Settantasette – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 20 Feb 2026 12:18:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Fronte del porto: storia e memoria dell’Autonomia operaia ligure https://www.carmillaonline.com/2021/04/14/fronte-del-porto-storia-e-memoria-dellautonomia-operaia-ligure/ Wed, 14 Apr 2021 21:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65750 di Sandro Moiso

Roberto Demontis e Giorgio Moroni ( a cura di), Gli autonomi, vol. VII, Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte prima (1973-1980), DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 336, 20,00 euro

«Il fenomeno eversivo ha sempre trovato in Genova un «humus» particolarmente fertile: non è necessario, infatti, risalire al periodo risorgimentale (quando le maggiori città italiane insorgevano ripetutamente contro l’aggressione delle milizie straniere, che appoggiavano i dispotici governi locali, abbracciando senza riserve la politica unitaria dell’unico Stato veramente italiano e cioè il Regno di Sardegna; e Genova, invece, insorgeva contro [...]]]> di Sandro Moiso

Roberto Demontis e Giorgio Moroni ( a cura di), Gli autonomi, vol. VII, Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte prima (1973-1980), DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 336, 20,00 euro

«Il fenomeno eversivo ha sempre trovato in Genova un «humus» particolarmente fertile: non è necessario, infatti, risalire al periodo risorgimentale (quando le maggiori città italiane insorgevano ripetutamente contro l’aggressione delle milizie straniere, che appoggiavano i dispotici governi locali, abbracciando senza riserve la politica unitaria dell’unico Stato veramente italiano e cioè il Regno di Sardegna; e Genova, invece, insorgeva contro quest’ultimo costringendolo ad una dura repressione) per trovare esempi di cruente sommosse contro i pubblici poteri attraverso episodi di guerriglia urbana organizzata.
È sicuramente il caso di quanto successe il 14 luglio 1948, quando alla notizia dell’attentato al segretario del Partito comunista, on. Palmiro Togliatti, contrariamente a quanto si andava verificando in altre città […] a Genova scoppiò una vera e propria insurrezione generale contro i poteri locali dello Stato e contro una formula di Governo che solo pochi mesi prima, al termine delle elezioni politiche del 1948, aveva ricevuto i suffragi della stragrande maggioranza degli elettori[…].
Analoga situazione si andò profilando alla fine del giugno 1960, quando una protesta anche legittima contro l’autorizzazione a celebrare in Genova – Medaglia d’oro della Resistenza – il congresso del M.S.I., si trasformò ben presto in un tentativo di insurrezione contro l’autorità del governo.
I fatti del 1960, comunque, non devono essere interpretati in chiave di mera contestazione, anche se violenta, del congresso del M.S.I., ma – probabilmente – quale primo sintomo di quel malessere che avrebbe qualche anno dopo travagliato tutta la sinistra rivoluzionaria, delusa della nuova impostazione ideologica dei partiti di quella storica, ormai attratti dalla politica delle «convergenze parallele» che sarebbe poi sfociata nel «centro sinistra» e, più tardi ancora, nel «compromesso storico» con l’ingresso del P.C.I. nella maggioranza di Governo.
Resta il fatto, comunque, che episodi del genere ebbero come diretta conseguenza:
–– l’assuefazione a considerare l’autorità legittima e democratica dello Stato, perdente in partenza
–– il grave rischio di una latente potenzialità criminosa;
–– la possibilità di strumentalizzazione per fini eversivi di una piazza che è facile ad esserlo»1.

A parlare così, come avrà già visto chi avesse consultato la nota a piè di pagina, non è un sociologo o un giornalista bensì il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa durante la sua audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia effettuata l’8 luglio 1980.
Se certe parole e considerazioni sulla bocca del gestore dell’azione stragista di Stato nei confronti dei militanti delle BR sorpresi nel “covo” di via Fracchia il 17 maggio del 1979 possono sembrare oggi ridicole se non offensive, è altresì certo che, come ho già sostenuto a proposito dello sviluppo di altre esperienze di lotta, la geografia politica e psicologica e la memoria storica dei territori contano non poco nel determinarne la combattività e resistenza dei loro abitanti. Sia in positivo che in negativo.

Il volume appena uscito per DeriveApprodi sulla storia dell’Autonomia ligure costituisce la prima parte di una ricerca divisa in due parti/volumi e si proietta oltre i primi anni Ottanta, periodo che stabiliva tutto sommato la deadline dei volumi precedenti dedicati agli “Autonomi” dalla stessa casa editrice, per arrivare fino al 2001 e alla “macelleria messicana” messa in atto dallo Stato italiano e dalle sue forze del dis/ordine nelle strade di Genova occupata dal G8 e successivamente nei locali della scuola Diaz.

La grossolana e superficiale ricostruzione del generale buonanima dimenticava più di un fattore tra quelli che si erano riversati nella rabbia e nella combattività genovese e ligure. Per esempio la formazione, a Genova, prima del Circolo Rosa Luxemburg e poi di LUDD – Consigli proletari in cui, insieme alle interpretazioni che sorgevano dalle riletture dell’esperienza rivoluzionaria sulle pagine di “Socialisme ou Barbarie”, nei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e successivamente dell’Internazionale Situazionista si evidenziava sempre il fatto che l’insorgenza proletaria fosse una costante, dalla Comune di Parigi in poi e allo stesso tempo come le trame “partitiche” finissero sempre con l’ingabbiare e limitare l’espressione del desiderio di rivoluzione e superamento dell’esistente compreso all’interno dell’esperienza dei Consigli.

Ma, poiché nella Storia le cose non sono mai semplici o scontate, il testo (che nel primo volume raccoglie una ventina di testimonianze, memorie e ricostruzioni di singoli aspetti oppure di esperienze collettive), sottolinea come la storia antifascista della città e della regione e la forte presenza del PCI tra le fila della classe operaia, soprattutto della sua “aristocrazia”, impedì all’esperienza dell’Autonomia locale di esprimere la stessa radicalità che si era andata manifestando in altre città e regioni .

Ad analizzare la contraddizione tra disponibilità diffusa alla lotta e i limiti che la tradizione revisionista e antifascista ponevano al suo sviluppo sono in particolare l’intervista ad Emilio Quadrelli2 e la memoria “giovanile” di Nico Gallo3 contenute nel volume. L’insorgenza proletaria espressa in maniera potenziale e, talvolta, nei fatti finiva così, a partire dal piano teorico, col non trovare un’espressione adeguata poiché come afferma Quadrelli nell’intervista citata:

Genova è la città che più di altre si oppone sostanzialmente al XX Congresso e lo fa rimarcando una retorica, quella della Resistenza tradita, che diventerà il principale punto di riferimento e l’ordine discorsivo dominante di tutti coloro che inizieranno a porsi alla sinistra del Pci. Tutto ciò che ha ruotato intorno a Giovan Battista Lazagna oalla 22 Ottobre è ascrivibile a questo. Lo sguardo di chi si oppone al Pci, almeno nella sua grande maggioranza, è rivolto al passato piuttosto che al futuro. Non che il futuro a Genova non esista, ma questo futuro non trova, se non in minima parte, una sua grammaticae finirà con l’essere sempre confinato dentro un lessico, sicuramente più radicale, le cui coordinate non riescono però a rompere con il passato. Diciamo che sul piano della scrittura la sintassi non si modifica.
Prendiamo il 30 giugno 1960. Lì, sicuramente, nella pratica e nella materialità delle cose ci sono elementi non secondari di rottura, ma questi elementi rimangono in potenza e non trovano una qualche sistematizzazione teorica e organizzativa. Il giugno 1960 non è piazza Statuto, questo mi sembra essere il nodo della questione e anche il motivo per cui Genova rimarrà, rispetto all’Autonomia, sostanzialmente estranea. Nel giugno 1960 non mancano sicuramente aspetti similari a piazza Statuto, soprattutto in rifermento alla composizione di classe ma, e qui si situa l’enorme differenza tra i fatti di Genova e quelli di Torino, dal primo emergerà centrale e come memoria l’antifascismo radicale e militante, dalla seconda l’anticapitalismo radicale e militante.

Potrebbe sembrare impietosa e, almeno in parte immeritata, l’analisi appena fatta, ma rivela un aspetto che, in misura diversa, aveva finito col limitare tutta l’esperienza della Sinistra extra-parlamentare italiana pre-Autonomia e che troppo spesso finì col manifestarsi anche nei ranghi liguri di quest’ultima, nonostante la varietà delle esperienze, e purtroppo ancora in una parte significativa dell’antagonismo attuale. Finendo col costituire una sorta di proustiana madeleine democratica e antifascista, destinata a fuorviare e paralizzare qualsiasi iniziativa di classe. Passata, presente e (speriamo di no) futura.
Ma, come affermano i curatori del volume, nell’Introduzione:

Rileggere le vicende della seconda metà degli anni Settanta oggi, alla luce dell’eredità che le idee e le gesta di una minoranza ribelle e comunista hanno lasciato negli stessi compagni e compagne che vi presero parte e nei movimenti nuovi e contemporanei, rappresenta una doppia sfida: al rischio del feticismo da una parte, all’abitudine alla rimozione dall’altra. Oggi è tempo di bilanci critici, non di memoir, di rivendicazioni postume o di continuità nostalgica. Non lo è nemmeno di ricerca equivoca e ipocrita dell’oblio. Ma questa è anche una sfida che si alimenta del presente; che cosa sono i Movimenti oggi ci spiega cosa siano stati quelli del passato (quali i loro passaggi obbligati e quali le opzioni mancate).
Il fatto che l’Autonomia operaia negli anni Settanta sia stata a Genova e in Liguria, rispetto ad altre aree in Italia, una vicenda minore (meglio: che ha fatto parlar meno di sé rispetto ad altre) non costituisce un buon motivo per non scriverne. Da un lato ci sono abbondanti ragioni che spiegano perché, nonostante la storica centralità, economica e industriale, della città e della regione, e nonostante la ricchezza culturale espressasi localmente almeno fino alla fine degli anni Sessanta, una prassi innovativa come quella dell’operaismo prima e dell’Autonomia operaia poi si sia schiantata contro il muro della composizione di classe locale e della sua rappresentanza politica. Dall’altro un Movimento così ricco nei suoi momenti culminanti (il Settantasette romano e bolognese) e così persistente nel tempo e radicale nelle analisi, è proprio nelle situazioni apparentemente più povere o meno clamorose che può meglio essere studiato, perché è lì che si presenta in modo più addensato ed essenziale. Ed è lì che l’arretratezza del contesto può mostrare in anticipo i segni del suo superamento4.

Per fare questo i due curatori hanno fatto proprio una scelta corale del racconto di tutta quella esperienza poiché, come affermano ancora nell’Introduzione a proposito della metodologia utilizzata:

L’Autonomia è un personaggio collettivo che partecipa alla vicenda assieme e attraverso i suoi protagonisti. Ognuno/a delle compagne e dei compagni che hanno accettato di scrivere – qualcuno/a per la prima volta – ha condotto il racconto in soggettiva. Il lavoro dei curatori è consistito nell’induzione di un processo di
ricomposizione molecolare. Quel Movimento, finito in un cono d’ombra storico, era un mosaico di istanze e voci distinte che assumeva la diversità come un elemento di ricchezza, perché la forza del comune denominatore era tale da consentire di espandere la diversità delle opzioni al di là di ogni limite, senza tuttavia snaturarsi e, fino al 1978, evitando sovradeterminazioni di una parte sul tutto; la multiformità dei contributi che presentiamo crediamo che diano conto di tutto ciò.
La ricostruzione di trent’anni di storia dei movimenti a Genova e in Liguria è declinata dal punto di vista dell’Autonomia operaia, che è uno sguardo di parte che non ha mai inteso essere neutro o storicamente obiettivo. È la prima ricostruzione narrata in prevalenza dai protagonisti e testimoni diretti senza i filtri all’opera nelle uniche fonti di informazione finora disponibili, i resoconti usciti dai tribunali, dalle questure e dalle redazioni dei giornali5.

La lettura del volume appena pubblicato ci permette pertanto di ri/leggere dall’interno e in contro luce un’esperienza collettiva che finisce, proprio per la sua intrinseca contraddittorietà, col rivelarsi più interessante di altre, proprio a causa delle sue debolezza e sconfitte perché, come ricorda Sandro Mezzadra al termine di questo primo volume con le parole scritte da Rosa Luxemburg all’indomani della sconfitta dell’insurrezione spartachista a Berlino, nel gennaio del 1919: «poggiamo i piedi proprio su quelle sconfitte, a nessuna delle quali possiamo rinunciare, ognuna delle quali è una parte della nostra forza e consapevolezza»6.


  1. L’indole eversiva dei genovesi. L’audizione di Carlo Alberto Dalla Chiesa in Roberto Demontis e Giorgio Moroni ( a cura di), Gli autonomi, Vol.VII. Autonomia operaia a Genova e in Liguria. Parte prima (1973-1980), DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 69-70  

  2. L’altra Autonomia operaia. Intervista a Emilio Quadrelli di Roberto Demontis e Giorgio Moroni in R. Demontis – G. Moroni (a cura di) Gli autonomi vol. VII, op. cit., pp. 235-249  

  3. Nico Gallo, Periferie, autonomie, librerie e cortei in R. Demontis – G. Moroni (a cura di), op. cit., pp. 250-260  

  4. Introduzione, op. cit., pp. 6-7  

  5. Ibidem, pp. 7-8  

  6. R. Luxemburg, L’ordine regna a Berlino, in Scritti scelti, Einaudi, Torino 1975, p. 680 cit. da S. Mezzadra, Postfazione con prologo in op. cit., p. 333  

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Non abbiamo più niente, compagni, siamo orfani https://www.carmillaonline.com/2017/11/28/non-abbiamo-piu-niente-compagni-siamo-orfani/ Mon, 27 Nov 2017 23:01:59 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41829 di Fabio Ciabatti

Alessio Gagliardi, Il 77 tra storia e memoria, manifestolibri, 2017, pp. 128, € 12,00.

E se il movimento del ’77 avesse lavorato per il re di Prussia? Se quella generazione di giovani militanti contrapponendosi frontalmente alla cultura, ai valori e alle pratiche della sinistra storica in nome di un altro tipo di comunismo non avesse fatto altro che aprire la strada ai modelli individualistici e consumistici che si sarebbero affermati definitivamente negli anni successivi? È questa una delle possibili chiavi interpretative del ’77 che, attraverso la rassegna di [...]]]> di Fabio Ciabatti

Alessio Gagliardi, Il 77 tra storia e memoria, manifestolibri, 2017, pp. 128, € 12,00.

E se il movimento del ’77 avesse lavorato per il re di Prussia? Se quella generazione di giovani militanti contrapponendosi frontalmente alla cultura, ai valori e alle pratiche della sinistra storica in nome di un altro tipo di comunismo non avesse fatto altro che aprire la strada ai modelli individualistici e consumistici che si sarebbero affermati definitivamente negli anni successivi? È questa una delle possibili chiavi interpretative del ’77 che, attraverso la rassegna di testimonianze e studi storici, emerge dal breve ma denso volume di Alessio Gagliardi, Il 77 tra storia e memoria. Nel libro affiorano molte altre tematiche. Tra le più significative c’è la negazione dell’idea che si possa tirare una netta linea di separazione tra la cosiddetta ala creativa del movimento e quella violenta. Però, dal mio punto di vista, la domanda iniziale pone forse la questione più inquietante. Rispondere affermativamente significherebbe dare ragione a uno dei mantra dei nostri tempi, formulato con esemplare chiarezza da Margaret Thatcher poco tempo dopo le vicende qui considerate: “there is no alternative”. Se anche chi voleva fare la rivoluzione ha finito per favorire l’affermazione dell’ideologia neoliberista, quale speranza può rimanere per pensare un cambiamento radicale?
“Non abbiamo né passato né futuro. La storia ci uccide”1 si leggeva su un muro dell’università di Roma. Uno slogan che sembra consegnarci a un eterno presente, in pieno mood postmoderno. Eppure la superficiale ilarità che contraddistingue il postmoderno non appartiene al ’77. “Siamo ironici, non siamo felici”2 dice un indiano metropolitano citato nel testo. Le metafore della festa e del carnevale, utilizzate per interpretare il movimento, ci ricorda Gagliardi, non indicano atteggiamenti di semplice gioia e spensieratezza, ma esprimono la partecipazione collettiva priva di gerarchie, la sospensione del tempo, il rovesciamento della serietà politica tradizionale.
È l’idea stessa di conflitto politico che assume connotati carnascialeschi dal momento che, sostiene l’autore, esso sembra conoscere solo il qui e ora e non la lineare e razionale evoluzione dei tempi e della storia. La fiducia nel futuro è completamente assente in una generazione che assiste all’esaurirsi del ciclo di crescita post-bellico. Viene meno l’idea di rivoluzione come città futura. Il conflitto è imperniato sull’affermazione del desiderio e sull’appropriazione immediata. Appropriazione di beni e servizi, attraverso autoriduzioni, occupazioni e espropri proletari, ma anche di rapporti umani e dei tempi della vita, come testimonia l’idea del personale che è politico. Non si tratta di conquistare lo stato, ma di attuare la rivoluzione nella società, costringendo semmai i poteri costituiti (stato e capitale) ad adeguarsi ai nuovi rapporti di forza, ad arretrare. Più microfisica del potere di Foucault che lotta di classe di Marx. Più liberazione che uguaglianza.

La differenza culturale, comportamentale e antropologica con il tradizionale militante di sinistra è abissale, segnala l’autore. Il Pci e il sindacato sono considerati l’emblema dell’ascetismo rosso, cioè dell’abnegazione del militante a tempo pieno, dell’etica del lavoro, del primato della ragione sul corpo e sui desideri, del culto del collettivo a discapito dell’individualità, della subordinazione del presente al futuro. Lo scontro è frontale. Una simile distanza si riscontra anche nei confronti delle Brigate Rosse, la principale organizzazione clandestina. Ciò non toglie tuttavia che si siano registrate alcune esperienze diffuse, per quanto minoritarie, di cosiddetto “terrorismo movimentista”, di cui Prima Linea rappresenta l’esempio più importante.
Il ’77, sottolinea Gagliardi, pur professandosi interno a una prospettiva comunista si mostra sempre meno legato a una cultura e a un linguaggio di classe. Nonostante il persistere di una certa retorica, la centralità operaia e l’idea canonica della classe appaiono sempre meno centrali nelle rappresentazioni di una parte consistente della gioventù rivoluzionaria. Cambia rapidamente il rapporto tra giovani generazioni e lavoro, non solo tra i non garantiti e marginali, ma anche tra i giovani operai inseriti in un rapporto di lavoro “classico”. Dal lavoro come fonte di appagamento e di identità si passa al rifiuto del lavoro.
Tutto ciò sarebbe incomprensibile se, come sottolinea l’autore, non si collocasse il ’77 nel contesto della profonda trasformazione che attraversa l’Italia di quegli anni: esaurimento della parabola fordista e del ciclo di sviluppo postbellico, crisi delle politiche d’inclusione, crescita della disoccupazione, in particolare quella giovanile, nascita del fenomeno del lavoro precario, diminuzione dell’occupazione nelle grandi fabbriche, processi di ristrutturazione tecnologica e organizzativa, d’esternalizzazione e di terziarizzazione. Come recita una scritta apparsa sui muri delle università occupate: “Come il 68? No ora c’è la crisi”.3 A partire a questo contesto il ‘77 è un’esperienza con marcato carattere generazionale che portava in primo piano, accanto agli universitari, i giovani delle periferie urbane che si percepiscono come destinati a un futuro di marginalità.
Possiamo così capire le condizioni storiche che rendono possibile l’affermazione nel movimento di un universo simbolico e pratico che contribuisce a destrutturare i valori collettivi e comunitari tipici della tradizione comunista. Ma ciò non significa ridurre il ’77 a mero sintomo dei tempi che cambiano, perché se il movimento utilizza in certa misura le parole peculiari dello spirito del tempo, lo fa a modo suo, traducendole in termini politici antagonisti, ci ricorda Gagliardi. Se il movimento esprime una totale estraneità e contrapposizione verso la politica istituzionale, tutto ciò non si traduce in una rinuncia alla politica. C’è al tempo stesso un fenomeno di iperpoliticizzazione e di fuga dalla militanza, un tentativo di invadere l’arena politica e contemporaneamente di rifiutarne i linguaggi. Se nel rifiuto della logica dei sacrifici e dell’austerità si afferma l’irriducibilità dell’individuo e dei suoi desideri a qualsiasi logica macrosociale, per il ’77 la realizzazione dei bisogni rimanda ancora a una dimensione comunitaria.
Provando a resistere ai processi di depoliticizzazione e di privatizzazione, il ’77 rappresenta un tentativo estremo di pensare che felicità pubblica e privata possano arricchirsi reciprocamente al di fuori delle logiche di mercato, attraverso un allargamento della partecipazione orizzontale. Da questo punto di vista il ‘77 appare all’autore “più che prefigurazione del nostro presente, una storia del passato; più che un evento capace di anticipare quello che sarebbe venuto, l’emblema di una sconfitta”.4
Per tutti questi motivi il lascito del ‘77 non consiste nell’aver alimentato consumismo e individualismo, ma nell’aver “costituito di fatto un momento nel quale la crisi di vecchi paradigmi culturali e politici incontra l’emergere di nuove traiettorie culturali, sensibilità, linguaggi e forme d’azione”.5 Da lì nasce l’inedita politicizzazione di sfere come la famiglia, la salute, l’alimentazione, la sessualità e il corpo; da quell’esperienza collettiva emergono i nuovi movimenti antinucleari, per la pace e la difesa dell’ambiente.

Se questo è il consuntivo in sede storica, in una prospettiva più strettamente politica vorrei formulare alcuni interrogativi. Se la centralità operaia stava venendo meno, lo slancio rivoluzionario del ’77 sarebbe stato pensabile senza la recentissima memoria della forza antagonistica dell’operaio massa? Era stato proprio quel segmento di classe a mostrare con i fatti che ribellarsi non era solo giusto, ma anche fattibile. Ora che quella memoria si è affievolita, che non appartiene più all’immaginario collettivo, è possibile pensare una nuova insorgenza di massa senza che, in qualche forma, certamente non identica al passato, si affermi una nuova centralità di qualche segmento di classe? E se questa nuova centralità non può darsi certo per scontata, a fronte della locomotiva della storia che sembra viaggiare a tutta velocità verso il baratro, si può rimandare una sperimentazione organizzativa in grado di costituire una massa critica minima senza dare per scontata quella spontanea capacità aggregativa che affondava le sue radici in condizioni storiche, almeno a livello di immaginario collettivo, oramai tramontate? In questa prospettiva è possibile, oltre che auspicabile, riproporre vecchie modalità di impegno politico che non tengano conto delle acquisizioni del ‘77 quanto a rapporto tra collettivo e individuo? Si può far tesoro del rifiuto della politica istituzionale, nato nel ’77 e cresciuto sempre più negli anni successivi, sforzandosi di coniugarlo nel lessico marxiano della critica della politica piuttosto che limitarsi a riprodurre un astratto anti-isitituzionalismo che fossilizza comportamenti del passato?
“Non abbiamo più niente, compagni, siamo orfani” si legge nella prima pagina di Lotta continua del 31 dicembre 1977. Dopo aver letto il libro di Gagliardi questa affermazione non dovrebbe sorprendere. Il ’77 è il primo movimento che si confronta con le condizioni della politica contemporanea e in particolare con l’indebolimento delle identità collettive di classe; è forse l’ultimo movimento occidentale di ampia portata con un’esplicita vocazione rivoluzionaria. Per questi motivi quelle vicende, nel bene e nel male, hanno ancora rilevanza per il nostro presente. Il movimento del ’77 è stato sconfitto. Si tratta ora di riscattare il generoso impegno di una generazione che ha lottato in condizioni improbe, così come di tutte le generazioni passate che hanno lottato, partendo proprio dall’ineludibile assunzione di quella sconfitta.


  1. Alessio Gagliardi, Il 77 tra storia e memoria, manifestolibri, 2017, p. 26. 

  2. Ivi, p. 64. 

  3. Ivi, p. 31.  

  4. Ivi, p. 107. 

  5. Ivi, p. 108. 

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Il Settantasette e poi… secondo Oreste Scalzone https://www.carmillaonline.com/2017/03/18/37085/ Fri, 17 Mar 2017 23:01:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37085 di Giovanni Iozzoli

scalzone-77-coverOreste Scalzone, Pino Casamassima, ’77, e poi…, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 336, € 20,00

’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, [...]]]> di Giovanni Iozzoli

scalzone-77-coverOreste Scalzone, Pino Casamassima, ’77, e poi…, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 336, € 20,00

’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.

La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, parentesi che non si chiudono mai – come se l’autore cercasse continuamente di forzare il linguaggio editoriale tradizionale, troppo povero (rispetto alla ricchezza della narrazione orale) e inadeguato a raccontare quell’esplosione di vita e potenza che fu il ’77 italiano.

La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla FGCI ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.

Il racconto rimbalza da una tappa all’altra di quella lunga stagione che comincia nel ’68 e culmina nel sequestro Moro. In un processo di accumulo di conflittualità che dura quasi un decennio, il Movimento non è rappresentabile in termini di esplosione quanto di necessario epilogo. E del resto, da dove far iniziare (convenzionalmente) una cronaca del ’77?

Scalzone sceglie la straordinaria giornata romana del 12 marzo: centomila in piazza di cui – sottolinea l’autore due volte in poche pagine – almeno 5000 armati. Non è un dato statistico: serve a Scalzone per ribadire quanto fasulla sia la narrazione di un ’77 diviso tra “lottarmatisti” cattivi e “movimentisti” buoni; in larghi settori di movimento in quei giorni è aperta la tematica dell’iniziativa armata – ci si divide, caso mai, sulla sua centralità, sul carattere strategico della clandestinità militare, sul rischio che trascini il conflitto sociale sul terreno della militarizzazione, in opposizione a un processo di contropotere i cui tempi di maturazione sono dettati dai rapporti di forza tra le classi e la “critica delle armi” deve piegarsi al servizio di questi passaggi di massa.

E poi l’assassinio di Francesco Lorusso, uno dei tanti giovani che in quegli anni (Walter Rossi, Giorgiana Masi…) lasceranno sul selciato insanguinato la loro voglia di libertà. E il Convegno di Bologna sulla repressione: Scalzone è tra i promotori della decisione politica, di non trasformare quelle giornate in un assalto alla cittadella della socialdemocrazia – un ultimo tentativo di sottrarsi ai ghetti e alle trappole, di offrire un immagine del movimento non condannato all’automarginalità, una decisione politica lungimirante che “passa” trasversalmente (nonostante le profonde fratture interne fra le diverse componenti organizzate).

Il tema della violenza attraversa tutto il libro, come un’interrogazione implacabile e sempre aperta. Le riflessioni di Scalzone in materia sono di una franchezza estrema, niente a che vedere con il politicamente corretto di alcuni suoi pacificati coetanei:

liberazione, autonomizzazione e comunanza son tutte cose che implicano sovversione e, senza eccezione, gli eventi storici implicano che la guerra c’è, latente, occulta, ed essa è a senso unico, guerra dall’alto verso il basso, se a un certo momento una guerra sociale di liberazione non incarna la forma necessaria del movimento. (p. 49)

La “violenza”- come sempre nella storia – è solo il prodotto della discesa in campo di larghe masse, nel tempo accelerato del ciclo di modernizzazione/crisi di questo paese, che si consuma nel breve volgere di un quarto di secolo.

Il ’77 a molti fa ancora paura e contro di esso viene cinicamente “giocato” anche il ’68 in una stucchevole opposizione tra festa creativa e violenza cieca. Infatti, secondo l’autore, è proprio il carattere selvaggio del movimento, non riconducibile agli schemi tradizionali, espressione della potenza di un corpo sociale e di un’intelligenza collettiva che cercano di liberarsi in modo caotico dai ceppi della valorizzazione capitalistica, a renderlo ancora oggi indigeribile a molti.

Non è la “quantità” di violenza in discussione: ma il fatto che essa non sia programmata e gestita da alcun centro di “nuovo potere”, da nessuna prospettiva di nuova statualità (ci proveranno le Br, con esiti infausti). Potenza produttiva, potenza creativa e potenza antagonista si inseguono caoticamente dentro la prima grande crisi del capitalismo (ormai maturo) italiano.

il Settantasette è la prima grande sollevazione sociale interna alla società del capitale mondiale integrato, alla società post-fordista globale e, se si vuole, al dominio reale del capitale. Il Settantasette è il primo movimento di contestazione che ci sia contemporaneo (p. 145)

È quindi questa l’anomalia selvaggia del ’77: il primo movimento rivoluzionario occidentale, in una società capitalistica a democrazia politica, nell’epoca della fine della centralità del lavoro: e quindi il primo movimento contro il lavoro (con tutti i drammatici fraintendimenti che questa posizione reca con sé).

Le vicende quotidiane – la militanza, il ritmo crescente degli eventi, i drammi dei morti e delle carceri speciali – scorrono come una cronaca in diretta. E in controluce i nodi irrisolti delle grandi questioni teoriche che quegli eventi sollevavano: non si riuscì, allora, ad evitare lo schiacciamento tra le posizioni di idolatria militarista e una pratica di massa costretta a radicalizzare sempre di più le sue forme per “reggere il gioco” e non ritrovarsi marginale.

Lavoro clandestino o iniziativa sociale, fucile o megafono, agire di partito o dimensione orizzontale: in particolare nelle organizzazioni dell’autonomia operaia, questi livelli si inseguono e si ingarbugliano, fino all’implosione – in un tentativo generoso di tenere insieme le “antiche” suggestioni insurrezionali (le memorie bolsceviche e fochiste sono ancora egemoni, nel ’77) con nuove pratiche di massa all’altezza di una mutata composizione di classe. Un equilibrismo quotidiano tutto da inventare – «tra il sublime e il demenziale» – che non poteva reggere a lungo, nella specifica condizione italiana di fine decennio.

Ma non è solo questione di prassi. Tutto il patrimonio teorico del comunismo ortodosso inizia a barcollare, centinaia di migliaia di giovani cominciano a sentirsi non “traditi” ma estranei al Movimento Operaio ufficiale: la cacciata di Lama non è un oltraggio al Padre, ma il respingimento dell’invasione di un esercito nemico. Secondo Scalzone è in questa stagione (ben prima dell’89) che tutto il maestoso monumento del marxismo “statualizzatosi” – da Lassalle a Breznev – comincia a mostrare le sue crepe. Il nuovo movimento “antioperaio” (Dio ci salvi dai fraintendimenti lessicali…) comincia a porre sul tappeto la questione della negazione di sé come proletariato, non della sua emancipazione. Un passaggio teorico e pratico mostruosamente complesso, eppure agito con semplicità, ai livelli di massa della nuova composizione sociale, scolarizzata, colta, velleitaria e piena di diffidenza circa i paradisi socialisti del futuro.

Evocare il rifiuto del lavoro nei giorni attuali (in cui un posto di lavoro sembra diventato l’obiettivo più agognato della vita ) può apparire lunarmente incomprensibile per un giovane proletario di oggi che più che altro si sente “rifiutato” dal lavoro, percependosi come eccedenza senza valore. In questo, il sistema ha dimostrato una demoniaca capacità di assumere le parole d’ordine del movimento – pensiamo anche alla parità di genere, alla questione dei diritti individuali, all’evocazione di una “giustizia più giusta” – per cavalcare un drammatico rovesciamento di senso e di segno, di quelle allusioni. Volete la liberazione dal lavoro? Vi daremo la precarietà di massa e la vostra stessa vita diventerà un continuum di tristissimo e inafferrabile lavorio produttivo.

In ogni argomentazione affrontata, aleggia l’interrogativo: siamo sideralmente lontani o piuttosto insospettabilmente vicini a quel mondo, a quella stagione e a quelle tematiche? Entrambe le cose. Scalzone non crede e non auspica la riproducibilità delle forme di quel moto, ma legge in esso tutti i semi che risultano adesso pienamente maturi, dentro la nostra modernità: il ’77 come esplosione, precoce e anticipatrice, di ciò che oggi, come condizione sociale, si mostra già pienamente dispiegato. E che compone un quadro di crisi antropologica, globale, dell’umano – oltre che del sistema capitalistico.

Tra i documenti in appendice, un livido editoriale di Rossana Rossanda che invita a «difendersi dall’infezione» dell’Autonomia Operaia, frammenti d’assemblee d’antan, un profetico appello promosso da Scalzone per il “diritto d’interferenza” da parte del movimento nella trattativa Stato-Br, per sottrarre Moro (e le stesse Br) a un esito drammatico e prevedibile che avrebbe mutato irreversibilmente i destini di tutti.

Il volume, primo di una trilogia, è curato dal gionalista e saggista Pino Casamassima e si apre con una prefazione di Erri De Luca. Un libro da leggere, senza dubbio. Che anzi andrebbe letto insieme ad un altro importante testo scritto da Carlo Formenti – La variante populitsta (Derive Approdi, 2016) – a suggerire quasi un controcanto disincantato contro ogni tentazione “romantica” e “mitopoietica” su quella stagione, sulla sua ricchezza, ma anche sui suoi sbracamenti teorici che proseguiranno fino ai giorni d’oggi.

Oreste Scalzone non è mai stato reticente sulla sua vita e la sua storia. Ha provato a scrivere un libro non per addetti ai lavori: dietro quelle infinite parentesi aperte sulla memoria, brucia la curiosità intellettuale di un giovanissimo settantenne, dallo sguardo mai pacificato. I rivoluzionari non vanno in pensione, si diceva una volta: è per quello che la loro scrittura, a volte, lascia sulla carta parole di verità.

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Spinoza in P38 https://www.carmillaonline.com/2013/05/04/spinoza-in-p38/ Sat, 04 May 2013 13:38:22 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=5260 Spinoza.  di Cassandra Velicogna

“Sapevo che molti ci passavano per caso dal settantasette. Sapevo che io ci sarei rimasto”

Il proliferare di libri più o meno riusciti sull’anno della rivoluzione (mancata) lascia un posto a questo Sette Sette. una rivoluzione. la vita di Pino Tripodi (Le milieu). Le scarse note biografiche in bandella sono implementate per i curiosi da un’eloquente dichiarazione dell’autore sul sito della casa editrice. Tuttavia non è per  la valenza  di proposta per le nuove generazioni di militanti (dichiarata appunto nella scheda on line) che questo libro va [...]]]> Spinoza.  di Cassandra Velicogna

“Sapevo che molti ci passavano per caso dal settantasette. Sapevo che io ci sarei rimasto”

Il proliferare di libri più o meno riusciti sull’anno della rivoluzione (mancata) lascia un posto a questo Sette Sette. una rivoluzione. la vita di Pino Tripodi (Le milieu). Le scarse note biografiche in bandella sono implementate per i curiosi da un’eloquente dichiarazione dell’autore sul sito della casa editrice. Tuttavia non è per  la valenza  di proposta per le nuove generazioni di militanti (dichiarata appunto nella scheda on line) che questo libro va letto, ma perché ha il pregio di far rivivere alcune pratiche che venivano agite in quel periodo, in quell’anno. Non come storia, ma come storie.

Non si ingabbia in un solo stile, Tripodi, vuole percorrerli tutti. Racconta, ricorda, filosofeggia  e spazia nelle praterie del gioco verbale, come una danza di frasi, come un rituale magico.

Due parole vanno spese sul filosofare in cui si addentra. Spingersi nel paragone tra una preposizione di Spinoza e una pistola è un procedimento logico non più praticato. Consiglio davvero il capitolo “Spinoza in ptrentotto”  in cui si dice che la preposizione 39 (p 39) dell’Etica di Spinoza * spara meglio di una P38… Quantomeno per capire il filo del pensiero dell’autore, qualcosa di veramente inusuale. Forse oggi siamo più timorati o noiosi. O lasciamo la filosofia a alcuni studenti e docenti…

Non altrettanto riusciti i capitoli in cui si gioca semplicemente con le parole, un intero alfabeto di tentativi di sinestesia: “Chi non erra non erre, anzi non r. Chi rivoluziona r” e così via, per ogni lettera.

Ma il meglio è la narrazione. Tante vite per un solo anno. [attenzione, soft spoiling] Una femminista che si scopre lesbico-speparatista. Un cameriere liberato dalla gabbia del lavoro salariato da un gruppo di autonomi. Un docente che trova un allievo fuori dal comune e poi lo perde nei rivoli del movimento studentesco. Un compagno in clandestinità che si salva per un pelo da una retata in uno spazio occupato. In fondo questo Sette Sette può anche esssere preso come una raccolta di racconti.

Il racconto diviene  anche memoir e fa riflettere parecchio. Non per i consigli sul leggere/non leggere Marx o la differenza tra violenza sulle cose/sulle persone, bensì per quel che si faceva nel 1977 per sganciarsi dalle logiche del profitto. Il non lavoro era una realtà praticata. Il telefono a gettoni era facilmente utilizzabile gratuitamente, si falsificavano soldi, biglietti del treno, buoni per la mensa. Si occupavano per anni i dormitori e si mangiava gratis alla mensa della facoltà. Si espropriavano i ristoranti uscendo con naturalezza senza pagare. E tutto questo era fatto in comune senza guastafeste e senza nessuna paura. Dire “oggi non si può fare” non è solo una considerazione sulle nuove tecnologie di controllo sociale, è un vero e proprio alibi. Queste pratiche così ben raccontate (perché  reali) incitano alla ripetibilità della riappropriazione. Certo tutto era fatto insieme, in comune, con picchi di vita simbiotica tra compagne e compagni che oggi non sono più agiti e forse nemmeno sentiti come necessari neanche nei posti più radicali.

Si caracolla verso la manifestazione di Roma, del Marzo 1977, con Lorusso ancora caldo nei cuori. Una debacle per il movimento: la fine dei giochi. Quel filo di lana su cui si giocava la differenza tra movimento radicale e lotta armata con la clandestinità come effetto collaterale si spezzò in quell’occasione definitivamente per non ricomporsi più. Ancora una volta si pensa “ecco cos’è successo”. La tristezza della rivoluzione sfumata è un fiume in piena per chi scrive e per chi legge.

Eppure il libro non finisce così, come un taccuino in cui si sono annotate a mano tante cose, si conclude con alcune frasi a effetto, alcuni ragionamenti come «Tasselli identici compongono mosaici differenti. Tasselli differenti compongono mosaici identici.» Come a lasciare aperta una via.

Davvero una scelta indicativa quella del libro di Tripodi come una delle prime pubblicazioni per la casa editrice Le Milieu. Un grande in bocca al lupo a questo marchio indipendente nato nel 2012 in quel di Milano. Vi invito a seguire la produzione contrassegnata dall’icastico logo con il nome della casa editrice vergato sul calcio di una P38. O di una Colt. O di una Beretta. Non so distinguere le armi, magari me la cavo meglio con le proposizioni dell’Etica di Spinoza.

 

*”Chi ha un corpo capace di molte cose ha una mente la cui massima parte è eterna” Spinoza Etica More gometrico demonstrata, quinta parte.

 


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