suprematismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 11 Jun 2026 19:53:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La maschera col teschio e le immagini del mondo https://www.carmillaonline.com/2024/03/04/la-maschera-col-teschio-e-le-immagini-del-mondo/ Sun, 03 Mar 2024 23:36:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81564 Di Jack Orlando

Leonardo Bianchi; Le prime gocce della tempesta, miti armi e terrore dell’estrema destra globale; Solferino; Milano 2024; 277 pp. 18€

Per chi abbia mai avuto familiarità con le forme dell’antifascismo militante il monitoraggio e l’inchiesta sui portali e sui canali di comunicazione di estrema destra è qualcosa di ben assodato. Pratica ricorrente e, per alcuni, quasi hobbistica, tipo entomologia. Con i suoi piccoli alieni da osservare e gallerie degli orrori da collezionare. Una pratica in sé abbastanza lineare: osservare, scartabellare e mettere ordine nei rimandi tra i portali ufficiali delle formazioni politiche, le riviste di area, i [...]]]> Di Jack Orlando

Leonardo Bianchi; Le prime gocce della tempesta, miti armi e terrore dell’estrema destra globale; Solferino; Milano 2024; 277 pp. 18€

Per chi abbia mai avuto familiarità con le forme dell’antifascismo militante il monitoraggio e l’inchiesta sui portali e sui canali di comunicazione di estrema destra è qualcosa di ben assodato.
Pratica ricorrente e, per alcuni, quasi hobbistica, tipo entomologia. Con i suoi piccoli alieni da osservare e gallerie degli orrori da collezionare.
Una pratica in sé abbastanza lineare: osservare, scartabellare e mettere ordine nei rimandi tra i portali ufficiali delle formazioni politiche, le riviste di area, i blog di approfondimento, le pagine social ecc…

Ecco, chi ha praticato in qualche forma questa disciplina nell’ultima dozzina di anni si sarà accorto di un mutamento genetico della “fasciosfera”, databile probabilmente tra il 2015 ed il 2017; poi inabissatosi progressivamente negli ultimi anni.

Accanto alle retoriche tradizionali, alle loro iconografie, alla propaganda cui si era abituati, iniziano a vedersi dapprima sparute, poi sempre più frequenti emersioni di un immaginario nuovo ed estraniante.
Su facebook iniziano a moltiplicarsi pagine che propongono video della wermacht in battaglia, filmati degli aerei kamikaze giapponesi, tutti restaurati in versione vaporwave e accompagnate da musica elettronica. Non c’è che dire, parecchio suggestivi. È la cosiddetta “Fashwave”, dura un po’, poi il megaban di Zuckemberg affonda tutte le pagine.
Nel frattempo Telegram, prima di essere normalizzata anch’essa, diviene un tripudio di canali neonazisti che riversano una cascata di materiale infografico e propagandistico.
Quel fenomeno di radicalizzazione molto americano che aveva interessato Reddit, 4chan e poi 8chan, passa da qui per solidificarsi in Europa.
Ora l’inchiesta da caccia virtuale va diventando pesca di profondità. Si passa da un canale all’altro, da una sigla all’altra, sempre più giù, si sondano maelstrom di orrori armati e sintetici.

Slogan, immagini, meme, suggestioni, slanci psicopolitici.
Tieni, ecco delle comode infografiche per imparare come si fa la guerra urbana.
Wait it’s all boogaloo? Always has been…
Anders Breivik è santificato da un sonnenrad, il sole nero runico, dietro la testa; la Divisione Charlemagne combatte; Dominique Venner samurai d’Europa che ha l’ideale della bellezza; Brenton Tarrant come Cristo con la tunica, che tiene il suo manifesto in una mano e l’iconico mitra nell’altra.
Fatti una cultura che è pieno di pdf. Lupi che si azzannano.
Nature hates equality.
E poi i manifesti per la Guerra razziale, i documenti programmatici per radicalizzare la lotta al 5G, i capitoli di The Siege. Soprattutto, la skull mask. Ossessiva, continua, che imbraccia il fucile, che fa il saluto romano, che rivolge allo spettatore gli occhi triggherati.
Hembrace your race.
La skull mask indossata in gruppo, nei boschi, nelle marce lugubri o calzata in solitudine, nella cameretta. Lo stendardo di un esercito senza capi né reparti, impegnato in una guerra senza quartiere né fronti. E fuori da internet colpisce duro e miete vittime innocenti.
The world you were born in no longer exist.

Ecco, di questa mutazione genetica, di cosa c’è dietro e soprattutto come si è tradotta fuori dagli schermi (spoiler: decine e decine di morti ammazzati per mano di stragisti sparsi per tutto il mondo occidentale) se ne è occupato Leonardo Bianchi, già autore di un volume sul complottismo1 e un altro sul deragliamento privatistico della politica in Italia,2 ritessendo il filo di una storia nera che ancora fatica ad essere presa in considerazione sul serio.

Un passo indietro per non perdere il filo.
Ormai si sa, gli Stati Uniti la sanno lunga in tema di suprematismo bianco: gli indiani da sterminare alla frontiera che erano poca cosa di fronte al Destino Manifesto di un Popolo Eletto, e fare posto per il lavoro schiavile prima e la segregazione razziale poi. Le masse si tengono a bada con un mix di razzismo di Stato e razzismo di strada, le pattuglie che catturavano gli schiavi si fanno polizia, l’epica sudista della guerra civile che veste i cappucci del KKK e nutre la pratica dei linciaggi. Insomma, c’è un gran bel campionario.
E quando tornano a casa dall’Europa in macerie gli yankees non si riportano indietro solo una muta di nazisti e criminali di guerra da riciclare nel conflitto con l’Unione Sovietica; tra i souvenir di alcuni soldati c’è anche una discreta fascinazione per nazismo e fascismo.
Il suprematismo americano ha incontrato il nazionalsocialismo europeo: un aggiornamento che ha come ricaduta immediata il fiorire di partitini nazi con tanto di camicia bruna tra gli anni ’50 e ’70, quei coglioni dei nazisti dell’Illinois per dare l’idea. Gruppi certamente minoritari ma ben organizzati e determinati, impotenti di fronte alla furiosa stagione della New Left e del Black Power, ma che fanno da terreno di coltura per una futura generazione di militanti.

È all’alba degli anni ’80 che infatti matura un nuovo paradigma. Il riflusso (leggasi la repressione) dei movimenti rivoluzionari lascia spazio al neoliberismo ed alla sua programmatica distruzione della politica e della società, l’imposizione dell’individualismo e la polverizzazione di ogni aggregato collettivo, non solo militante ma anche tradizionale. Non è semplicemente una ristrutturazione economica, è uno smottamento generale che mira a invadere tutto il campo delle attività umane: l’economia è il mezzo, l’obbiettivo è l’anima. Ma il trionfo del mercato, che mercifica qualsiasi cosa, ha come prezzo l’ipoteca degli stessi valori conservatori che lo accompagnano: un patrimonio che entrando nell’orbita dei consumi esistenziali inizia quindi a deperire, ma di questo se ne accorgono in pochi, almeno sul momento.

Tra quelli che sanno fiutare il cambio di passo ci sono proprio questi neonazi, riuniti in gruppuscoli che animano oscure radio e riviste, danno vita a sparute marce e aggrediscono minoranze e attivisti, nei loro campi si addestrano alla sopravvivenza, all’uso delle armi da fuoco e alle tecniche militari. Un ambiente claustrofobico, paranoide ed ultraviolento che, forse inconsapevolmente, sviluppa una strategia coerente e sistematica per la propria prassi politica.
Da questa melma emergono due testi che avranno un’importanza cruciale negli anni a venire e che sono imprescindibili per la comprensione del fenomeno.

Nel 1978 viene dato alle stampe The Turner Diaries3: un truce romanzo distopico che mette in scena le gesta di una fantomatica organizzazione di “patrioti” dedita a rovesciare il “sistema” attraverso il terrorismo sistematico e la guerra razziale, fino allo sterminio delle minoranze e dei liberali nel “Giorno della Forca”, all’instaurazione di un nuovo regime nazista e ad una apocalisse nucleare.
Letteratura da serie C che però amalgama la forza di diffusione ed identificazione della narrativa popolare, l’utilità tattica di un manuale di guerriglia con tanto di descrizioni minuziose delle azioni armate dei personaggi, e la necessità di un’indicazione strategica che risponda al senso di smarrimento e frustrazione dell’area suprematista. Metapolitica pura.
Che fosse voluto o meno, politicamente uno strumento simile con un pubblico tale è letteralmente un’arma di distruzione di massa. E non a caso diventerà un classico virale ancora oggi, in grado di fornire un orizzonte ed un vademecum per pletore di aspiranti stragisti.

Un paio d’anni dopo un ometto di nome James Mason dà il via ad una serie di articoli che culmineranno nel 1992 con la pubblicazione del libro The Siege (l’Assedio). La linea è la medesima dei Diari di Turner, ma si mettono un po’ di puntini sulle i. In estrema sintesi: il sistema democratico è controllato dagli ebrei attraverso i liberali, destinato a soppiantare l’egemonia dei bianchi grazie ad un piano di immigrazione massiccia e a finti valori femministi e antipatriottici, occorre reagire subito per evitare l’estinzione.
Siccome il declino è irreversibile, la linea è quella di accelerarne il collasso attraverso una pratica insurrezionale che punti prima al deflagramento di una guerra razziale e poi all’instaurazione di un etnostato bianco e reazionario. La tattica sarebbe quindi di costituire piccole cellule di combattimento anonime, autosufficienti, indipendenti e senza capi, che operano nella massima autonomia, eventualmente in coordinamento, per essere e colpire ovunque, seminare il panico, accelerare la caduta fino in fondo. La linea del fronte coincide esclusivamente con la volontà dei combattenti.
Per quanto i presupposti siano deliranti nondimeno intercettano una serie di nodi poco visibili sul momento ma che non tarderanno a manifestarsi come centrali; così come la pratica insurrezionale e accelerazionista non ha alcuna reale possibilità di vittoria, ma coglie nel segno indovinando una nuova metodologia che non solo fa fronte agli imperativi della lotta clandestina, ma che riesce a ricombinare il binomio spontaneità-organizzazione nella nuova fase dell’individualismo atomizzante.

Entrambi i testi saranno destinati ad una circolazione marginale e sotterranea per diversi anni, salvo riemergere in un contesto completamente diverso qualche decennio dopo. Non sono semplicemente dei disegni psicopatici e criminali, sono guizzi di avanguardia.
Gli animali politici sono tali quando fiutano la tendenza in anticipo, come i cani con i temporali, e questo non cambia anche quando la politica è quella degli “altri”, dei nemici, dei sadici.

E nemmeno è una peculiarità esclusiva degli americani. Anche l’Europa ha i suoi pionieri nella stessa fase: muore la stagione della politica rivoluzionaria e tra i suoi colpi di coda, negli edonistici ’80, in Italia assistiamo agli omicidi della sigla Ludwig,4 una storia paradigmatica dove non è mai stata chiarita del tutto la reale portata organizzativa del fenomeno, e dove il confine tra psicosi criminale e prassi politica si è fatto labile e confuso, complice anche l’incapacità mediatica di analizzare lucidamente gli eventi.
In generale la nouvelle droite di stampo italo-francese che aveva dominato il rinnovamento dell’estrema destra per un paio di decenni entra parzialmente in ombra di fronte al nuovo mondo globalizzato, in favore di una variante debitrice della lezione americana: l’alba del terzo millennio è il momento delle schegge impazzite, come la tedesca “Banda del Kebab”, e dei network internazionali di Hammerskin e Blood’n’Honour, molto più rozzi sul piano della teoria, molto più efficaci e aggressivi sul piano della pratica.

Un salto avanti, per non tirare troppo per le lunghe.
Nell’estate 2011, in una manciata di ore, Anders Breivik, neonazista norvegese, stermina da solo quasi settanta persone, per lo più teenager, tra il centro di Oslo e l’isoletta di Utoya. Ha pianificato da solo il suo attacco combinando un attentato con autobomba ad uno con fucili semiautomatici, contemporaneamente diffonde il suo delirante manifesto ideologico online.
È il caso più eclatante, ma non è l’unico. Negli stessi anni si moltiplicano gli attacchi dei cosiddetti “Lupi Solitari”, una sorta di spontaneismo armato ed individualista di matrice xenofoba e neofascista, gli Stati Uniti possono vantarne ad oggi il primato numerico e i tentativi di salto di qualità in organizzazioni paramilitari. Qui in Italia abbiamo avuto invece come rappresentanti Gianluca Casseri e Luca Traini; in tutti i casi si tratta sempre attivisti o simpatizzanti dell’estrema destra che, ad un certo punto, fanno il passo avanti e sparano senza aspettare direttive.
Solitari, ma non troppo.

2019, Christchurch, Nuova Zelanda. Brenton Tarrant, giovane australiano bianco e disoccupato, uccide cinquantuno persone a colpi di mitra in un doppio attentato contro una moschea e un centro islamico, e mentre lo fa trasmette tutto in diretta facebook con la sua gopro. Anche lui lascia un suo manifesto, anche lui è imbevuto di ideologia suprematista e teorie del complotto, ma non è mai stato un militante di estrema destra.
L’apprendistato politico, se così si può definire, di Tarrant è avvenuto on line a colpi di meme, forum e shitposting. È l’emblema della soggettività prodotta da una cultura virtuale psicopatica che mixa insieme xenofobia, misoginia, porno gore, teorie del complotto, umorismo cinico, videogame e alienazione sociale.5

Appresso a Tarrant ne arriveranno diversi altri, a brevissima distanza l’uno dall’altro, ognuno col suo manifesto. Attentati più o meno letali si rincorrono in giro per il globo, galvanizzando platee di account online.
È il manifestarsi del nuovo cambio di fase. È lo strabordare delle teorie dei Diari e dell’Assedio oltre sé stessi e il proprio ambiente.
Gli attentati sono tutti opera di giovani maschi bianchi di classe media che hanno perso il controllo della realtà e della propria vita.
In essi si concentra tutto il fallimento della cosmogonia occidentale che si presumeva principio ordinatore del mondo e invece si rivela una triste parruccata: il futuro felice che sognavano da bambini è una merda, gli improbabili standard di estetici e performativi che imperano li squalificano dal rapporto con l’altro sesso, le uniche comunità con cui interagire nel proprio disagio esistenziale sono quelle online, dove qualsiasi sensibilità è cauterizzata e il livore fermenta.
La famiglia, la scuola, il matrimonio, il lavoro, le regole, i sorrisi di cortesia, la cena coi colleghi, il barbecue coi parenti, il pakistano al minimarket sotto casa, la farina di grilli, l’economia, la crisi, le bollette, l’inflazione, l’immigrazione, il femminismo… La fottuta razza bianca è sotto assedio perché io sono sotto assedio.
Nell’intima anomia della propria cameretta crollano macerie su macerie e dallo schermo del pc urla un intero mondo che muore. La psiche individuale riceve la catastrofe e cerca di decifrarla mentre le soccombe.

Ecco che mitologie proprie d’Occidente, spinte all’esasperazione, vengono a galla come il canto del cigno della grande promessa tradita di una intera generazione. Specchi deformanti che restituiscono un senso traviato a ciò che è divenuto inesplicabile.
Ora gli scossoni della globalizzazione assumono i contorni di un malefico piano di sostituzione degli indigeni euroamericani con “popoli inferiori”; la crisi del predominio etero-maschile non è il prodotto di processi d’emancipazione storico-sociali ma ancora un ordito della lobby gay femminista per non far scopare i maschi etero e distruggere l’istituto della famiglia, come lo svuotamento di ogni forma di sovranità popolare rievoca il complotto pluto-giudaico dei Savi di Sion; il pericolo esistenziale della razza bianca non è che il riflesso perverso della classe media che affoga nei suoi debiti e nell’insostenibilità delle proprie illusioni.
In questo cervello collettivo deragliato c’è davvero il mondo al contrario.

Eccola qui l’ultima mutazione genetica, ibrido di arcaicismi e ipermodernità: il piano politico della violenza non opera più in linea con una deliberata scelta strategica. È qualcosa di più profondo; opera a livello soggettivo e salda la crisi strutturale e di senso dell’Occidente con la sofferenza psichica di individui disancorati e accelerati; alla base c’è una bruciante volontà di vendetta, contro tutto e tutti, la necessità di riscattare la propria vita svuotata in un unico gesto furente.
Lo rileva giustamente Leonardo Bianchi: è un atto di martirio, un evento estremo che in una sola volta riscatta tutta l’oppressione subita (o percepita) ed eleva l’attore al di sopra della propria misera condizione, testimonia la propria ribellione ed incita all’emulazione.
Ma il martirio, dalle comunità paleocristiane allo jihadismo contemporaneo, passando il risorgimento europeo, è sempre un gesto politico in senso assoluto.
Ecco perché è cruciale interrogare e interrogarsi su questo fenomeno al di là delle categorie patologizzanti e delle analisi superficiali; è sul senso ultimo della realtà e sulla possibilità di agire su di essa che si posizionano questi soggetti. In mezzo al sangue sparso tra supermarket e luoghi di culto, è l’immagine del mondo che ci si para davanti. Ed è uno spettacolo dell’orrore.

A conferma di ciò vi è lo sconfinamento di queste epifanie impazzite nell’arena del mainstream e del senso comune. Tanto per citarne un paio: la propaganda gender nelle scuole, la Grande Sostituzione Etnica, la dittatura del Politicamente Corretto; concetti ripetuti fino alla nausea da esponenti politici di primo piano, non di rado da capi di Stato, vomitati nei salotti televisivi e nelle campagne elettorali.
La destra mainstream parla una lingua simile a quella del peggior neonazismo; innegabile, ma non si pensi che significhi che il fascismo sia tornato al potere. Non quello che la Storia ci ha già consegnato per lo meno, nè si vede all’orizzonte la possibilità d’esistenza di un qualche etnostato bianco.

Se è possibile che non vi sia più una separazione netta tra ciò che è dicibile e ciò che è esecrabile, questo è proprio dovuto all’irreversibile deperimento di quel patrimonio ideale del liberalismo (non solo conservatore) che nominavamo più sopra e la cui arbitrarietà e mollezza ha finito per consumarlo dall’interno permettendo il reflusso degli istinti più estremi all’interno dello spazio moderato; tanto più che non vi è né vi può essere separazione netta dei corpi e degli ambienti politici, vedasi il caso dell’Alt-right americana in proposito; o se preferiamo andare ancora indietro si veda la parabola del MSI italiano con la sua natura ambigua e bifronte.

Non vi è mai stato alcun ambiente politico che sia vissuto senza un certo grado di osmosi tra le sue posizioni più radicali e quelle più accomodanti. Quella dell’esclusività delle idee moderate non è che una delle fandonie che il liberalismo ha raccontato a sé stesso.
Il punto semmai è comprendere come i cambi di fase strutturali interagiscano con la dialettica interna dei mondi politici.
In questo caso come il collasso privatistico e il conseguente annichilimento della politica tradizionalmente intesa abbia lasciato il campo a narrazioni spettacolariste ed esasperate buone per un elettoralismo da talk show, alimentate peraltro da un sistema mediatico-istituzionale che della paura e dell’emergenza permanenti ne ha fatto un paradigma di governo e business.
Ecco, questo svuotamento è coinciso con la progressiva riduzione della statualità ad agente amministrativo delle indicazioni capitalistiche, finendo per avvolgere tanto le società quanto i loro partiti in una dialettica sempre più irrazionale e intransigente. È in questo cortocircuito che una rinnovata mitologia protonazista si è inserita ed ha prolificato.

Ma non ci si può limitare a questo. Se a destra qualcosa non si è mai perso di vista negli anni, è l’elemento dell’assertività nella politica: più un discorso è ripetuto e sostenuto più esso ha possibilità di imporsi, più la posizione è spinta al proprio polo estremo, più il suddetto discorso finirà per far pendere il piano del politico dalla propria parte.
Non c’è un solo caso in cui la destra istituzionale (qualsiasi destra istituzionale) nel suo complesso non abbia mantenuto un atteggiamento ambivalente di fronte alle fughe in avanti della sua base: fossero uscite di pessimo gusto, manifestazioni grottescamente esplicite o veri e propri atti di terrore, i leader si sono limitati a smarcarsi dalle responsabilità dirette, al limite a condannare l’uso della violenza, ma mai sono arrivati a mettere in discussione gli assunti alla base di tali azioni.

Viceversa, a sinistra la resa totale al liberalismo tout court, con la messa in mora dell’istanza rinnovatrice anche più moderata, ha portato ad accettare una condizione di amministrazione della miseria e di guardia al bon ton del discorso pubblico ed alle proprie posizioni di rendita.
La visione progressista ha perso via via ogni contenuto finendo per sterilizzare e stigmatizzare qualsiasi spinta da sinistra, in un ottuso e pervicace equilibrismo ecumenico.
Nel mentre nella sua ala radicale, vittima di un pensiero debole e vittimistico che pensava possibile la critica al liberalismo senza pensarne il sostanziale superamento, si riduceva gradualmente lo spazio per l’offensività a sacche minoritarie e autoreferenziali, ci si è accasciati su schermaglie di rimessa e non certo per la repressione dei manganelli ma proprio per un’autocastrazione ideologica.

Il risultato è che oggi il piano inclinato della politica pende smaccatamente per la reazione, non tanto e non solo per quanto riguarda i risultati elettorali e l’agibilità delle formazioni di estrema destra, quanto per l’egemonia del discorso.
In ultima analisi, le destre in ogni loro forma non hanno vinto le loro guerre culturali per finezza strategica, ma perché non vi era nessuna alternativa degna che combattesse guerre opposte e così facendo ha avuto campo libero per invadere prepotentemente il terreno del reale.

A sinistra si è continuato a cianciare di diritti, ben attenti a soffocare ogni barlume di slancio vitalistico, immobili mentre tutto attorno si muoveva. A destra si è fiutato il vento e si è compreso che portava nubi di guerra civile6 e si è iniziato a parlarne la lingua, si è divenuti prime gocce della tempesta.

Ecco che, nella stagione in cui finalmente i nodi vengono al pettine, le finzioni si diradano e la realtà disvela il suo volto, il declino di un sistema mondo si fa manifesto lasciando che forze centrifughe accellerino la loro traiettoria; è questo il frangente in cui non si può più evitare di riguardare negli occhi ciò che il Novecento ha lasciato in sospeso, la verità scandalosa che trapela nonostante i mille mascheramenti: l’intero moto delle cose umane è retto dal rapporto di forze, una dialettica dell’inimicizia dispiegata e non più taciuta, in cui weltanschauung divergenti non possono che confliggere per determinare quale sia l’ordine delle cose a venire.
È la figura stessa del mondo la posta in palio ad ogni livello, da una parte essa ha già manifestato in schegge una sua proiezione futura, dall’altro c’è tutto un disegno che preme per essere ancora nominato.
O questo, oppure davvero avremo a scrivere di aver visto lo spirito del mondo al supermarket, che indossava la maschera di un teschio.


  1. Complotti; Minimum Fax 2021 

  2. La Gente; Minimum Fax 2017 

  3. tradotto in italiano come “La seconda guerra civile americana” 

  4. notevole nel merito il recente podcast Ludwig. Ultimi eredi del nazismo, di Laura Antonella Carli e Nicolò Tabarelli 

  5. per sinteticità, rispetto al fenomeno della radicalizzazione online rimandiamo all’articolo di qualche anno fa meme col fucile 

  6. per ovvi motivi di spazio rimandiamo al testo a cura di S. Moiso; Guerra Civile Globale. Fratture sociali del terzo millennio; Il Galeone edizioni; 2021 

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Scenari videoludici di guerra civile americana https://www.carmillaonline.com/2023/01/24/scenari-videoludici-di-guerra-civile-americana/ Tue, 24 Jan 2023 21:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75404 di Gioacchino Toni

Ricostruire sui ruderi di un esperimento fallito ripetendo gli stessi errori

«Questo videogioco [Days Gone] racconta la storia di un operaio assediato dalle forze della globalizzazione, un soggetto in larga parte ignorato dalle forze politiche tradizionali. Un soggetto diffidente delle istituzioni, arrabbiato e impaziente. Un soggetto che prova nostalgia per un’immagine dell’America come terra di opportunità, una terra promessa costruita sui valori dell’espansionismo e della colonizzazione, sul mito della frontiera». In Days Gone i panorami americani vengono rappresentati «attraverso una visione di mondo antropocentrica ed estrattiva, per cui la natura è concepita unicamente come una serie di risorse [...]]]> di Gioacchino Toni

Ricostruire sui ruderi di un esperimento fallito ripetendo gli stessi errori

«Questo videogioco [Days Gone] racconta la storia di un operaio assediato dalle forze della globalizzazione, un soggetto in larga parte ignorato dalle forze politiche tradizionali. Un soggetto diffidente delle istituzioni, arrabbiato e impaziente. Un soggetto che prova nostalgia per un’immagine dell’America come terra di opportunità, una terra promessa costruita sui valori dell’espansionismo e della colonizzazione, sul mito della frontiera». In Days Gone i panorami americani vengono rappresentati «attraverso una visione di mondo antropocentrica ed estrattiva, per cui la natura è concepita unicamente come una serie di risorse da sfruttare, come un diritto inalienabile e indiscutibile. I giocatori si muovono tra le rovine dell’America, costruendo una nuova nazione sui ruderi di ciò che potremmo definire un esperimento fallito: anche se il gioco non lo esplicita, sono condannati a ripetere gli stessi errori» (pp. 251-252).

Così, in estrema sintesi, viene descritto il videogioco Days Gone (2019) – sviluppato da SIE Bend Studio e pubblicato da Sony Interactive Entertainment – da Soraya Murray, L’America è morta, viva l’America. L’affettività politica in Days Gone1, in Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogochi (Mimesis, 2023) [su Carmilla].

Days Gone è un action-adventure open world in terza persona con caratteristiche tipiche del survival horror ambientato nelle zone rurali dell’Oregon, in un’America post-apocalittica, in cui imperversa un’alterità radicale, il freaker, un essere mostruoso geneticamente modificato simile alla figura dello zombie contemporaneo. Il giocatore è tenuto a identificarsi con Deacon St. John, ex-militare bianco, che vagabonda disilluso a cavallo della sua motocicletta tra le rovine di una società piombata in una guerra civile che contrappone le stesse piccole comunità separatiste che si sono venute a creare dopo l’apocalisse che ha dilaniato il Paese a stelle e strisce.

Il protagonista/giocatore è costretto a fare i conti non soltanto con i temibili freaker e con feroci animali selvatici, ma anche – analogamente a quanto avviene nella serie televisiva The Walking Dead (dal 2010) ideata da Frank Darabont, tratta dai fumetti (dal 2003) di Robert Kirkman [su Carmilla 1  2] –, con le diverse fazioni di sopravvissuti contraddistinte da specifiche caratteristiche valoriali che spaziano dall’ideologia libertaria (nell’accezione americana anarcocapitalista) al fondamentalismo religioso, dal militarismo fortemente gerarchizzato alla logica concentrazionaria, ecc. Insomma, l’universo messo in scena da Days Gone è caratterizzato dal conflitto pervasivo, dall’inimicizia e da una violenza generalizzata e se per sopravvivere qualche forma di collaborazione reciproca si rende necessaria, occorre però far affidamento sulla diffidenza nei confronti di tutto e tutti.

Se in altra sede Soraya Murray si è preoccupata di interpretare in chiave ideologica la logica di rappresentazione del videogioco2, in questo saggio ha preferito indagarlo nella sua dimensione affettiva espressa da una peculiare esperienza estetica, in quanto convinta che è proprio nello spazio emotivo che, per usare le parole di Jennifer Doyle, “gli effetti devastanti dell’ideologia diventano particolarmente evidenti”3. Secondo Murray «Days Gone esprime in forma estetica una svolta ideologica: dall’espansione globale neoliberista alla spinta verso il nazionalismo e l’autosufficienza» (p. 221).

Alla studiosa «interessa comprendere come l’attraversamento spaziale e la temporalità degli ambienti simulati contribuiscono al portato affettivo complessivo del videogioco [e] come l’atmosfera stessa del videogioco possa comunicare particolari stati d’animo attraverso l’organizzazione dello spazio virtuale» (p. 222). Secondo Murray l’analisi di Days Gone aiuta a comprendere meglio l’ansia diffusa che permea il contesto socio-politico statunitense.

Nel videogioco il collasso sociale ed economico degli Stati Uniti è stato causato da un contagio, tema ricorrente in numerose opere cinematografiche recenti4, in questo caso diffuso involontariamente da Sarah, la moglie del protagonista, costretta pertanto a essere perseguitata dal senso di colpa e a cercare una soluzione scientifica al disastro che ha maldestramente causato. Il videogioco, però, sostiene Murray, più che sul misogino stereotipo dell’incoscienza femminile muove accuse anti-governative e anti-scientifiche: politica e scienza, insomma, sono considerati i veri responsabili del disastro apocalittico.

Murray sottolinea come se da un lato Days Gone, al pari di molti videogame, permette una certa customizzazione dei dettagli, dall’altro propone l’immedesimazione in un personaggio decisamente strutturato degli elaboratori del gioco caratterizzato dai cliché del maschio bianco tradizionalista e normativo incarnante i valori dell’intraprendenza, della forza e della durezza emotiva, reduce di guerra senza aver ricevuto per i sui servigi alla nazione un adeguato riconoscimento.

L’appeal ideologico di Days Gone, secondo la studiosa, si rifà allo stato d’animo rancoroso diffusosi negli Stati Uniti a partire dall’elezione del presidente Barack Obama del 2012 – soprattutto tra i bianchi della classe operaia e della middle class impoverita – in risposta al percepito decadimento dell’America tradizionale. Tale senso di frustrazione, di vittimizzazione del maschio bianco, ha determinato il «desiderio di “riprendersi” a tutti i costi la nazione, rendendola nuovamente grande» (p. 231) scemando facilmente in xenofobia nei confronti di tutte quelle forze aliene che assediano il Paese.

«Nel contesto della crescente polarizzazione tra l’Occidente e gli Altri, lo scenario survivalista attesta l’ansia diffusa di parte della popolazione che si sente vittima della globalizzazione» (pp. 231-232). Nel protagonista Deacon, così come in altri personaggi che popolano Days Gone, non è difficile vedere la «rappresentazione del bianco americano che si sente assediato e perseguitato» (p. 232), sebbene, sostiene Murray, non sia assimilabile alla classica figura del razzista o del suprematista bianco; in diverse occasioni egli disprezza i personaggi più marcatamente razzisti e intolleranti e non manca di allearsi con personaggi di colore con i quali, in alcuni casi, manifesta una qualche prossimità affettiva.

Come avviene in diversi film hollywoodiani post-apocalittici, anche in Days Gone spetta a un protagonista maschile bianco dare un ultima speranza all’umanità di ristabilire l’ordine dei tempi andati: se l’apocalisse è vista come evento che scombussola l’esistenza degli uomini bianchi, non può che spettare a questi il compito di risolvere la situazione. «Days Gone promuove l’idea che l’individuo è un agente libero e autonomo, che il capitalismo sopravviverà all’apocalisse e che lo sforzo umano individuale è più efficace dell’azione collettiva. Days Gone mostra come un soggetto forte possa adattarsi al panico e superare la crisi» (p. 236).

In termini di gameplay, l’intensità affettiva del videogioco alterna fasi di offesa (che prevedono l’eliminazione dell’Altro) e di difesa (sopravvivenza). Days Gone ci dice che il mondo è ostile, siamo soli, non possiamo contare su nessun altro al di fuori di noi stessi, dunque dobbiamo sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Chi sopravvive? I fanatici delle armi da fuoco, gli ex soldati traumatizzati, i malvagi immorali senza scrupoli. Ci sono inoltre i “lavoratori essenziali”: meccanici, operai edili, carpentieri. In breve, uomini e donne della classe operaia che si sporcano le mani per garantire la sopravvivenza della civiltà, ma che sono sistematicamente sfruttati, sottovalutati e infine sacrificati (p. 236).

Donald Trump ha saputo sfruttare a proprio vantaggio tale immaginario insistendo nell’indicare nella globalizzazione la causa dell’erosione sociale della classe operaia e di quella media proletarizzatasi e prendendo costantemente le distanze dalla classe politica, contribuendo così alla sua delegittimazione.

Trump ha descritto gli Stati Uniti come una nazione inerte di fronte a legioni di criminali, spacciatori e stupratori provenienti dal Messico, disumanizzando gli immigrati con l’epiteto di “bestie”. Tra le soluzioni che ha proposto per arginare “la piaga”, spiccano le deportazioni di massa e la costruzione di un grande muro. Il “flusso” di cui parla può anche essere letto in relazione ai flussi globali di corpi, capitali e informazioni che caratterizzano la globalizzazione, un processo che produce manodopera a basso, anzi bassissimo costo, con la quale i lavoratori americani non possono competere (pp. 238-239).

Una parte importante dell’analisi di Murray riguarda il ruolo politico che viene ad avere il paesaggio in Days Gone. Nel videogioco il paesaggio viene presentato come un ambiente naturale e selvaggio invaso da una forza aliena che deve essere riconquistato, “ripulito dai nemici” al fine di ripristinare le “condizioni iniziali”.

La necessità di tale incombenza non è comunicata in forma verbale bensì spaziale, ovvero attraverso la messinscena di un territorio connotato come una risorsa limitata che appartiene di diritto a un gruppo specifico. In questo contesto, possiamo scorgere ovunque i detriti di una civiltà ormai perduta che tuttavia non si rassegna all’oblio. Laddove la società precedente era fondata sul consumismo, nel “nuovo mondo” il valore delle cose dipende dalla loro utilità pratica. Days Gone è strutturato sulla base di processi “naturali” legati ai comportamenti degli animali, degli infetti e delle persone. Tali comportamenti hanno un effetto diretto sulle azioni dei giocatori, sulle opportunità e sui risultati possibili nello spazio di gioco. […] L’ambiente simulato – che mostra un paesaggio tentacolare e maestoso, ricco di risorse, nella vibrante e grandiosa riproduzione del Pacifico nord-occidentale – promette una reinvenzione degli Stati Uniti come nuovo Eden, una fantasia di abbondanza, l’utopia della vita agreste (p. 248).

In conclusione, sostiene Murray, si può affermare che Days Gone comunica un messaggio autarchico e, pur non scemando nel complottismo, esprime una retorica anti-governativa, promuovendo «un’ideologia libertaria, basata sul primato del singolo rispetto alla collettività, e celebra la libertà personale come valore assoluto» (pp. 249-250). Non a caso sul piano narrativo tale videogioco può essere assimilato a un western in cui il protagonista, una sorta di fuorilegge, non rinuncia alla propria individualità, evita di unirsi in modo permanente con una delle fazioni in lotta e palesa una sorta di atavica diffidenza nei confronti di ogni iniziativa istituzionale: «Forte di una rappresentazione del paesaggio che segue il canone del sublime, combinata all’affetto politico anti-governativo e anti-scientifico, Days Gone mette in scena uno dei miti fondanti dell’America» (p. 250).

L’importanza di Days Gone, afferma la studiosa, «non risiede tanto nel suo messaggio politico, quanto nella capacità di veicolare una specifica affettività politica. […] Immergendosi per un lungo frangente temporale negli spazi di Days Gone, è possibile accedere all’intensità affettiva del sentimento politico che si è sviluppato negli Stati Uniti nel modo in cui si è sviluppato» (pp. 252-253).

 

 


  1. Versione in lingua inglese: America is Dead. Long Live America! Political Affect in Days Gone, in “European Journal of American Studies”, Special Issue – Video Games and/in American Studies: Politics, Popular Culture, and Populism, vol. 16, n. 3, 2021. Disponibile online [link], data di consultazione 24 gennaio 2023. 

  2. Soraya Murray, On Video Games: The Visual Politics of Race, Gender and Space, I.B. Tauris, London 2018 

  3. Jennifer Doyle, Hold It Against Me: Difficulty and Emotion in Contemporary Art, Duke University Press, Durham, North Carolina 2013, p. XI. 

  4. Ad esempio: La città verrà distrutta all’alba (The Crazies, 2010) di Breck Eisner e Dawn of the Dead (2004) di Zack Snyder, derivati dagli omonimi film del 1973 e del 1978 di George A. Romero; Io sono leggenda (I Am Legend, 2007) di Francis Lawrence, tratto dall’omonimo romanzo del 1954 di Richard Matheson; 28 giorni dopo (28 Days Later, 2002) di Danny Boyle; Contagion (2011) di Steven Soderbergh; World War Z (2013) di Mark Forster, derivato da un romanzo del 2006 di Max Brooks ecc. 

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