Silvano Cacciari – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 26 Jun 2026 20:00:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Palestina, la radicalizzazione algoritmica https://www.carmillaonline.com/2026/05/14/palestina-la-radicalizzazione-algoritmica/ Thu, 14 May 2026 20:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94813 di Silvano Cacciari

Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e [...]]]> di Silvano Cacciari

Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata la mobilitazione di massa.

1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico. Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri. Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media, segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.

2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale, spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha trasformato il campo di battaglia della legittimità politica internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.

3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di “intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento dell’utente a livello micro — replay, like, commenti e tempo di permanenza su un frame — per inferire interessi e regolare le raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito “arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari tecniche. Questa dinamica crea una dinamica circolare: l’utente che interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e marginalizzando i punti di vista israeliani di fatto privi per appetibilità algoritmica.

La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok : l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.

4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della sovranità informativa. Questo ha portato a quello che alcuni analisti chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono contenuti patinati e embedded con l’esercito, il feed globale viene inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a scalfire le percezioni internazionali.

5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di comunicazione del XX secolo — basata sul controllo dei messaggi e sulla narrazione istituzionale — la controparte ha utilizzato un fiume di formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing) per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre template memetici principali che alimentano flussi affettivi di contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets), funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno, noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o “Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso, verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi, considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie,. percepiti come oggetti autentici. Questa visione, un pò troppo influenzata dalla vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di “spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento, comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione precede sempre la ragione.

6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio (comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale. Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale, ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme. Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto fondamentale.

7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è verso la viralità e l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale, resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica, statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il “feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI secolo.

Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.


Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)

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Guerra. Per una nuova antropologia politica https://www.carmillaonline.com/2026/03/01/guerra-per-una-nuova-antropologia-politica/ Sun, 01 Mar 2026 21:00:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92920 di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo [...]]]> di Gioacchino Toni

Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00

Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).

Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).

Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).

Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.

Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. […] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).

A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.

In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra […] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).

Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).

«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.

Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).

In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.

Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.

Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.

In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).

Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).

Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.

Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica […], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. […] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).

Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).


 

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La finanza è guerra https://www.carmillaonline.com/2023/12/03/la-finanza-e-guerra/ Sun, 03 Dec 2023 21:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80208 di Silvano Cacciari

[La finanza è guerra (La Casa Usher, 2023) di Silvano Cacciari, nasce all’inizio del 2012 come progetto Underworld, su un piano di ricerca eloquente -tribalismo e guerra finanziaria senza limiti- in piena crisi del debito sovrano europeo che, all’epoca, altro non era che uno degli effetti collaterali del grande crack di Lehman Brothers. L’intenzione con Lorenzo Giudici, il responsabile della collana “il balzo di tigre” della casa Usher, era di dare vita ad un testo che portasse alla luce la natura non certo tecnica ma antropologica dei conflitti finanziari che, nelle nostre società’, sorgono con la nascita dello [...]]]> di Silvano Cacciari

[La finanza è guerra (La Casa Usher, 2023) di Silvano Cacciari, nasce all’inizio del 2012 come progetto Underworld, su un piano di ricerca eloquente -tribalismo e guerra finanziaria senza limiti- in piena crisi del debito sovrano europeo che, all’epoca, altro non era che uno degli effetti collaterali del grande crack di Lehman Brothers. L’intenzione con Lorenzo Giudici, il responsabile della collana “il balzo di tigre” della casa Usher, era di dare vita ad un testo che portasse alla luce la natura non certo tecnica ma antropologica dei conflitti finanziari che, nelle nostre società’, sorgono con la nascita dello stato moderno.
Da allora un lavoro di ricerca incessante – su fonti storiche, digitali, di mercato, legate alle strategie di borsa come sui classici dell’antropologia – che è sfociato in questo testo, uscito pochi giorni fa. E’ un lavoro che si divide in tre sezioni: la prima è dedicata all’antropologia dei conflitti finanziari senza fine; la seconda all’intreccio di tattiche e tecnologie tra guerra a finanza; la terza al terremoto che questa dimensione del dominio provoca.
L’anticipazione che qui pubblichiamo – ringraziando l’editore per la gentile concessione – riguarda l’inizio del quarto capitolo, seconda sezione, dedicata all’ibridazione tra finanza e guerra, che definisce il piano antropologico, e tecnologico, nel quale si gioca la guerra finanziaria senza limiti, quella finora sfuggita sia alla teoria politica che a molta analisi tecnica di mercato. – p.l.]

Capitolo 4. La guerra finanziaria senza limiti: verso lo spazio non naturale

“Ormai esistono operazioni di guerra non militari che ampliano la nostra percezione di ciò che, esattamente, costituisce uno stato di guerra esteso a tutti i campi dell’attività umana” , Qiao Liang, Wang Xiansui, colonnelli dell’Esercito Popolare Cinese, “Guerra senza limiti”.

Lo sguardo antropologico ci ha permesso di definire le pratiche, il simbolico e la materialità della guerra finanziaria permanente operata dal tribalismo di borsa. Dobbiamo ora rivolgerci al piano di ibridazione di tecnologie, tattiche, guerra e finanza che identifica la nuova realtà nella quale vengono dominati politica, economia e società, cioè lo spazio non naturale col quale si comprende come la tradizionale geografia politica sia costretta a guardare ad uno spazio tecnologico assente in natura per conoscere il proprio destino.
Il campo di forza detto guerra finanziaria è la superficie sulla quale evolve il tribalismo di borsa: un terreno di dominio senza limiti entro uno spazio non naturale senza limiti se non quelli dell’evoluzione tecnologica.
Ecco la vera novità materiale e teorica per la politica dei primi decenni del XXI secolo, qualcosa di più potente del semplice fenomeno sociale da regolare e di più complesso della naturale evoluzione tecnologica al servizio della finanza e dei mercati.

Si tratta di un campo e di uno spazio nei quali si gioca una guerra anch’essa senza limiti, in una dimensione nella quale tattiche di guerra sul campo e di guerra finanziaria finiscono per ibridarsi. E qui non si sa se c’è più da stupirsi per la complessità nella quale finanza, guerra e tecnologia si sono sovrapposte che per la velocità con la quale tutto questo è avvenuto e in un modo che ricorda la pirateria ma, mentre questa si presentava come atto aggressivo attraverso l’abbordaggio, oggi un comportamento apparentemente pacifico e civile come la vendita di azioni può essere il fatto ostile che prelude all’abbordaggio di una azienda o di uno stato.

C’è una scena del Crollo dei giganti di Curtis Hanson (2011) – la riduzione cinematografica di un instant book sulle trattative che hanno preceduto il crollo di Lehman Brothers – davvero esemplare in proposito. Siamo a Wall Street nei giorni che precedono la dichiarazione di fallimento di Lehman e due trader di alto rango scendono dalla loro limousine con i vetri oscurati. Entrambi sono inquadrati quasi di spalle, ma mentre si intuisce che il primo ha un aspetto tranquillo, come si può essere in un giorno qualsiasi di lavoro di borsa, l’altro è visibilmente turbato. Il primo trader dice all’altro “Che cos’hai? Non siamo in Iraq, questa è Wall Street, New York”, ricordando al collega che non stanno piovendo bombe e che quindi le strade, i grattacieli e i ristoranti di lusso alla fine della giornata di lavoro ci saranno ancora.
L’altro trader, quello scosso e turbato, lo guarda e annuisce senza convinzione. La scena è interessante perché associa due piani teoricamente separati che tendono invece a somigliarsi terribilmente. Nel film di Hanson, infatti, la finanza non è più un contesto al quale applicare metafore di guerra e nemmeno più solo un fenomeno che provoca eventi bellici, ma diviene un piano di realtà che si avvicina in modo tale alla guerra da non poterla più definire una metafora del mondo finanziario, ma piuttosto il terreno in cui si evidenzia la loro comune natura. Il disorientamento del trader davanti a Wall Street è comprensibile: nel suo ordine mentale, la guerra era sempre stata una metafora dalla quale estrarre suggerimenti, tattiche, aggettivazioni, ispirazioni per leggere i comportamenti finanziari.

Improvvisamente i confini si confondono: nausea, disorientamento, vertigini sono il registro soggettivo dell’ordine collettivo, cognitivo e simbolico di una partizione di realtà venuta meno. Una partizione saltata che significa che la finanza non è più protetta dagli effetti della guerra, che anche a Wall Street si distrugge, che crollano i giganti e non solo i risparmi delle casalinghe o dei taxisti sacrificati di norma in queste crisi.
Certo, era già accaduto nell’800, nel 1906-7, nel ’29, nell’87, nel ’98, nel 2001 e in molti altri crolli “minori”, ma il pianeta è cambiato e il mondo che emerge dal 2008 di Lehman Brothers è quello di una guerra finanziaria senza limiti, dotata di potenza distruttiva della morfologia di intere società, sia attraverso le mutazioni della sfera della guerra che di quelle della finanza.

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Le voci di una Livorno ribelle e corsara https://www.carmillaonline.com/2018/05/27/le-voci-di-una-livorno-ribelle-e-corsara/ Sat, 26 May 2018 22:01:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45937 di Paolo Lago

Luca Falorni, Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta a oggi, Agenzia X, Milano, 2017, pp. 261, € 15,00.

Il recente libro di Luca Falorni, Voci possenti e corsare, trae il titolo da un verso di una canzone della cantautrice livornese Alessandra Falca, Livorno: le «voci possenti e corsare» sono le «urla del porto», le voci, cioè dei lavoratori portuali, che lo stesso Falorni, in una introduzione di carattere autobiografico, descrive come caratterizzate da un volume altissimo e scomposto, ascoltate mentre, da piccolo, una volta accompagnò il [...]]]> di Paolo Lago

Luca Falorni, Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta a oggi, Agenzia X, Milano, 2017, pp. 261, € 15,00.

Il recente libro di Luca Falorni, Voci possenti e corsare, trae il titolo da un verso di una canzone della cantautrice livornese Alessandra Falca, Livorno: le «voci possenti e corsare» sono le «urla del porto», le voci, cioè dei lavoratori portuali, che lo stesso Falorni, in una introduzione di carattere autobiografico, descrive come caratterizzate da un volume altissimo e scomposto, ascoltate mentre, da piccolo, una volta accompagnò il padre portuale a una assemblea dei lavoratori. Del resto, come ricorda lo stesso Falorni, anche lo scrittore livornese Carlo Coccioli diceva che «tutti i livornesi urlano troppo, sempre, senza motivo». È quindi la città di Livorno la vera protagonista del libro, una città che il lettore troverà molto diversa dalla ‘banalizzazione’ «degli anni novanta del cinema “postveltroniano” del noto regista Paolo Virzì […], annacquatore di costumi e usi labronici, tanto quanto inventore di una città immaginaria in cui le vie sono vuote a tutte le ore, in cui la politica non è niente più che un manifesto sbiadito o una battuta scherzosa in bocca a qualche personaggio secondario».

Quella che viene fuori dal libro di Falorni è una città vera e verace, che sa di mare e di porto, di voce della gente comune, di strade, di disagio e dolore, di ribellione. Perché, come leggiamo nel sottotitolo, si tratta della «Livorno ribelle», una Livorno corsara che ha sempre combattuto contro l’indifferenza e il vuoto diffuso, sollevando la testa, lottando. Infatti, il libro, è dedicato a una cronistoria della lotta per gli spazi sociali a Livorno (raccontata da svariate testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei momenti), una lotta effettuata da un gruppo di giovani che, fin dagli anni ottanta, ha combattuto, in aperto contrasto con il potentato locale – prima il PCI, poi il PDS – per cercare degli spazi sociali dove poter svolgere attività politica, culturale e artistica connotata da una chiara impronta antifascista. L’introduzione del libro, intitolata Ironici volti sulle rovine, è dedicata a un racconto prevalentemente di carattere autobiografico: Falorni racconta la sua ‘educazione sentimentale’ politica e culturale a Livorno fino alla scelta, nel 2002, di lasciare la città per trasferirsi a Milano e svolgere nel capoluogo lombardo la sua professione di insegnante di Lettere. Una situazione insostenibile – quella di sentirsi un «topo nella gabbietta» quando la gabbietta è tutta la città – ha determinato la decisione di trasferirsi a Milano: «Orrore, terrore, raccapriccio, pensavo all’epoca, meglio morire solo in un andito buio alla Bovisa, stramazzare sulla Comasina, marcire nella Brianza velenosa, che finire così». Livorno, quindi, oltre che come culla e madre, appare anche sotto le vesti di prigione provinciale vuota e insostenibile, quasi come la gretta e fatua provincia tratteggiata dalla penna di Balzac nella Comédie humaine, in cui tutti sanno tutto di tutti e ognuno ha un suo ‘rispettabile’ e incasellato ruolo sociale. L’autore, in questo modo, intende anche sfatare il mito di Livorno «isola felice», propagandato da una fatua opinione pubblica e dai «boiardi di partito». Disagio sociale, disoccupazione giovanile, «crisi sistemica del porto già dai fine anni ottanta, a cui sarebbe seguita la progressiva dissoluzione di tutto il tessuto sociale cittadino»: altro che isola felice! Luca, insofferente a ogni tipo di incasellamento, ha preferito ‘perdersi’ nella metropoli e da lì, anni dopo, raccontare con queste pagine alcuni indelebili momenti della storia underground livornese. Nel suo scritto autobiografico l’autore, con note malinconiche e doloranti, ricorda anche gli amici che non ci sono più, tanti compagni di strada che non ce l’hanno fatta, anche e soprattutto falcidiati dalla piaga dell’eroina che negli anni ottanta – gli anni del ‘riflusso’ in cui le persone cominciavano a chiudersi in casa, complici le nuove televisioni private, piuttosto che lanciarsi nel marasma vitale delle strade – mieteva le sue vittime soprattutto fra i giovani. E, in questi momenti, la scrittura di Falorni mi ha fatto pensare al recente romanzo di Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, uscito nel 2016 (cronistoria autobiografica di un’educazione sentimentale e politica, stavolta proprio a Milano), in cui lo scrittore ricorda con note dolorose tutti gli amici falcidiati dall’eroina.

A seguire l’introduzione dell’autore incontriamo uno scritto di Silvano Cacciari (Attaccare il dispositivo di controllo) che traccia un quadro delle occupazioni livornesi da un punto di vista più strategico-politico, legato alla gestione, anche sociale, del territorio. Uno degli errori più grandi, secondo Cacciari ma anche secondo molti altri intervistati, è stato quello di offrire indiscriminatamente troppo spazio ai tossicomani i quali, nella prima occupazione del 1989 (quella di Villa Sansoni, come vedremo), hanno preso in mano le redini della gestione del luogo dando adito all’opinione pubblica, movimentata dall’egemone partito locale, che considerava la Villa come una sorta di ricettacolo di ‘drogati’. Come nota Cacciari, «in Villa ci siamo dovuti confrontare con maggioranze schiaccianti di eroinomani in assemblea per la gestione del posto, forse il nostro è stato uno dei pochi collettivi che è stato politicamente sgomberato dai tossici!». Un’altra problematica affrontata è costituita dalle dinamiche di interrelazione col partito egemone in città, perché «il Pci all’epoca rappresentava esattamente il contrario di una forza popolare, era in realtà una forza di occupazione del territorio», un «dispositivo di controllo»: «Quando noi facevamo politica, organizzavamo un’azione, anche quando facevamo le feste, ci trovavamo sempre in mezzo i funzionari del partito». È facile quindi capire perché nel 2014, assistendo da Milano alla clamorosa sconfitta del PD nelle elezioni cittadine e alla vittoria dei pentastellati (comunque poi rivelatisi una specie di «Armata Brancaleone»), Luca afferma di aver euforicamente brindato con un «ottimo rosso piemontese» del 2003.

Dopo le dichiarazioni di Cacciari, è Franco Marino, pseudonimo di un redattore di “Senza Soste”, importante giornale livornese di controinformazione, a tracciare una sintesi di «dieci anni di movimento a Livorno (2001-2011)». Nel 2001, infatti, un gruppo di giovani rioccupa una palazzina che era stata la sede storica del centro sociale «Godzilla». Inizia poi un periodo di importanti lotte sociali che sfociano in cortei ed esperienze di piazza come il gigantesco corteo contro la base militare americana di Camp Darby, nel 2003, o la grande manifestazione, nel 2006, contro il rigassificatore offshore, una enorme nave gasiera che sarebbe stata ancorata al largo della città, fino alla nascita del «Mal», il Movimento antagonista livornese.

Cominciano quindi le testimonianze, anima e cuore pulsante del libro di Falorni, rigorosamente divise in blocchi cronologici e precedute da una mappa dei luoghi attraversati dal movimento livornese attraverso gli anni. Il primo gruppo di testimonianze comprende gli anni dal 1980 al 1993 ed è raccolto sotto il titolo Questa storia non mi piace! – lo stesso di un documentario di Falorni sugli spazi sociali a Livorno dal 1980 al 1993 (l’autore, infatti, è anche un bravo videomaker). Le testimonianze qui raccolte sono tratte proprio dal documentario-intervista. Già dagli anni ottanta, come osservano molti intervistati, si cercava – da parte del Collettivo spazi sociali che si riuniva nel Palazzo Rosciano occupato – uno spazio sociale che fosse un centro di aggregazione politica e culturale. La prima importante occupazione (dopo quella, passeggera, dell’ex Istituto Pascoli) è quindi quella, nel 1988, di Villa Sansoni, una villa ottocentesca nella frazione di Ardenza, nella zona sud della città, località in passato «sirena e adescatrice» di pittori postmacchiaioli. Come già ricordato, l’esperienza dell’occupazione svanisce nel ‘riflusso’ provocato dall’eroina. Come afferma Massimo M., «l’eroina pesò parecchio sul movimento degli spazi sociali, la città stessa in un certo periodo era stata affossata da chi si faceva le pere. Livorno era particolarmente nel mirino e non credo che ciò sia successo per caso. C’era stata una strage, anche di gente in gamba che avrebbe potuto dire la sua». La seconda, importante occupazione cittadina è poi quella del «Godzilla», che prende il nome dal mostro del cinema giapponese di fantascienza. Inaugurato nel dicembre del 1990, lo spazio sociale è il frutto di un’occupazione e di un accordo con l’amministrazione locale: all’interno di esso, nel corso degli anni, vengono avviati significativi progetti politici e culturali, come il gruppo di studio su Foucault o le prime sperimentazioni sulla comunicazione informatica. Purtroppo, anche l’esperienza del Godzilla decade più o meno per gli stessi motivi della fine dell’occupazione di Villa Sansoni: l’incapacità di contenere l’invasione da parte dei tossici e gli attacchi dell’amministrazione locale che, appunto, vedeva il centro sociale come un ‘ricettacolo di drogati’.

Dopo la significativa occupazione del Teatro delle Commedie, nel 1993, un teatro abbandonato e lasciato in disuso dall’incapace amministrazione locale, si passa alla seconda sezione delle testimonianze raccolte nel libro, Uovo strapazzato (1993-2010). Nel novembre del 2001, un gruppo di giovanissimi, una nuova generazione dedita alla ricerca di spazi sociali, rioccupa la palazzina del vecchio Godzilla mentre una parte del collettivo, più legata all’ambiente dello stadio, crea al primo piano della palazzina il Centro politico 1921. Di nuovo, vengono avviate iniziative culturali e politiche (personalmente, ricordo un interessante ciclo di seminari su Impero di Negri-Hardt tenuto da Silvano Cacciari) in una temperie socio-politica complessa: Genova 2001, manifestazioni contro la base americana di Camp Darby e contro il progetto del rigassificatore, le varie «sagre del precario» organizzate all’interno della Fortezza Nuova, un altro bellissimo spazio cittadino – una fortezza medicea circondata dai canali – abbandonato alla decadenza dall’amministrazione locale.

Si arriva dunque all’ultima sezione del libro, Il posto più difficile del mondo (Livorno ribelle oggi). La scena degli spazi sociali oggi è dominata da due importanti luoghi: il «Teatrofficina Refugio (Tor)» e la «Caserma occupata». Il primo, occupato nel 2006, è un teatro dove vengono organizzati concerti, spettacoli, mostre, iniziative culturali ed artistiche, anche con ospiti importanti a livello nazionale: si tratta probabilmente del luogo, al momento attuale, più culturalmente attivo e vitale della città. La Caserma (una vecchia caserma in disuso), occupata nel 2011, è sede di diverse iniziative, soprattutto di carattere musicale nonché del Critical Wine che ogni anno, in dicembre, vede riuniti produttori vitivinicoli provenienti da ogni parte d’Italia. A fianco di questi spazi occupati è poi doveroso ricordare altre strutture che sono attive a Livorno con un progetto di militanza sociale, politica e culturale sul territorio, come l’Associazione don Nesi nel quartiere di Corea (che nasce nel luogo dell’ex villaggio scolastico creato coraggiosamente negli anni sessanta da don Nesi per aiutare famiglie e ragazzi in condizioni di disagio), la Federazione anarchica, gli Orti Urbani di via Goito, un pezzo di amena campagna nel centro cittadino sottratto (per ora) all’edilizia selvaggia.

Il libro di Luca Falorni è perciò sicuramente un importante tassello, frutto di un lavoro certosino, nella ricostruzione di un periodo storico importante (e, direi, non solo underground) per la città di Livorno. Dopo la lettura viene spontaneo chiedersi quanto sia assurda la logica da sempre sottesa agli apparati di ‘potere’ e controllo: spazi gestiti da giovani, culturalmente e politicamente attivi, vengono contrastati e osteggiati fino allo sgombero da parte di amministrazioni locali (dappertutto, non solo a Livorno) che non riescono a tollerare che quella stessa cultura sia gestita (meglio) da un “altro da sé”. È una logica assurda perché queste strutture non riescono a rendersi conto di quanto bene facciano, invece, questi spazi alle realtà urbane contemporanee, attraversate da complessità sociali sempre più intricate. Il totale svelamento di questa assurda logica è quindi probabilmente il principale punto di forza del libro di Luca. Un punto di debolezza è però, a mio avviso, l’eccessiva nota malinconica e ‘dolorante’ con la quale molti degli intervistati, soprattutto legati al mondo artistico, rievocano il periodo in questione, come se dolori, rancori, insoddisfazioni personali facessero oggettivamente parte di uno spazio e di un tempo. Come se, in fin dei conti, tutte queste esperienze passate fossero state un grande fallimento. Ma, forse, questa nota malinconica fa da sempre parte, fino in fondo, dell’anima di Livorno, città di porto, disincantata, profondamente ferita nel corso della storia, fino alle terribili distruzioni della Seconda Guerra Mondiale. E, nonostante tutto, perdute in mille malinconie, le «voci possenti e corsare» riescono sempre a risollevare la testa, a cantare, a urlare, a parlare, adesso anche a un pubblico più vasto, grazie al bel libro di Luca Falorni.

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