studi post-coloniali – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 26 Sep 2026 20:00:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Emilio Salgari, perché la tigre ruggisce ancora https://www.carmillaonline.com/2024/10/23/emilio-salgari-perche-la-tigre-e-ancora-viva/ Wed, 23 Oct 2024 20:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=84973 di Sandro Moiso

Paola Irene Galli Mastrodonato, Emilio Salgari. The Tiger Is Still Alive!, Fairleigh Dickinson University Press copublished by The Rowman & Littlefield Publishing Group, Lanham (Maryland- USA) – London (UK) 2024, pp. 432.

Inquadrato Salgari entro i suoi limiti stilistici, assolutamente evidenti, è doveroso riconoscergli un’influenza sul fantasticare giovanile – e non solo – che pochissimi suoi contemporanei hanno avuto. Quanto alla battaglia per la conoscenza, essa riguarda una domanda cruciale: ribalto in altra forma, volutamente provocatoria: qualcuno pensa che il più recente vincitore del Premio Strega soppravviverà al 2015, al 2025, al 2035? Mi permetto di dubitarne. [...]]]> di Sandro Moiso

Paola Irene Galli Mastrodonato, Emilio Salgari. The Tiger Is Still Alive!, Fairleigh Dickinson University Press copublished by The Rowman & Littlefield Publishing Group, Lanham (Maryland- USA) – London (UK) 2024, pp. 432.

Inquadrato Salgari entro i suoi limiti stilistici, assolutamente evidenti, è doveroso riconoscergli un’influenza sul fantasticare giovanile – e non solo – che pochissimi suoi contemporanei hanno avuto. Quanto alla battaglia per la conoscenza, essa riguarda una domanda cruciale: ribalto in altra forma, volutamente provocatoria: qualcuno pensa che il più recente vincitore del Premio Strega soppravviverà al 2015, al 2025, al 2035? Mi permetto di dubitarne. Invece l’effimero Salgari ci accompagna dalla fine dell’Ottocento e ancora non accenna a scomparire. Capirne il motivo dovrebbe importare a chiunque analizzi lo scrivere o scriva egli stesso. Attiene al motivo per cui, dall’alba dei tempi, gli esseri umani si raccontano storie e condividono l’immaginazione altrui. (Valerio Evangelisti, Perché Mompracem resiste ancora -2003)

Alla luce dell’analisi svolta da Paola Irene Galli Mastrodonato sull’opera complessiva di Emilio Salgari, il pur positivo giudizio espresso da Valerio Evangelisti potrebbe risultare ancora limitato e parziale. La studiosa, tutt’altro che nuova alla trattazione delle vicende letterarie e critiche ricollegabili alla figura del grande e, certamente, sottostimato autore di libri di avventure, nel monumentale saggio appena pubblicato in lingua inglese dalla Fairleigh Dickinson University Press riesce infatti ad attualizzare e a mettere in luce aspetti fino ad ora ignorati del lavoro, svolto spesso tra mille difficoltà ed angosce, non soltanto di carattere economico, dello scrittore nato a Verona nel 1862 e scomparso a Torino, per propria mano non ancora, cinquantenne nel 1911.

L’autrice ha conseguito un PhD presso la McGill University (Canada), in Letteratura Comparata, e ha trascorso gran parte della sua vita lavorativa presso l’Università della Tuscia (Viterbo) e quella di Potenza dove ha insegnato Lingua Inglese, Letteratura e traduzione in qualità di ricercatrice confermata. Ha pubblicato svariati libri, articoli e saggi sulla letteratura del XVIII secolo e del periodo rivoluzionario1. Inoltre ha pubblicato studi sulle letterature emergenti e l’inscrizione geografica dell’immaginario2.

“Salgariana di vecchia data”, come lei stessa si definisce, ha pubblicato inizialmente un saggio sulle due Indie di Salgari e Forster ( 1996) e ha proseguito con un saggio del 2001 sul “caso” Salgari, tradotto in francese e citato all’estero. Ha proseguito poi con la pubblicazione di svariati articoli e di due volumi collettanei3, perseguendo, con ferma volontà, il tentativo di inserire i romanzi avventurosi dell’autore italiano all’interno degli studi post-coloniali e sulle culture contemporanee. Prefiggendosi, come afferma ancora la stessa «l’obiettivo di inserire Salgari nel discorso critico e postcoloniale in inglese per colmare un vuoto di ricezione che dura da troppo tempo». Ritrovandosi così indirettamente dalla parte dello stesso Valerio Evangelisti, quando questi affermava che:

Emilio Salgari gode oggi di ampio interesse da parte della critica. Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di un interesse tra il bonario e il divertito, teso a inquadrare il “fenomeno Salgari” – che si impone come tale in virtù della sua capacità di parlare a intere generazioni, spesso condizionandone l’immaginario – in una nicchia ai margini della storia della letteratura italiana. Magari si destruttura la prosa salgariana, si cercano i meccanismi della sua “magia”, ma quasi sempre si finisce per individuarne il cuore nel colorito e nel pittoresco. Secondo me c’è ben di più, ed è la connessione stretta tra l’opera di Salgari e l’intero universo della narrativa popolare, con la sua capacità di destare emozioni durature e di riproporle a dispetto del tempo trascorso4.

Anche se il discorso di Paola Irene Galli Mastrodonato si è di fatto approfondito e, in qualche modo radicalizzato, trovandosi anche a polemizzare, per alcuni versi, con un’altra studiosa del “Capitano”, Ann Lawson Lucas5, che per Einaudi ha curato il volume dei «Millenni» dedicato a Salgari: Romanzi di giungla e di mare (2001), che aveva definito Salgari come una “spugna” capace di assorbire influenze e nozioni provenienti da letture e impressioni giornalistiche senza riconoscergli, invece, la grande capacità di rielaborazione e invenzione riconducibili, entrambi, allo sforzo immane di ricerca di dati storici, sociali, antropologici e geografico-naturalistici così come di fonti originali di informazione che costituirono sempre la fitta rete strutturale che avrebbe retto ogni testo salgariano.

Emilio Salgari. The Tiger Is Still Alive! si articola intorno ad una introduzione, in cui si ripercorrono brevemente le vicende “personali” dello scrittore, e a cinque densi capitoli che ne affrontano ognuno qualche aspetto particolarmente significativo, accompagnati da una ricchissima bibliografia di quasi venti pagine che raccoglie una grande quantità di contributi dedicati al medesimo, sia in Italia che all’estero, oltre che da un elenco delle sue opere.

Il primo capitolo espone la dimensione planetaria delle avventure narrate da Salgari, mentre il secondo si sofferma sulla dimensione epica della resistenza contro l’imperialismo britannico contenuta all’interno del ciclo delle Tigri di Mompracem. Il terzo, che si ricollega direttamente al secondo, esplora la dimensione indiana dei Misteri della Giungla Nera collegandola alla rilettura italiana che giungerà fino ai film di Sollima con protagonista l’attore indiano Kabir Bedi e all’influenza della stessa su uno scrittore importante come Amitav Ghosh, che in alcuni suoi romanzi non solo ha chiamato direttamente in causa l’autore italiano e, in particolare, le “sue” Sunderbans, le foreste di mangrovie in cui le acque del Delta del Gange e di altri grandi fiumi si mescolano a quelle salmastre dell’Oceano, di cui parla proprio nel ciclo indiano, ma ne ha anche tratto ispirazione nella costruzione di un’epica moderna indiana in cui il ricordo del passato coloniale e la lotta anticoloniale si mescolano all’avventura con la A maiuscola6.

Il quarto capitolo è invece dedicato al Corsaro Nero e al ciclo caraibico di pirati, amore e vendetta. Ma è il quinto a costituire il boccone più succulento per quanto riguarda la revisione degli studi critici sull’opera di Salgari. Non a caso, quindi, è intitolato proprio all’eredità di Emilio e alla necessaria decostruzione non solo degli studi letterari a lui dedicati, ma anche della concezione, contenuta nella maggioranza degli stessi, che vede separati l’alto e il basso, il popolare e il colto nell’ambito dell’invenzione letteraria.

In quest’ultimo non soltanto si sottolinea con forza la continuità degli elementi antimperialisti, anticolonialisti e antirazzisti contenuti nei suoi romanzi, ma se ne scopre e difende la sostanziale modernità interpretativa degli elementi “realistici” e/o storici che fanno da sfondo o scenario dei fatti narrati. A partire da quella classica che, nel contesto degli studi letterari, si pone più spesso: «Chi è un autore popolare e cos’è un testo popolare?».

La ricezione del pubblico e la diffusione di un testo oppure la popolarità di un autore e dei suoi personaggi, fanno certo parte della risposta. Una risposta che, però, troppo spesso separa il sottotesto, il contesto e gli elementi di riflessione contenuti in un’opera o di un autore di “successo” da quelli riconosciuti come tali in un testo o in un autore “colto”. Il paragone che l’autrice stabilisce, per fare ciò, tra i romanzi salgariani e quella che ritiene l’opera letteraria popolare più celebre e diffusa di tutti i tempi – Rebecca di Daphne Du Maurier, pubblicata nel 1938 – e quello successivo di questa con La nausea di Jean Paul Sartre, si rivela subito molto interessante per comprendere come, troppo spesso (per non dire sempre), la critica accademica rifiuti di riconoscere nelle opere popolari le stesse valenze, sia a livello di contenuto che interpretative, di quelle ritenute “colte”. In questo caso l’esistenzialismo riconducibile ad entrambe, ma riconosciuto soltanto nella seconda.

L’autrice dello studio, nel difendere la modernità e la complessità dell’eredità letteraria di Salgari, afferma:

Mi si lasci iniziare [… ] rivedendo proprio ciò che è stato considerato il suo tallone di Achille, il suo stile letterario. Se noi consideriamo infatti la mimesis come “imitazione” o “convenzione” noi dobbiamo tutti concordare sul fatto che si allontana decisamente dal realismo mimetico (così come, ad esempio, fece Byron) sia per le sue trame esotiche che per le contaminazioni linguistiche contenute nelle stesse. Per questo motivo è profondamente antinaturalistico e antimimetico, sia positivista (per la sua visione enciclopedica planetaria) che anti-positivista (la trama dei Misteri della Giungla nera oppure la distopia delle Meraviglie del Duemila), mentre Alfredo Luzi ha accertato definitivamente l’originalità e la qualità della tecnica “post-moderna” di Salgari basata su ciò che Édouard Glissant ha definito come una “rete di riferimenti”, l’abilità di inserire “nuclei narrativi di finzione all’interno un tessuto di eventi reali”, un tratto distintivo della sua lingua meticcia e creola, irrispettosa delle regole”. Come ho dimostrato, sebbene in una forma ancora obbligatoriamente incompleta, la prosa di Emilio è allo stesso tempo “visuale” e “visionaria”, aperta ad un paesaggio “utopico”, l’eccezionale frutto di una scrupolosa riscrittura delle fonti consultate7.

Non potendo, però, per motivi di spazio e tempo indagare completamente la riflessione dell’autrice sui riferimenti della cultura pop, cinematografica e televisiva ai romanzi salgariani, preme a chi recensisce qui il testo sottolineare ancor alcuni elementi messi in risalto da Paola Irene Galli Mastrodonato.

Il primo, che si ricollega direttamente all’impianto antiimperialista dell’autore, è legato al primo kolossal del cinema italiano e forse mondiale: Cabiria di Mario Pastrone, realizzato nel 1914, tre anni dopo la scomparsa di Salgari. Tratto liberamente dal suo romanzo Cartagine in fiamme, ma la cui sceneggiatura attribuita a Gabriele D’Annunzio, cancellando l’autore originale, avrebbe completamente ribaltato l’impianto anti-romano e le caratteristiche dei personaggi principali.

Fatto che rivela anche, come sottolinea ancora la ricercatrice, l’inconsistenza dell’accusa di “fascismo” rivolta ad un autore scomparso undici anni prima dell’avvento del regime mussoliniano, la cui unica colpa era, e per molti versi rimane, quella di essere stato uno degli autori italiani più letti, in Italia e all’estero, del Novecento. Periodo fascista incluso. Accusa che, se si pensa al peso successivamente attribuito ad autori per l’infanzia come Gianni Rodari (strettamente ricollegabile al periodo filo-sovietico e stalinista del PCI, ancora dopo la seconda guerra mondiale), appare francamente proditoria e ridicola.

L’ultimo punto che l’autore di queste insufficienti righe vorrebbe ancora sottolineare è quello del ruolo delle figure femminili nel contesto dell’opera salgariana. Tralasciando le figure di Marianna, Jolanda e molte altre eroine ancora, compresa la coraggiosa Capitana dello Yucatan, è dalle pianure del Far West che queste ricevono il massimo splendore, unendo un differente interpretazione del mito del West in chiave anti-razzista e anticoloniale a quella di donne rappresentate obbligatoriamente come deboli, indifese, destinate ad essere soltanto vittime, madri, sorelle e amanti fedeli. A differenza di Minnehaha e Yalla protagoniste della trilogia western: Sulle frontiere del Far West, La scotennatrice e Le selve ardenti.

Oltre ad anticipare gli spaghetti-western di sessant’anni dopo, con il coinvolgimento di giovani e avventurosi italiani nelle vicende narrate, la trilogia metterà al centro della vicenda la resistenza dei nativi al progressivo avanzare dei coloni bianchi e dei massacri perpetrati dagli stessi e dall’esercito degli Stati Uniti nei confronti degli abitatori originali delle grandi pianure dell’Ovest. Non a caso la vendetta della figlia di Nuvola Rossa si compirà soltanto con il massacro del Little Big Horn, dove il colonnello Custer e i suoi uomini pagheranno il prezzo delle angherie perpetrate precedentemente sulle tribù più indifese.

Ma non è soltanto il riconoscimento in anticipo della violenza subita dai popoli amerindi a colpire il lettore, poiché anche la forza delle figure di donne guerriere all’interno delle differenti tribù Apache, Sioux Oglala, Cheyenne o altre ancora è stata riscoperta e sottolineata nelle ricerche storiche e antropologiche al femminile condotte negli ultimi decenni. Ricerche che rivelano come l’importante ruolo delle donne sciamano e guerriere, esattamente come nelle tradizioni nordiche, appartenesse totalmente a società che troppo spesso sono state ridotte a primitive, barbare e maschiliste. Creando un modello femminile immaginario di cui, purtroppo, sembra ancora nutrirsi tanto femminismo perbenista in stile Me Too.

Come si è già detto, soltanto ragioni di spazio obbligano il recensore a fermare qui la sua ricapitolazione della ricchezza di osservazioni, riflessioni e riletture che il bellissimo e interessantissimo testo di Paola Irene Galli Mastrodonato avanza in quasi ogni pagina e non rimane che augurare che lo stesso testo trovi al più presto un editore per la sua pubblicazione anche qui in Italia, da troppo tempo adusa alla boria di una critica letteraria insufficiente e stantia, anche quando, e forse soprattutto, si pensa “progressista”.


  1. La rivolta della ragione, 1991; Storia della vita e tragica morte di Bianca Capello. Genesi di un racconto si successo del Settecento, 2009 e “Romans gothique anglais et traductions françaises: l’année 1797 et la migration des récits”, 1986, che è stato in seguito inserito nella Cambridge History of the Gothic nel 2020.  ↩

  2. Ai confini dell’Impero. Letterature emergenti (1996) e Geo-Grafie: percorsi di frontiera attraverso le letterature (1999).  ↩

  3. Il tesoro di Emilio: omaggio a Salgari (2008) e Riletture salgariane (2012).  ↩

  4. V. Evangelisti, op. cit., p. 180.  ↩

  5. A. Lawson Lucas, La ricerca dell’ignoto. I romanzi di avventura di Emilio Salgari, Leo S. Olschki, Firenze 2000.  ↩

  6. Si vedano in particolare i romanzi della trilogia ruotante intorno alla Guerra dell’Oppio: Mare di papaveri, Neri Pozza Editore,Vicenza 2008; Il fiume dell’oppio, Neri Pozza, Vicenza 2011 e Diluvio di fuoco, Neri Pozza, Vicenza 2015.  ↩

  7. P.I. Galli Mastrodonato, Emilio Salgari. The Tiger Is Still Alive!, Fairleigh Dickinson University Press copublished by The Rowman & Littlefield Publishing Group, Lanham (Maryland- USA) – London (UK) 2024, p. 380. Traduzione a cura del recensore.  ↩

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Contro l’unilaterale racconto della modernità https://www.carmillaonline.com/2018/09/27/contro-lunilaterale-racconto-della-modernita/ Wed, 26 Sep 2018 22:01:58 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48746 di Sandro Moiso

Sandro Luce, Soggettivazioni antagoniste. Frantz Fanon e la critica postcoloniale, Meltemi editore, Milano 2018, pp. 308, € 20,00

A quasi sessant’anni dalla prematura scomparsa dell’autore, l’opera di Frantz Fanon (1925 – 1961) sembra acquisire una sempre maggior importanza nell’ambito degli studi post-coloniali e una ancor più significativa nell’ambito della più generale riflessione sui temi dei rapporti tra dominatori e oppressi, cultura e nazione e, soprattutto, sui concetti di modernità, progresso e diritti così come ci sono stati trasmessi da una vulgata storica, politica e filosofica ancora troppo influenzata dai miti e dagli scopi indicibili del colonialismo europeo [...]]]> di Sandro Moiso

Sandro Luce, Soggettivazioni antagoniste. Frantz Fanon e la critica postcoloniale, Meltemi editore, Milano 2018, pp. 308, € 20,00

A quasi sessant’anni dalla prematura scomparsa dell’autore, l’opera di Frantz Fanon (1925 – 1961) sembra acquisire una sempre maggior importanza nell’ambito degli studi post-coloniali e una ancor più significativa nell’ambito della più generale riflessione sui temi dei rapporti tra dominatori e oppressi, cultura e nazione e, soprattutto, sui concetti di modernità, progresso e diritti così come ci sono stati trasmessi da una vulgata storica, politica e filosofica ancora troppo influenzata dai miti e dagli scopi indicibili del colonialismo europeo e dei rapporti di produzione/sopraffazione di stampo occidentale.

La figura e l’azione dell’intellettuale originario della Martinica hanno infatti influenzato non soltanto i movimenti di liberazione nazionale dell’Africa e di quello che un tempo veniva definito, con un termine che derivava ancora da uno schema classificatorio figlio della concezione di progresso tipica dell’Occidente conquistatore, Terzo Mondo e dei suoi leader . Non solo ha influenzato Che Guevara e il Black Panther Party, ma anche, guardando con più attenzione, l’opera successiva di Michel Foucault oppure il radicalismo di una intellettuale e militante come Houria Bouteldja (qui).

Le sue opere principali,1 scritte sostanzialmente nel decennio 1951- 1961 e pubblicate in gran parte dopo la sua morte per leucemia, sono ancora di grandissima attualità e utilità, soprattutto per chi voglia adoperare e applicare nelle proprie ricerche il concetto di post-moderno così come è stato definito da Jean-François Lyotard.

Se infatti appare sempre più evidente come le grandi narrazioni globali prodotte dall’Illuminismo, dal Positivismo e da un troppo male inteso Marxismo, che Karl Marx per primo avrebbe rigettato, siano sempre meno adeguate per spiegare e ricostruire le vicende che hanno portato agli attuali rapporti di potere e dominazione tra classi sociali, generi e nazioni e se è sempre più evidente come il concetto di razza e nazione siano sempre più fragili di fronte alla reale esperienza storica e alle più moderne ricerche e conferme della genetica,2 l’opera di Fanon può ancora costituire non soltanto una guida per la ricerca e per l’azione, ma anche un autentico grimaldello per scardinare troppo facili certezze e assunti che finiscono spesso per l’inquinare ancora la riflessione e il pensiero politico di un malinteso antagonismo ancora influenzato dalle teorie tardo ottocentesche. Di fatto dal liberalismo e dal razionalismo positivista di stampo borghese ed eurocentrico.

E’ per questo motivo che l’opera di Sandro Luce, pubblicato da Meltemi in una collana, Linee, che da tempo presta particolare attenzione alle ricerche prodotte dai Postcolonial Studies e da quelle degli studiosi dei Subaltern Studies, è interessante, utile e necessaria.
L’autore, dottore di ricerca presso l’Università di Salerno e autore di un saggio su Michel Foucault3 e di numerosi altri pubblicati su riviste e volumi collettanei, nella prima parte del testo sottopone il pensiero di Fanon alla “prova della modernità” mentre nella seconda analizza la sua influenza sugli studi postcoloniali aprendo una sorta di serrato confronto tra gli autori di questa corrente e le principali intuizioni e formulazioni dello stesso, in particolare sui temi dell’idea di nazione e di cultura, dell’anticolonialismo e degli intrecci tra corpi, psiche e dominio coloniale.

Quest’ultimo punto si rivela particolarmente significativo, considerato che il “vissuto”, individuale e collettivo, assume nella riflessione fanoniana una centralità decisiva. Da qui

i suoi ripetuti appelli alla rivolta degli oppressi, le sue invocazioni contro il dominio dei saperi – si pensi a quello psichiatrico – che si affermano ineludibilmente come verità assoggettanti. Sono analisi potenti, prive di eufemismi, che rinviano sempre ad una realtà violenta e drammatica nella quale la condizione degli oppressi emerge innanzitutto dai loro corpi umiliati, segnati dalla brutalità coloniale, privati della loro voce, eppure inquieti, attraversati dal desiderio di ribellione e dall’ambizione di contrapporre al dominatore la forza della propria azione.
Fanon mette in campo una vera e propria “fenomenologia del corpo” che, nell’evidenziare quanto i meccanismi di disumanizzazione siano inscindibili dall’oggettivazione e dalla bestializzazione dei corpi dei soggetti colonizzati, ne preannuncia anche le capacità metamorfiche e la potenza eversiva.4

Ma Fanon apre anche la riflessione su come la violenza sui corpi si accompagni ad una forse ancora più pericolosa: quella esercitata sulle culture “altre” attraverso un’assimilazione al canone europeo «per mezzo di una vasta operazione di culturalizzazione che va tenacemente combattuta». Motivo per cui la lingua, il velo delle donne, l’uso degli strumenti di comunicazione di massa possono diventare strumenti di rivendicazione culturale, utili a diffondere il verbo rivoluzionario proprio rovesciando e mostrando la reale funzione degli assunti di un’unilaterale narrazione della modernità, bianca e occidentale.

«Strappare la maschera bianca significa per l’oppresso rifiutare la figura dell’alterità nella quale viene incapsulato e liberarsi così dai complessi di inferiorità e dai meccanismi nevrotici che lo assillano».5 Allo stesso tempo

l’obiettivo fanoniano non è però quello di riattivare figure arcaiche attraverso le quali plasmare identità essenzializzate e comunitarie da opporre, secondo la logica binaria Noi/Loro, a quella del colonizzatore occidentale. I comportamenti e le pratiche culturali vanno sempre pensate all’interno di precise articolazioni storiche e non possono che essere l’esito mai definitivo di un movimento incessante ed indefinito.6

Questo aspetto, naturalmente, finisce col riguardare la definizione del concetto di Nazione, che rischia, una volta assunto un canone identitario “stretto”, di assumere i connotati in esso infusi dal canone europeo, con tutte le conseguenze inerenti la repressione delle minoranze o di coloro con non appartengono alle etnie o alle classi dominanti una volta raggiunta la liberazione dall’assoggettamento coloniale. Contribuendo così a diffonderne, ancora ed ancora, le sue velenose radici. Tema particolarmente importanti all’interno degli studi postcoloniali e motivo per il quale, secondo Luce:

Solo attraverso un’operazione di ‘provincializzazione’ del lessico politico-giuridico della modernità occidentale e della sua attitudine generalizzata e formalizzante, dietro le quali si nascondono inevitabili forme di gerarchizzazione ed esclusione, sarà possibile provare ad immaginare quelle […] ‘sfere pubbliche diasporiche’, crogiuoli di un ordine politico post e trans-nazionale nel quale le soggettivazioni politiche saranno l’esito, mai definitivo, di rivendicazioni e di antagonismi che nascono dalla relazione tra elementi eterogenei e da un’attività di immaginazione, che sia capace di “strappare il velo del reale” e trasformarsi in impulso per l’azione.7

A questo punto però, anche se il testo di Sandro Luce non si addentra in questo discorso, sarebbe d’uopo sottolineare che i Postcolonial Studies e le formulazioni di Fanon potrebbero costituire sicuramente anche un ottimo punto di partenza per ripercorrere la storia dello stesso Occidente e della stessa Europa in cui una mai abbastanza discussa unità culturale e cristiana nasconde, in realtà, un lungo processo di sradicamento e repressione di tutte le forme comunitarie, di tutte le culture e di tutti i modi di produzione che hanno preceduto l’avvento prima della società mercantile e del suo dominio formale e, successivamente, di quella capitalistica, industriale e finanziaria, e del suo dominio totale sulle genti, le culture e l’immaginario, Una battaglia durata secoli, iniziata molto prima dell’avvento della rivoluzione industriale e spesso liquidata troppo facilmente a ‘sinistra’ con la riduttiva formula dell’“accumulazione originaria”.

In cui il moderno concetto di nazione «colma il vuoto lasciato dallo sradicamento di comunità e gruppi parentali, trasformando quella perdita in linguaggio della metafora.»8 Linguaggio in cui l’idea dello Stato-nazione ha costituito la metafora più potente, per cui la violenza esercitata sui corpi e sul corpo sociale nel suo insieme ha finito col sostituire la sacralità del corpo e dei corpi (compresi quelli dei re e dei santi) con il corpo sacro e intangibile dello Stato nazionale.

In questo modo l’individuo europeo potrebbe scoprire di aver vissuto con molto anticipo i drammi vissuti successivamente dai popoli colonizzati e dati per scontati come conseguenza dell’”inevitabile” progresso e della modernità e ritrovarsi così davanti alla necessità di strapparsi anch’egli dal volto la “maschera bianca” impostagli ormai da lungo tempo. Cancellando così in un sol colpo le panzane di cui si nutrono non solo i sovranismi e i nazionalismi, ma anche i socialismi e le democrazie nazionali e contribuendo alla riscrittura di un discorso di lotte che, una volta liberato anche dagli identarismi partitici non solo parlamentari, possa realmente aprirsi ad una maggiore integrazione tra comunità, generi, etnie, culture accomunate dalla volontà/necessità di opporsi all’oppressione politica, economica e culturale odierna.
Superando in questo modo anche l’annosa questione del “soggetto rivoluzionario” per riscoprire i ‘soggetti’. In ogni angolo del mondo.
Pensiamoci.


  1. F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 1962; F. Fanon, Pelle nera, maschere bianche, ETS, Pisa 2015 e tutti gli altri scritti raccolti sia nelle opere selezionate curate da Giovanni Pirelli e raccolte in Fanon, voll. 1 e 2, Einaudi, Torino 1971, che negli Scritti politici volume I. Per la rivoluzione africana, DeriveApprodi, Roma 2006 e Scritti politici volume II. L’anno V della rivoluzione algerina, Derive Approdi, Roma 2007  ↩

  2. Occorre a questo proposito qui ricordare la figura di Luigi Luca Cavalli Sforza, recentemente scomparso, che con la sua ricerca sul genoma umano ha sicuramente contribuito a demolire definitivamente il concetto di “razza”, così come il colonialismo e l’imperialismo occidentali avevano contribuito a creare a partire dalla seconda metà del XVIII secolo proprio allo scopo di creare una separazione netta e un muro invalicabile tra dominatori e dominati, tra popoli bianche a popoli altri secondo una linea del colore assolutamente insignificante in Natura. Si consiglia a questo proposito la lettura o la consultazione di L.L. Cavalli Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996 sintesi del ben più ampio L.L. Cavalli Sforza, A. Piazza, P. Menozzi, Storia e geografia dei geni umani, Adelphi, Milano 1997  ↩

  3. S. Luce, Fuori di sé. Poteri e soggettivazioni in Michel Foucault, Mimesis, Milano 2009  ↩

  4. S. Luce, Soggettivazioni antagoniste. Frantz Fanon e la critica postcoloniale, Meltemi editore, Milano 2018, pp. 9-10  ↩

  5. S. Luce, Soggettivazioni antagoniste, op. cit., p.10  ↩

  6. Ivi, p. 11  ↩

  7. Ivi, pp. 186-187  ↩

  8. H.K. Bhabha, I luoghi della cultura in H.K. Bhabha (a cura di), Nazione e narrazione, Meltemi, Roma 1997, p. 196 cit. in S. Luce, Soggettivazioni antagoniste, op. cit., p. 180  ↩

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