spiritismo – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 22 Mar 2026 21:00:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Gli inferni in tasca https://www.carmillaonline.com/2025/12/19/gli-inferni-in-tasca/ Fri, 19 Dec 2025 21:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91482 di Franco Pezzini

August Strindberg, Libri blu. Antologia a cura di Franco Perrelli, pp. 288, € 18,50, Carbonio, Milano 2025.

Arriviamo così al 15 giugno 1906. Quella mattina in cui, passeggiando, per la prima volta ho visto il tram n. 365. Fui colpito dal numero e pensai alle 365 pagine che avrei dovuto scrivere. Scesi quindi per una stradina stretta; un carretto procedeva al mio fianco e recava un vessillo rosso, quello che segnala esplosivi. Il carretto mi seguiva di fianco e cominciò a irritarmi. Allora, per distogliermi dal vessillo degli esplosivi, guardai in cielo, ed ecco! Il mio sguardo [...]]]> di Franco Pezzini

August Strindberg, Libri blu. Antologia a cura di Franco Perrelli, pp. 288, € 18,50, Carbonio, Milano 2025.

Arriviamo così al 15 giugno 1906. Quella mattina in cui, passeggiando, per la prima volta ho visto il tram n. 365. Fui colpito dal numero e pensai alle 365 pagine che avrei dovuto scrivere.
Scesi quindi per una stradina stretta; un carretto procedeva al mio fianco e recava un vessillo rosso, quello che segnala esplosivi.
Il carretto mi seguiva di fianco e cominciò a irritarmi. Allora, per distogliermi dal vessillo degli esplosivi, guardai in cielo, ed ecco! Il mio sguardo incrociò, ostentatamente, un colossale vessillo rosso (quello inglese). Guardai giù daccapo, e una signora vestita di nero con un cappello rosso fuoco tagliò la strada. Aumentai il passo e, all’improvviso, mi ritrovai di fronte la vetrina d’una cartoleria, dove si esibiva un avviso, scritto a lettere dorate: Herbarium.
Va da sé che tutto questo m’impressionò, e quindi presi la decisione, avrei approntato la mia santabarbara, che sarebbe così diventata il Libro blu. Sarebbe passato un anno, lento, penoso. La cosa più notevole che accadde fu la seguente. In teatro si cominciò a provare il mio dramma Un sogno e, contemporaneamente, avvenne un cambiamento nella mia vita d’ogni giorno. La mia serva si licenziò, la casa andò in malora; cambiai sei serve in quaranta giorni, una peggio dell’altra. Alla fine dovetti rigovernare, apparecchiare e riscaldare da me; mangiare porcherie di trattoria – in una parola, dovetti soffrire quanto di più amaro la vita riservi, senza comprenderne la ragione.

Ai funerali di Strindberg, morto sessantatreenne a Stoccolma nel maggio 1912 d’un cancro allo stomaco, si formò un corteo spontaneo di lavoratori. Negli ultimi anni ne aveva sostenuto la causa, spiccando come portavoce delle critiche dell’ala socialista più radicale contro i liberali: certo si trattava dell’ennesima scelta inattesa – o trasmutazione, in fondo solo apparente – di una vita fitta di contraddizioni, svolte imprevedibili, prese di posizione anche spiacevoli e discutibili, furiose virulenze ideali. Comunque una scena, questa del corteo di lavoratori, che, leggendo i Libri blu (Blå böcker), non avremmo immaginato.
A fronte di una produzione prodigiosa quanto quella di Johan August Strindberg (1849-1912) – cinquanta volumi sparigliati sui più vari generi letterari compreso ovviamente il fondamentale teatro, più dipinti, fotografie, ventidue volumi di corrispondenza – e degli innumerevoli filoni dei suoi interessi, potrebbe sembrare un mero sfizio affrontare un’opera personalissima come questa. Eppure in tale prodigioso zibaldone (1907-1912) conclusivo e quasi riassuntivo della sua intera opera ed esistenza – ricorda il curatore Perrelli, che qui ne trae un’appassionata e ragionata selezione – Strindberg esprime i percorsi mutevoli della propria esperienza ideologicamente erratica. Al punto da poterla considerare una delle sue opere più interessanti e provocatorie.
Sorta di prosecuzione polemica dalle aspirazioni pedagogiche allo scandaloso non-proprio-romanzo Bandiere nere (Svarta fanor, 1904) in cui tra strali satirici e coprofagici prendeva le distanze da intellettuali radicali, materialisti e positivisti già a lui legati in passato – come i romanzieri Gustaf af Geijerstam e Viktor Rydberg, e la femminista Ellen Key –, esponenti di una “decadenza” intellettuale e spirituale gabellata per Rinascenza (pagana) in un mondo di errori e sofismi, Strindberg vagheggia una religiosità informale, una forma di teosofia in grado di spiegare l’antico bagaglio streghesco e paranormale,  abbinata però a una sorta di monismo mistico.
Nessuno stupore per l’interesse di Strindberg verso l’occulto e quell’alchimia associata in chiave di trasformazione e conversione spirituale allo stessa forma letteraria dei Libri blu, dove l’autore si mette a nudo come uomo. Nessuno stupore anche considerando la fioritura nella Svezia coeva di Teosofia, Antroposofia e altre dottrine iniziatiche e occulte (i Rosacroce del Joséphin Péladan guardato con interesse da Strindberg, lo spiritismo dal vecchio interlocutore Gustav Edvard Klemming…) in fondo sulla scia del grande Swedenborg cui è dedicato il primo Libro blu ma con connotazioni d’epoca peculiari. Il Maestro degli apologhi del primo Libro blu è appunto una maschera di Klemming con qualche misura di Swedenborg. D’altronde centrale nella sua filosofia, per quanto liberamente riletto, è il Platone dei Dialoghi, ma con un’apertura (anche qui, non strana, dati epoca e approccio) a Schopenhauer.
Dalla crisi spirituale del 1896-98 esposta in Inferno (Inferno, 1897) e Leggende (Legender, 1898), il Nostro si definisce ora come un uomo “dai bisogni religiosi” nell’ambito di un pessimismo mistico radicale dove si mixano appunto Swedenborg e Nietzsche, in un rifiuto rabbioso degli idoli culturali di un mondo al trapasso tra Otto e Novecento, dei concetti di precisione e metodologia in un’apertura totale al fluire degli eventi. Di qui attacchi furenti in campo musicale allo “smusicato Wagner” “rappresentante musicale del Male”, in quello scientifico al darwinismo e allo “sterilizzato Pasteur”, sul piano letterario a “quello stupido di Ibsen”.

Chi è relativamente saggio allora comincia a volgere le spalle ai fantasmi e alle ombre della realtà e a cercarne un’altra, la realtà reale.
Lo Stato, quindi, si presenta come una galera, nella quale la Difesa della Patria è in mano ai sorveglianti; la società un manicomio, nel quale ufficiali e polizia fanno i guardiani; la famiglia un concubinato; la scienza camorra; i capitalisti usurai; le belle arti superflue, la letteratura chiacchiere a stampa; l’industria lusso superfluo; le comunicazioni strumenti di tortura; la luce elettrica un danno alla vista, tutte le benedizioni della civilizzazione o maledizioni o superflue.
Quando lo si comprende, si volta le spalle a tutto e si cerca la sola cosa che abbia un senso, che dia risposte autentiche, che mantenga quel che promette!

Nel risultato rabbiosamente soggettivo pur nell’ambizione pedagogico-missionaria che connota i Libri blu, e che a tratti potrebbe far pensare al Libro Rosso di Jung (non per lo spirito né per la forma, ma per la latitudine immaginale, sapienziale e gli incubi e miracoli d’un diario intimo) corre il groviglio dei fili sottostanti il panorama dell’opera strindberghiana: compresi i bandoli emotivi più o meno patologici, le asprezze, le affermazioni spiacevoli o senz’altro ulceranti, le miserie umane, le invettive contro una società opportunista. Negli anni della stesura vive tra l’altro momenti di totale disperazione – i rapporti con le donne e in particolare con la terza moglie Harriet Bosse, una giovane attrice – vagheggiando persino il suicidio: qualcosa che si combina in modo ovviamente non banalizzabile con la disturbante misoginia attestata anche in queste pagine, e contestualizzabile in una fortissima corrente antifemminile d’epoca (Schopenhauer, Weininger…). Nei nevrotici Libri blu si trova anzi cifrato un Libro dell’amore erotico-occultista a testimoniare una misoginia nutrita di deprezzamento delle potenzialità culturali delle donne (l’ostilità verso la matematica Sonia Kovalevski o la scienziata Marie Curie eruttava in Bandiere nere) e curiose teorie occulte sul sesso in rapporto alla moglie separata e ai suoi nuovi partner.
Se poi consideriamo l’integralismo religioso “più superstizioso che dottrinario” ma latore di untuosi strascichi moralistici, il creazionismo e certe eccentriche idee antiscientifiche – tra cui, respingenti fino all’imbarazzo, le aperture grondanti razzismo all’orrenda e ridicola ariosofia di Jörg Lanz von Liebenfels (il guru prenazista di Teozoologia – La scienza delle nature scimmiesche sodomite e l’elettrone divino, per intenderci) – certo si potrebbe domandarsi perché leggere i Libri blu. E la risposta sta, nonostante tutto, nella presenza (ricorda Perrelli) di

penetranti indagini psicologiche ai limiti della psicanalisi, improvvisi (e persino luminosi) squarci di poesia esistenziale, sinceri momenti di sofferta religiosità e nobile riflessione pessimistica, sartriane riflessioni su les autres come enfer, oltre ad alcuni poemetti in prosa, che andrebbero annoverati tra le pagine più intense scritte da Strindberg.

Se a ciò aggiungiamo l’estrema originalità della forma di questo zibaldone dove “si gioca con le idee e si sperimenta con i punti di vista” e la necessità di comprendere meglio un autore dall’impatto tanto significativo – si pensi in particolare al teatro, ben documentato nei cartelloni anche nostrani – ecco che la lettura rivela un suo estremo interesse. Tanto più che con gli aspetti oscuri del passato ideologico del nostro Occidente dobbiamo in qualche modo fare i conti.
Delle oltre 1500 pagine dell’originale, più di 650 brani su tutto lo scibile umano in forma aforistica e di apologhi la presente antologia spigola una ricca scelta – “all’incirca un terzo […], decisamente privilegiando i brani più leggibili di qualità letteraria e consistenza speculativa”. Il materiale riguarda quattro Libri blu (l’estratto dal quarto è brevissimo), più un Supplemento al primo e un’Appendice dove il concetto italianissimo di Camorra assurge a fenomeno universale e si specula sulla natura quasi massonica della Classe Superiore e il suo sgomitante dominio su tutta la vita spirituale, arte e letteratura comprese.
Forte di un’incredibile abilità di scrittura, Strindberg pone al centro un Io capace di espandersi fino alle più profonde plaghe del mondo dell’inconscio, sia pure nell’ambito di inquietudini non soltanto sue, ma di tutta un’epoca. Per quanto rifiuti a priori l’appartenenza del poeta a scuole o correnti, per salvaguardare la libertà dell’arte, nei fatti l’autore nuota all’interno e nel profondo delle correnti simboliste che traghetteranno all’espressionismo: al punto che si parlerà poi di peste strindberghiana per indicare una tensione allo squilibrio nichilistico e al rabbioso soggettivismo che presto impressionerà un po’ tutti i movimenti d’avanguardia – particolarmente l’espressionismo tedesco.
Le ombre sono calate, l’autore ha finalmente pace. E torniamo idealmente alla scena dei lavoratori al funerale.

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La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 13 https://www.carmillaonline.com/2025/08/23/la-coscienza-di-gustav-appunti-meyrinkiani-13/ Sat, 23 Aug 2025 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89820 di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Battaglia con Medusa

Il titolo del capitolo 11 del Domenicano bianco, La testa della Medusa, ci traghetta al cuore di un orizzonte simbolista dove Meyrink incontra idealmente von Stuck e tutta una schiera di altri visionari evocatori (Carlos Schwabe, Maximilián Pirner, Franz Stassen, Jeanne Mammen, Jacek Malczewski, Vasily/Wilhelm Kotarbinsky, Jean Delville, Fernand Khnopff, Gustav-Adolf Mossa, e persino realisti come Wilhelm Trübner) di quell’emblema folgorante, così denso di implicazioni e suggestioni da continuare a interpellare l’Occidente fin dall’antichità. Senza freudismi da rotocalco, è almeno intrigante leggere lo scontro tra Cristoforo e Medusa alla [...]]]> di Franco Pezzini

(Per le parti precedenti, cfr. qui)

Battaglia con Medusa

Il titolo del capitolo 11 del Domenicano bianco, La testa della Medusa, ci traghetta al cuore di un orizzonte simbolista dove Meyrink incontra idealmente von Stuck e tutta una schiera di altri visionari evocatori (Carlos Schwabe, Maximilián Pirner, Franz Stassen, Jeanne Mammen, Jacek Malczewski, Vasily/Wilhelm Kotarbinsky, Jean Delville, Fernand Khnopff, Gustav-Adolf Mossa, e persino realisti come Wilhelm Trübner) di quell’emblema folgorante, così denso di implicazioni e suggestioni da continuare a interpellare l’Occidente fin dall’antichità. Senza freudismi da rotocalco, è almeno intrigante leggere lo scontro tra Cristoforo e Medusa alla luce del difficilissimo rapporto tra Gustav e sua madre, che pare averlo segnato per la vita.
Il capitolo si apre con una seduta spiritica alla Dr. Mabuse, ma in un contesto molto più povero. A un tavolo in una stanzetta miserabile sono il tornitore Mutschelknaus, una piccola cucitrice gobba con fama di strega, “un donnone vecchio e grasso” , un uomo dalla lunga chioma e il narrante Cristoforo. Su un armadio è un lumicino da notte in vetro rosso con sopra un disegno recante l’immagine della Madonna, il cuore trafitto da sette spade: e l’uomo dai lunghi capelli invita a pregare iniziando a borbottare un Paternostro. La donna grassa singhiozza, e lui invita a formare una catena “poiché gli spiriti amano la musica”. Si prendono per mano e pregano con fervore commovente, ma l’uomo lamenta non ci sia abbastanza forza – e finalmente un crepitio dall’armadio, seguito da uno del tavolo, avverte che qualcuno sta arrivando. Pitagora, spiega l’uomo…
La piccola cucitrice è in convulsioni, a un tratto la sedia le viene strappata via per cui i presenti la sollevano dal pavimento. Cristoforo coglie vibrazioni nell’aria e si domanda se siano quelle di un camion appena passato o se i suoi sensi si siano acutizzati in modo parossistico – e a un tratto coglie un ammonimento interiore a stare in guardia. Avverte l’ingresso nella stanza di “qualcosa di diabolicamente maligno, un essere orrendo, un miasmo di veleni” ma ricorda anche la promessa di Ofelia di stargli accanto e proteggerlo da ogni pericolo. In quel momento gli altri tre gridano all’unisono il nome di lei: sopra il corpo della cucitrice si formano due coni di miasmi bluastri, uno con la punta verso l’alto e il secondo verso il basso, e si congiungono a formare una grande clessidra come in un manifesto di grafica espressionista. Poi i contorni si definiscono quasi in una lanterna magica e appare Ofelia. Una visione chiarissima, eppure in Cristoforo, come se l’avo e Ofelia gridassero assieme dal suo intimo, risuona l’esortazione a tenere saldo il cuore: e intanto l’immagine formatasi della ragazza amata prende a camminare nella sua direzione. Lo bacia sulla fronte, gli stringe la mani al collo fino a fargli sentire il calore del suo corpo e farla sospettare tornata in vita: ma la voce di Ofelia in lui grida in modo angosciato che quella porta solo la sua maschera, lui non la abbandoni… Non lo farà, garantisce Cristoforo, e si chiede mentalmente, fissandola, chi sia costei che porta la maschera di Ofelia: “in quell’istante sul viso del fantasma guizza un’espressione inanimata, da statua di pietra, le pupille si contraggono come se fossero state colpite da un raggio di sole”. La larva si ritrae per non farsi smascherare, ma per un attimo Cristoforo le ha visto riflessa negli occhi la testa di un estraneo invece della propria. Poi lo spettro va a farsi abbracciare dal tornitore, e Cristoforo è colto dall’orrore: trattiene in mente il viso riconosciuto dell’estraneo che cerca di sfuggirgli, insieme di fanciullo e di fanciulla tanto belli ma spietati, con uno sguardo senza iride come una statua di marmo. Un volto che è punto di convergenza tra due mondi, “come una lente focale in cui si raccolgono i raggi del regno della distruzione, saturi d’odio: dietro tale punto si cela l’abisso di ogni disintegrazione, e l’Angelo della Morte ne è il simbolo più evanescente”. Ma alla domanda su quale forza dell’universo gli abbia infuso vita coi tratti di Ofelia, si risponde poco dopo che è “la forza impersonale del Male ad evocare cose prodigiose grazie alle mute leggi della natura”, recando però risultati inversi, infernali. E a modellare il tutto è l’anima della povera cucitrice isterica, che ha messo a disposizione della nostalgia del tornitore quel fantasma impressionante. “È qui all’opera, anche se in piccolo, la testa della Medusa, il simbolo del potere pietrificante che ci risucchia verso il basso”. Si è accennato al possibile influsso su questo romanzo – ancorché in termini liberi – di Zanoni di Edward Bulwer-Lytton, cui richiamano vari particolari: compreso proprio il richiamo simbolico alla Medusa, evocata in Zanoni nella gorgonica Custode della Soglia la cui comparsa ispira raccapriccio. L’“espressione inanimata, da statua di pietra” e lo “sguardo senza iride come una statua di marmo” evocano proprio una pietrificazione simbolica, come sotto lo sguardo della dea mostruosa.
Ora lo spettro è scomparso, la cucitrice rantola, il tornitore invita il Nostro a tacere che si trattasse di sua figlia e l’uomo coi capelli lunghi invita Cristoforo a ringraziare Pitagora: l’hanno invitato alla seduta per guarirlo dai suoi dubbi, “La Resurrezione dei morti è prossima”. La donna grassa lo invita a rinunciare alle vanità del mondo e ad aderire allo spiritismo che sta dilagando, e l’uomo dai lunghi capelli annuncia che le bestie selvagge si nutriranno di nuovo d’erba – ma come negli occhi del fantasma Cristoforo ha visto la testa di Medusa, così nella voce del tipo ne ode il messaggio: “Risorgeranno le vuote maschere dei defunti, ma non i nostri amati, non i trapassati compianti dagli esseri terrestri” e al posto del Signore lì si intende Satana. La danza di questi revenant non annuncerà dunque l’inizio del Regno millenario, sarà una danza infernale: e la voce lo sfida, desidera forse – smascherando il fenomeno – che il tornitore e gli altri precipitino nella disperazione? Lui non osa dire la verità al vecchio…

 

Una conoscenza prende ad ardere dentro di me: la terribile frattura che compenetra tutta la natura, non si limita solo alla terra, la lotta tra l’amore e l’odio, il contrasto tra il cielo e l’inferno si prolunga anche nel mondo dei defunti, molto al di là della tomba.
Lo sento: i defunti trovano la pace vera soltanto nei cuori di coloro che sono diventati vivi nello spirito; solo lì per loro c’è pace e solo lì trovano rifugio. Se i cuori degli uomini dormono, anche i morti dormiranno, se i cuori si destano spiritualmente, anche i morti diventeranno vivi e prenderanno parte al mondo fenomenico, pur senza essere sottoposti alla tortura inerente all’esistenza terrestre.
[…] Percepisco la certezza che si stanno preannunciando i tempi in cui la teoria dello spiritismo simile ad un’epidemia di peste inonderà l’umanità. Mi immagino la voragine della disperazione che inghiottirà l’umanità quando, dopo una breve ondata di felicità, vedremo i morti risorgere dalle tombe e mentire, mentire, mentire, in modo più spudorato di ogni altra creatura della terra, perché sono entità demoniache illusorie, sono embrioni, generati da un accoppiamento infernale.

 

In Meyrink è forse l’attacco più severo e senza appello allo spiritismo al tempo tanto di moda.
Alle mani che posano ancora sul tavolo sono aggrappati – avverte – esseri invisibili. L’uomo coi lunghi capelli sostiene che l’entità manifesta attraverso la cucitrice sia Pitagora ma lei fissa Cristoforo e proclama con voce da uomo: “Tu sai che io non sono Pitagora!”. Gli altri non hanno sentito, le loro orecchie sono sorde, spiega l’entità:

 

Porgersi le mani mette in moto un processo magico. Ma se si uniscono delle mani che non si sono ancora ridestate a vita spirituale allora è il Regno della Medusa ad affiorare dall’abisso del passato, e il mondo degli inferi rigurgita le larve dei morti; la catena delle mani vive, invece, è il muro difensivo che protegge la rocca della Luce Suprema. I servi della Medusa sono, a loro insaputa, i nostri strumenti; essi credono di distruggere, ma in realtà creano spazio all’avvenire. Simili a vermiciattoli che divorano le carogne, essi rosicchiano il cadavere della visione materialistica del mondo. Se non lo facessero, il fetore generato dalla putrefazione farebbe marcire la terra. Essi nutrono la speranza, mandando tra gli uomini gli spettri dei defunti, che stia per sorgere la loro aurora! Noi siamo ben felici di lasciarli fare.

 

La fonte del soccorso verrà dal Regno dello Spirito, anche se gli spiritisti non capiscono, rovesciando la vecchia Chiesa “senza sospettare di evocarne una nuova”. Estirpano solo ciò che è destinato a spegnersi: “la dottrina dimenticata del ‘Dissolvimento con il corpo e con la spada’ fungerà da base alla nuova religione e costituirà l’armamentario del pontefice spirituale”. Ma non si preoccupi per il vecchio tornitore, “nessun uomo di buona volontà si incamminerà mai verso l’abisso”.
Cristoforo passa il resto della notte sulla panchina del giardino, felice di sapere che lì riposano solo le spoglie dell’amata ma lei gli è inscindibilmente legata. Tra le nubi sembra emergere la testa della Medusa, come volesse inghiottire il sole. Lui spezza allora un rametto di sambuco e lo configge nel terreno, traendo l’impressione di arricchire il mondo della vita. E intanto il sole, nel cielo, divora la testa della Medusa.
Ma in realtà il tema ritorna. Se il Nostro si sveglia un mattino con le parole di Giovanni Battista sulle labbra – “Egli deve crescere e io invece diminuire” – la deminutio è a colpi di insulti pubblici, vecchi che profetizzano lui diventi un eccentrico come il nonno e gente operosa che biasima lui non lavori. C’era chi lo giudicasse un vampiro, altri un lupo mannaro – per la casuale concomitanza dell’abbattimento di un grosso cane feroce e di una sua ferita accidentale alla testa; un vagabondo l’aveva visto ed era morto con il viso contratto, un accusato di omicidio aveva visto in lui la presunta vittima… tutte persone – si rende conto – che hanno intravisto in lui la testa della Medusa. Chi la vede muore, chi la percepisce ne è raccapricciato.

 

Nelle pupille del fantasma tu hai scorto allora la caducità e l’elemento funereo che risiedono in ogni uomo ed anche in te. Se gli uomini non vedono la morte è perché essa dimora in loro, essi non sono Cristofori, cioè “portatori di Cristo”, bensì portatori della morte, che li rode da dentro come un tarlo. Soltanto colui che la scoverà, come hai fatto tu, sarà in grado di vederla; per costui essa diverrà “oggetto” e sarà finalmente in grado di fronteggiarla.

 

In effetti prende a riconoscere ovunque la “terribile Signora del Mondo: la Medusa dal volto splendido, eppure così orrendo”. D’altronde capisce di dover diminuire e che a crescere debba essere il suo progenitore. In qualche modo è vero che lui assorbe quelle vite.
Mentre il padre invecchia e diventa sempre più taciturno, Cristoforo esce sempre meno e alla fine smette persino di andare alla panchina, che in spirito ha trasportato nella propria camera. Ma con il padre comunicano a base di pensieri, tranne rare volte come quando il vecchio aveva parlato della morte. In quel momento, spiega, di alcune persone muore “una parte così grande che si potrebbe dire che non rimane più nulla”: di alcuni sopravvivono solo le opere, ma anche i grandi devastatori hanno ricevuto statue memoriali. Chi muore suicida o per violenza lascia sulla terra le proprie immagini – scambiate dagli spiritisti per fantasmi – e qualcosa che impregna i luoghi registrando la memoria dei fatti. Il padre stesso ammette di trattenere nel proprio corpo “troppi elementi che non è in [suo] potere trasformare alchemicamente”: non fosse per il figlio, sarebbe costretto a tornare in una nuova esistenza terrena, per portare a compimento almeno qualcosa. Per evitare quel ritorno, gli egizi si facevano mummificare, onde impedire che l’eredità delle loro cellule ricadesse di nuovo su di loro. Ma l’ereditarietà delle cellule non è solo un fatto materiale, come mostrano certe somiglianze tra un padrone e il proprio cane: “a ciò che si ama si imprime il marchio del proprio essere”, il che spiega l’intelligenza “umana” degli animali domestici. “Più gli uomini si amano profondamente, più cellule si scambiano”, e tra milioni di anni quella compartecipazione sarà totale. Quando era morto il nonno, il padre di Cristoforo aveva dunque assunto la sua eredità, fino a sentir decomporre quel corpo e liberarne le cellule prigioniere: e altrettanto succederà a Cristoforo, a ricapitolare alchemicamente la loro stirpe. Ma quel dissolvimento con il corpo che nel caso di padre e antenati era stato incompiuto sarà molto più radicale per lui,

 

perché la regina del regno della putrefazione non ci ha odiati nella stessa misura in cui odia te. Solo colui che la Medusa odia e teme nello stesso tempo riuscirà a farlo. Sarà ella stessa a compiere su costui ciò che vorrebbe impedire. Quando sarà giunta l’ora, si precipiterà su di te per dare alle fiamme ogni tuo atomo, con tale furia infinita che distruggerà in te la sua propria immagine e in questo modo farà quello che l’uomo non riuscirebbe mai a compiere con le proprie forze: uccidere una parte di se stessa e dare a te la vita eterna. Essa si trasformerà così nello scorpione che punge se stesso. Allora sarà giunto il momento della grande trasmutazione: non sarà più la vita a generare la morte, ma la morte genererà la vita!

 

Il padre esulta a vederlo chiamato a essere la cima del loro albero… È diventato “freddo” fin da giovane, mentre loro sono rimasti “caldi” malgrado l’età: la radice della morte è l’istinto sessuale, che gli asceti si sforzano di estirpare fuggendo la donna: eppure solo la donna può recare aiuto. “L’elemento femminile, che qui sulla terra è separato da quello maschile, deve entrare in quest’ultimo e fondersi in uno; solo allora si placheranno tutti gli struggimenti della carne”. Congiunti i poli, si compiranno le nozze e si instaurerà la freddezza magica che spezza le leggi della terra e fa sgorgare “tutto ciò che è in grado di creare il potere dello spirito”.
Giunge il giorno dell’Assunzione di Maria, trentaduesimo anniversario del ritrovamento di Cristoforo sulla porta della chiesa: di notte il padre lo chiama e lui capisce che è alla fine. il vecchio ha indossato un mantello con una spada: comunica che la sua missione è terminata, vuole mostrargli un segno e intreccia le dita alle sue. Così, spiega, sono congiunti i membri della catena invisibile: se vi resterà congiunto, nulla potrà opporgli resistenza, “perché fin nei più remoti recessi dell’universo ti aiuteranno le forze del nostro Ordine”, ma stia in guardia “da ogni essere che ti verrà incontro nel Regno della Magia”. Le forze delle tenebre possono assumere qualunque forma, ma se provassero a inserirsi nella loro catena “si disintegrerebbero in atomi”: alle apparizioni lui richieda dunque sempre quella certa presa con le mani.
Poi il vecchio muore: e da sue istruzioni il figlio dovrà farlo seppellire accanto alla moglie nelle vesti rituali e con la spada. È di ematite, orientale e molto antica, reca sull’impugnatura un volto dai tratti mongolici, e dall’arma sembrano fluire correnti di vita: forse – come riporta la leggenda – è una di quelle spade che un tempo erano state uomini. Il cappellano, amico fedele, dovrà dire una messa per la propria pace.
Passa il tempo, la gente si è dimenticata dell’eremita Cristoforo che vive chiuso in casa. In qualche modo deve essersi procurato il necessario per vivere, ma la sua morte interiore ha resettato tutto. Certo, scendendo in strada si stupisce dei cambiamenti intervenuti: nel giardino la panchina non c’è più, sostituita da una statua della Madonna. Anche il cappellano è cambiato, stenta a riconoscerlo: viene a trovarlo, lieto di ritrovare in lui tanto del padre, e gli racconta di quanto fosse rimasto colpito all’affermazione di Cristoforo bambino d’essere stato confessato – nientemeno! – dal Domenicano Bianco. Ma ora crede di aver capito: i miracoli in città si stanno moltiplicando. C’è chi ha visto la misteriosa ombra bianca della chiesa e lui stesso ha assistito al manifestarsi del Domenicano Bianco, “quanto di più sacro possa immaginare”, anche se ignora possa trattarsi di un vivo con poteri particolari o invece di un’apparizione spettrale. Ma l’ha visto nelle vesti di un papa del futuro “che si chiamerà Flos Florum”: nella profezia di Malachia, anche rispetto a Meyrink si tratta di un pontefice futuro, visto che nel tempo si è abbinato quel motto a Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978: la definizione Flos Florum verrebbe attribuita al giglio, e nello stemma di Paolo VI ne compaiono appunto tre). Nel frattempo gli avevano detto che il tornitore era impazzito per la scomparsa della figlia, il cappellano l’ha visitato per consolarlo ma è stato il tornitore a consolare lui – evidentemente è un essere cui Dio ha concesso la grazia. E ora compie miracoli, al punto che la cittadina sta diventando luogo di pellegrinaggi. Al momento il tornitore sta attraversando il contado, guarendo i malati con l’imposizione delle mani, ma l’indomani, all’Assunzione, sarà di ritorno. Sì, il cappellano sa che il vecchio ha praticato per qualche tempo lo spiritismo ma ora se n’è allontanato… d’altronde si chiede se sia meglio quello o il materialismo dilagante. Comunque pare che il tornitore abbia anche risuscitato un morto, facendo fermare il relativo carro funebre e ordinando al morto di rialzarsi: peccato sia impossibile fargli spiegare qualcosa, è sprofondato in uno stato d’estasi via via sempre più profondo. In quell’occasione aveva però detto qualcosa: la Madonna gli sarebbe apparsa davanti alla panchina, dove cresce il sambuco piantato da Cristoforo, e sorrideva beata come la sua Ofelia. Ma in quel caso, grazie alla Vergine, sapeva che si trattava d’un semplice morto apparente – visti che lui stesso era stato sepolto vivo, e il cappellano non coglie il nesso. Peraltro l’apparente risuscitato, che era uno storpio noto in città, era morto subito dopo travolto da un cavallo imbizzarritosi nella confusione.
Comunque il tornitore aveva compiuto molte altre prodigiose guarigioni e l’albero di sambuco era diventato il centro di ogni genere di miracoli. Compreso il ravvedimento di grandi numeri di miscredenti… Cristoforo vede nella purezza di cuore del tornitore il correttivo ai prodigi della Medusa e nella trasformazione di Ofelia nella Madonna lo “stesso processo magico in opera durante la seduta spiritica”. Ma quando chiede al cappellano se il diavolo possa assumere l’aspetto di una figura sacra, quello si ribella: e a quel punto Cristoforo capisce che occorre l’avvento di una grande Guida spirituale perché la verità non uccida coloro che la ascoltano.
L’indomani viene destato da uno scampanio vivace, con inni mariani; vede comparire il vecchio tornitore, ma avverte anche l’ammonimento interiore di Ofelia a stare in guardia. Ci sono anche il losco Paride e la signora Aglaja intenti a lucrare tra i devoti. Intanto il tornitore è occupato a parlare con l’immagine mariana che pare rispondergli e china addirittura il capo. Cristoforo avverte però l’esortazione di Ofelia e anche la voce di Medusa che, circonfusa da antichi sentimenti di devozione in lui presenti, gli chiede di prostrarsi e adorarla… Per non farlo si lascia allora scivolare in una resistenza passiva, perdendo coscienza e ritrovandosi nella nicchia del portone. Ma intanto la folla dei devoti – che hanno strappato di dosso al vecchio brandelli di vesti per farne reliquie – si dirige verso la chiesa. Svuotatosi il vicolo, il Nostro scende e raggiunge il luogo di sepoltura dell’amata: le chiede di poter rivedere il suo volto, e per un attimo una luce inghiotte la statua della Madonna. Per un istante vi vede il volto di Ofelia sorridente, poi torna a riapparire la statua. “Avevo gettato uno sguardo nell’eterno presente, che per i mortali è solo una vuota, incomprensibile parola”.
Tali sviluppi, preparati dalle frasi a inizio romanzo su Lourdes e l’inconscio – “Ciò non significa che la Madre di Dio non sia altro che l’inconscio, no, l’inconscio è la ‘Madre’ di ‘Dio’” – appaiono estremamente interessanti in un periodo in cui di apparizioni mariane si parla parecchio: limitandosi alle principali, Roma 1842, La Salette (Francia) 1846, Lourdes (Francia) 1858, Champion (Usa) 1859, Pontmain (Francia) 1871, Gietrzwald (Polonia) 1877, Knock (Irlanda) 1879, Fatima (Portogallo) 1917. Tanto più in rapporto a suggestioni escatologiche come quelle sulla profezia di Malachia, a mostrare che Meyrink non costruisce il suo “sistema” – con tutte le virgolette del caso, l’etichetta è discutibile e forse lui stesso non sarebbe d’accordo sull’utilizzarla – solo con dottrine esoteriche minoritarie delle tre grandi religioni e con importazioni di dottrine orientali, ma accede a un immaginario cristiano (e cattolico) diffuso. A lui interessa un nocciolo di ricerca interiore liberissima, le forme sono come scale da gettar via una volta approdati al giusto piano del discorso: e ciò vale anche per tutti gli arzigogoli esoterici di questo specifico romanzo. Costruito con materiali molto vari, dalle posture delle mani nelle incisioni su temi sacri tedesche alle notizie sulle apparizioni mariane…
Cristoforo prende dunque visione dell’eredità di famiglia, ispezionando la casa e i suoi tesori coperti di polvere, ciascuno però con la sua storia, amori, sofferenze da raccontare – che lui è in grado di recuperare per il lascito nel suo sangue. Ma più scende ai piani inferiori, più le impressioni che gli derivano risultano “buie, severe, disadorne” e intessute di speranze deluse. Nella cantina sbarrata, in cui era vissuto il progenitore Christophorus Jöcher il lampionaio, non riesce neppure a entrare.
Tornato alle sue stanze, gli pare di essersi caricato di influssi magnetici come per un liberare di fantasmi del passato. I desideri, i patemi e le mete irraggiunte degli antenati affluiscono in lui, ma quando se ne libera restano risucchiati dagli oggetti della stanza: perà sente anche lui il desiderio di agire, mosso non dall’egoismo degli antenati ma dall’urgenza della lotta contro la Medusa. Poi è colto dalla stanchezza, precipita nel sonno e in sogno si vede intento a cercare di forzare la porta della cantina. Quando riesce ne sortisce un vecchio, e al risveglio se lo trova in effetti davanti – con il capo stranamente coperto da un berretto di pelliccia. Spiega di aver bussato, nessuno rispondeva ed è entrato: è stato “inviato dall’Ordine”, di cui il padre faceva parte – e ora il figlio avrebbe titolo per accedervi, se vuole. Cristoforo è ben disposto ma chiede qualche informazione di più, suo padre gli ha solo accennato qualcosa. Il vecchio – che ha barba rada e robuste mani da manovale – spiega:

 

Allora, che tu sappia: da tempi immemorabili esiste sulla terra un gruppo di uomini che guida il destino dell’umanità. Senza di loro da molto regnerebbe il caos. Tutti i grandi condottieri, se non erano iniziati della Comunità, furono ciechi strumenti nelle sue mani. Il nostro fine è eliminare le differenze fra poveri e ricchi, tra servi e padroni, tra sapienti e ignoranti, tra oppressori e oppressi, e trasformare questa valle di lacrime in un paradiso, una terra in cui la parola “dolore” sia sconosciuta. Il fardello sotto il quale geme l’umanità è la croce della personalità. L’anima universale si è frantumata in innumerevoli esseri individuali e questo stato di cose ha generato il caos. I nostri tentativi sono volti a riportare l’unità al posto della molteplicità.
Gli spiriti più nobili si sono posti al nostro servizio e l’ora del raccolto è alle porte. Ognuno dovrà diventare il proprio sacerdote. La gente è matura per scuotersi di dosso il giogo della Chiesa. La bellezza è l’unico dio, al quale l’umanità d’ora in poi rivolgerà le sue preghiere. Ma essa ha bisogno ancora di uomini vigorosi che le indichino la via per salire lassù in alto. Per questo noi padri dell’Ordine abbiamo emanato influssi mentali sul mondo che come dei falò hanno incendiato i cervelli per dare alle fiamme la dottrina individualista! La guerra di tutti per tutti! Trasformare la giungla selvaggia in un giardino, questo è il compito che ci siamo posti! Non senti come tutto in te incita all’azione? Perché continui a rimanere qui e a sognare? Forza, salva i tuoi fratelli!

 

Il passo è interessante. La presenza di fantasiosi gruppi di eletti che muoverebbero pedine nei retroscena della storia è del resto un altro tema caro a certa narrativa esoterica, teosofica o legata ad altre tradizioni: la grande differenza è tra chi li vede come persone in carne e ossa e chi li proietta su un altro piano dell’essere – pur con tutte le ambiguità e zone grigie del concetto.
Ovviamente rispetto al Volto verde la situazione è diversa, ma alcune consonanze sembrano presenti, in forma forse più radicale e simbolicamente schematica. L’amore e la vittoria sulla mortalità, il dominio sull’angoscia della morte, una dimensione apocalittica…
Preso dall’entusiasmo, il Nostro si informa sulle condizioni per l’ammissione nell’Ordine, sentendosi rispondere: “Cieca ubbidienza! Rinuncia ad una volontà propria! Agisci per il prossimo e non per te stesso!”, tutti passi necessari per condurre “dal groviglio selvaggio della molteplicità alla Terra Promessa dell’unità”. Sul resto non si preoccupi, pensieri e ordini li trasmetteranno loro: e alla disponibilità di Cristoforo, lo fa giurare. Si rende anzi conto in un barlume di agnizione che il volto del vecchio era raffigurato sul pomo di ematite della spada del padre e il suo pollice deforme era lo stesso di un vagabondo morto sulla piazza del mercato. Chiede dunque di dargli il segno, e porge al vecchio la mano con la destra insegnatagli dal padre. Ma si verifica una metamorfosi, il vecchio non è più un essere vivente ma un ammasso di membra divise: Cristoforo si copre gli occhi e la larva è sparita, lasciando solo un anello fluttuante contenente in forma vaga e coi contorni trasparenti il volto del vecchio… Ma a un tratto dalle labbra gli giunge la voce del progenitore, che lo avvisa della falsità di quell’immagine del Maestro, costruita dai Lemuri dell’abisso per sviarlo verso azioni insensate e miraggi fosforescenti come la “rinuncia a se stesso”. Vogliono distruggere “il sommo bene che un essere può conquistare: la consapevolezza eterna in quanto individuo” facendo leva su presunzione e avidità di potere, per cui “l’uomo si illude di ardere di un amore altruistico per il prossimo” finendo con l’essere una guida cieca. Il cuore dell’uomo non può racchiudere l’amore se non donato dall’alto, e ripetono il precetto di amarsi gli uni gli altri fino a vanificarlo. Così hanno profanato tutte le dottrine giunte dall’Oriente, e giudicano egoismo l’“unica azione che valga la pena di compiere, il lavoro su se stessi”. Intruppano la gente illudendola con il miraggio di diventare guide e a quel punto illuminati, e “sanno che la vita sulla terra è una fase di transizione” per cui illudono di poterla trasformare in Paradiso. “Essi hanno messo in libertà le ombre dell’Ade e infondono loro vita con una fluida forza demoniaca, affinché gli uomini credano che sia giunta l’ora della resurrezione dei morti”: e quella larva con le sembianze del Maestro la sguinzagliano tra chiaroveggenti, spiritisti e praticanti di disegni automatici. Si presenta come Giovanni Re, per far loro equivocare con l’Evangelista: tutto ciò per ingannare chi è maturo per cercare nella Verità e seminano dubbi dove sarebbe richiesta fede incrollabile. Non è chiarissimo quale filone esoterico qui Meyrink sta stigmatizzando, ma Cristoforo ha distrutto lo spettro esigendo la presa trasmessagli dal padre…
Risvegliato dalle parole del progenitore, il Nostro ha la sensazione di “precipitare nello spazio sconfinato”: poi si riprende, con la sensazione che una corrente magnetica l’abbia attraversato, e di sentirsi mutato, come gli si fosse dischiuso un nuovo senso. Poi sente di avere qualcosa in mano, una spada gli pende dal fianco, tenuta da una catena. Il senso interiore del tatto – il senso legato alle mani della presa iniziatica e del peculiare modo di pregare – sembra essersi destato in lui.

 

L’altra realtà confina direttamente con la nostra pelle, eppure non ce ne accorgiamo. La fantasia s’arresta, proprio nel punto in cui potrebbe creare un nuovo dominio!
L’anelito dell’uomo a forgiarsi divinità e la paura di essere solo con se stesso e diventare creatore del proprio mondo è ciò che gli impedisce di dispiegare le forze magiche che giacciono assopite in lui. […]
“Basta che tu stenda la mano e toccherai il volto della tua amata”, mi seduce ardentemente un pensiero, ma rabbrividisco all’idea che realtà e fantasia siano la stessa cosa. La verità ultima mi appare con un’orrenda smorfia digrignante!
La consapevoleza che da nessuna parte, né qui né là, ci sia realtà, e che esista solo l’immaginazione, mi sembra ancora più terribile della possibilità di diventare vittima di un contatto demoniaco o venir sospinto nel mare sconfinato della follia e delle allucinazioni!

 

Ma preferirebbe restare un pellegrino e vedere il padre e ricongiungersi con l’amata, preferirebbe cioè l’infinito da creatura al sole dell’eternità da dio coronato di forza creatrice… e impugnando la spada diviene consapevole del volto sul pomo.
“Quando scoccherà l’ora del grande incontro voglio essere a cielo aperto!”, per cui si arrampica sul tetto piatto della casa, sopra la città immerso nella notte. Il suo passato pare chiedergli di stringerlo a sé, di non lasciarlo perire nell’oblio.
All’orizzonte un baluginare di lampi, un occhio gigantesco che si spalanca, un ululato lontano: “Hai ucciso tutti i miei servi, ora tocca a me venire”. È la signora delle tenebre, Medusa. E una folata di vento gli annuncia la camicia di Nesso: lui all’inizio non capisce, mentre il fiume sottostante lo invita s nascondersi e gli alberi frusciano terrorizzati: “La sposa del vento dalle mani strangolatrici! I centauri della Medusa, la caccia selvaggia! Abbassate le teste, il cavaliere con la falce sta arrivando!” – si noti l’immaginario simbolista da quadro di Von Stuck (1863-1928, nato e morto per inciso nella stessa Baviera dove vive Meyrink). Ma nel suo cuore la voce di Ofelia dice che lo attende…
Echeggiano colpi, brillano luci, qualcosa precipita: sono sfere, i bolidi – probabilmente intende quelle meteore capaci di emettere suono, di avere luci di colore vario (al contrario della quasi totalità delle meteore comuni, dove è bianco), forse mixate qui all’immaginario sui fulmini globulari. Ma chiaramente il fenomeno naturale ha in questo caso valenza simbolica:

 

“I bolidi!” Quando venni a sapere della loro esistenza nei libri che lessi da ragazzo, credetti che la descrizione dei loro misteriosi comportamenti fosse una favola, invece, sono proprio reali! Esseri ciechi, carichi di energia elettrica, bombe dell’abisso cosmico, teste di demoni senza occhi, bocca, orecchie e naso, emersi dalle voragini della terra e dell’aria, vortici roteanti attorno al punto centrale dell’odio, il quale privo degli organi di senso, semicosciente, cerca a tentoni le vittime della sua furia distruttiva.
Se questi esseri possedessero una figura umana, di quale terribile forza sarebbero dotati? La mia tacita domanda li ha attirati, la sfera incandescente che all’improvviso abbandona la sua traiettoria si sta forse dirigendo verso di me? Ma proprio quando ha quasi raggiunto la ringhiera, fa marcia indietro, scivola sopra un muro, s’infila in una finestra aperta ed esce da un’altra, assume una forma allungata, un raggio infuocato scava un cratere nella sabbia con un tale fracasso di suoni che la casa trema e il pulviscolo sale fino a me.
La sua luce accecante come un sole bianco mi brucia gli occhi; la mia figura per un istante è illuminata in modo così vivido che il riflesso mi riempie le palpebre e si scava nella mia coscienza.

 

Domanda a Medusa se lo veda, lei risponde di sì, “maledetto!”. Una sfera rossa si solleva, diventando sempre più grande, lui stende le braccia e mani invisibili afferrano la sua con la presa dell’Ordine – la catena vivente si perde all’infinito… e tutto ciò che di corruttibile resta in lui viene arso. Rimane eretto a rosseggiare di fiamme con la spada al fianco: “Sono dissolto, per sempre, con il corpo e con la spada”. Perché in fondo, come aveva spiegato, il segreto tra i segreti è la trasmutazione alchemica della forma corporea, attribuendo al corpo la più vasta latitudine fisica, psichica e intellettuale. Ma solo chi è odiato dalla Medusa può raggiungere la meta finale, perché riduce al suo stato originale l’essenza dell’iniziato permettendogli di rinascere.

(13-continua)

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Non è ver che sia lo spettro https://www.carmillaonline.com/2024/07/26/non-e-ver-che-sia-lo-spettro/ Fri, 26 Jul 2024 20:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83581 di Franco Pezzini

Fabio Camilletti, Spettri familiari. Letteratura e metapsichica nel secondo Novecento italiano, Unicopli, Trezzano sul Naviglio MI 2024.

Un affresco sacro scrostato, poi un vicolo di notte: sul fondo, lenzuola appese ai fili tra gli opposti edifici e auto posteggiate, a suggerire che si parla di una realtà moderna. Una giovane donna corre nella nostra direzione, sbircia indietro – evidentemente per esser certa che qualcuno la segua, che non si perda – e trattiene il lungo scialle perché non scivoli via nella corsa: una donna, ci accorgiamo, bellissima, dall’ampia chioma riccia, con un abito che qualcuno dirà “un po’ [...]]]> di Franco Pezzini

Fabio Camilletti, Spettri familiari. Letteratura e metapsichica nel secondo Novecento italiano, Unicopli, Trezzano sul Naviglio MI 2024.

Un affresco sacro scrostato, poi un vicolo di notte: sul fondo, lenzuola appese ai fili tra gli opposti edifici e auto posteggiate, a suggerire che si parla di una realtà moderna. Una giovane donna corre nella nostra direzione, sbircia indietro – evidentemente per esser certa che qualcuno la segua, che non si perda – e trattiene il lungo scialle perché non scivoli via nella corsa: una donna, ci accorgiamo, bellissima, dall’ampia chioma riccia, con un abito che qualcuno dirà “un po’ da zingara”, ma solo perché non è consueto a chi non sia frequentatore abituale delle stampe di Bartolomeo Pinelli. Corre verso di noi, ma intanto è partita una musica che pure punta a noi. A noi che quella scena in bianco e nero l’abbiamo vista magari mille volte, che conosciamo la melodia perfettamente e mille volte inseguiamo Lucia – perché il fatto che corra nella nostra direzione non ci rende più capaci di trovarla di quanto sia in grado chi la sta inseguendo.

Infatti, il titolo è appena apparso in sovraimpressione – con i caratteri sobri di un altro tempo della storia del piccolo schermo – ed ecco che Lucia sparisce sulla sinistra del video. Subito dopo compare di corsa il giovane che la insegue, e i titoli di testa prendono a scorrere. Via via riusciremo a vedere meglio i volti dei due nel dedalo dei vicoli – l’ironia vagamente malinconica di lei, l’ansia di lui – finché Lucia non sbuca in una piazza, continuando a guardare indietro (alle nostre spalle, potremmo ora dire) e abbozza un gesto col viso, un “Seguimi” muto che vorremmo fosse diretto a noi. E forse stavolta lo è.

“[…] probabilmente il più importante sceneggiato della storia della Rai”: così il sito Rai Play definisce Il segno del comando, che nel 1971 per cinque settimane – dal 16 maggio al 13 giugno – inchioda gli spettatori davanti al video. Eppure non è solo per la magnetica presa della storia (una trama incalzante, il fascino del mistero, una sfida a capire) che in un’Italia tanto diversa da quella di oggi Il segno del comando si guadagna tale riconoscimento. I motivi sono parecchi, e il loro sapiente dosaggio permette un’alchimia dai risultati mai più raggiunti con tanta efficacia.

E partiamo da qui, da quest’opera su cui si chiudeva il pionieristico Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto di Fabio Camilletti (Lang, 2018) per presentare questo ideale sequel, o ampliamento per focus, persino migliore – anche se il precedente costituiva un’introduzione ricca e necessaria allo studio dell’occultura in Italia. Un paese che ha visto – come altri d’occidente, va detto, ma con connotazioni molto particolari – il rapporto tra modernità (boom economico, con scienza e tecnologia relativi) e spettri scandito in base al loro rapporto con le agenzie di certezza pubbliche, Chiesa cattolica e magistero Pci: e quanto negli anni Sessanta, per il loro controllo incrociato, era rimasto sotto il pelo di una pubblica attenzione se non ad opera di eccezionali eccentrici (si pensi a Buzzati, a Fellini) nei Settanta esploderà a fenomeno di massa come Grande Revival magico per conoscere una contrazione, come altre utopie, all’alba del decennio successivo.

Anche Spettri familiari parla a un certo punto del Segno del comando, e inevitabilmente: laddove affronta l’opera di un autore che deve ben aver ispirato gli sceneggiatori, Giorgio Vigolo, con le sue storie – in particolare Le notti romane, 1960 – su una “Roma fuor di sesto” (come s’intitola il cap. 3). Storie di time-slip, che dal capezzale di Ernesto de Martino intento a offrire alla giornalista ventiseienne Fausta Leoni un’ultima intervista, sconcertante, sul rapporto tra tempo e paranormale (1965), tra speculazioni parascientifiche e letterarie in tema di “compresenza dei tempi”, si dipana a constatare come in Roma le diverse epoche coabitino e si compenetrino rivelando pieghe paradossali. Ciò che nello sceneggiato emergeva non solo dalla vertigine temporale di un minuetto di reincarnazioni, ma dall’effetto straniante di chiavi diverse della trama, compenetrate a forza durante la lavorazione (a un’originaria soluzione razionalista se n’era sovrascritta una sovrannaturalistica, senza che l’una cancellasse in toto le tracce dell’altra, a perdere lo spettatore almeno quanto l’attonito protagonista Forster): ma insieme “un tempo finito improvvisamente ‘fuor di sesto’, soggetto a un ‘andamento a singhiozzo’: un fenomeno che investe la sfera intra-diegetica quanto quella extra-diegetica, finendo per riverberarsi sull’atmosfera stessa del set”. Con il teatro di una città dei morti come Purgatorio a-teologico, a richiamare quell’aldilà popolare che di cattolico presenta solo alcuni elementi ma assomiglia maggiormente a un Ade pagano.

Si è detto che il volume rappresenta una sorta di sequel a Italia lunare nel senso di riprenderne il filo di ricerca e alcune provocazioni tematiche (Il Segno del comando, appunto): ma non un sequel in senso cronologico, perché il discorso non parte dagli anni Sessanta, ma da molto prima. Dopo una bella introduzione sui fantasmi della nostalgia, Spettri di Nonna Speranza, tra Nilla Pizzi, Nunzio Filogamo e Gozzano, infatti, il capitolo 1, Dispacci dall’oltretomba, riguarda Gli scritti medianici di Pitigrilli, a partire dal 1940 e con molte informazioni retrospettive. Dove il rapporto tra messaggi del tavolino di fantasmi eccellenti – narratori, poeti… – e scritture imitative del losco informatore dell’Ovra (“scrittore-spia e spia-scrittore”, secondo Lussu), nonché superficialotto alla deriva di se stesso, dice parecchio del suo patetico tentativo di sfuggire alle colpe rifugiandosi in un cenacolo immaginoso e consolatorio.

Segue (cap. 2) Il gran teatro delle anime in pena, sui fantasmi di Eduardo, in particolare su Questi fantasmi! (1946), lo spiritismo napoletano dalla Belle Époque in avanti, Lombroso e gli Spiriti inquilini, il nesso tra munaciello/Poltergeist e charivari nello stigmatizzare unioni problematiche, la dimensione fantasmatica del teatro. Mentre alla parte su Vigolo segue Caramelle al cimitero (cap. 4) sulle scampagnate medianiche narrate da Dino Buzzati, in particolare sul dimesso medium trevisano Lava: ma ci sono anche il torinese Rol e il romano Fulvio Rendhell.

Può interessarci poco che Rol sia stato anzitutto un grande mentalista, forse convinto di dover combattere coi suoi prodigi – non parlava di spiriti – il materialismo in anni di crisi delle tradizionali istanze religiose, o forse rimasto prigioniero del proprio garbatissimo personaggio (che Piero Angela, si noti, non volle mai disturbare). Chi scrive, ragazzo negli anni Settanta ed entusiasta di storie strane, aveva cercato d’incontrarlo con il sistema poco medianico d’una telefonata: non avevo detto che tra i suoi frequentatori c’era un amico dei miei nonni, e mi ero sentito rispondere da un gentilissimo maggiordomo che Rol non era disponibile a un incontro. Sospetto in realtà che il presunto maggiordomo fosse Rol stesso, e ci penso spesso passando davanti alla targa affissa sulla facciata della casa di via Silvio Pellico dove abitava. Mentre di Rendhell leggevo con avidità le avventure parapsichiche pubblicate su un rotocalco comprato da mia madre (doveva essere la testata Grazia): ghost story bellissime – almeno così le ricordo, l’autenticità non importa –, che meriterebbero senz’altro una ripubblicazione in volume.

La conclusione, Una tavoletta ouija a Villa Finzi-Contini, sul filo di Bassani, le Storie di spettri di Mario Soldati e le voci dei parapsicologi (Talamonti, Dèttore…) evoca – verbo quanto mai proprio – i fasti del bicchierino (o della tazzina, come si usava allora tra ragazzi) a porre il problema di “Cosa sono gli ‘spiriti’ che intervengono alle sedute?”. La risposta, in questo bellissimo libro di storia della cultura e di letteratura italiana (con pagine altissime), non la offrono la parapsicologia né tantomeno lo spiritismo: quegli spiriti riguardano noi e la realtà del tempo in cui siamo immessi, le dimensioni della vita e della morte che ci interpellano in modo più pressante man mano che gli anni passano, le nostre nostalgie e malinconie e le stesse urgenze della scrittura. Un tema non certo derubricabile a vuota sciocchezza, per le infinite e graffianti consonanze a ciò che siamo, alla fictio della letteratura e all’autofiction (autoinganni compresi) suggeritaci da una società, al rondò di sentimenti, emozioni, paure, contraddizioni che viviamo ma a volte tenendoli sotto il tappeto. E accidentalmente su quel tappeto posa un tavolino a tre gambe. Qualche volta, danza nell’aria.

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All’insegna dell’ircocervo (Victoriana 40) https://www.carmillaonline.com/2023/07/01/allinsegna-dellircocervo-victoriana-40/ Sat, 01 Jul 2023 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77706 di Franco Pezzini

La New Forest – già sito del regno juto di Ytene, poi foresta reale fin dai giorni di Guglielmo il Conquistatore, circa 1079 – è una delle aree più ampie di boschi (il navigatore satellitare in certi punti si ingrippa), brughiere lunari e pascoli indivisi dell’Inghilterra meridionale: un giro in zona resta di estrema suggestione. Per gli amanti dei gialli storici, qui, vicino a Brockenhurst, il 2 agosto 1100 finì accoppato in un misterioso incidente di caccia re Guglielmo II Rufus figlio del Conquistatore. Estremamente implausibile, con buona pace di [...]]]> di Franco Pezzini

La New Forest – già sito del regno juto di Ytene, poi foresta reale fin dai giorni di Guglielmo il Conquistatore, circa 1079 – è una delle aree più ampie di boschi (il navigatore satellitare in certi punti si ingrippa), brughiere lunari e pascoli indivisi dell’Inghilterra meridionale: un giro in zona resta di estrema suggestione. Per gli amanti dei gialli storici, qui, vicino a Brockenhurst, il 2 agosto 1100 finì accoppato in un misterioso incidente di caccia re Guglielmo II Rufus figlio del Conquistatore. Estremamente implausibile, con buona pace di Margaret Murray, che si sia trattato dell’arcaico sacrificio del sovrano di sopravvissuti rituali pagani; più gettonata l’idea dell’assassinio di un re di cattiva fama, la cui fedina morale gronderebbe brutture. In ogni caso nella foresta, nel luogo presunto del fattaccio a poca distanza dal villaggio di Minstead, sorge (e all’inizio facciamo un po’ fatica a identificarla) la Rufus Stone, o meglio un monumento memoriale del 1841 che sostituisce l’originario e mutilo.

Guglielmo Rufus verrà poi tumulato nella Winchester Cathedral. Però a proposito di tombe e di mystery, proprio Minstead richiede assolutamente un pellegrinaggio da parte dei lettori affezionati, in quanto luogo di ultimo riposo di Sir Arthur Conan Doyle. Così dopo una notte di umido e pioggia a Brockenhurst, sotto il cielo nuvolo del mattino puntiamo verso il cimiterino di Minstead, parcheggiando nel posteggio più prossimo, davanti al pub The Trusty Servant.

Dove notiamo una figura particolarissima, satirica, a insegna del locale, a firma di tal P. J. Oldreive, specializzato in immagini per locali pubblici. Vi si vede un uomo abbigliato in abiti settecenteschi, ma con orecchie d’asino, muso di maiale serrato da un lucchetto, zampe di cervo e un po’ di ammennicoli stretti nella mano sinistra. È evidente qualche antico legame con il Winchester College, che fuori dalla cucina vanta dipinta (dal 1579 per mano di John Hoskins, anche se la versione attuale è di William Cave, 1809) una creatura molto simile. Anzi là un componimento latino chiarisce la simbologia del Trusty Servant, il Servitore Fidato: ecco pazienza (l’asino), rapidità (il cervo), mancanza di pretese nella dieta (il muso di maiale), discrezione (il lucchetto), operosità e difesa del padrone (pennello, pala e forchettone nella sinistra, spadino al fianco). La bizzarra creatura di Winchester viene detta – almeno da Arthur Cleveland Coxe (1818-1896) in avanti – ircocervo, dal capro-cervo degli antichi autori greci, assurto nel Novecento a simbolo di assurda irrealtà, soprattutto in campo politico, con Benedetto Croce e Antonio Gramsci.

Tratteniamo la suggestione e muoviamoci. Per arrivare alla chiesa di All Saints c’è solo qualche passo: varcato il cancelletto con tettoia e girato attorno all’edificio, la tomba di Sir Arthur (“cavaliere / patriota, medico e uomo di lettere”) si trova facilmente, sormontata com’è da una grossa croce di pietra. Nel silenzio del cimiterino, grazioso e fiorito come in genere quelli inglesi, tributiamo così omaggio e un momento di silenzio a questo mattatore dell’immaginario: e mi pare un luogo adeguato per ricordare non solo il padre dell’Arcidetective Holmes – che la causa di morte di Guglielmo Rufus a poche miglia di qui l’avrebbe senz’altro chiarita – ma l’apostolo dello spiritismo. E per aprire la bella edizione della sua The History of Spiritualism apparsa nel 1926, dedicata a “Sir Oliver Lodge, gran maestro nelle scienze fisiche e psichiche” e riproposta oggi da Venexia, Storia dello spiritismo. Antologia illustrata con traduzione di Angelo Airò Farulla (pp. 204, € 22, Roma 2023). Una lettura in qualche modo agiografica dove in luogo dei miracoli si susseguono altri eventi più o meno meravigliosi e i profili di sensitivi appaiono aureolati – talvolta attraverso persecuzioni, nella loro testimonianza/martirio – in vista di una nuova e più felice alba dell’umanità.

Le foto sono bizzarre o struggenti: la morte a ventisei anni del figlio di Doyle, Arthur Alleyne Kingsley – un bel ragazzo che vediamo nella divisa della guerra e poi presuntamente in forma ectoplasmatica accanto al padre che garantirà di averlo riconosciuto – finisce così col raccordarsi con le radicate convinzioni spiritualistiche di Sir Arthur.

La panoramica è di estremo interesse, tanto più per vedere cosa all’epoca si racconti di personaggi presentati in modo un po’ diverso dalla critica recente. Procedendo troviamo così l’incredibile inventore/profeta Swedenborg, Edward Irving e i quaccheri millenaristi shaker passati dall’Inghilterra al Nuovo Mondo, Andrew Jackson Davis “profeta della nuova rivelazione”, i fatti di Hydesville e la resistibile carriera delle sorelle Fox. Seguono i primi sviluppi in America (Thomas Lake Harris, Robert Hare, Hardinge Britten…), l’alba inglese e le nuove avventure del movimento, editoriali e non (riviste spiritiste, polemiche…); le figure di Daniel Dunglas Home, dei fratelli Davenport, di Sir William Crooks, dei fratelli Eddy e degli Holmes, di Henry Slade e del dottor Monck, di Eusapia Palladino e dei grandi medium 1870-1900. Successivamente Doyle affronta i temi “caldi” dell’ectoplasma e della fotografia spiritica, di medianità vocale e impronte; poi le declinazioni francesi (Kardec & dintorni), tedesche (du Prel) e italiane (Mazzini, Garibaldi, Lombroso, Bozzano, Morselli…). Il cap. 20, conclusivo, si intitola Alcuni grandi medium moderni (e alcune esperienze personali dell’autore), e mette le mani avanti:

 

La descrizione delle manifestazioni fisiche prodotte da un’intelligenza esterna spesso rischia di diventare un po’ monotona, dal momento che gli eventi assumono costantemente forme stereotipate di natura limitata; forme che, d’altro canto, sono ampiamente sufficienti allo scopo, ovvero dimostrare l’esistenza di poteri invisibili, sconosciuti alla scienza della materia.

 

Segue una piccola galleria di volti di medium conosciuti di persona, qualche appunto sulla tipologia dei fenomeni (spesso “Voce diretta, indipendente dagli organi vocali”, ma molto rare materializzazioni; apparizione di volti fantasma in macchie di luce, “Sembrerebbero delle semplici maschere”, forse – verrebbe da dire – lo sono; i cosiddetti apporti, eccetera) e un’appassionata apologia dello spiritismo. Cui l’autore si dedica da decenni (cfr. qui e qui) prima che la legione di morti della Grande Guerra, compreso appunto il figlio, faccia moltiplicare i tavolini del dolore. Si è spesso rimproverato a Doyle, padre del rigoroso Holmes, la credulità con cui affronta lo spiritismo – e il fatto che registri anche casi di frodi non cambia radicalmente le cose. La dignità con cui difende il suo credo gli fa onore, ma non basta a convincerci. Tanto più che una cosa è ammettere l’esistenza di fenomeni bizzarri, da chiamare “spiriti” per insufficienza nomenclatoria; altro è imbullonare tutto ciò in un complicato sistema religioso e morale costruito più o meno a ricalco di un vago cristianesimo. Sembra in effetti di individuare una categoria epocale sottostante dell’“I Want To Believe” più forte dei pur nobili sforzi di oggettività dell’autore: qualcosa come un desiderio perduto tra le pieghe del positivismo.

Si può in generale condividere quanto scrive nell’introduzione Battere i materialisti sul loro stesso terreno – da un’espressione dello stesso Doyle – il traduttore Farulla a proposito dello spiritismo come il “movimento religioso più essoterico e scientista che si conosca, sorto dal connubio più antiscientifico e antispirituale che la cultura moderna abbia mai prodotto” – (un unico sobbalzo è quando Farulla sostiene tout court che “l’illuminismo fu infiltrato di occultismo ed esoterismo”, senza distinguo tra impianto teorico dei Lumi e coevi illuminatismi, al di là di certe equivoche esperienze di loggia). Ma è pur vero che la chiave interpretativa più esplicita alla dimostrabilità positiva della metafisica nella dottrina spiritista la troviamo a pochi passi dal cimiterino dove stiamo rendendo omaggio a Doyle: quella proprio dell’ircocervo, in questo caso composito implausibile di scienza e fede. In un’epoca in cui creazionismi e giochi più ambigui di sponda tendono oggi a rimixare le carte, nel tripudio teocon, difendere da un lato la laicità della scienza, e dall’altro quel libero arbitrio che per il credente è scommessa della propria esistenza su qualcosa di indimostrabile, delinea la vertigine di un rischio che è libertà e inevitabile, faticosa adultità. Trucchetti, scorciatoie o forzature dialettiche aprono le porte all’ircocervo: danneggiano gli interessi della scienza e quelli stessi di una fede onesta.

Animal noto, per altro verso, all’antropologia politica che dal Novecento in avanti l’ha visto combinare la protome suina con altre connotazioni bestiali – a partire dall’ibridissimo ircocervo fascista. Fino a casi molto più recenti, in cui entità politiche ringhiosamente poliziottesche e centralizzanti hanno assunto – per esempio in tema vaccinale – connotazioni libertarie di comodo, un certo approccio bullista si sposa alla lamentosità, e le contestazioni in sede pubblica vengono presentate come intolleranza da soggetti che proprio su una comunicazione aggressiva hanno costruito la propria fortuna istituzionale.

Tutte considerazioni che non permettono di giudicare l’uomo del suo tempo Doyle, che crede genuinamente nel beneficio collettivo della causa spiritista: ma che fa riflettere su quanti ircocervi dai connotati stridenti zoccolino qui e là ai giorni nostri, funzionali a intruppare come trusty servant di istituzioni, interessi e feticci di potere.

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Piccole donne evocano (Victoriana 37) https://www.carmillaonline.com/2022/06/18/piccole-donne-evocano-victoriana-37/ Sat, 18 Jun 2022 20:42:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72613 di Franco Pezzini

Lisa Morton, Evocare gli spiriti. Storia delle sedute spiritiche, ed. orig. 2020, trad. Roberto Esposito, pp. 316, € 20, Odoya, Città di Castello PG 2022.

La fotografia mostra, solo parzialmente schermata da alcuni alberi, una casa americana in legno, non certo lussuosa, con assi a vista. Sotto, un’iscrizione a stampa: “In this house, March 31st, 1848, Spiritualismo originated, Newark, N.Y.”. È casa Fox, sita ad Hydesville (che con lieve forzatura potremmo tradurre la Villa del nascosto) presso New York: e qui sboccia l’ultima delle grandi rivoluzioni del 1848, quella spiritista. [...]]]> di Franco Pezzini

Lisa Morton, Evocare gli spiriti. Storia delle sedute spiritiche, ed. orig. 2020, trad. Roberto Esposito, pp. 316, € 20, Odoya, Città di Castello PG 2022.

La fotografia mostra, solo parzialmente schermata da alcuni alberi, una casa americana in legno, non certo lussuosa, con assi a vista. Sotto, un’iscrizione a stampa: “In this house, March 31st, 1848, Spiritualismo originated, Newark, N.Y.”. È casa Fox, sita ad Hydesville (che con lieve forzatura potremmo tradurre la Villa del nascosto) presso New York: e qui sboccia l’ultima delle grandi rivoluzioni del 1848, quella spiritista. Benché preparata da un lunghissimo cammino, con radici fin da un passato remoto nelle antiche negromanzie e una quantità di fili immaginali annodati inestricabilmente (mesmerismo, swedenborgianesimo, magia posthuma eccetera), è con la saga delle tre sorelle americane Katie, Maggie e Leah Fox (le sorelle March del successivo Piccole donne di Louisa May Alcott, 1868 sono quattro, ma il contesto non è distante) che monterà la “straordinaria tempesta culturale” di cui questo bell’Evocare gli spiriti, divulgativo nel senso migliore, ripercorre la storia.

Infatti i morti non riemergerebbero solo spontaneamente in certi luoghi (cimiteri, case infestate…) o situazioni (certe ricorrenze, certi eventi): fin dall’alba dell’umanità si sono moltiplicate tecniche funzionali a recuperare un dialogo con chi ci ha lasciato. Qualcosa abbastanza impressionante, se consideriamo la scarsa capacità di ascolto che mediamente registriamo in questa vita: che si vada con ansia a cercare chi l’abbia lasciata, oltre tutti i tempi supplementari e il consumarsi delle parole umane, pare uno strambo controsenso. Il fatto è che però, da un lato, al morto sono attribuite capacità di prospezione inedite, a flirtare con l’onniscienza per il raggiunto conseguimento di uno stato più alto (o più basso, ma quelli è sconsigliabile convocarli); e dall’altro esiste uno spazio del non-detto che infesta le nostre vite. Quando mio padre – anziano e malato di tumore – era alla fine, un’amica giustamente mi aveva consigliato di dirgli tutto ciò che in un futuro avrei potuto volergli raccontare: parole non dette o non dette a sufficienza. Ma esistono casi in cui questo tipo di comunicazione non è possibile: vuoi per un distacco troppo improvviso, vuoi invece per un’impostazione di rapporti sghemba, per spazi di silenzio imposti da educazione o situazioni, da incomprensioni, mancati perdoni o incomunicabilità radicali.

Un caso del genere, con tanto di medium/sibilla posseduta da forze infere, ci è narrato da Virgilio nell’Eneide: a Enea è precipitato addosso il ruolo di pater familias per la morte improvvisa del suo ingombrante genitore Anchise, non è pronto a quella parte e non è un caso se il primo risultato della sua adultità fragile sia un fallimento esistenziale più che sentimentale, lo sbarellamento di una liaison di cui non è affatto convinto, quella con la povera Didone. Per recuperare il ruolo che la vita gli impone di assumere, Enea dovrà dunque scendere nell’Ade e cercare suo padre, che gli spiegherà come funziona la vita, passandogli il testimone e permettendogli di crescere. Nella bellissima e maltrattata Eneide televisiva (i cultori dell’eroe romano con la mascella dura non avevano apprezzato il tormentato intellettuale di Brogi e i toni malinconici e arcaizzanti della trasposizione), la lettura era lievemente diversa, ma pure di grande suggestione. Enea vi vive l’ombra di un feroce senso di colpa, perché in un duro scambio con Anchise – che vuole la rivalsa contro gli Achei, e non come Enea un futuro pacifico altrove – il padre l’ha accusato addirittura di aver pregato un dio nemico per uscir vivo da quella Troia che ora non vuole riprendersi con le armi: e di fronte a una simile accusa, nel profondo del suo cuore Enea si è augurato la morte del vecchio. Quel rimorso non l’ha più abbandonato, e nell’Ade, come in una grande seduta psicoterapica, Anchise spiega al figlio la natura di quel dolore e chiarisce che era stato lui, vecchio, a sbagliare. Enea può insomma riprendere il viaggio con un cuore un po’ meno fratturato…

Questa lunga parentesi virgiliana può sembrar condurre distanti, ma la dice lunga sia sul senso esistenziale autentico di talune domande (nelle forme almeno di certe culture), sia sul loro cogliere conati irrisolti, spazi che gridano la necessità di un logos pacificatore, di un perdono da dare o da ricevere, di una forma di pace da raggiungere. Si pensi solo all’impennata dello spiritismo a ridosso della prima guerra mondiale: l’assurdo della guerra – imperialista persino sui contenuti profondi delle coscienze – finiva col reclamare il bisogno di un ultimo contatto coi propri cari scomparsi nel maelstrom.

Poi certo, ci sono altri motivi per l’affermarsi della cultura di un dialogo coi fantasmi. Per attestarci su esempi moderni, dall’atteggiamento positivistico tra Otto e Novecento, che mira a dimostrare scientificamente l’esistenza dell’Aldilà e dunque di una metafisica, all’impennata del grande revival magico negli anni Settanta del Secolo breve, quando la forma scelta per buttar lì la parola chiave – “Gradoli”, sul nascondiglio di Moro prigioniero delle BR – ricevuta da un informatore che è necessario non scoprire, viene carabistrata quale presunta rivelazione a un gruppo di notabili democristiani (Prodi in prima fila) da parte dello spirito di don Sturzo… e a quell’epoca, dato il clima, lo spunto appare credibile o almeno congruo a un linguaggio immaginale. È però il canto del cigno: la serie televisiva quasi coeva Indagine sulla parapsicologia di Piero Angela (aprile 1978), e soprattutto il reflusso degli anni ottanta – quando i misteri tornano magari brevemente in televisione con programmi sbertucciatissimi nel clima Milano da bere, ma sono assoggettati alla frizzante dittatura del presente (craxiano) – porteranno anche su questo fronte alla crisi dell’utopia magica.

Però lasciandoci alle spalle i fantasmi grevi della Prima repubblica, torniamo alle sorelle Fox.

Quando nel marzo 1848, poco prima che Katie compia undici anni, una serie di rumori notturni inizia a disturbare la famiglia, e prende a circolare la convinzione che si tratti del fantasma di un assassinato, si è ancora lontani dall’immaginare cosa da quell’apparente stramberia familiare monterà in tutto il mondo. Poi ecco i primi passi quasi all’insegna dello spettacolo, attraverso l’intrattenimento di gruppi di curiosi che Katie e Maggie riuniscono attorno a un tavolo da pranzo, su cui prendono a risuonare colpi e che si muove da solo… Nasce così la seduta spiritica, derivato ultimo, borghese e salottiero, degli antichi e pittoreschi sistemi di dialogo con i morti, nel corto circuito con altre realtà – magnetismo, suggestioni degli shakers (fondati nel 1747, riceverebbero messaggi da entità spirituali), revival mediogotico dei fantasmi, spiritismo di Kardec, teosofia… – e sull’onda dei lutti di quella Guerra civile americana che miete circa 620.000 uomini (i cui spettri verranno poi indimenticabilmente narrati da Ambrose Bierce, fantasmi veri e amari di un’epoca). Mettiamoci poi le imprese metafisico-prestadigitatorie dei fratelli Davenport, l’irruzione in scena dell’arcimedium Daniel Dunglas Home e dell’enigmatica Florence Cook, poi di Eusapia Palladino e dei medium del Novecento; mettiamoci la conversione a questa New Revelation di Arthur Conan Doyle e il successo dello spiritismo in letteratura e nelle arti (in fondo fino a Méliès e oltre); mettiamoci le riviste spiritiste serie, o invece le trovate imprenditoriali dei presunti Blue Books (con preziose info per agevolare truffe spiritistiche: non si è certi che esistessero davvero) e di cataloghi per smercio articoli per medium come “Tavolo per spiriti percussori”, “Chitarra che si suona da sola” e set “Seduta spiritica completa” (e questi prodotti sembra che ci fossero); mettiamoci tutto il florido filone della fotografia spiritica, con le sue delizie, e la nascita di organizzazioni come la Society for Psychical Research (fondata nel 1882).

Ormai lontane dal mondo della casetta di assi del 1848, le sorelle Fox conosceranno una malinconica decadenza tra litigi, alcolismo, conversioni, confessioni di truffe e abbandono da parte del mondo che le aveva celebrate: tra il 1890 e il 1893 muoiono tutte e tre, impoverite e sole. Del resto gli anni Ottanta vedono una crisi generale, con medium smascherate un po’ in tutta l’America. La ripresa si avrà nel Novecento, con l’epopea degli ectoplasmi e lo spiritismo di guerra e tra i due conflitti mondiali, l’amicizia tra Conan Doyle e Houdini, l’ascesa della trance medianica e delle tavolette ouija, i nuovi sincretismi (il Movimento della Chiesa spirituale) e i nuovi strali da Roma – nonché, parallelamente, quelli dei fautori della magia cerimoniale come lo stesso Aleister Crowley, che del resto fin dall’Ottocento consideravano le pratiche spiritiste come sciocche e pericolose, all’insegna di una banalizzante superficialità da parte di operatori non preparati. In fondo, nessuno può sapere chi davvero risponda all’appello dello spiritista… E poi le trasformazioni della normativa, che in Gran Bretagna sostituisce il vecchio Witchcraft Act del 1735 con il Fraudolent Mediums Act; la nascita del channeling figlio della New Age, il fenomeno delle voci elettroniche (EVP) – sulla base di teorie già di Edison e poi molto pubblicizzate dallo psicologo lettone Konstantin Raudive – e vicende come quella dell’esperimento Philip per creare un fantasma (1972), che traghetta idealmente alla situazione dell’oggi. La fittizia chiusura del dipartimento di parapsicologia alla Columbia University all’inizio di Ghostbusters (1984), ricalcata sulla fine dell’autentico laboratorio di parapsicologia alla Duke University, fotografa comunque lo scetticismo di una fase storica. A cui stanno subentrando oggi nuove impostazioni, nutrite dei paradigmi del XXI secolo, e in fondo nuove paure: il fantasma flirta ormai coi miti metropolitani dell’era web.

L’autrice affronta poi il peso delle sedute spiritiche tra cinema e teatro, anche se lo sguardo prevalente alla produzione anglosassone lascia fuori interi bacini di opere (nella produzione di genere italiana degli anni Settanta, per dire, e a partire da Il segno del comando del 1971, la seduta spiritica è un must). In effetti il limite principale di questo libro in sé molto bello – e senz’altro meritevole di lettura – è la scarsa attenzione ad altre tradizioni culturali: magari citate (emblematico lo spiritismo francese), ma ridimensionate fin troppo drasticamente. Molto interessante è però l’ultima parte – quanto è universale la seduta spiritica? – che apre a orizzonti extraeuropei e a realtà relativamente poco note: per esempio la pratica inquietante dei kuman thong thailandesi con embrioni umani essiccati e coperti d’oro, funzionali alla comunicazione con gli spiriti, o certi (in sé non strani) allineamenti del vudù con movimenti progressisti, per esempio quello LGBTQ. E provocatoria la conclusione al cap. 8, (Perché) abbiamo bisogno delle sedute spiritiche?, che offre alcune chiavi di riflessione.

Ma questa è una storia anche di parole, per esempio la differenza tra seduta spiritica e negromanzia, tra spiritualism (anglosassone) e spiritisme (francese) e relative implicazioni; la sostituzione di séance (dal 1856) ai vecchi termini spirit rappings o table movings; l’abbandono dagli anni ottanta del Novecento del termine medium, rimpiazzato con un più neutro sensitivo. Legittimo chiedersi anche quanto permarrà ancora il riferimento agli spiriti, a fronte dell’emergere in certi fenomeni di maschere identitarie che solo con molte forzature e una certa quantità di giulebbe (tutto umanissimo, per carità) potremmo attribuire a trapassati. Perché in fondo la questione è sempre quella, la provocazione identitaria: qualcosa su cui un ben diverso tipo di tecnica psichica, la letteratura, ci stana fin dal nostro profondo. Vivi o morti che siamo.

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Lombroso, il freddo e le larve (Victoriana 35) https://www.carmillaonline.com/2022/04/19/lombroso-il-freddo-e-le-larve-victoriana-35/ Tue, 19 Apr 2022 20:37:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71415 di Franco Pezzini

[Nella situazione triste di questi giorni abbiamo scelto di proseguire secondo la programmazione già decisa assieme a Valerio: contributi specifici sul suo lavoro e la sua figura saranno inseriti via via. Carmilla non muore e ci sembra questo il modo migliore di portare avanti la linea del nostro Direttore. F.P.]

Andiamo indietro di parecchi anni. Torino, un tardo pomeriggio d’inverno, ormai buio ma con le luci di Piazza Vittorio scintillanti sul fiume; un freddo tremendo. Sono lì con amici, il regista Max Ferro e la scrittrice [...]]]> di Franco Pezzini

[Nella situazione triste di questi giorni abbiamo scelto di proseguire secondo la programmazione già decisa assieme a Valerio: contributi specifici sul suo lavoro e la sua figura saranno inseriti via via. Carmilla non muore e ci sembra questo il modo migliore di portare avanti la linea del nostro Direttore. F.P.]

Andiamo indietro di parecchi anni. Torino, un tardo pomeriggio d’inverno, ormai buio ma con le luci di Piazza Vittorio scintillanti sul fiume; un freddo tremendo. Sono lì con amici, il regista Max Ferro e la scrittrice Anna Berra, per girare il promo di un documentario: lì si apre via Bava, e al numero 6 s’era consumato nell’anno 1900 un episodio davvero curioso. È il famoso poltergeist di via Bava citato in tutti i volumi di parapsicologia: nella “Bottiglieria Cinzano” aperta sulla via con un’ampia sala, i proprietari coniugi Fumero, nativi di Nole Canavese, avevano dovuto fronteggiare davanti al garzone e ad alcuni avventori episodi fastidiosi ma (almeno all’inizio) francamente buffi. Possiamo immaginare le espressioni dei presenti e le loro esclamazioni, da commedia di Macario: le caraffe che iniziano lentamente a inclinarsi da sole versando fuori il contenuto, per essere poi scagliate da una mano invisibile contro le pareti, bicchieri sollevati in aria che poi spariscono per non essere più ritrovati, le casseruole fluttuanti come in un cartone animato Disney, sedie sbattute a sfasciarsi contro i muri e armadi pesantissimi che si spostano da soli con disinvoltura, vestiti che svolazzano e un vago sentore gelatinoso nell’aria, avvertito da tutti i testimoni… All’arrivo delle forze dell’ordine e della scienza, cioè rispettivamente lo scettico (almeno all’inizio) maresciallo Cavallo e nientemeno che Cesare Lombroso, fortemente incredulo sul fiorire modaiolo di fenomeni medianici, le stranezze non si placano: ha un bel cercare, il trasecolato Lombroso, fili nascosti o altre diavolerie teatrali da spettacolo spiritico… In questa sede ci può interessare limitatamente lo sviluppo del caso, che conduce a infestazioni persino in appartamenti dello stabile e in ultimo al ritrovamento in cantina di uno scheletro (tal Antonio Barbero, assassinato mezzo secolo prima dalla moglie che temeva mutasse testamento a favore dell’amante): al che tutto si ferma. Interessa poco anche la faccenda del nostro documentario: interpellato un signore della casa che sembra aver memoria dell’esistenza della Bottiglieria, il freddo è talmente tremendo che con Anna finiamo a bere punch nel locale più vicino, e il documentario comunque non verrà prodotto.

Mentre l’episodio ha conseguenze più rilevanti per la storia dell’opera lombrosiana e in generale per l’immaginario: con buona pace del Ballo Excelsior, la “Nuova rivelazione” spiritista – come la chiama Conan Doyle – permetterebbe in quel clima di conciliare fede religiosa e dimostrabilità a tavolino (è il caso di usare la locuzione) della vita dopo la morte. Un approccio insomma che con il positivismo ha parecchio a che fare, e Lombroso, a lungo scettico, verso la fine della vita rivede le proprie posizioni. Quindi non solo lascia una dettagliata relazione dei fatti di via Bava, ma si schiera per l’autenticità delle sedute della nota medium Eusapia Palladino (1854-1918), di cui vengono invece rilevati una serie di trucchi, e pubblica l’opera Dopo la morte – cosa? (1909, l’anno in cui si spegne).

Che Lombroso, come sostiene la figlia, possa negli ultimi anni soffrire di arteriosclerosi potrebbe spiegare alcune cose: ma certo occorre considerare il clima di un’epoca, in tutto l’occidente e nello specifico a Torino. Dove i Savoia per anni hanno guardato con una certa benevolenza a forme di credo che indebolissero il monopolio cattolico, e la città ha assunto un ruolo di rilievo tra le capitali dello spiritismo (fondazione della prima Società Spiritica Italiana, 1856, e di quella Società Torinese di Studi Spiritici, 1863, che vara con sforzi di approccio scientifico gli Annali dello Spiritismo in Italia, eccetera); ma dove sotto la protezione dell’arcivescovo opera per esempio una delle rare figure di esorcista donna dell’età moderna, Enrichetta Naum, nata nel 1843 (o 1846), specializzata nel cacciare spiriti infestanti da persone sofferenti. Quando muore, tre anni dopo Lombroso, nel 1911 dell’Esposizione internazionale dell’industria e del lavoro, la notizia viene liquidata in poche righe di cronaca e solo dopo qualche giorno sulla Gazzetta del Popolo: ma sbaglieremmo a considerare quel coevo trionfo del pragmatismo industriale nell’attenzione pubblica come segno di cambio della guardia. Sia perché nell’appartamento di via Cappel Verde dove abitava e operava Enrichetta si manifesterebbe ancora il suo fantasma, o piuttosto le ombre che lei faceva spurgare dai “pazienti” e avrebbero impregnato i muri; sia perché lo spiritismo avrà ancora modo di crescere negli anni inquieti fino alla Grande guerra e soprattutto in quel contesto terribile e con la relativa coda di lutti. Genitori disperati e spose affrante offrono in quella situazione una robusta rendita di posizione a legioni di medium, che le società di ricerche psichiche tentano di controllare. D’altra parte Lombroso stesso avrà accesso alla narrativa del sovrannaturale persino con le sue fantasiose tesi antropologiche: per esempio in Dracula, dove viene citato come espressione di punta della scienza d’epoca, e il conte non morto diviene per la beninformata Mina Harker il paradigma dell’arcicriminale.

In questo quadro, è con scelta brillante che il regista Alessandro Rota riprende la figura di Lombroso in Larvae, 2022, pensato in origine come lungometraggio ma poi prodotto in forma di corto per il mancato sostegno a un film tanto “ambizioso” (questo, sul set, il tormentone dopo le risposte raggelanti ricevute sul piano dei finanziamenti). Girato in un Piemonte che raramente ha mostrato con tanta efficacia di fotografia le sue coordinate gotiche (Castello Reale di Govone, Casa dei Marchesi Del Carretto di Saluzzo, Castello di Agliè, Parco Naturale del Monviso, Cascata di Fondo di Traversella), il film mostra l’ultimo periodo della vita di Lombroso, amareggiato dopo un episodio che confuta in radice le sue speculazioni sui connotati denotanti l’uomo deliquente, e fino alla revisione – poche ore prima di morire, 19 ottobre 1909 – del saggio Ricerche sui fenomeni ipnotici e spiritici. Realizzato in totale autonomia produttiva, attraverso la collaborazione tra l’Associazione Culturale Officine Ianós e Reddress s.r.l., con il supporto di diverse realtà istituzionali, presentato in prima visione il 28 marzo scorso al cinema Massimo di Torino, Larvae vede l’incontro tra Lombroso (Roberto Accornero, bravissimo) e l’anziano prestigiatore Lazar (Stewart Arnold, vero mattatore del film, una presenza scenica straordinaria): questi gli racconta delle proprie sedute medianiche truccate, con tanto di foto – pratica d’epoca – all’ectoplasma che gli fuoriuscirebbe dalla bocca, ma solo poco per volta comprendiamo che è in realtà un sensitivo capace di svelare la presenza delle larve, spiriti “bassi” capaci di possedere e spingere ad atti criminali…

Possiamo allora decrittare il titolo. Nel mondo latino, i morti buoni si identificherebbero con i Lari, se di natura incerta si parla di Mani, e per gli altri Lemuri – quelli cattivi, ombre informi, vaganti e vendicative di morti malvagi o inquieti a causa di una morte prematura o violenta, di mancati riti funebri o di mancato ricordo da parte dei familiari – il termine spesso usato è Larve (Larvae, “maschere”). Tali spettri, raffigurati a volte come scheletri, potrebbero condurre le vittime alla follia: plausibile dunque che, da loro posseduto (larvatus – come mostra Apuleio in un episodio strano e raggelante de L’asino d’oro), un vivo sia spinto fino al suicidio. Ovviamente non vanno confuse con le Larvae quelle cosiddette conviviales, cioè gli scheletri mostrati durante i banchetti per ricordare che la vita è breve e occorre viverla degnamente (si pensi a quella del banchetto del Satyricon). Molto più tardi, nello spiritismo, per larve si intendono spiriti parassiti: come quelli che nel cortometraggio un trucco molto felice mostra presenti – etimologicamente – attraverso maschere sui volti dei posseduti, talora inconsapevoli. Dir di più sarebbe spoilerare, ma – come sintetizzato in sede di presentazione alla prima – il film sul rapporto tra scienza e occulto si rivela in prima battuta un film sull’amore e gli amori, con quanto di struggente, ossessivo e fantasmatico la suggestione offra.

Oltre agli ottimi attori (a parte i citati, merita menzionare almeno gli altri due nei ruoli principali, Fabio Renis come Tommaso e Niccolò Fontana come Lorenzo), Larvae vanta scenografia, fotografia e musica di straordinario impatto. In particolare la colonna sonora, pubblicata da Machiavelli Music, è stata composta da Francesco Cerrato coinvolgendo musicisti di grande valore come Michele Barchi (clavicembalo), Daniele Ferretti (organo) e Stefano Cerrato (violoncello). Ma, come ricordato la sera della prima, un ruolo speciale – ovvio sul piano organizzativo, assai meno su quello umano – è stato da tutti riconosciuto al regista Alessandro Rota, la cui carica visionaria si sposa a una genuina umanità, fondamentale per la coesione di una squadra priva di appoggi economici e al lavoro in tempi di covid, nel produrre un film di altissima qualità.

Ancora, come ricordato dagli attori, un elemento si è riproposto costante nel corso delle riprese tra antichi palazzi piemontesi, cappelle, cimiteri e montagne: e cioè un freddo atmosferico micidiale. Come quella sera in via Bava, quasi una metafora di un freddo dentro al trascorrere dei fantasmi. O forse al timore che quelli, dopotutto, non ci siano: mentre altre larve, molto più allarmanti e criminogene – le larve di un paese in caduta libera, dove potenti che si credono persone di spirito esternano frasi volgari su pace & condizionatori, del tutto sprezzanti di una depressione psicologica sempre più diffusa tra la popolazione, e ignoranti delle conseguenze storiche che ciò può innescare – infestano i palazzi del nostro mondo.

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