storia delle donne – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 27 Jun 2026 05:33:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Principesse e matrigne (Profili di donne, 1) https://www.carmillaonline.com/2021/07/20/principesse-e-matrigne-profili-di-donne-1/ Tue, 20 Jul 2021 20:30:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67175 di Franco Pezzini

Marilù Oliva, Biancaneve nel Novecento, pp. 351, € 19,00, Solferino, Milano 2021.

Nel corso di questi anni, la produzione di Marilù Oliva ha mirato sempre più alto. Dai deliziosi romanzi della Guerrera, che non si esaurivano in un puro genere né quanto a contenuti (abbracciando visionarie panoramiche tra mitologie del fuoco e storia sociale delle danze sudamericane) né per forma, con la loro policroma eleganza narrativa, è passata così a una seconda fase in cui la visionarietà – le anziane sultane, i freak, gli scrutatori del cielo stellato – [...]]]> di Franco Pezzini

Marilù Oliva, Biancaneve nel Novecento, pp. 351, € 19,00, Solferino, Milano 2021.

Nel corso di questi anni, la produzione di Marilù Oliva ha mirato sempre più alto. Dai deliziosi romanzi della Guerrera, che non si esaurivano in un puro genere né quanto a contenuti (abbracciando visionarie panoramiche tra mitologie del fuoco e storia sociale delle danze sudamericane) né per forma, con la loro policroma eleganza narrativa, è passata così a una seconda fase in cui la visionarietà – le anziane sultane, i freak, gli scrutatori del cielo stellato – spalanca discorsi enormi in chiave mainstream. Poi, spinto il genere un po’ a lato con un paio di godibili polizieschi – colti, ricchi di provocazioni –, una terza fase conduce ancora più in alto, alla recente rilettura al femminile dell’Odissea e a questo compatto, drammatico, vivido Biancaneve nel Novecento. Dove, di nuovo, non mancano chiavi affabulatorie (non gli dei del fuoco o le macchine del tempo, ma la fiaba di Biancaneve incalzata nella sua evoluzione filologica come uno specchio che trasfigura e – di volta in volta – rischia di deformare la realtà, polarizzando i volti in maschere), anche per una solida tecnica narrativa, ma dove il dito è puntato sulle piaghe del Secolo breve.

Le vite parallele di nonna e nipote si dipanano così a mappare gli eventi, i dolori e le tragedie – fino a fatti di cronaca che possiamo ricordare sui giornali – ma dal grembo concreto della storia, quella grande delle nazioni e quella piccola familiare e individuale. Non stride dunque il passaggio dalle scene a Buchenwald dove Lili (la nonna) è prigioniera nel bordello del lager a quelle dei locali pubblici da movida dove Bianca (la nipote) recupera le danze care alla Guerrera, in un richiamo dell’autrice agli inizi della sua scrittura, e che ne salda idealmente le fasi. Del resto l’incomprensibile senso del rifiuto materno e l’inadeguatezza patiti da Bianca si specchiano nell’altrettanto incomprensibile realtà vissuta da Lili nei rapporti con la piccola e grande Storia – nell’una e nell’altra situazione con il senso di una mancanza di giustizia al mondo che lascia feriti, umilia e consuma. Ma tutto il romanzo è fitto di questi giochi a incastro, frutti di un’estrema consapevolezza letteraria: certo ricca di dati documentali (l’autrice offre alla fine anche una bibliografia storica “minima”, di grosso interesse) e comunque di una profondità umana ben avvertibile, ma che mai cede sul fronte della narrazione. Se Biancaneve è principessa, lo è Mafalda di Savoia alla cui morte nel lager Lili assiste impotente; e in compenso il ragazzo che Bianca vede come principe si rivela un antipatico, mediocre cercatore di asfittiche normalità. Così, paradossalmente, funziona la vita.

Occorre non equivocare sulla natura di romanzo: la nipote narrante – sia chiaro – non è l’autrice più di quanto possa esserlo qualunque personaggio di narrazione, quasi a stabilire un gioco parallelo di rifrazioni parziali, in parte calzanti e in parte svianti tra Marilù e Bianca, come tra Bianca e Lili e tra Bianca e Biancaneve. Dove ciò che svia e distingue, però, produce domande ed è anche lì che troviamo a interpellarci l’autrice.

Ogni scrittore riporta se stesso e altri – familiari, amici, protagonisti di storie reali avvicinate in modo diverso e a volte accidentale – nei dettagli e nelle emozioni dei suoi personaggi: si tratti degli eroi della vicenda, o invece di figure defilate ma non meno sue, e persino in quelle antipatiche o ripugnanti. Tutto ciò in grazia di un’empatia che nella vita fatichiamo a trovare con chi ci passi accanto: e il personaggio forse più tragico di questo romanzo, la vera mattatrice delle pagine si consuma nell’interstizio tra le vicende parallele, quella Candi che è all’inizio cattiva matrigna di Bianca(neve) e alla fine – compresa ormai nelle sue ragioni umane – mamma rimpianta. La chiave di tutto – e di più non si dice, per non smontare un meccanismo narrativo – sembra stare nella chioma di Candi, bella donna resa aggressiva dall’alcool e dalla ribellione a una Storia che non risparmia nessuno. Come scrive Maria Rosa Cutrufelli presentando Biancaneve nel Novecento  all’edizione 2021 del Premio Strega:

 

I due racconti si alternano fin quasi alla fine, fino al momento in cui i ricordi di Lili e la vita di Bianca trovano il punto di sutura. E allora le voci si placano e, in un certo senso, si fondono in un nuovo equilibrio.

Un romanzo tenero e feroce, che entra nella Storia per farci capire come il male generi altro male, inevitabilmente. Come il nostro “passato” non passi mai, se non lo mettiamo a fuoco, con tutti i suoi errori e orrori. E, soprattutto, se non esercitiamo la nostra capacità di empatia e di compassione, cercando di sanare le ferite degli altri, che sono anche le nostre.

 

È in questo senso più ampio, di percezioni acquisite al di là di ogni maschera di personaggio, che il libro protesta dimensioni concretamente autobiografiche: solo facendo esperienza, in contesti anche distanti, di questa realtà fondamentale – un’esperienza psicologica che diventa però fisica nei nostri carne e sangue – possiamo approdare a una pacificazione interiore, sempre parziale e dialettica, con la sincerità di queste pagine. Dove la speranza – quella di spezzare taluni meccanismi che perpetuano il male moltiplicandolo a cascata lungo il flusso delle generazioni – non arriva quale dolciastro lieto fine appiccicato col nastro adesivo, quale “Mondo belo” da buonisti idioti, ma come frutto di una faticosa, onesta arte quotidiana a capire senza sconti la realtà e a ricordarla. Il fitto calendario di eventi-chiave di un secolo ha anche questa funzione, di memoria necessaria per capire. E allora butteremo via le pacificazioni-fuffa – quelle che parificano persecutori e perseguitati, quelle che obbligano vedove a stringersi la mano in contesti dove dovrebbe essere lo stato a chiedere scusa, quelle che tentano di trasformare feste dal contenuto valoriale pregnante in mischioni memoriali buoni a ogni retorica – e potremo avvicinare in modo più onesto e sano sofferenze da poveri diavoli, storie di bambini poco amati, drammi d’innocenti macinati dalla società o dalla Storia.

Nelle fiabe il Male c’è: in questo senso il richiamo alla fiaba di Biancaneve non si consuma nella semplice contrapposizione tra la giovane buona perseguitata e la matrigna cattiva, ma in una più sottile presa d’atto che il Male debba essere preso sul serio, e che l’unico uso sensato dello specchio incantato stia nel porre domande. Qualcosa che, fuor di metafora, conduce a una necessità di porre domande e capire attraverso i mezzi a nostra disposizione: fonti, documenti, voci… Che potranno allora rivelarci moltissimo su chi sono coloro che ci fanno del male, sulla loro storia, e – in parallelo – su chi realmente siamo noi. Senza cadere nelle trappole delle geremiadi pilotate, dei documenti farlocchi quanto i Savi di Sion, delle informazioni incontrollate e brandite come clave – inevitabile pensare allo storytelling tossico che uno storico serio come Eric Gobetti ha decostruito a suon di dati oggettivi (E allora le foibe?, Laterza, 2021, nell’ambito di una bella collana tesa proprio a smontare retoriche falsanti) ricevendo raffiche di minacce e di sgangherati attacchi anche giornalistici.

Però le cifre con cui accostare Biancaneve nel Novecento sono varie: una doppia storia di formazione compresa di fasi decreative – gli shock nel lager, la droga… – e di laceranti fallimenti; una storia sull’amore e su quegli amori che possono salvare, a volte, solo fino a un certo punto; una storia appunto sull’identità e le identità, di continuo perdute e reinventate imperfette (Biancaneve per Bianca), ricostruite, trasformate anche grazie alla chiave della sorellanza. Che è anche dunque una storia della donna e delle donne nel Secolo breve, ed è impensabile non pensare alle iniziative condotte dall’autrice in questi anni – contro il femminicidio e la violenza alle donne, per un’accresciuta presa di coscienza critica su un certo lascito patriarcale nell’Italietta familista, eccetera. Nei suoi aspetti da romanzo drammatico popolare (formula in nessun modo svilente, che guarda alla capacità di scrivere per un grande pubblico e non solo per i salotti), Biancaneve nel Novecento è un libro importante, che permette di riflettere su scelte e pratiche di una lotta per la sopravvivenza che è anche una forma di lotta per la dignità. E può passare persino attraverso il letto del postribolo di un lager, se continuiamo a sognare rabbiosamente una realtà diversa. Pur tra cadute da cui nessuno potrà dirsi indenne.

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Trotula, bella scoperta! https://www.carmillaonline.com/2013/09/04/trotula-bella-scoperta/ Tue, 03 Sep 2013 23:01:26 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=9051 Presciuttini_Trotuladi Cassandra Velicogna

Paola Presciuttini Trotula, Meridiano Zero, Bologna 2013 pagg 416 € 18

Leggere le poche notizie certe sulla vita di Trotula de Ruggiero dev’essere stata una tentazione davvero irresistibile per Paola Presciuttini. Il punto è che a quest’autrice va come prima cosa il merito di aver ricercato e scoperto le gesta della prima donna che si batté per portare agli occhi della scienza medica il corpo femminile con le sue specificità e peculiarità. La Salerno dell’anno Mille è lo sfondo di questa vicenda: hippocratica civitas per eccellenza, Salerno visse [...]]]> Presciuttini_Trotuladi Cassandra Velicogna

Paola Presciuttini Trotula, Meridiano Zero, Bologna 2013 pagg 416 € 18

Leggere le poche notizie certe sulla vita di Trotula de Ruggiero dev’essere stata una tentazione davvero irresistibile per Paola Presciuttini. Il punto è che a quest’autrice va come prima cosa il merito di aver ricercato e scoperto le gesta della prima donna che si batté per portare agli occhi della scienza medica il corpo femminile con le sue specificità e peculiarità. La Salerno dell’anno Mille è lo sfondo di questa vicenda: hippocratica civitas per eccellenza, Salerno visse un Medioevo tutt’altro che oscuro: per ragioni di studio, militari o mercantili il ricambio costante di persone e idee promosse una cogerie culturale di primo livello per l’epoca. Alcuni documenti riportano la sua esperienza come levatrice sia presso le case della povera gente che presso le dimore della nobiltà salernitana, inoltre sappiamo che Trotula fece parte delle cosiddette Mulieres Salernitanae e cioè quel gruppo di donne eccezionalmente ammesse alla scuola di medicina e portatrici della tradizionale cultura erboristica. Né a Giovanni Plateario che l’ebbe in sposa né ai figli Giovanni e Matteo, anch’essi medici, fu tributato altrettanto onore nelle arti mediche. Sappiamo anche che era molto bella e che non amava coprire il capo con il velo che le donne solitamente indossavano. Trotula ci lascia il De passionibus Mulierum considerato il primo trattato di ostetricia e ginecologia. In età moderna si ripartirà dagli scritti di Trotula per sviluppare gli studi ginecologici e questo rende fondamentale e fondante il suo lavoro. In più si sa che al suo funerale migliaia di persone seguirono il feretro, come fosse una regina, probabilmente una forma di gratitudine a una solerte e infallibile levatrice… Poco altro. Ma nel romanzo c’è molto di più. Prima di tutto c’è una storia, raccontata da svariati personaggi: la tata analfabeta, il precettore benedettino, il marito geloso, la cugina sottomessa, i figli medici e il fratello cuoco…Trotula prende vita sulle pagine e non delude nemmeno per un attimo. La vicenda di una donna curiosa e combattiva, madre e medico, che si confronta giorno dopo giorno con la società dell’epoca e con il ruolo a cui il suo genere era relegato. Eppure se c’è una cosa che Presciuttini dimostra con questa vicenda è che le consuetudini e le leggi divine o umane, possono essere sovvertite, cambiate, aggirate, rifiutate. “L’idealizzazione della sua figura, divenuta quasi leggendaria, ha portato alcuni studiosi a metterne in dubbio la storicità.” (dalla pagina su Trotula di Wikipedia): infatti il personaggio immaginato da Presciuttini fa esplodere regole imposte al femminile per ottenere un risultato che oggi capiamo come inevitabile, ma allora assolutamente lontano a venire. In alcune cose Trotula sarebbe all’avanguardia, esistenzialmente parlando, ancora oggi. Non facile il compito di rendere verosimile una storia incredibile già nei dati certi, eppure Presciuttini riesce nell’impresa, forte della ricerca pluriennale sulla figura della sua protagonista e  di un’evidente capacità di costruire personaggi e trama. Per sintetizzare i molti temi importanti procederemo quindi per dogmi, e per superamento degli stessi:

La donna deve restare nell’ignoranza. Ricerca, studio e approdo alla scuola di medicina dopo la morte per parto della madre. L’autrice immagina la figura del precettore, il benedettino Gerardo, come fondamentale per la prima istruzione di Trotula in quanto frate aperto e dalle conoscenze “eretiche”, per fortuna in epoca pre inquisizione… Alla scuola di medicina primeggia nella sua classe fino a scontrarsi con la pratica di aprire i cadaveri dei maiali per capire come curare il corpo umano, già favorevole alla dissezione e alla chirurgia.  Tuttavia la formazione medica di Trotula segue anche una via parallela: quella della sapienza pratica delle cosiddette praticone, figure a metà tra la fattucchiera, l’erborista e l’ostetrica. Il personaggio di Costanza, una di queste “praticone” è fondamentale e incredibilmente importante per capire la figura di Trotula: la differenza tra le due è certo nei natali. La nobile De Ruggiero poteva ambire alla scuola di medicina e alla teoria e alla ricerca medica, invece le donne che quotidianamente facevano nascere i bambini e curavano la gente della campagne dovevano arrangiarsi con la conoscenza delle erbe e formule magico-rituali.

La donna non può diventare magistra. Alcune lezioni date in età avanzata  alla scuola medica salernitana e i trattati che ella scrisse confutano anche questa regola. Eppure non ottenne una cattedra: forse una genesi del soffitto di vetro dovrebbe partire da questa vicenda.

La donna è di proprietà del marito. Qui serve un excursus: la gelosia di Giovanni Plateario, marito di Trotula e medico anch’esso, esplode tutta d’un tratto. Non facile per un uomo, a quel tempo, avere al fianco una donna nettamente più portata nelle medicina, una donna libera e ribelle alle convenzioni sociali, in grado di parlare con medici di sesso maschile provenienti da terre lontane per confrontarsi sulle pratiche della materia. Presciuttini qui supera se stessa: spurio il tema della violenza sulle donne, ma mai superfluo in questo periodo! In Trotula c’è anche spazio per una versione Medievale del “No Means No”, che dimostra come mettere fine a una relazione pericolosa è una scelta che allora come ora comporta anche degli sforzi e dei sacrifici, ma che non può assolutamente comportare ripensamenti e atteggiamenti ambigui.

La donna deve partorire con dolore. Questo è scritto nella Bibbia. Il De passionibus Mulierum riporta alcuni metodi per evitare la morte delle donne durante il parto talmente innovativi che se fosse stato letto e insegnato dalla sua comparsa, molte donne avrebbero vissuto di più. Ma non solo: la salute delle donne è curata a partire dal presupposto rivoluzionario che le donne in alcun caso debbano provare dolore: checchè ne dica la Bibbia tutto è rimediabile e curabile. Trotula per la prima volta sfida i dolori propriamente femminili nonostante questi fossero visti come sorte naturale del genere in questione. Il corollario a questo tipo di ricerca è che le patologie femminili vanno riconosciute e curate perchè la donna, per la società, è importante almeno quanto l’uomo.

La donna non deve provare piacere. Che la carne della donna sia fatta per provare piacere è una deduzione medica per la nostra eroina. La costrizione alla purezza qui viene trattata come una di quei dogmi da far esplodere, andando a scandagliare quel mistero terrificante che il piacere femminile costituisce agli occhi degli uomini. Che sia uno sguardo medico o quotidiano, questo comporterebbe, come molte delle tematiche qui trattate, una riflessione a sé stante. In una società, quella odierna, che stigmatizza un pantalone troppo corto, la donna senza velo che fu Trotula de Ruggiero nell’anno Mille già insegnava la disobbedienza all’insegna di una libertà profonda, consapevole.

Oggi questo tipo di imposizioni, a vari livelli, più o meno esplicitamente, sono ancora percepite come valide. Per questo il romanzo sulla vita di Trotula è attuale e oltre a raccontare la figura semisconosciuta di una grande nostra antenata (di tutte le donne!) indaga su una posizione femminile ancora tutta da costruire. Partire dal rifiuto delle norme imposte è forse il primo passo per l’autoderterminazione e per un radicale miglioramento delle condizioni di vita e salute delle donne. Spero davvero che la forza divulgativa del romanzo diffonda la storia della super donna che fu Trotula de Ruggiero come esempio e speranza per una femminilità vessata e, a volte, silente.

 

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