davvero «contro». «Molti di questi giovani diventano fascisti solo perché, non essendo comunisti, vengono ritenuti tali e trovano ostilità –dice Carlo Fumagalli, l’ex partigiano fondatore del M.A.R. (Movimento di azione rivoluzionaria), dei ragazzi che aveva arruolato – Molti studenti che ho conosciuto sono diventati fascisti soltanto perché, non avendo voluto aderire al Movimento studentesco, furono non soltanto osteggiati, ma anche pestati». In moltissime storie di vita di terroristi neri, ma anche semplici militanti, la scintilla che porta a schierarsi a destra è l’aver subito la violenza dei ragazzi di sinistra, o, essendo stati testimoni, il sentimento cavalleresco di stare dalla parte dei pochi, degli untorelli, degli emarginati” B.Tobagi, op.cit., pag. 236  

  3. Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre, Einaudi 2009  

  4. Giannino Zibecchi (28 anni), militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, morì investito da un camion dei carabinieri, guidato dal milite Sergio Chiairieri, in Corso XXII marzo a Milano il 17 aprile 1975, durante una manifestazione di protesta seguita alla morte di Claudio Varalli (18 anni), studente presso un Istituto tecnico milanese e aderente al Movimento Lavoratori per il Socialismo, che fu ucciso da un militante di Avanguardia Nazionale il 16 aprile 1975  

  5. La strage dell’Italicus fu un attentato, riconducibile al terrorismo nero, compiuto nella notte del 4 agosto1974 a San benedetto di Sambro, in provincia di Bologna. Nell’attentato morirono 12 persone e altre 48 rimasero ferite.  

  6. Su quest’ultimo argomento si veda il recentissimo testo di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, I panni sporchi della sinistra. I segreti di Napolitano e gli affari del PD, Chiarelettere, Milano 2013  

  7. si veda ancora G. Panvini , op. cit, pag. 129  

  8. Marco Travaglio, Il capitale subumano Il Fatto Quotidiano, Domenica 12 gennaio 2014  

  9. Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo golpe? Io so, Corriere della Sera del 14 novembre 1974  

  10. Si vedano: Beda Romano, Grecia, emergenza per l’ordine pubblico, Il Sole 24ore, Sabato 11 gennaio 2014 e Antonio Ferrari, L’abbraccio di Toni Negri a Tsipras che imbarazza la sinistra greca, Il Corriere della Sera, Sabato 11 gennaio 2014  

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