Stephen Graham – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 15 Feb 2026 21:00:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Springsteen tra i demoni del nulla e il successo https://www.carmillaonline.com/2025/12/29/bruce-springsteen-dal-nulla-al-nulla-passando-per-una-breve-stagione-creativa/ Mon, 29 Dec 2025 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92095 di Sandro Moiso

Spiace dirlo, soprattutto per i numerosissimi fan italiani del “Boss”, ma ormai da più di quarant’anni quello che si esibisce tra strepiti di folla, schitarrate, sudore e cori da stadio, durante tournée i cui biglietti vanno esauriti fin dal loro annuncio, non è altro che un’immagine prodotta dall’IA oppure un ologramma di quello che per poco meno di un decennio, tra la metà degli ani Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, sembrò essere il muscolare cantore delle periferie americane e delle loro ormai perdute tradizioni blue collar.

Detto in altre parole è ormai evidente, per chi [...]]]> di Sandro Moiso

Spiace dirlo, soprattutto per i numerosissimi fan italiani del “Boss”, ma ormai da più di quarant’anni quello che si esibisce tra strepiti di folla, schitarrate, sudore e cori da stadio, durante tournée i cui biglietti vanno esauriti fin dal loro annuncio, non è altro che un’immagine prodotta dall’IA oppure un ologramma di quello che per poco meno di un decennio, tra la metà degli ani Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, sembrò essere il muscolare cantore delle periferie americane e delle loro ormai perdute tradizioni blue collar.

Detto in altre parole è ormai evidente, per chi non si lasci sedurre con facilità dalla carta patinata delle riviste e dalla promozione pubblicitaria spacciata per critica musicale, che da quattro decenni Bruce Springsteen ripropone sempre lo stesso disco, lo stesso stile, le stesse canzoni, sia acustiche che elettriche, le stesse linee melodiche e i medesimi atteggiamenti gigioneschi che riescono a mandare tuttora in visibilio un pubblico che confonde la realtà con il mito consumistico e che nell’era dei social media e dei selfie, più che da amanti della musica, è composto da una massa di individui soggiogati da eventi cui non si può assolutamente mancare di partecipare,

Anche chi qui scrive fu un tempo tra gli estimatori del personaggio in questione, di cui amò le canzoni e le origini working class e italo-irlandesi. Ma quelli erano altri anni, in cui l’onda lunga delle lotte ormai in via di estinzione mascherava ancora quel rock populista e romantico da espressione di un ambiente e di una cultura operaia che forse nelle loro forme pretese pure non erano mai esistiti, e che non avrebbero comunque mai potuto sopravvivere all’interno della società dello spettacolo.

Born To Run, The River, Jungleland, Thunder Road, Badlands, The Promised Land e Streets of Fire, solo per citare alcune canzoni scritte e cantate da Bruce e suonate con la E Strett Band in quel periodo, avevano annunciato una falsa ripartenza, proprio là dove stava calando il buio della sconfitta e la rivincita della paura e del razzismo figlio di quella stessa paura, di cui Reagan, i Bush padre e figlio e oggi Trump non hanno costituito altro che la manifestazione politica più evidente, mentre i Clinton, gli Obama e lo zoppicante Biden non hanno dato vita ad altro che al suo necessario corollario “democratico”.

La stagione del post-Vietnam durò poco e così pure l’avventura creativa di Springsteen. Proprio per questo motivo il libro di Warren Zanes1 e il film di Scott Cooper (Deliver Me from Nowhere, 2025) tratto dallo stesso libro e dal medesimo titolo, hanno sicuramente il pregio di rivelare al grande pubblico e agli appassionati il momento più importante e drammatico della carriera del menestrello del New Jersey e delle sue cittadine in via di progressiva deindustrializzazione, ancor prima che industriose.

E’ il momento prima dell’inizio della lunghissima, anche se ancor ricca di successi e ammiratori, discesa della qualità della produzione musicale del Boss. Una discesa truccata, come il volto rifatto dagli infiniti lifting, da continuità in cui, però, i momenti brillanti sono stati troppo pochi, ad esempio con album come The Ghost of Tom Joad (1995) oppure Wrecking Ball (2012). Quest’ultimo salvato in gran parte da un Tom Morello alla chitarra, poi destinato però ad affogarsi con le proprie mani partecipando ai tour degli insopportabilmente italici e quindi pretenziosamente privi di merito Maneskin.

E se il disco inciso con le canzoni di Pete Seeger (We Shall Overcome. The Seeger Sessions, 2006) non aveva fatto altro che dimostrare la sostanziale e irrecuperabile distanza tra Springsteen e l’universo del folk americano di cui avrebbe voluto essere cantore, senza essere mai davvero riuscito a comprenderlo e a differenza di Dylan che poté allontanarlo da sé per poi ricrearlo avendolo assorbito totalmente, tutto il resto della sua produzione (acustica, elettrica e live) sarebbe servita soltanto a tenere in vita, almeno negli ascolti, un cantautore morto creativamente dopo aver scritto le canzoni inizialmente destinate ad un album doppio, ma poi suddiviso in uno acustico, Nebraska appunto (1982), e uno ridondante di elettricità e suoni mainstream dai testi retorici, anche se ancora digeribili, come Born in the USA (1984).

Ed è proprio Nebraska a far la parte del leone nel libro, nel film e nella carriera del rocker delle periferie dagli innumerevoli emulatori, padani e non. Ciò costituisce il motivo di reale interesse per parlare del film, magnificamente interpretato da Jeremy Allen White nella veste di protagonista e da Stephen Graham nella parte di Douglas, il padre irlandese, manesco, alcolista, illuso e scontento di Bruce. Poiché nella vicenda viene fotografata non soltanto la depressione del cantautore, che lo accompagnerà per tutta la sua vita artistica, ma anche il momento in cui lo stesso cerca di liberare i propri demoni dichiarandoli ed esponendoli al giudizio della critica, del pubblico e di una casa discografica, la Columbia, che in lui vedeva e voleva soltanto la macchina per fare soldi e accumulare profitti.

In realtà sarà proprio il disco successivo, Born in the USA, ad accontentare le mire della Columbia definitivamente, ma Nebraska, uscito senza tour promozionale, senza promozione tra gli addetti ai lavori e, per la prima volta, senza band avrebbe finito col costituire forse l’unico e autentico capolavoro del cantante cresciuto tra rapporti famigliari difficili e contraddittori, film di serie B e musica rhythm’n’blues e rock’n’roll.

Così come le rane che in una canzone (Frogs), nell’ultimo disco di Nick Cave (God, 2025), vivono davvero soltanto per un attimo quando saltano fuori dalle profondità buie e fangose di uno stagno per essere illuminate dalla luce del sole, per un attimo Springsteen avrebbe dato il meglio di sé portando alla luce il malessere che lo affliggeva, il rapporto difficile con il padre, le donne e il successo.

Sono le immagini del primo lungometraggio di Terrence Malick, La rabbia giovane (Badlands, 1973) a risvegliare gli incubi di Bruce e ad ispirare il testo della canzone che darà il titolo all’album del 1982. Così sono i volti di Martin Sheen e di Sissy Spacek, protagonisti del film di Malick, a sovrapporsi idealmente a quello di uno Springsteen giovane che, a differenza del personaggio tragico e dannato interpretato da Martin Sheen, arriverà sull’orlo dell’abisso personale tirandosi, però, indietro quasi all’ultimo istante. Anche con l’aiuto del manager e produttore, Jon Landau (1960-2024), che lo avrebbe sorretto sia come amico personale che come promotore di un successo milionario.

Sarà l’abisso dei milioni di dollari quello che sceglierà Springsteen, a partire dall’album successivo e dal cofanetto live in cinque lp (Live 1975-1985) del 1990 che lo avrebbe trasformato anche in una sorta di datore di lavoro per la classe operaia americana attraverso la stampa di milioni di copie dello stesso, come il cantante ebbe a dichiarare in quel periodo. Da allora il successo definitivo, ma anche la ripetitività, la noia, le storie mondane, i matrimoni, le amicizie a Las Vegas con personaggi del calibro di Frank Sinatra, il libro con Obama, le polemiche con Trump, che avrebbe voluto usare la sua canzone Born in the USA per la sua prima campagna elettorale avendo ravvisato nel suo testo proprio quel populismo di cui si era fatto portavoce, e tutto il resto delle banalità di base dell’affermazione commerciale e della morte artistica. Definitiva.

Il Boss non è mai stato né Bob Dylan né Lou Reed né, tanto meno, un Jim Morrison o un Iggy Pop, così tra l’affrontare e accettare i propri demoni oppure farsi uccidere da quegli stessi, preferì accantonarli, sedandoli insieme al suo pubblico. Per la buona pace propria e dei suoi ammiratori raggiunse il limite, ma non lo superò definitivamente. Anche perché, tutto sommato, non avrebbe mai saputo, voluto o potuto farlo davvero, nonostante le lacrime, gli strilli e le urla dal palco e dallo schermo.

Tutto questo sia il libro che il film non ce lo raccontano, ma lo anticipano rivelandolo attraverso il malessere, la solitudine e il dolore che Bruce si lasciò dietro per poter continuare a vivere (e a far soldi). Ma perdendo l’anima come il Dottor Faust convinto da Mefistofele a raggiungere il successo e a mantenerlo. Così come la riedizione apparsa quest’anno, in quattro cd e un dvd blue-ray, del disco del 1982 conferma, visto che il cantante, oggi settantaseienne, quasi rammaricandosi per la scelta di allora di non promuovere il disco in tour, lo ha fatto per gli acquirenti odierni con un concerto registrato recentemente al Count Basie Theatre di Red Bank nel New Jersey, appositamente per la ristampa “deluxe” di Nebraska.


  1. W. Zanes, Liberami dal nulla. Bruce Springsteen e Nebraska, edizioni Jimenez, 2024.  

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Adolescence (2025): un dramma in quattro atti che toglie il respiro https://www.carmillaonline.com/2025/03/23/adolescence-2025-un-dramma-in-quattro-atti-che-toglie-il-respiro/ Sun, 23 Mar 2025 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87595 di Gioacchino Toni

È da poco disponibile sulla piattaforma Netflix Adolescence (2025), miniserie televisiva britannica in quattro episodi ideata da Jack Thorne e Stephen Graham, diretta da Philip Barantini, che affronta il preoccupante incremento in Gran Bretagna degli episodi di violenza commessi da ragazzi molto giovani nei confronti di coetanee focalizzandosi sullo scatenarsi improvviso di momenti di ira incontrollabile da parte maschile. La serie è costruita come un dramma in quattro atti da cui derivano altrettanti episodi girati ciascuno di essi in un unico piano sequenza che segue i personaggi e gli accadimenti in maniera ravvicinata senza momenti di stacco, meccanismo [...]]]> di Gioacchino Toni

È da poco disponibile sulla piattaforma Netflix Adolescence (2025), miniserie televisiva britannica in quattro episodi ideata da Jack Thorne e Stephen Graham, diretta da Philip Barantini, che affronta il preoccupante incremento in Gran Bretagna degli episodi di violenza commessi da ragazzi molto giovani nei confronti di coetanee focalizzandosi sullo scatenarsi improvviso di momenti di ira incontrollabile da parte maschile. La serie è costruita come un dramma in quattro atti da cui derivano altrettanti episodi girati ciascuno di essi in un unico piano sequenza che segue i personaggi e gli accadimenti in maniera ravvicinata senza momenti di stacco, meccanismo che, insieme ad una recitazione altrettanto priva di interruzioni ed alla drammaticità degli eventi narrati, inchioda lo spettatore allo schermo quasi togliendogli il respiro.

Adolescence si rivela una macchina perfetta nell’assorbire lo spettatore all’interno delle vicende narrate, tra i dialoghi serrati che scorrono a flusso continuo, conducendolo ad uno stato di disagio costruito sulla sensazione di impotenza che viene a provare e che non riguarda soltanto la percezione di non sapere come muoversi di fronte a ciò che osserva e di non riuscire a darsi spiegazioni immediate e credibili, ma soprattutto dal rendersi conto di quanto il mondo dei ragazzi a cavallo tra preadolescenza ed adolescenza risulti sostanzialmente sconosciuto agli adulti, cioè a coloro che si trovano quotidianamente a crescerli, educarli, giudicarli e sanzionarli tra meccanica applicazione di consuetudini, regolamenti, leggi e genuini, sebbene tardivi, sensi di colpa.

Tutti e quattro gli atti/episodi che compongono il dramma riescono ad ottenere uno stato di suspense e di coinvolgimento nello spettatore inducendolo a seguire ogni singola puntata quasi in apnea in una situazione di imbarazzo determinata da un lato dal fastidio provocato dalla fredda macchina law&order – nel suo rapportarsi in maniera distaccata e automatica nei confronti di un fragile ragazzino e della sua famiglia colti alla sprovvista dagli eventi che procedono rapidi e incomprensibili – e, dall’altro, dalla gravità del fatto commesso: la brutale uccisione a coltellate di una ragazzina.

[Attenzione, il testo che segue, pur non entrando nei dettagli della vicenda narrata dalla serie, contiene spoiler]

La vicenda è ambientata a Doncaster, città del South Yorkshire inglese a poche decine di chilometri da Sheffield. Il primo atto mette in scena l’irruzione della polizia all’alba nell’abitazione della famiglia Miller composta dai genitori Eddie (Stephen Graham) e Manda (Christine Tremarco) e dai figli Lisa (Amelie Pease), ormai diciottenne, e Jamie (Owen Cooper), di soli tredici anni. A guidare l’irruzione sono l’ispettore capo Luke Bascombe (Ashley Walters) ed il sergente capo Misha Frank (Faye Marsay). Nonostante l’atteggiamento controllato e professionale tenuto dai due, le modalità risolute con cui avviene l’irruzione, a partire dallo sfondamento della porta di casa, appaiono del tutto sproporzionate per un obiettivo che prevede l’arresto di un tredicenne sino ad allora incensurato in una tranquilla famiglia inserita nel tessuto cittadino.

La macchina law&order procede dunque inesorabile nella sua routine istituzionalizzata in protocolli da eseguire: l’elencazione dei diritti; la schedatura al posto di polizia; l’offerta di un avocato d’ufficio e la nomina del padre come adulto presente durante le varie fasi; la perquisizione corporale; i prelievi per le comparazioni con le tracce rinvenute sulla vittima; l’interrogatorio. Nonostante tutto proceda senza abusi da parte delle autorità di polizia, nel rispetto dei diritti dell’arrestato, è per certi versi proprio la fredda meccanicità con cui tutto accade ad inquietare anche alla luce del fatto che si ha a che fare con uno spaventato tredicenne ed una famiglia catapultati in una situazione a loro totalmente sconosciuta in cui percepiscono di non avere più il controllo degli eventi essendo in balia di una macchina più grande di loro.

A fare da contraltare alla pena che lo spettatore prova per il fragile ragazzino in balia della glaciale macchina poliziesca si aggiunge presto, con l’interrogatorio condotto da Bascombe e Frank, la presa d’atto della gravità del crimine di cui viene accusato il piccolo Jamie. I due poliziotti indirizzano sin da subito l’interrogatorio sulle modalità con cui il tredicenne guarda al genere femminile a partire dai beceri commenti di stampo sessuale lasciati sui social. In un crescendo di tensione si giunge a parlare del suo rapporto con la compagna di scuola Katie, assassinata la sera precedente, fino al momento in cui l’ispettore capo Bascombe mette il ragazzino, e con lui il padre e l’avvocato Victor (Douglas Russell) che lo assistono, di fronte alle immagini di una telecamera di sorveglianza che lo mostrano assalire ed uccidere con inaudita violenza a coltellate la ragazza.

Crollata con la visione delle immagini la certezza dell’innocenza del figlio, in un primo tempo il padre resta immobile, incapace di avere qualsiasi contatto fisico con il figlioletto che, seduto al suo fianco, invece, sembra non attendere altro. Dopo un interminabile momento di sospensione i due riescono finalmente a abbracciarsi e piangere insieme palesando, scopriremo, come sia ricorrente nell’uomo l’evitare il contattato con il figlio, a partire dallo sguardo, nei momenti in cui questo tradisce le sue aspettative.

Il secondo atto del dramma si sposta a tre giorni dopo l’assassinio della ragazzina ed è ambientato in un altro luogo regolamentato e gerarchizzato: la scuola frequentata da Jamie e Katie. Qua si recano Bascombe e Frank sperando di trovare indizi sull’arma del delitto ma ben presto si trovano di fronte ad un’inquietante realtà che appare del tutto sconosciuta agli adulti fatta di: sottovalutazione dell’accaduto da parte di diversi ragazzini; episodi di incontrollata ostilità nei confronti di tutto e tutti da parte di Jade (Fatima Bojang), la migliore amica della scomparsa Katie; sconcertanti rivelazioni all’ispettore capo da parte del figlio Adam (Amari Bacchus), che frequenta la scuola, a proposito del significato degli emoticon a sfondo sentimentale e sessuale a cui ricorrono i ragazzini sui social e della subcultura “incel” diffusa in rete (facente riferimento all’involuntary celibate a cui si sentono costretti i maschi che non rientrano nei canoni che interessano alle donne) presente tra gli studenti, tanto che, a suo dire, la stessa Katie aveva ripetutamente provocato e deriso Jamie additandolo come incel.

La scuola si rivela uno spazio incomprensibile agli adulti che vi mettono piede, un luogo in cui si palesa la difficoltà quotidiana da parte dei docenti anche solo nel gestire la condotta dei ragazzi nelle loro patetiche ed anacronistiche divise ordinate ed ordinatrici, tra episodi di bullismo e rissosità per i motivi più futili. Nel corso della permeanza a scuola dei due poliziotti, Jade aggredisce violentemente Ryan (Kaine Davis), amico di Jamie, in cortile accusandolo di essere il vero responsabile della morte di Katie. Ryan elude le domande che gli vengono rivolte dai poliziotti, tanto da darsi alla fuga, ma una volta raggiunto da Bascombe ammette di aver fornito lui il coltello all’amico pensando volesse soltanto spaventare la ragazzina.

Consegnato Ryan ai colleghi che lo arrestano con l’accusa di complicità nell’omicidio di Katie, il poliziotto, mosso dal senso di colpa, prova ad allacciare rapporti più stretti con il figlio Adam rendendosi conto di quanto poco lo conosca davvero. Come era avvenuto tra Jamie ed il padre Eddie dopo l’interrogatorio, anche in questo caso il ragazzino si mostra disponibile ad instaurare rapporti più affettuosi con il genitore, quasi a suggerire la responsabilità dei padri nella superficialità dei legami che intrattengono con i figli. Soltanto una tragedia sembra poter scuotere i genitori mettendoli di fronte a quanto siano labili o compromessi i rapporti con i figli. Il secondo atto si chiude con Eddie che depone fiori nel luogo in cui il figlio ha ucciso Katie.

La terza parte di Adolescence si proietta in avanti a sette mesi dall’omicidio della ragazzina ed è incentrata sui colloqui tra Jamie e la psicologa Briony Ariston (Erin Doherty) all’interno di una struttura psichiatrica minorile in cui si trova recluso il ragazzino in attesa del processo. Dopo il posto di polizia e la scuola, siamo nuovamente proiettati in un luogo disciplinato e disciplinatore, con le sue regole, i suoi spazi ed i suoi ritmi. Il comportamento di Jamie nei confronti della psicologa oscilla costantemente tra compiacenza ed aggressività, tra bisogno di instaurare un contatto umano e di fiducia con la donna e scatti improvvisi di ira che non di rado assumono atteggiamenti minacciosi. Briony tenta con fatica di sapere qualcosa di più circa l’ambiente famigliare e sociale in cui il ragazzino è cresciuto, soprattutto con riferimento alle figure maschili come il padre e ciò provoca atteggiamenti di chiusura o di forte irritazione in Jamie che, più volte, accusa la donna di volerlo fregare con i suoi giochetti psicologici.

Dai difficili colloqui emerge come il ragazzino, che costantemente palesa il suo sentirsi non attraente agli occhi del genere femminile, avesse sperato di sfruttare a proprio vantaggio un momento di debolezza di Katie – presa di mira dopo che un ragazzino di cui si era invaghita aveva diffuso tra i coetanei una sua fotografia in topless ricevuta privatamente – per invitarla ad uscire con lui. Le cose si erano però presto ribaltate, visto che la ragazza non solo aveva rifiutato la sua proposta, ma aveva a sua volta approfittato della cosa per prenderlo di mira sui social denigrandolo e tentando così di trasformarsi da vittima in carnefice infierendo sul compagno di scuola deviando su di lui l’attenzione dei social.

In un crescendo drammatico il tredicenne, dopo avere a lungo ripetuto di non avere ucciso la coetanea, arriva ad ammettere il fatto tentando di attenuare la portata del gesto sostenendo che, a differenza di quanto avrebbero fatto altri al suo posto, non ha violentato la ragazza ma si è tutto sommato limitato ad accoltellarla ripetutamente. A questo punto la psicologa decide di interrompere la seduta e comunica a Jamie che le sue viste sono così terminate suscitando una forte reazione nel ragazzino che, nuovamente, oscilla tra richiesta di aiuto, di continuarla a vederla, e di astio nei suoi confronti perché, come tutti, lo sta abbandonando. In tale alternarsi di scatti di ira e richiesta di aiuto, Jamie chiede insistentemente alla donna se anche lei lo trova “brutto”. Questa terza parte del dramma si conclude con la psicologa che, una volta restata sola nella stanza, devastata dalla seduta, è in balia di un attacco di panico determinato non solo dalle rivelazioni a cui ha assistito ma anche dal sostanziale senso di impotenza da cui si sente sovrastata.

L’ultimo atto di Adolescence si proietta ad oltre un anno dall’omicidio, con la famiglia Miller che, in attesa del processo del figlio, tenta di portare avanti una quotidianità inevitabilmente segnata dalla tragedia che l’ha colpita. I tentativi di normalità crollano nel giorno del cinquantesimo compleanno di Eddie, quando il suo furgone di lavoro viene imbrattato da alcuni ragazzini con la scritta “nonce”, termine gergale utilizzato per indicare un crimine sessuale che coinvolge un bambino. La cosa determina un’accelerazione degli eventi. La condotta dell’uomo si fa frenetica nel tentare, invano, di cancellare la scritta con acqua e sapone, dunque nell’andare con la moglie e la figlia in un grande magazzino di bricolage ove acquistare qualcosa che permetta di eliminare l’insulto dalla fiancata dell’autoveicolo. Nel parcheggio la tensione aumenta al punto tale da sfociare in un’esplosione di violenza dell’uomo nei confronti di alcuni ragazzini che individua come responsabili della gesto, dunque nel gettare stizzito una secchiata di vernice sulla scritta al fine di ricoprirla al più presto. Eddie manifesta così i medesimi scatti d’ira incontrollabile che abbiamo visto nel figlioletto.

Durante il ritorno a casa, nel silenzio glaciale dell’abitacolo – che fa da contraltare al clima scanzonato, per quanto anch’esso sopra le righe, dell’andata – arriva una telefonata dal carcere di Jamie che intende fare gli auguri al padre per il compleanno. La chiamata, per quanto rivolta al padre, viene ascoltata in vivavoce dall’intera famiglia e durante questa il ragazzino rende nota la sua intenzione di dichiararsi colpevole dell’omicidio. Giunti a casa i due genitori discutono in camera su cosa avrebbero potuto fare per seguire il figlio prestandogli maggiore attenzione, seguendolo anche nelle sue condotte sui social – il lato forse più nascosto ed a loro incomprensibile della vita del figlio – evitando così, forse, i tragici eventi che lo hanno visto protagonista. Soprattutto Eddie appare lacerato dal senso di colpa per non aver saputo costruire un rapporto differente con il figlio.

Con una recitazione decisamente efficace – davvero molto bravi gli attori che impersonano i genitori ed il figlioletto, così come la psicologa e i due agenti di polizia –, una scelta azzeccata come quella di ricorrere a lunghissimi piani sequenza che incollano lo spettatore ai personaggi, ai loro dialoghi serratissimi e agli ambienti, Adolescence, assesta due cazzotti in rapida successione sul naso degli spettatori.

Il primo, come detto, toglie oggettivamente il fiato lasciando gli adulti – siano essi genitori, educatori, psicologi ecc. – davvero privi di parole di fronte a quanto messo in scena e, soprattutto, alla quotidianità fuori dagli schermi perché, nonostante la sicumera con cui “gli esperti” di turno pontificano dai salotti televisivi o dalle pagine dei quotidiani, dei ragazzini, della loro vita online ed offline, gli adulti sembrano sapere e, soprattutto, capire davvero poco.

Il secondo colpo è invece indirizzato direttamente al mondo maschile, al suo malato atteggiamento nei confronti delle donne e, nel caso dei padri, alla sostanziale incapacità di strutturare con i figli un rapporto che abbandoni una volta per tutte la pretesa di pensarli esclusivamente come proiezione di sé stessi, negandone così l’identità e dando luogo a inevitabili disillusioni che, in qualche modo, saranno fatte loro pagare.

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