socialisti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Noe Itō, anarchica e femminista giapponese https://www.carmillaonline.com/2018/12/05/noe-ito-anarchica-e-femminista-giapponese/ Wed, 05 Dec 2018 22:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=49942 di Gioacchino Toni

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

Nel settembre del 1923 il “Male Oscuro” si abbatte sulla regione del Kantō in Giappone: un violento terremoto devasta i territori di Tōkyō e Yokohama ponendo termine ad oltre centomila vite umane. Sullo sfondo di tale catastrofe naturale, sfruttando il generale disorientamento, uno squadrone della polizia militare non ha di meglio da fare che arrestare e uccidere la scrittrice anarco-femminista Noe Itō, l’anarchico Sakae Ōsugi ed il piccolo nipotino che era con loro.

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di Gioacchino Toni

Francisco Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 116, € 13,00

Nel settembre del 1923 il “Male Oscuro” si abbatte sulla regione del Kantō in Giappone: un violento terremoto devasta i territori di Tōkyō e Yokohama ponendo termine ad oltre centomila vite umane. Sullo sfondo di tale catastrofe naturale, sfruttando il generale disorientamento, uno squadrone della polizia militare non ha di meglio da fare che arrestare e uccidere la scrittrice anarco-femminista Noe Itō, l’anarchico Sakae Ōsugi ed il piccolo nipotino che era con loro.

Il libro di Francisco Soriano, oltre a fornire elementi di storia, cultura, religione e politica del Giappone, narrando la vicenda di Noe Itō e il dibattito prodotto dalla rivista «Seitō», contribuisce a ricostruire la nascita e l’evoluzione dei movimenti anarchici e femministi nipponici  nella prima metà del Novecento.

Scrive Rossella Renzi nella Prefazione che quando in un Pese monta l’ossessione per la sicurezza, così come accadde nel Giappone di inizio Novecento che fa da sfondo alle vicende narrate nel libro di Soriano, «tutto ciò che diverge dai Codici […], dal Diritto costituito e dalla Legge consuetudinaria deve essere espulso o distrutto. A livello più generale, il desiderio psicologico delle autorità di avere tutto sotto controllo e di aspirare a una sicurezza assoluta può portare a conseguenze terribili, come ci ha tristemente dimostrato il XX Secolo, sfociando nei fenomeni del totalitarismo. Il terremoto aveva generato negli abitanti dell’isola un senso di precarietà, insieme al bisogno di trovare una “causa”, una radice che avesse generato quella calamità che si era abbattuta sulla loro terra. Proprio in quegli anni, in pieno sviluppo economico, quando stava nascendo un proletariato consapevole della propria identità e stava prendendo forma una “coscienza collettiva popolare”, ci si iniziava ad interrogare sulla correttezza e sul rispetto dei principali diritti civili: si percepiva allora un fermento di rinnovamento e di desiderio libertario che infastidiva non poco le autorità giapponesi. La gestione della sicurezza interna diviene una preoccupazione ossessiva, così l’autorità giapponese – attraverso corpi di polizia e squadre di controllo – mette in atto azioni di persecuzione nei confronti di quegli attivisti che agivano per affermare e proteggere il bene dell’individuo, per ottenere leggi più giuste e umane, in particolare in favore dei lavoratori e delle donne. In questa campagna di odio, scaturita in particolare nei confronti di anarchici e coreani, vengono perseguitati i movimenti libertari composti da operai, studenti, medici e professori, intellettuali e monaci buddisti, le cui attività erano pacifiche» (p. 14).

Nel caos seguente al disastro naturale che nel settembre 1923 aveva sconvolto la regione del Kantō, con il pretesto che trame bolsceviche e rivoluzionarie avrebbero potuto usurpare il potere, il governo giapponese ritenne necessario scatenare la persecuzione e la soppressione degli oppositori politici. Con la scusa di evitare atti di sciacallaggio vennero conferiti maggiori poteri ai militari che, in una escalation paranoica, giunsero persino a bloccare gli aiuti di prima necessità inviati dalla Russia nel timore che tra viveri e medicine si potessero celare sobillazioni sovversive.

«Fu il tempo di una sistematica e programmata caccia alle streghe: cominciò una capillare ricerca di presunti responsabili di azioni di sabotaggio. Moltissimi cittadini indifesi rimasero uccisi nei linciaggi della folla inferocita e aizzata dalla propagazione di false notizie diramate anche dalle autorità nipponiche. Fu un gesto ragionato e criminoso, messo in opera da coloro i quali intendevano sconfiggere il potere di un male oscuro, alimentato da un demone occulto nella coscienza collettiva popolare. In Giappone, già tre anni prima del sisma del Kantō, si verificarono i primi casi di insofferenza. Si diede inizio a una persecuzione sorprendente di intellettuali e di dirigenti dei movimenti antagonisti al regime» (pp. 23-24).

L’ossessione securitaria era dilagata al pari delle notizie incontrollate e abilmente diffuse dal regime che volevano gruppi di socialisti, nei pressi degli incendi divampati a causa del terremoto, intenti ad agitare le loro bandiere rosse inneggiando alle fiamme divoratrici della società capitalistica, si diceva di anarchici e socialisti intenti ad appropriarsi dei beni dei cittadini, appiccare fuochi e avvelenare i pozzi. Anche gli stranieri, soprattutto coreani, vennero additati di condotte criminali durante le fasi convulse successive alla catastrofe. Furono organizzate milizie di cittadini per dare la caccia e uccidere i coreani; nella sola Yokohama almeno trenta furono giustiziati sommariamente (bruciati vivi), mentre a Saitama vennero presi d’assalto i camion sui quali venivano trasportati i coreani fermati e molti di costoro finirono per essere torturati, uccisi e fatti a pezzi.

Negli anni dell’Era Taishō (1912-1926), che portano il Giappone a diventare una potenza industriale, un nascente proletariato cosciente della propria identità e forza oppositiva, insieme a una parte della borghesia più illuminata, mette in discussione alcuni dei valori fondanti il sistema imperiale. Con l’avvento di Hirohito e il radicamento di forme estremiste di sciovinismo, il paese che intendeva presentarsi come moderno e progressista virò presto su posizioni liberticide che portarono alla promulgazione di leggi emergenziali esplicitamente rivolte a contrastare l’azione antagonista di anarchici, socialisti e comunisti.

«Dalla sordida retorica del regime, gli anarchici erano stati etichettati come sabotatori di idee positive colpevoli di minare l’ottimismo nazionalista, di essere irriguardosi verso la fede e l’obbedienza all’imperatore, di cospirare contro le istituzioni a favore di forze straniere. La repressione fu senza esclusione di colpi proprio nel momento in cui, il terremoto aveva devastato e reso fragili, le coscienze degli uomini. Una logica perversa messa in atto per annientare i propri figli illegittimi come agnelli sacrificali» (p. 26).

Partiti radicali messi fuori legge, stampa sottoposta a censura e a veline di regime, sospensione dagli incarichi e condanne a chiunque si mostrasse non in linea con le autorità, epurazioni e sparizioni di personaggi scomodi, riunioni pubbliche sottoposte a controllo poliziesco, questo era il clima che si respirava nel Giappone dei primi decenni del Novecento. «In venti anni, fino al 1945, più di 75.000 persone furono attenzionate, imprigionate e torturate. Le vittime vennero sottoposte a regimi detentivi inumani e trattate con inusitata efferatezza: pochi riuscirono a sopravvivere alle malversazioni fisiche e psicologiche. Le formazioni politiche più reazionarie, con la collaborazione delle forze dell’ordine e dei militari, riuscirono a costruire un clima culturale di aggressione incondizionata al fine di tutelare la sicurezza» (p. 26).

La figura di Noe Itō, nata nel 1895 da una famiglia poverissima sull’isola di Fukuoka, scrive Soriano, deve essere inquadrata in un momento storico caratterizzato da un serrato scontro generazionale e di classe, in cui si fronteggiavano aspramente movimenti antagonisti e istituzioni, istanze internazionalistiche pacifiste e nazionalismi. «In tale contesto la società patriarcale tentò una strenua resistenza come risposta alla moltiplicazione di idee e gruppi di oppositori politici. La prospettiva di superamento del feudalesimo non fu certo indolore e le contraddizioni sociali non fecero altro che estremizzarsi all’ombra di una centralizzazione nel potere nipponico parallelamente a una deriva decisionale e sovranista senza precedenti» (p. 80-81).

L’approccio politico di Noe Itō e del compagno Sakae Ōsugi «era completamente diverso da quello di socialisti e comunisti: si innestava sui principi anarchici universali che superavano culture, Stati e frontiere. A differenza di molti esponenti del socialismo nipponico ma anche di tanti libertari, non subirono mai la folgorazione del culturalismo nazionale, riferimento imprescindibile per le istituzioni e per una larga maggioranza della popolazione educata allo sciovinismo, al consenso e alla sete di conquista» (p. 84).
Nel 1911 Noe Itō etra a far parte del gruppo della rivista «Seitō», pubblicazione caratterizzata da una «vocazione polemica che poneva l’accento su problematiche che riguardavano il mondo femminile, nel suo ruolo sociale e nella sua funzione politica. Il matrimonio combinato, l’aborto, la prostituzione, la contraccezione furono i primi temi affrontati dalla rivista nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica non solo femminile alla rivendicazione dell’uguaglianza di genere» (p. 85). La rivista verrà chiusa nel 1916 dalla censura dopo numerose vessazioni poliziesche.

«Noe Itō fu una donna intelligente e brillante; nonostante fosse di umili origini seppe imporsi, in un contesto sociale fortemente discriminante, con lo studio appassionato e uno spirito di abnegazione incredibile. Con coraggio e ostinazione, prima collaborò con i suoi articoli al successo della rivista «Seitō», in seguito ne divenne la caporedattrice. Al suo arrivo, la testata giornalistica subì una vera e propria mutazione genetica: si caratterizzò nella rivendicazione dei diritti di uguaglianza di genere conferendo ai suoi scritti una chiara impronta anarco-femminista. Le autorità seguirono con estrema attenzione la svolta che Noe Itō aveva impresso al mensile: mise in discussione, radicalmente, i valori di una cultura maschilista e oscurantista […] Con una critica sociale serrata e con la rivendicazione forte della libertà d’opinione, Noe Itō testimoniò il suo impegno politico portando a compimento la traduzione del libro The Tragedy of Woman’s Emancipation, di Emma Goldman. Dalla libertaria occidentale trasse l’afflato femminista più autentico e interpretò con estrema coerenza il principio dell’azione diretta per il raggiungimento di obiettivi reali. Fu compagna e attivista di Sakae Ōsugi che collaborò alla traduzione degli scritti della pensatrice russo-lituana. Fu grazie a questa iniziale collaborazione che fra i due nacque una vorticosa relazione amorosa. Il loro rapporto basato sul rispetto assoluto della libertà individuale e sessuale sorprese i benpensanti e scatenò scandali e dicerie. […] Noe Itō ha rappresentato per il suo Paese l’anima ribelle di una nuova generazione di donne. La sua lotta è la testimonianza che l’afflato libertario ha pervaso anche comunità di popoli geograficamente e culturalmente distanti ma non marginali alle realtà europee e occidentali. L’elaborazione teorica, l’azione diretta, la fondazione di movimenti sindacali, l’infaticabile lavoro di traduzione di classici dell’anarchismo internazionale, dimostrano quanto sia fuorviante la convinzione che a oriente del mondo, i modelli libertari siano irrealizzabili o incomprensibili» (pp. 30-31).

Tra i responsabili della feroce eliminazione di Noe Itō, Sakae Ōsugi e del nipotino, figura il capitano Amakasu Masahiko, tristemente noto per il suo sadismo nei confronti dei prigionieri. Dopo aver ammesso di aver organizzato e preso parte alla spedizione punitiva, strangolando personalmente i tre dopo averli bastonati, Masahiko dichiarò di “aver agito per l’amor di patria e nel timore che gli anarchici potessero provocare disordini nella difficile ora del terremoto”. Insomma il fine supremo del mantenimento dell’ordine giustificò la formazione di squadroni della morte al fine di bonificare cittadini inermi e ideologicamente antagonisti al potere. Nelle due settimane successive al sisma furono arrestati e assassinati in una caserma di Tōkyō almeno altri quattordici operai attivisti del movimento sindacale, probabilmente con modalità non tanto diverse da quelle con cui era stata eliminata la famiglia Ōsugi.

Nel primo anniversario del terremoto, l’anarchico Kyutaro Wada pensò di vendicare l’uccisione dei compagni con un attentato nei confronti del generale Fukuda Masataro, comandante militare all’epoca dei fatti. L’attentato fallì e Wada, condannato per tentato omicidio a vent’anni di carcere nel terribile terribile penitenziario di Akita, dopo quattro anni di detenzione venne ritrovato impiccato. Il capitano Masahiko, torturatore e pluriomicida, venne invece condannato a dieci anni di carcere poi commutati in due per amnistia.

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La storia di Noe Itō e Ōsugi Sakae è stata narrata nel film Eros + Massacre (1969) di Kijū Yoshida, regista formatosi nell’ambito del cinema d’avanguardia nipponico degli anni Sessanta.

Film: Eros + Massacre (1969) di Kijū Yoshida

«Il film è una sequenza di immagini che sembrano astratte e si sovrappongono vorticosamente in azioni, gestualità e dialoghi che giocano ruoli di realtà e finzioni su piani diversi e sospesi. Le voci degli attori fuori campo diventano suoni suggestivi e spesso i protagonisti sembrano recitare con i loro sguardi fissando il vuoto: i due studenti che si mettono sulle tracce di Itō e Ōsugi, si muovono in un gioco di realtà e finzione, nel tentativo di rappresentare l’ellissi umana e politica dei due libertari. Eiko e Wada sono ricercatori e indagano sulla vita politica di questi personaggi intersecando le esistenze dei protagonisti in un gioco complesso e affascinante. Yoshida esalta alcune problematiche che la coppia Ōsugi-Itō cercava di affrontare sublimando la loro idea libertaria e antistatalista. Il crimine di Stato perpetrato in quell’occasione rimane un fatto storico di analisi e riflessione. È la consapevolezza forse, come ammette lo stesso Yoshida nel 1970 in una intervista alla rivista «Cahiers du Cinema», che “alcuni dei problemi posti da Ōsugi sono quelli che ancora sopravvivono nel sociale del Giappone contemporaneo e sono utili per capire come cambiare le cose e in che modo farlo”» (pp. 96-97, n. 40).

 

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Un lavoro da non sfruttare nessuno https://www.carmillaonline.com/2017/01/24/un-lavoro-non-sfruttare-nessuno/ Mon, 23 Jan 2017 23:01:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36076 di Alfredo Mignini

9788854894563Perché io potevo mettermi a lavorare per conto mio? Io vado a prendere gli operai? Ho visto i miei amici che andavano a prendere gli operai e vedevo… che litigavano fuori dall’officina. Pàr l’amor di dio! E ho scelto un lavoro da non sfruttare nessuno, da sfruttarmi da solo, ha capito?

[Segnaliamo l’uscita di un libro scritto e curato da Alfredo Mignini, storico specializzato in lavoro autonomo e piccola impresa negli anni Sessanta e Settanta, membro della redazione di Storie In Movimento/Zapruder e dell’associazione Il Caso S. Nel suo volume “Un lavoro [...]]]> di Alfredo Mignini

9788854894563Perché io potevo mettermi a lavorare per conto mio? Io vado a prendere gli operai? Ho visto i miei amici che andavano a prendere gli operai e vedevo… che litigavano fuori dall’officina. Pàr l’amor di dio! E ho scelto un lavoro da non sfruttare nessuno, da sfruttarmi da solo, ha capito?

[Segnaliamo l’uscita di un libro scritto e curato da Alfredo Mignini, storico specializzato in lavoro autonomo e piccola impresa negli anni Sessanta e Settanta, membro della redazione di Storie In Movimento/Zapruder e dell’associazione Il Caso S. Nel suo volume “Un lavoro da non sfruttare nessuno. Storie di vita dalla periferia di Bologna” Mignini riporta, rielabora e contestualizza le voci di dieci soci e socie di ANCeSCAO – l’Associazione Nazionale Centri Sociali, Comitati Anziani e Orti – nate tra gli anni ’20 e gli anni ’50 del ‘900.  Attraverso i ricordi e i racconti orali degli intervistati e delle intervistate l’autore accompagna il lettore in un passato recente che dialoga con lo spazio e il tempo presente, invita a riflettere sui mutamenti  sociali, economici e politici che hanno attraversato le città e le campagne emiliane e inserisce le storie individuali e personali in un universo più ampio, collettivo nella sua consapevole parzialità. Vi proponiamo di seguito la storia di Luisa Maccaferri, uno dei dieci movimenti che compongono l’opera. Buona lettura. s.s.].

6. Luisa Maccaferri

“A. Montanari”, Bologna

Io penso a mio padre, semianalfabeta, riuscire a scrivere con tutti i suoi errori […] queste lettere… questa sua volontà che mi ha trasmesso a me di coltivare il senso del sapere. Mio padre mi diceva: “tu devi imparare sempre a guardarti attorno, a conoscere […] io non ho potuto darti la possibilità di andare a scuola, però se tu vuoi, puoi migliorare te stessa attraverso la lettura”. Ecco io leggendo queste pagine penso all’emozione che può aver provato mio padre a un certo punto, semianalfabeta, a riuscire a scrivere.

Nel varcare la soglia di casa di Luisa cercavo di mettere in ordine le idee pensando alla situazione curiosa e un po’ insolita che si era venuta a creare. Di lei infatti, ancor prima di conoscere il timbro della voce, avevo potuto leggere un diario ricco di riferimenti alla sua vita privata, dai buffi aneddoti d’infanzia ai difficili episodi della quotidianità durante la guerra. Soprattutto, ero consapevole che per trovare risposta alle tante domande suscitate da quella lettura non mi sarebbe bastata una giornata intera. In tutta onestà, non so dire quanto di quegli spunti avrei potuto raccontare nelle pagine che seguono, ma devo ammettere che averli avuti in testa proprio mentre la ascoltavo, con la possibilità di interromperla e approfondire, mi ha permesso di cogliere frammenti che avrei sicuramente tralasciato. O almeno questa è l’impressione con cui sono tornato a casa.

Luisa è nata all’inizio degli anni Trenta in Bolognina, il quartiere operaio per antonomasia — quello con «le più grandi fabbriche famose» — a due passi dal centro storico, da cui lo separano i binari e la stazione, forte di una radicata identità sociale e politica. L’essere cresciuta di fronte all’ingresso del Mercato ortofrutticolo la rende inequivocabilmente una donna di città, come le dico quasi per scherzare, ma lei ci tiene a sottolineare che «le origini della mia famiglia sono contadine». Comunista per vocazione e convinzione, è stata iscritta al partito almeno fino alla svolta che prende il nome dal suo quartiere; suo padre, d’altro canto, era stato arrestato e condannato nel 1938 dal Tribunale speciale di Mussolini «per ricostituzione del Pci, appartenenza allo stesso e propaganda», prendendo poi parte alla Resistenza insieme al figlio. Per tutta la vita, Luisa ha lavorato a fianco di suo marito e sempre in quartiere, prima nella bottega della famiglia di lui e poi rilevando uno dei più noti bar del circondario.

A riascoltare la nostra chiacchierata — sarà per via del diario oppure per la presenza del figlio Andrea — mi rendo conto di aver tralasciato molte cose o di averle date per scontate. Al contrario, lei è convinta di aver detto troppo, come se non fossi andato lì per ascoltarla:

— Però io mi sono resa conto che… mi sono presa troppo spazio. Dovevo lasciarti più spazio alle domande, tu mi dovevi fare delle domande… — Non ti devi preoccupare — la rassicuro io — quando volevo chiederti qualcosa te l’ho chiesto, tu forse non ti rendi conto, ma io ti ho chiesto tante cose…
— No, mi dispiacerebbe che avessi approfittato troppo a parlare dei mie ricordi. — No, no, assolutamente… questo era tutto sui tuoi ricordi! — Sì ho capito, però dovevo lasciare più spazio a te… sei sicuro di aver…?
— Assolutamente! E tu — chiedo — sei soddisfatta?
— Io sì perché tutto quello che ti ho raccontato è tutta verità, perché non c’è niente di fantasia.

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Il mercato ortofrutticolo di via Fioravanti, foto tratta da «Due Torri. Quindicinale di vita bolognese», 5, 30 ottobre 1969.

Tutta circondata dai campi
Più di altri aspetti, mi incuriosiva il frequente richiamo alla mondo contadino e il legame con la terra di cui Luisa si mostra sempre molto orgogliosa. Proprio lei — mi dicevo — che in una sola battuta è capace di restituire un profondo senso di attaccamento al quartiere dov’è cresciuta, con la sua atmosfera fatta di palazzine e cortili, tram e classe operaia: «io sono nata qui, sono vissuta sempre qui e morirò qui… più tardi possibile!», mi dice col sorriso. Mi spiazzava, in realtà, l’idea di pensarla dormire su un letto di paglia o correre scalza sui prati della pianura bolognese, anche se avevo letto che i suoi genitori erano entrambi originari di Argelato e di Castel Maggiore, e che parte delle loro famiglie erano rimaste lì, a lavorare la terra. Quello che forse non riuscivo proprio a capire è che avere una famiglia contadina, in fondo, non era poi neanche così necessario perché lei si sentisse legata alla terra. È infatti la stessa Bolognina che, dietro all’immagine degli operai che timbrano il cartellino e si fanno risucchiare dai rumori degli ingranaggi, nasconde la sua natura di borgata di confine, a contatto diretto con i campi, i fossi e l’odore acre dei concimi. «Devi sapere», mi spiega Luisa,

che adesso voi la Bolognina la vedete così, ma la Bolognina era tutta diversa, […] era tutta circondata dai campi eh, era campagna. Perché pensa che io mi ricordo […] che […] tutto il terreno che fa angolo con via Gobetti e dove ci sono gli uffici adesso del Comune, tutta quell’area lì fino alla Villa Angeletti, dove adesso c’è il bellissimo parco, […] lì era tutto campo.

Ma il rapporto di Luisa con la terra, più che per il quartiere, passa attraverso la famiglia di sua madre che «dalle parti di Cadriano», nella «campagna attorno a Granarolo […] il Gomito, quelle parti là», conduceva un podere «che quando veniva alla fine dell’anno […] dovevano portare al padrone un tot di vino, le oche migliori» e così via. È qui che Luisa viene mandata ogni volta che, per l’estate o le vacanze di Natale, non è impegnata con la scuola. Di questi periodi di «vacanza» conserva ancora oggi «dei ricordi molto belli», perché «la campagna […] mi ha sempre attirato molto [e] poi secondo me è una scuola, perché ogni cosa che tu vedi in campagna ti porta… a me mi faceva riflettere». Mi racconta entusiasta di quando gli adulti lavoravano la canapa, dei gelsi e dei bachi da seta che scrutava ammirata nel retro dei casolari, e dei campi di granoturco e di suo zio che la portava avanti e indietro «col biroccino». Col passare degli anni le visite agli zii si diradano e, infine, con la guerra «non è stato più possibile andare in campagna, perché non ci si spostava più». Il resto è storia nota: i figli dei contadini tentano con ogni mezzo di abbandonare la terra e vanno verso la città, alla ricerca di un lavoro in fabbrica o nel commercio. «[M]olti avevano scelto anche delle altre vie», mi spiega Luisa, e l’esodo rurale sembra uno scenario inevitabile: «anche le famiglie in campagna vennero via perché non è che vivessero tanto bene, perché non erano dei proprietari». Gli zii di Cadriano, comunque, non sembrano intenzionati a lasciare e dopo la guerra, pur di migliorare le proprie condizioni, decidono di spostarsi. Avrebbero infine trovato un podere «in una frazione di San Lazzaro [che] si chiama Colunga», ma questa volta con un regolare contratto di mezzadria.

In campagna — racconta Luisa — c’è sempre qualcosa da fare e per risolvere un inghippo o superare un ostacolo bisogna arrangiarsi, inventare soluzioni dal niente. Mentre la ascolto, ripenso alle pagine del diario dove ha immortalato le scene di suo zio che le costruisce un panchetto per farla arrivare all’altezza del tavolo, o delle mattinate in cucina con la zia a imparare come si chiudono i tortellini. L’arte di arrangiarsi e la possibilità di dare sfogo alla curiosità di bambina fanno sì che Luisa, ogni anno, torni in Bolognina con qualcosa in più, «perché è dalla natura che impari anche tanto a vivere, secondo me». In campagna, d’altra parte, avrebbe anche scoperto, per la prima volta, quei fatti ammantati di pudore di cui gli adulti parlavano sottovoce:

Cosa succedeva? Succedeva che […] questo campo molto vasto di granoturco non era recintato niente ed era vicino ad una piccola stradina bianca, quindi nel caso poteva entrare chi voleva, per dire. Solo che i miei zii si erano accorti che le coppiette… cosa facevano? Si introducevano nel campo di granoturco e andavano a far l’amore là, per cui rovinavano attorno le piante […], per il contadino anche solo una pannocchia faceva la differenza… e allora io tutte le sere, nel periodo appunto […] che le pannocchie erano già abbastanza grandine, a un certo orario gli zii — che dopo lungo lavoro si sedevano davanti casa dove c’è l’aia, si fumavano il toscano, programmavano il lavoro del giorno dopo — a un certo punto qualcuno — [con] quel mezzo chiarore che il sole è già quasi tramontato e sta per scendere la sera ma che c’è quella, come devo dire, quella piccola luminosità che a me piaceva tantissimo — e vedevo lo zio che tutte quelle sere prendeva un forcone e si avviava verso i campi di granoturco. Ma io, pff… non è che ci facessi caso. Però una sera lo zio […] andava a controllare, però vedendo che […] stava per venire il temporale, si vede che lui fece il pensiero di dire “non ci sono quelli lì”… e con me dice: «vuoi venire? Andiamo a vedere se ci sono i ladri di pannocchie!», la stessa frase eh! contenta io, via… corri corri con lo zio. Arriviamo al campo, mio zio mi dice: «aspetta un momento», mio zio si inoltra nel campo… dopo un po’ sento delle grida: “oddio cosa è successo?”, io penso. Velocemente vedo sbucare dal campo un ragazzo… un uomo e una donna insomma, abbastanza succinti, capito? Si capiva che i vestiti erano messi di fretta e furia [e] dietro lo zio col forcone, gridava…

Una famiglia operaia e antifascista
«Mio papà era un tranviere… è stato il primo, diciamo così, comunista», mi spiega orgogliosamente Luisa, cioè «ha fondato la prima cellula comunista dentro l’azienda del tram». L’azienda del trasporto pubblico, fra le due guerre, è infatti uno degli snodi del movimento operaio e antifascista bolognese e svolgere attività al suo interno significa quasi sicuramente esporsi alla repressione del regime. Lo sapeva bene il padre di Luisa, Vincenzo, che già prima di allora ha subìto «varie aggressioni da parte dei fascisti per gli aperti atteggiamenti d’opposizione», come riporta il dizionario biografico dei partigiani bolognesi. Comunista della prima ora e già noto alle forze dell’ordine, viene scoperto e arrestato mentre organizza una sottoscrizione in aiuto dei combattenti della Guerra civile spagnola:

In quel periodo c’era la guerra di Spagna e fecero una sottoscrizione per tutti quelli che erano degli antifascisti, dei socialisti… […] per aiutare chi era andato a fare la guerra di Spagna per liberarsi dal giogo della dittatura. Qui nella Bolognina c’era i fascisti che imperversavano e c’era tra l’altro la famosissima OVRA, che erano le spie […] fatte apposta da Mussolini per controllare queste cose. Morale della favola: mio papà una mattina smonta dal servizio e fu arrestato. Ed esattamente fu arrestato nel 1938, quindi io ero piccola, io ero del ’31. Poi mio papà […] per sei mesi non sapevamo dov’era, non ci avvertivano di niente.

Viene recluso per alcuni mesi a Castelfranco Emilia per poi essere trasferito a Roma, dove viene celebrato il processo nel giugno del 1939. La sentenza del Tribunale lo condanna a cinque anni di carcere più due di vigilanza speciale:

Poi, quando loro stabilirono che lo avrebbero mandato a Roma e ci sarebbe stato il processo, ci concessero di vederlo e io ho ancora l’immagine di quella stanza, dopo sei mesi, a rivedere mio padre emaciato [che] portava i segni delle bastonature, quest’uomo che si teneva solo i pantaloni perché gli avevano tolto tutto, gli avevano tolto la cintura, gli hanno tolto i cordonetti delle scarpe…

Scontati i primi cinque anni, nel 1943 torna a casa con l’obbligo «di andare a firmare dai carabinieri tutte le sere». Dopo qualche mese, tuttavia, è di nuovo in contatto con i vecchi militanti e prende parte all’organizzazione dei primi gruppi combattenti. Come molti suoi compagni che avevano conosciuto i tribunali e le carceri fasciste sulla propria pelle, avrebbe ricordato il periodo di detenzione come un momento di straordinaria maturazione politica, non da ultimo per i contatti con i più alti esponenti dell’antifascismo italiano:

Lui […] mi ha sempre detto che cinque anni […] è stato come fare l’università… ma è vero perché mio papà, venendo dalla campagna, lui aveva soltanto la seconda elementare. […] nel periodo che mio papà era in carcere, furono arrestati i grandi che poi fecero la Costituzione […] lui ha avuto la possibilità di stare in carcere con persone come Pertini! Perché poi Pertini era socialista, Pertini è riuscito a evadere dal Regina Coeli insieme a un suo compagno che poi lui fuggì in Francia. Quindi c’erano, in quel periodo che era incarcerato mio padre, […] c’erano quei personaggi che contavano moltissimo… c’erano tutti perché poi non furono arrestati solo dalla parte dei comunisti, c’erano anche degli altri, che erano dei liberali, erano della gente che però sentivano la necessità di formare un nuovo Stato. E io questo me lo ricordo e mio papà mi ha sempre detto: «io l’università l’ho fatta a Regina Coeli». E, delle volte. quando si diceva “ah sei stato… ah te babbo quando eri in galera…?”, non voleva [che] noi dicessimo… lui diceva: «non è vero, io non sono andato in galera, io sono andato all’università, perché se oggi io posso leggere e scrivere, lo devo al carcere!».

Anche Luisa ricorda la reclusione del padre come un momento molto importante, benché durissimo, di crescita personale: «da lì io ho imparato molto, ho imparato a sviluppare il mio carattere in un certo modo». Quando le chiedo di parlarmi di come ne è finalmente uscita, mi spiega che in quei cinque anni la famiglia è precipitata in una situazione economica disastrosa: «la mamma […] Marianna […] con quella cosa lì si ammalò di cuore», mentre lei è ancora troppo piccola per lavorare. L’ATM3 non è certo stata d’aiuto — anzi, «non ci diede [niente]… guarda caso [il babbo] doveva ritirare lo stipendio, non ci diedero nemmeno lo stipendio. Morale che noi rimanemmo così, come si suol dire, in braghe di tela, non avevamo una lira» — mentre la sorella maggiore, «che faceva la sartina, [è diventata] praticamente il capofamiglia» e suo fratello Enzo, che a quel tempo «faceva le Aldini» è stato costretto, «con grandi sacrifici, [a] interrompere perché non c’era più nessuna possibilità» di sostenere i suoi studi. In poco tempo trova da lavorare come fattorino alla Calzoni, una grande aziende metalmeccanica della città, ma nonostante tutti gli sforzi, «le entrate erano molto misere». È per questo che Luisa, finché può, se ne sta a Cadriano dagli zii:

Ché io là potevo mangiare qualcosa […] invece qua non si mangiava niente, si moriva di fame! Perché c’era la tessera che ti dava quel po’ di sopravvivere, e poi c’è quel problema che noi non avevamo soldi… perché molti hanno superato la guerra in un modo diverso, nel senso che c’era il mercato nero, però ci volevano dei soldi, perché il mercato nero era terribile: […] se avevi dei soldi trovavi al mercato nero, altrimenti non facevi niente!

DueTorri006

La Bolognina in guerra
Fra città e campagna la cesura è netta, e nel ricordo di Luisa viene accentuata dall’atmosfera idilliaca di cui è avvolto tutto ciò che ruota attorno al mondo contadino. Vista con gli occhi di una bambina, infatti, la vita degli zii contadini procede secondo i ritmi lenti di una vita serena, al riparo dalla guerra. In città, infatti, fra l’estate e l’autunno del 1943, il fronte si avvicina e, chi può, sfolla cercando rifugio nei paesini della “bassa”.

Per Luisa, al contrario, le bombe rendono sempre più difficile i suoi spostamenti verso Cadriano: «io non sono mai andata via di Bologna, da qui, anche nel periodo della guerra, ché la Bolognina era un cumulo di macerie eh… non c’era niente, non avevamo docce, non avevamo gas, non avevamo assolutamente niente». Non sono molte le famiglie che rimangono a vivere in quartiere e chi lo fa, per scampare al pericolo, dorme in cantina: «bombardavano anche di notte coi bengala», mi racconta infatti Luisa, perché «essendo la Bolognina così vicina alla stazione» si era subito trasformata in «un obiettivo [per] gli aerei». Ma la campagna non è sempre un luogo sicuro e l’anno successivo, dopo il pesante bombardamento di metà ottobre, sono i contadini a cercare riparo in città:

Siccome che questi delinquenti qui dei tedeschi razziavano […] nelle nostre campagne, portavano via le mucche ecc., allora molti contadini cosa fecero? Portarono gli animali, le bestie, qui a Bologna, in città. In modo particolare, per esempio, in Frassinago […], che non è molto lunga, però di qua e di là all’interno c’erano dei cortili, com’è famoso a Bologna, perché a Bologna vecchia ci sono […] tutti i cortili e lì parcheggiavano i contadini, allevavano lì le bestie perché le avevano messe al sicuro […].

Il fratello Enzo, intanto, col nome di battaglia “Macca” è diventato commissario politico del battaglione “Ciro” della brigata “Irma Bandiera”4. Vincenzo, invece, è «stato segnalato di nuovo come antifascista» e un po’ per questo, un po’ perché «aveva necessità», si fa ricoverare al Collegio San Luigi, «uno dei collegi dove la grande borghesia di Bologna mandava i figli a studiare». A seguito dei bombardamenti, però, la struttura era stata requisita e diventa un rifugio per feriti e combattenti: «lì, sotto al San Luigi», mi spiega infatti Luisa, «c’era una cellula partigiana che operava e ricoverarono lì mio papà per tenerlo un po’ nascosto». Da sempre «innamorata» di suo padre, me la immagino che cerca di passare più tempo possibile con lui, ora che finalmente è tornato a Bologna. «[P]rendevo da qui, da sola, e andavo al San Luigi», mi racconta entusiasta, «e stavo con mio papà tutto il giorno»:

Allora mio papà diceva: «quando suona l’allarme vai giù, vai nel rifugio». La prima volta che andai giù, feci questa scoperta, che il rifugio serviva anche come camera mortuaria. E io mi trovai nel rifugio vicino a già dei morti, già che quando camminavi per le strade li vedevi morti, bombardamenti tutti… quindi io ho conosciuto la morte in quella maniera lì.

Pochi giorni prima del 21 aprile, quando la città viene liberata dalle truppe alleate e dalla brigata “Maiella”, il commissario “Macca” «sparì e non sapevamo dov’era, ma stavano organizzando la liberazione»:

Ricordo il 21 aprile, la liberazione di Bologna, piazza dell’Unità, [il] passaggio di tutti i carri armati che ti buttavano le caramelle, i polacchi […] io ero andata all’ospedale a prendere mio padre perché finalmente veniva a casa… e buttavano queste manciate, caramelle, cevingum, che io non sapevo neanche cos’era il cevingum… però io non l’ho presa la caramella! Non l’ho voluta! Guardai mio padre, mio padre non mi disse niente eh, non mi disse: “prendi”… Come? Fino a ieri ci avete buttato giù le bombe e oggi mi date la caramellina? No! […] Magari ho sofferto a rifiutare la caramella, ma io non ho preso la caramella, io non sono una scimmietta ad andare a raccogliere la caramella per terra!

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Bagliori. Romanzo di formazione per giovani fascisti (alla vigilia del massacro) https://www.carmillaonline.com/2016/08/27/32850/ Fri, 26 Aug 2016 22:01:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32850 di Giovanni Iozzoli

cover_bagliori_Leggere Bagliori di Felice Carosi (Mondadori, 1941) dà l’effetto straniante di certi racconti di fantascienza, in cui ci si ritrova catapultati in un universo parallelo nel quale persone, eventi e ambientazioni sono identici alla realtà, ma ogni cosa risulta completamente rovesciata di senso. Una sensazione vertiginosa, per il lettore odierno. Questo perché il libro è stato pubblicato nel 1941 ed è una specie di “romanzo di formazione” dedicato all’educazione del giovane fascista, nell’Italia appena entrata dentro la seconda guerra mondiale, piena di criminali illusioni.

Potremmo definirlo romanzo ideologico-sentimentale, in cui [...]]]> di Giovanni Iozzoli

cover_bagliori_Leggere Bagliori di Felice Carosi (Mondadori, 1941) dà l’effetto straniante di certi racconti di fantascienza, in cui ci si ritrova catapultati in un universo parallelo nel quale persone, eventi e ambientazioni sono identici alla realtà, ma ogni cosa risulta completamente rovesciata di senso. Una sensazione vertiginosa, per il lettore odierno. Questo perché il libro è stato pubblicato nel 1941 ed è una specie di “romanzo di formazione” dedicato all’educazione del giovane fascista, nell’Italia appena entrata dentro la seconda guerra mondiale, piena di criminali illusioni.

Potremmo definirlo romanzo ideologico-sentimentale, in cui ogni parte della narrazione è verosimile e racconta scenari storici reali ma il giudizio di valore che offre su di essi è perfettamente sovvertito. I “rivoluzionari” sono i fascisti, gli infami assassini sono i rossi, la rivoluzione fascista è la vera emancipazione dei poveri e degli oppressi. Sì, perché il libro, probabilmente destinato alle diverse agenzie di formazione dei giovani (la collana Mondadori è: “Bibliotechina della G.I.L. – Gioventù Italiana Littorio), puntava a un preciso target di lettore: la gioventù proletaria di recente alfabetizzazione. I ragazzi piccolo borghesi non avrebbero mai potuto identificarsi con il protagonista, un giovane miserabile che fa la fame, figlio di un proletariato rurale che vive di stenti e umiliazioni nelle campagne laziali degli anni ’20. È povero il protagonista, sono poverissimi i suoi amici e il suo ambiente. È ferocemente antipopolare il contesto dell’Italia liberale pre-fascista.

Nell’adolescenza il giovanotto entra in contatto in modo spontaneo con l’attivismo rurale socialista e ne subisce i perfidi inganni: i socialisti sono descritti come ammaliatori dei poveri e degli ignoranti, guidati da intellettuali avidi che non hanno voglia di lavorare e strumentalizzano la miseria per i loro loschi interessi. I rossi sono tutti vigliacchi, attaccano in gruppo, devastano, minacciano – sventrano anche a coltellate un povero somaro, così tanto per ridere. E alla fine organizzano pure un attentato dinamitardo che ammazza per sbaglio la povera madre del protagonista (stragisti turatiani!).

Chiaro che se gli ammazzi la mamma, la fede del giovanotto nel socialismo comincia a vacillare. Appena possibile entra in fabbrica e diventa tornitore provetto. «Da due mesi lavoravo al tornio… non so dire la gioia che mi prese quando il sor Mario, il padrone, mi disse: tu, Berto, domani passi al tornio, se sei bravo non ti muovo più… E ora da una settimana il mio tornio era fermo. Mi attendeva lì ed io non potevo andare da lui. Sciopero generale? E perché… per mangiare a sbafo le giuggiole e lo zucchero nelle botteghe svaligiate?». E lì, davanti alla protervia e all’insensatezza degli scioperi, il protagonista ha la conferma definitiva che i socialisti sono in realtà i veri nemici del popolo (e mangiatori a sbafo di giuggiole). Il ragazzo, pieno di disillusioni, fa la valigia e si trasferisce quindi a Roma.

Il biennio rosso è alle spalle, la marcia su Roma ormai imminente, l’intensità e la violenza dello scontro di classe non vengono taciuti dall’autore. Sul crinale di quegli anni sembrano confrontarsi tre mondi: ferrotranvieri e spazzini scioperati che vogliono la distruzione d’Italia, un manipolo di arditi e coraggiosi, di cui il protagonista aveva solo sentito parlare e che impara a conoscere proprio a Roma come “fascisti”, e poi la gran massa degli ignavi che aspettano solo di capire da che parte buttarsi. Boicottare gli scioperi, sostituire gli scioperanti, tenere aperte le officine e i servizi pubblici, diventa azione politica eminente. «Altri nostri compagni guidavano treni, conducevano trams, adoperavano con santa pazienza il santissimo manganello a rinsavire i traviati e la triplice oncia di olio di ricino per purgare il passato».

L’assalto al quartiere rosso San Lorenzo viene descritto con pathos e crudezza, ma anche qui il giudizio storico è rovesciato: non sono i fascisti ad attaccare il bastione nemico, ma è la gentaglia del quartiere ad attirare in trappola le valorose forze nazionaliste che vogliono solo celebrare la tumulazione di Enrico Toti, facendone sfilare le riverite spoglie in tutta Roma. Dopo i primi scontri, i «vili agguati» dalle finestre di San Lorenzo, le «megere che rovesciano olio bollente e ogni suppellettile sui manifestanti», questi ultimi con eroismo marziale e sprezzo del pericolo espugnano il campo nemico, cioè il Rione.

Qui l’autore non nasconde niente: i giovani devono percepire, attraverso le pagine, la crudezza della lotta. La “battaglia per il riscatto nazionale” è roba di pistolettate e morti ammazzati (e anche qualche megera lancia-olio virilmente defenestrata) .

Per la cronaca, la “battaglia di San Lorenzo” che l’autore celebra, viene invece raccontata in tutt’altro modo dalle fonti opposte dell’epoca: i fascisti si squagliarono, le violenze contro il quartiere vennero perpetrate principalmente dalla Guardia Regia e dai Carabinieri. Comunque, al di là dei miti e delle versioni, quello che l’autore vuole evocare nei giovani lettori di allora è il “sapore acre” della Guerra: l’irriducibile nemicità, la necessità della distruzione dell’avversario disumanizzato – nel ’21 nemico “interno”, venti anni dopo nemico “mondiale”.

Curiosa la storiella sentimentale che si intreccia alla vicenda storico-politica: il poverissimo contadino inurbato è da sempre innamorato della figlia di un ricco proprietario e insegue questo amore impossibile, fortemente idealizzato, fino all’età adulta. Però essendo un romanzo di formazione fascista, questa storia di amore di classe non può contrapporre i ricchi ai poveri, come ci si potrebbe aspettare: il proprietario è un buon borghese, generoso e sensibile, che appoggerà la “rivoluzione nazionale” e prenderà il ragazzo sotto la sua ala protettiva. En passant, la ragazza oggetto di cotanto amore morirà di malattia in quei giorni convulsi – ma intanto s’avanza la Rivoluzione Fascista e (che vuoi mai?) la vita va avanti.

Qualche annotazione, sorge spontanea, per provare a capire bene i dispositivi narrativi del Regime e come ci si aspettava che essi funzionassero nella testa dei ragazzi. Innanzitutto la retorica pauperista, quasi di classe, che ricordavamo all’inizio, indirizza il racconto verso una certa platea, ma funge anche da promemoria sulle ragioni storiche del Fascismo, il suo presentarsi come “raddrizzatore di torti” per i figli negletti della Grande Proletaria.

La storia è lineare, i personaggi espliciti (come si conviene a un libro “educativo”) e nonostante lo stile ampolloso e retorico, naturale in un paese totalmente soggiogato dalla estetica letteraria dannunziana, tutto sommato accurato, leggibile, buono per quell’esercito di “mediatori culturali” (insegnanti, quadri di partito, dirigenti delle organizzazioni giovanili) che dovevano invitare e accompagnare alla lettura i giovanotti in camicia nera, poco avvezzi alla carta stampata.

Altro elemento che salta agli occhi: il libro è stato scritto per ragazzi che sono cresciuti dentro il fascismo-regime, che quindi non hanno memoria del fascismo-movimento, in un paese già imborghesito da quindici anni di potere assoluto di Mussolini – quel potere che sta per spedire al massacro, in Russia o in Africa Orientale, proprio quegli stessi giovani. La narrazione assume quindi una funzione evocativa e ri-evocativa, deve stimolare la memoria “rivoluzionaria” del fascismo (che i giovani non conoscono) e risvegliare il clima di battaglia che inevitabilmente dovranno affrontare. È come se l’autore volesse dire ai giovani del 1940: “attenti, giovanotti, occhio che veniamo da moschetti, squadracce e coltelli, questa è la nostra storia e lì tra un po’ bisognerà tornare, sui teatri di battaglia della Storia. Che sia San Lorenzo o la steppa russa, poco cambia. La vita è Guerra, ragazzi”.

Curiosamente nel libro i “comunisti” praticamente non vengono mai citati e un ragazzo del ’41 che leggesse queste pagine, potrebbe pensare che in Italia non siano mai esistiti. La polemica e l’odio sono tutti riservati al Partito Socialista, dipinto (ancora venti anni dopo!) come una masnada di assatanati bolscevichi, forsennatamente impegnati nella distruzione d’Italia.

Quando il sig. Carosi scrive questo libro – a cavallo tra gli anni ’30-’40 – sono ormai divampate le fiamme della grande tragedia europea. I fascismi stanno rovesciando sull’Europa un fiume di sangue inarrestabile. La macchina della propaganda doveva girare in modo massiccio e questo romanzetto, come migliaia di altri prodotti editoriali, teatrali, filmici, fu uno dei tanti piccoli ingranaggi che fecero girare quella macchina implacabile.

Il libro, insieme ad altri pezzi simili, è l’eredità di un mio parente che raccattò questi esemplari editoriali dentro qualche scuola bombardata o in qualche sede ex-Gil abbandonata. Lui era un esponente storico della dinastia di bidelli-invalidi che accompagnarono gloriosamente il passaggio dalle scuole del Regno a quelle della Repubblica; un lignaggio di bidelli semiparalitici – troneggianti nei corridoi come numi tutelati eternamente seduti, che collezionavano ogni detrito della storia educativa: vecchie lavagne, vecchi registri, vecchi libri destinati all’edificazione della gioventù. Monumenti nullafacenti e un po’ cleptomani, che con la loro sola presenza, provvedevano a smussare ogni marzialità fascista – o autorevolezza democratica – delle nostre istituzioni scolastiche, nell’arco di un secolo.

Dell’autore, non ho trovato grandi notizie biografiche, scrisse qualche altro libro per Mondadori, catalogato come letteratura per ragazzi. Provò col cinema, ma un film bellico alla cui sceneggiatura aveva collaborato, si arenò nel ’43 per le note vicende politiche italiane. Quel nome – Felice Carosi – tornerà a galla nel ’67, quando viene insignito del titolo di Grande Ufficiale al Merito della Repubblica. Niente di più normale che un intellettuale fascista si riciclasse in qualche commissione Rai o chissà quale altro ente parastatale di cultura e comunicazione. Non scavo ulteriormente per capire se si sta parlando della stessa persona. Pace all’anima sua e amen.

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