sinistra rivoluzionaria – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 07 Feb 2026 21:00:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La Sinistra Negata 08 https://www.carmillaonline.com/2026/01/01/la-sinistra-negata-08/ Thu, 01 Jan 2026 22:55:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92162 La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)

Parte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?

6. L’IPOTESI… POLACCA.

Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa [...]]]> La Sinistra Negata e gli anni ’90 a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)

Parte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?

6. L’IPOTESI… POLACCA.

Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa al banchetto allestito dal potere e chi ne è invece escluso. D’altro lato, uno sguardo all’intemo delle classi subalterne rivela una realtà magmatica, priva di fulcri e di momenti di condensazione, prodotto diretto della ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta. Nessuna ricomposizione soggettiva è possibile a partire da un solo frammento di classe, dal momento che nessuno di essi, considerato isolatamente, aveva in quegli anni una collocazione strategica tale da consentirgli di fungere da catalizzatore di tutti gli antagonismi. In altri termini, né i macchinisti, né gli insegnanti, né gli studenti, né gli operai, né i disoccupati, né i portuali, e via elencando, potevano agire da detonatore dell’antagonismo sociale, poiché nessuna di queste (o di altre) categorie occupava autonomamente un posto chiave nell’assetto socioeconomico.
A ciò si deve l’estrema frammentazione delle domande e dei bisogni, che incanalò il diffuso malessere sociale – pur quanto mai tangibile – entro rivendicazioni anche significative ma parziali, e sul piano ideologico incoraggiò uno spostamento d’attenzione dal sistema nel suo complesso alle sue singole disfunzioni (mafia, eroina, disastro ambientale, razzismo, ecc.). La tensione “rivoluzionaria” venne dunque meno, perché allontanata dalle cause e dispersa tra gli effetti; mentre lo stesso movimento antagonista, socialmente frammentato al proprio interno quanto la realtà in cui era calato, stentava a farsi portatore di un’alternativa globale, tendendo piuttosto ad assumere una visione delle cose assai simile al No future cantato dai Sex Pistols.

A suo tempo il taylorismo, frantumando le mansioni lavorative, si era incaricato di spezzare un rivendicazionismo collegato alla qualità e all’utilità del lavoro svolto; successivamente, l’automazione e l’informatizzazione si fecero carico di neutralizzare un antagonismo fondato sul senso di appartenenza ad un corpo sociale omogeneo e con eguali bisogni: in anni ancor più vicini, la trasformazione della “sovrastruttura” ideologico-culturale in struttura direttamente produttiva, destinata a far introiettare le regole del capitale su aree ben più vaste del luogo di lavoro e a far smarrire l’idea stessa di un’alternativa al sistema (pur lasciando un certo spazio all’opposizione a questa o quella distorsione), aveva cercato di spegnere le tensioni antagoniste ancora viventi sul territorio.

L’avanzata unificazione dei mercati sotto il segno del capitalismo, l’accresciuta capacità di spostare flussi di forza-lavoro da un quadrante all’altro del globo, l’omogeneizzazione ideologica operata dal neoliberismo, l’asservimento del Sud del mondo tramite la catena del debito avevano già rotto gli argini che ancora imbrigliavano l’estensione a livello planetario del dominio del capitale, lasciando sussistere unicamente isolate sacche di resistenza. Perché il quadro iniziasse a mutare era indispensabile che la ribellione raggiungesse il cuore della metropoli occidentale, strappando coscienze ed incrinando leve di comando.
Abbiamo ripetutamente parlato nelle varie puntate della Sinistra Negata dell’esistenza, oggettiva anche se non ancora soggettiva, di un proletariato transnazionale mobile e polivalente, prodotto diretto dell’unificazione dei capitali nazionali. Negli anni ’80 dicevamo che la soggettività di questa nuova configurazione sociale poteva vedere la luce, solo se le spinte antagonistiche fossero rimaste concentrate, e non disperse su tematiche certo importanti, ma sostanzialmente marginali rispetto al cuore del problema. In quel periodo mettevamo in evidenza come l’assenza di fulcri, di nuclei avanzati, di poli trainanti avrebbe potuto essere rovesciata di segno, da negativa a positiva, solo usando il carattere magmatico della composizione di classe per diffondere magmaticamente nella società non una, ma mille rivendicazioni, tutte ugualmente sentite e tutte ugualmente gridate. Con l’andar del tempo però, abbiamo assistito ad una ulteriore segmentazione del movimento che, preso in un meccanismo perverso di affannoso inseguimento di questa o quell’altra rivendicazione o lotta episodica – spesso anche inutile -, è andata progressivamente perdendo la propria capacità di analisi generale, smarrendo così quella chiave di lettura complessiva necessaria al fine di mirare i propri interventi intorno a obiettivi centrali oltre che realmente percorribili.

Se possiamo certamente ribadire che l’ipotesi cilena” non funzionò nemmeno in Cile, che il Palazzo d’Inverno si è sciolto nella società, che le “zone liberate” conterebbero meno di nulla, ci troviamo però di fronte al dilemma della validità dell’ipotesi che definimmo allora “polacca”, dall’esempio del sindacato Solidarnosc (che non ci è mai stato simpatico), secondo la quale l’unica ipotesi credibile è quella di un movimento che si spande come una colla seguendo i confini dilatati della composizione di classe, e come una colla unisce fra loro i frammenti di discorso, gli antagonismi dispersi ed abbozzati, le richieste parziali, le reazioni isolate. Un movimento in grado di raccogliere tutte le proteste, tutti i malumori, tutte le dissidenze, fino a sottrarre interamente al potere il controllo sul sociale.

È chiaro che un simile schema è legato a variabili che nella società italiana, e occidentale in genere, non erano presenti negli anni ’80 e che oggi lo sono ancor meno. Non sembra tuttavia assurdo asserire che, nella misura in cui un sistema gioca tutte le sue carte sul consenso, attivo o passivo, del sociale, l’arma della indisciplina ha la stessa efficacia della disciplina delle armi. Analogamente, l’elevazione della sovrastruttura a struttura produttiva fa sì che ogni cuneo conficcato nel meccanismo della trasmissione ideologica, del condizionamento, dell’obnubilamento di massa abbia gli effetti devastanti di un sabotaggio. Se lo schema di questa ipotesi risulta tutt’ora il più percorribile tra quelli esposti in questa sede, c’è da dire però che il movimento della sinistra antagonista brancola da molto tempo in una fase di tale regresso qualitativo e quantitativo da rendere qualsiasi tipo di analisi in progress poco più che un puro esercizio teorico.

L’illusione da parte di alcune componenti del movimento, di poter contribuire alla creazione di un’opzione partitica che potesse essere l’espressione di valori e contenuti del movimento antagonista dei decenni precedenti, si è infranta contro il muro del verticalismo autoritario di un partito, Rifondazione Comunista, che non si è mai posto il problema di una reale ridefinizione della forma-partito, ma che semmai ha continuato a riproporre con grande pervicacia i vecchi schemi “piccisti” di gestione personalistica e burocratica per una esperienza politica che è poi risultata distante anni-luce da quella democratica ed orizzontale auspicata da più parti.
Alcune componenti del movimento antagonista che scelsero di confluire in R.C. nei primi anni di sviluppo del partito, e ci riferiamo in particolare a quelle che avevano partecipato all’esperienza di Democrazia Proletaria, si trovarono in molti casi attanagliate dalle maglie burocratiche di un partito che non ha mai avuto la minima intenzione di assumere caratteristiche movimentiste. In molti altri casi invece molti dei quadri ex-D.P. furono talmente ammaliati dal fascino neanche tanto discreto del “grande partito comunista”, che furono i primi a condividerne e a riprodurne gli aspetti più tipicamente burocratico-autoritari, soprattutto nei confronti delle dissidenze interne al partito, spesso integrate dai loro stessi ex-compagni di lotta. Mentre quindi alcuni ex-esponenti della sinistra rivoluzionaria cercavano di accaparrarsi alcune poltrone accanto a coloro che anni prima li additavano come “estremisti provocatori” (e magari gli mandavano contro i servizi d’ordine dei sindacati), dall’altra parte ciò che rimaneva dei gruppi della sinistra di classe entrava in un processo di progressiva asfissia della propria proposta politica, dovuto in buona parte alla mancanza di ricambio generazionale causata dall’intensificarsi della battaglia culturale scatenata dai vari governi che si sono succeduti durante il decennio che sta volgendo al termine. Il risultato di questo processo, costellato da scissioni, dipartite e corse al compromesso con le istituzioni, è sotto gli occhi di tutti. Da una parte il filone tradizionale dell’Autonomia Operaia non riesce a trovare una via d’uscita a quella crisi politica e progettuale che la attanaglia ormai da alcuni anni a questa parte e che, se non fosse per la tenacia con cui alcune situazioni che si richiamano a quella matrice movimentista continuano a produrre iniziative politiche e varie pubblicazioni, avrebbe già portato l’area politica in questione verso un processo di inaridimento forse irreversibile.

Dall’altra parte troviamo invece l’area che racchiude i gruppi politici e le individualità, in stragrande maggioranza provenienti proprio dalla tradizione dell’Autonomia, che hanno optato più che per la mediazione con le istituzioni – per la mera condivisione di precetti, valori, linee e comportamenti politici che sono propri più di una sinistra riformista che di una sinistra antagonista. Ci riferiamo a quelle componenti politiche facenti capo soprattutto ai cosiddetti “centri sociali del nord-est” che, nella loro corsa frenetica all’occupazione di quegli spazi di agibilità politica giovanile lasciati liberi dall’inettitudine o forse dell’inesistenza dei gruppi giovanili dei partiti della sinistra istituzionale, hanno completamente abbandonato ogni loro anche minimo rimasuglio di identità politica in senso di opposizione radicale all’esistente, trasformandosi in un breve lasso di tempo in un gruppo di pressione, spesso di tipo inter-istituzionale, il cui ruolo è delineato da un atteggiamento politico da “mezzadro” del nuovo sistema politico ulivista. La trasversalità politica, o forse è meglio dire partitica, di questi proventi del localismo, del federalismo, nonché di questo nuovo – assai ambiguo – “patto di cittadinanza”, non può stupire un attento osservatore. Nella strategia attuata dalla sinistra istituzionale di assorbimento di qualsiasi esperienza di opposizione radicale o di tensione ribellista, è di fondamentale importanza la presenza di “teste di ponte”, in questo caso nell’universo antagonista, con cui scardinare definitivamente la possibilità stessa di riproposizione di un movimento politico antisistemico sulle orme delle esperienze “storiche” degli anni ’60 e ’70.

L’impianto concettuale di questa area gravita intorno ad una rilettura del conflitto di classe che potremmo definire caricaturale, nonché intorno ad una interpretazione dei nuovi modelli produttivi che, se da una parte risulta improbabile, dall’altra invece è indubbiamente furbesca, considerando che abbiamo a che fare, oltre che con una area politica, anche con qualcosa che sta diventando rapidamente una sorta di impero economico, sia per quanto concerne la dimensione che opera nella sfera dei servizi, sia per quanto riguarda ciò che per comodità potremmo definire la “Disneyland delle subculture riassorbite” (musicali e non). Di certo questa capacità imprenditoriale non è una virtù comune a tutti i centri sociali che possono essere annoverati a questa area, risulta comunque stupefacente constatare la velocità con cui in alcuni di questi centri sia assolutamente scomparsa qualsiasi tipo di iniziativa politica che non sia la solita serata antiproibizionista. Non c’è allora da meravigliarsi se in questo ambiente si muovono comodamente noti esponenti del revisionismo storico, oppure anche diffusori e riproduttori di alcuni materiali negazionisti che, fino a poco tempo fa, trovavano ospitalità e attenzione esclusivamente negli ambienti filo-nazisti del continente.

Il panorama descritto qui sopra ha fatto sì che negli ultimi anni si verificasse un mutamento in ciò che, peccando sicuramente di wishful thinking, continuiamo a chiamare movimento antagonista. E’ ormai più che manifesto il profondo gap di trasmissione di memoria e di continuità politica che ha accompagnato il movimento lungo questo decennio. Il vuoto che si è creato tra le ultime generazioni di militanti delle aree antagoniste non ha permesso lo svolgimento naturale di quel “filo rosso” di continuità tra i movimenti che ha sempre sviluppato una funzione fondamentale di unione orizzontale tra l’origine del movimento operaio, e il movimento del ’77, passando per la resistenza e gli anni ’60, fino ad arrivare agli ultimi contraddittori movimenti studenteschi alla fine degli anni ’80. Lo smarrimento dei referenti politici e ideologici, ma anche la dispersione di quel patrimonio di esperienze, conoscenze, pratiche accumulate nelle precedenti stagioni di lotte politiche e sociali, ha generato una profonda lacerazione in ciò che è rimasto della sinistra antagonista italiana. Una parte che comincia ad essere consistente di gruppi, collettivi, centri sociali, etc., stanno vivendo un processo di depoliticizzazione che spesso assume caratteristiche pseudo-anarcoidi veramente disarmanti nella loro vacuità.
Un esempio tra – purtroppo – molti è questo stralcio di volantino che è stato raccolto durante una manifestazione nell’aprile di quest’anno:

«Nessuno ha la soluzione in tasca, si va avanti sbattendo la testa per tentativi non sempre in un’unica direzione, ci interessa agire e su questo agire misuriamo la validità di quanto asseriamo. E sulla nostra capacità di trovare una continuità e un dinamismo nell’azione capace di espandersi a macchia d’olio che dobbiamo confidare, più che tendere al possesso del quadro più corretto e preciso del contesto sociale, dato che in quest’ultimo caso non agiremo mai, in quanto l’analisi, qualsiasi analisi, è sempre insufficiente. Quindi non occorrono imbonitori, ma azioni; ognuno per sé l’anarchia per tutti!».

Ora, il fatto che il volantino in questione è stato distribuito ad una manifestazione antifascista, implica che chi lo ha scritto aveva una certa sensibilità nei confronti delle tematiche di cui si faceva carico l’iniziativa, ciononostante l’equazione sposata dal documento “analisi inazione” risulta quanto meno demenziale per chi si propone di costruire un’opposizione sociale al sistema capitalistico. Ma forse questo obiettivo non interessa neanche tanto agli autori del volantino.
Indubbiamente quello appena riportato è solamente un esempio, forse non è il caso di generalizzare, ma l’apparire di gruppi di giovani che sembrano evitare quasi certosinamente un’analisi minimamente articolata e quindi di malleare la propria azione politica intorno ad una realtà sociale o territoriale, a seconda degli obiettivi, è a nostro avviso il primo sintomo di una deriva preoccupante verso un’abulia politica tutt’altro che auspicabile.

 

7. IL CONTROPOTERE GLOBALE.

Nessun paese occidentale è oggi alle soglie di una rivoluzione. Lasciamo perdere Irlanda del Nord, Paesi Baschi, ecc., che costituiscono casi peculiari e non esportabili. Nessun paese occidentale lo sarà nei prossimi anni. Chi sostenga il contrario, o illude se stesso, o prende in giro gli altri. Ciò significa forse che chi si autopropone come “rivoluzionario”, in questo tipo di società, è un ingenuo?
Niente affatto. La dimensione ideale e pratica del rivoluzionario non è limitata né ad una nazione, né ad una società, né ad un continente. Il suo “spazio vitale” segue i contorni della classe e dell’antagonismo di classe, che oggi, come il capitale e le sue espressioni politiche, non conoscono frontiere. Ciò significa che, se le condizioni oggettive non gli consentono di operare una completa trasformazione rivoluzionaria nella propria situazione politica e geografica, può e deve operare al fine di agevolare il processo rivoluzionario globale, nella certezza che la crescita di quest’ultimo finirà per ripercuotersi sulla propria situazione apparentemente così inossidabile.
Facciamo un esempio concreto, anche al fine di fugare ogni sospetto di “terzomondismo” di vecchio stampo (quello, cioè, che appoggiava le rivoluzioni ovunque salvo che in casa propria). Il movimento statunitense degli anni Sessanta contro la guerra nel Vietnam – movimento di sicuro non rivoluzionario, ma nel quale elementi rivoluzionari ebbero un decisivo ruolo di guida – incise enormemente sull’impegno statunitense nella guerra, come i vietnamiti stessi riconobbero. D’altro canto, le vittorie dei vietnamiti incoraggiarono le lotte di una serie di altri movimenti di liberazione, in Asia, in Africa, in Medio Oriente, in America Latina. La “ricaduta” di queste ultime sull’Occidente agevolò la nascita di una nuova sinistra e l’apertura del ciclo di lotte del ’68, su cui gli esempi del Vietnam, delle lotte di liberazione del Terzo Mondo, del movimento antibellicista americano, oltre che della rivoluzione culturale cinese, ebbero una influenza decisiva. Quel ciclo di lotte iniziò a spegnersi un decennio più tardi, dopo aver inflitto al capitale la più grave crisi di comando del dopoguerra.

Abbiamo esposto i fatti quasi fossero l’uno successivo all’altro. In realtà si produssero simultaneamente (o quasi). Ecco dunque un caso in cui ognuno “fece la propria parte”: sia i rivoluzionari statunitensi (che non abbatterono il capitalismo USA, però contribuirono a paralizzare la politica estera del loro governo) che i rivoluzionari vietnamiti, sia i rivoluzionari europei che quelli di altre parti del mondo.
Ma va anche rilevato che il movimento antibellicista statunitense (di proposito non lo chiamiamo “pacifista”: era tutt’altro che alieno dall’impiego della violenza) non era che uno dei tanti aspetti del “movimento” in senso lato che agitava la società, e che comprendeva studenti in lotta contro l’assetto classista dell’università, minoranze razziali organizzate (neri, chicanos, indiani, ecc.), gruppi femministi, nuclei operai (specie nell’industria dell’auto), gruppi di controcultura, e così via. Per tentare di arginare queste tensioni, l’amministrazione Johnson fu costretta a varare programmi di assistenza sociale e di soccorso alla povertà i cui effetti si sono sentiti fino alle soglie dell’amministrazione Reagan. Il Movement, dunque, non dettava al governo solo la politica estera: dettava anche la politica interna.

Ecco quindi il caso di un movimento che, pur non contando nuclei sociali trainanti al proprio interno, riesce nondimeno a svolgere, usando la propria configurazione di magma, un’azione effettivamente “rivoluzionaria” sia a livello nazionale che (forse soprattutto) internazionale. Certo, quel movimento non riuscì ad instaurare il comunismo negli Stati Uniti: ma sarebbe stato chiedere un po’ troppo. È più che sufficiente che riuscisse ad ostacolare per un certo tempo i meccanismi di comando del capitale, tanto da facilitare l’accensione di altri focolai di lotta.
Altri due particolari vanno rilevati. Intanto che non si trattava di un movimento maggioritario. Si trattava di minoranze decise. E poi non era diffuso ovunque, e nemmeno su aree rilevanti del territorio nazionale. Una situazione esemplare ne accendeva un’altra, che a sua volta ne accendeva una terza e così via, a catena.
A questo punto ci fermiamo. La rivoluzione in Occidente, per usare un’espressione pomposa, sembra oggi poter passare solo attraverso una via analoga a quella descritta. La via del contropotere non disseminato, ma globale, che forza uno Stato staccato dalla società all’obbedienza ai dettami di quest’ultima, fino alla maturazione di un’alternativa al sistema dentro e fuori delle frontiere. E finché una via alla rivoluzione resterà aperta, esisterà una sinistra rivoluzionaria transnazionale intenzionata ad imboccarla.

(Ne La Sinistra Negata 09 seguirà la parte seconda: quale Comunismo?)

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui, 05  qui, 06 qui, e 07 qui

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La Sinistra Negata 07 https://www.carmillaonline.com/2025/12/07/la-sinistra-negata-07/ Sun, 07 Dec 2025 22:55:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91810 La Sinistra Negata e gli Anni ’90 A cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate)

Parte prima: quale sinistra rivoluzionaria?

1. UN’ESPRESSIONE SCOMODA. È difficile negare che l’uso dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” susciti oggi un certo imbarazzo. Di solito, chi oggettivamente si colloca nella “sinistra rivoluzionaria” preferisce usare termini come “movimento”, “movimento antagonista”, “movimento comunista”, e cosi via. Noi stessi lo preferiamo. Questa rivista [...]]]> La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate)

Parte prima: quale sinistra rivoluzionaria?

1. UN’ESPRESSIONE SCOMODA.
È difficile negare che l’uso dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” susciti oggi un certo imbarazzo. Di solito, chi oggettivamente si colloca nella “sinistra rivoluzionaria” preferisce usare termini come “movimento”, “movimento antagonista”, “movimento comunista”, e cosi via.
Noi stessi lo preferiamo. Questa rivista si è però proposta, fin dal primo numero, di scrollarsi di dosso tabù e reticenze, verificando nell’intreccio fra passato e presente (che è il nostro modo di intendere la “storia”) la validità di concetti cui non intendiamo rinunciare solo perché il potere lo vorrebbe.
Uno di questi concetti è appunto quello di “sinistra rivoluzionaria”. Tentiamo, allora, di esaminarlo con franchezza, evitando soprattutto di rapportarlo a un grumo ideologico o a una sequela di dogmi.

Nei punti precedenti de La sinistra negata abbiamo già precisato, in riferimento al passato, quale sia l’unica “sinistra rivoluzionaria” che riteniamo abbia saputo autenticamente radicarsi nella società italiana, incidendo profondamente nel suo tessuto e conferendo al marxismo un volto inedito e “moderno”: quella che nasce dalla nuova composizione di classe degli anni Sessanta, trova un’espressione teorica d’alto livello nei Quaderni Rossi, cresce nelle lotte operaie e studentesche del 1968-71, si consolida nei gruppi extraparlamentari della prima metà degli anni ’70, intuisce e precorre l’emergenza di un nuovo proletariato precario, e giunge al proprio momento massimo di scontro e di rottura col movimento del ’77.
Altre “sinistre rivoluzionarie” sono esistite intorno a questo filone, oscillando però tra il grottesco (con la pletora dei vari partitini “marxisti-leninisti”, uno più caricaturale dell’altro), la tragedia (con l’epopea dapprima truce, poi solo vergognosa delle BR) e la più totale confusione (con la “lunga marcia dentro le istituzioni” di DP, finita in un punto più arretrato di quello da cui aveva preso le mosse).

No. Solo la “sinistra rivoluzionaria” cui alludiamo seppe mobilitare centinaia di migliaia di giovani, creare fratture tra società e potere, attaccare le istituzioni totali (esercito, carcere, scuola, manicomio), indurre generali modifiche dei rapporti di forza a favore del proletariato, conquistare legittimità culturale e legittimità sociale.
Sopprimerla divenne, per il potere e per la sinistra istituzionale, un dovere quasi rabbioso, da attuare nelle forme spietate da noi descritte nella parte della Sinistra Negata Ancora sugli anni Ottanta. Che cosa si intende dunque per “sinistra rivoluzionaria”?

 

2. L’IPOTESI “CILENA”
Il significato corrente dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” è quello letterale. Una sinistra, di ispirazione maoista, che aspira a rovesciare il capitalismo e ad instaurare una società comunista attraverso una rivoluzione sociale. Detto questo, non si è però ancora detto nulla. Quale “rivoluzione”? Quale “comunismo”? Una volta di più, è nella storia dell’ultimo ventennio che dobbiamo cercare una soluzione.
Alla prima delle due domande, la sinistra rivoluzionaria italiana diede, nel periodo della sua massima espansione, almeno tre diverse risposte. Le potremmo sintetizzare in tre definizioni chiaramente inadeguate, ma utili:

1) l’ipotesi “cilena”; 2) l’ipotesi del “Palazzo d’Inverno”: 3) l’ipotesi delle “aree liberate”. Vediamole una ad una.

L’ipotesi che abbiamo definito “cilena” caratterizzò anzitutto il più consistente gruppo della sinistra rivoluzionaria, Lotta Continua, dopo il 1973 (in precedenza, LC faceva propria l’ipotesi del “Palazzo d’Inverno”) e venne di fatto abbandonata solo un paio d’anni dopo, quando il gruppo, ormai prossimo allo scioglimento, iniziò a delirare su possibili colpi di Stato militari “di sinistra” ricalcati sul modello portoghese – sintomo sicuro di un’agonia in fase avanzata.

Perché “cilena”? Perché traeva ispirazione dall’esperienza del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) cileno durante il governo de Unidad Popular. Quando, nel 1970, la coalizione di sinistra guidata da Salvador Allende salì al governo vincendo le elezioni, il MIR, gruppo clandestino a larga composizione studentesca, assunse una posizione dialettica. Pur desistendo provvisoriamente dalla lotta armata, non volle integrarsi nella coalizione di Unidad Popular, ma preferì sollecitarla dall’esterno a radicalizzare il proprio programma e ad adottare una linea di scontro con la borghesia. Così, ad esempio, mentre il governo Allende tentennava nel varare una riforma agraria di vasta portata, il Movimiento Campesino Revolucionario, espressione del MIR nelle campagne, guidava i braccianti ad occupare i latifondi; mentre il governo tentava di ingraziarsi l’esercito, il MIR premeva per la costituzione di milizie popolari e così via.

La prima considerazione che viene spontanea, riflettendo su questo schema, concerne la sua stessa genesi. Traendo ispirazione dal Cile, LC si ispirava in realtà ad un modello che era fallito, e fallito tragicamente. Il MIR – rimasto, si badi, gruppo minoritario anche negli anni di massimo fulgore – era stato travolto dagli eventi tanto quanto quella sinistra istituzionale che aveva troppo esitato a spezzare gli artigli della borghesia.
Ma una seconda considerazione sottrae credibilità al progetto di LC, che pure, sulla carta, a suo tempo poteva sembrare discretamente razionale. L’esperienza italiana (e non solo italiana: vedi Francia, Spagna, ecc.) ha ampiamente dimostrato che, nella propria marcia di avvicinamento per via elettorale alle leve del potere, la sinistra istituzionale non rimane uguale a se stessa, ma tende ad “istituzionalizzarsi” ulteriormente. Tende cioè ad assumere forme sempre più compatibili col sistema, rinunciando ai propri fini originari, rivolgendosi ad un soggetto sociale indifferenziato, smussando la portata delle proprie proposte.

Ciò, appunto, per il fatto che la via elettorale implica la conquista di maggioranze superficialmente politicizzate e poco inclini al cambiamento radicale, nel quadro di meccanismi che divaricano sempre più politica e società.
L’esito del processo è una sinistra istituzionale che, lungi dall’aprire spazi alle ali estreme, assume, dalle sue nuove posizioni di potere, un ruolo attivamente repressivo nei confronti del rivoluzionari. Lo si è visto, con tutta evidenza, nell’azione del PCI durante la rivolta di Bologna del marzo ’77 e negli anni della cosiddetta “emergenza”.
L’ipotesi “cilena”, insomma non regge, poggiata com’è su forze che possono giungere al governo di una società borghese solo modificando se stesse in quello stesso senso.

 

3. IL PALAZZO D’INVERNO.
L’ipotesi che chiameremo “del Palazzo d’Inverno” è quella più tradizionale, e più direttamente legata alla storia del movimento operaio. Prevede che, raggiunto un certo livello di tensioni sociali, il malcontento precipiti in un’aperta insurrezione popolare, che l’organizzazione rivoluzionaria di classe può ispirare, organizzare, guidare e condurre, a determinati fini.
L’ipotesi, che così formulata in termini generali è stata comune a buona parte della sinistra rivoluzionaria dalla fine degli anni Sessanta fino a tutti gli anni Settanta, conta numerose varianti. Si va dall’insurrezionalismo” vero e proprio, in cui largo peso hanno la spontaneità delle masse e il suo rapporto dialettico con l’organizzazione, alla “lotta di lunga durata, che prevede un graduale alzo di tiro e un passaggio da forme di lotta legali o modestamente illegali alla conflittualità armata, per arrivare alla “guerriglia partigiana”, in cui avanguardie sorrette da un consenso generalizzato danno vita ad embrioni di esercito, destinati, in un futuro più o meno prossimo, a trasformarsi in un’armata rossa e a scendere in guerra contro i poteri dello Stato.

Nel passato decennio circolarono manualetti che illustravano le modalità pratiche per attuare l’una o l’altra delle soluzioni. L’editore Savelli pubblicò ad esempio due volumi della Ligue Communiste Révolutionnaire francese – La rivoluzione in Francia e Maggio 68: una prova generale – in cui l’ipotesi “insurrezionalista” era illustrata nei minimi dettagli: dal canto loro le Brigate Rosse, più di altri gruppi armati, non furono avare di parole (né di fatti) per chiarire l’ipotesi di “guerriglia partigiana” da loro sostenuta, teorizzata anche nel volumetto di George Jackson Col sangue agli occhi.
Più spesso, tuttavia, la soluzione del “Palazzo d’Inverno” era fatta propria dai militanti della sinistra rivoluzionaria, estranei alle forme clandestine, solo tacitamente, né si avvertiva la necessità di menzionarla se non in termini estremamente vaghi, quale compito futuro più o meno inevitabile su cui era superfluo interrogarsi prematuramente. Non così i gruppi armati, convinti che la rivoluzione fosse già avviata e si concretizzasse nelle loro azioni – senza soffermarsi troppo sulla distanza che separa una serie di uccisioni individuali (più o meno “illustri”) dall’abbattimento di uno Stato e dalla presa del potere da parte delle classi subalterne.

Tanta approssimazione è comprensibile se si riflette sulle condizioni che l’ipotesi del “Palazzo d’Inverno” necessariamente richiede, così sintetizzabili:

1) Fratture insanabili, sia oggettive che soggettive, all’interno della società, dovute ad una situazione fattasi assolutamente intollerabile per ampi strati sociali. Non è un caso se la maggior parte delle rivoluzioni remote o recenti si colloca in concomitanza di una guerra o di altre situazioni di crisi gravissima; oppure se è rivolta contro una dittatura inaccettabile ai più. La semplice ideologia ha prodotto nella storia molte sommosse anche estese, ma nessuna rivoluzione autentica.

2) Un ampio consenso attorno alle avanguardie rivoluzionarie o ai gruppi di insorti. Non occorre, naturalmente, che si tratti di un consenso maggioritario, quasi “elettorale”; occorre però che sia diffuso nel settori chiave della società, là dove ogni scossa ha sul resto del corpo sociale gli effetti di un sommovimento tellurico. E non deve trattarsi di un semplice consenso passivo: è necessario che buona parte degli strati coinvolti sia disposta a scendere in campo a fianco delle avanguardie.

3) Una sostanziale neutralità dei ceti medi, venata da simpatie (con episodi di partecipazione attiva) nei confronti dei rivoluzionari. Mai, in nessuna parte del mondo, il proletariato ha attuato una rivoluzione e conquistato il potere da solo. Non è un caso che quasi tutti i movimenti di liberazione assumano la denominazione di “Fronte”.

4) Un esercito debole, una parte del quale sia contagiato da simpatie per i rivoluzionari. Si tratta di un punto che non necessita spiegazioni.

5) La vigenza di un sistema di alleanze che non consenta, o procrastini nel tempo, un intervento di eserciti alleati al governo in carica. A questo fine, occorre anche che l’atto insurrezionale sia sufficientemente rapido da anticipare l’intervento esterno e, più ancora, che gli eserciti potenzialmente in grado di intervenire siano impegnati in altri quadranti.

Altre condizioni sono elencabili – tra cui la presenza di avanguardie determinate e unite negli obiettivi di fondo – ma quelle enunciate sono quelle essenziali. Tanto essenziali che è sufficiente che una sola di esse non venga soddisfatta perché la pretesa insurrezionale si traduca in pura velleità,
Ora, è abbastanza evidente che nel corso degli anni Settanta, inclusi i momenti più “caldi” e le situazioni più avanzate, la maggior parte delle condizioni del nostro elenco non si poneva.
Con l’inizio degli anni Ottanta, anche quelle che in certa misura sussistevano sono venute meno. L’ipotesi del “Palazzo d’Inverno” non regge perché, salvo eventualità davvero imprevedibili, non ha alcuna possibilità d’attuazione. Inutile coltivare illusioni in questo senso. Il tempo dei sogni è tramontato.

 

4. LE “ZONE LIBERATE”.
L’ipotesi che chiamiamo “delle zone liberate” andrebbe meglio definita “del contropotere”. Le assegnamo quel nome, circolante attorno al ’77, solo ad indicare una fase in cui il contropotere si sia abbastanza generalizzato da produrre situazioni di dualismo e da dar luogo a momenti di scontro preinsurrezionale.
Si tratta, in sostanza, dell’ipotesi che già illustrammo nella seconda parte de La sinistra negata, in riferimento alle tesi sostenute dall’area dell’autonomia”. Giunta a determinati livelli di forza, la classe operaia innesca la transizione all’interno stesso della società capitalistica, esercitando capillarmente il proprio potere nel sociale e rendendo la sovrastruttura politica sempre più simile ad un vuoto involucro.

La rottura rivoluzionaria si colloca nella fase più matura di questo processo, ed è un atto praticamente solo formale, dal momento che le classi subalterne hanno già sovrapposto alla società del capitale la propria controsocietà, perfettamente funzionante.
L’espressione “aree liberate” (diffusa nel Movimento, ma non specifica dell’area dell’autonomia) stava appunto ad indicare quel settori del sociale in cui il contropotere – esercitato attraverso la rete dei comitati giovanili, di fabbrica, di quartiere, ecc. – era più diffuso, tanto da aver preso quasi completamente il luogo del potere statale. Sembrava possibile, allora, a chi viveva in simili situazioni di punta, dare una spallata definitiva relativamente indolore, vista l’apparente latitanza del sistema.

Foto di Enrico Scuro

Lo schema era in fondo simile a quello adottato da diversi movimenti di liberazione (Irlanda, Corsica, Salvador, ecc.) impegnati a costituire nuove forme di società nelle aree sottoposte al loro controllo. L’accento era però posto non tanto sullo scontro armato risolutivo, quanto su forme articolate e diffuse di conflitto, violento e non, indirizzate appunto ad estendere e consolidare il contropotere.
Abbiamo già scritto che, a paragone di altre ipotesi, quest’ultima appariva più realistica, anche perché corrispondente ad una serie di situazioni di fatto. Ciò non toglie che, con l’inizio degli anni Ottanta e con l’opera di repressione-restaurazione ampiamente illustrata dalle puntate precedenti della Sinistra Negata, siano venuti interamente meno tutti i momenti di contropotere precedentemente instaurati dal Movimento, e carceri, scuole, caserme, ospedali, istituzioni psichiatriche siano tornati nelle mani dei padroni di sempre.

Ci si può chiedere se ciò sia dipeso da debolezze intrinseche al progetto, che ha sostanzialmente lasciato immutato il fulcro dei rapporti di forza nella società; di fatto possiamo affermare che l’operazione di riconquista delle posizioni perdute è indubitabilmente fallita a causa di un contesto di motivazioni, non ultima la profonda modificazione del contesto sociale del paese. Anche l’ipotesi delle “aree liberate” ha espresso per tutto il decennio passato tutti i suoi limiti.
Ciò significa forse dover rinunciare al concetto stesso di “sinistra rivoluzionaria”, e aderire alle regole del gioco imposte dal sistema? Oppure dedicarsi alla sola tematica ecologica, vista come condensato di tutte le contraddizioni? Crediamo di no. E cercheremo di spiegare perché.

 

5. MEZZI E FINI.
Cominciamo sgomberando il campo da un equivoco, cui noi stessi ci siamo assoggettati nelle righe precedenti. La nozione di “sinistra rivoluzionaria”, o il semplice aggettivo “rivoluzionario”, sono collegati ai fini oltre che ai mezzi. Ciò deve essere molto chiaro, trattandosi di un nodo teorico fondamentale. Grosso modo, chiameremo quindi “sinistra rivoluzionaria” un movimento che punta alla soppressione completa del capitalismo, inteso sia come sistema economico che come sistema di dominio politico-sociale, all’introduzione di forme sempre più estese di democrazia diretta e, tendenzialmente, all’abolizione delle classi e all’instaurazione di una società comunista. E che non è disposto a transigere su questi obiettivi di fondo, pur potendo di volta in volta adottare metodologie diverse per la sua attuazione.

Stabilita questa definizione, tutto diviene più chiaro: dal fatto che l’interesse esclusivo o quasi per tematiche parziali colloca oggettivamente chi lo coltiva al di fuori del campo della sinistra rivoluzionaria, fino al fatto decisivo ai fini del nostro discorso che all’interno della SR le soluzioni tattiche hanno un peso assolutamente secondario rispetto agli scopi strategici, dipendendo dalla configurazione del sociale e potendo mutare con essa.
In passato, su questo tema si è ingenerata notevole confusione. Si è, ad esempio, ritenuto più “a sinistra” chi adottava metodi più “violenti”, tanto che molti hanno rinunciato ad autodefinirsi come appartenenti alla sinistra rivoluzionaria quando le circostanze hanno imposto un parziale cambiamento dei mezzi da impiegare nella nuova fase. Ancor oggi, qualche idiota ritiene che distruggere una macchina qualsiasi durante un corteo elevi la qualità politica di quest’ultimo. Un’impostazione del genere deriva da un pregiudizio assurdo, in virtù del quale per fare un esempio paradossale – i social- rivoluzionari russi sarebbero stati più “a sinistra” dei bolscevichi, visto che i primi praticavano il terrorismo individuale ed i secondi no, o non sempre.

Foto di Enrico Scuro

È tempo di sbarazzarsi di queste sciocchezze. Ciò che ha sempre connotato i rivoluzionari di ogni paese, Italia compresa, è stata un’assoluta duttilità nell’adozione dei mezzi, ferma restando l’intransigenza sugli obiettivi di fondo e sulla necessità di raggiungerli ad ogni costo. Storicamente, invece, l’idolatria dei mezzi ha caratterizzato a sinistra (una sinistra intesa in senso lato) due sole forze: i socialdemocratici, da Bernstein in poi («il movimento è tutto, il fine è niente»), e gli anarchici individualisti. Superfluo esprimere un qualsiasi giudizio su costoro.
“Sinistra rivoluzionaria” è dunque quella sinistra che non adotta sistematicamente né la violenza né la non-violenza per il conseguimento dei propri fini, ma è pronta ad impiegare i mezzi che la realtà le detta. “Sinistra rivoluzionaria” è quella sinistra che non rifiuta per principio le riforme, ma che non le chiede, e se eccezionalmente le chiede, lo fa in vista di scopi che trascendono il sistema vigente. “Sinistra rivoluzionaria” è soprattutto quella sinistra che intende farla finita col capitalismo, e che in vista di questo obiettivo agisce in forma di movimento nel sociale, evitando le gabbie istituzionali. “Sinistra rivoluzionaria” è, insomma, quella sinistra che ritiene che il movimento sia tutto, e il fine sia tutto.

Tutto ciò può sembrare ambiguo, ideologico o astratto. In realtà, la definizione trova preciso riscontro nella storia del movimento antagonista italiano degli ultimi decenni. Si è visto il contropotere articolarsi in momenti di urto frontale, come gli scontri di piazza, le “ronde” contro l’eroina o il lavo- ro nero, le occupazioni, gli espropri, ma anche in momenti di significato simbolico (come i vecchi “mercatini rossi” di Lotta Continua), di valore politico culturale (come le feste del pro- letariato giovanile, il cinema militante, ecc.) o di proposta alternativa (come le colazioni per i bambini proletari, gli ambulatori autogestiti, i centri sociali, ecc.). L’immagine dell'”autonomo” con la spranga (o la pistola) sempre in pugno e con benzina al posto del cervello appartiene tutta al nemico, non alla memoria del movimento antagonista (e tantomeno al suo presente).
Insomma, quanto più ci soffermiamo sul passato, tanto più scorgiamo un movimento duttile nelle sue forme d’azione, la cui natura rivoluzionaria era affidata alla determinazione con cui affrontava il sistema strappandogli il sociale con tutti i mezzi a propria disposizione, pacifici o violenti che fossero. Poi vennero i gruppi clandestini, che spostarono tutto sul terreno politico-militare, ma questo è un discorso che abbiamo già affrontato.
Sta di fatto che è in quella nozione, mobile eppure coerente, di sinistra rivoluzionaria (questa volta senza virgolette) che si risolve il problema di identità per chi oggi, in condizioni tanto più difficili, intende continuare quel cammino.

(Ne La Sinistra Negata 08 seguirà la seconda puntata della Prima parte: quale sinistra rivoluzionaria?)

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui, 05  qui e 06 qui

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La Sinistra Negata 06 https://www.carmillaonline.com/2025/11/27/la-sinistra-negata-06/ Thu, 27 Nov 2025 22:54:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91644 Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.

La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi. (Seconda parte)

2. I FATTORI SOGGETTIVI.

Malgrado quanto si è detto, non ci si deve illudere che il crollo subito dalla sinistra di classe nel corso degli anni Ottanta sia stato dovuto in via esclusiva all’iniziativa dell’avversario. La storia delle classi subalterne italiane e delle loro espressioni organizzate ha [...]]]> Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.

La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi. (Seconda parte)

2. I FATTORI SOGGETTIVI.

Malgrado quanto si è detto, non ci si deve illudere che il crollo subito dalla sinistra di classe nel corso degli anni Ottanta sia stato dovuto in via esclusiva all’iniziativa dell’avversario.
La storia delle classi subalterne italiane e delle loro espressioni organizzate ha conosciuto momenti di repressione più dura (anche se non sotto il profilo della mistificazione ideologica, oggi acuta quanto mai in passato) senza che ciò comportasse un vero e proprio salto generazionale, né il formarsi di un drammatico vuoto di memoria.
È nostro avviso che, se ciò è avvenuto, la causa vada ricercata anche in debolezze interne, che hanno dettato reazioni sbagliate e confuse a quanto stava accadendo. Cercheremo di esaminare brevemente alcuni dei comportamenti dannosi e autolesivi che hanno consentito alla repressione di colpire tanto in profondità.

Durante l’emergenza.
Alla fine degli anni Settanta la sinistra rivoluzionaria coltiva un senso di potenza rasentante l’illusione dell’invincibilità. Non vi è scuola, non vi è quartiere, non vi è grande fabbrica, nelle maggiori città italiane, in cui non si respiri aria di insubordinazione. Inoltre il ’77 ha instaurato forme di socialità e
di aggregazione in gran parte sconosciute al ’68. È possibile vivere assieme, come una grande tribù, riducendo al minimo i contatti con la società “esterna”. Per molti resta indimenticabile l’enorme corteo che alla fine del 1977 si è mosso attraverso Bologna, a conclusione del convegno sulla repressione, e la sensazione respirata nei giorni precedenti di potersi quasi impadronire di una intera città.

In realtà, il potere non è stato nemmeno scalfito in nessuna delle sue strutture, per quanto terreno abbia perso nel controllo delle culture e del comportamenti. Di ciò ci si rende conto solo dopo il “caso Moro”, allorché ha inizio la repressione sistematica ed indiscriminata. La reazione di molti è la sorpresa, cui segue lo sbandamento, e anche le iniziative di autodifesa frettolosamente approntate sono del tutto inadeguate all’ampiezza dell’attacco avversario. Eppure la sopravvalutazione delle proprie forze, e la sottovalutazione delle forze altrui – primo degli errori che ci preme segnalare – continuano ad operare per alcuni anni ancora. Lo si vede allorché, nel 1980-81, inizia il grande “dibattito”  (se cosi si può chiamare) sull’amnistia.

Alcuni compagni (in particolare quelli che fanno capo alla rivista romana Assemblea, e molti di coloro che hanno trovato rifugio all’estero) vedono l’amnistia generalizzata, frutto di una campagna indirizzata in tal senso, quale soluzione del problema di quell’enorme fetta di movimento che da un paio d’anni popola le carceri italiane. Altri la giudicano invece uno sbocco di tipo riformistico, equivalente a un cedimento, e propongono una via d’uscita intermedia: una mobilitazione collettiva perché ai detenuti politici vengano concessi gli arresti domiciliari, quale premessa per una liberazione non patteggiata. Vi è infine chi ritiene riformistiche e perciò negative entrambe le soluzioni precedenti e, pur non appoggiando l’area delle formazioni armate, sostiene che la liberazione dei detenuti politici potrà risultare solo da un’azione di forza. Giudicate oggi, simili discussioni appaiono francamente demenziali, perché ispirate a una premessa demenziale: quella che il potere fosse tanto debole da concedere amnistie, arresti domiciliari o da tollerare soluzioni di forza, e la sinistra rivoluzionaria ancora tanto possente da poter imporre l’una o l’altra delle alternative.

L’esperienza degli anni successivi ha poi dimostrato che il potere é disposto ad attenuare l’emergenza e a concedere qualche brandello delle libertà sospese solo quando è ben certo di avere ridotto all’impotenza i propri antagonisti; ma l’eccessiva fiducia in se stessa che la sinistra di classe manteneva nei primi anni Ottanta la induceva a ignorare questa verità lapalissiana, dividendosi sull’opportunità di concessioni date per già acquisite, ma che nessuno era in realtà disposto ad accordare a titolo di pura elargizione.

Simile distorsione percettiva è in parte riconducibile ad un secondo errore in cui la sinistra di classe incorre negli anni bui, anche se non del tutto volontariamente. Gli arresti in massa e la presenza di tanti militanti in carcere fanno si che la tematica carceraria assorba quasi totalmente l’attenzione del compagni, rimasti in libertà, a scapito di ogni altro terreno d’intervento. Ciò è largamente comprensibile e dettato da uno stato di obiettiva necessità; questo non toglie che, sfogliando oggi le riviste di allora, si rimanga perplessi notando che il problema carcerario sovrasta praticamente tutti gli altri, che appaiono semplici appendici di quello.

L’errore di prospettiva consiste nel fatto che la situazione dei militanti incarcerati sarebbe stata di gran lunga migliore (e lo sarebbe ancor oggi) se il movimento si fosse mosso con decisione nella società, continuando la propria crescita e comunque mantenendo le posizioni già acquisite; invece la sinistra rivoluzionaria rimane immobile e con lo sguardo fisso sulle pareti delle prigioni, dove sono sì rinchiusi i compagni migliori, ma dove le possibilità di espansione sono pressoché inesistenti. Ciò fa sì che i detenuti, nel volgere di pochi anni, sentano provenire dall’esterno solo un silenzio via via più compatto, mentre chi è rimasto fuori paga le conseguenze dell’aver assunto una posizione meramente difensiva.

Ma l’indebolimento delle forze ancora libere di agire discende anche dall’incomprensione della nuova configurazione che la società sta assumendo. La sinistra rivoluzionaria, e in primo luogo quella di matrice operaista aveva a suo tempo dato scacco alla sinistra istituzionale analizzando e anticipando con enorme lucidità i processi di trasformazione che si stavano avviando: ristrutturazione industriale, diffusione a macchia d’olio del precariato, emergenza di un nuovo proletariato territoriale, e così via. Un’occhiata a riviste come Classe quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia, Primo Maggio, Metropoli, Quaderni del Territorio, Magazzino, ecc. può confermarlo. Quando però quei processi assumono ritmi vertiginosi e si impongono all’attenzione di tutti, se l’analisi resta abbastanza lucida, la capacità di muoversi con disinvoltura nel nuovo contesto viene progressivamente meno.

Vi è chi dà per liquidata la classe operaia e si rivolge in via esclusiva ai “nuovi soggetti sociali”, senza tener conto che questi ultimi hanno per forza di cose un grado più attenuato di autoconsapevolezza e non sono facilmente mobilitabili come un corpo unico; vi è, di converso, chi si aggrappa ad una centralità operaia che le cronache si incaricano quotidianamente di smentire, parlando linguaggi che già negli anni Sessanta cominciavano ad essere obsoleti; vi è chi continua a ripetere che “precario è bello”, quando il precariato che ha sotto gli occhi è frutto non di una scelta, ma di un’imposizione padronale; vi è chi parla ancora di “rifiuto del lavoro” senza preoccuparsi di precisare il significato dell’espressione, urtando nell’incomprensione di chi vede che è il padrone che gli rifiuta il lavoro.

Errori generosi e ampiamente giustificabili, che tuttavia denunciano un progressivo scollamento dal reale e un venir meno della capacità di rappresentarlo. Il terzo errore capitale della sinistra rivoluzionaria, negli anni in cui la repressione è ancora al culmine, è dunque quello di smarrire una visione lucida della propria matrice sociale, liquidando vecchi soggetti senza trovarne di nuovi, o abbarbicandosi a referenti che da tempo hanno smarrito ogni ruolo protagonistico. Il tutto nel contesto di azioni di lotta di breve respiro (micro-agitazioni studentesche, occupazioni di case, ecc.) che nella loro frammentarietà e sporadicità rivelano l’assenza di una benché minima proiezione progettuale, e che non hanno risonanza alcuna al di fuori dello spazio limitatissimo (scuola, quartiere) in cui hanno luogo.

La microconflittualità costituisce, infatti il quarto errore fondamentale della sinistra rivoluzionaria. Si inseguono momenti di scontro prescindendo totalmente dal loro valore strategico, dal loro potenziale di continuità, dalla loro capacità di contagio. L’occupazione di un vecchio immobile, indifferente a tutti salvo che al proprietario, viene spacciata come trionfo della lotta di classe; l’incendio di un cassonetto della spazzatura assurge al rango di guerriglia urbana; un modesta autoriduzione in una mensa universitaria diviene momento esaltante di illegalità di massa.

Col tempo, anche queste pallide caricature degli espropri e delle ronde proletarie degli anni Settanta finiscono col rarefarsi e con lo scomparire quasi del tutto; sia per le repressioni che innescano, sproporzionate al pretesto, sia perché senza disegno politico forte che le sorregga tutte le forme di azione diretta non sono che materia per trafiletti nella cronaca locale. Ma chi si preoccupa più di manifestare una progettualità politica, quando si oscilla tra l’iperattivismo insensato e l’inazione, mentre la riflessione approfondita è delegata ai compagni in carcere o investe quasi esclusivamente il carcere?

E qui subentra il quinto errore capitale, vale a dire la scarsa cura per la propria immagine. Cortei sempre più striminziti lanciano slogan sempre più truculenti, nella speranza che facciano vibrare d’entusiasmo le masse derelitte e affamate. Si stenta a comprendere che parole d’ordine efficaci pochi anni prima risultano incomprensibili nel nuovo contesto socio- culturale, e servono solo ad isolare e ad annebbiare l’identità reale di chi continua a ritenerle veicolo per dimostrare di essere più a sinistra di chiunque altro.

Assai giustamente, negli anni di più dura repressione il movimento ha rifiutato di prendere le distanze dai partiti armati, ritenendoli comunque più vicini a se stesso dell’avversario di classe. Ma rifiutare di denigrare l’identità altrui, per quanto pericoloso e letale sia questo rifiuto dettato da coerenza politica ed umana, non può voler dire rinunciare ad affermare l’identità propria. Invece è questo che si finisce col fare, nell’illusione che una chiarezza predominante al proprio interno sia condivisa dall’intero corpo sociale. Il che significa trascurare il fatto che quest’ultimo è condizionato da forze che hanno tutto l’interesse ad alimentare la confusione e a fare il vuoto attorno agli antagonisti spacciandoli per “fiancheggiatori”.

Nella post-emergenza.
Alcuni degli errori citati vengono corretti man mano che ci si inoltra negli anni Ottanta. Ma il terreno perduto é molto ed è difficilmente riconquistabile, anche perché il potere è nel frattempo passato dalla pura repressione alla colonizzazione delle coscienze.
La sinistra di classe è stata drammaticamente ridimensionata, tanto che è sempre più difficile riferirsi a essa come a un “movimento”; le sue idee circolano poco e male, raggiungendo solo ambiti limitatissimi e per lo più privi di una spiccata fisionomia sociale; il reclutamento di nuovi militanti si è pressoché interrotto, e comunque non è tale da garantire un ricambio.
Dato che è il momento delle realtà frammentarie, isolate le une dalle altre o con contatti solo sporadici (salvo specifici spezzoni coordinati tra loro) non è più possibile individuare errori comuni a tutti. Esistono però comportamenti erronei abbastanza diffusi da poter essere indicati come caratteristici della fase, sebbene non manchi chi si sottrae ad essi e muove verso diverse prospettive.

Bologna, proteste in Piazza Verdi contro la privatizzazione all’interno della mensa universitaria. Foto di Luciano Nadalini

Il primo di questi comportamenti è l’auto-ghettizzazione. Il potere è riuscito a costringere la sinistra rivoluzionaria entro spazi limitatissimi e ben individuati, separandola con un cordone sanitario da buona parte della società circostante. Una tendenza negativa che si manifesta spesso è quella di adattarsi a vivere e a muoversi entro questi perimetri ristretti, non avendo occhi che per ciò che accade al loro interno e perdendo quindi la corretta percezione del reale.
Nascono modi di fare, di esprimersi, di agire indecifrabili per chiunque non sia interno al gruppo, al clan, alla tribù; l’attenzione rivolta al collettivo rivale supera quella dedicata alle forze concrete che agiscono nella società; ci si crogiola nella propria “diversità” senza accorgersi che attorno nessuno la nota.

L’esito peggiore che simile distorsione prospettica può avere è quello di illudersi di mantenere una dimensione politica, mentre si è solo un gruppo di amici o poco più. E come dei topi chiusi in una piccola gabbia finiscono col divorarsi a vicenda, così buona parte della propria aggressività viene rivolta verso chi sta più vicino, e distolta dall’avversario reale. I tentativi di incontro e di confronto della seconda metà degli anni Ottanta finiscono in risse e lacerazioni molto più spesso di quanto avvenisse nel passato decennio, quando la posta in gioco era ben maggiore e i motivi di divisione ben più concreti. Non ci si rende conto che uno sguardo proveniente dall’esterno del ghetto evidenzierebbe le similitudini ed attenuerebbe le differenziazioni. Se accade il contrario è solo perché si è incapaci di guardare oltre le pareti che il potere ha costruito perché il movimento antagonista vi restasse intrappolato.

In genere, anche chi ha ben chiare le dimensioni dell’emorragia subita tende a comportarsi come se nulla fosse stato; e vedendo che un simile atteggiamento non produce risultati, riduce pian piano le dimensioni e le ambizioni della propria militanza, fino a fare di nuclei un tempo combattivi altrettanti CRAL perfettamente adattati all’esistente e a cui manca solo il biliardo per consacrarli regni della noia.

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui, 04 qui e 05  qui

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La Sinistra Negata 05 https://www.carmillaonline.com/2025/11/07/la-sinistra-negata-05/ Fri, 07 Nov 2025 22:55:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91402 Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.

La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi. La conclusione della nostra ricostruzione delle vicende della sinistra rivoluzionaria italiana, apparsa nelle due precedenti puntate de La sinistra negata, ci ha lasciato un senso di insoddisfazione. Non tanto per le molte cose che abbiamo trascurato parlando degli anni Sessanta e Settanta, quanto per aver solo sfiorato il problema [...]]]> Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.

Parte terza. Ancora sugli Anni Ottanta.

La sinistra rivoluzionaria italiana di fronte alla crisi.
La conclusione della nostra ricostruzione delle vicende della sinistra rivoluzionaria italiana, apparsa nelle due precedenti puntate de La sinistra negata, ci ha lasciato un senso di insoddisfazione. Non tanto per le molte cose che abbiamo trascurato parlando degli anni Sessanta e Settanta, quanto per aver solo sfiorato il problema cruciale: gli anni Ottanta.

Perché “problema cruciale”? Perché la reale forza, il grado di radicamento, la capacità di mobilitazione della sinistra di classe non sono seriamente valutabili sotto il profilo storico se non si tiene presente che quel movimento ha finito col crollare come un castello di carte, riducendosi a ben poca cosa nel giro di un paio d’anni.
Non fa piacere dirlo, specie per chi, come noi, in quel movimento, nelle sue tensioni e nei suoi valori continua ad identificarsi a fondo. Peggio sarebbe, però, far finta che nulla sia successo, e che la sinistra rivoluzionaria italiana mantenga ancor oggi intatta quella forza che fino a qualche lustro fa sembrava incontenibile. Aggirare i problemi è contrario al nostro metodo, che consiste nel guardare in faccia i nodi essenziali, per quanto sgradevoli possano essere. Cosi come contrario al nostro metodo è limitarci a gettare sguardi asettici sul passato, eludendo il fatto che quel passato sfocia nel nostro presente e ne modella i tratti, e che quindi è da quest’ultimo che occorre necessariamente prendere le mosse.
Abbiamo dunque deciso di continuare la discussione su La sinistra negata partendo dal punto in cui si concludeva, dagli anni Ottanta; prima con un articolo d’insieme, che precisi a volo d’uccello la mappa della nostra ricerca, poi con studi più dettagliati, affidati ai prossimi numeri, su singoli aspetti del problema. Ciò nel tentativo di abbozzare una risposta alla domanda di fondo: la crisi attuale della sinistra rivoluzionaria italiana è irreversibile, o rappresenta solo una sosta in un percorso che continua?

Il fatto che facciamo questa rivista di per sé dimostra che propendiamo per la seconda ipotesi; ma ciò non ci impedirà di vagliare gli elementi che giocano a favore dell’altra, per quanto essa ci appaia assolutamente repellente. In questo articolo iniziale esamineremo dapprima i fattori oggettivi di crisi, vale a dire i fattori esogeni, legati all’azione degli avversari della sinistra di classe, e poi i fattori soggettivi, endogeni, legati a ragioni di intrinseca debolezza.

 

1. I FATTORI OGGETTIVI.

La repressione.
In principio è la repressione. Non si può comprendere la crisi della sinistra rivoluzionaria italiana se non partendo da questo dato, anche se non basta a spiegarne tutti gli aspetti.
Gli anni Settanta si chiudono con migliaia di arresti, decine di migliaia di denunce, sequestri di periodici, incriminazioni di avvocati, giornalisti, docenti universitari, intellettuali. È la grande stagione della caccia al “fiancheggiatore”. In realtà, che nel mirino del potere non vi siano solo i gruppi armati e i loro simpatizzanti, ma l’intera sinistra rivoluzionaria italiana, da cancellare una volta per tutte, è dimostrato dal numero degli incriminati: oltre 40.000, un numero di gran lunga eccedente quello degli appartenenti all’area della lotta armata.
È questo della repressione uno di quei casi in cui l’aneddotica aiuta a comprendere la fase storica meglio di qualsiasi statistica o ricostruzione neutra. Viene arrestato un giovane che, in una pizzeria, ha scarabocchiato una stella a cinque punte su un tovagliolino di carta; negli scrutini elettorali si vagliano gli iscritti alle sezioni in cui le schede sono state annullate con scritte eterodosse, fino ad individuare ed arrestare i presunti colpevoli; a un docente universitario, Enzo Collotti, i carabinieri mettono a soqquadro la casa e sequestrano l’archivio di schede relative alle sue ricerche, riguardanti in prevalenza la storia del nazismo; la partecipazione ai funerali di una compagna caduta in uno scontro a fuoco, magari persa di vista da anni, diventa capo d’accusa e pretesto per alcuni fermi; una vecchietta ottantenne finisce dietro le sbarre per collusione con le BR (morirà subito dopo il rilascio); si sequestra persino il gioco di società “Corteo”, tanto pericoloso che pochi mesi dopo sarà rilevato dalla Mondadori; e così via. Si potrebbe continuare per pagine e pagine ad elencare episodi all’apparenza folli o grotteschi, ma in realtà coerentissimi con il progetto di giungere a una “soluzione finale” del problema dell’esistenza di una sinistra rivoluzionaria in Italia.

Episodio saliente di questa sistematica campagna di eliminazione è il caso “7 aprile”. D’un colpo solo si cerca di decapitare (riuscendovi in gran parte) la sinistra di classe italiana non sotto il profilo organizzativo, col quale gli arrestati hanno poco a che vedere, ma sotto il profilo intellettuale, criminalizzando e togliendo dalla circolazione gli studiosi che più si sono adoperati per la precisazione delle tesi dell’estrema sinistra e per conferire a quest’ultima dignità culturale: e dal momento che non si sa bene di che accusarli (i verbali d’interrogatorio dimostrano con chiarezza che magistrati e testi a carico non riescono a capire né le idee, né il linguaggio degli arrestati) si modifica più volte il capo d’imputazione cercandone uno adeguato, per poi finire col ricorrere ai “pentiti” quale unica via per uscire dal vicolo cieco. Proprio il “caso 7 aprile”, e la pletora di “casi” paralleli che gli fanno ala colpendo centinaia e centinaia di militanti, rivelano l’identità di un inedito co-regista dell’ondata repressiva: il PCI. Nell’area di quel partito si collocano i principali magistrati impegnati nella caccia alle streghe; a quel partito appartengono i testimoni a carico; attorno a quel partito gravitano molti dei docenti impegnati a denunciare i loro stessi colleghi.

La guerra contro l’estrema sinistra, una guerra di sterminio in cui ogni colpo è lecito, viene condotta dai vari Pecchioli e Cossutta (autore a suo tempo del motto «i gruppuscoli sono pidocchi nella criniera di un cavallo di razza») con una spregiudicatezza che varca i confini della denigrazione per approdare a quelli della delazione. Le sezioni del PCI si fanno carico della sorveglianza dei presunti fiancheggiatori, passano liste di nominativi alle forze dell’ordine, distribuiscono questionari formulati come vere e proprie professioni di fede, tali da rendere automaticamente sospetto chi non risponde a tono, o non risponde affatto. L’apparato inquisitorio statale ha così la copertura a sinistra che gli è indispensabile per attuare liberamente il giro di vite.

Non ci dilungheremo sugli aspetti fenomenologici della repressione, premendoci piuttosto vederne gli effetti. Per comprenderli a fondo occorre tenere presente che la sinistra di classe italiana non aveva mai avuto la struttura e la compattezza di un partito, salvo che in specifici spezzoni, ma si era sempre presentata nelle forme di un movimento, con tutti i pregi e i limiti di una tale configurazione. Ciò significa, anzitutto, che ruolo preponderante al suo interno aveva giocato, più che la compagine dei militanti “duri” e convinti, la fascia enorme dei simpatizzanti (chiamati “cani sciolti”) che si accostavano ad essa con un grado variabile di convinzione e con un’adesione che poteva rivolgersi non all’assieme delle sue tematiche, ma a questo o quell’aspetto delle stesse, o anche solo a quel clima – umano, culturale, giovanilistico, ecc. – che si respirava al suo interno o ai suoi margini.

È proprio la fascia dei “cani sciolti” ad essere la più colpita dall’ondata repressiva, che pure materialmente si abbatte in primo luogo sui “militanti”.
D’improvviso attaccare un manifesto può implicare un fermo, distribuire un volantino può significare un arresto, frequentare o aver frequentato certi ambienti può costare anni di prigione; e così collaborare a radio private, partecipare a una manifestazione, scrivere un trafiletto, esprimere un parere nel luogo sbagliato, tenere in casa un’arma giocattolo, avere certi indirizzi in agenda. Cui vanno aggiunte forme repressive apparentemente “minori” come le perquisizioni, divenute prassi costante con precipui fini di deterrenza, che specie per soggetti giovani possono comportare crisi con i familiari, discredito presso i vicini, impossibilità di tenere diari o indirizzari, stati di costante tensione (come, per inciso, avviene ancor oggi).

È logico che il timore si diffonda, che molti preferiscano rifluire nel privato in attesa che l’uragano passi, che la fascia dei “cani sciolti” si assottigli di mese in mese, esponendo chi non cede ad una repressione ancora più acuta; mentre parallelamente prende piede una cultura del sospetto e della diffidenza che è letale per le forme di socialità che il movimento era riuscito ad instaurare, e che costituivano una componente fondamentale del suo potere di attrattiva.
Comportandosi in tal maniera, lo Stato esercita semplicemente il proprio mestiere di macchina repressiva al servizio di una classe: ma molte delle “libertà democratiche” che vengono così ibernate, pur non eccedendo il perimetro di una società borghese, erano state conquistate dal proletariato italiano in decenni di lotte durissime. Accettando la loro svendita e cooperando all’azione repressiva statale, il PCI svende dunque la parte più nobile del proprio patrimonio. Credendo di uccidere la sinistra rivoluzionaria e così legittimarsi agli occhi della classe media, la sinistra istituzionale in realtà uccide anche se stessa, perché è l’idea stessa di “sinistra” ad essere colpita.

La ristrutturazione.
La ristrutturazione economica che fa da sfondo all’isteria repressiva richiederebbe una trattazione non esauribile in poche righe. La complementarietà dei due fenomeni è comunque abbastanza evidente. Anche se alla fine degli anni Settanta la composizione sociale della sinistra di classe si presenta composita, si tratta pur sempre di un movimento che ha avuto le proprie origini nelle fabbriche, e a cui le fabbriche continuano a fornire buona parte dei militanti più decisi e preparati. Ora, l’azione repressiva di tipo poliziesco, se si esercita in ogni campo, risulta più efficace nei confronti dei soggetti radicati prevalentemente nel sociale, e cioè delle componenti studentesche, giovanili e marginali estranee alla produzione, la cui fmoltiplicazione territoriale è assicurata da meccanismi che vanno oltre il rapporto produttivo diretto, investendo un ventaglio di fattori culturali, comportamentali o ambientali. È invece il rapporto produttivo immediato che deve essere incrinato, se si vuole impedire la riproduzione di quei segmenti di classe Qui operaia che assicurano al movimento antagonista, se non il suo profilo globale, la sua continuità.

Gli anni Ottanta vedono affiancarsi al decentramento produttivo interno e al lavoro nero e precario, tipici meccanismi di recupero del profitto del decennio precedente, un intensificato decentramento produttivo internazionale, accompagnato dall’introduzione massiccia di innovazioni tecnologiche tali da ridurre drasticamente non solo l’entità numerica, ma il peso della forza-lavoro. Si diffonde non tanto e non solo la disoccupazione, quanto piuttosto la minaccia della disoccupazione; nel senso che il capitale, cui è come non mai legittimo attribuire un profilo omogeneo, si dota di strumenti tali da far capire agli operai che può in qualsiasi momento prescindere dalla loro presenza attiva nel processo produttivo, sostituibile con l’apporto lavorativo a basso costo dei reparti decentrati al Terzo Mondo, sede delle tecnologie mature tuttora indispensabili, o con la pura e semplice automazione, capace di assorbire le produzioni ad alto tasso tecnologico.
Se il livello d’inflazione è talora termometro indiretto della forza operaia, come taluni non a torto sostenevano in un recente passato, il suo progressivo abbassamento nel corso degli anni Ottanta, indice di una flessione della domanda, segna la drastica emorragia contrattuale della forza-lavoro della grande industria, ricattata dallo spauracchio di un’esclusione dalla produzione e compressa dall’emergere di un esercito di quadri, di tecnici e di figure intermedie di cui una situazione di tecnologia avanzata esalta la funzione.
Tutte le conquiste operaie ottenute a partire dell’autunno caldo vengono vanificate nel giro di pochi anni: nelle fabbriche ritorna la legittimità di licenziare al minimo pretesto, viene reintrodotta la più ampia mobilità, cala una cappa di disciplina militaresca, sono sfrontatamente lesi i più elementari diritti sindacali; infine, a coronamento del quadro, viene prima ridimensionata e poi liquidata la scala mobile, ultima e quasi simbolica barriera alla recuperata onnipotenza padronale.
Ancora una volta, l’operazione di sterminio delle avanguardie può contare su un complice occulto (ma non poi tanto): il sindacato. La rivincita del capitale non avrebbe potuto aver luogo se, con l’adozione della cosiddetta “linea dell’EUR,” il sindacato non si fosse fatto carico di un contenimento della conflittualità entro limiti compatibili con un recupero di forze da parte del padronato, e ciò in cambio di un’illusoria cogestione dell’economia e di una altrettanto illusoria prospettiva di benessere generalizzato in presenza di alti livelli di profitto (la più vecchia e scontata delle bugie del liberalismo).
L’acquiescenza al licenziamento di 61 avanguardie di lotta della FIAT, in anni in cui è ancora possibile contrastare operazioni del genere, è l’inizio di una catena di cedimenti dapprima volontari, e poi sempre più spesso obbligati, via via che il padronato recupera, col consenso sindacale, quella forza che nel corso degli anni Settanta sembrava definitivamente incrinata.
Anche in questo caso la sinistra si suicida, credendo così di acquisire legittimazione e di avere accesso a una porzione di potere. Quando il sindacato si accorge (solo parzialmente) dell’errore commesso è troppo tardi: il padronato ha ripreso completamente il controllo della fabbrica, la classe operaia sta disperdendosi nel settore dei servizi dequalificati e mal retribuiti, lasciando dietro di sé nuclei indeboliti e grati del salario irrisorio che viene loro elargito, e i pensionati sono gli unici soggetti che le organizzazioni sindacali possono ormai mobilitare.
Si scorge in tutto ciò il vecchio errore di fondo della sinistra istituzionale: la convinzione che il capitale sia incapace di pianificazione, e possa superare le proprie crisi solo con l’ausilio del movimento operaio, il quale ultimo è così legittimato ad ottenere in cambio fette di potere. Illusione che l’estrema sinistra aveva sempre contestato sostenendo l’esatto opposto, e cioè che il capitale odierno è anzitutto capacità di previsione e di programmazione, e che compito primario delle forze antagoniste è bloccare questa sua funzione vitale.
Incapace di comprendere questa verità elementare e prigioniero del dogma riformista, il sindacato consegna se stesso e la classe operaia a una ristrutturazione da tempo pianificata per cancellare dalla scena italiana entrambi i soggetti. Mentre la sinistra rivoluzionaria, decimata e braccata, non ha più voce nemmeno per gridare un platonico «ve l’avevamo detto».

Le culture sociali.
Se eliminare fisicamente un protagonista sociale è relativamente facile, meno facile è cancellare persino il ricordo delle sue idee, in modo che non abbiano più a riproporsi. Se il potere ha successo in questa sua operazione, tanto da creare quel salto di generazioni oggi cosi palpabile e quel vuoto di memoria e di cultura che rappresenta la principale caratteristica degli anni Ottanta, lo si deve sia agli effetti collaterali della ristrutturazione avviata in campo economico-sociale, sia ad un progetto preciso e sapiente di riconquista del terreno culturale, sotteso da un voluto e irreversibile travaso dell’ambito sovrastrutturale in quello strutturale.
Gli “effetti collaterali” di una ristrutturazione industriale tesa al risparmio di forza-lavoro sono facilmente intuibili. L’allargamento mostruoso dell’area della disoccupazione e di quella del lavoro mal retribuito, specie nel settore del servizi minori, ha un effetto deterrente che eccede il perimetro della fabbrica per estendersi all’intera società. Se la classe operaia, svenduta dalle sue organizzazioni, è sulla difensiva e si scinde in una miriade di singoli individui disposti ad accettare qualsiasi condizione salariale e normativa pur di preservare un’occupazione decorosa, per segmenti giovanili presto destinati a divenire maggioritari l’obiettivo di un posto ben retribuito, o comunque di un posto, è tale da trasformare l’iter scolastico o l’apprendistato lavorativo in una corsa individuale, le cui regole sono l’adesione acritica ai valori dominanti e la conflittualità esasperata tra i concorrenti. Si incrinano così, fino a crollare, le culture basate sulla solidarietà, sulla cooperazione, sull’idea elementare che ciò che non è alla portata di un singolo può ben essere alla portata di un gruppo; mentre si diffondono a macchia d’olio sottoculture aventi al centro l’idea di supremazia individuale ed il disprezzo anche morale per il perdente, un tempo tipiche del solo mondo anglosassone.

Non è un caso se durante gli anni ’80 il “rambismo” in tutte le sue varianti, emblema di conflittualità interindividuale condotta allo spasimo, assume un posto preminente nell’immaginario collettivo, mentre la croce celtica si afferma come espressione prevalente nella simbologia giovanile, e ciò non tanto per le sue derivazioni ideologiche (l’estrema destra subisce la crisi delle ideologie al pari della sinistra), quanto piuttosto come indice di pura e semplice volontà di sopraffazione e di arrogante qualunquismo.
Va notato, a beneficio di chi persevera nell’illusione di un capitale acefalo, che gli “effetti collaterali” descritti erano stati a suo tempo previsti e teorizzati a grandi linee. Prima gli economisti monetaristi, poi i loro rozzi epigoni fautori della “economia dal lato dell’offerta” (supply siders economists), avevano descritto gli effetti di “stimolo” che una momentanea carenza di possibilità occupazionali avrebbe avuto sulla classe operaia, spezzandone la forza organizzata ed abbassando i costi della forza-lavoro, con effetti di fluidificazione del mercato. Se la ricetta da loro proposta consistente in una drastica riduzione dell’intervento statale e nell’abbandono delle aziende “decotte” – oltre ad azioni restrittive della massa monetaria – trova applicazione integrale solo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, buona parte dell’Occidente ne adotta brandelli o singoli aspetti, riducendo taluni benefici sociali della spesa pubblica e privatizzando quanto è possibile privatizzare.
Un’ideologia reazionaria e restauratrice induce quindi a scompaginare, con una gamma di strumenti che vanno dall’automazione alla privatizzazione selvaggia, le file della classe operaia, e l’erosione di quest’ultima conduce alla diffusione di un’ideologia restauratrice e reazionaria nell’intero corpo sociale, con effetti di progressivo imbarbarimento civile.
Da ciò emerge che buona parte dei tristi connotati degli anni Ottanta in Italia non sono riconducibili alle sole peculiarità nazionali, ma si ricollegano agli inizi e agli sviluppi della cosiddetta “era Reagan”, che segna l’apertura di una fase storica contrassegnata dalla generalizzazione delle culture asociali, utilitaristiche e competitive, sintomo, causa ed effetto dello smembramento delle forze antagoniste.

L’industria culturale.
L’offensiva culturale scatenata dal potere non è però limitata agli esiti indiretti delle scelte di ristrutturazione, e nemmeno affidata al solo propagarsi del reaganismo. Accanto a queste direttrici maggiori, che conferiscono agli anni Ottanta le loro caratteristiche salienti, si hanno forme di intervento diretto nel terreno culturale indirizzate ad una normalizzazione del tutto complementare alla repressione in atto. Che tutto ciò risponda ad un preciso progetto non è considerazione suggerita da elucubrazioni dietrologiche alla Pendolo di Foucault (titolo che citiamo non a caso, ma quale estremo prodotto degli anni del riflusso), bensì constatazione che scaturisce dalla semplice analisi dei fatti.
Sostanzialmente, l’opera di restaurazione culturale agisce secondo sette linee prevalenti, così riassumibili: a) demonizzazione delle culture antagoniste: b) imposizione di un punto di vista ideologico presentato quale anti-ideologia; c) educazione all’accettazione acritica dell’innovazione tecnologica; d) selezione del ceto intellettuale; e) corruzione del ceto intellettuale preesistente; f) demolizione e successiva sussunzione in forme alterate di aspetti della cultura di sinistra: g) censura diretta. Tutte le linee di tendenza citate operano simultaneamente. E’ solo per comodità, e per ragioni di chiarezza, che le esamineremo brevemente una ad una.

a) La prima operazione ad essere attuata dal potere – prima non in ordine cronologico, ma in ordine di priorità – è la demonizzazione delle culture ad esso avverse. Il pretesto è il terrorismo, particolarmente comodo perché permette in qualsiasi momento uno scivolamento dal terreno della discussione alla sfera giudiziaria.
Elevata la lotta al terrorismo a massima emergenza nazionale, si cerca di criminalizzare, agli occhi dell’opinione pubblica, non solo le tesi cui i fautori della lotta armata si ispirano, ma tutti i filoni teorici che, prevedendo un’acuta contrapposizione tra le classi, con quelle tesi presentano una seppur minima attinenza. Prima ad essere colpita, in questo caso senza discussione alcuna, è come si è già visto l’area intellettuale vicina all’autonomia operaia, di cui si ottiene il silenzio arrestandone o costringendone all’esilio i più noti esponenti.
Ma non è che l’inizio. Dopo l’autonomia e i suoi “cattivi maestri”, l’atto di accusa del sistema e dei suoi strumenti di comunicazione si estende a tutte le forme di cultura antagonista degli anni Settanta, presentate come matrici di violenza e di indiscriminati spargimenti di sangue. Sul banco degli imputati, in questo caso metaforico, finiscono non solo gli scontri di piazza del passato decennio, ma persino le battaglie sindacali di quel periodo (definite “estremistiche”) o la politica allora condotta dai partiti di sinistra.

Parallelamente, le esperienze dei paesi a “socialismo reale” (con cui la sinistra rivoluzionaria italiana ha poco a che vedere, essendo sempre stata duramente critica nei loro riguardi), vengono deformate fino a metterne in rilievo i soli aspetti negativi, indicati quale necessario portato di ogni concezione egualitaria. L’operazione viene poi dilatata fino ad includere il concetto stesso di rivoluzione, presentato quale aberrazione storica che, in qualsiasi epoca e sotto qualsiasi latitudine, produce solo oceani di sangue.
Infine è la nozione di “ideologia” (usata contro il marxismo, che pure rifiuta simile definizione) a cadere nelle grinfie degli inquisitori. Chiunque indaghi sotto la superficie delle cose, o cerchi razionalità che non coincidono con l’apparente, viene collocato di peso nel campo di coloro che propugnano il terrorismo, la divisione in classi e il “socialismo reale”, e dunque nel girone degli omicidi potenziali. Non è un caso che alla fine degli anni ’80 il rettore dell’Università di Bologna Fabio Roversi Monaco, sia ricorso a reiterati inviti alla questura affinché indagasse su «eventuali basisti delle Brigate Rosse all’interno dei collettivi universitari»; ciò nel tentativo di liberarsi di un movimento studentesco che, attraverso programmi di didattica alternativa e iniziative pubbliche di attacco al progetto di autonomia universitaria, aveva creato in quel periodo una partecipazione studentesca così vasta ed intensa da preoccupare le gerarchie accademiche impegnate nei fasti celebrativi del IX° centenario dell’ateneo.
Una generazione viene così ossessivamente addestrata ad associare sangue e cambiamento, sangue e riflessione, sangue e capacità d’indagine, sangue e ribellione.

b) Si è già detto che la repressione culturale sfocia nella messa sotto accusa del concetto stesso di “ideologia”, intendendo ambiguamente con l’espressione qualsiasi corpo dottrinario o sistema interpretativo non teso a legittimare l’esistente. In cambio viene proposta una presunta anti-ideologia, in realtà più ideologica che mai, che esclude ogni suggestione utopica riconoscendo solo la dimensione del quotidiano, ed identifica il progresso con la soluzione del problemi spiccioli che non escono dal quadro socio-istituzionale dato.
È una sorta di no future padronale, in cui la morale oscilla tra il cinismo e l’innocua carità di matrice cristiana, la politica tra il disimpegno, il partitismo più bieco e l’impegno su temi parziali e circoscritti, la cultura tra la pura evasione e l’attenzione a una forma che non racchiude alcuna sostanza. Il vero intellettuale, il “buon maestro”, in simile contesto, diviene il giornalista più o meno sponsorizzato, detentore della sola chiave interpretativa della realtà ritenuta valida: il “buon senso” dei tempi andati, riproposto quale massima espressione di modernità. Descrivere e non interpretare è la direttiva primaria imposta a chi deve orientare una società chiamata ad accettare e non discutere.

c) Proprio la funzione del giornalista gioca un ruolo cruciale nell’introdurre in maniera indolore innovazioni tecnologiche capaci di produrre contraccolpi sociali dal costo umano altissimo. In nessun paese come in Italia le tecnologie fondate sull’automazione e l’informatizzazione vengono accolte da un tale coro di osanna da far pensare all’avvento di un nuovo Rinascimento. Giornalisti come Giorgio Bocca alternano invettive contro le situazioni di lavoro in cui la classe operaia cerca di difendere conquiste quasi secolari (vedi il porto di Genova) ad entusiastici reportages su fabbriche azionate da un solo operaio, su computers in grado di sostituire interi uffici, su minuscole officine capaci di produrre quasi quanto la FIAT.
È un delirio di felicità, un’infatuazione collettiva, un’esplosione di giubilo che travolge l’obsoleta preoccupazione di chi si chiede che fine possa fare la manodopera sostituita, e come mai un progresso tecnologico che potrebbe operare a beneficio dell’intera collettività incrementi invece i profitti di alcuni e la povertà di molti.

Domande inattuali, banali, vecchiette, in un quadro che vede la cosiddetta “imprenditorialità” assurgere al rango di valore, e il linguaggio Basic, con la logica binaria che lo sottende, a massima espressione di intelligenza, da insegnare anche ai neonati. Nessuno rileva che l’informatica sostituisce solo le operazioni più ripetitive, e che il suo invadere il tempo libero giovanile rappresenta una scuola di stupidità collettiva. Poco importa: per la pseudo-intellettualità italiana il computer è l’uomo dell’anno” (non l’hanno detto anche gli americani?), prototipo meccanico dell’umanità che il capitale predilige.

d) Per modificare la mentalità collettiva non basta però operare a basso livello: occorre selezionare un corpo intellettuale che legittimi ai livelli più alti l’operazione, sostenendola col peso del proprio prestigio ed indicando i futuri campi cui può essere estesa. Tralasciando il già citato settore giornalistico, terreno privilegiato su cui incidere è l’università, sia perché in Italia sembra non darsi cultura fuori dell’università, sia perché proprio in essa, nel corso degli anni Settanta, si erano manifestati alcuni dei fermenti che nel decennio successivo si intende spegnere ad ogni costo.
Trascorsa la fase della repressione brutale e diretta, i cui risultati sono solo parziali, il potere sceglie la via della sottigliezza. Intanto, come ha acutamente rilevato Sergio Bologna, copre di denaro il corpo docente facendone un nucleo di vestali cariche di privilegi cui si accede attraverso concorsi apertamente truccati (e dunque per cooptazione, in modo che l’élite riproduca eternamente se stessa). Inoltre, seguendo un progetto che viene via via precisandosi, si punta a privilegiare una concezione utilitaristica del sapere, ponendo al centro della funzione universitaria le facoltà nelle quali più facile è l’aggancio con l’industria privata (umanistiche o scientifiche che siano) e che dunque possano divenire culla di quella “cultura d’impresa” di cui tutti parlano senza saperne precisare i tratti.
Il progetto, che ha il suo coronamento chiassoso e volgare nella concessione di lauree ad honorem ad industriali e finanzieri colti quanto delle zucche, è analogo a quello che in Francia e altrove ha abbassato il livello degli studi universitari al disastroso standard statunitense; ma mentre in quei paesi non mancano autorevoli voci di protesta, il ben ammaestrato corpo accademico italiano fa a gara per inchinarsi allo strozzino di turno coronato d’alloro, chiamandolo a tenere conferenze e cicli di lezioni e ascoltando devotamente nelle aule magne la parola e le reprimende della Confindustria.
Tutto ciò non è privo di riflessi sul piano strettamente scientifico. Nelle facoltà di Economia e Commercio persino Keynes viene espulso a calci, mentre due terzi delle lezioni riguardano il tran tran quotidiano dell’azienda di papà, altrimenti detto marginalismo; le filosofie della “crisi della ragione” e poi del “pensiero debole” si impongono anche ai non specialisti come il tema del momento; la microstoria e la reazionaria nouvelle histoire muovono dalle cattedre per conquistare anche le pubblicazioni divulgative vendute in edicola (Storia e dossier, Prometeo, Storia Illustrata); e così via. Non c’è praticamente campo del sapere che non venga inquinato dalla furia restauratrice spacciata per anti-ideologia; e il corpo docente viene premiato non solo con le ricompense materiali cui si accennava, ma anche con un accesso ai mezzi di divulgazione un tempo riservato a pochissimi eletti.

e) Oltre a selezionare un corpo intellettuale funzionale alla restaurazione, il potere fa largo uso dell’arma del “pentitismo”, e cioè di una forma di corruzione mascherata. Le pagine dei giornali, gli schermi televisivi, le vetrine delle librerie si affollano di reduci del ’68 e degli anni successivi che si affannano a spiegare quanto ha sbagliato la sinistra, estrema e non, e quanto invece è bello l’attuale stato di cose, che solo un pazzo potrebbe pensare di modificare al di fuori dei limiti consentiti dal sistema stesso. Il tutto spacciato come esempio di grande libertà intellettuale, allorché costituisce solo un adeguamento alla moda e a quanto il padrone richiede.

È una parata indecorosa di squilibrati (come tale Mughini Giampiero, già direttore di un’oscura Giovane Critica e poi di vari partitini m-l, promosso ipso facto presentatore televisivo), di opportunisti, di professionisti dell’abiura, di logorroici, assoldati per essere esposti in vetrina a condannare le generazioni passate e ad ammonire quelle future, cantando le virtù del profitto e condannando tutte le rivoluzioni, da quella francese in poi. In cambio viene concesso loro di uscire dal silenzio (la cosa che più temono) e di diventare titolari di rubriche, editorialisti, docenti, saggisti acclamati, consiglieri politici.
Chi gestisce l’operazione è in primo luogo il PSI, che arruola in massa simili personaggi e finanzia il passaggio da Lotta Continua (quotidiano) a LC, poi divenuto “Reporter”, vero e proprio portavoce ufficiale del riflusso; ma anche radicali e verdi fanno la loro parte.
Caratteristica di questi soggetti è accusare i propri ex compagni, che di sicuro hanno meno responsabilità di loro, infierendo contro di essi proprio nel momento in cui non c’è organo dello Stato che non infierisca a sua volta. Salvo talora, come nel “caso Sofri”, divenire vittime inattuali di settori particolarmente reazionari della magistratura, e allora guardare il padrone con gli occhi del cane che non capisce perché lo si prenda a calci, lui che è tanto buono e ubbidiente.

f) Tipico di un sistema repressivo “intelligente”, e cioè non guidato dalla sola istintualità, è assorbire deformandoli aspetti della cultura che sta distruggendo. Già nel corso degli anni Settanta era avvenuto qualcosa del genere, ad esempio con la distorsione della libertà sessuale rivendicata nel ’68 in pornografia, e cioè in un’antitesi dotata delle forme apparenti dello sviluppo logico. Lo stesso avviene negli anni Ottanta, non tanto e non solo ad opera dello Stato, quanto piuttosto per iniziativa del capitale privato.
Rimandando ad uno dei successivi articoli una disamina più approfondita del tema, ci limitiamo a ricordare come le radio libere (allora così chiamate con cognizione di causa) e gli stessi videotapes iniziassero ad essere diffusi in Italia per iniziativa della sinistra di classe, quali esempi di comunicazione antagonista, precorsi e divulgati da teorici dell’uso alternativo dei media come Roberto Faenza e Pio Baldelli (quest’ultimo poi catalogabile tra i soggetti di cui alla lettera e).
Con gli anni Ottanta non solo Berlusconi e soci si appropriano di quegli strumenti, ma assumono personaggi particolarmente creativi nel decennio precedente, inserendoli nelle proprie reti di comunicazione. L’ironia, l’amore per il paradosso, il peculiare umorismo proprio del movimento nel suo lato “esistenziale”, vengono così travasati in trasmissioni e spettacoli all’insegna del qualunquismo e del disimpegno e trasformati, da veicolo di critica, in strumenti di pura evasione del tutto organici alle forme in cui si stanno rimodellando la società e la mentalità collettiva.

g) Da ultimo (ma non in senso cronologico) si integrano i metodi più complessi di riconquista dello spazio della cultura e della comunicazione con la censura diretta. Mentre tutti i maggiori organi di stampa, con l’avvio degli anni Ottanta, tacciono sistematicamente sulle lotte e le manifestazioni che hanno a protagonista la sinistra rivoluzionaria (salvo che in caso di scontri), vengono boicottati ed emarginati libri e pubblicazioni che ad essa fanno riferimento. È il caso, per fare un esempio, dei romanzi di Nanni Balestrini, che per quante copie vendano non ottengono alcuna recensione. Ma se Balestrini riesce bene o male a farsi pubblicare, altri autori urtano contro il muro di case editrici convertitesi ad una produzione innocua prima ancora che il mercato lo imponesse (Feltrinelli, Mazzotta, ecc.).
L’esempio più clamoroso riguarda però il cinema. Film che disturbano per il loro contenuto antiamericano (come Urla di guerra dal Nicaragua e Walker) vengono acquistati, tradotti e mai distribuiti; il film Stammheim (a dire il vero bruttissimo) viene sì distribuito, ma sottoposto a un assurdo divieto ai minori di 18 anni che oggi si riserva solo alla peggiore pornografia. Di recente, Gli invisibili di Pasquale Squitieri, unica pellicola che tratti onestamente del ’77 e degli anni della repressione, è divenuto a sua volta invisibile, dopo una permanenza in prima visione tanto breve da non consentire alcuna valutazione delle sue possibilità commerciali.
Come si dovrebbe aver compreso, ben pochi dei punti da noi elencati possono essere attribuiti al caso o all’iniziativa di singoli. Si tratta invece di misure adottate in forma coordinata e simultanea in tutti i settori della cultura, di cui per la prima volta il capitale coglie a fondo l’importanza strutturale ai fini della difesa del sistema, e dunque dell’estrazione del profitto.
L’industria culturale si sviluppa enormemente, assorbendo una massa abnorme di operatori e divenendo uno degli assi strategici dell’intero decennio. Il tempo libero accresciuto dall’automazione non ha quindi modo di favorire atteggiamenti “sovversivi” (minaccia per il capitale già adombrata da Marx nei Grundrisse), dal momento che viene completamente invaso dagli strumenti di condizionamento allestiti dal potere.

(Segue nella prossima puntata la Terza Parte, I FATTORI SOGGETTIVI)

Le puntate precedenti le trovate: 01 qui, 02 qui, 03 qui e 04 qui

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Distruggi il male https://www.carmillaonline.com/2025/04/22/distruggi-il-male/ Mon, 21 Apr 2025 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87658 di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico. La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata [...]]]> di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico.
La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata ai tempi dell’occupazione nazista e della Resistenza. Ne nasce un’avventura fantastica in cui sono in gioco la vita, la morte, la salvezza della Terra e il desiderio di una società libera dallo sfruttamento e dalla tristezza.
Per gentile concessione dell’editore si riporta di seguito il primo capitolo di Distruggi il male, il nuovo romanzo di Luca Cangianti (DeriveApprodi, 2025, pp. 128, € 15,00).]

Oggi. Val di Susa

«Fanno troppo schifo! Niente primi piani, altrimenti la gente vomita e cambia canale». La giornalista si rivolgeva alla regia, ma aveva urlato nel microfono ed era andata in onda.
L’uomo si avvicinò allo schermo per distinguere meglio le immagini. Le creature uscivano dal tunnel e dilagavano nella valle tra i piloni dell’autostrada. Emettevano suoni gravi che increspavano l’acqua nelle vasche di raffreddamento. I bacini servivano a contenere le temperature prodotte dallo scavo.
Scosse la testa e rimase interdetto. Il pulviscolo scorreva nel raggio di sole che attraversava il salotto fino agli scaffali carichi di libri. Erano disposti senza cura. Sul divano dell’Ikea era appoggiato un portacenere, nell’angolo cottura le stoviglie sporche battevano sulle pareti del lavello. Il lampadario dondolava.
Il rombo degli elicotteri da combattimento attirò la sua attenzione. Guardò fuori dalla finestra e scorse l’ultimo velivolo della formazione. La regia trasmise le riprese dall’alto: le maestranze del cantiere uscivano dalle cabine degli escavatori lasciando le portiere aperte. Alcuni si mettevano alla guida di pulmini che risalivano la strada, altri si rifugiavano in un edificio dal tetto verde.
L’uomo uscì di casa, percorse una via lastricata di sampietrini, passò di fronte a una fontanella e raggiunse il centro del paese: alcune case avevano i tetti d’ardesia, altre balconi di legno. Svoltò per una via che scendeva a zig zag verso la Dora. Gruppi di giovani correvano nella stessa direzione. Sul muro del terrapieno qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali: «LA VALLE NON VI VUOLE».
Attraversò il ponte e vide il vecchio murale sbiadito: figure umane a carponi si cibavano del denaro defecato da chi le precedeva. Il checkpoint della centrale idroelettrica era deserto. Al bivio prese la strada che saliva costeggiando le vigne. Le vibrazioni assordanti adesso si mescolavano al rumore metallico della battitura. Si coprì le orecchie con le mani. Al museo archeologico di Chiomonte centinaia di dimostranti percuotevano le recinzioni del cantiere. Una donna sventolava una bandiera bianca con un treno sbarrato da una croce rossa. Alcuni giovani indossavano il casco: agganciarono le grate con uncini fissati a corde robuste e iniziarono a tirare. Il camion idrante della polizia bersagliò i ragazzi. Quattro attivisti portarono una lastra di plexiglas per usarla come protezione. Le corde furono afferrate da altre decine di persone. Le recinzioni caddero al suolo accompagnate da un boato di urla. I militari spararono i candelotti, i dimostranti lanciarono pietre e bottiglie. Partì una carica, gli attivisti indietreggiarono. Alcuni rimasero al suolo.
L’uomo fuggì lungo un sentiero in salita. Si sostenne a un arbusto per riprendere fiato. Chiuse gli occhi per qualche secondo, poi guardò in basso oltre il terrapieno realizzato con i detriti dello scavo.
La vallata era colma di filamenti arancioni che galleggiavano a mezz’aria tra i fumi dei gas lacrimogeni.

[Luca Cangianti e Giovanni Acquarulo (giornalista Rai) dialogheranno su Distruggi il male il 23 aprile 2025 alle 19.00 presso la Libreria Caffé Giufà, via degli Aurunci 38, Roma]

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Le contraddizioni e le moderne intuizioni di un editore militante https://www.carmillaonline.com/2024/01/10/la-contraddittoria-rete-di-un-editore-rivoluzionario/ Wed, 10 Jan 2024 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80486 di Sandro Moiso

Davide Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, pp. 288, 20 euro

Molto si è scritto, detto e discusso a proposito della lotta armata in Italia, attraverso saggi, articoli, dibattiti e testimonianze di vario indirizzo, calibro e dalle finalità non sempre limpide. Così si è scritto e discusso di formazioni molto note, altre meno, alcune importanti e altre al limite della visibilità politica e mediatica, mentre una è rimasta a lungo ai margini delle ricerche, anche se centrale per la comprensione di ciò che quell’andare “alle armi” rappresentò per i movimenti antagonisti [...]]]> di Sandro Moiso

Davide Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, pp. 288, 20 euro

Molto si è scritto, detto e discusso a proposito della lotta armata in Italia, attraverso saggi, articoli, dibattiti e testimonianze di vario indirizzo, calibro e dalle finalità non sempre limpide. Così si è scritto e discusso di formazioni molto note, altre meno, alcune importanti e altre al limite della visibilità politica e mediatica, mentre una è rimasta a lungo ai margini delle ricerche, anche se centrale per la comprensione di ciò che quell’andare “alle armi” rappresentò per i movimenti antagonisti e i militanti rivoluzionari dei primi anni ’70 e del lungo decennio successivo: i Gruppi di Azione Partigiana (Gap), ideati, fondati e finanziati, fino al momento della morte, da Giangiacomo Feltrinelli.

Una formazione, quella analizzata nel testo pubblicato da DeriveApprodi, spesso trattata a livello di ipotesi oppure di illazioni che, spesso, sono andate dalle narrazioni complottiste sui servizi segreti dell’Europa Orientale e i loro rapporti con l’editore milanese a quelle, più o meno benevole, che discettavano a proposito di una sorta di infantilismo politico dello stesso. La cui scelta politica è stata in alcuni casi vista quasi come la realizzazione del desiderio di un uomo che, con la sua straordinaria ricchezza, dopo aver provato tutto avrebbe voluto provare anche il brivido dell’azione “partigiana”.

Finalmente l’opera di Davide Serafino – assegnista presso la SNS di Pisa, borsista presso la Fondazione Burzio di Torino, l’IISS di Napoli e il DHI di Roma e che si è occupato dei fenomeni della violenza politica e della lotta armata in Italia attraverso la sua tesi di dottorato, La lotta armata a Genova. Dal Gruppo 22 ottobre alle Brigate rosse (1969-1981), da cui è stato tratto il volume La lotta armata a Genova (1969-1981) – che ha potuto avvalersi della testimonianza diretta di un gappista mai precedentemente identificato, ma che ebbe un ruolo di primaria importanza nei Gap e che lavorò a stretto contatto con Giangiacomo Feltrinelli finendo col diventarne quasi il braccio destro, costituisce un valido documento per la ricostruzione della storia di quella formazione e del percorso politico-militante di una figura complessa come fu quella dell’editore, fino alla mattina del 14 marzo 1972, ultimo giorno della sua vita.

Il testimone, a lungo silente, è un ingegnere oggi ottantacinquenne, Vittorio Battistoni, la cui dettagliata testimonianza, anche su precisi aspetti tecnici dell’operato dei Gap, ha permesso allo storico di ricostruire nel dettaglio una vicenda che pur avendo incrociato quelle delle più importanti formazioni del periodo, come Potere operaio e le Brigate rosse, e di organizzazioni «minori», come quella genovese del Gruppo 22 ottobre, sembrava essere rimasta ai margini degli studi sulle pratiche politiche di quel periodo.
Come afferma Giorgio Moroni nell’iniziale nota editoriale:

Succede assai raramente che un improvviso squarcio di luce sottragga alle tenebre, e in modo definitivo, le dinamiche e le ragioni di episodi e di eventi tra i più clamorosi e significativi della storia, la cui vera natura è occultata dalle risultanze giudiziarie e i cui contorni sono resi misteriosi o impenetrabili da ipotesi complottiste di maniera, condite dall’intervento dei Servizi segrati “deviati” o di agenti al soldo di potenze straniere […] Questo testimone diretto si è anche rivelato in grado, con le sue meticolose ricostruzioni, di riprodurre la temperie dei primi anni Settanta e di trasferirla inalterata allo storico Davide Serafino1.

Ecco allora che la prima cosa da segnalare, ancora più della ricostruzione dei fatti la cui scoperta, da parte di chi scrive queste poche note, si preferisce lasciare al lettore per non rovinare la lettura di un libro spesso emozionante, è la validità di un metodo che, in qualche modo, rivaluta una sorta di oral history, la storia orale (trattandosi di testimonianze raccolte durante lunghi incontri personali tenutisi a Chiavari) come unico strumento, o quasi, valido per superare i limiti sia della storia documentaria ricostruita attraverso le veline dei giornali oppure gli atti e le inchieste della magistratura, degli archivi di polizia o, ancora, del loro diretto equivalente politico: gli scritti, i documenti e le testimonianze prodotti dalle organizzazioni politiche oppure dai loro più visibili e noti dirigenti e rappresentanti. Quasi sempre orientati, questi ultimi, a sottolineare la continuità ideologica oppure la coerenza individuale dei maggiori protagonisti più che a illuminare la complessità dei fatti che hanno contribuito a determinare un certo momento storico e una scelta politica derivata, invece spesso, da mille contraddizioni e sovrapposizioni di ipotesi, comportamenti e azioni.

Una storia dal basso, si potrebbe dire, che è l’unica e sola capace di illuminare non solo i vertici, ma anche il contorno sociale, culturale e politico di ogni singola vicenda e dei suoi protagonisti anche minori e meno noti. Storie che magari languiscono per decenni negli scantinati della memoria collettiva e individuale, ma che quando ritornano alla luce, spesso “illuminano” il passato più di tante altre ufficiali o più note al pubblico dei militanti o dei media, rivelando possibilità interpretative più vicine alla concreta realtà dei fatti che non alla loro manipolazione ideologica o istituzionale e poliziesca.

Come scrive Serafino nell’introduzione:

Questa ricerca non vuole essere “solamente” una ricerca sulla figura di Feltrinelli, su cui è già stato detto e scritto molto, ma vuole provare a ricostruire, per la prima volta, la parabola del gruppo armato fondato dall’editore. I Gap furono un gruppo atipico e forse nemmeno un gruppo vero e proprio – non avevano una struttura solida e organizzata, non avevano una vera e propria forma organizzativa, o quantomeno questa era piuttosto fluida, i vari Gap locali presentavano molte differenze tra di loro – ma una rete di relazioni intessuta dall’editore con singoli militanti e con porzioni di altre formazioni molto più ramificate di quanto si è soliti pensare, tanto che appare verosimile, almeno nei suoi caratteri generali, l’opinione di Gianbattista Lazagna secondo cui i Gap erano una sigla universale utilizzata da Feltrinelli per i gruppi clandestini a lui collegati, che poi l’editore cercò di dotare di una strategia comune. Il gruppo non sopravvisse al proprio fondatore e i suoi militanti andarono incontro a destini diversi: chi si avvicinò alle nascenti formazioni armate, soprattutto alle Brigate rosse; chi si avvicinò ai gruppi della sinistra rivoluzionaria; chi, scosso dalla morte violenta di Feltrinelli, si ritirò a vita privata [e] offre una chiave di lettura che consente di entrare meglio nelle vicende dei Gap e aiuta a sottrarre la figura dell’editore ai cliché del miliardario folgorato sulla via di L’Avana, del ricco mecenate della rivoluzione, provando a rendere giustizia non solamente alla figura di Feltrinelli militante politico – un militante le cui idee, al di là che siano state capaci o meno di cogliere i cambiamenti in atto, furono sempre il frutto di un’analisi razionale e non di un’estasi mistica rivoluzionaria – ma anche a quella di coloro che scelsero di collaborare con l’editore, come Vitttorio Battistoni, e che in lui videro un interlocutore credibile e affidabile, un sincero compagno di lotte politiche e non solamente, come vorrebbero altri cliché altrettanto banali, un ingenuo finanziatore dei gruppi rivoluzionari2.

Per certi versi i Gap ricalcarono più le bande partigiane cui si ispirarono fin dall’inizio, proprio per la visione antifascista e antigolpista che ispirava inizialmente Feltrinelli, più che le organizzazioni maggiormente centralizzate, sia dal punto di vista ideologico che organizzativo, che si svilupparono successivamente su un modello più di carattere marxista-leninista e questo, visto che l’unica centralizzazione sembrava convergere sulla figura dell’editore, fu forse il principale motivo del loro rapido sbandamento, successivo alla morte dello stesso.

Una visione che era in contraddizione con quella di un gruppo come Potere operaio che «non considerò mai prioritario, dal punto di vista politico, lo scontro con il Msi e i neofascisti – tale scontro era visto come una battaglia di retroguardia, in alcuni frangenti necessaria, ma pur sempre di retroguardia»3. Ma che non impedì mai a Feltrinelli di finanziare:

riviste, movimenti, gruppi e singoli militanti della sinistra rivoluzionaria e armata italiana e internazionale, l’acquisto di basi e di armi e la creazione di una rete logistica a disposizione dell’intera area rivoluzionaria, ma non lo fece nel modo ingenuo, e fondamentalmente stupido, che molti vogliono far credere, lo fece sempre con cognizione di causa e coerenza, lo fece – e fu il primo in Italia – avendo in mente una strategia rivoluzionaria globale. Una strategia ambiziosa e farraginosa allo stesso tempo, una strategia che strideva con l’impostazione neoresistenziale dei primi Gap, una strategia che non si sarebbe mai dispiegata pienamente e che, sostanzialmente, fallì, non soltanto per la morte precoce dell’editore, ma per i limiti intrinseci a un progetto che voleva tenere insieme realtà sociali ed economiche diversissime – dal Sudamerica alla Palestina, dalla Sardegna alle metropoli europee – e gruppi che muovevano da necessità e perseguivano obiettivi molto lontani tra di loro4.

Eppure, forse proprio in questo risiedeva la vera modernità, la fondamentale intuizione di Giangiacomo Feltrinelli e dei militanti che lo accompagnarono in quel primo periglioso e rovinoso tratto di strada, poi abbandonato in seguito da coloro che ne furono gli emuli successivi, tutti intenti a collegarsi ad un’unica causa all’interno di un mondo, invece, sempre più complesso e contraddittorio. Quello della guerra civile globale con cui ancora oggi dobbiamo fare i conti.

L’interesse principale di questa ricerca risiede quindi, e soprattutto, nella riscoperta di un’intuizione troppo moderna per i tempi in cui venne formulata e nella immediatezza dell’esposizione e della narrazione dei fatti e delle idee. Qualità, oggi, da considerare davvero di non poco conto.


  1. G. Moroni, Nota editoriale in D. Serafino, Gappisti. La rete clandestina di Giangiacomo Feltrinelli, Derive Approdi, Bologna 2023, p. 5.  

  2. D. Serafino, Introduzione a op.cit., pp. 9-10.  

  3. Ivi, p. 154.  

  4. Ibidem, pp. 10-11.  

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Un mondo meglio di così. La sinistra rivoluzionaria in Italia https://www.carmillaonline.com/2023/11/06/un-mondo-meglio-di-cosi-la-sinistra-rivoluzionaria-in-italia/ Sun, 05 Nov 2023 23:01:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79865 di Luca Cangianti

Eros Francescangeli, «Un mondo meglio di così». La sinistra rivoluzionaria in Italia (1943-1978), Viella, 2023, pp. 364, stampa € 32,00, ebook € 18,99.

«Il rossore del cielo da assaltare non era quello della tanto attesa alba. Era, in realtà, un tramonto.» Eros Francescangeli riassume in questo modo la storia della sinistra rivoluzionaria italiana, cioè di quell’insieme di organizzazioni che si prefissero di costruire «un mondo meglio di così», come cantava Vasco Rossi. Da un punto di vista sociologico si tratta di soggetti che praticarono autoriduzioni, obiezione coscienza, scontri con le forze dell’ordine, occupazioni di case, stabili e fabbriche. Da [...]]]> di Luca Cangianti

Eros Francescangeli, «Un mondo meglio di così». La sinistra rivoluzionaria in Italia (1943-1978), Viella, 2023, pp. 364, stampa € 32,00, ebook € 18,99.

«Il rossore del cielo da assaltare non era quello della tanto attesa alba. Era, in realtà, un tramonto.» Eros Francescangeli riassume in questo modo la storia della sinistra rivoluzionaria italiana, cioè di quell’insieme di organizzazioni che si prefissero di costruire «un mondo meglio di così», come cantava Vasco Rossi. Da un punto di vista sociologico si tratta di soggetti che praticarono autoriduzioni, obiezione coscienza, scontri con le forze dell’ordine, occupazioni di case, stabili e fabbriche. Da un punto di vista politico ritenevano necessario un rovesciamento istituzionale mediante l’esercizio della forza, piuttosto che tramite il gradualismo riformista.

«Un mondo meglio di così». La sinistra rivoluzionaria in Italia (1943-1978) circoscrive il perimetro di studio alle componenti specificamente “politiche”, non affrontando i movimenti e le strutture fluide (per esempio l’autonomia operaia), le formazioni militari della partigianeria dissidente (Bandiera rossa, Stella rossa) e le organizzazioni armate degli anni settanta (Brigate rosse, Prima linea ecc.). Il saggio contesta il paradigma della “sessantottogenesi”, quello che vedrebbe nascere la sinistra rivoluzionaria nel corso del biennio 1968-69. Francescangeli sostiene infatti che non vanno trascurati i presupposti, che hanno una storia antecedente di venticinque anni e che pur in forma molto minoritaria avevano strutturazione organizzativa. Il sessantotto fece uscire dall’isolamento la sinistra rivoluzionaria, ma non può esser concepito come il suo anno zero. Si spiega così l’attenta periodizzazione che suddivide gli anni che vanno dal 1943 al 1978 nella «la stagione del vetero-libertarismo e del dissenso eterodosso» (1943-1964) e quella «della contestazione e dell’insubordinazione diffuse» (1965-1978). La prima fase a sua volta è suddivisa negli anni dell’opposizione all’Unità nazionale (1943-1948), del terzocampismo e del filo-titoismo (1949-1955), della destalinizzazione (1956-1960), dell’incubazione dell’operaismo e del marxismo-leninismo (1961-1964). La seconda fase è suddivisa negli anni della politicizzazione terzomondista e della contestazione studentesca (1965-1968), della protesta operaia e della radicalizzazione dello scontro (1968-1974), del declino e della “violenza diffusa” (1975-1977), del terremoto politico-organizzativo, cioè del ritorno alla marginalità da parte della sinistra rivoluzionaria (1978).
Un altro grande pregio del libro, oltre alla sua scorrevolezza (per nulla scontata, visto la natura articolata del tema), è l’utilizzo di una mole impressionante di fonti: bibliografiche, emerografiche, documentarie e soprattutto “fiduciarie”. Si tratta, in quest’ultimo caso, di informatori infiltrati che ci restituiscono il profilo del soggetto analizzato da una prospettiva feconda e spiazzante: la rete dell’intelligence di stato si rivela sorprendentemente vasta, interna e spesso costituita da amici e conoscenti.

E veniamo ai protagonisti della narrazione. Si parte dagli anarchici, divisi negli anni ’40 tra individualisti e organizzatori, cioè disposti a intervenire sia nel Comitato di liberazione nazionale che nella Cgil. Secondo un rapporto del Pci raggiungono le 30 mila unità concentrandosi nelle città di Milano e Carrara. Negli anni ’50 alcuni settori si avvicinarono alla dissidenza comunista e attraverso varie metamorfosi contribuirono a fondare sia la filocinese Federazione marxista-leninista d’Italia (Fmldi) che Lotta comunista, un’organizzazione che fondeva «oggettivismo messianico e rivendicazionismo sindacale».

I militanti «internazionalisti» si riorganizzarono a partire dal 1942-43 cercando di mettere in pratica l’insegnamento di Amedeo Bordiga: «considerando fascismo e democrazia come due facce della medesima medaglia, giudicarono lo scontro allora in atto come riconducibile a un conflitto armato inter-imperialistico e, conseguentemente e a differenza delle altre aree della sinistra rivoluzionaria, si opposero alla lotta partigiana (e all’antifascismo) in nome dell’affratellamento dei proletari e della trasformazione della guerra in rivoluzione sociale.» Il Partito comunista internazionalista si divise presto in due organizzazioni omonime: una “attivista”, sostenitrice dell’intervento nelle lotte operaie, e l’altra “attesista” che «giudicando lontana una ripresa rivoluzionaria, riteneva una necessità prioritaria e inderogabile l’opera di ridefinizione della teoria marxista attraverso lo studio.»

Dal canto loro i trockisti presenti nel Psiup giudicarono la sua linea politica subalterna al Pci stalinista e nel 1947 condivisero con i riformisti di Saragat l’esperienza scissionista del Partito socialista dei lavoratori italiani (chiamati scherzosamente “piselli” dalla sigla Psli e in seguito denominatisi Partito socialdemocratico italiano). Quando divenne palese l’orientamento moderato e filo-atlantista di questa formazione i trockisti se ne separarono e inaugurarono una tattica di “entrismo”, principalmente nel Pci, parallelamente alla costituzione di un’organizzazione esterna: i Gruppi comunisti rivoluzionari (IV internazionale). L’arrivo del sessantotto disgregò velocemente tutta l’area: alcune componenti (per es. l’associazione Falcemartello di Aldo Brandirali) finirono per fondare l’organizzazione stalino-maoista Unione dei comunisti italiani (marxisti-leninisti), meglio nota con il nome del suo diffusissimo giornale “Servire il Popolo”; altre contribuirono alla nascita di Avanguardia operaia, un gruppo milanocentrico che fuse istanze maoiste, guevariste e operaiste in chiave antistalinista, arrivando a organizzare tra i 7 mila e i 12 mila militanti.

Alla base della diffusione del maoismo ci fu la rottura, consumatasi tra il 1960 e il 1964, tra Repubblica popolare cinese e Unione sovietica. Il contendere riguardava la “coesistenza pacifica” con il capitalismo e aveva come suo versante ideologico la difesa della figura di Stalin. Se all’inizio la simpatia verso la Cina attecchì principalmente nelle fila staliniste più ortodosse, con l’inizio della Rivoluzione culturale anche molti settori antiautoritari iniziarono ad apprezzare il maoismo. Le organizzazioni di stretta osservanza “emmelle” (marxiste-leniniste) ebbero un breve, ma intensissimo periodo di crescita, arrivando a contare molte migliaia di militanti e oltre un centinaio di sezioni. Ciò nonostante si caratterizzarono per una frammentazione dai tratti surreali: si arrivarono a censire fino a tre Partiti comunisti d’Italia (marxisti-leninisti)!

Il gruppo più influente e numeroso della sinistra rivoluzionaria italiana fu Lotta continua. Esso sorse alla fine degli anni sessanta dalla spaccatura del “movimento” sulla questione del rapporto tra avanguardia e massa. Nonostante la comune provenienza operaista, i “partitisti” di Potere operaio sostenevano il rifiuto del lavoro, declinato in termini di radicale conflittualità salariale, e la costruzione di un partito leninista che avrebbe dovuto guidare il proletariato all’insurrezione; di contro Lotta continua esaltava la spontaneità, l’autorganizzazione, la democrazia assembleare con l’obiettivo di sviluppare il contropotere operaio. Il successo di questa formazione (150 sedi, una forza militante di 10-15 mila unità che secondo i servizi segreti poteva arrivare a 50-60 mila considerando l’area simpatizzante) è attribuito da Francescangeli alla capacità di «adattarsi – ecletticamente, quanto populisticamente – ai temi “trainanti” di culture politiche differenti dalla propria matrice, ossia quella operaistica… il diritto alla casa, la ribellione al rincaro del costo della vita (da cui la pratica delle autoriduzioni e delle “appropriazioni”), il diritto alla salute (dalla nocività del lavoro alla salubrità del territorio), la condizione dei carcerati e dei soldati di leva, ma anche le questioni legate alla fruibilità dell’arte e della cultura».

Di matrice diversa, proveniente dal togliattismo di sinistra, è invece il gruppo del Manifesto, strutturatosi nel 1970 dopo la radiazione dal Pci e attestatosi su una sintesi «elitarioleaderistica» tra tradizione comunista, maoismo antistalinista e filosofia di Francoforte. Fusosi con il Partito di unità proletaria nel 1974, parteciperà con cartello elettorale di Democrazia proletaria alle elezioni amministrative del 1975. Infine, va annoverato il caso unico della trasformazione in organizzazione politica della stragrande maggioranza del movimento studentesco dell’Università Statale di Milano. L’esito di questa anomalia unitaria fu la nascita di un gruppo denominato genericamente Movimento studentesco (e poi Movimento lavoratori per il socialismo), sostenitore di una riedizione tardiva della strategia stalinista dei fronti popolari. Questa organizzazione «assumeva la minaccia fascista (e, più in generale, l’involuzione autoritaria dello Stato) come “pericolo principale” e […], conseguentemente, vedeva nelle forze della sinistra operaia tradizionale e finanche di quella “borghese-progressista” un alleato “naturale” e, viceversa, nelle componenti “estremiste” della sinistra rivoluzionaria – in particolare quelle giudicate (a torto o a ragione poco importa) trockiste, consiliariste, anarchiche o riconducibili alla sinistra comunista – un altrettanto “naturale” nemico da battere».

Alla fine di questa analisi approfondita, bilanciata, mai pedante, anzi godibile sia per lo storico di professione che per il lettore interessato, Eros Francescangeli mette il dito in una piaga etico-politica per niente estranea al discorso scientifico: «il fatto che coloro che si erano candidati a nuova leadership del proletariato italiano abbiano sottovalutato che per una parte degli attivisti il “ritorno al privato” o la “politica con altri mezzi” non avrebbe coinciso con l’avvio di una carriera professionale più o meno gratificante (giornalista, docente, studioso, funzionario, consulente) e/o con l’individuazione di altri percorsi emancipatori o di vita (il neofemminismo, l’eco-comunitarismo, le filosofie ‘altre’), ma avrebbe significato il ritorno alla desolazione della loro condizione di sfruttati o alienati, con scarse prospettive di miglioramento della propria qualità del vivere. Pur in mancanza di studi specifici, da una pur sommaria analisi delle fonti è possibile affermare che una parte di questi ultimi entrò nell’orbita della lotta armata e un’altra parte di costoro abbracciò le pratiche della consolazione autodissolutoria a suon di alcol ed eroina.»
Sono considerazioni che lo storico svolge riferendosi al personale dirigente di Lotta continua, quando fu chiaro che l’agognata rivoluzione non era più all’ordine del giorno. Tuttavia, la fecondità del ragionamento non va limitato a un singolo gruppo politico, ma generalizzato sociologicamente: anche le organizzazioni rivoluzionarie sono sottoposte agli influssi materiali che presiedono agli interessi specifici dei propri funzionari, alla riproduzione delle proprie strutture e dei propri redditi. Il materialismo storico, insomma, va applicato anche ai materialisti storici.

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Estetiche del potere. I manifesti dopo il ’68 https://www.carmillaonline.com/2015/09/04/estetiche-del-potere-i-manifesti-dopo-il-68/ Fri, 04 Sep 2015 21:30:28 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=24241 di Gioacchino Toni

muri lungo 68La propaganda politica istituzionale tra adeguamento ai cambiamenti sociali e strategie di recupero e depotenziamento delle radicalità dei movimenti

William Gambetta, I muri del lungo ’68. Manifesti e comunicazione politica in Italia, Derive Approdi, Roma, 2014, 192 pagine, € 18,00

Il saggio di Gambetta rappresenta uno studio sistematico di come, nel panorama politico italiano, nel corso degli anni ’70, il linguaggio dei manifesti dei partiti istituzionali si sia confrontato con i manifesti prodotti, a partire dal 1968, dai movimenti politici della sinistra radicale. Ad essere indagate sono [...]]]> di Gioacchino Toni

muri lungo 68La propaganda politica istituzionale tra adeguamento ai cambiamenti sociali e strategie di recupero e depotenziamento delle radicalità dei movimenti

William Gambetta, I muri del lungo ’68. Manifesti e comunicazione politica in Italia, Derive Approdi, Roma, 2014, 192 pagine, € 18,00

Il saggio di Gambetta rappresenta uno studio sistematico di come, nel panorama politico italiano, nel corso degli anni ’70, il linguaggio dei manifesti dei partiti istituzionali si sia confrontato con i manifesti prodotti, a partire dal 1968, dai movimenti politici della sinistra radicale. Ad essere indagate sono da una parte le modalità innovative del linguaggio dei manifesti prodotti dai movimenti extraparlamentari e, dall’altro, l’influenza esercitata da tali novità sulla produzione dei manifesti della politica istituzionale. “La ricerca si è sviluppata in due direzioni: da un lato, la ricostruzione dell’attività sociale connessa alla produzione e diffusione dei manifesti, sia nel vivace magma delle migliaia di collettivi di movimento che nei grandi partiti di massa; dall’altro, l’analisi dell’iconografia e delle forme narrative assunte dai manifesti delle differenti forze politiche”. Il saggio intende indagare quanto “l’urto destabilizzante” dei movimenti abbia influenzato la comunicazione e la rappresentazione della politica istituzionale italiana.

Tra i vari aspetti trattati da Gambetta, in questa sede, si preferisce insistere sulle “modalità di recupero” dei manifesti e del linguaggio della sinistra radicale attuate, per quel che possibile, dal sistema istituzionale con il duplice fine di dotarsi di un linguaggio in grado di comunicare con i soggetti sociali che, a partire dal ’68, animano le piazze (giovani, operai, donne) e, dall’altro, di addomesticarne e depotenziarne i contenuti. Ovviamente, un conto sono le finalità che i singoli partiti istituzionali, ed i singoli manifesti, nel corso degli anni ’70, si danno, altro è il raggiungimento degli scopi. Non mancano tentativi maldestri e palesi incapacità ma è innegabile che, anche in tale ambito, il processo di riassorbimento delle lotte antisistemiche e del loro linguaggio, si è dispiegato con un potenza di fuoco impari, soprattutto se si pensa a come la controffensiva dei manifesti istituzionali sia stata supportata dalla comunicazione televisiva.

Nel saggio è presente un corposo apparato iconografico che raccoglie un’ottantina di riproduzioni dei manifesti che, nel corso del testo, vengono analizzati nel lessico, nell’iconografia, nelle caratteristiche tipografiche e compositive, nelle scelte cromatiche, nel lettering, nei contenuti più espliciti ed in quelli più profondi. “Studiare esclusivamente l’iconografia dei manifesti significa fermarsi alle soglie della loro specificità, che consiste in una più complessa articolazione tra racconto generale (il manifesto come parte di un sistema più complesso di comunicazione), sua elaborazione grafica e diffusione nella società”.
1969-operai-studenti-unitiLa prima parte del testo ricostruisce la nascita dei manifesti italiani della sinistra rivoluzionaria a partire dal ’68. La fonte d’ispirazione maggiore è costituita dalla produzione del Maggio francese che basa la comunicazione sulla “combinazione essenziale di immagini e parole, privilegiando messaggi di rottura” spesso provocatori ed aggressivi, ricorrendo al “ribaltamento di senso dei termini, simboli e modi di dire del linguaggio dominante per mostrarne incoerenze e contraddizioni (…) per far emergere concetti e significati alternativi”, rifacendosi alle pratiche di détournement di matrice situazionista. Un ruolo importante spetta anche alla cultura underground statunitense che, già prima del ’68 si diffonde negli ambienti più inquieti della società italiana, soprattutto tra gli studenti. Altre fonti d’ispirazione sono la grafica cubana, una volta emancipatasi dal realismo di matrice sovietica ed, in maniera minore, per quanto riguarda la rielaborazione grafica per manifesti pubblici, la Rivoluzione culturale cinese. L’iconografia cinese viene infatti ripresa più per la produzione di manifesti da esporre nelle sedi politiche o domestiche che non per la produzione pubblica. Sicuramente la sinistra radicale è debitrice nei confronti della rivoluzione maoista per quanto riguarda il ricorso ai ta-tse-bao, ma si tratta, in questo caso, di “linguaggio delle parole”, ben distante dalla “comunicazione iconografica ed essenziale del manifesto”. Sarebbe sbagliato enfatizzare le abilità comunicative dei manifesti, o dei giornali murali, di movimento così come non si dovrebbero stroncare i manifesti della politica istituzionale; nel corso degli anni ’70 si ha un interesse talmente diffuso per il dibattito politico che riescono ad incidere a livello comunicativo anche manifesti prolissi, maldestri e poco attraenti.

tesseramento pci 1979__1980Dall’indagine sviluppata dall’autore emerge come la propaganda politica istituzionale di fine anni ’60 risulti decisamente arretrata tanto rispetto alle tecniche della promozione commerciale, quanto alle strategie comunicative dei movimenti antagonisti ma, tale ritardo, deve essere imputato anche ad una sostanziale inadeguatezza politica nei confronti delle figure sociali emergenti. Il sistema politico ufficiale si dimostra, insomma, in forte ritardo nel comprendere la trasformazione in corso tanto nella società italiana, quanto internazionale, ed il ritardo nella comunicazione politica è legato sia al permanere di un’immagine del paese che ormai non esiste più, che ad una difficoltà di dare risposte a domande che si sono fatte radicali e che, probabilmente, non possono ottenere risposte istituzionali. Insomma, dopotutto ad essere messo in discussione è il sistema capitalistico; difficile dare risposte a chi intende promuovere una rivoluzione radicale.
L’autore segnala come il Pri sia la prima forza politica che, sin dall’inizio degli anni ’60, ricorre ad un art director per rinnovare l’immagine del partito di Ugo La Malfa: viene abbandonata la tradizionale comunicazione realista in favore di uno stile razionalista derivato dalle nuove strategie di promozione commerciale. Con un decennio di ritardo rispetto all’esperienza dei repubblicani, anche il Partito socialista inizia a ricorrere a qualche designer professionista al fine di riformulare la propria immagine. In questo caso vengono mantenuti alcuni simboli tradizionali seppur rinnovati stilisticamente anticipando quella che sarà la sostanziale trasformazione del partito che si compie con l’avvento di Bettino Craxi ed il riposizionamento della forza politica quando, una volta messa in secondo piano la tradizionale base operaia, decide di concentrarsi sui ceti medi.
Nel corso degli anni ’70 sono diversi i grafici, i pittori ed i fumettisti che si prestano alle strategie comunicative dei partiti istituzionali o dei movimenti. Ricorso a professionisti della comunicazione o meno, l’intero panorama politico istituzionale, nel corso degli anni ’70, si trova a fare i conti con la rappresentazione dei soggetti sociali che animano la scena: giovani, operai e donne.

psi 1972Il mondo giovanile, sostiene Gambetta, è il primo soggetto ad essere ridefinito graficamente nei manifesti e nell’immaginario iconico dei partiti istituzionali di fine anni ’60. Il divario tra l’immagine dei giovani offerta dai partiti e la loro autorappresentazione appare decisamente incolmabile anche dal punto di vista grafico. Sin dalle elezioni del maggio 1968 i partiti si trovano a doverli rappresentare nei manifesti ed optano per una descrizione composta e misurata attraverso immagini di rassicuranti “volti acqua e sapone”. Successivamente il Partito comunista tenta di collegarsi maggiormente con il mondo reale ricorrendo a fotografie di manifestazioni studentesche accostate però, in maniera stridente, a testi tradizionali tesi a “normalizzare” le immagini (es. “innovazione nella continuità”). I partiti istituzionali di sinistra (Pci, Psi, Psiup) iniziano pian piano ad utilizzare immagini di giovani in corteo, spettinati e con tanto di pugni chiusi ma, tale rappresentazione dei partiti, attraverso l’immagine del giovane maschio risulta piuttosto una metafora di “vitalità, e vigore, nonché di virilità” tesa ad esaltare la potenza rigeneratrice delle organizzazioni. Nei partiti di sinistra, in sostanza, le immagini dei giovani servono per rappresentare le qualità giovanili dei partiti. In alcuni casi la medesima immagine viene utilizzata con finalità opposte. Fgci1977_tesseraGambetta propone a tal proposito l’esempio della celebre foto di Uliano Lucas di Piazzale Accursio a Milano nel 1971, utilizzata dalla Fgci nel 1977 con lo slogan “Unità dei giovani per salvare l’Italia” e, qualche anno dopo, dall’area dell’autonomia romana per ricordare Valerio Verbano. I partiti più moderati, invece, ricorrono alle immagini dei giovani sopratutto “per comunicare con quello specifico target sociale, rifiutando cioè l’idea di autorappresentarsi attraverso il volto dei giovani”. La Democrazia cristiana, ad esempio, attraverso le immagini dei giovani inseriti nei manifesti vuole sottolineare l’interesse e la fiducia in essi ma non intende associare il partito alla giovinezza.

1968_fabbrica_pciGli operai rappresentano il secondo soggetto a trovare spazio sui manifesti dei partiti politici istituzionali. Le formazioni conservatrici tendono ad evitare di rappresentare il mondo del lavoro attraverso una specifica categoria professionale, soprattutto operaia, preferendo puntare sull’idea di cittadinanza: ogni lavoratore diventa più genericamente un cittadino. Nei casi in cui tale cittadino venga ritratto, esso si presenta come maschio, adulto ed appartenente alla piccola o media borghesia. Nelle rappresentazioni dei partiti della sinistra parlamentare si riprende l’iconografica ottocentesca che prevede un lavoratore maschio, muscoloso e virile, non di rado a torso nudo con gli attrezzi da lavoro e lo sguardo rivolto al futuro. Tale rappresentazione, però, abbandona l’iconografia cara al realismo socialista; viene scemando la raffigurazione dell’operaio in marcia al fianco di contadini ed intellettuali con bandiere rosse e nazionali. Se prima del ’68 l’operaio viene presentato, nei manifesti dei partiti di sinistra istituzionale, come uomo maturo, esperto ed orgoglioso della sua professionalità, soprattutto dopo le vertenze dell’Autunno caldo ’69 l’operaio si trasforma in giovane combattivo ritratto in situazione di conflitto. La marcia orgogliosa verso il “sol dell’avvenire” lascia il posto al corteo conflittuale ed allo sciopero.
Tanto negli ambienti radicali, quanto in quelli istituzionali si ricorre anche a personaggi di fantasia disegnati in maniera caricaturale con una notevole dose ironica e dissacrante. Se in un primo tempo la caricatura nasce per irridere la controparte, sull’onda della grafica politica radicale nordamericana, ora questa viene utilizzata per l’autorappresentazione di una classe perennemente in lotta.

manifesto_dcLa donna è il terzo soggetto che, irrompendo sulla scena, obbliga il sistema politico a ripensare e ridefinire la comunicazione tramite manifesto. Si tratta di una rincorsa, spesso maldestra, frequentemente di facciata, funzionale da una parte a conquistare il foto femminile, non più scontato, e dall’altra a depotenziare la portata eversiva dei movimenti femministi. Se sin dai tempi antichi la figura femminile viene utilizzata soprattutto per incarnare un ideale, raffigurare un mito, tra il XIX ed il XX secolo le donne borghesi diventano consumatrici di merci ed iniziano a perde l’astrattezza simbolica in un processo di “riduzione alla fisicità”. Ben presto l’immagine femminile viene costruita dall’immaginario maschile e dal sistema commerciale come veicolo per vendere merci. Le formazioni moderate e conservatrici, non di rado, continuano a rifarsi all’immaginario di matrice religiosa ove la donna è prima di tutto, quando non esclusivamente, madre. In generale la donna è mostrata come madre e moglie nell’ambito domestico, tanto che, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, molti manifesti politici ripropongono la tradizionale associazione “donna/madre/famiglia”. Con l’avvento dei collettivi femministi vengono contestati radicalmente sia i ruoli tradizionali assegnati alle donne, che il consumismo, imponendo tanto alla sinistra rivoluzionaria, quanto al mondo politico istituzionale, la “necessità di parlare delle donne e alle donne e di tener conto delle loro aspirazioni”. I manifesti prodotti dall’area femminista risultano piuttosto in linea con la “presa di parola”, con la necessità di raccontarsi autonomamente. “I titoli e i testi colloquiali ed evocativi, i simboli femministi disegnati e rielaborati in mille modi, l’impiego dominante e originale di colori come il viola, il rosa, l’azzurro, i caratteri tipografici più dinamici e spesso tratteggiati a mano, l’ampio utilizzo di fumetti, caricature e fotografie inconsuete – soprattutto in funzione autoironica, più raramente autocelebrativa – furono i segni di questa nuova narrazione tra donne”. Alla fine degli anni ’70 tutte le formazioni politiche si trovano costrette a divulgare una nuova immagine della donna. Nell’ambito della politica istituzionale, il Partito radicale, per certi versi partito maggiormente di frontiera tra istituzioni e movimenti, è tra i primi ad inserire una rinnovata immagine femminile: o come “denuncia della propria oppressione” o come “protagonista della propria liberazione”.

manifesto_psi_00Il Partito socialista nelle campagne referendarie per il divorzio e, successivamente, per l’aborto inizia a rappresentare il mondo femminile non solo tramite l’icona della donna autonoma e consapevole ma con l’aspetto e il volto delle donne che protestano in piazza: il manifesto del Psi del 1977 per l’8 marzo ricorre ad un volto di donna urlante associato alla scritta. “No a una giornata celebrativa – Le donne in lotta per l’alternativa”. Ancora nel 1979, quando ormai può dirsi iniziato il processo di trasformazione del Psi in forza politica sempre meno di lotta e sempre più riformista, il partito continua a mantenere un certo protagonismo femminile nei manifesti: il tentativo diviene quello di “mitizzare quella battaglia, di strapparla dal fermento vivo del conflitto per renderla narrazione epica”.
Gambetta sintetizza, attraverso l’analisi di due manifesti ravvicinati di metà anni ’70, la trasformazione in corso nell’immagine femminile del Pci.

pci 1975 donna_jpgIn un manifesto del 1975 il ritratto femminile “è accompagnato da un invito esterno”: “Donne siete più forti – Con il vostro voto cambiate la società”. Nel manifesto del 1976 all’immagine femminile viene associata la scritta: “Voto comunista perché il domani sia anche mio”. Si è passati dall’immagine di una donna come “soggetto da esortare” ad una donna che si fa protagonista del suo slogan. Qualcosa di analogo, tenuto conto del diverso orizzonte politico, accade anche nella Dc. In un manifesto del 1972 all’immagine di una giovanissima donna dall’aria incerta viene associata la frase: “Tu voti per la prima volta – Attenta che non sia anche l’ultima”. In un manifesto di qualche anno dopo, del 1976, l’immagine mostra un gruppetto di donne che parlano tra loro in pubblico, una di loro fuma una sigaretta ed a tale scena è associato lo slogan. “Vieni con noi” (da intendersi nella doppia accezione con noi donne / con noi Dc). Anche in questo caso si passa dalla donna come soggetto a cui suggerire ciò che è meglio per lei, ad una donna che, agendo in prima persona, invita altre donne a partecipare.
La radicalità del messaggio femminista e dell’autorappresentazione data dalle stesse militanti attraverso i manifesti risulta difficilmente riassorbibile dalla politica istituzionale (e dalla cultura maschilista del paese): a parte l’area politica istituzionale più vicina ai movimenti (nuova sinistra e radicali) nessun partito si sente di “superare alcuni limiti, scardinati invece nei manifesti femministi come, ad esempio, la denuncia dei rapporti patriarcali interni alla famiglia o le disparità sessuali nelle gerarchie di lavoro”, così come nessun partito decide di affrontare “esplicitamente i temi legati alla sessualità e al corpo femminile”.

1975_violenza_jpgParlando del decennio post ’68, è inevitabile per i manifesti affrontare la questione della violenza politica. Gambetta sottolinea come l’etichetta di “anni di piombo”, applicata al decennio, riconduca tutte le pratiche in cui vi è ricorso ad una forma di violenza, all’interno di un insieme indistinto: scontri tra opposte fazioni o con la polizia, bombe stragiste, azioni di fuoco di gruppi armati ecc., tutto diviene parte di una nebulosa indistinta. Dalla ricerca dell’autore emergono tre schemi comunicativi principali: l’esaltazione della forza del popolo o del partito al fine di piegare la violenza negativa dei nemici, la denuncia della violenza di Stato e l’appello alla concordia istituzionale contro un nemico estraneo alla vita democratica del paese.
La forza del popolo tendenzialmente viene celebrata tanto dai manifesti dei movimenti radicali, quanto dalla sinistra istituzionale. Nel primo caso l’accento è spesso posto sul legame tra le lotte popolari internazionali e la lotta anticapitalista portata avanti all’interno del paese. Il ricorso alla violenza, anche armata, non solo è condivisibile nei confronti delle lotte di popolo in atto (es. Vietnam), ma non è da escludere nemmeno sul fronte interno. Molti sono i manifesti in cui al pugno chiuso inizia ad essere associata l’icona dell’Ak 47. Nella sinistra istituzionale, invece, il riferimento alle armi si limita o alla celebrazione della Resistenza italiana al nazifascismo o alle guerre popolari di liberazione nel sud del mondo. Dal punto di vista “interno”, nazionale, la forza “delle masse” viene tradotta graficamente dalla sinistra parlamentare dalle immagini di un popolo che si mobilita riempiendo le piazze, “nei volti severi ma scoperti dei manifestanti e nelle bandiere”.
dc_76_violenzaMolti manifesti nel corso del “lungo Sessantotto”, adottano un sistema dicotomico ove una violenza “legittima e necessaria” si scontra con una violenza “immorale e arbitraria”: partiti costituzionali vs. “opposti estremismi”, sinistra rivoluzionaria vs. neofascisti e/o Stato borghese e/o capitalismo ecc. Non è infrequente che nei manifesti di tutte le forze politiche, istituzionali e non, il nemico venga mostrato come entità anonima, col volto celato (passamontagna o casco d’ordinanza, in base allo schieramento della forza politica), incline alla violenza cieca ed indiscriminata. Il nemico violento viene raffigurato come automa senza volto, mero simbolo o marionetta guidata da dietro le quinte. Le forze politiche istituzionali, al fine di negare legittimità agli avversari, tendono a denunciare la violenza armata o “attraverso immagini verosimili, ideate appositamente”, o “modificando profondamente le fotografie originali” al fine da enfatizzare l’impatto emotivo. Alla condanna del terrorismo (termine che ben presto diviene quasi onnicomprensivo di qualsiasi ricorso a forme di violenza), i manifesti istituzionali associano spesso l’indicazione di come sconfiggerlo. La comune “battaglia per la difesa della democrazia” nei manifesti Dc diviene “difesa delle istituzioni e della sua classe dirigente”, mentre nella produzione del Pci la risposta viene dalla “mobilitazione popolare”, dalla massa di lavoratori che scende in piazza e partecipa alla vita democratica del paese. Allo schema più diffuso, basato sulla semplificazione “bene vs. male”, si sottraggono le formazioni della nuova sinistra ed i radicali. La campagna referendaria (un quesito riarda l’abolizione della Legge Reale) di questi ultimi, in pieno 1977, ne è un esempio emblematico. Vengono affissi due manifesti del tutto uguali in termini di slogan (“Disarmiamoli con la non violenza firmando gli 8 referendum”) e di grafica recanti in un caso la celebre foto del militante che spara in via De Amicis a Milano e, nell’altro, l’altrettanto celebre immagine del poliziotto travestito da manifestante che, dopo aver sparato, pistola in pugno, si ritira tra le fila delle forze dell’ordine. In questo caso di duplice manifesto, il messaggio radicale è chiaro: condannare tanto la violenza armata di piazza, quanto la violenza armata repressiva. La nuova sinistra, volendo problematizzare il ricorso alla violenza nelle sue svariate manifestazioni, fatica a ricorrere ad un mezzo sintetico come il manifesto necessitando di argomentazioni articolate inadatte ad una comunicazione così “drastica”.

In conclusione Gambetta segnala come, a partire dai primi anni ’80, con l’affievolirsi dei movimenti e della conflittualità sociale, il linguaggio dei manifesti subisca una sorta di “ritorno all’ordine”. La comunicazione politica si avvicina sempre più a quella commerciale ed il ruolo della televisione diviene sempre più determinante tanto che, gli stessi manifesti vengono ad avere la funzione di “richiamare messaggi ascoltati altrove, promossi e diffusi attraverso altri canali, nei talk show o negli spot televisivi”.

 

 

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Immagini inserite nel testo (dall’alto al basso)

– Copertina: W. Gambetta, I muri del lungo ’68…, Derive Approdi (2014)
– Manifesto: Operai-studenti…, Movim. studentesco di Bologna (1968)
– Manifesto: Per uscire dalla crisi…, Pci (1979)
– Manifesto: Lotta col voto…, Psi (1972)
– Tessera: Unità dei giovani…, Fcgi (1977)
– Manifesto: Assemblea operaia…, Pci (1968)
– Manifesto: Tu voti per la prima volta…, Dc (1972)
– Manifesto: No a una giornata celebrativa…, Psi (1977)
– Manifesto: Voto comunista perchè…, Pci (1976)
– Manifesto: No alla violenza…, Pci (1975)
– Manifesto: La violenza distrugge la libertà…, Dc (1976)

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