Stefano Gallo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 18 Jun 2026 20:00:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Haymarket, Chicago https://www.carmillaonline.com/2025/06/11/88630/ Wed, 11 Jun 2025 05:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88630 di Ferdinando Fasce

Stefano Gallo, Primo maggio, il Mulino, Bologna, 2025, pp. 176, euro 14,00.

Non tutti sanno che le prime manifestazioni per il Primo maggio si tennero un po’ il tutto il mondo l’11 novembre 1888. Fa bene a ricordarlo questa efficace sintesi che ci restituisce la travagliata vicenda della festa del lavoro a 140 anni dal tragico evento che la originò, l’impiccagione di quattro anarchici, l’11 novembre 1887, ritenuti responsabili della bomba lanciata, a conclusione di una pacifica manifestazione a Haymarket, a Chicago, parte a sua volta di una più ampia mobilitazione per le otto ore lavorative, il 4 maggio [...]]]> di Ferdinando Fasce

Stefano Gallo, Primo maggio, il Mulino, Bologna, 2025, pp. 176, euro 14,00.

Non tutti sanno che le prime manifestazioni per il Primo maggio si tennero un po’ il tutto il mondo l’11 novembre 1888. Fa bene a ricordarlo questa efficace sintesi che ci restituisce la travagliata vicenda della festa del lavoro a 140 anni dal tragico evento che la originò, l’impiccagione di quattro anarchici, l’11 novembre 1887, ritenuti responsabili della bomba lanciata, a conclusione di una pacifica manifestazione a Haymarket, a Chicago, parte a sua volta di una più ampia mobilitazione per le otto ore lavorative, il 4 maggio 1886. Da questa storia americana parte il libro di Gallo, uno dei nostri migliori storici del lavoro. Quel comizio del 4 maggio 1886 era stato indetto per protestare contro la brutale repressione antioperaia attuata il giorno prima dalla polizia, che aveva aperto il fuoco sulla folla, provocando quattro morti fra i lavoratori che protestavano contro i licenziamenti della grande fabbrica di macchine agricole McCormick. Il comizio di protesta del giorno seguente, il 4, in Haymarket Square, terminò con un attacco delle forze dell’ordine verso il palco quando l’evento si era praticamente concluso. Ne seguì un’esplosione che uccise un poliziotto e provocò una sparatoria da parte degli agenti, con un bilancio di sette poliziotti morti (in gran parte vittime del fuoco amico), quattro lavoratori deceduti e una settantina di feriti. La repressione, ricorda Gallo sulle orme del superbo affresco delineato vent’anni fa dal grande e compianto storico americano James R. Green[1], fu immediata ed esemplare. Vennero arrestati duecento tra anarchici, socialisti e sindacalisti. Otto tra gli esponenti più in vista delle mobilitazioni, tutti militanti anarchici dell’agguerrita International Working People’s Association e quasi tutti immigrati, furono portati in giudizio: i tedeschi August Spies, Louis Lingg, Michael Schwab, Adolph Fischer e George Engel, l’inglese Samuel Fielden, Oscar Neebe, nato a New York da genitori tedeschi, tornato negli Stati Uniti dopo aver trascorso gran parte della gioventù in Germania, e infine Albert Parsons, nato in Alabama. Cinque di loro non erano neppure presenti alla manifestazione, i presenti erano sicuramente disarmati. Negli anni e nei giorni più vicini al fatto questi anarchici non avevano mancato di incitare a più riprese i loro colleghi ad adottare forme risolute di autodifesa, se occorreva armata, e avevano minacciato il ricorso a soluzioni estreme. Ma l’accusa non riuscì a provare in alcun modo un legame fra nessuno degli accusati e la bomba.  Piuttosto cavalcò l’ondata emotiva del terribile momento, con il procuratore generale Julius S. Grinnell, che, nell’appello finale alla giuria, disse che gli imputati non erano in fondo “più colpevoli delle migliaia di persone che li seguono” e proprio per questo, aggiunse, rivolto ai giurati, “date un esempio, impiccateli e salverete le nostre istituzioni”.

L’esito fu la condanna a morte di sette degli imputati, poi commutata in carcere a vita per quei due di loro che fecero richiesta di grazia. Solo quattro, però, furono impiccati perché Louis Lingg morì, nella sua cella, in circostanze mai chiarite. La corte di Chicago, sottolinea opportunamente Gallo, mise dunque sotto giudizio la condotta politica degli imputati, la propaganda di idee anarchiche, l’incitamento alla lotta – anche violenta – contro un sistema economico e sociale oppressivo. Un processo politico, quindi, che mirava a colpire il sindacalismo più radicale della città, capace di mobilitare ampi segmenti della vasta colonia tedesca locale (un quinto della popolazione cittadina). Sarebbe stata Lucy Parsons, moglie di Albert, nata schiava in Texas, con sangue misto indiano, latino e afroamericano, a dedicarsi con straordinaria energia a sostenere l’innocenza degli accusati, sia nel suo paese che all’estero. E a difenderne, con altrettanta dedizione, la memoria. La ritroveremo, vent’anni dopo, a uno degli eventi-chiave della storia del mondo del lavoro, statunitense e mondiale, la fondazione, sempre a Chicago, degli Industrial Workers of the World, una delle più coraggiose espressioni di solidarietà operaia del Novecento[2].

Ma bisogna leggere le lucide pagine di Gallo per capire come dalle manifestazioni prevalentemente anarchiche dell’11 novembre 1888 (ne parla, fra gli altri, l’intrepido “Nuovo combattiamo”, stampato a Sampierdarena, vicino agli stabilimenti Ansaldo, fra censure e repressioni incessanti), si sia passati alla festa del 1 maggio. E come questa data sia stata oggetto di battaglie sulla memoria che hanno visto già a fine Ottocento negli Stati Uniti, con il consenso del Congresso, il radicale Primo maggio venir sostituito dal più moderato Labor Day, indetto sin dal 1882, del primo lunedì di settembre[3]. Ma che non hanno potuto impedire un uso militante del Labor Day e la ripresa dello stesso May Day, in varie occasioni, nel corso del Novecento. Sino ai nostri travagliati giorni e alle recentissime marce anti-Trump del Primo maggio 2025. Parlando dei nostri tempi, al termine di una serrata ricostruzione dell’evoluzione della festa in Europa e a casa nostra in una prospettiva internazionale, Gallo conclude come “i volti del Primo maggio, espressi e in potenza, sono innumerevoli e riflettono un bisogno insopprimibile di mettere al centro ciò che continua a tormentare e a realizzare l’umanità: il lavoro”.

[1] Death in the Haymarket. A Story of Chicago, the First Labor Movement and the Bombing that Divided Gilded Age America, Pantheon Books, New York, 2006.

[2] L. Costaguta, Workers of All Colors Unite: Race and the Origins of American Socialism, University of Illinois Press, Urbana, 2023, pp. 123-126.

[3] J. R. Green, Taking History to Heart. The Power of the Past in Building Social Movements, University of Massachusetts Press, Amherst, 2000, pp. 121-146; A. Testi, I fastidi della storia. Quale America raccontano i monumenti, il Mulino, Bologna, 2023, pp. 236-242.

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La residenza contesa https://www.carmillaonline.com/2023/03/16/la-residenza-contesa/ Thu, 16 Mar 2023 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76486 di Giovanni Iozzoli

Michele Colucci, Stefano Gallo, Enrico Gargiulo (a cura di), La residenza contesa. Rapporto 2022 sulle migrazioni interne in Italia, Il Mulino, Bologna, 2023, pp. 207, € 21,00

In questo interessante volume di recente uscita, i curatori affrontano un intreccio tematico ricco, intricato e di forte impatto politico: il rapporto tra residenza anagrafica, diritti sociali, diritto all’abitare. Un groviglio di questioni solo apparentemente di pertinenza dello studioso – e infatti il libro assume un taglio generale e di largo accesso. Infatti, i frenetici flussi odierni di popolazione, soprattutto dentro le metropoli [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Michele Colucci, Stefano Gallo, Enrico Gargiulo (a cura di), La residenza contesa. Rapporto 2022 sulle migrazioni interne in Italia, Il Mulino, Bologna, 2023, pp. 207, € 21,00

In questo interessante volume di recente uscita, i curatori affrontano un intreccio tematico ricco, intricato e di forte impatto politico: il rapporto tra residenza anagrafica, diritti sociali, diritto all’abitare. Un groviglio di questioni solo apparentemente di pertinenza dello studioso – e infatti il libro assume un taglio generale e di largo accesso. Infatti, i frenetici flussi odierni di popolazione, soprattutto dentro le metropoli italiane, viaggiano a ritmi più rapidi di uno schema, ancora prevalente, che subordina i diritti di cittadinanza ad un riconoscimento burocratico in cui il concetto tradizionale di “residenza” resta centrale.

Che fare quando centinaia di migliaia di persone – inclusi nuclei familiari e minori – non hanno la condizione per rientrare dentro i parametri classici della residenza? I problemi “storici” delle grandi occupazioni di immobili in città come Roma o Napoli, o i problemi d’inclusione di chi è arrivato in tempi più recenti da oltre frontiera, si intersecano tutti con le questioni sollevate dal libro.

Quindi, nonostante il taglio scientificamente rigoroso, di carne viva si sta parlando, non di statistica o sociologia. La ricerca è curata, oltre che dal prof. Gargiulo, dell’Università di Bologna, da Michele Colucci e Stefano Gallo, ricercatori del CNR, da anni impegnati nello studio dei fenomeni migratori e validi rappresentanti di una “sociologia militante” che assume l’analisi dei processi sociali dentro un orizzonte critico e trasformativo.

Riportiamo qui brevi stralci dell’introduzione

«La spinta a occuparci del tema della residenza, oggetto di questo volume, ha origine da un’evidenza con cui hanno fatto i conti generazioni di funzionari pubblici, scienziati sociali, osservatori e soprattutto persone in carne ed ossa, preoccupate di non trovare nei registri ufficiali un riscontro effettivo della propria esistenza. […] Soprattutto in età contemporanea, la certificazione anagrafica della residenza rappresenta una sorta di certificazione di esistenza in vita. Quando tutto fila liscio, quando la corrispondenza tra residenza reale e residenza legale non viene messa in discusssione, la questione non si pone. Ma appena sorgono problemi, intoppi o dinieghi, la questione può balzare agli occhi come un ostacolo insormontabile alla fruizione dei diritti più elementari. […] Il tema rappresenta una costante nelle inchieste sociali sull’Italia contemporanea fin dagli anni della ricostruzione post-bellica e del miracolo economico. Come verrà analizzato approfonditamente in diversi contributi del volume, l’Italia repubblicana eredita dal fascismo una legislazione che vincola il cambio di residenza da un comune all’altro (e quindi il diritto ad un percorso migratorio non irregolare) alla sussitenza di un contratto di lavoro nel luogo di destinazione. Questo “peccato originale” dell’Italia repubblicana produce immediatamente effetti sociali pesanti, aumentando le diseguaglianze e le discriminazioni: chi si sposta nelle medie e grandi città e non è in grado di rispettare i requisiti per il cambio di residenza viene privato della possibilità di iscriversi all’anagrafe e, quindi, di numerosi dirittti fondamentali. A essere interessate all’esclusione anagrafica sono fasce ampie e numerose della popolazione: circa un milione di persone alla fine degli anni cinquanta». […]

«Negli ultimi anni in Italia il peso dell’uso della residenza come strumento di accesso e negazione dei diritti sociali e civili è cresciuto in maniera esponenziale. Tale crescita ha conosciuto due momenti di grande visibilità pubblica, sui quali si soffermano lungamente alcuni contributi del libro: l’approvazione del “Piano casa” nel 2014, attraverso la cosiddetta “Legge Renzi-Lupi” e l’approvazione dei decreti sicurezza nel 2018 ad opera dell’allora ministro dell’Interno Salvini. Il tema della residenza ha quindi conosciuto un’inattesa popolarità, dovuta alle polemiche e alle proteste che hanno accompagnato tali provvedimenti. […] L’esclusione dalla residenza rischia di assumere in un futuro prossimo connotazioni discriminatorie ancora più subdole e sottili. Le trasformazioni tecnologiche che ormai da diversi anni stanno interessando l’anagrafe, rappresentano, almeno potenzialmente, nuovi filtri all’ingresso: il processo di digitalizzazione, soprattutto a seguito del passaggio ormi compiuto dalle anagrafi comunali a una Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr), si sta traducendo nell’utilizzo di strumenti di identità digitale – Spid, Cie e Cns – quali vie d’accesso obbligate alle procedure amministrative. Per entrare in possesso di questi dispositivi, tuttavia, è necessario disporre di un documento di identificazione, il cui rilascio ha quasi sempre come prerequisito l’iscrizione in anagrafe, e di un certo grado di risorse cognitive, informatiche e infrastrutturali. Chi ne è privo , per ragioni di età, condizioni di vita, reddito o altro, rischia di rimanere tagliato fuori dalla possibilità di ottenere la registrazione, con tutte le conseguenze negative. […] Da questa prospettiva, le scienze sociali sono chiamate a fornire un contributo fondamentale, superando in primo luogo alcune semplificazioni terminologiche e concettuali. Generalmente, infatti, l’esclusione anagrafica ha determinato, tanto a livello scientifico quanto a livello politico e mediatico, la tendenza a considerare “invisibili” i cittadini abitanti ma non residenti. Un’immagine del genere, tuttavia, non fa giustizia di quanto, ieri come oggi, questi cittadini abbiano fatto di tutto per rendersi “visibili”. […] Per comprendere fino in fondo le origini e le conseguenze delle contraddizioni angrafiche e del tema della residenza è necessario allora riformulare la questione in termini di “invisibilizzazione”, enfatizzando cioè il fatto che la condizione di invisibilità – salvo rari casi – non è il frutto di scelte individuali ma è l’effetto di azioni istituzionali, più o meno deliberate ed esplicite, che rendono le persone “invisibili” in senso amministrativo».

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