Sex and the City – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 14 Jun 2026 20:17:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Immaginari seriali. Rough heroes televisivi https://www.carmillaonline.com/2017/05/03/37635/ Tue, 02 May 2017 22:01:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37635 di Gioacchino Toni

boardwalk-empire-222Da qualche tempo numerose serie televisive di successo hanno dato spazio a protagonisti che poco hanno a che fare con gli eroi (e gli antieroi) tradizionali. Basti pensare, ad esempio, a produzioni della HBO come The Sopranos (1999-2007), The Wire (2002-2008), Boardwalk Empire (2010-2014) e True Detective (2014-in produzione), della Fox come The Shield (2002-2008), Sons of Anarchy (2008-2014) o, ancora, della AMC come Breaking Bad (2008-2013).

La presenza massiccia di protagonisti atipici in molte serie televisive contemporanee ha spiegazioni sia di ordine sociale-culturale che di ordine narrativo.

Andrea Bernardelli, [...]]]> di Gioacchino Toni

boardwalk-empire-222Da qualche tempo numerose serie televisive di successo hanno dato spazio a protagonisti che poco hanno a che fare con gli eroi (e gli antieroi) tradizionali. Basti pensare, ad esempio, a produzioni della HBO come The Sopranos (1999-2007), The Wire (2002-2008), Boardwalk Empire (2010-2014) e True Detective (2014-in produzione), della Fox come The Shield (2002-2008), Sons of Anarchy (2008-2014) o, ancora, della AMC come Breaking Bad (2008-2013).

La presenza massiccia di protagonisti atipici in molte serie televisive contemporanee ha spiegazioni sia di ordine sociale-culturale che di ordine narrativo.

Andrea Bernardelli, docente di semiotica all’Università di Perugia, nel suo saggio Cattivi seriali. Personaggi atipici nelle produzioni televisive contemporanee (2016), pubblicato da Carocci editore, ha analizzato tale fenomeno passando in rassegna i principali studi, soprattutto anglosassoni, che se ne sono occupati.

In una recente pubblicazione Jason Mittel (Complex Tv: The Poetics of Contemporary Television Storytelling, 2015) collega la presenza nelle produzioni recenti di tanti antieroi problematici alle particolari strutture narrative seriali televisive; le figure problematiche si legherebbero pertanto alla scelta di produrre serie complesse ed elaborate. Conviene però fare qualche passo indietro e partire, come fa Bernardelli nel suo saggio, dalla classificazione dei personaggi di finzione proposta da Aristotele che li distingue in base a quale persona reale essi intendono imitare; dunque si possono avere personaggi migliori di noi, peggiori di noi o come noi. Northrop Frye (Anatomy of Criticism, 1957) all’aspetto “morale” della classificazione aristotelica sostituisce la capacità d’azione del personaggio che può dunque palesare una capacità migliore, peggiore o uguale alla nostra. Da ciò deriva una griglia di classificazione dell’eroe associata ai generi letterari. Tale classificazione, sottolinea Bernardelli, diviene applicabile anche a livello sovrastorico permettendo una cartografia di macrogeneri narrativi.

Umberto Eco (Apocalittici ed Integrati,1964) affianca al personaggio caratterizzato in modo da elevare l’individualità a tipicità proposto da György Lukács, il personaggio topos, cioè convenzionale e facile da riconoscere ed accettare dal lettore che si identifica in esso senza fatica permettendogli di concentrarsi sulla sola azione. Si tratterebbe di un personaggio senza spessore, una sorta di eroe pop attorno al quale Eco delinea la figura del superuomo di massa. Già queste tipologie di eroi, continua Bernardelli, mettono in crisi il concetto di figura eroica con connotazione positiva.

Per quanto riguarda l’ambito dei cattivi – del tutto cattivi – che si contrappongono specularmente agli eroi positivi – del tutto positivi -, si ha una lunga tradizione sia nella letteratura che nel cinema. Nel mondo anglosassone questa figura piatta, stereotipata, del cattivo-solo-cattivo viene chiamata villain. Nelle narrazioni tradizionali eroe ed antagonista sono tendenzialmente costruiti come personaggi privi di sfumature sulla falsariga di quelli che Eco definisce topoi ed è tra queste polarità che è possibile costruire/individuare le figure degli antieroi, tanto protagonisti antieroici, quanto antagonisti antieroici.

A partire dalla presa d’atto che non può esservi equivalenza automatica tra la figura dell’eroe e quella del protagonista, nel suo saggio Bernardelli propone una fenomenologia dell’antieroe. Il rovesciamento delle caratteristiche peculiari dell’eroe (coraggio, moralità ecc.) «può portare alla definizione di un particolare tipo di antieroe: si tratta in questo caso della figura dell’inetto, dell’antieroe che può svolgere una funzione critico-parodica oppure sfociare direttamente nel comico della commedia. Ma potremmo trovarci di fronte a narrazioni in cui il rovesciamento delle caratteristiche eroiche stereotipate sia solo illusorio: ad esempio l’inetto, il personaggio incapace di farsi carico del ruolo di eroe rivela nel corso della trama di poter assolvere al suo compito eroico» (p. 19). Oppure il protagonista può presentare caratteristiche contraddittorie, persino da antagonista o villain.

Secondo lo studioso possiamo allora avere un antieroe per sovversione (“non voglio, quindi mi oppongo”); un eroe mancato (“vorrei, ma non posso”); un inetto (“vorrei, ma non riesco”); il caso in cui colui che non lo era si trasforma in eroe abbandonando il suo ruolo negativo (“non posso – sarei un villain, ma devo essere eroe”); l’eroe per caso (“non vorrei, ma sono coinvolto mio malgrado, quindi devo”); una sorta di personaggio neutro rispetto ai due poli eroe-antieroe (“sono quel che sono…”).

true detective111La figura dell’antieroe la si ritrova nella narrativa, nel cinema, nel comics e nelle serie televisive. Andando alla ricerca di un parallelo con l’antieroe letterario, occorre verificare se nelle serie televisive l’antieroe possa essere visto come uno strumento di sovversione di ruoli culturali stereotipati; secondo Bernardelli sarebbe necessario comprendere se l’antieroe televisivo svolga un ruolo critico/parodico/satirico nei confronti delle serie televisive classiche con eroi piatti.
Applicando le categorie narrative alle serie televisive lo studioso individua, ad esempio, nel protagonista di Californication (2007-2014, Showtime) la figura dell’antieroe per sovversione, oppure nei due protagonisti della prima serie di True Detective (2014-in-produzione, HBO) esempi di eroi per frustrazione (eroi mancati perché si scontrano con un mondo antieroico), ovvero, ancora, nella serie Heroes (2006-2010, NBC) individua esempi di eroi per caso.

Nella recente serialità televisiva esistono però, secondo l’autore, modelli di antieroe particolari, dei veri e propri bad guys “macchiati” però da qualche forma di umanità, dei cattivi ibridati con la figura eroica. Il protagonista di Dexter (2006-2013, Showtime) può essere definito un villain che, a causa degli eventi (o della propria umanità nascosta fino a quel momento), deve essere eroico. In Breaking Bad (2008-2013, AMC), Walter White è un antieroe per caso, un normale cittadino che si trova a divenire un villain “per rabbia e per sopravvivenza”.

Secondo Bernardelli l’insistenza con cui le recenti serie televisive presentano protagonisti cattivi si è spinta oltre le categorie tradizionali imponendo la «necessità di aggiungere un’ulteriore categoria di antieroe, o di antivillain […]: il “devo (essere cattivo), ma non posso (qualcosa ancora mi spinge all’umanità)”. In questo caso il personaggio in sé completamente negativo cede parzialmente alla normalità e all’umanità, e non può più essere piatto; ora anche la figura del villain può essere approfondita, scavata e analizzata, dandole una terza dimensione. Il villain protagonista di alcune serie diventa fragile, mettendo in mostra il proprio lato umano, una rappresentazione che lo pone in discussione in quanto cattivo in termini assoluti» (p. 25). In personaggio è dunque un villain che resta tale, mantiene la sua negatività, ma mostra qualche barlume di umanità «ed è qui che si ferma la sua interazione o spostamento verso il polo eroico» (p. 25). Il protagonista di The Sopranos (1999-2007, HBO) rappresenta il capostipite di tale tipologia.

Secondo lo studioso la figura del villain parzialmente umanizzato deriva più dal teatro che dal romanzo; tutto sommato Tony Soprano assomiglia più a Macbeth che a Edmond Dantés, è un cattivo che riesce a far partecipare lo spettatore alle sue peripezie in attesa della prevista redenzione finale attraverso la morte tragica che però la struttura “a stagioni” delle serie televisive inevitabilmente rimanda.

Se l’antieroe tradizionale è tale perché non ha le caratteristiche dell’eroe, mentre annovera una serie di debolezze considerate dal pubblico non così gravi da giustificare una condanna morale definitiva, quello che Anne W. Eaton (Robust Immoralism, 2012) definisce rought hero è contraddistinto invece da difetti decisamente più gravi ed anche le sue qualità positive «sono comunque direttamente correlate al suo carattere moralmente negativo. Inoltre il rough hero è privo di rimorsi e agisce con l’intenzione di compiere azioni malvagie […] è intrinsecamente immorale, al contrario dell’antieroe che sembra esserlo solo superficialmente per poi rivelarsi in fondo, o nella sua sostanza, moralmente positivo» (pp. 26-27).

Visto che il rough hero, al di là della sua immoralità, è pur sempre il protagonista del racconto, dunque è il personaggio con cui lo spettatore è indotto ad un qualche coinvolgimento emotivo, deve possedere alcune caratteristiche volte ad umanizzarlo e, a tal fine, viene spesso messo a confronto con personaggi peggiori di lui. «Il rough hero fondamentalmente non è un buono, un eroe, che si sporca e che diventa un cattivo, ma solo in superficie come Walter White, ad esempio. Potremmo invece dire che viene dall’altra direzione, è un villain che sotto rivela delle tracce di umanità e i problemi che essa comporta. Ma questa umanizzazione nel caso del rough hero resterà sempre la superficie della sua vera sostanza immorale e negativa» (pp. 27-28).

Un capitolo del saggio di Bernardelli è dedicato al dibattito sulla questione etica suscitato da tale tipologia di protagonista e circa il fatto se sia più o meno giustificato giudicare un’opera in base all’aspetto etico o morale (Ethical Criticism of Art) lo studioso individua due polarità contrapposte; una (moralism) ritiene inevitabile il legame tra giudizio estetico ed etico, l’altra (autonomism) reputa invece che il giudizio estetico prescinda dalle questioni di ordine etico. All’interno di tali estremi si ritrovano posizioni diversamente sfumate; si passa da un automatismo radicale (dipende esclusivamente da ragioni estetiche) ad uno moderato (a volte le questioni etiche possono concorrere alla definizione di un giudizio estetico ma le due cose restare separate) e da un moralismo moderato (è possibile in alcuni casi valutare l’opera dal punto di vista etico), all’eticismo (gli spetti etici concorrono pienamente al giudizio estetico), all’immoralismo (il difetto etico diviene parte fondante del giudizio estetico positivo), fino al moralismo radicale (l’opera deve contenere valori morali per essere giudicata positivamente).

Circa il coinvolgimento emotivo dello spettatore Bernardelli riprende gli studi della Cognitive Media Theory. L’approccio cognitivista ritiene che a proposito del coinvolgimento emozionale indotto dagli audiovisivi nel pubblico «il processo di costruzione dello stato emotivo sia il medesimo attivo nelle emozioni nate a partire da uno stimolo reale […] Sostanzialmente lo studio cognitivista del coinvolgimento filmico si incentra sull’analisi del modo in cui lo spettatore può provare identificazione, simpatia, empatia, o al contrario distacco, antipatia, presa di distanza, nei confronti dei personaggi che popolano un mondo di finzione audiovisivo» (pp. 33-34).

Bernardelli si sofferma in particolare sugli studi di Murrey Smith (Engaging Characters: Ficition, Emotion and the Cinema, 1995) in cui si sostiene che l’engagement dello spettatore nei confronti del personaggio passi attraverso l’identificazione dei personaggi (recognition), lo schieramento (alignment) – dipendente dalle modalità con cui sono costruite le strutture testuali che forniscono informazioni – ed, infine, la valutazione (orientata dal testo) di tali informazioni (allegiance). L’approvazione morale dello spettatore nei confronti del personaggio può, ovviamente, variare nel corso della narrazione.

tony-soprano-152Secondo diversi studiosi è con la serie The Sopranos, messa in onda dalla HBO nel 1999, che prende il via la tipologia del flawed character nelle produzioni seriali televisive. Nöel Carroll (Sympathy for the Devil, 2004) è stato tra i primi ad interrogarsi sui motivi che rendono il protagonista, Tony Soprano, affascinante agli occhi degli spettatori. Secondo lo studioso nei confronti di questo tipo di personaggio si può avere soltanto un’identificazione parziale e questa la si ha con ciò che egli ha in comune con noi (la banalità quotidiana). A restare estraneo allo spettatore sarebbe dunque il lato criminale di Soprano. Altro elemento che attenua il giudizio negativo sul protagonista è dato dal suo apparire tutto sommato “meno immorale” di altri personaggi che compaiono nella serie. Secondo Carroll il provare simpatia nei confronti di un personaggio della finzione che nella realtà sarebbe disprezzato è dovuto al fatto che, nel suo essere “irreale”, esso è costruito in modo da essere affascinante.

Secondo Murrey Smith (Just What Is It Thet Makes Tony Soprano Such an Appealing, Attractive Murdered?, 2011) l’accettabilità di Tony Soprano è dovuta ad una narrazione che alterna la sua appartenenza a due “famiglie”, quella criminale e quella biologica. Altro elemento che suscita fascino, secondo Smith, è dato dalla possibilità del protagonista di trasgredire dalla comune morale; lo spettatore può così immaginare di agire in maniera moralmente trasgressiva nella più totale impunità. «É la differenza di livello ontologico […] – tra la realtà dello spettatore e la finzione del mondo narrativo di Tony Soprano – a permettere al pubblico di godere di questo paradosso, e di accettare un personaggio che viene rappresentato come morale e immorale allo stesso tempo» (p. 48).

Anne W. Eaton (Robust Immoralism, 2012) sostiene che l’attrazione dello spettatore nei confronti del rough hero è determinata dal meccanismo retorico-testuale con cui è costruita la serie che rende il personaggio tanto accettabile quanto inaccettabile e sarebbe proprio tale incertezza a generare piacere estetico. La visione della Eaton deriva dall’idea che è possibile, attraverso particolari modalità narrative, costruire testi in cui elementi di negatività morale vengano interpretati positivamente dal punto di vista estetico. In Carroll, invece, il difetto etico si traduce anche in difetto estetico, «di conseguenza un difetto morale deve trovare una giustificazione, pena il fallimento anche estetico dell’opera […] Secondo Carroll dunque esistono opere che manifestano tali difetti morali da mettere lo spettatore nell’impossibilità di provare una qualsiasi forma di piacere estetico, ma non il contrario» (p. 49). Carroll contesta alla Eaton di «guardare solo ad un aspetto della struttura narrativa, in questo caso concentrandosi sulla figura del personaggio protagonista, senza valutare l’insieme dell’opera e la prospettiva implicita nei meccanismi narrativi del resto visti nel loro complesso» (p. 50).

Secondo Carroll lo spettatore non è attratto dal male al punto di volere condotte immorali da parte del protagonista ma, viceversa, è indotto a valorizzare i suoi tentativi di essere un “buon padre di famiglia”. Di Tony Soprano, insomma, si ammira il suo cercare di difendere se stesso ed i suoi famigliari da altri criminali e non la sua condotta criminale. «Un aspetto interessante toccato da Carroll, e spesso dimenticato da altri autori, è il fatto che non sempre ciò che viene ritenuto morale o immorale ha direttamente a che vedere con ciò che è legale o illegale da un punto di vista formale» (p. 51); se il farsi giustizia da sé risulta legalmente inaccettabile, non è detto che ciò venga percepito dallo spettatore come immorale.

Mentre Carroll sottolinea come diverse opere considerate immorali possono essere utili per migliorare lo spettatore, Eaton sostiene invece che tali opere conducono lo spettatore su posizioni di ambivalenza e di incertezza nel giudizio morale sul personaggio e ciò rappresenterebbe il risultato estetico più intrigante dei rough heroes. Dunque, sostiene Bernardelli, «la discussione tra Eaton e Carroll mette in evidenza come l’intreccio di problematiche etiche ed estetiche, quindi di due differenti livelli di valutazione di un testo, portino a interpretazioni spesso diametralmente opposte dell’effetto di un’opera narrativa, in particolare quando uno spettatore è messo di fronte ad un “eroe difettoso”» (p. 53).

Bernardelli si sofferma anche sugli studi della norvegese Margrethe Bruun Vaage (The Antihero in American Television, 2015 – Don, Peggy, and Other Fictional Friends? Engaging with Characters in Television Series, scritto con Robert Blanchet, 2012). La studiosa pone l’accento su come i prodotti audiovisivi seriali siano in grado di determinare un maggior coinvolgimento dello spettatore rispetto ai film e su come la maggiore familiarità del pubblico nei confronti dei personaggi induca ad un maggior senso di complicità nei loro confronti.
La Vaage (Relifes and Reality Checks, 2013) affronta anche l’asimmetria emotiva con cui lo spettatore giudica personaggi di fiction e personaggi reali. La differenza con cui si guarda al personaggio di ficition rispetto al suo omologo reale sarebbe determinata da un paio di meccanismi testuali. Attraverso il primo meccanismo (fictional relief) lo spettatore verrebbe condotto a modificare la propria prospettiva morale in una sorta di sospensione valoriale proprio in quanto consapevole di trovarsi di fronte ad una finzione, mentre il secondo meccanismo testuale (reality check) funzionerebbe da monito palesando le conseguenze negative che la condotta del personaggio avrebbero nella realtà.

Bernardelli riprende le principali strategie drammatiche utilizzate per rafforzare l’identificazione tra pubblico e personaggi moralmente conflittuali individuate da Alberto N. Garcia (Moral Emotions, Antiheroes and the Limits of Allegiance, 2016): la comparazione morale o il principio del “male minore” (presenza di personaggi peggiori del protagonista); il potere consolatorio della famiglia (la quotidianità del protagonista può fornire giustificazioni); la contrizione (il manifestare sensi di colpa nel personaggio); la vittimizzazione (l’esplicitare un passato in cui il protagonista è stato vittima).

breakingbad-222La rassegna dei lavori dedicati agli antieroi delle serie televisive proposta da Bernardelli contempla anche alcuni studiosi che si sono occupati del rapporto tra i testi e i conflitti sociali e culturali della contemporaneità nordamericana. Ad esempio Ashley M. Donnelly (The New American Hero: Dexter, Serial Killer for the Masses, 2012) colloca il personaggio di Dexter all’interno di una lunga tradizione nordamericana volta a valutare positivamente gli antieroi; la storia statunitense è piena di “ribelli per il bene comune” e «l’apparente ambiguità di Dexter non fa altro che rinforzare ideali conservatori, come quello del “vigilante” o del “vendicatore”, e attraverso la sua caratterizzazione – un cattivo apparente che nasconde un individuo positivo – offre paradossalmente una chiara differenziazione tra il bene e il male, ristabilendo il confine tra ciò che è normale e ciò che è “altro”» (p. 59).
La stessa studiosa (Renegade Hero of Fauz Rouge: The Secret Traditionalism of Television Bad Boys, 2014) analizza serie come Sons of Anarchy, True Blood, Breaking Bad e Boardwalk Empire al fine di dimostrare come questi antieroi non siano affatto conflittuali nei confronti della cultura dominante; si tratterebbe piuttosto di «semplici reincarnazioni dei tradizionali eroi conservatori, capitalisti ed etnocentrici, con la differenza che vengono rappresentati come ancor più sanguinari e razzisti» (p. 58).

Geraldine Harris (A Return to From? Pstmasculinist Television Drama and Tragic Heroes in the Wake oh The Sopranos, 2012) partendo dalla constatazione che molti antieroi che popolano diverse serie televisive recenti sono di genere maschile, distingue tra postmasculinist drama series (The Sopranos, The Wire, Deadwood, Mad Men, Sons of Anarchy) e postfeminist drama series (Sex and The City, Ally McBeal). Le prime proporrebbero scenari narrativi dominati da misoginia, omofobia e razzismo nonostante in apparenza sembrano voler stabilire una distanza ironica nei confronti di tali atteggiamenti ricorrendo a protagonisti antieroici; la situazione problematica dell’antieroe sarebbe «la rappresentazione stessa della crisi esistenziale della mascolinità dell’uomo bianco nordamericano» (p. 59).

Anche Amanda D. Lotz (Cable Guys: Television and Masculinities in the 21th Century, 2014) individua negli antieroi maschili messi in scena da parecchie serie televisive nordamericane recenti, una «rappresentazione della condizione conflittuale e vulnerabile della mascolinità nella società nordamericana […] attraverso il conflitto tra i protagonisti tradizionali e quelli antieroici viene occultamente rappresentato lo scontro tra i modelli più tradizionali di mascolinità e quei nuovi modelli più prossimi alla sensibilità del postfemminismo contemporaneo» (p. 60).

Il significato ideologico delle serie televisive contemporanee che rappresentano il conflitto tra un protagonista antieroe, bianco e maschio che si mostra ambiguo nei confronti del razzismo ed un secondo personaggio, altrettanto bianco e maschio, più esplicitamente razzista, è invece al centro degli studi di Michael L. Wayne (Ambivalent Anti-heroes and Racist Rednecks on Basic Cable: Post-race Ideology and White Masculinities on FX, 2014). Si tratterebbe, secondo Wayne, di una contrapposizione falsamente conflittuale che, costruita su visioni della questione razziale del tutto stereotipate, finisce col negare valore a tali problematiche.

Nel volume di Bernardelli viene affrontata la particolare serialità televisiva di cui si sta parlando anche dal punto di vista della sua classificazione – secondo formato, genere e registro – che, ovviamente, incide sull’interpretazione. Secondo lo studioso, oltre alle tradizionali comedy e drama, occorrerebbe introdurre la categoria di tragedia in quanto tale categoria di interpretazione narrativa permetterebbe di approfondire la questione del coinvolgimento del pubblico con il personaggio negativo protagonista.
Nella tragedia shakespeariana, sostiene lo studioso, gli atti del personaggio negativo non vengono giustificati in alcun modo, nemmeno il passato viene in soccorso; «l’unica sua possibile redenzione consiste nella morte» (p. 62). Nelle recenti serie televisive «potremmo identificare dei protagonisti che sono una tipologia specifica di antieroe, o meglio appartengono sì all’ampia famiglia degli antieroi, ma che sono in realtà eroi tragici» (p. 62).

Robert Warshow (The Gangster as Tragic Hero, 1948) spiega come mentre il tragico classico consiste nello scontro dell’individuo con un ordine morale superiore, nella modernità (scrive a fine anni Quaranta) il tragico viene identificato nel «rifiuto dell’individuo nei confronti del principio della felicità collettiva (il sogno americano)» (p. 63). Secondo Warshow la ribellione nei confronti del sogno americano, generante in molti disperazione e fallimento, trova espressione in forme di rappresentazione più o meno mascherate; il gangster del cinema degli anni Quaranta sarebbe una di queste forme. «Il gangster è un eroe tragico perché rappresenta la frustrazione e la ribellione a quello che definisce “Americanism”, il modello di vita americano. Come nella tragedia classica il gangster è un individuo che si ribella ad un superiore fato collettivo: la necessaria, ma continuamente frustrata, ricerca della felicità» (p. 63).

Il gangster cinematografico è ovviamente altro rispetto ad un gangster reale ma «esprime o rappresenta un’urgenza o esigenza molto reale per gli spettatori» (p. 63). Il percorso del gangster al cinema è il medesimo del classico eroe tragico: successo rapido ed altrettanto rapida rovina. «La morale del gangster movie per Warshow è che tutti abbiamo la sensazione di avere diritto al successo, con ogni mezzo, ma che ogni mezzo, ogni azione compiuta per avere successo, per essere un individuo, sia illegale, immorale, e che faccia sentire gli altri come soggetti ad un atto di aggressione lasciando colui che agisce per emergere in realtà solo e indifeso» (p. 63). Il diritto al successo è proposto come possibile sebbene considerato sbagliato e pericoloso.

cattici seriali carocciSe abbandoniamo l’idea che i prodotti culturali per forza riflettano la realtà e pensiamo invece ad essi come a qualcosa che riflette sulla realtà, allora la figura del rough hero può essere affrontata diversamente da come la pone, ad esempio, la Vaage che, come abbiamo visto, ragiona sulle differenze di coinvolgimento dello spettatore in base all’avere a che fare con un “cattivo” di finzione o con l’equivalente reale.

Se pensiamo alla narrazione come ad uno strumento importante al fine di ridefinire una prospettiva etica nello spettatore, allora nei racconti si può individuare «la funzione di porre dei “paletti”, per delimitare un territorio altrimenti confuso, con confini (etici) poco o non definiti. Le narrazioni di cui fruiamo pongono dei confini a quella che è la nostra concezione dei limiti del comportamento (nostro e altrui), altrimenti non razionalizzabile, non esprimibile esplicitamente» (p. 66). Dunque, secondo Bernardelli, «una prospettiva etica di questo genere fornisce un importante valore e funzione anche alle narrazioni minori, quelle dei mass media. A questo punto quale sarà la funzione di una serie televisiva in cui il comportamento del protagonista sia eticamente anomalo? Di darci una esemplificazione, seppure negativa, di quello che deve essere il nostro e l’altrui confine etico. Le serie televisive co protagonisti “difficili e complessi” contribuiscono quindi, insieme ad altre fonti di narrazioni, a costruire la nostra idea etica» (p. 66).

L’ultima parte del saggio di Bernardelli è dedicata ad alcune produzioni televisive italiane: “Dall’antieroe al rough hero nella serialità italiana”. Qua lo studioso passa in rassegna l’antieroe atipico rappresentato da L’ispettore Coliandro (2006-in produzione, Rai Fiction), ed il percorso che porta al rough hero analizzando le serie Romanzo criminale (2008-2010, Sky) e Gomorra (2014-in produzione, Sky).

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Divine divane visioni (Urlando furioso 04/05) – 54 https://www.carmillaonline.com/2013/10/18/divine-divane-visioni-urlando-furioso-0405-54/ Thu, 17 Oct 2013 22:01:22 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=10051 di Dziga Cacace

Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla  

ddv5401531 – Lo splendido Ferro 3 di Kim Ki-Duk, Corea del Sud 2004 Strani giorni, in attesa. Ansie da paternità, lavori nella nuova casa da seguire, dolori lombari inopportuni, appetito feroce. Le voglie dovrebbe averle Barbara e invece sono io a mangiare come una bestia: con la gravidanza (sua) ho preso già 3 chili e ieri ho sbafato un sushi per due. Oggi è sabato e ho dormito tanto e lavorato poco, cosa che non ha migliorato il mal di schiena ma [...]]]> di Dziga Cacace

Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena, potete stare a galla  

ddv5401531 – Lo splendido Ferro 3 di Kim Ki-Duk, Corea del Sud 2004
Strani giorni, in attesa. Ansie da paternità, lavori nella nuova casa da seguire, dolori lombari inopportuni, appetito feroce. Le voglie dovrebbe averle Barbara e invece sono io a mangiare come una bestia: con la gravidanza (sua) ho preso già 3 chili e ieri ho sbafato un sushi per due. Oggi è sabato e ho dormito tanto e lavorato poco, cosa che non ha migliorato il mal di schiena ma mi ha predisposto per un menù coreano. Siccome non gradisco piatti a base di carne di cane e aglio, opto prudenzialmente per un film: Ferro 3 avrà sí e no tre pagine di dialoghi. È cinema puro, narrato per immagini. È splendido. Un giovane vive sfruttando le case vuote altrui. Entra, si prepara la cena, lava i suoi indumenti e – per ripagare l’ospitalità – ripara qualcosa (orologi, bilance, stereo), dorme, se ne va. In un’incursione incontra una donna disperata che vuole fuggire dal marito. Altre vicissitudini e una lieta fine, inaspettata quanto poetica. Film elegante e violento come un colpo di mazza da golf, lineare, ritmato, senza alcuna ridondanza e fotografato in maniera entusiasmante. Il cinema come vorrei che fosse sempre: inaspettato, originale e poco parlato. E stupido io che perdo tempo con tante cagate occidentali, ripetitive e preconfezionate, e ancora indugio di fronte all’immensa cinematografia orientale. Dopo il film, ovviamente, cena indocinese abbondantissima che procura incubi notturni a base di involtini primavera volanti tra nuvole di drago. Visto in sala con pubblico educato, proiezione corretta, intervallo eliso dalla pellicola e però luci accese sui titoli. Ma non mi lamento. E ho già fame. (Cinema Ariosto, Milano; 12/3/05)

ddv5402532 – Nostalgia canaglia con Franco Battiato – Dal cinghiale al cammello a cura di Luca Volpatti, Italia 2004
Pausa pasquale e finalmente tre giorni di pausa dal lavoro. Barbara è gonfia come una mongolfiera e sta sudando sulla tesi di dottorato, con l’esame sempre più vicino. Io scribacchio osservando attonito i telegiornali: siccome il dibattito politico interno è il più infimo del mondo non si ciancia altro che della Pasqua e del tempo. E poi stanno morendo il Papa, Terri Schiavo e il principe Ranieri di Monaco e se ne parla esattamente in quest’ordine. Sul Papa non mi pronuncio perché qualcuno potrebbe accusarmi di profanità. Terri Schiavo passerà alla storia come involontaria vittima di chi ha trovato il bel boccone da gettare alla platea televisiva, affamata di drammi in diretta. Su Tg1 e Tg2 è tutta una condanna della moderna barbarie dell’eutanasia, dimenticando che non si tratta di eutanasia, ma si avvicinano i referendum e allora, si sa, il voto cattolico e bla bla. Ranieri di Monaco, infine, non se lo incula nessuno, ma non si sa mai e allora ci tengono aggiornati col bollettino medico. Per testimoniare il mio disprezzo all’establishment medievale che ci tiranneggia mi guardo i video del compositore italiano più intransigente e puro, Francuzzo Battiato mio: l’ho amato fin dagli ingenui undici anni, quando non capivo niente di ciò che diceva e soffrivo perché Gianfranco Manfredi lo aveva iscritto alla “nuova destra” (un pezzo famoso sulla Stampa, con argomentazioni per nulla peregrine, peraltro). Eravamo un milione ad aver comprato La voce del padrone e lo ballavamo febbricitanti, festeggiando la vittoria ai campionati del mondo di calcio in Spagna. I dischi successivi li comprarono sempre meno persone, ma io rimasi fedele e recuperai subito le opere sperimentali e quelle progressive dei primissimi anni Settanta (prog sui generis, eh? Sfido a trovare roba simile), rimanendo spesso affascinato ma talvolta anche basito. Franco era anni luce avanti, altroché. Ecco cosa ho scritto per gli amici di Rodeo, con la consueta prosa deidratata ed ermetica per stare nell’esiguo numero di battute concesse: “Il cut up postmoderno di tutta la nostra eredità canzonettistica, l’avanguardia europea e la tradizione romantica ottocentesca; la Sicilia, nostra Arabia interiore; l’intolleranza verso la mediocrità culturale diffusa, i lampi rock dell’occasionale schitarrata, il piacere della danza e dei cori classici… Battiato è l’unico cantautore italiano completamente originale, che ha sempre guardato a Est mentre i colleghi aspettavano appecoronati un segnale da oltreoceano. E quando s’è trattato di realizzare videoclip per accompagnare i suoi dischi ha evitato il mainstream esterofilo o il mediocre didascalismo italico (pensate a Michelangelo Antonioni e all’atroce video di Fotoromanza della Nannini). Battendo le strade della videoarte e della sperimentazione ha sempre inventato qualcosa di diverso, ottenendo che musica e immagini funzionassero assieme e mai come in questo caso vale citarlo: «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese»”. Posso aggiungere che alcuni video sono tagliati in 16/9 senza motivo e che sulla clip di Bandiera bianca (che ricordavo diversa, mah) spunta un birichino time code. Ma non importa. Grande. (Dvd; 27/3/05)

??????Tonno caldo, s’il vous plaît
Scrivere per Rolling Stone ti apre un sacco di porte: ne approfitto e vado a testimoniare lo stato di forma degli amati Hot Tuna, in double bill a Milano assieme ai Nine Below Zero. Avrebbero voluto chiamarsi, nel 1969, Hot Shit, ma al settore vendite della RCA l’idea di distribuire merda calda non era sembrata cosa (in compenso esisteva un gruppo di neri hendrixiani di Detroit chiamati Black Merda che – chissà perché! – qui in Italia non ebbero alcuna penetrazione commerciale o più prosaicamente – e appropriatamente – non vennero per nulla cagati). Comunque il Tonno caldo era la costola blues dei Jefferson Airplane nei primissimi anni Settanta, poi passati a un hard rock un po’ fracassone e infine ritornati in vecchiaia a un country gradevole: gli squarci chitarristici di Jorma Kaukonen e il basso tonante di Jack Casady si sono acquietati e gli assoli sono oggi affidati a un mandolino tintinnante. Se volete farvi un’idea di cosa facessero, il primo omonimo album, dal vivo, è un capolavoro, tra traditionals e jam acustiche siderali. Arrivo ben prima del concerto e conosco il rosicone Ezio Guaitamacchi, giornalista musicale di grande passione, passabile competenza e incerto italiano scritto. L’idea che ci sia un possibile concorrente a parlare con gli Hot Tuna lo rende affabile come un qaedista a una sagra della salamina da sugo nel ferrarese. Me ne sbatto e vado all’attacco del gigantesco Jorma. Il sessantacinquenne è un omone sorridente (con incisivo frontale in oro) che si vede che s’è goduto la stagione psichedelica. Mi stringe la mano con la sua destra, enorme, e parlottiamo del più e del meno. So che suoneranno il giorno dopo a Genova e mi faccio vanto dei miei modesti natali. Lui si illumina e mi dice: “Pesto!”, e poi si finisce a parlare di caruggi e di Beppe Gambetta, il chitarrista flatpicking genovese che qui da noi è pressoché sconosciuto ma in USA è un nome importante. Lo lascio perché la band deve mangiare. Sul palco, come dei profughi. Approccio la press agent che ha qualche ossessione burocratica: pur essendo uno davanti all’altra, vuole che gli faccia la mia richiesta d’intervista via fax a New York. Credo di non aver capito e le dico: but… I’m here! E lei, imperturbabile: I need your fax, please. Vabbeh. Mi accontenterò della stretta di mano di Jorma, sai? Il concerto dura un’ora e dieci, melodico e ben suonato, ma alla fine sono un po’ saturo e mollo il colpo: i grintosi Nine Below Zero li vedrò un’altra volta, dài. (C-Side, Milano, 30/3/05)

ddv5403533 – Il tracollo clamoroso di Sex and the City, Season 6 di Aa.Vv., USA 2004
Barbara concede la visione: a dottorato concluso, pancione in crescita, Papa sepolto e trasloco in alto mare, non resta altro da fare che godersi l’ultima e definitiva serie di Sex and the City e, cautela, vi dico come va a finire, ma vi assicuro anche che non vale la pena vederlo. Pier Paolo e Nuria mi avevano effettivamente messo in guardia. Prima della visione attribuisco il loro disappunto alla mancata fruizione in versione originale, poi, a serie ultimata, devo ammettere: il capitombolo è acrobatico. Non completo, nel senso che in questa serie si trovano anche diverse cose carucce, ma ciò che manca completamente è la protagonista. Le tre comprimarie di Carrie entrano nella vita reale: Miranda è di nuovo assieme Steve, se lo sposa e va a vivere a Brooklyn; Charlotte è talmente innamorata di Harry Goldenblatt che – da WASP che era – diventa ebrea e ottiene in adozione un bimbo (cinese); Samantha sconfigge il tumore al seno e ha una fedelissima love story con un cameriere che diventa il sex symbol nazionale. Certo, c’è l’esagerazione tipica della fiction, ma tutte le comprimarie imboccano un sentiero preciso, perlomeno plausibile. E sono belle nella loro maturità. Invece, fin dal primo episodio, Carrie è drammatica: pensa alle sue Manolo Blahnik e a poco altro. Prima ha un’insignificante storia con lo scrittore Berger (si prendono e si mollano senza un perché); poi c’è un approccio impalpabile con Big (malato) e infine il salto nella fiaba, ma dell’orrore: Carrie s’innamora pazzamente di un artista, Aleksandr Petrovsky, interpretato da Michail Baryshnikov. Nella città più viva del mondo, la protagonista sceglie il più noioso e meno eccitante uomo del 16° secolo. Un ampolloso vecchiaccio che può risultare appetibile solo a una lettrice rincoglionita di Barbara Cartland. Una follia. Aggiungiamoci poi che Sara Jessica Parker è invecchiata peggio di tutte, col naso e il mento che le cascano come alla Strega Nocciola, gli occhi piccini strozzati dalle rughe e pure la ricrescita. Ma chi l’ha truccata, Boris Karloff? Insomma, in questa sesta serie viene a mancare il motore centrale: mancano il mestiere di Carrie, non hanno senso le sue scelte, è francamente insopportabile il suo carattere. Poi uno vede i credits, ricorda che la Parker è uno dei produttori, e capisce e subisce tutto. Tutta la parte finale della serie è una fiera della banalità: Carrie, da vera burina del Midwest si stufa di Parigi in una settimana “perché ha già visto due volte tutti i musei”! Poi, all’improvviso, il frignone e sensibilissimo Petrovsky diventa un egoista uomo di merda (come se Carrie fosse una generosa altruista). Passa di lì Big, e voilà, les jeux son faits!: fuga a New York e si torna al vecchio amore che, svelato il mistero, si chiama John. Speravo meglio. (Dvd; 2, 3, 8, 9, 10, 11, 12/4/05

ddv5406534 – Banalmente perfetto, When Harry Met Sally… di Rob Reiner, USA 1989
Il miglior film che Woody Allen non ha fatto negli ultimi quindici anni lo vidi la prima volta a Champoluc, da solo, dubbioso dell’insistente consiglio di Pier Paolo. Poi altre innumerevoli volte, senza averne mai abbastanza. E oggi lo rivedo con infantile piacere, godendo della lingua originale: nel genere della commedia brillante, siamo vicini alla perfezione. Oddio, non è tutto esilarante e spesso si gioca col risaputo, ma si tratta della ricetta giusta per la commedia bourgeois che ti fa ridere, ti commuove un po’ e, anche se sai benissimo che non può finir male, ti fa trepidare fino in fondo. Il riferimento ad Allen è palpabile, al limite del plagio (il riferimento a Casablanca è una strizzata d’occhio a Provaci ancora Sam, ma tutto il film sembra Io e Annie e Manhattan assieme). Però qui si tratta solo di una storia d’amore, della romance perfetta, mentre nel Woody che conta ogni film è stato un ulteriore capitolo nella costruzione dell’autobiografia esistenziale dell’uomo complessato del XX secolo. Sceneggiatura e attori in stato di grazia. Regia funzionale e scelte musicali di gusto. Bravissima New York. Meg Ryan non ha fatto altro di memorabile e oggi si barcamena, tirata e rifatta. Billy Crystal ha invece azzeccato poche cose (Analyze This). Peccato. Il dvd offre un discreto making of: How Harry Met Sally in cui Rob Reiner e Nora Ephron si bullano assai, raccontando di come i personaggi siano costruiti su di loro e bla bla. Ma è talmente riuscito il film che il compiacimento si perdona volentieri. (Dvd; 3/4/05)

ddv5405For Those About to Rock: Gov’t Mule…
Ho come la vaga impressione che dopo che mia figlia sarà nata, andare a sentire musica rock diventerà un pelino più difficile. Ma è solo un sospettuccio, eh? Comunque faccio una settimana di indigestione, concedendomi tutto ciò che il ricco menù meneghino offre. Parto il 4 aprile con i Gov’t Mule all’Alcatraz. Il trio rock blues è diretto da Warren Haynes, chitarra dei sempreverdi Allman Brothers, e si dedica al recupero di certo hard rock settantino, condito da spezie sudiste. Li ascolto dall’esordio del 1994, collezionando i loro dischi col fervore ottuso del completista, sempre incerto nel capire se mi piacciano veramente o se senta solo un debito nostalgico verso quel suono e quell’attitudine libertaria (per dire: è incoraggiata la registrazione del concerto e lo scambio libero con altri fan). E in effetti mi fracasso un po’ le palle. Haynes suona da dio però mi emoziono solo all’inizio, quando viene intonato a cappella un gospel da paura (Grin in Your Face, credo). Poi la scaletta prevede roba vecchia e nuova, con il denominatore comune della noia, seppur di fronte ad assolazzi inventivi e scintillanti. Mi illumino con due cover: 30 Days In the Hole degli Humble Pie e Maybe I’m a Leo dei Deep Purple, ma se speravo in un’epifania live totale, questa non c’è stata. O forse pensavo ad altro, boh.
ddv5407…Queen…
Il giorno dopo sono ad Assago, nella tribunetta VIP, mica cazzi. L’eccitazione è palpabile perché stanno arrivando i Queen. O quelli che si chiamano così, oggi. Ecco: come ci eravamo lasciati? Con un mastodontico concerto celebrativo a Wembley, alla memoria di uno dei più eccessivi e spettacolari frontman della storia del rock, Freddie Mercury. Era il 1992: in uno stadio stipato all’inverosimile s’erano esibiti gli aspiranti eredi alla corona ed eravamo tutti rimasti stupiti dalla viscerale interpretazione di George Michael, preoccupati ma non troppo che i Queen ripartissero con lui. Nel tempo abbiamo elaborato il lutto con ulteriori spaventi, tipo il panzuto Robbie Williams che, per un deprecabile filmetto di cappa e spada, ha blaterato We Will Rock You affiancandosi agli ineffabili Brian May (chitarra, per chi non frequenta) e Roger Taylor (batteria e grandissima voce a sua volta). Ma la musica vera, quella live? Ed ecco la risposta, temuta ma anche segretamente aspettata per tutti questi anni: i Queen tornano, senza il bassista John Deacon ma con un nuovo cantante. Nuovo per modo di dire, giacché Paul Rodgers era già calvo all’isola di Wight, nel 1970, quando conquistò il mondo con l’inno dei Free, quella All Right Now che conoscono anche i bambini grazie a uno spot pubblicitario. Adesso Paul esibisce un parrucchino impeccabile e degno di Elton John (altro pretendente al trono). In attesa che cominci la festa il pubblico si trastulla con holas a profusione, espone curiosi striscioni (“Proud to be your subjects”…eh?!) ed esulta all’arrivo, a tre metri da me, di Zucchero. Sono tutti troppo giovani per ricordarsi quando ha fatto almeno un grande album (Rispetto) e troppo ignoranti per conoscerne gli attuali ripetuti plagi. Poco lontano c’è Luzzatto Fegiz che chissà se domani firmerà sul Corsera la consueta articolessa precotta zeppa di errori. Il caso vuole che la simpatica compagnia di vecchietti inglesi sia in tour in Italia nei giorni di lutto per la morte del Papa. Roma è invasa dai fedeli e l’emergenza fa perdere la testa a Bertolaso, il capo della protezione civile: chiede che i Queen – di cui si proclama fan! – annullino i concerti oppure suonino musica sacra (!). Ovviamente i nostri eroi non cedono al ricatto cesaropapista e, prima di far deflagrare gli amplificatori, concedono un minuto di silenzio. Il pubblico obbedisce rispettosamente e, giuro, c’è parecchia gente che prega. Poi, alla prima nota di Tie Your Mother Down comincia il karaoke collettivo. Non importa granché chi canti: il concerto è una celebrazione di Freddie e del suo Mito, immortale: è lui, l’assente, che riscuote i boati più clamorosi quando sul maxischermo appare il profilo da roditore o durante Bohemian Rhapsody, che canta su nastro preregistrato. Molti critici hanno storto il naso, ma Brian May ha chiarito papale papale: “Lo facciamo per i fan e per noi”. Uno sfrenato rito pagano di condivisione della memoria, all’insegna del divertimento, cosa che ai critici sembra sfuggire sempre. La band riscuote il tributo e il pubblico ammutolisce solo quando vengono sciorinati le hit della Bad Company (altro grande gruppo cafone di Rodgers). Dei Queen si perde l’impasto di vaudeville, opera e pop, ma ne guadagna il versante hard e blueseggiante che aveva caratterizzato i primi (splendidi) album. Manca anche l’impatto scenico di Mercury: se ricordate oltraggiosi tutini in lycra scollati fino al pube, qui dovete accontentarvi di una trasgressione da pensionante in Florida: la hawaiana fuori dai calzoni di Rodgers e la camicia settecentesca abbinata a scarpe da tennis bianche di May. E anche il contorno è decisamente compassato: nel 1978, Freddie e soci offrivano ai giornalisti ospiti delle loro feste ostriche, champagne e (ehm) intrattenimento orale privato. Ora c’è quasi uno spirito chiesastico, con sacro e profano intrecciati. Ma The Show Must Go On, come cantato in maniera autoassolutoria. Il Papa è morto e così la Regina, ma questo cadavere si conserva benissimo.
(Ma voi vi ricordate quando è scomparso Freddie? Erano anni senza Internet però si sapeva delle sue condizioni: io stavo preparando l’esame di Composizione 2 – un calvario grazie a un prof ottuso come un mattone – e lavoravo a un modellino in polistirolo e poliplat di 1 metro per due ascoltando a rullo la cassetta di Live Killers, una bomba sonora se mai ce n’è una. Il 24 novembre prendo una pausa: stoppo il nastro e inavvertitamente accendo la radio che non sento mai e apprendo le news. Sad sad day). (Una settimana dopo ho preso un insultante 25 e tempo dieci minuti fuori dalla facoltà ho brutalizzato assieme a Hilda il modellino dentro un cassonetto di piazza Sarzano. Così, per dire, ma il ricordo di Mercury e di quell’esame merdoso sono legati in maniera indistricabile).
ddv5408…e Judas Priest!
Finisco la mia grande abbuffata con un concerto che più metal non si può. Al Mazda Palace, il 10 aprile arrivano i Judas Priest, complessino mai amato troppo, ma curioso. È come una festa comandata e si raduna tutta la famiglia dell’heavy. Ci sono i reduci e le matricole; c’è il maturo rocker col capello ostinatamente lungo, anche quando la fronte alta arriva sino alla nuca, a fianco del sedicenne che esibisce i primi peli e al post yuppie sotto la cui giacca batte ancora un cuore metallico. Per una sera tornano tutti kids, soli contro il mondo dei grandi, col braccio alzato e l’ugola che si arrampica verso acuti da soprano, indossando le magliette storiche di quando si era un grissino, ora deformate da pance da bevitore di birra. Ma non importa, nessuno vuole cedere l’uniforme e i colori: ecco il jeans elasticizzato alto sulla caviglia, l’Adidas da basket, il chiodo nero e, sopra, il giubbotto in denim con le immancabili pecettone degli Iron e degli AC/DC. Qualche filologo si presenta addirittura col berretto sadomaso in pelle nera, come faceva lo storico frontman dei Judas tornato finalmente all’ovile, Rob Halford, quando doveva nascondere la pelata. L’atmosfera è elettrica e gli indigeni Domine aprono, trascinando il pubblico con dei coinvolgenti “tuttinziemeeeh!”. Poi arrivano i Nostri: Halford sfoggia con eleganza cappottini a metà tra Nosferatu e lo zio Fester, sino all’apoteosi dello spolverino metallico, che sembra un lampadario uscito dal carrozziere. E dopo l’outing sessuale (è felicemente gay), ha fatto anche quello tricotico e la testa lucida consente particolari giochi di luce riflettendo i fari sul pubblico. Muovendosi tra rampe, elevatori e forconi (simbolo della band), viene snocciolato un repertorio immenso e a fianco degli inni storici anche le nuove canzoni fanno la loro porca figura. Il pubblico è in delirio, stordito da volume terremotante e parecchie lattine da mezzo litro di birra: quando le chitarre tacciono è un percussivo florilegio di rutti, non scherzo. La tribuna stampa intanto è vuota: i critici militanti sono nella bolgia a cantare. A fine concerto, Rob fa l’entratona a bordo della Harley Davidson (spenta), ma anche se le sgasate sono in playback nessuno si lamenta perché stasera, quella che si prova è purezza, integrità e anche un po’ di consapevole cialtroneria. C’è una disponibilità genuina a sognare e a lasciare i mostri là fuori. Questo è un rumoroso e divertentissimo esorcismo per sentirsi gli ultimi difensori della fede, gli unici che non si sono ancora arresi al pensiero unico, musicale e politico. (4, 5 e 10/4/05)

ddv5409535 – Ancora una volta Ho fatto splash di Maurizio Nichetti, Italia 1980
Da quando la Provincia di Milano è stata occupata dai cosacchi comunisti del PD, andare a vedere un film all’Oberdan è un piacere radical chic: proiezione corretta, pubblico educato con la mazzetta dei quotidiani sotto il braccio, visione al buio dei titoli di coda. E un programma curatissimo. Purtroppo non mi capita spesso, anche solo per criticare, ma stasera l’occasione è ghiotta: Ho fatto splash con il regista e le tre protagoniste presenti in sala. La città è attraversata da wannabe scrocconi che affollano i mondani e insulsi cocktail del Salone del Mobile, tutti vestiti da gggiovani. Io non ho dubbi: mi metto il mio camicione da boscaiolo grunge e vado all’Oberdan a ubriacarmi di cinema, con uno dei film che più ha segnato la mia infanzia. In sala convenevoli di rito e poi un documentario di Mietta Albertini sul lavoro di Nichetti. Affabulato ma interessante e si apprezza il lavoro di editing al torrenziale autore. Poi viene il momento della memoria: Luisa Morandini parla di quella felice esperienza cinematografica, lontana 25 anni. Affettuose testimonianze anche di Carlina Torta e di Angela Finocchiaro. Poi parte il film. Io sono stravolto e con un mal di testa boia, ma resisto fino alla fine, facendomi cullare da una storia che ritrovo poetica, sognante, capace di farci andare al di là dello specchio ma anche di individuare i germi consumistici che stavano aggredendo l’Italia. C’è lo spaesamento giovanile del riflusso e il potere pervasivo, ipnotico e, nel caso del protagonista, sonnifero, della televisione. Gag a ripetizione e un ritmo narrativo diverso rispetto a oggi: c’è qualche momento un po’ moscio (però forse è colpa mia: alla quarta visione e stanco morto, non sono granché attendibile) ma sono tantissimi, invece, quelli che risultano ancora fantastici; su tutti il matrimonio di Carlina col ricevimento che va in vacca, così come la disastrosa Tempesta shakespeariana messa in scena da Strehler (che “è sempre Strehler!”). Tra le comparse Gero Cardarelli, l’uomo che verrà inghiottito dal Gabibbo, e anche Manuela Blanchard, volto pubblicitario degli anni Ottanta (altra intuizione del regista) e conduttrice storica di Bim Bum Bam. Son pinzillacchere da collezionisti, lo so. A fine proiezione un saluto veloce a Luisa che mi presenta la Finocchiaro (di cui, undicenne, ero innamorato… e mi dichiaro!) e poi la metropolitana fino a casa, dove la gravida dorme il sonno dei giusti. La bimba sta arrivando, yuk yuk, e questo è un film che rivedrò con lei. (Cinema Oberdan, Milano; 13/4/05)

Qui le altre puntate di Divine Divane Visioni

(Continua – 54)

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Divine divane visioni (Urlando furioso 04/05) – 50 https://www.carmillaonline.com/2013/06/28/divine-divane-visioni-urlando-furioso-0405-50/ Thu, 27 Jun 2013 22:01:09 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6933 di Dziga Cacace

Farmacia di turno, lucri sul nervoso (Elio e le storie tese)

ddv5001494 – La truffa e la fuffa di Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry, USA 2004

Premetto: avevo mal di testa, ero stanco, mal disposto e seduto troppo vicino allo schermo. Aggiungiamo che lo sceneggiatore del film, girato dall’acclamato regista di videoclip Gondry, è quel Charles Kaufman che mi sta già parecchio sulle palle come responsabile dello script del perfuntorio Essere John Malkovich, commesso da Spike Jonze e a cui tanti avevano abboccato (spunto folle e geniale, ok, ma esaurito in un [...]]]> di Dziga Cacace

Farmacia di turno, lucri sul nervoso (Elio e le storie tese)

ddv5001494 – La truffa e la fuffa di Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry, USA 2004

Premetto: avevo mal di testa, ero stanco, mal disposto e seduto troppo vicino allo schermo. Aggiungiamo che lo sceneggiatore del film, girato dall’acclamato regista di videoclip Gondry, è quel Charles Kaufman che mi sta già parecchio sulle palle come responsabile dello script del perfuntorio Essere John Malkovich, commesso da Spike Jonze e a cui tanti avevano abboccato (spunto folle e geniale, ok, ma esaurito in un quarto d’ora e amen). Anche questo Se mi lasci ti cancello (e complimenti vivissimi ai distributori nostrani per la scelta del titolo) gode già di fama clamorosa. Però io, dopo cinque minuti di proiezione, sono già “fuori” dal film, incapace di farmi coinvolgere, straconvinto dei miei pregiudizi. L’idea del film è intrigante: esiste una terapia particolare per rimuovere il ricordo di una persona cui si è legati affettivamente e Joel e Clementine (Jim Carrey, sottotono, e Kate Winslet, adorabile) vi hanno fatto ricorso. Solo che – attento allo spoiler – lo spettatore gonzo casca nell’abile tranello e scoprirà presto (o tardi, dipende dalla freschezza neuronale) che l’incontro tra i due piccioncini messo in testa al film è la conclusione, non la premessa, di quanto segue. I due si erano “cancellati”, ma in un immane e residuale sforzo mnemonico si erano dati appuntamento per il futuro, per ricominciare da capo. Mi sa che tanto per cambiare si sia rubacchiato dalle parti di Dick, ma calando l’intuizione in un racconto pretenzioso, dove ci si crede autori se ti si polverizzano i coglioni con dialoghi estenuanti e sopra le righe (cosa che nella testa di taluni fa tanto “artista”). La regia non mi colpisce granché, comunque, né i sussulti di montaggio gggiovane. Il film è piaciuto tantissimo, dicevo: alla critica specializzata e al pubblico hip e in America s’è parlato di capolavoro assoluto. C’è l’amore vero, unico, disperato, tenace etc. etc. E certo. Ora: siccome ho scritto con la destra mentre la sinistra mandava nemmeno troppo metaforicamente a cagare il regista, quale valore ha il parere di uno che ha vissuto tutta la proiezione come una tortura, dandosi del belinone perché già sapeva a cosa sarebbe andato incontro? Nessun valore! Oppure tantissimo, perché è ben questa vaccata presuntuosa che mi ha ridotto ulteriormente così, eccheccazzo, e non ritratto, no. Io sono un vecchio bilioso, ma se devo vedere un regista che fa i numeri, preferisco Godard e a un maldestro presuntuoso preferirò sempre un maldestro ignorante perché suo è il regno dei cieli. Ecco. Poi, mi sbaglierò perché mi pare di essere solo contro tutti e, anche se miliardi di mosche apprezzano la merda, io il dubbio ce l’ho sempre. Ma anche se sbaglio, dov’è la novità? (Cinema Mediolanum, Milano; 31/10/04)

ddv5002495 – L’immancabile Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet, Francia/Canada/Belgio 2002
La strana avventura di nonna Souza e del cane Bruno che, aiutati dalle trillanti Triplettes (trio canoro dedito al consumo di rane) finiscono in una Belleville americana per liberare il nipote ciclista Champion, prigioniero della mafia francese che lo fa correre per scommesse. Delirante trama che gioca coi luoghi comuni sui francesi (nasoni da avvinazzati, passione per le due ruote) e sugli americani (tutti grassissimi e ottusi), con ritmo e comicità assolutamente europei (e un po’ catatonici). Omaggi sparsi a Jacques Tati, Fausto Coppi, Eddy Merckx, Django Reinhardt, Glenn Gould, Josephine Baker e in generale al mondo innocente e swingante del dopoguerra. Disegnato con stile spigoloso e deformazioni fisiche caricaturali, Appuntamento a Belleville immagina città tortuose, caotiche, grottesche, “mordillane”, con tratto gradevolissimo, ricchezza cromatica, animazioni intelligenti e gag visive azzeccate. Film carino e inaspettato, molto autoriale nell’irriducibile lontananza dal gusto comune, per niente children friendly. E ciò nonostante mi è incredibilmente piaciuto. (Dvd; 9/11/04)

ddv5003496 – Il truccato Kiss Symphony The DVD, di due cialtroni, USA 2003
Cosa rende così irresistibile truccarsi con biacca e rossetto come dei vampiri spaziali e agitarsi su degli zatteroni? I Kiss devono averlo capito più di trent’anni fa, tant’è che, col loro hard rock piacevolmente banale, son riusciti a diventare un fenomeno (sub)culturale condiviso dai fan di mezzo mondo. Un pubblico entusiasta che aderisce al rito liberatorio e infantile della performance collettiva, dove lo spettacolo si consuma sia sul palco che in platea, tra spettatori mascherati che tiran fuori la linguaccia e fanno le corna. Stavolta il carico ce lo mette la Melbourne Symphony Orchestra, pittata al bacio per una folle notte di r’n’r, e il menu è completo: arrangiamenti roboanti, sangue finto a litri, esplosioni pirotecniche e trovate sceniche esagerate. In un tripudio visivo che, a voler essere molto generosi, rimanda al teatro kabuki o a una consapevolezza camp, le brave famiglie godono di tre ore di trasgressione soft, sottolineata dall’occhiuta regia (dei carneadi, per me, Jonathan Beswick e Victor Burroughs) che non tralascia alcun florido petto femminile offerto ai machissimi Gods of Thunder. Ma con consueta ipocrisia, il flashing non si concretizza, lo si suggerisce soltanto… maledizione! Mi prende male e noto talento imprenditoriale, faccia tosta e poca ironia, se no il gioco viene meno bene: praticamente Frank’n’Furter del Rocky Horror Show senza l’anima e il ragionamento, solo l’involucro esteriore. E la chitarra sfasciata nel finale non è sintomo della rabbia esistenziale di Hendrix o Townshend, ma solo l’esplicita metafora di ciò che è stato fatto alla musica. E vabbeh. Dvd consigliabile solo a fan sfegatati o insospettabili amanti degli zoccoloni seventies. Niente sottotitoli, ma francamente non si perdono grandi dialoghi. Film-concerto esagerato e artificioso e pezzo mio offeso e ingiusto – perché questi cazzoni alla fine mi son simpatici -, ma non ho altro da dichiarare. (Dvd; 18/11/04)

ddv5004497 – Troppo poche Nine Hundred Nights, di Michael Burlingame, USA 2001
In un’oretta ricca d’interviste e immagini d’epoca, la parabola artistica e umana dei Big Brother and the Holding Company, il gruppo di San Francisco che, con l’arrivo di Janis Joplin, ebbe un improvviso e clamoroso successo, per poi finire nel dimenticatoio quando la cantante – dopo 900 notti assieme – decise di cambiare aria. Janis Joplin era una ragazzona texana di buona famiglia, butterata, insicura (anche sessualmente) e vogliosa di rivincita. A Port Arthur la definivano “il più brutto uomo del college”. E allora lei se ne andò a Frisco per cantare il blues con l’intensità e il dolore di una big mama nera, spesso ubriaca come un carrettiere e vestita come uno sguaiato troione. I Big Brother erano hippie volenterosi ma musicalmente un po’ pedestri: se riascoltate i bootleg del periodo, è un festival di scordature e stonature, note smangiate, entrate fuori tempo e fraseggi balbettanti. Però c’era del gran coraggio, quello che ti rende non un virtuoso, ma un artista sì, uno che prova a percorrere in modo diverso una strada magari vecchia: ascoltatevi l’alchimia inarrivabile della rilettura di Summertime di Gershwin, con due chitarre acide che si inseguono, mentre la biondona soffre e geme, ma veramente, come se si portasse sulla schiena una balla di cotone e il dolore esistenziale di tutti, non solo del popolo nero. I quattro maschiacci strafattoni, riuniti in una comune di Marin County si dimostrarono i comprimari perfetti per  Janis: ne venne fuori una musica rivoluzionaria, pulsante, viva e innovativa, che centrifugava tradizione ed elettricità, blues, gospel, country e psichedelia. Nelle belle clip di repertorio la Joplin incendia il palcoscenico: batte i piedi, urla, piange, ride, blatera, beve, ulula e tratta male i suoi compagni (e son momenti di imbarazzo vero). Li mollerà in braghe di tela, consegnandoli all’anonimato di dischi trascurabili. Lei andrà invece a Woodstock (performance non eccelsa tecnicamente, ma sofferta e vera) e morirà durante la registrazione del fenomenale postumo Pearl. Sad, sad story, come nelle più classiche dodici battute. Ma eccellente documentario (sottotitolabile), ricco di bonus sfiziosi. (Dvd; 28/11/04)

ddv5005498 – Doloroso e necessario, The Agronomist di Jonathan Demme, USA 2003
Serata libera. Con imprevedibile vitalità decido di uscire di casa e andare al cinema. Ma non c’è nulla che mi attizzi e allora scelgo l’impegno. L’agronomo è Jean Dominique, borghese creolo che ha dedicato la sua vita a denunciare la dittatura dei Duvalier padre e figlio, per finire ucciso nel 2000, in una Haiti “democratica” solo sulla carta. Commosso atto d’affetto nei confronti di un amico, The Agronomist è il frutto di anni di interviste ed è “il” documentario come andrebbe fatto: con partecipazione, humour e commozione, senza dimenticare che si sta raccontando una storia. Quella di un popolo schiavo, quella di un uomo libero e anche quella di un regista diviso tra Hollywood e impegno. Certo, Jean Dominique, era il soggetto ideale: comunicativo, spigliato, ironico, ma Demme ha saputo organizzare tutto senza risultare pedante o freddo. The Agronomist ci dice quanta paura faccia una piccola radio libera (era Radio Haiti Inter) in un paese svenduto alla casta militare allevata in USA. E, visto che ormai non si può neanche affrontare la questione della guerra in Iraq senza essere tacciati di estremismo, solleva qualche umile dubbio: lo Jean Dominique esiliato a New York ma testimone della connivenza di Washington con gli assassini di Port-Au-Prince, era forse un antiamericano? E Jonathan Demme, regista premio Oscar, con un film così rinnega forse la sua patria? Mah. Pessima proiezione trapezoidale e pubblico scarso in sala (eravamo appena in cinque; Haiti non è materia da seratona, francamente). E a proposito di libertà di stampa, giacché la calata negli inferi di Haiti sembra remota: Enrico Mentana (mica Andrei Zhdanov, dico Mentana) è stato silurato perché evidentemente non risulta controllabile come lo si vorrebbe. Al suo posto la cameriera Rossella: il pranzo è servito. (Cinema Eliseo, Milano; 29/11/04)

ddv5006499 – L’artificioso e non così intelligente A.I. Artificial Intelligence di Steven Spielberg, USA 2001
Praticamente quello che ho visto è: Pinocchio ha un incontro del terzo tipo. Ad Oz. Spielberg prova a fare il Kubrick, ma regge manco un quarto d’ora, poi lo prende la fiaba e non riesce a non raccontarci tutto, a lasciare qualcosa di misterioso, alla nostra, di immaginazione. Se A.I. ha un grosso difetto è questo dover rappresentare ogni cosa, ogni snodo narrativo. La partenza e il finale, che mettono in relazione un essere artificiale e un essere umano, riescono – per vie traverse, ricatti emozionali, colpi bassi, ma anche una non disprezzabile analisi psicologica – a essere credibili e quasi commoventi, compiendo il miracolo di farci provare dell’affetto per David, un androide con la faccia da cazzo di Joel Osment (lo stesso inquietante rimbambito de Il sesto senso: voglio vedere quando diventa grande se gli danno ancora qualche ruolo. Goditela finché puoi, caro). Tutto il resto dell’odissea del protagonista, in fuga dagli umani, accompagnato ad altri robot, sa – ma guarda un po’ – di artificioso. Fotografia splendida, scenari grandiosi (e inventivi, come la Manhattan prima sommersa e poi congelata), tensione costante. Ma anche il progressivo distacco dalle emozioni (e dalle aspettative) provate nella prima parte del film. Quello che poteva e probabilmente doveva essere una riflessione sull’amore e sul potere della fantasia, pecca di superficialità e cade in cliché usurati, perdendo poesia in cambio di qualche effettaccio. A Spielberg succede troppo spesso perché sia casuale: peccato. Però c’è passato. (Dvd; 7/12/04)

ddv5007500 – Ingiudicabile, Fracchia la belva umana di Neri Parenti, Italia 1981
Qui siamo dalle parti della leggenda, quando effettivo valore del film e ricordi drogati confluiscono in un complotto della memoria… perché – e mi tolgo subito il dente – Fracchia la belva umana è una buona commedia, in alcune parti vicina alla perfezione, ma non è quel monumento che la mia infantile inclinazione pretendeva. Nel 1981 la spinta propulsiva di Paolo Villaggio s’era esaurita da un po’: Fantozzi contro tutti (1980) diretto da Villaggio stesso assieme a Parenti, era ancora divertente, ma si sentiva già che era venuta a mancare la mano di Luciano Salce, regista intelligente e arguto. Neri Parenti – a suo modo anche lui un intellettuale, appassionato del cinema muto – si dimostra invece sciatto nel mettere in scena in maniera approssimativa, senza minimamente curarsi del ritmo e della qualità delle gag. Il cinismo degli sceneggiatori (tra cui ancora una volta Benvenuti e De Bernardi) rasenta l’incredibile: si ricicciano situazioni vecchie almeno un decennio (il confronto tra Fracchia e il direttore Gianni Agus), se ne riciclano a pacchi da Fantozzi (pari pari, congiuntivi sbagliati compresi) e addirittura si fa ricorso all’omaggio/furto con Chaplin (la scena della bomba che s’infila nella giacca del protagonista, vecchia di sessant’anni e già ripresa ne Il secondo tragico Fantozzi!). La trama però non è niente male: il timido e pavido Fracchia ha un improbabile doppio: è identico al nemico pubblico numero uno, la Belva Umana. Il quale ha due talloni d’Achille: è allergico al cacao e ha una madre sicula troppo espansiva (il grandissimo Gigi Reder). Avversario della Belva il gigantesco commissario Auricchio, il ruolo della vita per Lino Banfi. Questo commissario ottuso e dalla parlata isterica, perseguitato dal povero appuntato De Simone, è uno dei punti di forza del film. Peccato che il ritmo sia altalenante per tutto il primo tempo. Il film è tutto in discesa soltanto dopo la notevole scena ambientata al ristorante “Gli incivili” (ove si possono delibare saltinculo alla mignotta): qui, Banfi viene accolto dall’immortale stornello E benvenuti a ‘sti frocioni e se non vi commuovete lì mi chiedo come abbiate passato i vostri anni Ottanta. Notevoli, oltre alla “ex puttanazza prostituta palermitana” che imbottisce di cibo il povero Fracchia, anche “gli apostoli della rapa” Neuro (Francesco Salvi) e Pera (Massimo Boldi) e un grandioso confronto (anche attoriale) tra la Belva e Auricchio, a casa del protagonista. Alla fine il film, per quanto inattaccabile, è imperfetto ed è un peccato, perché poteva essere un modo per allontanarsi dal fagocitante modello fantozziano che ha fatto recitare Villaggio come il suo ragioniere da allora sino ad oggi. L’unica differenza tra Fracchia e Fantozzi è che il primo ha un vago (e incongruo) accento genovese e non tiene famiglia. Uguale tutto il resto, anche l’amara conclusione che ci ricorda ancora una volta che non sarà nell’aldilà che otterremo giustizia. Ma dette tutte ‘ste fregnacce e tornato in me stesso… no, capolavoro no, ma quasi. Dài, sì. (Dvd; 14/12/04)

ddv5008501 – Abbiamo ancora Fame chimica di Antonio Bocola e Paolo Vari, Italia/Svizzera 2003
Ritorno al mio amato cineclub, il Lumière di Genova, per presentare Fame chimica nell’ambito della rassegna su cinema e urbanistica organizzata dalla soul sista Hilda e appendice della manifestazione Urban Regeneration, del cui concorso per cortometraggi sono giurato. Scopro, dal librone delle firme e dei commenti presente alla cassa, che cinque anni fa avevo annunciato al compianto Marco Polese che Fame chimica era ormai scritto e che presto lo avrei presentato nella nostra amata grotta, umida e buia. Il destino ha voluto che il film fosse realizzato in tempi biblici e che Marco non potesse vederlo. Peccato: la serata è per lui. Ci sono solo una settantina di persone, ma per il Lumière è un incassone. Il film parte e Paolo e io andiamo a berci una cosa con Claudio ed Enrico, i due sodali che dirigono la sala da anni, in attesa del consueto dibattito. Finiamo in un curioso bar nei dintorni, gestito e frequentato da rumeni. Sembra di essere alla periferia di Bucarest e gli avventori cantano Celentano e i Ricchi e poveri. Dopo la straniante esperienza (ma non male!), torniamo in sala in tempo per rivedere il finale del film: mi commuovo e dopo i titoli ci sottoponiamo alle domande di rito. Il pubblico genovese è freddo e riservato come da tradizione e sono i familiari e gli amici ad animare la serata. Piacevole discussione, ma la magia delle liti infuocate, della curiosità e della partecipazione di dieci anni fa s’è persa. Solo il critico Claudio Bertieri, fiammeggiante polemista, osserva il condivisibile difetto del film (la reiterazione dei finali e la debolezza della chiusura). Per il resto si parla della crisi del cinema italiano e mondiale e, fatalmente, anche della morte dei cineclub, strozzati da spese insostenibili (affitti, SIAE, cassieri, proiezionisti, pulizie) e dall’impossibilità a mantenersi con la seconda visione (stroncata dall’avvento del Dvd). E poi la mia generazione s’è ritirata e non è stata sostituita da nessuno. È la vita! Rimane solo la resistenza delinquenziale: cineclub clandestini come TAZ, dove proiettare Dvd fottendosene del diritto d’autore. Intanto, sul fronte critico, un’ultima novità: l’annuario di Cineforum dedica poche righe a Fame chimica e Stefano Savio liquida un film che vanta inviti, partecipazioni e vittorie in diversi festival stranieri, con l’accusa di provincialismo nell’indugiare sulla lingua parlata dei protagonisti. Mah! Una vocina mi dice: sii sportivo, Cacace! Impara a incassare le critiche! Elabora! Okay, elaboro. E rispondo con la signorilità che mi è stata riconosciuta da tanti avversari in estenuanti diatribe critiche: amici che scrivete di cinema sulla carta patinata di Cineforum, vi prego: prendete coraggio e affrontate la vita vera. Uscite dalle sale dove vi rovinate la vista e andatevene tutti affanculo! (Cineclub Lumière, Genova; 15/12/04)

ddv5009502 – L’infelice Stagione 5 di Sex and the City, di Aa.Vv., USA 2002
È la serie girata durante gli ultimi mesi del 2001 e risente decisamente del clima post 9/11. Gli episodi sono stati ridotti (8 contro i consueti 18) e ne è venuta fuori una stagione minore, attendista, che mette poca carne al fuoco non avendo il tempo per svilupparla. Succedono comunque cose gustose: Carrie diventa autrice letteraria e i suoi articoli sono raccolti in un libro di successo; l’avvocato Miranda cresce il piccolo Brady tenendosi a distanza, ma non troppo, dall’adorabile Steve; la P.R. Samantha, divorata dalla gelosia, lascia l’allupatissimo uomo d’affari Richard (James Remar, l’Ajax de I guerrieri della notte!); la brava ragazza Charlotte ottiene il divorzio e comincia una love story col più improbabile dei pretendenti: un coinvolgente e bruttissimo legale. Come andrà a finire? Qui, rispetto al passato sono accentuate le situazioni sessualmente esplicite. C’è molto nudo e un episodio (il quarto) è un compendio sulle possibilità del rapporto orale. Tutto molto divertente e liberatorio, sempre tenendo presente che siamo nell’ambito della trasgressione commerciabile per le masse: sesso e famiglia, cementate dall’ipocrisia, vendono sempre, e non è un caso che parallelamente alla rivendicazione della loro libertà sessuale, le quattro amiche perseguano a ogni costo un tranquillizzante matrimonio o il grande amore romantico. Ma chi sono io per giudicare? Tra le guest star della serie l’elegante Candice Bergen, amore dei miei 15 anni, e la bollente Heather Graham. (Dvd; 16, 26, 28, 30/12/04)

Shrek503 – Il fiacco Shrek 2 di Andrew Adamson, USA 2004
L’Orfeo – già il cinematografo “con lo schermo più grande d’Italia” – riapre i battenti dopo alcuni mesi di lavori, con due nuove sale aggiunte. Decidiamo al volo di andare subito a vederci un bel cartone per bimbi grassi, come ormai siamo diventati (ma Barbara è incinta). Risultato? Mah! Shrek 2 è clamorosamente blando, con scarsa densità di situazioni e battute. In originale, l’eccezionale cast di voci ha probabilmente supplito alla mancanza di dialoghi brillanti, ma per noi italiani rimane solo un testo anemico che fa (colta e fredda) satira sulle fiabe e su Hollywood, moderna città delle favole. Rispetto al primo episodio, Shrek 2 perde in irriverenza e cattiveria, regredendo infantilmente e limitando la sfrontatezza a scorregge e caccole. Eccellenti disegno e animazione, ma manca un po’ la vicenda. Peccato. A Cannes il film è stato osannato, non essendo evidentemente conosciuti il progenitore della saga e i tanti cartoni “adulti” della Pixar: cari criticonzi da quotidiano, pagherete tutto, pagherete caro. A fine film, luci accese una frazione di secondo dopo il “nero” del primo titolo, nonostante ci sia una scena aggiuntiva due minuti dopo, scena che siamo costretti a vedere a luci accese (e non valeva niente). Sintomatico che i cinema si rinnovino, salvo che nei confronti dello spettatore: odore di vernice, ambienti freddissimi, stesse cassiere rincoglionite di sempre. Francamente era meglio prima. Era sempre meglio prima, comincio a credere. (Cinema Orfeo, Milano; 17/12/04)

Qui le altre puntate di Divine Divane Visioni

(Continua – 50)

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