St. Pauli – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 02 Jan 2026 21:00:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 “Dixie”. Dall’esercito britannico agli spalti del Celtic Park, dalle marchin band all’Ira https://www.carmillaonline.com/2017/07/21/dixie-dallesercito-britannico-agli-spalti-del-celtic-park-dalle-marchin-band-allira/ Thu, 20 Jul 2017 22:01:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39171 di Gioacchino Toni

Michael “Dixie” Dickson (con F. De Ambrosis e N. Garufi), Bomber Renegade. Un soldato di sua maestà al servizio dell’Ira, Milieu edizioni, Milano, 2016, pp. 173. Allegato cd con rebel song irlandesi reinterpretate dai Glasnevin e da Gary Og, € 15,90

Partiamo dalla fine. Marzo 2006. Michael “Dixie” Dickson è l’ultimo prigioniero repubblicano a uscire da un carcere – tedesco in questo caso – per fatti direttamente connessi ai troubles irlandesi. «Quando si sono aperte le porte del carcere c’erano i compagni fuori ad aspettarmi: una scena tipo l’inizio di [...]]]> di Gioacchino Toni

Michael “Dixie” Dickson (con F. De Ambrosis e N. Garufi), Bomber Renegade. Un soldato di sua maestà al servizio dell’Ira, Milieu edizioni, Milano, 2016, pp. 173. Allegato cd con rebel song irlandesi reinterpretate dai Glasnevin e da Gary Og, € 15,90

Partiamo dalla fine. Marzo 2006. Michael “Dixie” Dickson è l’ultimo prigioniero repubblicano a uscire da un carcere – tedesco in questo caso – per fatti direttamente connessi ai troubles irlandesi. «Quando si sono aperte le porte del carcere c’erano i compagni fuori ad aspettarmi: una scena tipo l’inizio di Blues Brothers. C’era un furgoncino dei tifosi del St. Pauli che mi ha portato ad Amburgo dove alcuni compagni di Coiste, l’associazione degli ex-detenuti repubblicani, erano venuti dall’Irlanda a prendermi. […] Sono rimasto tre giorni ad Amburgo, soprattutto per ringraziare i vari gruppi di solidarietà. La prima sera c’è stato un concertino di musica irlandese al Jolly Roger […] Poi sono tornato in Irlanda e anche lì, fuori dall’aeroporto, ho trovato un po’ di compagni ad aspettarmi […] La presenza costante dei compagni tedeschi mi è stata di grande aiuto […] Quando sono nato, negli anni Sessanta, le persone in Irlanda del Nord erano abituate a essere picchiate, umiliate, segregate, discriminate. Ma quando i Provisionals hanno cominciato a sparare i primi colpi, la paura ha iniziato a dileguarsi e il coraggio a diffondersi. Qualcuno può pensare che il metodo fosse sbagliato, che era violenza contro violenza, ma credo che sia stato il contesto a portarci su quella strada, non avevamo altro modo per far sentire la nostra voce […] Il nostro obiettivo era unire l’Irlanda, finché c’era la guerra era più facile sentirsi coinvolti […] Ora è molto più difficile tenere insieme persone come noi, la lotta non ha più quell’appeal» (pp. 130-133).

Okay, what the fuck is going on? Cosa accidenti hanno a che fare i tifosi tedeschi del St. Pauli con l’uscita da un carcere tedesco di un prigioniero repubblicano finito dentro per fatti connessi ai troubles irlandesi?!

Ripartiamo. Stavolta dall’inizio. Ottobre 1964. Hannover. Germania. Da una coppia di origine scozzese nasce Michael “Dixie” Dickson. A metà degli anni Sessanta la famiglia si trova in territorio tedesco perché il padre di Dixie fa parte di un battaglione dell’esercito britannico di stanza in Germania. Che l’uomo presti servizio armato per sua maestà non va molto a genio ai nonni materni, di origine irlandese, anche se non sono militanti repubblicani. Il piccolo Dixie è abituato a cambiare dimora ogni tre quattro anni al seguito del padre e passa anche qualche anno ad Hong Kong. Attorno ai sei-sette anni riceve in regalo dal nonno una maglietta dei Celtic Glasgow. Bellissima. Di cotone spesso, come si usava un tempo. Quando ci si lega ad una squadra di calcio a quell’età, la fede calcistica è destinata a durare per sempre. Senza se e senza ma.

Estate 1978. Bielefeld. Renania settentrionale. Germania. Dalla tv è possibile assistere alle partite di calcio della Coppa del Mondo che si gioca in Argentina. «Ci diventavo matto anche perché, insomma, ero un ragazzino scozzese che viveva in Germania e giocava a calcio in una squadra tedesca. Al mondiale c’erano le sedici squadre più forti del mondo tra le quali la Germania Ovest e la Scozia, ma non l’Inghilterra o il Galles o l’Irlanda del Nord e un qualche orgoglio si respirava anche in casa mia. Tifavo per la Scozia […] Il boicottaggio contro la giunta golpista, dei “mondiali della vergogna” e tutto il resto erano cose che all’epoca non sapevo» (pp. 6-7).

Il passaggio tra gli anni Settanta e Ottanta per la cittadina di Bielefeld è segnato dall’Ira: nel giro di pochi anni si susseguono prima un attentato alla caserma del padre e poi l’uccisione di un ufficiale inglese per mano di un cecchino. «Non avevo ancora alcuna consapevolezza, non avrei potuto averla, sapevo che accadevano cose pesanti ma niente di più. Terminati gli studi, dato che il lavoro in Germania scarseggiava, ho fatto gli esami per entrare sia nell’esercito inglese che in aeronautica, nella Raf […] Poi, nell’ottobre del 1982 ci comunicarono che il mese successivo saremmo partiti per le Falkland» (p. 10). Così, come spesso avviene in queste cose, un po’ per caso ed un po’ per bisogno di un reddito sicuro, il giovane Dixie si trova ad indossare un’uniforme che lo proietta nelle dannante Falkland a guerra finita da ormai sei mesi. «Avvicinandoci alle Falkland, dal ponte, abbiamo potuto ammirare tutta la bellezza desolata delle isole: un paesaggio deprimente in cui monotoni chilometri di scogliere a picco sul mare si alternavano a sporadiche grandi spiagge bianche, il clima era uggioso e il vento pungente frustava una pioggerellina gelida e costante. La prima cosa che ho pensato è stata che era morta anche della gente per questo posto di merda» (p. 15).

Aprile 1982. Glasgow. Durante una visita ai genitori, ormai ritiratisi in pensione, per la prima volta Dixie mette piede nel mitico Celtic Park ove si gioca Celtic Vs. Dandee. Sugli spalti vengono cantate a squarciagola le tradizionali rebel songs anti inglesi. «La rabbia per lo sciopero della fame di Bobby Sands e degli altri nove bruciava ancora. Fuori dallo stadio avevo comprato una copia di Republican news che era, ed è ancora, il periodico ufficiale del Sinn Féin. Sfogliandolo sul bus rimasi scioccato dalla pagina sulle notizie di guerra che riportava la serie di attacchi messi a segno dall’Ira. Buttai il giornale nel cestino prima di arrivare a casa per evitare una crisi famigliare. Ancora non ne ero consapevole ma quei cori avevano aperto uno spiraglio, un dubbio nella mia testa» (p. 12).

1988. Londra. È nella capitale dell’Impero di sua maestà che, una volta congedatosi, dopo sei anni di ferma nell’esercito, Dixie decide di trasferirsi per qualche tempo lavorando in un pub frequentato da irlandesi. «Per la prima volta, tra una birra e una partita di calcio, tra una storia al balcone e l’altra, attraverso un pezzo di comunità irlandese trapiantata a Londra, iniziavo a conoscere le storie, scoprire i fatti, aggiornarmi sulla guerra vicina» (p. 21).

19 Ottobre 1989. «“I quattro del pub di Guillìford” furono rilasciati dopo quindici anni di carcere. Nelle vie intorno al pub era scoppiata la festa, anch’io ero uscito a guardare quei ragazzi cantare, ballare, abbracciarsi, era la prima volta che sentivo dal vivo le note della musica ribelle irlandese» (p. 21). Poco tempo dopo Dixie cambia prima lavoro, abbandona il pub per divenire fattorino alla Dhl, e poi città, da Londra si trasferisce a Glasgow per stare vicino al padre gravemente malato. Arrivato nella città dei Celtic non può che frequentare lo stadio. «Ed è stato lì, sui bus per le trasferte, attraverso le rebel song sparate dallo stereo e cantate per tutto il tempo del viaggio, che ho conosciuto davvero la storia passata e recente della lotta irlandese […] Un giorno […] alcuni ragazzi sono venuti a chiedermi di dargli una mano alla parade repubblicana che ci sarebbe stata a Salsburgh, appena fuori Glasgow. Dovevano occuparsi della sicurezza […] Dissi di sì e quella fu la prima volta che fui coinvolto in qualcosa di “politico”» (p. 24).

Da questo momento Dixie viene proiettato all’interno del mondo – difficile da capire per chi non è di quelle parti – delle parade repubblicane. «C’era una grande commistione con le seconde generazioni di irlandesi che vivevano numerose nei sobborghi di Londra e Manchester, ragazzi che attaccavano i concerti degli Skrewdriven ovunque e condividevano grumi di rancore sociale con i settori vicini a Red Action. Stiamo parlando di in tutto di un paio di centinaia di persone, però, ovunque, in qualsiasi cesso di stazione della Scozia potevi trovare degli adesivi con l’Ira e Red Action insieme, come se fossero quasi la stessa cosa. In realtà Red Action, più o meno, faceva il tifo e basta […] Questi erano i personaggi che avevo incontrato in Scozia: di sinistra, militanti, pro-repubblicani, presenti nel servizio d’ordine di ogni parade e legati al Celtic in quanto Hibs, tifosi dell’Hibernian di Edimburgo. Ma rispetto alla realtà che stavo per incontrare a Portadown, la Scozia non era niente» (p. 30).

12 luglio 1995. Portadown. La zona più problematica di tutte le Sei Contee. La città ove è nato l’ordine di Orange orgogliosa dell’annuale sfilata orangista. «Non era come in Scozia dove la cosa si limitava a ragazzotti in cerca di qualche scazzottata, qui circolavano tante pistole e le sbarre di ferro alle finestre trasmettevano una certa angoscia, alcuni avevano persino barricato le scale. La cosa terrificante è che non era uno scontro tra fazioni: non c’era alcun equilibrio, né alcuna giustizia in quello che succedeva. Gli orangisti, inquadrati in formazioni paramilitari, erano collusi con tutte le varie forze di polizia. […] Ogni anno i lealisti arrivavano a Garvaghy Road e scoppiavano scontri, ma quell’anno la situazione sembrava più grave. Era arrivato anche l’esercito inglese e i telegiornali informavano che tra i sessantamila e gli ottantamila orangisti assediavano Portadown […] Eravamo accerchiati […] I residenti non si lasciavano scoraggiare anche perché l’Ira, nel corso dell’estate, aveva fatto entrare diverse unità in città» (p. 35).

1996. Dundalk, a pochi chilometri da Portadown. Una marcia repubblicana fornisce a Dixie l’occasione di incontrare attivisti di Sinn Féin e, attraverso di loro, militanti dell’Ira. La trafila, come è facile immaginare, è lunga e complessa e non può prescindere dalla lettura di La guerra sporca di Martin Dillon, soprattutto perché riporta nella sua parte finale il Libro verde, una sorta di vademecum fornito dall’Ira ai suoi volontari. Una volta divenuto volontario, le cose cambiano velocemente per Dixie.

La parte centrale del libro racconta la sua militanza nell’Ira alla quale porta in dote la sua conoscenza delle caserme inglesi in Germania. A questo punto nelle storie raccontate iniziano a comparire gli esplosivi e gli AK47, le pianificazioni e le sorveglianze, i botti in territorio tedesco ed il rientro rocambolesco in Irlanda. In men che non si dica Dixie si trova ad essere un latitante. «La cosa più bella della latitanza è che incontri persone semplici e coraggiose, persone fantastiche disposte ad accoglier dei perfetti sconosciuti nelle loro famiglie e prendersi cura di loro» (p. 53). L’Ira provvede a spostare Dixie in continuazione di casa in casa, di città in città fino ad offrirgli la possibilità di rifarsi una vita negli Stati Uniti. Dixie decide di restare e, stanco di starsene rintanato in qualche rifugio, si attiva per dare una mano come istruttore militare fino a quando non riesce ad ottenere la cittadinanza irlandese (grazie agli avi materni) che lo salva dalla possibilità di estradizione in Germania.

Fine anni ’90. Sinn Féin continua a lavorare per la pace. L’Ira mantiene, faticosamente, il cessate il fuoco e nasce la cosiddetta “Real Ira”. Prende il via il disarmo dell’Ira tra mille dubbi ed altrettante ritrosie.

Nuovo millennio. Il demone del calcio torna a farsi vivo. «Il percorso dei Celtic in Coppa Uefa nell’autunno 2002 prometteva bene, eravamo tra i favoriti e, a dicembre, avevo già in mano i biglietti per la partita con il Celta Vigo. Insieme a Patch avevamo deciso di prenderci un fine settimana di vacanza a Praga» (p. 91). La breve vacanza si sarebbe presto trasformata in un incubo carcerario lungo tre anni e tre mesi. Al termine della vacanza, nell’aeroporto praghese, a Dixie viene notificato un mandato dell’Interpol e la Repubblica Ceca è un paese che concede l’estradizione verso la Germania. Dopo qualche tempo nelle tremende carceri ceche Dixie è condotto nelle prigioni tedesche dalle quali riesce anche rocambolescamente a fuggire, seppure per poche ore. Durante la carcerazione Dixie riceve più volte la visita di tifosi tedeschi del St. Pauli con cui aveva organizzato insieme ai tifosi del Celtic iniziative antirazziste negli stadi. «Quando ho visto cosa avevano fatto per me dentro il Millerntor-Stadion di Amburgo mi è venuto da piangere: una coreografia di decine di striscioni bianchi con la scritta “Free Dixie” in verde. L’impatto visivo di tutte quelle persone che tenevano gli striscioni, riempiendo la curva per intero, era incredibile» (p. 124).

Torniamo allora da dove eravamo partiti. Torniamo a quel furgoncino di tifosi del St. Pauli che nel marzo del 2006 attende, all’uscita di una prigione tedesca, Dixie, l’ultimo prigioniero repubblicano ad abbandonare il carcere per fatti direttamente connessi ai troubles nordirlandesi. Forse ora è un po’ più chiaro cosa diavolo ha a che fare un manipolo di tifosi tedeschi antifascisti con un volontario dell’Ira di origini scozzesi, cresciuto in Germania, sfidante gli orangisti con una marchin band repubblicana, volontario dell’Ira e tifoso dei Celtic.

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A fare da ideale colonna sonora alla storia ribelle d’Iralanda, il cd allegato al libro propone alcune rebel song irlandesi:

01 – The Rising Of The Moon (Glasnevin)
02 – Fields Of Athenry (Glasnevin)
03 – Boys Of The Old Brigade (Glasnevin)
04 – Connolly Was There (Conor Kelly)
05 – Viva La Quinta Brigada (Conor Kelly)
06 – Minds Locked Shut (Glasnevin)
07 – Kevin Lynch Is My Name (Glasnevin)
08 – Willie & Danny (Gary Og)
09 – Scapegoats (Conor Kelly)
10 – Your Daughters And Your Sons (Conor Kelly)
11 – Something Inside So Strong (Gary Og)


Milieu edizioni ha dato alle stampe una particolare Trilogia Irish composta, oltre che da Bomber Renegade, da On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese di Sam Millar [su Carmilla] e The General. Martin Chaill, storia e leggenda della malavita iralandese del giornalista irlandese Paul Williams [su Carmilla].

Per approfondire la particolare storia della tifoseria del St. Pauli si rimanda al libro di Marco Petroni, St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo (DeriveApprodi, 2015) [su Carmilla].

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St. Pauli e dintorni. Storie tra la Hafenstrasse ed il Millerntor https://www.carmillaonline.com/2015/06/25/st-pauli-e-dintorni-storie-tra-la-hafenstrasse-ed-il-millerntor/ Thu, 25 Jun 2015 21:15:53 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=23446 di Gioacchino Toni

st.pauli siamo noiMarco Petroni, St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo, Derive e Approdi, Roma, 2015, 221 pagine, € 17,00

Il saggio narra storie di resistenze, ribellioni, solidarietà, rivolte, contraddizioni e pratiche dell’obiettivo a ridosso del porto di Amburgo, sullo sfondo delle trasformazioni e delle conflittualità tedesche. Dopo aver attraversato le grandi lotte dei portuali di fine Ottocento, l’ascesa al potere e la dittatura del nazismo, la tragedia della guerra, le speculazioni edilizie e la ristrutturazione produttiva, il declino ed il [...]]]> di Gioacchino Toni

st.pauli siamo noiMarco Petroni, St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo, Derive e Approdi, Roma, 2015, 221 pagine, € 17,00

Il saggio narra storie di resistenze, ribellioni, solidarietà, rivolte, contraddizioni e pratiche dell’obiettivo a ridosso del porto di Amburgo, sullo sfondo delle trasformazioni e delle conflittualità tedesche. Dopo aver attraversato le grandi lotte dei portuali di fine Ottocento, l’ascesa al potere e la dittatura del nazismo, la tragedia della guerra, le speculazioni edilizie e la ristrutturazione produttiva, il declino ed il degrado della zona in mano alla malavita, la rinascita del quartiere, racconta Petroni, si deve, ad inizio anni ’80, ad una nuova composizione sociale e politica: “A St. Pauli, all’ombra del porto di Amburgo, simbolo secolare delle lotte del proletariato tedesco, autonomi, militanti politici, antifascisti, ecologisti, punk e tifosi di calcio attraverso una stagione di lotte, a tratti durissime, seppero dar vita a un nuovo modello sociale rivoluzionario”.

“Da sempre, l’area dove oggi si estende St. Pauli è stata la casa per gli ultimi della società, per quelli che svolgevano lavori duri, per gli indesiderati, per coloro che venivano cacciati dalla città (…) Prostitute, forestieri, senzatetto, appestati, contrabbandieri e rivoluzionari non erano graditi al rigido mondo anseatico di Amburgo, ma a St. Pauli, dove il potere ha sempre messo alla prova lo spirito di resistenza della sua popolazione, erano di casa”. Le vicende narrate da Petroni partono dalla grande trasformazione della zona del porto della città di Amburgo avvenuta nella seconda metà dell’Ottocento che determina una netta separazione della città su base classista. All’interno degli strati più poveri della popolazione, inoltre, l’azione politica socialdemocratica, focalizzandosi sulle sole componenti operaie più qualificate, abbandona a se stessa quell’ampia area di lavoratori occasionali e/o dequalificati che in tante città rappresenta una componente non certo irrilevante. In molti casi, sono proprio questi lavoratori appartenenti a quella feccia disdegnata dalle organizzazioni operaie tradizionali, a porsi alla testa delle mobilitazioni, come avviene nel grande sciopero del 1896, che vede in azione, ad Amburgo, per un paio di mesi, ben 15000 portuali. La colpevole miopia socialdemocratica, tuttavia, rappresenta forse il suo difetto minore, visto il ruolo avuto da tale organizzazione politica, poco dopo, nella repressione delle istanze rivoluzionare spartachiste.
Riprendendo gli studi di Sergio Bologna, l’autore ricostruisce alcuni momenti di resistenza proletaria all’avanzata nazista nella battaglia per il controllo delle osterie di Amburgo, che rappresentano uno spazio di cultura politica operaia. La radicalità dello scontro è testimoniata dai numeri: nel solo 1931 restano a terra un’ottantina di nazisti ed un centinaio di comunisti. L’andata al potere di Hitler determina un violentissimo livello di repressione nei confronti degli oppositori; nel solo luglio del 1933, nella città di Amburgo, vengono arrestati 2400 comunisti. Nonostante tutto, nel 1941-42 sono in piedi cellule di resistenza in una trentina di grandi fabbriche amburghesi, soprattutto nei quartieri navali di St. Pauli ed Altona.
La situazione di Amburgo alla fine del Secondo conflitto mondiale è tragicamente sintetizzabile da alcuni dati: i bombardamenti della Raf radono al suolo il 75% della superficie edificata e l’80% del porto, il numero di morti ammonta a 35000 esseri umani. Nel giro di un decennio il sistema produttivo tedesco riesce a rimettersi in piedi e ad ammodernarsi tanto che Amburgo diviene l’emblema della capacità di ripresa teutonica. Nel dopoguerra la zona a luci rosse di St. Pauli diviene una sorta di calamita turistica per i tedeschi delle zone limitrofe e per i militari britannici stanziati nel nord della Germania. Nei primi decenni del dopoguerra una parte importante dell’economia di St. Pauli gravita attorno al commercio del sesso a cui si aggiungono, ben presto, lo spaccio di droga ed il traffico di armi. Con gli anni ’80, diviene sempre più evidente come le cose stiano cambiando nelle grandi città industriali e, nello specifico, nella zona del porto di Amburgo. Speculazioni edilizie, disoccupazione determinata dai processi di modernizzazione delle attività portuali e della cantieristica, causano lo smembramento del tessuto sociale locale: “la conflittualità di quel proletariato che aveva animato a suon di rivolte, insurrezioni e resistenze la prima metà del secolo sembrava smarrita (…) negli anni Settanta regnavano incontrastate criminalità organizzata, prostituzione e droga (…) dilagavano il disagio, la disperazione e la povertà (…) La lunga caduta del quartiere verso gli inferi terminò con il flagello dell’aids”. La diffusione del virus finisce col determinare anche la crisi dell’economia gravitante attorno al sesso. Nei primi anni ’80 St. Pauli rappresenta uno dei luoghi più malfamati della Germania occidentale, abitato soprattutto da immigrati sulla soglia di povertà.

1980-hafenstrasseLa rinascita politica e sociale del quartiere, nei primi anni ’80, secondo la ricostruzione proposta dall’autore, si sviluppa attorno a due luoghi ben precisi: la via del porto, la Hafenstrasse, e lo stadio Millerntor. Per comprendere la composizione dei giovani militanti che occupano i palazzi sulla Hafenstrasse, occorre ricostruire la provenienza di queste pratiche di illegalità politica. L’autore individua la genesi di tali comportamenti nella raffica di scioperi selvaggi che, nei primi anni ’70, attraversa le fabbriche tedesche. Tale ondata di mobilitazione sancisce la fine dell’epoca dell’etica del lavoro dell’operaio specializzato. “Dinanzi allo sviluppo delle macchine e della produzione, l’estraneità operaia si fece sovversione e trovò nella lotta al lavoro e nelle attività di sabotaggio la sue espressione. Opponendosi a qualsiasi forma di gerarchia nella fabbrica così come nel partito, i giovani operai risultarono incompatibili con qualsiasi ‘morale produttiva’ e maturarono una nuova ‘coscienza di classe’ che li portò a negare la loro stessa vita: volevano lottare per un nuovo modello di socialità e per soddisfare i propri bisogni. Era il ‘rifiuto del lavoro’”. Ben presto questo tipo di la conflittualità si è esteso fuori dai cancelli delle fabbriche investendo il territorio. Le lotte antinucleari rappresentano un ambito di mobilitazione importante per i movimenti tedeschi a cui si aggiunge la questione abitativa. È da questa tradizione di conflittualità diffusa, di ostilità nei confronti del lavoro e di pratica dell’obiettivo che derivano le pratiche dei giovani autonomen tedeschi che, nei primi anni ’80, insieme ad anarchici, punk, emarginati, immigrati e settori di lumpenproletariat occupano alcuni palazzi di fronte al porto lungo la Hafenstrasse. Ciò che avviene ad Amburgo non è certo un fatto isolato, i primi anni ’80 vedono in Germania un imponente ondata di occupazioni; solo a Berlino, tra il 1980 ed il 1981, si contano 160 edifici occupati.
Il libro ricostruisce dettagliatamente diverse ondate di resistenza attuata dal quartiere del porto in difesa delle occupazione dei palazzi in Hafenstrasse; ronde, scontri, barricate, cortei, mobilitazioni solidali. In tutti questi episodi l’autore non manca mai di evidenziare come alle capacità di tenere la piazza e di difendere lo spazio si associ sempre l’aspetto comunitario; la solidarietà risulta essere in tutte queste vicende una componente importante per la tenuta del quartiere. Solidarietà che nel corso degli anni oltrepassa i confini nazionali per assumere una dimensione europea. “Hafenstrasse resiste” riecheggia negli anni ’80 anche sulle riviste radicali e sui muri di tante città europee.

rote_floraA cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 la situazione di St. Pauli conosce un nuovo momento turbolento determinato dall’offensiva della speculazione edilizia e dalle politiche locali. In questo periodo, nei pressi di Altona, dall’occupazione di un vecchio teatro in procinto di essere trasformato in attività commerciale, nasce l’esperienza di un nuovo spazio sociale denominato “Rote Flora”, destinato a smuovere le acque del quartiere. Ad inizio degli anni ’90 la situazione torna a farsi pesante anche nell’Hafenstrasse, la cui sopravvivenza è messa, ancora una volta, a rischio. Nuovamente si apre un periodo di confronto serrato con le autorità e le forze di polizia.

La Prima metà degli anni ’90 è caratterizzata soprattutto da rigurgiti neonazisti. I gruppi di estrema destra, forti anche del proselitismo fatto nelle curve degli stadi e tra i giovani disoccupati, soprattutto nell’ex Germania Est, danno luogo ad una drammatica serie di attacchi nei confronti dei rifugiati e di chi non è considerato degno di esser detto tedesco. L’episodio, tristemente, più famoso è sicuramente quello di Rostock, ove, nell’agosto del 1992, nel sobborgo di Lichtenhagen, centinaia di giovani neonazisti, attraverso il lancio di molotov, incendiano indisturbati uno stabile ove alloggiano rifugiati vietnamiti tra gli applausi della popolazione locale e lo sguardo benevolo delle forze di polizia. L’anno successivo si scopre dai verbali di un commissario di polizia l’esistenza di un accordo tra i neonazisti e la polizia ove si concorda un “non intervento” delle forze dell’ordine durante l’assalto. In tale contesto nascono diversi gruppi di antifascismo militante, come gli “Autonomen Antifa”, che si richiamano all’esperienza di autodifesa del periodo weimariano, e si struttura anche un coordinamento antifascista nazionale denominato l’Antifaschistische aktion/Bundeswite organisation (Aa/Bo).

FC St. Pauli - SV Werder BremenL’altro polo attorno al quale si sviluppa la turbolenta comunità di St. Pauli è rappresentato dallo stadio Millerntor. Per comprendere la portata delle novità che caratterizzano la “particolare tifoseria” locale, Petroni ricostruisce a grandi tappe la trasformazione del calcio tedesco a partire dagli anni ’70, quando gli stadi in Germania non sono particolarmente colpiti da fenomeni violenti; la composizione operaia caratterizza i settori popolari degli impianti e, dal punto di vista identificativo, la componente più calda è identificabile dal gilet di jeans pieno di patch con i simboli della squadra tifata. Si tratta di una tifoseria priva di una vera e propria inclinazione politica pur non mancando di manifestare atteggiamenti machisti, omofobi e xenofobi. Il 1982 è l’anno della svolta per le curve tedesche: iniziano ad essere presenti in molti stadi gruppi di bonehead dichiaratamente di estrema destra, bandiere e saluti nazisti ed una massiccia dose di violenza. Quando è di scena la nazionale, soprattutto in trasferta all’estero, si creano temporanee alleanze tra gruppi di estrema destra pur appartenenti a tifoserie tradizionalmente nemiche. “La retorica dell’estrema destra, che mostrava un’immagine semplice della realtà con dei nemici ben chiari che andavano dall’immigrato al comunista, dall’ebreo all’omosessuale, aveva creato un contesto di violenza generalizzata e una miriade di partiti e gruppuscoli”. In diverse occasioni, a margine della partita, gruppi organizzati di tifosi neonazisti tentano di dare l’assalto a locali, centri ricreativi od abitazioni nemiche, come nei quartieri di Kreuzberg, a Berlino, o St. Pauli, ad Amburgo.

st_pauli_antifaLa storia della piccola ed anonima squadra di calcio del St. Pauli Fc, a partire dai primi anni ’80, inizia ad intrecciarsi con i movimenti che popolano il quartiere. Il testo evodenzia come la presenza di attivisti sulle gradinate non derivi da una pianificazione di intervento politico ma abbia un’origine spontanea; lo stadio Millerntor è al centro del quartiere ed inevitabilmente inizia ad essere frequentato anche dalla galassia alternativa che abita la zona. La tifoseria storica della squadra, tradizionalmente apolitica e composta da lavoratori portuali e da gruppi di Kutten, inizia ad essere affiancata, nel corso della stagione calcistica 1986/87, dalla presenza sulle gradinate di un centinaio di giovani alternativi ben individuabili dai capelli colorati abbinati al nero di felpe e giubbotti in pelle. Tale presenza inizia ad attrarre parecchi giovani anche per la convivialità e la dose massiccia d’umorismo che caratterizza i loro slogan derivati dal mondo politico e trasformati ironicamente ad uso calcistico: “Mai più fascismo! Mai più guerra! Mai più 3. Liga!”. La bandiera pirata, il Jolly Roger, diviene, ad un certo punto, l’icona simbolo dell’avvenuto legame tra squatter, punk e tifoseria del St. Pauli. Nel testo vengono ricostruite puntualmente le trasformazioni del mondo calcistico tedesco e come la particolare tifoseria del St. Pauli cerchi di dar vita a modalità differenti di vivere il calcio, tra socialità ed impegno politico. I tifosi locali non solo sono in prima linea nella costruzione di una rete di contrasto, sia culturale che militante, al dilagare del neonazismo, del razzismo, del sessismo e dell’omofobia nelle curve, ma non mancano di intervenire anche contro la trasformazione sempre più mercificata del calcio ed l’espulsione economica delle componenti più popolari dagli stadi (politica inaugurata dall’Inghilterra thatcheriana). Gli anni ’90 si sono caratterizzati per l’infiltrazione neonazista nelle curve, soprattutto nelle tifoserie di Rostock, Dresda, Lipsia ma anche nella tifoseria della più blasonata squadra di Amburgo (HSV – Hamburger Sports-Verein).
Dalla metà degli anni ’90, la componente più politicamente schierata della tifoseria del St. Pauli deve confrontarsi con un generale processo di commercializzazione giunto a toccare anche la piccola formazione amburghese. La società inizia a “mettere a profitto” l’etichetta di “squadra alternativa” giungendo, nel 2000, ad assorbire come logo, al fianco della porta di Amburgo, il Jolly Roger, ormai diventato simbolo della tifoseria. Il teschio con le tibie incrociate, introdotto sulle gradinate del Millerntor dai punk e dagli alternativi nei primi anni ’80, diviene un brand commerciale. Alcune componenti del tifo iniziano ad abbandonare la squadra decidendo di seguire una vicina formazione meno celebre, l’Altona 93, altri propendono per cercare di mantenere in vita il vecchio modo di concepire il calcio come fenomeno sociale opponendosi alla mercificazione. Nel 2011 va in scena la protesta “socialromantica”: all’interno dello stadio, all’entrata in campo delle squadre, l’intera tifoseria sventola bandiere rosse con teschi neri ed espone lo striscione: “Bring Back St. Pauli”. “Migliaia di tifosi hanno personalmente cucito e disegnato la propria bandiera con un teschio diverso da quello ufficiale che hanno chiamato Jolly Rouge” e, dopo la partita, danno vita all’immancabile corteo lungo le vie del quartiere, invitando al boicottaggio dei consumi all’interno dello stadio e delle aziende che sponsorizzano la società. Quella moltitudine di teschi neri su sfondo rosso rappresenta la riappropriazione dell’emblema da parte dei tifosi: si tratta di qualcosa che non appartiene a nessuno ma al tempo stesso a tutti, dunque non può essere messo in commercio.

Rote-FloraNella parte finale del libro, fanno capolino questioni legate alla stretta attualità. Nel 2013 si intrecciano nel quartiere ribelle alcune spinose vertenze. L’arrivo ad Amburgo, dall’Italia, di 350 profughi africani sbarcati nel 2011 a Lampedusa, porta alla costituzione, in loro difesa, del gruppo “Lampedusa in Hamburg” e viene rilanciata la campagna “Nessuno è illegale”. Il contenzioso riguarda la concessione del diritto di asilo collettivo e non individuale, come vorrebbero le autorità. “We are here to stay”, diventa la parola d’ordine che riecheggia ovunque nel quartiere ed, ovviamente, allo stadio. Altre questioni che toccano St. Pauli riguardano la minaccia di sgombero del palazzo Esso-Häuser che ospita circa un centinaio di famiglie e dello spazio Rote Flora.

Il testo di Petroni ha il merito di ricostruire un lungo percorso di lotte sociali e di conflittualità di fronte al porto di Amburgo. Sicuramente lo fa da una prospettiva parziale, resta il fatto che le storie narrate da questo testo difficilmente potranno essere cancellate definitivamente e senza colpo ferire. È la storia di St. Pauli a suggerirlo.

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