Sessantotto – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 31 Jul 2026 20:00:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Esperienze estetiche fondamentali / 2: Bartleby, lo scrivano, e Wakefield, il fuorilegge dell’universo https://www.carmillaonline.com/2023/02/24/esperienze-estetiche-fondamentali-2-bartleby-lo-scrivano-e-wakefield-il-fuorilegge-delluniverso/ Fri, 24 Feb 2023 21:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76121 di Diego Gabutti

Non ricordo più chi venne prima, se Bartleby o Wakefield. Forse Wakefield, nel quale m’ero imbattuto bazzicando le bancarelle di Piazza Carlo Alberto, nel centro di Torino, sotto le grandi arcate progettate da Guarino Guarini. Alle spalle l’antico parlamento sabaudo, di fronte la Biblioteca Nazionale con la sua soleggiata facciata neoclassica.

“Wakefield” venne prima di “Bartleby” anche quanto a data d’apparizione. Nathaniel Hawthorne lo pubblicò nel 1835 (nel 1937 fu uno dei “Twice-Told Tales”, i racconti narrati due volte) mentre Herman Melville pubblicò “Bartleby, the Scrivener. A Story of [...]]]> di Diego Gabutti

Non ricordo più chi venne prima, se Bartleby o Wakefield. Forse Wakefield, nel quale m’ero imbattuto bazzicando le bancarelle di Piazza Carlo Alberto, nel centro di Torino, sotto le grandi arcate progettate da Guarino Guarini. Alle spalle l’antico parlamento sabaudo, di fronte la Biblioteca Nazionale con la sua soleggiata facciata neoclassica.

“Wakefield” venne prima di “Bartleby” anche quanto a data d’apparizione. Nathaniel Hawthorne lo pubblicò nel 1835 (nel 1937 fu uno dei “Twice-Told Tales”, i racconti narrati due volte) mentre Herman Melville pubblicò “Bartleby, the Scrivener. A Story of Wall Street nel 1853, due anni dopo Moby Dick”, diciotto anni dopo “Wakefield”. Quando io lo lessi per la prima volta doveva essere il 1966, o forse il 1967, poco prima (o poco dopo) che da Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche, affacciato sulla stessa piazza delle bancarelle, cominciassero a rullare i tamburi del movimento studentesco e delle occupazioni.

Abitavo poco lontano e, da quando avevo dieci anni, passavo di lì regolarmente, dapprima due o tre volte la settimana, poi ogni giorno, puntuale come Carosello. All’inizio facevo incetta di vecchi Urania, di vecchi Gialli Mondadori; poi di tutto quel che c’era, da Hawthorne e Melville alle farse del Signor Bonaventura scritte da Sergio Tofano, dai fumetti di Flash Gordon disegnati da Dan Barry (bisognerà parlarne, prima o poi) a Proust (che però mi decisi a leggere soltanto molti anni dopo, pentendomi di non averlo fatto prima). Dice Charles Simic, grande poeta serbo-americano: «Ho letto di tutto, da Platone a Mickey Spillane». Vale anche per me. E un po’ per tutti gli adolescenti dell’epoca; e se non per tutti, almeno per molti, e di sicuro per i coetanei che conoscevo e frequentavo io, a scuola e fuori (più fuori che a scuola, a scuola ci andavo poco, e di malavoglia). In giro per libri usati dopo un po’ tutti conoscevano tutti. Un cenno del capo, un caffè.

Trovato un libro, lo sfogliavo, e talvolta leggevo per intero, seduto al tavolino di qualche bar. Cappuccini. Mandrake, La fiera letteraria. Caramelle. Una brioche. Fumavo già come un dannato.
Di Wakefield e della sua enigmatica epopea fui subito un fan. Assai meno chiacchierato di Bartleby> – che col suo inespugnabile «preferisco di no» ha ispirato saggisti e romanzieri diventando malgré lui un cliché abusato dagli intellò di scarso impegno e d’ancor più scarso ingegno, e pertanto tutti giù a citare Beckett, Kafka, Il pasto nudo, Bergman, Antonioni, Magritte – Wakefield merita altrettanta attenzione, se non di più.

«In qualche vecchia rivista o giornale», scrive Hawthorne, «ricordo d’avere letto la storia, riferita come vera, di un uomo, cui daremo il nome di Wakefield, il quale abbandonò per lungo tempo sua moglie. Questo fatto, così astrattamente enunciato, non è particolarmente insolito, e senza un’opportuna descrizione delle circostanze, non può essere giudicato crudele o insensato. Non di meno, anche se non il più grave, questo è forse il più strano caso registrato d’inadempienza dei doveri coniugali, nonché un singolare esempio tra quanti se ne possono trovare in tutti gli annali delle umane stravaganze. La coppia abitava a Londra, e l’uomo, con il pretesto di partire per un viaggio, prese alloggio in una strada vicina alla sua casa e lì, all’insaputa della moglie e degli amici, e senza un’ombra di motivo per questo volontario esilio, visse per più di vent’anni».
Wakefield ama il mistero. Gli piace far credere alla moglie d’avere segreti affari da sbrigare fuori città e, per il gusto di stupirla, di tanto in tanto s’assenta da casa, all’inizio forse soltanto per poche ore, poi per un giorno pieno, due giorni, tre, quattro, una settimana.

«Immaginiamo Wakefield mentre si congeda dalla moglie», continua Hawthorne. «È il crepuscolo di una sera d’ottobre, e lui indossa uno sbiadito cappotto, un cappello coperto di tela cerata, stivali alti, tiene un ombrello in una mano e una valigetta nell’altra. Ha informato sua moglie che deve prendere la diligenza della sera per la campagna. Lei vorrebbe informarsi sulla durata del viaggio, sul suo scopo e sulla probabile data del ritorno, ma rispettando la sua innocua passione per il mistero, si limita a interrogarlo con uno sguardo. Lui le dice di non aspettarlo con certezza al ritorno della diligenza e di non preoccuparsi se mai dovesse trattenersi fuori casa per tre o quattro giorni, ma di attenderlo in ogni caso per venerdì sera all’ora di cena. Si può pensare che nemmeno lo stesso Wakefield abbia ancora idea di ciò che accadrà. Le porge la mano, lei gli dà la sua, e si scambiano un bacio distratto come avviene dopo dieci anni di matrimonio, poi il signor Wakefield, un uomo di mezza età, se ne va, già quasi deciso a sconcertare la sua buona moglie con un’intera settimana d’assenza. Dopo che la porta si è chiusa alle sue spalle, lei si accorge che viene leggermente scostata, e attraverso lo spiraglio le appare il volto del marito, che le sorride e un attimo dopo scompare alla sua vista».
Alla fine, per averlo evidentemente fissato troppo a lungo, l’abisso ricambia il suo sguardo, e adesso eccolo lì, povero Wakefield, fuori al freddo, nel buio, trasformato in «fuorilegge dell’universo».

E Bartleby, intanto? Spalle all’ufficio, lo sguardo perso in qualche iperspazio oltre la finestra, la decisione di non fare niente di quel che gli viene chiesto, una dieta stretta di biscotti allo zenzero, «innocuo e passivo», Bartleby è con piena evidenza una variazione sul tema delle «umane stravaganze». Un semblable, un avatar di Wakefield. Sono fatti della stessa sostanza: l’amor vacui, o fascinazione del vuoto.

Bartleby è di New York, Wakefield un londinese, ma abitano sostanzialmente la stessa città, come Batman e Superman (Gotham City e Metropolis, le città dove operano separatamente i due supereroi, sono entrambe New York en travesti). Nichilista originario, primo della specie e protagonista di Delitto e castigo, Rodion Romanovič Raskol’nikov potrebbe essere un loro concittadino (e San Pietroburgo un’altra manifestazione della stessa «città premeditata» abitata da fantasmi metropolitani senza pace) se soltanto il giovane assassino non scrivesse libelli su Napoleone Übermensch, e non parlasse troppo.

Wakefield, per quanto ne indoviniamo, non parla con nessuno. Per dire cosa, poi? Stabilire un qualunque contatto umano potrebbe spingerlo a fuggire anche da questa sua seconda incomprensibile vita verso una terza e poi una quarta, all’infinito, col rischio d’aumentare la distanza tra sé e la sua vita originaria fino a smarrirne il senso e la memoria, esponendosi così «al terribile rischio di perdere il proprio posto per sempre». Quanto a Bartleby, «spiaggiato» come una balena (strano che Melville non ci abbia pensato) in un anonimo ufficio di Wall Street, una zona di New York che «ogni notte si spopola», di lui conosciamo una frase sola, eternamente ripetuta.

«Ricordai» – scrive Melville – «che Bartleby non parlava mai se non per rispondere; che sebbene avesse a volte considerevole tempo a sua disposizione, tuttavia non l’avevo mai visto leggere nulla, nemmeno un giornale; che trascorreva lunghi periodi di tempo presso la sua finestra dietro il paravento, a contemplare un desolato muro di mattoni. Non si recava mai in alcun refettorio o trattoria, e il suo volto pallido rivelava chiaramente che non beveva birra e neppure tè o caffè. Non mi risultava che andasse mai in nessun posto, non usciva mai a fare una passeggiata; si era sempre rifiutato di dirmi chi fosse, di dove venisse, se avesse parenti nel mondo; sebbene così magro e pallido, non si lamentava mai. Soprattutto ricordavo quella sua inconscia aria di pallida – come potrei dire? – di pallida alterigia, o meglio quell’austero riserbo, che lo circondava e con il quale era effettivamente riuscito a imporsi, obbligandomi a tollerare le sue eccentricità, tanto che ormai temevo di chiedergli di compiere il più insignificante lavoro, anche quando capivo dalla sua lunga immobilità che in quel momento, dietro il paravento, egli doveva essersi perduto in una di quelle sue fantasticherie,» lo sguardo sempre fisso sul «muro cieco» oltre la finestra.

Bartleby preferiva di no.
Wakefield non era meno tormentato e storto d’anima.

Amico e per un po’ anche vicino di casa di Hawthorne, Melville conosceva bene l’opera dell’autore della Lettera Scarlatta. E Wakefield, tra tutti i personaggi di Hawthorne, doveva essergli apparso come una rivelazione, più dei fauni di marmo o delle bambine di neve. Melville – che aveva lanciato il Capitano Achab sulla pista del Leviatano: «Morte al mostro, morte a Moby Dick! Che Iddio dia la caccia a tutti noi, se non la diamo noi a Moby Dick fino alla morte!» – aveva un debole evidente per gli ossessi, e Wakefield era un perfetto esemplare della categoria. Con Bartleby, l’autore di Moby Dick intese certamente elevare a Wakefield un monumento. Indecifrabile quasi quanto il personaggio cui rendeva omaggio, era naturalmente un misterioso monumento.

Più che la statua equestre di Carlo Alberto di Savoia posta al centro della piazza delle bancarelle (dove avevo trovato la mia copia dei Racconti narrati due volte, nell’edizione Vallecchi del 1950, l’unica all’epoca in circolazione) il monumento eretto da Melville a Wakefield ricordava piuttosto il singolare monumento che Nikolaj Vasil’evič Gogol’ aveva eretto allo sventurato assessore di collegio Platon Kuz’mic Kovalëv: un Naso ribelle, in fuga dal corpo.

Perché è di fuggiaschi, naturalmente, che stiamo parlando.
Di fuggiaschi, e d’imperscrutabilità.

Come Wakefield, in fuga dal focolare domestico, che poi scruta di lontano, celato a ogni sguardo, anche Bartleby è un fuggiasco, però in piena vista. Se Bartleby è, come credo, il Naso di Wakefield, egli manifesta (diciamo così) la stessa sinusite. Qualcosa che lo soffoca, come qualcosa soffoca Wakefield. A una prima riflessione sembrerebbe che siano gli obblighi sociali a pesare come incubi sulle vite di questi oscuri eroi metafisici: Bartleby che rinuncia alla sua attività di copista e si vieta ogni proposito, Wakefield che si perde in una fantasia come in un bosco stregato. Dire che sono stati gli «obblighi sociali» (due parole al vento) a cacciarli in quell’angolo dal quale non sanno o non vogliono uscire è ribadire il gran mistero. Attenzione, però: se dire «obblighi sociali» è come dire niente, «dire niente» è un modo per affermare l’inconoscibile. Nel mondo di Bartleby e Wakefield, tutto si confonde, ogni cosa s’imbroglia. Qui chi è in fuga rimane immobile, come un ciclista in surplace, pronto a schizzar via, come i topi messicani dei cartoni animati.

Soffocati, in ogni modo.
Prima di tutto il panico, l’affanno.

Soffocati come Charles Bronson e Steve McQueen nella Grande fuga di John Sturges (uno dei pochi film «semplicemente perfetti» degli anni sessanta) erano soffocati dal filo spinato che delimitava il lager nazista. Dal sentirsi soffocati a diventare icone immortali dell’evasione il passo è breve. Solženicyn, in Arcipelago Gulag, chiama queste icone «fuggiaschi convinti, uomini che sanno a cosa vanno incontro». Prendete «Georgij Tenno, al quale, negl’intervalli tra due evasioni non riuscite, i detenuti dicevano: “Perché non te ne stai un po’ fermo? Che bisogno hai di scappare? Cosa ci trovi nella libertà, specie al giorno d’oggi?” Tenno si stupiva. “Come cosa ci trovo? Ventiquattr’ore nella taiga senza catene! La libertà, ci trovo!”»

Può darsi, allora, che anche Bartleby e Wakefield, come Tenno in Arcipelago Gulag, si siano avventurati nella taiga: un bugigattolo a Wall Street, una falsa identità a pochi passi da casa, il primo indecifrabile, il secondo invisibile. «Niente catene», naturalmente, è dire troppo. Anche la taiga, a suo modo, è un lager, sia pure dall’orizzonte sgombro. Ma troppo sgombro: nessuno con cui parlare, le notti gelide, il silenzio, la fame, «el magun» (come diceva Alberto Sordi vigile urbano in Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo di Mauro Bolognini, Anno del Signore 1956).

Be’, tiriamo le fila.
Prima (o dopo) mi capitò di leggere Wakefield e solo dopo (o prima) Bartleby lo scrivano, quest’ultimo in un’edizione sciccosa, un libro da nababbi: Billy Budd e altri racconti, nella collana dei Millenni, Einaudi chic. Chissà dove, in uno scaffale in alto, fuori mano, devo averlo ancora, sempre che non l’abbia prestato a qualcuno trenta o quarant’anni fa. Libri così erano le avventure che capitavano ai lettori compulsivi in fuga ontologica (cioè in caccia di ciò che è reale) nella taiga di Piazza Carlo Alberto.

C’erano altre botteghe di libri usati in giro per la città. Per esempio Corso Siccardi, un vialetto alberato a lato di Via Cernaia, sulla strada per la stazione di Porta Susa. C’era soprattutto la Casa del Libro (ma per tutti l’«Ebreo») nella Galleria Subalpina, un «passage» severo e signorile, anzi elitario, al centro una fioriera, che congiungeva Piazza Carlo Alberto e Piazza Castello. Però nulla di paragonabile alle bancarelle di Piazza Carlo Alberto, che alla fine dei settanta sarebbero state trasferite sotto i portici di Via Po, due o tre isolati più in là, perdendo per strada un po’ della loro magia», come si dice con espressione orribile ma veritiera (o meglio «oggettiva», come si cominciava a dire, con espressione più orribile ancora, nelle assemblee studentesche). Anche Corso Siccardi è stato smantellato. Niente più bancarelle: panchine. C’era un’edicola: sparita anche quella. Quanto all’«Ebreo», nessuno lo chiama più così, e in vetrina ci sono sempre meno libri e sempre più stampe, monete, cartoline.
Erano tempi strani.

In giro per libri usati un ragazzino poteva scoprire Bartleby e Wakefield senza cercarli e senza averne mai saputo niente prima. Per bandiera un grande ignoramus, poche lire in tasca, e ci si poteva imbattere in queste star della grande letteratura come si trova una sorpresa nell’uovo di Pasqua. Per bancarellari e consumatori all’ingrosso di libri usati la seconda metà degli anni sessanta è stata un’epoca senza eguali. Furono i libri, soprattutto usati, per il loro basso costo e la loro vasta circolazione, a provocare l’evento clou del decennio: il Sessantotto, con rispetto parlando.

Gli studenti in tumulto, prima che motivati dall’ideologia e dalle congiunture politiche, erano sotto incantesimo letterario, come Madame Bovary e Don Chisciotte. Ogni libro letto o sfogliato era un invito all’avventura: giganti da abbattere, fanciulle da salvare. Erano finestre di Magritte aperte su universi paralleli. Alcuni di questi inconoscibili, nebbiosi, tipo gli uffici legali di Wall Street, o le strade londinesi percorse da Wakefield in stretto incognito, dove sembravano brillare altre stelle nel cielo sopra di noi e palpitare altre leggi morali dentro di noi. Fumetti, libri usati, Linus, i primi tascabili: fu questo il vento che gonfiò le vele dei movimenti giovanili, presto messi in caricatura dalle passioni politiche.

E Wakefield, che «aveva sfidato l’ordine del mondo»? Wakefield scopre che «gli individui sono così ben adattati a un sistema, e i sistemi l’uno all’altro, e a tutto un insieme, che un uomo, se si fa da parte per un solo momento» può finire in un’altra dimensione, nella «zona fantasma» dove i tribunali di Krypton, per citare di nuovo Superman, confinavano i criminali (al confronto, il 41 bis è Parigi in primavera). Fortunatamente, alla fine della storia, Wakefield ritrova la strada di casa, smarrita decenni prima.

«Sale i gradini con passo pesante» – scrive Hawthorne – «perché vent’anni gli hanno rattrappito le gambe, da quando li ha scesi l’ultima volta, anche se lui non se ne rende conto. Fermati, Wakefield! Se vuoi proprio andare nella sola dimora che ti è rimasta, calati piuttosto tua tomba! Ma la porta si apre, e mentre lui ne varca la soglia diamo un ultimo sguardo di commiato al suo volto e riconosciamo quel furbesco sorriso che aveva anticipato l’innocente burla che egli ha continuato a giocare ai danni della moglie. Come ha imbrogliato quella povera donna! Be’, auguriamo a Wakefield una buona notte di riposo!»

E Bartleby? Che fine fa lo scrivano? Muore. O meglio chiude gli occhi, stremato, consunto, e «dorme, con i re e i consiglieri», come mormora il suo principale, mentre qualche velo del suo passato pare squarciarsi.

«Eppure» – conclude Melville – «a questo punto sono incerto se divulgare l’eco di una diceria che giunse al mio orecchio alcuni mesi dopo la morte dello scrivano. Su quali basi poggiasse non sono mai riuscito ad accertare; quindi, non sono in grado di dire quanto ci sia di vero. Ne farò qui un breve cenno: Bartleby era un impiegato subalterno nell’ufficio delle lettere smarrite a Washington, dal quale era stato all’improvviso licenziato per un cambiamento nell’amministrazione. Quando penso a questa diceria, a fatica riesco a esprimere le emozioni che mi pervadono. Lettere smarrite, lettere morte! Non suona come “uomini morti”? Pensate a un uomo incline alla disperazione: esiste un lavoro più adatto ad accentuarla che maneggiare lettere morte e metterle in ordine per darle alle fiamme? Ogni anno ne vengono bruciate a carrettate. Qualche volta il pallido impiegato estrae dalla busta un anello e il dito al quale era destinato forse imputridisce nella tomba. Spunta la banconota inviata in un moto di pronta carità e colui che ne avrebbe tratto sollievo non mangia né soffre più la fame. Parole di speranza per quanti morirono disperati, o di perdono per coloro che morirono nello sconforto; buone nuove per coloro che morirono soffocati da sventure inconsolabili. Apportatrici di vita, queste lettere», scrive Melville «rovinano verso la morte».

Sia da Wakefield che da Bartleby sono stati tratti dei film (cercateli su Wikipedia, o meglio ancora su IMBD, l’Internet Movie Database). Intanto che scrivevo questo capitolo, li ho scaricati, ma ancora non ho avuto cuore di vederli. Bartleby, diretto e interpretato da Maurice Ronet nel 1978, è ambientato a Parigi, nonché recitato in abiti moderni. Anche Wakefield (Robin Swicord, 2016) è in abiti moderni. Un giorno o l’altro, tempo avanzandomi, forse li guarderò.

Intanto, evocato Raskol’nikov, l’Ur-nichilista, che ha fatto da modello a delinquenti pallidi e mostri morali, anche lui in fuga nella taiga della nascente cultura pop, mi torna in mente un altro fuggiasco convinto: Joe Doppelberg, protagonista di What Mad Universe, il cult fantascientifico di Fredric Brown. È il 1948, e Joe Doppelberg, giovanissimo nerd, sogna un mondo in cui è Salvador Dalí a popolare di mostri alieni e ragazze in minigonna le copertine delle riviste di fantascienza. Fellini avrebbe voluto cavarne un film. Ne girò di più strani. Nessuno, però, sarebbe stato più estraniante.
O Doppelberg! O umanità!

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I cinesi al liceo https://www.carmillaonline.com/2022/08/07/i-cinesi-al-liceo-2/ Sat, 06 Aug 2022 22:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73140 di Valerio Evangelisti

[Questo testo è apparso per la prima volta in Centro Studi dei Cobas Scuola (a cura di), Quando suona la campanella. Racconti di scuola, Manifestolibri, 2006.]

Le lezioni erano cominciate da pochi giorni. Era l’ottobre del 1969, e io frequentavo la prima liceo classico (oggi corrispondente, credo, alla terza) presso l’istituto Marco Minghetti di Bologna. Un liceo particolare, il Minghetti. Vi ero giunto dopo una quarta ginnasio disastrosa presso il liceo classico rivale, il Galvani. “Disastrosa” non per gli esiti, quanto per l’ambiente. Avevo per compagni di classe ragazzi in [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Questo testo è apparso per la prima volta in Centro Studi dei Cobas Scuola (a cura di), Quando suona la campanella. Racconti di scuola, Manifestolibri, 2006.]

Le lezioni erano cominciate da pochi giorni. Era l’ottobre del 1969, e io frequentavo la prima liceo classico (oggi corrispondente, credo, alla terza) presso l’istituto Marco Minghetti di Bologna.
Un liceo particolare, il Minghetti. Vi ero giunto dopo una quarta ginnasio disastrosa presso il liceo classico rivale, il Galvani. “Disastrosa” non per gli esiti, quanto per l’ambiente. Avevo per compagni di classe ragazzi in prevalenza ricchi o ricchissimi, con cui faticavo a legare. Inoltre vi era una larga prevalenza di fascisti, forse più negli atteggiamenti che nell’ideologia (appresi poi che lo stesso istituto annoverava tra i propri allievi Gianfranco Fini, però io non lo ricordo).

La composizione sociale del Minghetti era molto diversa. Vi predominava la piccola borghesia. La politicizzazione era scarsa, però nel ’68 uno studente dell’ultimo anno, soprannominato Bifo, aveva promosso uno sciopero e un sit-in nell’atrio della presidenza, a cui avevo partecipato. Si erano tenute assemblee, sebbene su temi marginali (il cattivo stato dei gabinetti, l’esigenza di un distributore di bibite, ecc.).
Bene, quel giorno dell’ottobre 1969, arrivato al liceo, mi attendeva una sorpresa. Davanti all’ingresso era schierata una fila di giovani, disposta con ordine quasi militare. Ognuno di essi aveva al collo un fazzoletto rosso con l’effigie di Mao, e ognuno reggeva una bandiera recante una falce e martello con gli angoli smussati, sovrastante la scritta Servire il popolo. Altri distribuivano volantini e il giornale La guardia rossa.
Io non aspettavo altro. A dire la verità, fino all’estate non ero stato per nulla maoista. L’anno precedente, con altri due ragazzi, avevo costituito nel mio liceo il Circolo Anarchico Bandiera Nera. Avevamo distribuito un volantino in sei copie, fatto con la carta carbone, e appeso a una finestra una bandiera per l’appunto nera, ricavata dal grembiule (che allora per le ragazze era obbligatorio) di una compagna di classe. Nient’altro. Poi, durante le vacanze, avevo letto le Citazioni dal pensiero di Mao Tse-Tung edite da Feltrinelli. Non che mi avessero convertito, però parevano mobilitare masse di giovani in tutto il mondo. Io avevo bisogno di menare le mani, e Bakunin sembrava insufficiente (Umanità Nova era un vero strazio). La clamorosa apparizione dei maoisti davanti al Minghetti fu la manna dal cielo.

Quello stesso pomeriggio io e alcuni compagni di classe – ricordo Massimo Stagni, Cesare Vianello – ci recammo all’indirizzo indicato dal volantino. L’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti aveva sede in una sfarzosa palazzina di Viale Dante, messa a disposizione, seppi poi, da un notaio che collaborava ai Quaderni Piacentini. Quando suonammo alla porta venne ad aprirci una ragazza bellissima, che alzò il pugno. «Cosa volete, compagni?»
L’atrio era un profluvio di bandiere rosse, e un grammofono suonava le note de L’oriente è rosso e di altri inni cinesi. Fummo fatti entrare in una sala che già accoglieva altri studenti del Minghetti: Libero Fontana, Pietro Poggi, Francesco Cifiello, più una ragazza ancor più incantevole di quella che ci aveva aperto, dai lunghi capelli rossi (il nome non me lo ricordo). Un dirigente dell’Unione, tale Briganti, stava illustrando un opuscolo di Aldo Brandirali, leader supremo del gruppo. Alle pareti, minacciosi cartelli esortavano a curare i baffi e a non portare barba, a fumare con moderazione, ecc.
Uscimmo di lì tutti iscritti all’Unione, e carichi di giornali da vendere. La guardia rossa conteneva un racconto esemplare su una lavatrice di condominio, che aveva sottratto gli inquilini alla servitù degli elettrodomestici privati. Le pagine centrali erano occupate dal testo della futura Costituzione della Repubblica Italiana. Giuridicamente era un po’ rozza – “I preti potranno dire messa, ma non riceveranno quattrini dallo Stato” – e prevedeva un sacco di fucilazioni; però pensai che, prima della rivoluzione, sarebbe stata senz’altro migliorata.
Pochi giorni dopo ero davanti al Minghetti, con il mio fazzoletto rosso al collo e la bandiera che sventolava. Passò la professoressa di italiano del ginnasio e mi disse: «Vedi che avevo ragione a chiamarti Mao-Mao?» In effetti aveva battezzato così me e una compagna di classe, Luciana Emiliani, dopo che in un tema avevamo preso posizione a favore del maggio francese. Le risposi con un grugnito.

L’avventura maoista durò pochi mesi. L’Unione non pareva avere una linea molto chiara, circa gli studenti. Un giorno alla settimana entravamo a scuola un’ora dopo, alle nove, e io venivo spedito alle otto a distribuire volantini che parlavano della Grande Rivoluzione Culturale davanti ad altre scuole più “proletarie”, come l’Istituto Tecnico Fioravanti, oppure davanti a fabbriche non lontane dal centro cittadino.
Nel frattempo, dall’Unione erano usciti quasi tutti. I miei compagni di classe avevano retto pochi giorni. La militanza degli studenti più anziani si era prolungata per poco più di un mese. Restavano, assieme a me, il capocellula Cifiello (uscì dall’Unione solo quando gli fu chiesto di piantare gli studi e di andare a lavorare in fabbrica) e la ragazza dai capelli rossi, peraltro inavvicinabile a causa del puritanesimo rigoroso che regnava tra i maoisti.
La crisi, per me, sopraggiunse dopo un poco. C’era uno sciopero generale, e l’Unione aveva formato un proprio corteo. Agitavamo i Libretti Rossi (nel frattempo erano arrivati quelli stampati in Cina), gridavamo “Stalin, Mao, Brandirali!”. Ci fermammo a salutare un pullman di turisti giapponesi, scambiati per “compagni cinesi” e ben felici di fotografarci. Già da tempo nutrivo dubbi; la messinscena mi confermò che stavo partecipando a una vera stronzata.
D’improvviso ecco che ci incrocia, all’altezza di Piazza Maggiore, un corteo tutto diverso. Non ha bandiere, procede veloce. Molti hanno il fazzoletto sul viso, i ranghi sono tenuti stretti da manici di piccone. Gridano un unico slogan: «Lotta continua! Potere operaio!» Non guardano nemmeno noi maoisti.
In un attimo faccio la mia scelta. Slaccio il fazzoletto con il ritratto di Mao e lo consegno a chi mi sta accanto. Corro a inseguire l’altro corteo, che intanto ha svoltato in via Rizzoli e sta imboccando via Zamboni. Dieci minuti dopo mi trovo a sfondare, con un segnale stradale divelto usato come ariete da decine di braccia, la porta dell’università che dà su via Belmeloro. La polizia carica ma viene respinta a più riprese. Confuso nella calca, faccio irruzione nel Rettorato. Inizia per me una nuova vita.
Qualche tempo dopo saprò che, il 16 febbraio 1970, l’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti mi ha espulso per “indegnità politica e morale”. Ha espulso anche la ragazza dai capelli rossi, forse per errore. Di lei non so, da quel momento ci siamo persi di vista; ma a me, dell’espulsione, non importava più un accidente.

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Anatomia del potere nel teatro di Pasolini https://www.carmillaonline.com/2022/06/26/lanatomia-del-potere-nel-teatro-di-pasolini/ Sun, 26 Jun 2022 21:00:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72726 di Paolo Lago

Georgios Katsantonis, Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs Pasolini filosofo, Metauro, Pesaro, 2021, pp. 298, euro 22,00.

La dimensione del corpo è indubbiamente fondamentale nell’intera opera di Pasolini: nella poesia, in cui spesso ad essere rappresentato è lo stesso corpo del poeta, rivestito della sua dimensione fisica più autentica, senza filtri estetici; nella narrativa, da Ragazzi di vita, in cui la stessa città di Roma sembra trasformarsi in corpo che cresce e soffre insieme ai corpi dei ragazzi sottoproletari, fino a Petrolio, in cui il [...]]]> di Paolo Lago

Georgios Katsantonis, Anatomia del potere. Orgia, Porcile, Calderón. Pasolini drammaturgo vs Pasolini filosofo, Metauro, Pesaro, 2021, pp. 298, euro 22,00.

La dimensione del corpo è indubbiamente fondamentale nell’intera opera di Pasolini: nella poesia, in cui spesso ad essere rappresentato è lo stesso corpo del poeta, rivestito della sua dimensione fisica più autentica, senza filtri estetici; nella narrativa, da Ragazzi di vita, in cui la stessa città di Roma sembra trasformarsi in corpo che cresce e soffre insieme ai corpi dei ragazzi sottoproletari, fino a Petrolio, in cui il corpo emerge nei suoi aspetti più strettamente legati ad un eros annientatore; nel cinema, in cui ad essere rappresentati sono i corpi di sottoproletari votati al sacrificio, come Accattone, Ettore o Mamma Roma, o quelli di personaggi inseriti in un «carnevale di stili e di sessi», come ha scritto Barthelemy Amengual a proposito di Medea. Sicuramente, anche nel teatro pasoliniano il corpo riveste un ruolo di primo piano, basti ricordare questi versi di Calderón: «Tu sei qui perché hai un corpo. / Senza corpo non ci sarebbe vergogna, sofferenza e morte, / e quindi non ci sarebbe espiazione». Adesso, ad analizzare la ‘funzione-corpo’ nel teatro di Pasolini, interviene un ricco e ben documentato saggio di Georgios Katsantonis, oggetto del quale non è tanto «definire la centralità del corpo» nel teatro dell’autore, quanto invece «capire come essa si esprima e quali segni emetta».

Il saggio si concentra su tre tragedie di Pasolini: Orgia, Porcile e Calderón. Come specifica l’autore, «l’analisi condotta indaga i seguenti snodi tematico-testuali: 1) il corpo in preda al desiderio sadomasochistico (Orgia), 2) il corpo con la sua viscerale motivazione erotica che sconfina nella zooerastia (Porcile), 3) il corpo imprigionato tra scissione e visionarietà (Calderón)». Le tre opere selezionate «illustrano un tentativo di lettura del potere nelle sue varie declinazioni simboliche», con lo scopo «di far risaltare la concezione filosofica e l’impegno politico che si nascondono dietro le drammaturgie pasoliniane». Viene quindi attuata una vera e propria «anatomia del potere» nelle tre opere teatrali di Pasolini dimostrando come, in esse, sia lo stesso potere a manovrare i corpi degli individui: un potere, come quello della società dei consumi del neocapitalismo, che assume connotazioni simboliche che lo avvicinano a quello attuato da dittature sanguinarie come il fascismo e il nazismo.

L’analisi di Katsantonis parte da Orgia, un’opera teatrale composta (come le altre) nel 1966, l’unica allestita da Pasolini stesso. I due protagonisti, l’Uomo e la Donna, marito e moglie, sono chiusi nella loro camera borghese e praticano esperienze sadomasochiste «per scoprire una nuova libertà all’interno della prigionia sociale». Entrambi sono desiderosi della morte e si uccidono, «trascinati nella confusione tra vittima e carnefice dalle loro pulsioni oscure e violente». L’autore prende in esame Orgia mediante un’ottica comparata, a partire da una lettura della Philosophie dans le boudoir di Sade. Questo rapporto erotico basato sul sadomasochismo, sullo scambio di ruoli fra vittima e carnefice, assume le connotazioni metaforiche di una riflessione critica sulla società e sul potere. Il corpo appare schiavo delle dinamiche imposte da quest’ultimo, all’interno di un feticismo che diviene anche e soprattutto feticismo delle merci. Gli oggetti dell’adorazione feticistica – che rappresentano le merci nella società consumistica – sono diventati le catene che schiavizzano i corpi dei personaggi, nello stesso modo in cui l’adorazione della merce schiavizza i corpi degli individui all’interno della società neocapitalistica. Se l’Uomo appare totalmente schiavizzato nel corpo da questo rapporto feticistico dominato dal potere, la Donna assume diverse connotazioni di resistenza a quello stesso potere. Infatti, come nota lo studioso, spesso, «le donne nell’opera di Pasolini rappresentano l’elemento di rottura e di resistenza alla corruzione e all’ideologia dominante della società. Hanno un ruolo socio-politico eversivo che definisce una figura frequente nel cinema e nel teatro pasoliniano: quello della vittima del Potere, in cui si crea anche una sorta di parallelismo tra il “diverso” e la donna». Possiamo ricordare Anna Magnani-Mamma Roma, figura materna e prostituta (le prostitute, infatti, secondo Sade – e non da ultimo anche secondo Pasolini – come scrive l’autore, «sono le uniche donne degne di rispetto e le più sagge»), oppure Medea, interpretata da Maria Callas, vera e propria rappresentante del sacro nella società desacralizzata della Grecia in cui regna Creonte e nella quale viene condotta da Giasone, una società che rappresenta la razionalità della moderna borghesia; oppure, ancora, Silvana Mangano-Lucia in Teorema (1968) o, nello stesso film, Emilia, interpretata da Laura Betti, l’unica che, toccata dalla sacralità dell’Ospite, si distacca da una società borghese per fare ritorno agli spazi di un’Italia paleoindustriale e contadina che sta scomparendo. Se il sesso, in Orgia come in Teorema, è un sostituto del sacro, una espressione vitale e innocente (come nella Trilogia della vita), l’eros imposto dal potere, come in Salò, è invece una violenza effettuata sui corpi degli individui, come l’obbligo del godimento all’interno della società dei consumi.

Il secondo capitolo prende in esame Porcile, un’altra pièce teatrale pasoliniana abbozzata nel 1966 e riscritta tra la fine del 1967 e l’inizio del 1968, attraverso un’analisi comparata che include anche il film omonimo del 1969. Julian, il giovane figlio di un ricco industriale della Germania del 1967, non è né ubbidiente né disubbidiente nei confronti dell’autorità paterna e perciò, secondo lo studioso, presenta un carattere spiccato di alterità. Quest’ultima si configura come un’assenza di identità sociale: Julian rifiuta qualsiasi aspetto della sua vita borghese, incluso l’amore della giovane Ida, per ritirarsi a compiere infinitamente il suo unico atto d’amore, l’accoppiamento con i maiali. Se in tale atto è da intravedere appunto una marginalità sociale del personaggio all’interno della quale appare evidente la sua omosessualità, esso presuppone comunque anche una qualche forma di protesta, che emerge soprattutto durante il dialogo con Spinoza nel porcile (scena che sarà poi eliminata nella versione cinematografica). Secondo il filosofo, Julian una decisione, invece, la ha già presa da tempo, cioè quella di sparire, di rifiutare di sottoporsi al rutilante gioco spettacolare del potere che celebra i suoi fasti in una vera e propria catena di montaggio linguistica, in cui le battute si susseguono le une alle altre intervallate da espressioni come «urrà» o «trallallà», scegliendo la dimensione dell’afasia, definita dallo studioso come un vero e proprio spazio eterotopico. Nel frattempo, il Potere si ricicla, rinasce dalle sue ceneri: gli industriali della Germania del 1967 non sono altro che ex criminali nazisti votati alla civiltà dei nuovi consumi «nell’inferno del totalitarismo tecnocratico in cui si neutralizzano le diversità, falsamente accettate dal Potere mediante un’accorta politica di tolleranza fittizia». Julian, come il giovane cannibale che, nella versione cinematografica, viene condannato a essere sbranato dai cani, subisce un vero e proprio sparagmos, uno smembramento, «requisito necessario per la costruzione di una nuova immagine che sfugge ad ogni tentativo di contenimento entro sistemi organici».

La lente dello studioso, analizzando Porcile, si focalizza anche sulla presenza degli animali, nella fattispecie dei maiali. Questi ultimi assumono una doppia valenza: animali veri, come quelli che sono nel porcile, ma anche animali metaforici, «i padri capitalisti e borghesi, nel metaforico porcile della Germania neocapitalista». Se gli animali veri si situano al di là del male e del bene, su quelli metaforici ricadono invece gravi colpe. Inoltre, «l’animale in Porcile è il luogo in cui svelare i meccanismi su cui poggia la società capitalistica»: da questa stessa società, gli animali sono stati appiattiti nella funzione di materia prima dell’industria di macellazione di massa. In un mondo in cui il Potere si riveste cupamente di connotazioni totalitarie, in una orrenda continuità fra industrializzazione degli anni Sessanta e crimini nazisti, gli animali appaiono come le vittime innocenti imprigionate per essere spedite ai macelli, veri e propri nuovi lager contemporanei. L’autore ricorda in modo appropriato una lettera che Pasolini scrisse ad Anna Magnani, pubblicata su «Tempo» nel 1969, in cui il poeta paragona i vagoni fermi ai confini, pieni di animali destinati al macello, a quelli che trasportavano gli esseri umani verso i lager nazisti. Se nelle parole di Pasolini non emerge una vera e propria etica animalista, si può pensare a una volontà dello scrittore di «fare un ritratto dei totalitarismi soprattutto sulla base dell’equazione uomini-animali al macello». Del resto, si potrebbe ricordare anche un altro esempio, non riportato dallo studioso, in cui Pasolini riflette, mosso da una vera e propria pietas, sul destino degli animali destinati al macello. In Storia burina (1956-1965), un racconto che l’autore rielabora utilizzando la tecnica del non finito, poi incluso in Alì dagli occhi azzurri, spicca la descrizione delle vacche destinate al macello: «Venerdì, fiesta dell’Ammazzatore. Passano, passano, vacche magre, trasparenti, passano vacche secche come alici, passano in fila, trasparenti come l’osso, buone buone, con la morte negli occhi, come ubriachi che tornano la mattina accecati dal sole, bianche come uccelli della neve, e con le croste dello sterco sulle ossa che bucano la pelle tirata come la seta, passano masticando, masticando come per fare le indifferenti, ma sapendo bene quello che le aspetta, passano, passano come ombre cinesi bianche, come grandi pipistrelli bianchi che hanno preso la strada dell’inferno, mentre il sole non passa mai, nero come un toro sopra il monte di Testaccio».

Il saggio di Katsantonis, per mezzo delle sue originali e innovative intuizioni, fa venire delle idee: sicuramente un solido punto di forza per un lavoro critico. Allora, dalle suggestioni legate al confronto fra porcile e campi di concentramento, fra industria della carne e crimini nazisti, potrebbe venire in mente un paragone fra Porcile e Okja (2017), del regista sudcoreano Bong Joon-ho. In quest’ultimo film, i luoghi in cui viene imprigionato Okja, il «supermaiale» sottratto alla sua padroncina negli spazi incontaminati della Corea del Sud e condotto negli Stati Uniti, sono rappresentati come veri e propri nuovi campi di concentramento, circondati da filo spinato, in cui migliaia di «supermaiali» vengono portati alla morte. Anche Bong Joon-ho attua una riflessione sulle dinamiche di potere nella società tecnocratica: quello che decide di uccidere Okja è infatti il Potere delle multinazionali contemporanee, che agiscono nei tessuti più profondi della società per mezzo della digitalizzazione diffusa, capillarmente inserita nelle vite degli individui per mezzo di PC portatili, smartphone e tablet (oggetti assai presenti nelle immagini del film).

Nel capitolo finale del suo saggio, lo studioso affronta la tragedia pasoliniana Calderón ponendola a confronto non solo con La vita è sogno di Pedro Calderón de la Barca, a cui lo stesso Pasolini si ispira, ma anche con Un sogno di Strindberg, un autore molto amato e frequentato dallo scrittore bolognese, fino al postumo Petrolio. Secondo Katsantonis, Pasolini, Calderón de la Barca e Strindberg, «si servono del sogno partendo da prospettive diverse e sono legati tra loro da un elemento strutturale: la simbologia carceraria del sogno». Nel dramma pasoliniano, ambientato nella Spagna franchista, Rosaura si risveglia dal metaforico sogno calderoniano aristocratica, sottoproletaria e piccolo-borghese. Se il sogno appare come una via di fuga dalle maglie del Potere, su di esso si esercita un controllo ‘carcerario’ attuato dallo stesso Potere: Rosaura si trasforma in un corpo marionetta di cui il Potere, rappresentato dalla figura di Basilio, il re padre padrone, regge i fili addirittura pilotandone i sogni. Il saggista si serve delle teorie di Goffman per analizzare le dinamiche messe in opera dalle stesse strutture di potere. Gli spazi in cui Rosaura si risveglia assomigliano alle istituzioni totali analizzate dallo studioso (i manicomi, le prigioni) e lo stesso personaggio assume le connotazioni di un internato. Come osserva Katsantonis, «in Calderón Pasolini mette in luce la sopravvivenza del sistema concentrazionario nelle società contemporanee; il grado zero della libertà individuale a causa dell’estensione del controllo capillare delle masse e della loro omologazione». D’altronde, il medesimo sistema concentrazionario si è messo in moto in occasione della recente pandemia da Covid 19, la quale ha messo in luce «il furore autodistruttivo del capitalismo, che non si ferma neppure di fronte alla prospettiva della vita abolita».

Un’immagine emblematica del potere che controlla gli individui, secondo lo studioso, è quella della marionetta. L’uomo è una marionetta (basti pensare a Che cosa sono le nuvole?), i cui fili sono tenuti da un Potere oscuro ed imperscrutabile che immerge gli individui negli inferni del cieco sviluppo, portato avanti ad ogni costo, deturpando la natura e gli scorci paesaggistici. All’interno di questo sistema di potere – osserva lo studioso – le stesse forze rivoluzionarie sono l’espressione di un illuminismo borghese che obbedisce agli schemi della dialettica servo-padrone. In questa dinamica rientrerebbe anche «l’avversione nutrita da Pasolini per il movimento studentesco» durante gli scontri del Sessantotto, tema, comunque, molto complesso, che meriterebbe ulteriori spunti di riflessioni. A mio avviso, infatti, Pasolini non aveva nessuna avversione per il movimento studentesco, anzi: l’intera poesia Il PCI ai giovani!!!, in cui il poeta prendeva posizione a favore dei poliziotti, andrebbe letta in una chiave ironica e autoironica, come scrisse lo stesso Pasolini. Si tratta di un pezzo di ars retorica, un testo provocatorio, che va letto al di là del suo significato letterale tanto che Pasolini, in una «Lettera al Presidente del Consiglio» uscita su «Tempo» nel settembre del 1968, definiva la Resistenza e il Movimento Studentesco come «le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano».

In definitiva, il saggio di Georgios Katsantonis risulta estremamente interessante perché srotola un tema, come quello delle dinamiche del potere nell’opera pasoliniana, anche oggi molto attuale, in un’epoca in cui lo stesso Potere cerca di controllare in tutti i modi la vita degli individui, anche in forma invisibile e spettrale per mezzo della diffusa digitalizzazione di massa. Ha inoltre il pregio di affrontare tre opere fondamentali del teatro pasoliniano in modo nuovo ed inedito, portando esempi, confronti, analisi comparate che mai erano state affrontate in precedenza e offrendo, come già notato, lo spunto per nuove analisi e riflessioni. Che non dovrebbero mai venire a mancare riguardo a una figura complessa e fondamentale come quella di Pasolini, a maggior ragione oggi che ricorrono i cento anni dalla nascita. Ricorrenza che però non dovrebbe soltanto comparire nelle sembianze di un salottiero ircocervo di accademiche celebrazioni fini a se stesse, ma dovrebbe rappresentare l’occasione per dare nuova vitalità a espressioni artistiche, teoriche e letterarie che provengano da una cultura dal basso e militante.

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Gli uccelli della tempesta di Pierluigi Sullo https://www.carmillaonline.com/2020/09/20/gli-uccelli-della-tempesta-di-pierluigi-sullo/ Sun, 20 Sep 2020 20:30:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62819 Lastaria, Roma 2020, pagg. 242 € 15

di Maria Rosa Cutrufelli

Dire ‘romanzo’ non basta più. Tutti vogliono sapere a quale genere letterario appartiene. Dapprima gli editori, per metterlo in questa o in quest’altra collana. Poi i librai, per posizionarlo su questo o quest’altro scaffale. Infine il lettore, per capire se rientra nelle sue preferenze. Insomma, a quanto pare, non si può sfuggire alle catalogazioni. E allora mi adeguo e vi dirò che il libro di Pierluigi Sullo, Gli uccelli della tempesta, potrebbe essere classificato come un ‘romanzo del noi’. Sostanzialmente, un [...]]]> Lastaria, Roma 2020, pagg. 242 € 15

di Maria Rosa Cutrufelli

Dire ‘romanzo’ non basta più. Tutti vogliono sapere a quale genere letterario appartiene. Dapprima gli editori, per metterlo in questa o in quest’altra collana. Poi i librai, per posizionarlo su questo o quest’altro scaffale. Infine il lettore, per capire se rientra nelle sue preferenze. Insomma, a quanto pare, non si può sfuggire alle catalogazioni. E allora mi adeguo e vi dirò che il libro di Pierluigi Sullo, Gli uccelli della tempesta, potrebbe essere classificato come un ‘romanzo del noi’. Sostanzialmente, un ‘autoritratto di gruppo’ (per citare un saggio importante di Luisa Passerini). In altre parole, un romanzo in cui la memoria di una generazione (quella che nasce alla politica nel ’68) si fa storia collettiva. Dunque romanzo politico e insieme generazionale.

Un abbinamento classico, per così dire. Ma tutt’altro che semplice da un punto di vista narrativo, perché richiede (fra l’altro) la capacità di misurarsi con le forme tradizionali del genere e di innovarle.

Qualche anno fa si cimentò in questa impresa Annie Ernaux, con un libro dichiaratamente autobiografico: Gli anni. Nel romanzo, storico e memoriale assieme, l’autrice ripercorre le svolte politiche, i cambiamenti avvenuti nelle nostre vite dal dopoguerra a oggi, affidandosi a una narrazione in prima persona plurale. Chi narra, nel testo, è un ‘noi’ che riassume tutti gli ‘io’. La critica parlò di una ‘pratica della memoria’ che fonde la voce personale con il ‘coro’ della Storia. Pierluigi Sullo fa un’operazione simile, ma, al contrario di Annie Ernaux, racconta in terza persona singolare, dando a ogni singolo personaggio il posto che gli spetta nella narrazione. Non è la voce di un ‘noi’ astratto a raccontare. Sono, viceversa, le biografie individuali che vanno a comporre il mosaico e che diventano, pur mantenendo le loro irriducibili e inevitabili differenze, coscienza e parola collettiva. Fino a formare un autoritratto di gruppo, per l’appunto. Dove è il ‘coro’ della Storia a fondersi con le tante storie personali, così che il ‘noi’ non faccia sparire ‘l’io’.

Ma per parlare di questo secondo romanzo di Pierluigi Sullo devo fare un passo indietro e tornare al primo (La rivoluzione dei piccoli pianeti). Intanto perché i due testi sono strettamente legati, anche se ognuno possiede un’autonomia narrativa che lo rende compiuto in sé. E’ vero che nel secondo romanzo ritroviamo i personaggi del primo (in particolare il giovane Enrico, figura centrale), ma ognuno può essere letto indipendentemente dall’altro. E tuttavia, per cogliere il senso pieno dell’operazione concettuale, storica e letteraria, compiuta dall’autore, è necessario metterli assieme (perciò vi invito a farlo).

Del resto è l’autore stesso a indirizzarci su questa strada. A ciascun romanzo infatti, oltre al titolo, dà un sottotitolo (cosa rara in letteratura) che li lega esplicitamente con un marchio temporale. Un romanzo nel 68, è il sottotitolo del primo. Un romanzo nel 74, il sottotitolo del secondo. Quasi fossero due capitoli di una stessa storia. Come in effetti sono. Due date che tuttavia segnano due svolte esistenziali. E ci rammentano, se mai ce ne fossimo dimenticati, che la vita procede per tappe e ogni tappa ha la sua rivoluzione. Così Enrico, il ragazzo che nel ’68 ha diciassette anni e vive la rivolta studentesca, la scoperta del sesso, la libertà dalla famiglia, nel ’74 non è più il ragazzo dai “pensieri sbilenchi”, che “non sa cosa cercare”. Il suo apprendistato è giunto al termine. Ora deve compiere scelte più responsabili, e anche più tormentate. Per farla breve, deve diventare adulto.

E’ stato detto e più volte ripetuto che il titolo rappresenta ‘la soglia’ di un libro, il varco che ci permette di entrare nel testo. E in effetti noi entriamo nel primo romanzo di Pierluigi Sullo, La rivoluzione dei piccoli pianeti, con la suggestione che ricaviamo da questa immagine. Enrico, con le sue timidezze e i suoi interrogativi su se stesso e sul mondo, è un piccolo pianeta. E piccoli pianeti sono (almeno nella mia interpretazione) i suoi compagni, che nell’anno scolastico ’67-’68 si misurano con le ipocrisie sociali e le tante ingiustizie nascoste che i loro occhi vedono improvvisamente. Il lavoro in fabbrica. L’emigrazione in Germania. Le guerre passate e le guerre presenti, ma lontane.

Poi anche i piccoli pianeti crescono e tutto cambia. Intorno a loro e dentro di loro. I sentimenti, il senso dell’amore e quello della politica. E’ il 1974, come preannunciato dal sottotitolo. L’anno terribile delle stragi (Brescia, l’Italicus). La politica è un campo di battaglia, dove si contano morti e feriti. E i ragazzi scoprono “che la vita inciampa, precipita, è vulnerabile, e il futuro può essere molto breve”. Ma ormai, come le procellarie, sanno affrontare la bufera. Sono diventati uccelli della tempesta.

Il dolore, il piacere, la crescita, i tradimenti, le esperienze felici e quelle infelici, tutto è raccontato con una sintassi larga, generosa. Con un flusso vitale di parole che corre assieme ai ragazzi, con la loro stessa irruenza e voglia di vivere. Una scelta stilistica che apre la prospettiva e permette al lettore di spingersi più in là, oltre il limite della pagina. Verso il futuro.

Non a caso forse, in entrambi i romanzi, l’ultima immagine è proiettata in avanti, verso una speranza di futuro che è quasi una promessa. Nel primo romanzo, c’è Enrico che torna da un viaggio e “cammina contento” verso la casa del suo amore, “convinto di essere già alle porte” della sua rivoluzione. Nel secondo, c’è sempre Enrico. Stavolta triste, pensieroso. Seduto davanti allo zio, un anarchico sposato a una miliziana della guerra civile spagnola, gli chiede com’è possibile essere ancora forti e combattivi dopo una simile sconfitta. E lo zio gli risponde: “La sconfitta non esiste”. Non esiste perché “la resistenza è vivere”.

Ma sapranno continuare a vivere e resistere quei piccoli pianeti che il tempo ha trasformato in uccelli della tempesta? Lo scopriremo a breve, si spera, quando uscirà l’annunciato terzo volume di questa ‘trilogia del noi’. Sarà un romanzo nel 2001, l’anno di Genova. L’anno, dice l’autore, Pierluigi Sullo, “che cambiò di nuovo tutto”.

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La rivoluzione nella nostra vita https://www.carmillaonline.com/2019/02/03/la-rivoluzione-nella-nostra-vita/ Sat, 02 Feb 2019 23:01:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50733 di Matteo Montaguti

Emiliana Armano e Raffaele Sciortino (a cura di), Revolution in our lifetime. Conversazione con Loren Goldner sul lungo Sessantotto, Colibrì 2018, pp. 112, € 14,00.

«Il problema per me è sempre stato quello di usare la scrittura come arma» Loren Goldner

Nel cinquantesimo anniversario del Sessantotto, caduto nell’anno appena passato, sono state numerose le pubblicazioni, accademiche e non, che ne hanno tentato un bilancio, perlopiù di tipo storiografico, memorialistico o sociologico, oppure di basso taglio giornalistico. Ben poche, invece, quelle che hanno provato a farne un bilancio politico nitido, di [...]]]> di Matteo Montaguti

Emiliana Armano e Raffaele Sciortino (a cura di), Revolution in our lifetime. Conversazione con Loren Goldner sul lungo Sessantotto, Colibrì 2018, pp. 112, € 14,00.

«Il problema per me è sempre stato quello di usare la scrittura come arma»
Loren Goldner

Nel cinquantesimo anniversario del Sessantotto, caduto nell’anno appena passato, sono state numerose le pubblicazioni, accademiche e non, che ne hanno tentato un bilancio, perlopiù di tipo storiografico, memorialistico o sociologico, oppure di basso taglio giornalistico. Ben poche, invece, quelle che hanno provato a farne un bilancio politico nitido, di lungo corso e soprattutto di parte. Tra queste va sicuramente segnalato, anche rispetto alla ricorrenza del mezzo secolo che ci separa dalla rivolta operaia del 1969, Revolution in our lifetime. Conversazione con Loren Goldner sul lungo Sessantotto, curata da Emiliana Armano e Raffaele Sciortino per i tipi di Edizioni Colibrì.
Loren Goldner, settantenne militante marxista e atipico intellettuale statunitense, è una figura poco conosciuta in Italia ma di spessore internazionale: ha al suo attivo un’infaticabile attività teorica e di pubblicista, con numerosi saggi di critica dell’economia politica, filosofici, letterari (alcuni dei quali tradotti anche in italiano, come L’avanguardia della regressione. Pensiero dialettico e parodie post-moderne nell’era del capitale fittizio e, in concomitanza con la crisi dei subprime in America, il volume Capitale fittizio e crisi del capitalismo, entrambi delle edizioni PonSinMor) e conduce da diversi decenni un recupero critico della storia di classe e una rigorosa analisi sulle trasformazioni del capitale, in particolare per quanto riguarda la sua finanziarizzazione, rileggendo la nozione marxiana di “capitale fittizio” alla luce della lunga crisi del dollaro iniziata dopo la rottura degli accordi di Bretton Woods.

Il volume curato da Armano e Sciortino è un denso ma agile strumento utile per la difficile operazione di definire un punto di vista militante e un metodo di pensiero autonomo che sappiano confrontarsi, oggi, con i tempi, le espressioni e le forme globali della lotta di classe – e quindi di un agire politico di parte – senza cedere alla rassegnazione dello sguardo contingente, alla vana nostalgia per il passato («la nostalgia non è un’emozione da marxisti […] cerchiamo di guardare al futuro a partire da una valutazione lucida e realistica del presente», p.72), alle facili narrazioni egemoni e alle difficili impasse della propria fase. Lo fa ripercorrendo un’esperienza soggettiva – ma anche collettiva – che non ha mai smesso, con coerenza e determinazione, di «rielaborare la teoria comunista come chiave interpretativa per leggere il presente» (p. 11), anche a costo di scontare la propria irriducibile risolutezza in solitudine politica e marginalità culturale, destino comune a ogni pensiero di rottura. Proprio perché è così difficile sciogliere la forma di vita dall’analisi radicale e dalla prassi politica di Loren Goldner, per tutto il volume la testimonianza autobiografica, la storia militante e il saggio si intrecciano ibridandosi in un discorso sfaccettato e solo apparentemente disomogeneo, diviso in quattro conversazioni (Marx a Berkeley nel ’68; Il lungo Sessantotto in prospettiva storica: un assalto al cielo; Per allargare lo sguardo: Asia oggi e ieri; Ritorno alla teoria e prospettive) accomunate dal seguire «sul filo del tempo» i tortuosi movimenti autonomi dei subalterni nel loro processo di costituzione in classe, precedute da una preziosa introduzione degli autori e da una lettera dove si ripercorre in sommi capi la biografia dell’intervistato.

Nella prima conversazione Loren Goldner, originario di una famiglia proletaria della Bay Area, ripercorre il processo di politicizzazione e soggettivazione di un giovane studente-lavoratore nel contesto degli anni Sessanta americani, caratterizzati dall’ascesa di un movimento eterogeno e dalle diverse componenti di classe, black, di genere, controculturali e generazionali, a partire da uno degli epicentri più importanti della contestazione studentesca, l’Università di Berkeley. È qui che incontra, dopo l’apprendistato nelle manifestazioni per i diritti dei neri e contro la guerra in Vietnam, Marx e la militanza dentro alcuni gruppi radicali della New Left, un impegno politico che si caratterizzerà – a dispetto delle pose maoiste e terzomondiste, o delle derive liberal e hippie diffuse del movimento – per un’eclettica ricerca della teoria marxista rivoluzionaria europea, attraverso un’originale commistione di influenze luxemburghiane, trotskiste e bordighiste, di critica antistalinista e suggestioni consiliariste. Qualche decennio prima, negli anni Quaranta, un mix in qualche modo analogo del milieu eretico trotzkista con la classe operaia black aveva generato, sempre negli Stati Uniti, la Johnson-Forest Tendency (CLR James, Raya Dunajevskaya, Grace Lee Boggs, Martin Glaberman) e le successive esperienze proto-operaiste di Detroit (Corrispondance e Facing Reality), da cui negli anni Cinquanta per il tramite del francese Socialisme ou Barbarie il cremonese Danilo Montaldi sarebbe stato influenzato, e a sua volta avrebbe influenzato le conricerche di Romano Alquati durante l’esperienza dei «Quaderni Rossi».
Goldner, che all’inizio degli anni Settanta abbandona i gruppi della New Left rimanendo però militante indipendente attivo nelle più diverse lotte, esplicita fin da subito una critica agli afflati controculturali, edonistici e di liberazione individuale del movimento statunitense, finiti poi per essere sussunti – una volta disgiunti da una critica sistemica complessiva e da una prospettiva di superamento del capitalismo con al centro il concetto di classe – dalla controrivoluzione neoliberista e dall’ideologia del postmoderno, e appare lucido nel vedere la distanza siderale tra i partitini della Nuova Sinistra e le manifestazioni di autonomia – al tempo sempre più radicale e in ascesa – della classe operaia, in particolare di quella composizione egemonizzata dall’operaio-massa dequalificato e – negli Stati Uniti – razzializzato che vedrà nel 1973 il suo apice di conflittualità internazionale.

Nella seconda conversazione, in cui viene esplicitato il perché Loren Goldner possa essere collocato oltre l’ambito ristretto e settario delle sinistre comuniste, vengono appunto approfonditi i motivi della dimensione globale e i limiti intrinseci del “lungo Sessantotto”, considerato al contempo un processo di ampio e lungo respiro preparatosi negli anni Sessanta ed esploso poi per tutti gli anni Settanta e una parentesi rispetto ai cicli lotte-ristrutturazione precedenti e al più lungo periodo di sviluppo del capitalismo. Una parentesi che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento come un punto nodale e un vero spartiacque, le cui radici soggettive affondano nelle potenzialità di rottura dell’iniziativa autonoma di una precisa composizione di classe, e

nella ripresa generalizzata, ancorché breve, dell’“utopia concreta”, quella faccia nascosta del triste mondo della misurabilità cui la vita quotidiana nel capitalismo è sottoposta, utopia scomparsa dagli anni Venti in poi. […] La classe operaia francese con il più lungo sciopero generale della storia, il lungo Sessantotto in Italia, le lotte a gatto selvaggio nell’industria britannica che costrinsero un’inchiesta parlamentare a parlare di “malattia britannica”, i successi del movimento operaio clandestino nella Spagna di Franco, la perdita di controllo da parte del management nelle fabbriche fin dentro gli Stati Uniti: ecco i tanti momenti di rottura in cui le persone, in massa, videro, seppur per poco, la possibilità di un altro tipo di vita prodotta dalla loro stessa autoattivazione (pp. 60-61).

Dalla narrazione emergono le impasse di quest’ultima offensiva autonoma proletaria, «rivolta su scala mondiale contro il sistema della catena di montaggio in fabbrica» (p. 61), e l’inadeguatezza delle teorie autogestionarie del «controllo operaio», concretizzatasi nel mancato passaggio politico «dalla critica pratica della produzione, e circolazione, immediata a quella della riproduzione sociale complessiva» (p. 12), ovvero dalla mancata – e forse oggettivamente indeterminabile in quel frangente – fuoriuscita dei rapporti di potere operaio accumulati in fabbrica nel potere operaio – politico, ma non solo – dentro e sulla società intera: il vero enigma che il lungo Sessantotto ha posto e continua a porre oggi. Proprio qua si nota come il punto di vista di Goldner prenda le mosse nel porre soggettivamente la potenza della classe prima del potere del capitale: prima le lotte, poi lo sviluppo capitalistico, prima il movimento conflittuale degli operai, poi la ristrutturazione del modello di accumulazione e comando capitalista. Un posizionamento che ricalca quel pensiero della rottura elaborato dall’operaismo italiano, non a caso, proprio durante gli anni Sessanta e Settanta.

Nella terza conversazione, sul filo della ristrutturazione capitalista globalizzata in risposta al ciclo di lotte del lungo Sessantotto, la narrazione di Loren Goldner passa ad analizzare il ruolo dell’Asia orientale quale contemporanea fabbrica globale ed epicentro di una rinnovata conflittualità operaia di massa, attraverso le sue esperienze militanti tra anni Novanta e anni Duemila in Corea del Sud, Giappone e Cina. L’analisi ha il pregio di mantenere come suo soggetto le espressioni e le tendenze di autonomia di classe manifestatesi nelle lotte dei lavoratori dei diversi paesi, senza disgiungerle dall’analisi del contesto storico e del rapporto sociale di capitale determinati per ognuna. Emerge uno scenario dove, a fronte di ogni equivoco e nostalgia per alcune similarità tecniche, emerge chiaramente come la dinamica della composizione di classe asiatica non possa essere assimilabile al percorso dell’operaio-massa occidentale e fordista degli anni Sessanta e Settanta, per via delle nuove forme flessibili di accumulazione, del contesto di crisi capitalistica mondiale e del “recupero accelerato del ritardo” in cui va collocata: «le classi lavoratrici europee e americane sono venute su e poi sono declinate in un lasso di tempo ampio, oltre cento anni di sviluppo capitalistico caratterizzato da effervescenza sociale, scioperi e sindacalizzazione di massa. Lo sviluppo asiatico si è concentrato tutto in pochi decenni» (p. 80). Appare interessante soprattutto per quanto riguarda il gigante cinese, ultima potenza mondiale ancora governata saldamente da un Partito comunista che, almeno formalmente, dice di rifarsi al marxismo ma teme sopra ogni altra cosa una rivoluzione operaia. Nell’ultimo decennio la Cina, a dispetto di ogni ipotesi di “società armoniosa”, ha visto crescere esponenzialmente scioperi, scontri e lotte radicali dei lavoratori dei suoi immensi stabilimenti produttivi, e «contenere questo crescente attivismo operaio e più in generale popolare è la massima priorità dell’élite del Partito comunista cinese» (p. 79.), in particolar modo «dopo la crisi di piazza Tien An Men del 1989 […] il tacito contratto tra il Pcc e la popolazione è stato: noi provvediamo a creare standard di vita crescenti e voi vi tenete lontani dalla politica» (p. 83). Goldner è capace così – discostandosi in modo anche brusco dall’approccio di Arrighi e Silver – di delineare alcune profonde contraddizioni e tendenze esplosive dello sviluppo e della proiezione geopolitica cinese, soprattutto successive la grande crisi del 2008 e a fronte della decadenza non solo statunitense, ma della stessa capacità di valorizzazione e riproduzione sociale del capitalismo contemporaneo.

Proprio questo punto viene inserito nella quarta e ultima conversazione, in cui si tirano le fila della periodizzazione di lungo periodo dello sviluppo – e decadenza – capitalista rielaborata da Goldner attraverso anche la centralità della categoria di capitale fittizio, e si provano a tracciare prospettive e linee di tendenza delle forme del conflitto e della ricomposizione di classe da un punto di vista globale e non eurocentrico, anche in vista dei segni sempre meno aleatori, a distanza di un decennio dalla crisi del 2008, dell’approssimarsi di una tempesta finanziaria peggiore di quella provocata dall’esplosione della bolla dei subprime, che ha già portato una volta l’economia mondiale sull’orlo del collasso e i cui effetti sociali, politici, geopolitici e ambientali sono sotto gli occhi di tutti.
Basti pensare, infatti, che nel 2018 si è stimato vi fossero 1,64 quadrilioni (milioni di miliardi) di dollari investiti in derivati, un oceano magmatico di capitale fittizio, titoli speculativi e liquidità tossica quiescente – solo nelle banche tedesche ve ne sarebbero più di 54.700 miliardi – pronto a eruttare. Una bomba a orologeria di debito privato e pubblico, il cui costo di gestione sta diventando insostenibile per gli apprendisti stregoni della borghesia, e di cui di recente si sono segnalate preoccupanti avvisaglie di scosse sui mercati finanziari mondiali. Per esorcizzare la paura di vedere il mondo precipitare in un secondo e più devastante 2008 si è preferito «così continuare ad alimentare all’infinito la piramide del debito attraverso le banche centrali, il sistema finanziario e il credito al consumo. In questo consiste il Quantitative Easing praticato dalla Federal Reserve, dalla Banca Centrale Europea e dalla Banca del Giappone dopo il crollo del 2008; il che ha permesso di guadagnare tempo e allontanare il collasso, al prezzo però di una crescita reale anemica» (p.93), ma non di evitare che le contraddizioni di un capitalismo in crisi di valorizzazione e sorretto da uno schema Ponzi di capitale fittizio vengano, prima o poi, al pettine. Occorre tenersi lucidamente pronti a questa possibilità e agli effetti sulla composizione di classe che essa può dischiudere, sembra suggerire Goldner, senza «essere eccessivamente pessimisti sulla situazione attuale», e senza «nulla da rimpiangere nella scomparsa della socialdemocrazia, dello stalinismo, del terzomondismo e dello statalismo welfarista, false utopie che hanno nascosto la cruda realtà del capitalismo» (pp. 95-96). Insomma, mai come oggi, in una fase di accelerazione dei processi di frammentazione di classe in corso e al contempo di ripresa di una conflittualità di certo confusa e spuria ma sempre più di massa e radicale, appare necessario ritornare criticamente alla sconfitta dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta per bilanciarne la portata e distillarne gli strumenti per superarla, in vista di un domani che rimane ancora tutto da scrivere.

«Sono ovviamente passati cinquant’anni da allora. E può sembrare assurdo leggerlo come l’apertura di una fase nuova della lotta di classe. Ma effettivamente in tutti i paesi toccati dal Sessantotto nulla è stato più come prima, la crisi che si è aperta allora non è mai finita» (p.63). Il “lungo Sessantotto”, quindi, non solo come crisi – e quindi trasformazione – irreversibile dei modelli di accumulazione vigenti nei contesti a capitalismo avanzato e crisi non riformabile della continuità storica del movimento operaio, ma anche come crisi irrisolta dei processi di soggettivazione e controsoggettivazione all’altezza del passaggio alla piena sussunzione reale; un processo-evento che ha rappresentato contemporaneamente chiusura e anticipazione di una determinata fase storica, che tuttora interroga i nodi aperti e contraddizioni vive del nostro presente.

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Il conflitto nello spazio dello sport. Storie di sport e politica 1968-1978 https://www.carmillaonline.com/2018/05/27/45696/ Sun, 27 May 2018 21:00:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45696 di Alberto Molinari – Gioacchino Toni

Alberto Molinari – Gioacchino Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 284, € 20,00

[Si riporta un estratto dall’Introduzione al volume ringraziando l’editore per la gentile concessione]

«What do they know of cricket who only cricket know?» Cyril Lionel Robert James

«Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio» José Mourinho

Con l’indiscutibile capacità di intervenire con una frase ad effetto, un vero e proprio coup de théâtre, nel ridondante sottofondo che accompagna le partite di calcio, l’allenatore José Mourinho riesce [...]]]> di Alberto Molinari – Gioacchino Toni

Alberto Molinari – Gioacchino Toni, Storie di sport e politica. Una stagione di conflitti 1968-1978, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 284, € 20,00

[Si riporta un estratto dall’Introduzione al volume ringraziando l’editore per la gentile concessione]

«What do they know of cricket who only cricket know?»
Cyril Lionel Robert James

«Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio»
José Mourinho

Con l’indiscutibile capacità di intervenire con una frase ad effetto, un vero e proprio coup de théâtre, nel ridondante sottofondo che accompagna le partite di calcio, l’allenatore José Mourinho riesce spesso a conquistare il centro della scena sportiva. «Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio» è una di quelle battute in grado di catturare l’attenzione e di distinguersi nel discorso pubblico sportivo. La frase dell’allenatore portoghese sembra richiamare l’affermazione «What do they know of cricket who only cricket know?» contenuta in Beyond a Boundary di Cyril Lionel Robert James – una pietra miliare degli studi post-coloniali, pubblicata nel 1963 – che, a sua volta, fa il verso a un passo contenuto in English Flag (1891) di Rudyard Kipling: «What should they know of England who only England know?». Grande appassionato di cricket, in Beyond a Boundary James esplora la psicologia e l’estetica del gioco, la sua funzione nelle politiche imperialistiche inglesi e nelle dinamiche di decolonizzazione, le questioni di classe, sociali e razziali che attraversano la dimensione sportiva, mostrando come sia impossibile tenere separato lo sport da ciò che lo circonda. Il binomio sport e politica, insomma, come chiave di lettura della realtà sportiva in una prospettiva capace di coniugare passione per il piacere e la bellezza dello sport e sguardo critico attento alle sue implicazioni storico-sociali. […]

In tutto il mondo il ’68 apre una stagione di conflitti animata da una molteplicità di attori che esprimono una richiesta di partecipazione e di allargamento degli spazi di democrazia, rivendicano diritti, rifiutano i sistemi autoritari, criticano le strutture politiche e sociali dominanti, si ispirano a ideali di emancipazione e di liberazione umana. La conflittualità si riverbera anche nell’universo dello sport, facendo emergere le contraddizioni inscritte in uno dei più importanti fenomeni di massa e mettendo in discussione la sua presunta neutralità e separatezza. Nella dimensione mondiale dello sport nascono movimenti di protesta che irrompono nelle competizioni, investono gli organismi istituzionali e gli equilibri politico-sportivi internazionali. Scontrandosi con culture e assetti consolidati, queste dinamiche generano fratture e resistenze, trasformazioni e chiusure conservatrici.

Considerati tradizionalmente luoghi chiusi, neutri e pacificati […] gli spazi dello sport vengono riconfigurati, simbolicamente o materialmente, come spazi aperti, fluidi e contesi. Alimentata da un’esposizione mediatica sempre più ampia e pervasiva, la risignificazione degli spazi sportivi e della loro valenza simbolica avviene attraverso gesti e azioni eclatanti di immediata risonanza planetaria […], nelle mobilitazioni del “maggio” francese dello sport, nella “primavera di Praga” degli sportivi cecoslovacchi, nei boicottaggi delle competizioni che prevedono la presenza di paesi razzisti come il Sudafrica.

D’altra parte, l’utilizzo dello spazio sportivo globale per dare visibilità a rivendicazioni politiche e sociali contribuisce ad acuire la crisi di legittimazione delle istituzioni sportive internazionali, a partire da quelle olimpiche, investite da critiche radicali e incapaci di riformarsi. A fronte delle grandi manifestazioni sportive sempre più spettacolarizzate affette da “gigantismo” e condizionate dalle logiche di mercato, perde di credibilità la retorica dello sport come disciplina “pura” e “disinteressata”, “zona franca” al riparo dalla realtà “esterna”. […]

Dalla temperie del ’68 scaturisce una serie di riflessioni critiche sullo sport, contenute in tre ricerche commentate e presentate in forma antologica nella seconda sezione del volume. A ridosso del “maggio” francese la rivista «Partisans», vicina all’estrema gauche, raccoglie una serie di interventi di giovani impegnati nella ricerca teorica e nella militanza politica (Pierre Laguillaumie, Ginette Bertrand, André Redna e Jean-Marie Brohm), pubblicati in Italia nel volume Sport e repressione. Attingendo a diverse fonti teoriche, dal marxismo alla psicoanalisi, e richiamandosi alle istanze emerse dal movimento studentesco i saggi propongono uno studio critico sullo sport e sulla cultura del corpo nella società capitalistica e denunciano come sotto il pressante invito a “fare sport” da parte della “cultura borghese” si celi un intento educativo di stampo repressivo.

Nel 1970 esce in Italia Il calcio come ideologia. Sport e alienazione nel mondo capitalista del sociologo tedesco Gerhard Vinnai. L’autore, che si ispira alla Scuola di Francoforte […], intende svelare il carattere mistificante dell’ideologia […] che pervade anche il mondo dello sport e in particolare il calcio, denuncia la sua mercificazione e individua i nessi che lo legano ai processi di socializzazione e alle dinamiche psicologiche dell’aggressività e del narcisismo. Il terzo saggio, pubblicato in Italia alla vigilia delle Olimpiadi di Monaco, è Olimpiadi dello spreco e dell’inganno di Ulrike Prokop. Il filo conduttore […] è lo svelamento della retorica olimpica, a partire dall’ideologia pedagogico-sportiva del fondatore dei Giochi olimpici moderni, Pierre de Frédy, barone di Coubertin. […]

Letti a distanza di anni, questi saggi appaiono per diversi aspetti viziati da forzature ideologiche che restituiscono un’immagine unilaterale e riduttiva del fenomeno sportivo. Da un punto di vista storico, rappresentano però i primi tentativi di suggerire piste di ricerca e interpretazioni non convenzionali dello sport, capaci di influenzare e arricchire anche il dibattito italiano su una molteplicità di temi: i nessi tra sport e logiche di mercato, la mercificazione e la spettacolarizzazione dell’attività sportiva, la cultura del corpo veicolata dalla ricerca ossessiva della performance, la strumentalizzazione delle manifestazioni sportive in chiave di propaganda politica.

La terza sezione del volume si concentra sul caso italiano. Nella prima parte viene analizzata l’evoluzione dell’associazionismo sportivo […] e la nascita di nuove esperienze di base che raccolgono le istanze di partecipazione e di cambiamento del mondo giovanile. Anche sulla scia del ’68 e delle teorie critiche di taglio sociologico, l’associazionismo italiano avvia un percorso di profondo rinnovamento teorico e pratico, elabora concezioni dello sport alternative rispetto a quella dominante, promuove forme di socializzazione e pratiche sportive inclusive, si batte per il diritto allo sport inteso come dimensione che, al di là dello svago e della ricerca della prestazione, deve fornire strumenti di emancipazione e di crescita sul piano individuale e sociale. A questi temi si mostra sensibile anche la “nuova sinistra” che, sia pure in modo discontinuo, apre le pagine dei suoi quotidiani a riflessioni sui risvolti politici e sociali dello sport.

Il percorso prosegue con il capitolo “Sport e contestazione”. […] Tra il 1968 e i primi anni Settanta manifestazioni, occupazioni di spazi dello sport, contestazioni di competizioni punteggiano l’universo sportivo italiano in diverse città. Negli anni successivi le mobilitazioni si intensificano e si connotano soprattutto nel segno dell’antifascismo e dell’antirazzismo. […] Nel 1974 gli organismi sportivi democratici e i movimenti “terzomondisti”, appoggiati dalla stampa di sinistra, chiedono, senza successo, di boicottare la semifinale di Coppa Davis Sudafrica-Italia. Poco dopo un ampio fronte di opposizione riesce a bloccare la trasferta italiana degli Springboks, la nazionale sudafricana di rugby composta da soli bianchi, simbolo dell’apartheid nello sport. L’anno successivo le polemiche investono la partita di calcio Lazio-Barcellona, prevista all’indomani dell’ultimo efferato episodio di repressione delle opposizioni messo in atto dal regime di Francisco Franco. Il 1976 è l’anno della contestazione di una nuova trasferta della nazionale di tennis, questa volta per la finale di Davis nel Cile di Pinochet. […] Con le campagne contro i mondiali di calcio organizzati nel giugno 1978 in Argentina dal regime di Videla si esaurisce l’“onda lunga” del Sessantotto nello sport. […]

L’ultima parte del volume è dedicata al dibattito sulla violenza nel mondo del calcio, sul tifo e sul fenomeno degli “ultras”. Tra gli anni Sessanta e Settanta si assiste ad un’impennata dei comportamenti violenti che tendono a trasferirsi dall’interno all’esterno degli stadi. Sulle pagine della stampa italiana emerge una forte preoccupazione per la crescita di fenomeni analoghi alle forme di “teppismo” sportivo diffuse in altri paesi […]. Nel giugno del 1970 il dibattito sul tifo si sposta su un terreno molto diverso. Nei mondiali di calcio in Messico l’Italia batte in semifinale la Germania Ovest con un rocambolesco 4 a 3. Quando termina l’incontro, in tutto il paese una folla esultante si riversa per le strade. Questa inedita esplosione di nazionalismo sportivo colpisce gli opinionisti della stampa che si cimentano in diverse interpretazioni del fenomeno. Poco dopo l’attenzione si sposta sulla nuova fisionomia assunta dallo scenario degli stadi: sugli spalti compaiono coreografie e strumenti del tifo fino ad allora sconosciuti […] e diventano sempre più frequenti gli scontri tra opposte fazioni di tifosi, durante e dopo le partite. […]

Il libro ricostruisce le vicende e i temi sin qui sommariamente richiamati attraverso il prisma della stampa, con l’intento di fare emergere tanto le dinamiche politiche e sociali che caratterizzarono l’universo sportivo quanto le rappresentazioni che ne furono date e le riflessioni e i dibattiti che suscitarono nel contesto italiano. Eventi e processi di quella stagione vengono quindi contestualizzati storicamente e commentati in un percorso antologico basato su fonti a stampa di diverso tipo (grandi quotidiani di opinione e sportivi, riviste, organi dei partiti di sinistra e della “nuova sinistra”, periodici dell’associazionismo sportivo). […]

Nella temperie di quella stagione emergono diversi temi ancora attuali che offrono spunti di riflessione sulle trasformazioni e le involuzioni dello sport, attraversato dalle contraddizioni di un mondo sempre più globalizzato. Tra finanziarizzazione delle grandi società e grave sofferenza delle piccole, sport-spettacolo ed esperienze alternative di base, fenomeni di razzismo e pratiche inclusive, l’universo dello sport continua a misurarsi con problemi e scelte di fondo che rimandano alla dimensione politica.

 

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