Sergio Leone – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 04 Feb 2026 21:00:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Gli spietati https://www.carmillaonline.com/2026/01/26/gli-spietati/ Mon, 26 Jan 2026 21:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92491 di Carlo Lauro

Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, Torino 2025, pp.159, € 17,50

Lo spirito dell’eliminatoria non è nuovo nell’opera di Michele Mari. Basti pensare all’apologo degli Otto scrittori (1996) in cui l’incoronazione di Melville a maestro dell’Avventura era passata attraverso la sofferta selezione di altri sette beniamini (da Verne a Stevenson passando per altre esclusioni eccellenti). Ma in I convitati di pietra l’eliminatoria sottesa alla “riffa della morte” organizzata dalla III A del Liceo-Ginnasio Berchet di Milano è cosa ben più venale e impoetica. Durante la cena che li riunisce il 22 luglio 1975 (a un anno [...]]]> di Carlo Lauro

Michele Mari, I convitati di pietra, Einaudi, Torino 2025, pp.159, € 17,50

Lo spirito dell’eliminatoria non è nuovo nell’opera di Michele Mari. Basti pensare all’apologo degli Otto scrittori (1996) in cui l’incoronazione di Melville a maestro dell’Avventura era passata attraverso la sofferta selezione di altri sette beniamini (da Verne a Stevenson passando per altre esclusioni eccellenti).
Ma in I convitati di pietra l’eliminatoria sottesa alla “riffa della morte” organizzata dalla III A del Liceo-Ginnasio Berchet di Milano è cosa ben più venale e impoetica. Durante la cena che li riunisce il 22 luglio 1975 (a un anno e un giorno dalla data della Maturità) i trenta convitati ratificano di stanziare ciascuno annualmente una cifra (“non alta ma nemmeno irrisoria”). Col trascorrere degli anni si formerà un capitale che andrà a beneficio dei tre ultimi sopravvissuti (se non dell’unico: si vedrà). Intanto la compagine avrà modo di continuare a rivedersi a cena ogni anno alla stessa data e nello stesso ristorante: proposito misto di nostalgia, goliardia e fuga dal tempo.
Su questo canovaccio polifonico Mari (un Mari qui restìo all’uso di forme auliche) costruisce una narrazione galoppante, così densa di eventi da non caderci uno spillo: quasi 78 anni concentrati in poco meno di 160 sulfuree pagine nelle quali l’avidità di certi partecipanti agirà senza esclusioni di colpi (malevoli scommesse, ricatti, macumbe, alleanze di convenienza, spionaggi, persino omicidi) in un crinale miracoloso fra noir e umorismo. A differenza dei compagni liceali di Locus desperatus che erano volutamente indistinti, larvali (e di qualcuno si dubitava financo dell’esistenza) qui non pochi convitati (tutti classe 1955: puri boomer) da semplici nomi da appello scolastico (l’onomastica di Mari è particolarmente connotativa) sviluppano individualità ben nette, talora gagliarde, tra realismo e grottesco.

E’, tra l’altro, una classe in buona parte “colta” (vari tra loro, a precisa domanda, affermeranno d’aver letto per intero la Recherche; Gombrowicz è oggetto di schermaglie epistolari, etc.).
I seriosi mentori del gruppo si chiamano Lorenzo Rivadeneyra (aura ispano-aristocratica; è il “gran cerimoniere”, garante del regolamento e degli interessi bancari del Fondo III A) e Luciana Migliavacca, sorta di ecumenica buona coscienza: il primo crede fortissimamente nella riffa a oltranza, la seconda, intimorita dall’eco di episodi funesti (non esclusi alcuni suicidi), guiderà invano un gruppetto di “scissionisti” che ne vorrebbe l’interruzione (cena del 2024). Né mancheranno un paio di timorosi rinunciatari, liquidati da buonuscite simboliche. A tutto pensa Rivadeneyra (anche a neutralizzare una Erinni ricattatrice, Anna Mascolo, che minaccia di sparigliare il gioco se non le si compensa il presunto copyright dell’iniziativa). Fibrillazioni della riffa.

Ma è soprattutto con due personaggi dominanti, Luca Brodo e Lothar Semprini, che l’Autore può esternare quelle ossessioni che sono le nervature della sua poetica.
Il mingherlino Brodo è un cultore seriale di pornografia (“nei confronti della quale provava una gratitudine religiosa”), da qui un coatto, involontario, pseudo-parkinsoniano agitarsi del suo braccio destro nei contesti meno opportuni (il romanzo ne trarrà infinite variazioni). Orditore di macchinose quanto ingenue macumbe, a lui si deve il maggiore sfoltimento “forzoso” della III A: tra l’uso di un veleno e la commissione di una bomba spariranno dalla scena i balordi Mentasti, Piselli e Ridolfi (quanto ai primi due trattasi di una vendetta annunciata: ai tempi l’avevano sbeffeggiato con lanci di dadi Knorr). A incoraggiare silentemente le sue imprese è Lola Ricci, una compagna immobilizzata in seguito a un incidente (complice forse la riffa); di lei Brodo, da buon feticista, adorerà immediatamente non solo l’infermità in sé (gli ricorda la menomazione di Catherine Deneuve in Tristana, cult di tante sue esercitazioni) ma gli stessi braccioli cromati della sedia a rotelle.

Semprini è invece descritto da Mari “nel guscio infantile e programmaticamente regressivo” di quelle che sono alcune delle sue proprie passioni-ossessioni: i fumetti (con aspirazioni collezionistiche a tavole originali: Magnus, Jacovitti, Hergé, Herriman, etc.), i film con Gene Hackman, il Milan. Somiglianza tanto più palese tra Autore e personaggio per quel maniacale rigore filologico col suo contrappunto di rovelli “ipotetico-ottativi”.
Certamente l’insolita fine di Gene Hackman nel febbraio scorso (2025) fa di I convitati di pietra una sorta di instant book commemorativo: è il totem dell’intero romanzo. Nel magma dei complotti piccoli e grandi degli inquieti post-liceali, più volte le pagine si rischiarano di colpo con gli elenchi dei film che man mano, in rigorosa successione cronologica, Semprini va vedendo (con tanti fermo immagine) e rivedendo (“E rivide…” “E rivide…” recita l’anafora), mentre concepisce il progetto di un libro-monstre, definitivo, sul sommo attore (da lui immaginato, in quegli ultimi fantasmatici giorni, circondato dalla visione delle sue numerose interpretazioni).

La prospera filmografia hackmaniana (73 film accertati) ispira a Semprini strabilianti tassonomie che strutturano la narrazione come un mantra. Non solo i film sono via via tutti elencati (con propria data e nome del regista), ma i ruoli di Hackman vengono distinti in principali e secondari; poi i rovelli e le ucronie provvedono a moltiplicare gli interrogativi (cosa sarebbe successo se certi ruoli importanti, di Jack Nicholson o di Marlon Brando, fossero stati affidati a lui; perché eminenti registi, vedi Kubrick o De Palma o Scorsese, non lo hanno mai chiamato, etc.). Brodo con i suoi tre film cult di Sergio Leone (ne recita a memoria tante battute con le voci dei doppiatori) non può competere con la lussureggiante cultura cinefila di Semprini, ma gli terrà testa dialetticamente in un intrigante contenzioso che vede contrapposti film d’autore e pornografia (un confine non inaccessibile, concorderanno alla fine, se si pensa a un compromesso quale La bestia di Borowczyk). Anche la comune infatuazione per l’affascinante Elisabetta Bathory (descritta algida, magrissima, nerovestita e discendente di un’omonima e sanguinaria contessa ungherese) rispecchia la divergenza: in Semprini prevale “la semplice ragione che sembrava uscita, contemporaneamente, da un fumetto e da un film”, in Brodo l’attrazione per la mastectomia da lei subita in gioventù.
Da una dipartita all’altra, la riffa a oltranza si arresterà al 2053. Seppellendo gli ultimi due “resistenti”, il novantottenne personaggio vincente, pur appagato dalla realizzazione dei propri progetti, “si sentì vuoto come un sacco di carta”.

E’ il crudele bagliore finale di un divertissement che gioca impavido sul demone del denaro e sul trascorrere del tempo, con un capitale che cresce parallelo agli acciacchi degli aspiranti (e che dunque si svaluta col decrescere delle reali possibilità di godimento). La dice lunga la rituale elencazione (quasi un compendio di anatomia patologica) dei propri malanni che i commensali devono relazionarsi a vicenda per fare il sestante delle probabilità di ciascuno. Il miracolo è che in questa danse macabre di imprevisti e paradossi, il lettore sorride e soprattutto ride a ogni pagina, come di rado può capitargli, piacere che si estende anche a certe miniaturistiche diversioni enciclopediche sulla storia del brodo, i prodromi del fumetto o l’erotismo delle cromature nel cinema americano.
Michele Mari ha costruito una macchina narrativa perfetta ed esorcistica, un virtuosistico puzzle (come quelli del suo racconto Certi verdini), del quale, nonostante l’alto numero di personaggi e le loro più sottili e stratificate interazioni, ha il controllo del grande narratore onnisciente. Abolita la forma dialogica, il discorso indiretto favorisce il continuum della sua voce narrante nella quale mai si avverte sdegno, semmai ironia o simpatia, per le esternazioni delle sue pedine. In fondo, per il fatto di chiamarsi ancora per cognome come tra i banchi del liceo e di credere così tanto al loro gioco micidiale, è difficile al lettore immaginarsi i convitati del Berchet trasfigurati dal trascorrere di tante decadi. Lo stigma della classe -finché essa sussiste- sfida il tempo. Insieme a quello della tragica inconsapevolezza che si ha sempre della propria gioventù, è uno dei sottintesi di un romanzo che è tutto milanese (un secondo omaggio dopo Milano fantasma?).

Con l’eccezione del grottesco scontro frontale automobilistico in provincia di Perugia che eliminava in un sol colpo due ex-fidanzati concorrenti (Brusaglia e Letellier), i destini di vita e di morte si compiono a Milano. Una delle liturgie della narrazione è quella di registrare puntigliosamente gli indirizzi abitativi dei liceali e quelli delle chiese in cui si svolgono le esequie. Inquietante toponomastica che andrà annoverando anche più estese panoramiche urbane di sicura maestrìa (pp. 112, 117). E nella città del derby per eccellenza, la partizione fatale concernerà anche alcuni soggetti della III A: tifosi interisti due tangheri come Piselli e Mentasti, devoti al Milan Brodo e in specie Semprini (il cui noto furor casuistico non può non struggersi su eventi infausti come quello del 25 maggio 2005 in quel di Istanbul).

Quanto fin qui scritto può solo dare una pallida idea del grande, geniale viluppo. Ma tra i personaggi non citati -la gran parte- non si può non ricordare l’ombra di Banquo del racconto, quella povera Rita Podesta la cui mente incrinatasi seriamente nel 1980 la costringe ad essere la grande assente delle cene annuali. Eppure nella distanza dei ricoveri e nella demenza, il suo “sguardo vitreo” ha sempre visione della riffa. Temuta dagli ex-compagni come una Sibilla e come una fragile ben dura a morire, il suo claudicante balbettio (biascica ancora a memoria l’appello della III A) ricorda non poco la loquela di certi mostri. E’ un salto nell’”Altrove” come in Mari non poteva mancare.

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C’era una volta Sergio Leone https://www.carmillaonline.com/2025/02/12/cera-una-volta-sergio-leone/ Wed, 12 Feb 2025 20:04:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86613 di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Nel West con Sergio Leone. Dollari, armoniche e pistole a Cinelandia, Giulio Perrone Editore, Roma 2024, pp. 146, 16 euro

Be’, c’è un film che ho visto una volta / su di un uomo che cavalcava nel deserto, l’attore era Gregory Peck. / Veniva ucciso da un ragazzino affamato che bramava di farsi un nome. / Gli abitanti della cittadina volevano prendere il ragazzo e appenderlo per il collo. / Be’, lo sceriffo lo pestò per bene / mentre il pistolero morente era sotto il sole ed esalava l’ultimo respiro. / «Lasciatelo libero, lasciatelo andare, [...]]]> di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Nel West con Sergio Leone. Dollari, armoniche e pistole a Cinelandia, Giulio Perrone Editore, Roma 2024, pp. 146, 16 euro

Be’, c’è un film che ho visto una volta / su di un uomo che cavalcava nel deserto, l’attore era Gregory Peck. / Veniva ucciso da un ragazzino affamato che bramava di farsi un nome. / Gli abitanti della cittadina volevano prendere il ragazzo e appenderlo per il collo. / Be’, lo sceriffo lo pestò per bene / mentre il pistolero morente era sotto il sole ed esalava l’ultimo respiro. / «Lasciatelo libero, lasciatelo andare, lasciategli dire che mi ha sconfitto con lealtà. / Voglio che sappia che cosa si prova ad affrontare la morte in ogni momento.» (Bob Dylan, Brownsville Girl)

A partire da C’era una volta il West, il film di Sergio Leone del 1968, Diego Gabutti ci consegna ancora una volta un’opera-mondo, definizione certamente usata a sproposito al giorno d’oggi per troppi romanzi e saggi, ma che serve perfettamente a riassumere il lavoro del saggista e giornalista torinese appena pubblicato da Perrone Editore nella collana Passaggi di dogana.

Come ogni opera realmente degna di questa definizione, a partire dal quarto film western realizzato da Leone, il sintetico saggio di Gabutti mette a fuoco ed esplora, aprendosi a riflessioni che procedono per cerchi concentrici, sia lo storia del cinema western che quella del regista italiano, allargandosi progressivamente a tutto l’immaginario cinematografico, hollywoodiano e non, e pop del secolo appena trascorso, con qualche puntata anche negli anni più recenti, per poi tornare alle origini e al suo centro reale: la novità rappresentata dal regista stesso e dal suo cinema.

Cinema innovativo che ha anticipato, si scusi ancora l’utilizzo di un altro termine fin troppo abusato, tutto ciò che è stato definito postmoderno, sia nella letteratura che nell’arte e nel cinema, nei decenni successivi. Un cinema totale, ma non reale o realistico, in cui tutto l’immaginario, popolare e dotto, a partire da Omero fino a Popeye passando per la letteratura picaresca e il vaudeville oppure Tex Willer e John Ford e dalla commedia dell’arte alla commedia all’italiana, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito, è stato riassunto, sintetizzato e magnificamente portato sugli schermi con un successo di pubblico, anche se non sempre di critica, enorme e, probabilmente, mai raggiunto da tutto il cinema italiano precedente e successivo. Con buona pace di tutti gli estimatori, spesso sfegatati e immotivati, del neorealismo.

E proprio su questo punto è giusto sottolineare le pagine autobiografiche in cui l’autore ricorda, con la sua solita ironia, un esame di Storia del cinema sostenuto col vate del realismo “critico” e dell’intellighenzia cinematografica italiana di un tempo ormai lontano: Guido Aristarco. Critico cinematografico e docente universitario, fondatore della rivista “Cinema Nuovo”, esponente della critica materialista e avverso al cinema di Leone, ma i cui dettami della sua idea di cinema sono probabilmente rappresentati ancora oggi da film assolutamente improponibili e inguardabili di molto cinema italiano e da un’erronea concezione di ciò che dovrebbe essere considerato cinema d’autore (con tutte le ambiguità e le pretese intellettualistiche che tale definizione reca con sé). D’altra parte, come avrebbe avuto modo di affermare lo stesso Gabutti in un’intervista rilasciata diversi anni or sono:

Non c’è mai stata un’influenza dei film di Leone sul cinema italiano, tranne che al tempo degli spaghetti-western, quando i suoi film erano banalizzati e fraintesi da una pletora d’imitatori. Leone è stato un esempio per il giovane cinema americano degli anni sessanta e settanta. Era il regista preferito di Coppola, di Scorsese, di Lucas e di Spielberg. Chi ne apprezzava l’umorismo, chi l’arte di dirigere gli attori, chi gli eleganti e solenni movimenti di macchina, chi la natura aforistica dei dialoghi. Clint Eastwood, che gli deve tutto anche come regista, non è tra i suoi ammiratori dichiarati, anche se in ogni suo film, naturalmente, c’è qualcosa di Leone (a cominciare dalla sua faccia, dai suoi primi piani). In Italia – anche dopo C’era una volta in America, che non è il suo film migliore (il miglior film di Leone è senza discussioni C’era una volta il west) ma che è il suo solo film esaltato dai nostri critici parrucconi – è stato sempre amato dal pubblico e detestato dal milieu cinematografico. Critici che considerano Pasolini un regista cosa possono capire di Leone? (E di letteratura, e di politica, e di qualunque altra cosa?)

Ma ritorniamo alla tesi e al tema centrale del testo, da cui poi si diramano tutte le altre riflessioni: C’era una volta il West come ultima, unica e potentissima espressione del western classico e della sua fine. Dopo il quale non solo Leone non realizzerà più film alla stessa altezza, pur rimanendo fino all’ultimo uno dei registi dell’Olimpo della storia del cinema, non solo italiano, ma non sarà più possibile realizzare film western dello stesso livello, esclusi forse i due capolavori di Sam Peckimpakh: Il Mucchio Selvaggio e Pat Garrett e Billy the Kid.

Tutti e tre, anche se il film di Leone del 1968 rimane il più innovativo e il più radicale dal punto di vista della riscrittura delle saghe western, parlano della fine del West e del western tradizionale allo stesso tempo. Ferrovie, automobili, filo spinato per dividere le proprietà, grande finanza (non le banche che comunque si potevano ancora tranquillamente rapinare fuggendo a cavallo oppure con l’auto come avrebbe fatto la banda Cavallero proprio negli anni della leoniana Trilogia del Dollaro1 ), avevano finito per chiudere definitivamente gli spazi dei cavalieri, degli sceriffi e dei banditi romantici. La ferrovia sarebbe arrivata fino all’Oceano Pacifico finendo di unificare l’unica potenza che si sarebbe potuta affacciare contemporaneamente sui due Oceani maggiori, rendendo meno ”avventuroso” e quindi niente affatto mitico quel «Go West, Young Boy!» da cui la leggenda aveva avuto inizio. Almeno sugli schermi e nella narrativa popolare.

Ancora una volta la lettura del testo di Gabutti si presenta come una cavalcata, e in nessuna altra occasione il paragone potrebbe essere più adatto, attraverso la storia del cinema western, da The Great Train Robbery (film della durata di 11 minuti realizzato nel 1903) fino a Quentin Tarantino, ma anche attraverso la vita dello stesso Leone, che l’autore ebbe modo di conoscere ed intervistare più volte e sul quale aveva già pubblicato quarant’anni prima un altro libro altrettanto bello e importante: C’era una volta in America2.

Nello specifico vanno comunque segnalate le pagine dedicate alle superbe intepretazioni di Charles Bronson (Armonica), che mai avrebbe più raggiunto tale intensità espressiva; Henry Fonda (Frank) nella sua forse unica e credibilissima interpretazione del villain di turno; Jason Robards (Cheyenne), il più bravo tra i protagonisti e il più romantico dei banditi e, infine, di Claudia Cardinale (Jill), all’apice della sua bravura, bellezza e sensualità istintiva.

Cinema e volti di un tempo che fu e che, nonostante gli sforzi successivi, non sarebbero mai più tornati ad essere visti sugli schermi, considerato anche che, come afferma Gabutti, quel film aveva di fatto «esaurito il genere» e, aggiunge chi scrive, il cinema del mito. Quello di Hollywood o comunque ispirato dagli studios dell’epoca d’oro che, come aveva scritto da qualche parte Amadeo Bordiga in una frase raccolta in epigrafe dall’autore torinese, copiava «dal paradiso terrestre».

E’ giusto, però, far scorrere i titoli di coda di un libro che ogni amante del cinema dovrebbe leggere accompagnandoli con le chitarre distorte e l’armonica minacciosa del tema dell’uomo dell’armonica o da quello romantico di Jill oppure, ancora, dalle note della marcetta dedicata a Cheyenne o quelle tristi che accompagnano la sua morte. Autentici capolavori di un compositore, Ennio Morricone, che legò indissolubilmente il suo nome a quello di Leone, conosciuto ancora sui banchi di scuola, e al successo planetario dei suoi film.


  1. Sostanzialmente composta dai primi tre film del regista: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966)  

  2. D. Gabutti, C’era una volta in America. Dollari, cowboys, whisky, donne, oppio, gangster e pistole… Un’avventura al saloon con Sergio Leone, Rizzoli Editore, Milano 19844.  

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Goldrake siamo noi https://www.carmillaonline.com/2025/02/11/goldrake-siamo-noi/ Mon, 10 Feb 2025 23:01:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86923 di Luca Cangianti

Sandokan, Sean Mallory, Goldrake. Ogni generazione di rivoluzionari combatte con un eroe immaginario nel cuore. Le memorie dattiloscritte del partigiano Giovanni Pepe s’intitolano I tigrotti di Bandiera Rossa. I resistenti eretici romani s’ispiravano alla furia del personaggio salgariano. Gli imperialisti britannici avevano sterminato la famiglia di Sandokan così come i nazifascisti avevano massacrato per anni il proletariato europeo scatenando il flagello della guerra. La scimitarra del pirata nelle mani dei partigiani diventava un mitra. I rivoluzionari degli anni settanta nei cortei serravano i cordoni e intonavano la colonna sonora di Giù la testa, il capolavoro spaghetti-western di Sergio Leone [...]]]> di Luca Cangianti

Sandokan, Sean Mallory, Goldrake. Ogni generazione di rivoluzionari combatte con un eroe immaginario nel cuore.
Le memorie dattiloscritte del partigiano Giovanni Pepe s’intitolano I tigrotti di Bandiera Rossa. I resistenti eretici romani s’ispiravano alla furia del personaggio salgariano. Gli imperialisti britannici avevano sterminato la famiglia di Sandokan così come i nazifascisti avevano massacrato per anni il proletariato europeo scatenando il flagello della guerra. La scimitarra del pirata nelle mani dei partigiani diventava un mitra.
I rivoluzionari degli anni settanta nei cortei serravano i cordoni e intonavano la colonna sonora di Giù la testa, il capolavoro spaghetti-western di Sergio Leone in cui il peone Juan Miranda e l’irlandese Sean Mallory attraversano le vicende della rivoluzione messicana. Negli anni settanta il sogno di un mondo migliore fu represso con stragi, torture e incarcerazioni di massa, fino al grande reset postfordista.
Le sorelle e i fratelli minori di quella generazione erano appena adolescenti negli anni ottanta: davanti alle scuole, in un clima di crescente indifferenza, distribuivano volantini contro i missili a Comiso, la dittatura in Cile e la riforma regressiva della scuola secondaria. Sapevano che prima di loro era accaduto qualcosa di affascinante e terribile cui non avevano potuto partecipare.

Avremmo dato non so cosa per poter esser lì e ci maceravamo nella rabbia al pensiero che mentre si occupano le fabbriche, le università e le scuole, mentre ci si accalcava nelle assemblee e non si conosceva la solitudine, noi non avevamo ancora raggiunto il metro e mezzo d’altezza. Le nostre voci erano squittii e non avremmo avuto la forza di impugnare i pesanti megafoni del tempo. Eravamo solo bambini nel 1978, stavamo davanti al televisore, vedevamo Goldrake. Ci immedesimavamo nel suo pilota, Actarus: i veghiani avevano distrutto il suo pianeta, sterminato i suoi cari. Qualcosa di simile stava accadendo anche a noi: quanti nostri fratelli maggiori cadevano vittime dell’eroina? Quanti annichiliti dalla militarizzazione del conflitto sociale, dal riflusso, dal tradimento? In qualche modo anche il nostro pianeta era andato distrutto. E Actarus combatteva con il suo robot i mostri che avevano perpetrato questo crimine.

Goldrake U, il reboot in onda su Rai 2 lo scorso gennaio, ha scatenato sui social una guerra proustiana di madeleine. A cinquant’anni dalla serie originale, le immagini di guerra sono più cupe, la ferita dell’eroe più profonda, il robot più inquietante e misterioso. La trama allude a un inconscio collettivo numinoso che scorre sotto le vicende storiche e personali.
L’immaginario non è una mera sovrastruttura, ma innerva i modi di produzione. La sua potenza creativa è al tempo stesso strumento di dominio e grimaldello di liberazione. Mi spiego così quei cortei studenteschi che gridavano: «Contro il sindacato concertante, doppio maglio perforante». Era 1992, i confederali avevano siglato un accordo trilaterale che prevedeva l’abolizione della scala mobile e nel paese si sviluppò un vasto movimento di contestazione operaia.

Provo a immaginare una metaforica «ora x» in cui ci libereremo dei mostri che deturpano la natura delle nostre valli; che ci obbligano a fuggire dalle nostre terre devastate dalle guerre e dal riscaldamento climatico; che ci torturano nei lager libici, ci fanno affogare in mare, ci rubano la vita e la dignità. Ci provo, e ancora una volta vedo Goldrake. È molto più torvo di quello della nostra infanzia e in effetti assomiglia a quello del recente reboot. È indecifrabile, molto diverso da una semplice macchina, ha colori più cupi, freme di una energia a lungo repressa, ma continua a urlare il nome delle sue armi: disintegratori paralleli, tuono spaziale, raggio antigravità. Lo vedo incassare colpi, subire ferite mortali, resistere oltre l’impossibile, fino al catartico grido finale: «Alabarda spaziale!». Cioè rivoluzione.

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La terra promessa di Sion non è per i Giusti https://www.carmillaonline.com/2025/01/29/la-terra-di-sion-non-e-per-i-giusti/ Wed, 29 Jan 2025 21:00:32 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86567 di Sandro Moiso

“Mi addormentai così, oppresso dal cupo destino che sembrava incombere su di noi. Pensavo a Brigham Young, che nella mia fantasia di bambino aveva assunto le dimensioni di un gigantesco essere malvagio, un diavolo vero e proprio, con tanto di corna e di coda.” (Jack London, Il vagabondo delle stelle – 1915)

I grandi spazi dell’ Ovest americano hanno sempre rappresentato, ancor prima che località geografiche davvero esistenti e concretamente materiali, un luogo dell’immaginario in cui storia e geografia si confondono spesso con la mitologia. Un gigantesco palcoscenico adatto ad ospitare sia la rappresentazione della “grandezza” [...]]]> di Sandro Moiso

“Mi addormentai così, oppresso dal cupo destino che sembrava incombere su di noi. Pensavo a Brigham Young, che nella mia fantasia di bambino aveva assunto le dimensioni di un gigantesco essere malvagio, un diavolo vero e proprio, con tanto di corna e di coda.” (Jack London, Il vagabondo delle stelle – 1915)

I grandi spazi dell’ Ovest americano hanno sempre rappresentato, ancor prima che località geografiche davvero esistenti e concretamente materiali, un luogo dell’immaginario in cui storia e geografia si confondono spesso con la mitologia. Un gigantesco palcoscenico adatto ad ospitare sia la rappresentazione della “grandezza” e la “vitalità” di una nazione bianca, protestante e “libera” quanto quella della sua anima più oscura e il suo volto più feroce, in cui è quasi sempre la morte a trionfare sulla vita. Come nei romanzi di Cormac McCarthy e Larry McMurtry.

Si potrebbero citare decine o, meglio, centinaia di romanzi, film, narrazioni di ogni ordine e grado e una miriade di fumetti usciti fin dall’inizio del XX secolo per dimostrare sia l’una che l’altra ipotesi. A partire da The Great Train Robbery (La grande rapina al treno), un film del 1903, scritto, prodotto e diretto da Edwin S. Porter e considerato una pietra miliare nella storia del cinema in quanto fu il primo ad utilizza una serie di tecniche innovative, come il montaggio incrociato, in cui due scene venivano mostrate in svolgimento simultaneo anche se ambientate in luoghi diversi, e frequenti movimenti della cinepresa e che costituì sia il primo film americano d’azione, di fatto il primo western della storia del cinema, che uno di quelli più popolari fino all’uscita di Nascita di una nazione (The Birth of a Nation) diretto da David W. Griffith.

Quello di Griffith fu immesso nel circuito cinematografico nel 1915 e anche il primo film muto dotato di una completa colonna sonora, ottenendo uno dei maggiori incassi della storia del cinema fino ad allora, ma che, nonostante la perizia della sua realizzazione, fin dalla sua uscita, fu sempre aspramente contestato per i contenuti razzisti verso la popolazione afroamericana, il sostegno al Ku Klux Klan e la sua misoginia.

Da una parte, quindi, il cinema dei banditi del West, pur puniti dalla legge, ma sempre rappresentati come uomini liberi e selvaggi, mentre dall’altra il film fondativo dell’immaginario cinematografico di una nazione dai contorni razzisti e patriarcali. Due narrazioni, due trame apparentemente distanti, ma appartenenti al medesimo luogo mitopoietico di cui si parlava all’inizio.

Poco dopo si sarebbero uniti al genere, oltre a quelli ispirati dalle storie di sceriffi e fuorilegge o dal lavoro dei cow-boys con le mandrie, i film che avrebbero avuto al loro centro lo scontro tra pionieri e nativi americani, questi ultimi rappresentati per molti decenni come i cattivi da combattere ed eliminare. Tesi fortemente presente e virulenta in particolare negli anni della Guerra Fredda, quando la somiglianza tra “uomini rossi” e “rossi” comunisti e, possibilmente, sovietici non aveva certo bisogno di essere sottolineata poiché la sollecitazione era davvero scoperta.

Però, già sul finire degli anni Cinquanta e all’inizio del decennio successivo, due film di John Ford, Sentieri selvaggi (The searchers, 1956) e Il grande sentiero (Cheyenne Autumn, 1964), oltre che Cavalcarono insieme (Two Rode Together, 1961), sempre dello stesso Ford, e Gli inesorabili (The Unforgiven, 1960) di John Huston iniziarono a ribaltare, almeno parzialmente, lo sguardo sul rapporto tra bianchi e nativi e, fatto non secondario, sulla possibilità di convivenza e accettazione nella comunità o nelle famiglie bianche di chi nella tradizione nativa fosse cresciuto, anche se bianco.

Ma, com’è d’uopo per ogni produzione artistica degna di rispetto, sarebbero stati gli anni successivi, infiammati dalle lotte per i diritti civili oppure contro la guerra in Vietnam o, ancora più semplicemente dalla lotta di classe in pieno sviluppo sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo, a rimuovere gli ultimi ostacoli alla politicizzazione e radicalizzazione di un genere che aveva costituito uno dei pilasti della settima arte e di Hollywood.

Così alla cinematografia anarchica e ribelle, oltre che ultra-violenta, di Sam Peckimpah con Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch, 1969) e Pat Garrett e Billy the Kid (1973), si sarebbero aggiunti i western di Sergio Leone, con tutto il seguito di spaghetti western spesso radicali e inneggianti alla rivoluzione oppure alla lotta contro i potenti trust bancari e ferroviari, e quelli ancora incentrati sullo sterminio dei nativi americani che la “conquista del West” aveva portato con sé.

Furono infatti film come C’era una volta il West (1968) e Giù la testa (1971) dello stesso Leone oppure Quien sabe? (1966) di Damiano Damiani, solo per citarne alcuni, a portare la Rivoluzione fin dentro il genere western, mentre Soldato blu (Soldier Blue, 1970) di Ralph Nelson, Il piccolo grande uomo (Little Big Man, 1970) di Arthur Penn, Ucciderò Willie Kid (Tell Them Willie Boy Is Here, 1969) di Abraham Polonsky e, soprattutto, lo splendido Ulzana’s Raid (Nessuna pietà per Ulzana, 1972) di Robert Aldrich avrebbero contribuito ad una radicale revisione storica del dramma delle tribù dei nativi sterminate e della prolungata persecuzione nei confronti degli stessi.

D’altra parte quelli erano gli anni del Rinascimento indiano, del Red Power e della rivolta di Wounded Knee degli Oglala Lakota, durante i quali, comunque, molti attivisti nativi furono ancora uccisi o imprigionati1.

Tutto questo, però, per giungere a parlare di American Primeval, che chi scrive non ha timore di definire come una delle migliori serie televisive mai realizzate, scritta da Mark L. Smith e diretta da Peter Berg per la piattaforma statunitense Netflix. Una miniserie western (sei puntate) che aggiunge un drammatico riferimento all’attualità pur partendo dalle basi e dalle svolte avvenute nel genere e fin qui anticipate e riassunte.

Ambientata, con estrema precisione storica, nello Utah del 1857, la serie rinvia visualmente alla ricostruzione e all’attenzione per i particolari della vita degli indiani e dei mountain men che già aveva contraddistinto l’opera fino ad ora più famosa di Mark L. Smith come sceneggiatore: Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, del 2015 e interpretato da Leonard Di Caprio. Opera cinematografica che ebbe, però, il difetto di tradire nella sostanza il romanzo dallo stesso titolo di Michael Punke (2002), edito in Italia da Einaudi nel 2014.

Anche questa, se si vuole, è una storia di sopravvivenza in un ambiente estremamente ostile sotto tutti i punti di vista, ma invece di essere basata sulle vicende individuali di un unico personaggio principale, il cacciatore di pellicce Hugh Glass, questa “America primordiale” si trasforma in un’autentica tragedia collettiva che vede coinvolti uomini, donne, bambini, soldati, nativi americani di varie tribù tra loro ostili, uomini delle montagne, coloni e profeti religiosi di una terra promessa soltanto per i fedeli “bianchi”.

Ma, ancor prima di passare all’analisi dei vari aspetti di una serie assolutamente innovativa dal punto di vista assunto per narrare le vicende, vanno qui sottolineate sia la plumbea e magnifica fotografia di Jacque Jouffret, già cameraman per il film Into the wild diretto da Sean Penn nel 2007, di cui ritornano le atmosfere fredde e selvagge legate ad una Natura molro più grande dell’uomo, e l’interpretazione, molto ben calibrata sui personaggi, degli interpreti principali.

Taylor Kitsch è un solitario mountain man, Isaac Reed, cresciuto in una tribù di Shoshone dopo essere stato rapito da bambino, e perseguitato dal ricordo della morte della moglie, appartenente a quella stessa tribù, e del figlio per mano di cacciatori di scalpi bianchi. Mentre Betty Gilpin veste i panni di Sara Holloway-Rowell, in fuga per portare suo figlio Devin dal padre, dopo essere stata accusata per l’omicidio e la rapina del suo ricco e violento marito, e per questo motivo inseguita da una spietata posse di cacciatori di taglie.

Kim Coates interpreta invece Brigham Young, il primo governatore autonominatosi del Territorio dello Utah e il secondo presidente della Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, dopo la morte del suo fondatore Joseph Smith2.
Shea Whigham riesce invece a dare corpo e volto a Jim Bridger, il fondatore e leader della stazione commerciale di Fort Bridger intorno a cui ruotano i principali interessi di espansione territoriale e politica dei mormoni di Young. Entrambi, Brigham (1801-1877) e Bridger (1804-1881), realmente esistiti.

Saura Lightfoot-Leon una giovane donna mormone, Abish Pratt, moglie più per dovere che per amore o convinzione di Jacob, un credente nella Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, da cui sarà separata violentemente nel corso di un massacro compiuto da Mormoni e da mercenari della tribù Paiute, ai danni di una carovana di coloni diretta in California, interamente, o quasi, sterminata a Mountain Meadows. Ma che troverà tra gli Shoshone, dopo l’iniziale rifiuto, il proprio destino di donna coraggiosa e ribelle al patriarcato bianco.
Infine, altrimenti l’elenco risulterebbe troppo lungo, Derek Hinkey, nei panni di Piuma Rossa, un guerriero Shoshone, capo del Clan del Lupo, che disprezza e combatte con orgoglio e determinazione gli americani bianchi per la loro aggressione contro il suo popolo e la sua terra.

Nel corso delle sei puntate tutte le contraddizioni e gli orrori che stanno alla base della formazione di un paese che si vorrebbe “grande e felice”, vengono violentemente e spietatamente al pettine. Non c’è carità, non c’è pietà, non c’è altruismo nelle vicende narrate. Per ognuno la prima cosa è sopravvivere, a costo di tradire gli amici oppure i soldati che si comandano, mentre la miseria non è motore di altro che non sia la brutalità o l’efferatezza dei crimini che ne derivano.

Sullo sfondo rimane tangibile la presenza di una guerra civile, una guerra di tutti contro tutti come viene spiegato fin dalla prima puntata, iniziata ben prima delle tradizionali date fornite ancora oggi dai libri di storia e continuata, pressoché ininterrotta, fino ai nostri giorni3. La stessa tenuta dei soldati a cavallo dell’epoca sembra, oggi, già contenere in sé la futura divisione tra Sud e Nord degli Stati Uniti, tra Confederazione e Unione: divisa blu e mantella grigio-azzurra. Così come la disputa tra due ben distinti presidenti: quello dei mormoni e quello ufficialmente in carica.

Ognuno va ad ovest inseguendo un sogno, per cercare fortuna, non importa se a danno di chiunque altro, non importa se “bianco” o “rosso”, ma soprattutto rosso. Il sogno va realizzato. Che si tratti di una città che dovrebbe sorgere sulla pista per l’Oregon a partire da un miserabile posto di scambio per pellicce, merci, rye whiskey, puttane e cacciatori di taglie oppure del Regno dei Santi degli Ultimi Giorni, la terra di Sion voluta dal Signore per i suoi fedeli e i suoi, feroci, profeti.

Ed è proprio il tema dell’occupazione mormone dello Utah a parlare allo spettatore di realtà ben più vicine, come quella della guerra in Palestina e del genocidio perpetrato a Gaza in nome del sionismo più sanguinario. Le premesse sono le stesse: un popolo perseguitato a lungo per la propria fede religiosa ritiene “sacro” e intangibile il diritto di fondare un proprio Stato. Retto da leggi religiose e governato da uomini spietati nella difesa del popolo di Dio, sia che si tratti della religione ebraica che di quella ispirata all’insegnamento di Joseph Smith.

Così, la terra di Sion dovrà essere fondata e difesa ad ogni costo, senza pietà per chiunque non ne accetti i precetti o i comandamenti. Il denaro scorre silenziosamente sotto le vaghe promesse del Regno e, come nel caso di Jim Bridger, può contribuire alla risoluzione di fittizie occasioni di contrasto, create soltanto per alzare il valore della posta in gioco. Soltanto Jack London, in uno dei sogni narrati nel Vagabondo delle stelle4, era stato così spietato e lucido nei confronti degli appartenenti ad una chiesa, quella mormone appunto, che della propria fede avrebbero fatto motivo di esclusione e dominio territoriale nei secoli a venire. Cosa prolungatasi fino ad oggi proprio nello Utah.

E’ giusto ricordare London poiché le vicende di American Primeval prendono spunto proprio dal massacro di Mountain Meadows narrato nelle pagine di Il vagabondo delle stelle che come ricorda, nella nota a cura del traduttore Stefano Manferlotti, l’edizione Adelphi:

L’episodio ricostruito da London è rigorosamente storico. Nel maggio del 1857 una carovana di pionieri che comprendeva centoquarantadue persone lasciò l’Arkansas diretta in California. Giunti nella località di Mountain Meadows, vennero attaccati da un folto gruppo formato da milizie mormoni e indiani. Dopo una prima scaramuccia i mormoni, allora in rotta con il governo del presidente James Buchanan, convinsero i pionieri ad arrendersi, promettendo loro salva la vita. Li sterminarono tutti, risparmiando solo i bambini più piccoli. Dovettero trascorrere vent’anni prima che i fatti fossero ricostruiti con una precisione sufficiente a mandare davanti al plotone di esecuzione John Dee Lee, il capo religioso mormone al quale London fa riferimento5.

Gli unici ad uscire dalle vicende nobili e integri nel loro orgoglio, anche se destinati al massacro, saranno proprio gli Shoshone con la loro sciamana e matriarca Winter Bird, la madre di Piuma Rossa e madre adottiva di Reed. Consci di appartenere ad un mondo ben più vasto di quello ricostruito dall’immaginario dell’avidità bianca e dei suoi precetti religiosi. Un mondo per cui vale la pena di morire in sua difesa e non per appropriarsene, di cui soltanto il capitano Edmund Dellinger, l’ufficiale comandante il distaccamento di cavalleria destinato ad essere distrutto dalla violenza dei mormoni, prenderà pienamente coscienza nelle sue ultime riflessioni notturne.

Un mondo, quello dei nativi, in cui le donne combattono come gli uomini, ferocemente, per la difesa della terra e della tribù e che condurrà anche la giovane Abish ad appartenergli e difenderlo. Fino alla morte.
Un discorso complessivo, quello della serie, in cui la difesa dell’ambiente e la ricostruzione del ruolo della donna in società strutturalmente lontane da quella patriarcale bianca, ben si accompagnano alla critica del colonialismo e del suo prodotto peggiore, quello di carattere messianico che, all’epoca come oggi, non può far altro che alimentare le peggiori violenze e i più oscuri impulsi nelle società che ancora in esso si riconoscono. Accettandone crimini e abusi in nome di un preteso diritto alla difesa di chi è stato perseguitato, in nome di una giustizia superiore che, certamente, per i Giusti non può essere tale.

Ancora una volta quindi, come avrebbe detto Elio Vittorini: «L’America non è più America, non più un mondo nuovo: è tutta la Terra.» Mai come in questo caso.

***

Questo intervento è dedicato, per ragioni che si sperano evidenti, a Leonard Peltier, militante per i diritti dei nativi americani uscito dal carcere il 20 gennaio 2025, dopo quasi cinquant’anni di detenzione per essere stato condannato a due ergastoli per gli incidenti alla riserva indiana di Pine Ridge dove due agenti speciali dell’FBI, Ronald A. Williams e Jack R. Coler, morirono nel 1975 nel corso di una sparatoria.


  1. Si vedano in proposito: A. Mattioli, Tempi di rivolta. Una storia delle lotte indiane negli Stati Uniti, Giulio Einaudi editore, Torino 2024; J. Brand, L’FBI contro l’American Indian Movement. Vita e morte di Anna Mae Aquash, Xenia Edizioni, Milano 1997 oltre ai fondamentali J. V. Deloria, Custer è morto per i vostri peccati. Manifesto indiano, Jaca Book , Milano 1994 (ed. in lingua originale 1969) e S. Steiner, Uomo bianco scomparirai, Jaca Book, Milano 1978.  

  2. Joseph Smith Jr. (1805 – 1844), primo presidente della Chiesa dei santi degli ultimi giorni e predicatore del Libro di Mormon, che fu lui stesso a pubblicare il 26 marzo del 1830 e considerato dai membri della Chiesa da lui stesso fondata un libro rivelato. Il cui titolo deriva da Mormon, un profeta che, secondo il testo stesso, avrebbe compendiato la storia del suo popolo incidendola su tavole d’oro.  

  3. Si veda in proposito: S. Moiso, E il folle mondo viene avanti rotolando. Immagini della Guerra Civile nel sogno americano, in S. Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del Terzo Millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021, pp. 287- 329 e, ancora, S. Moiso, Paul Auster e i fantasmi della guerra civile americana 2.0 (qui).  

  4. J. London, Il vagabondo delle stelle, Adelphi, Milano 2005, pp. 131-185.  

  5. J. London, op. cit., p. 185.  

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Pantera, magia e rivoluzione nel vecchio west di Valerio Evangelisti /1 https://www.carmillaonline.com/2023/10/17/pantera-magia-e-rivoluzione-nel-vecchio-west-di-valerio-evangelisti-1/ Mon, 16 Oct 2023 22:30:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79284 di Fabio Ciabatti

Il messicano Pantera, stregone e pistolero a pagamento, protagonista di avventure che attraversano gli Stati Uniti della seconda metà dell’Ottocento, è uno dei personaggi più intriganti e noti usciti dalla penna di Valerio Evangelisti. Pantera ha il fascino tenebroso del cavaliere oscuro che però, alla fine, si risolve per fare la cosa giusta. È probabilmente l’unico eroe nella narrativa di Evangelisti, almeno se intendiamo questo termine in senso stretto, cioè come protagonista moralmente positivo di avventure straordinarie che affronta con capacità fuori dal comune. Ma di che tipo [...]]]> di Fabio Ciabatti

Il messicano Pantera, stregone e pistolero a pagamento, protagonista di avventure che attraversano gli Stati Uniti della seconda metà dell’Ottocento, è uno dei personaggi più intriganti e noti usciti dalla penna di Valerio Evangelisti. Pantera ha il fascino tenebroso del cavaliere oscuro che però, alla fine, si risolve per fare la cosa giusta. È probabilmente l’unico eroe nella narrativa di Evangelisti, almeno se intendiamo questo termine in senso stretto, cioè come protagonista moralmente positivo di avventure straordinarie che affronta con capacità fuori dal comune. Ma di che tipo di abilità parliamo?
La domanda è di particolare interesse perché questo personaggio ha una peculiarità che forse lo rende più unico che raro nel panorama letterario: le sue vicende appartengono a due generi narrativi completamente diversi. I primi due libri in cui compare,
Metallo urlante e Black Flag (pubblicati rispettivamente nel 1998 e nel 2002), possono infatti essere ascritti al genere fantastico, mentre il terzo, Antracite (pubblicato nel 2003), appartiene al genere del romanzo storico.
Questa capacità di rompere la barriera tra diversi generi conferma quanto sostiene Alberto Sebastiani: l’intera opera di Valerio Evangelisti costituisce una One big novel in cui si trovano continui rimandi tra vicende e personaggi presenti nei diversi romanzi. Ma soprattutto, le opere dello scrittore emiliano-romagnolo, pur molto differenti quanto a genere, trama, ambientazione storico-geografica, presentano una  profonda unità tematica: l’eterno conflitto tra chi detiene il potere e chi gli resiste.1 Dal canto mio, credo che la figura di Pantera ci possa dire qualcosa di significativo sull’universo letterario di Evangelisti e sulla sua concezione dell’immaginario, proprio per la sua caratteristica di eroe cross-genere.

Secondo Tzvetan Todorov “il fantastico rappresenta un’esperienza dei limiti” e per questo “un inventario di possibili”.2 I confini tra spirito e materia, tra soggetto e oggetto, tra parola e cosa vengono continuamente trasgrediti, senza essere ignorati, come accade nel pensiero mitico. La barriera tra reale e l’immaginario si fa porosa. Sempre Todorov sostiene che la letteratura fantastica ha nel Novecento perso sostanzialmente la sua funzione: da una parte non abbiamo più bisogno di figure come il diavolo per parlare di un desiderio sessuale sfrenato perché la psicanalisi ha rotto i tabù in questo ambito; dall’altra, non viviamo più nell’Ottocento positivista, con la sua realtà oggettiva ed immutabile completamente esterna al soggetto, di cui il fantastico possa essere la cattiva coscienza.
Il giudizio del critico letterario deve aver qualche fondata ragione se è vero che il fantastico, nell’Italia del dopoguerra, trova rifugio nel fantasy, un territorio letterario presidiato nel nostro paese dalla sottocultura fascista fino all’irruzione, agli inizi degli anni ’90, del primo libro del ciclo di Eymerich, scritto da Evangelisti. Come ci racconta Domenico Gallo,3 si tratta di un territorio dell’immaginario che la destra voleva caratterizzato dall’indomito ed eterno risorgere del mito, mai definitivamente sconfitto dalla cultura moderna, ma solo temporaneamente vinto dall’illuminismo, dal razionalismo e poi dal marxismo. Il fantasy, l’horror, il sovrannaturale dovevano essere gli ambiti in cui si trattava di elementi come la celebrazione della divisione in caste, la lotta alla democrazia, il rapporto diretto con la divinità, il concetto di prescelto, l’esaltazione della lotta e la gerarchia della società. Il fantastico, possiamo commentare, da esperienza del limite diventava limite dell’esperienza: non più strumento letterario per dischiudere i possibili, ma struttura narrativa che restringe la capacità di immaginare mondi alternativi alla resurrezione di un passato mitico. L’eterno ritorno della vecchia merda.
Ma la letteratura fantastica può assumere un senso diverso da quello che ha storicamente rappresentato, ben al di là della paccottiglia fascistoide. In fin dei conti se il soprannaturale, o quello che appare come tale, esprime la trasgressione di una legge (naturale e/o morale), e per questo un’esperienza del limite, come sostiene lo stesso Todorov, occorre capire quale sia oggi il sistema di regole prestabilite che risulta impossibile negare, pena l’aprirsi di profonde crepe nell’immaginario che sorregge il nostro mondo. In effetti l’obiettivo, tutto politico, dell’opera letteraria di Evangelisti è proprio quello di combattere quella che definisce la colonizzazione dell’immaginario, in modo da poter valicare le colonne d’Ercole del realismo capitalista che oggi ci impedisce anche solo di sognare altri mondi possibili.

E qui torniamo al nostro Pantera, con la sua magia e la sua religione popolata di spiriti ancestrali che si scontra con un nuovo mondo in formazione caratterizzato dall’“assenza di ideali, di sentimenti e di un futuro plausibile”, come scrive Evangelisti alla fine della storia del messicano in Black Flag. Salvo aggiungere, subito dopo, “O forse un futuro c’era: d’oro e di ferro. Comunque di metallo”.4 Ma in che modo il mondo sovrannaturale di Pantera ci aiuta a fare un’esperienza del limite? Da un punto di vista antropologico, sostiene Michael T. Taussing, lo studio dello strano e dell’esotico ci può mettere di fronte a quanto veramente strana sia la nostra stessa realtà. Non si tratta di assumere come vere le concezioni altre contrapponendole alla falsità delle nostre, ma di prendere sul serio il contrasto tra differenti visioni del mondo al fine di denaturalizzare i nostri stessi feticci.5
La magia di Pantera rispetto al mondo moderno appare come un arcaismo, memoria e tradizione di un passato che fatica a diventare una guida per il presente. L’attrito tra i differenti strati temporali genera una tensione la cui risultante appare inizialmente sospesa tra il mero rifugio nel passato e la creazione di nuove e inedite possibilità. Pantera, infatti, non ha molto da dire su ciò che accadrà al suo mondo o su ciò che pensa sia auspicabile per i tempi a venire. “Quando ho combattuto con Juan Nepomuceno Cortina – si limita a osservare in Black flag – l’ho fatto per difendere gli ejidos, le terre comuni. Non so altro”.6 Le lotte di Pantera in territorio messicano vengono appena accennate e sembrano quasi racconti di un mitico passato da cui trarre semplici insegnamenti. In realtà, storicamente, appartengono alla modernità ma, geograficamente, provengono dai suoi bordi estremi. Ed è proprio dalla periferia del nostro mondo che è più facile fare esperienza dei suoi  limiti.
Pantera è appunto un personaggio periferico rispetto all’ambiente in cui si svolgono le sue avventure. Talmente periferico da risultare difficilmente categorizzabile: viene ripetutamente considerato un “negro” e lui risponde, talvolta rassegnato talaltra irritato, che è un messicano, anche se in realtà è un meticcio figlio di uno schiavo nero e della moglie del suo padrone. Frequentemente viene appellato come uno stregone o un prete, ma lui rifiuta entrambe le qualificazioni sostenendo di essere un uomo di religione, la sua religione, sebbene sia anche un pistolero a pagamento. In lui sacro e profano si mescolano e si scontrano. La morte e la vita gli sono altrettanto indifferenti. Pantera vive nell’instabile congiuntura tra un inquietante mondo straordinario in cui si possono udire le voci degli spiriti della natura, potenti e selvaggi, e un mondo ordinario, altrettanto minaccioso, in cui l’urlo del metallo sovrasta tutte le altre voci. 

Per prima cosa bisogna notare che le strutture narrative dei tre romanzi in cui compare Pantera sono molto diverse. Il primo, Metallo urlante, è composto da quattro lunghi racconti, sostanzialmente autosufficienti, anche se tenuti insieme da un esile filo narrativo: Venom, Pantera, Sepoltura e Metallica. Il primo, che fa da cornice, si divide a sua volta su due livelli temporali: abbiamo da una parte le vicende dell’inquisitore Eymerich, dall’altra una storia ambientata in un XXI secolo piagato da due virus che deteriorano la carne, sostituita da parti metalliche, e da una guerra che vede succedersi manifestazioni mostruose. E in questo livello che apprendiamo come tutte le diverse storie narrate nel libro si collegano tra di loro. Vengono infatti citate per brevi accenni in una ricerca “storica” condotta per capire come si sia arrivati “a fare sì che ferro, acciaio e oro riuscissero ad agganciare le proprie molecole a quelle della pelle, aprendo le quinte di una nuova razza umana, tanto possente quanto sterile”.7 In questo contesto apprendiamo che Pantera “Ebbe a che fare con il mesmerismo, che rappresentò, se vogliamo, una prima forma di dialogo tra l’uomo e il metallo”.8
Il secondo romanzo, Black flag, presenta una struttura molto simile a quella tipica dei romanzi del ciclo di Eymerich. Prendendo a prestito la terminologia coniata da Sebastiani,9 abbiamo un tempo base (quello normalmente riservato all’inquisitore aragonese), ambientato durante la guerra civile americana che vede come protagonista Pantera e che occupa di gran lunga il maggior numero di pagine. Abbiamo poi altri due livelli temporali: uno a noi storicamente vicino, l’invasione statunitense di Panama, che fa da cornice, e l’altro proiettato in futuro distopico, allo scoccare del capodanno del 3000. Le storie che si svolgono nei tre livelli sono molto più intrecciate di quanto accada con i racconti di Metallo urlante: da una parte nei livelli I e II vediamo dipanarsi le terribili conseguenze storiche di ciò che è accaduto nel tempo base; dall’altra troviamo delle spiegazioni parascientifiche di fenomeni e vicende che, nel corso delle avventure di Pantera, potrebbero sembrare sovrannaturali.
La struttura di Antracite, infine, è più tradizionale, nel senso del romanzo di stampo realistico. La trama riguarda esclusivamente le vicende del protagonista, Pantera, seguendo il filo cronologico delle sue avventure. 

Un’ulteriore differenza tra i tre romanzi riguarda il rapporto tra le vicende narrate e il contesto storico di riferimento. In Metallo urlante le avventure di Pantera si svolgono in una sorta di luogo sospeso nello spazio e nel tempo. Praticamente assente ogni riferimento a ciò che accade al di fuori di Tucumcari, villaggio del selvaggio west statunitense dove si svolge la storia. Un isolamento sottolineato dal fatto che “nessuno riusciva ad abbandonare l’area condannata, il cui perimetro veniva circondato da una cortina invisibile, ma assolutamente impenetrabile”10 non appena si mettevano in cammino i dieci giganteschi e mostruosi cavalieri che Pantera era stato chiamato a fermare con i suoi poteri magici. Tucumcari più che un luogo reale è, come sostiene ancora Sebastiani, un luogo dell’immaginario che non a caso Evangelisti riprende dall’ambientazione di Per qualche dollaro in più di Sergio Leone.
In
Black flag il contesto storico è ben presente, la guerra civile americana, ma le vicende narrate sono tutto sommato marginali rispetto allo svolgersi della del conflitto bellico benché finiscano per assumere un significato che trascende la loro effettiva incidenza sugli avvenimenti politico-militari dell’epoca. Con Antracite, infine, siamo catapultati direttamente nel centro della Storia con la “s” maiuscola, cosa particolarmente evidente nel finale quando Pantera viene coinvolto nelle vicende della comune di Saint Louis, sebbene controvoglia.

Il coinvolgimento, suo malgrado, nelle vicende altrui è una caratteristica tipica di Pantera, che, per certi versi, rappresenta il classico eroe riluttante. Uno di quelli, cioè, che sono “bisognosi di essere motivati o spinti all’avventura da forze esterne”.11 A differenza di questo cliché, però, il messicano è tutt’altro che passivo ed esitante. I dubbi li vedremo affiorare soprattutto in Antracite, senza che questo scalfisca la sua natura di uomo deciso, votato all’azione.
In ogni caso Evangelisti, come suo solito, gioca sapientemente con gli stereotipi dei generi paraletterari che utilizza: come nel più tipico western, Pantera è un eroe solitario. Talmente solitario che le uniche donne per lui interessanti erano le prostitute, perché poco impegnative. Quando durante qualche conversazione viene chiamato “amico”, anche per semplice cordialità, lui risponde invariabilmente che non ha amici. Quando qualcuno gli dice che non è una cattiva persona, può irritarsi oltremodo anche se non riesce a capirne il motivo. Pantera è un uomo d’azione, che rifugge l’introspezione, anche quando si trova casualmente a lambire i segreti della sua psiche. Gli capita, per esempio, quando, dopo aver affermato per l’ennesima volta di non avere amici, aggiunge subito dopo “Io sono solo”. In quel momento intuisce “di avere detto una verità che trascendeva l’occasione, ma non era solito perdere tempo a interrogarsi su se stesso, specie in momenti come quello”.12 Cioè i momenti di pericolo che esigono l’azione.
Però, come i più tipici pistoleri, Pantera un amico ce l’ha. Quando in Black flag viene disarmato “Il contatto delle dita con la cintura gli fece rimpiangere il revolver. Per un uomo come lui, quella mancanza equivaleva alla perdita dell’unico amico che avesse al mondo”.13 Un revolver che, a differenza dell’iconografia classica del cowboy, porta di solito infilata nella cintola sotto la palandrana. A chi si meraviglia del fatto che non abbia con sé pistole, risponde con un sorriso beffardo “Sì che le porto […] Piuttosto non porto né cinturone né fodero. Quella è roba che va bene per le donne e per i borghesi”.14 Della serie: i veri uomini del vecchio west sono meno pittoreschi di come ve li hanno sempre raccontati. E ancora, come nei più classico dei racconti della frontiera, la storia di Metallo urlante si conclude con l’eroe che si allontana cavalcando il suo destriero verso l’orizzonte infinito. Soltanto che l’ultima galoppata Pantera la fa quando, ferito a morte, si è trasformato in orisha, uno spirito: “Preso da un’incontenibile euforia, lanciò il cavallo verso il deserto, senza bisogno di usare gli speroni. La sua esistenza di orisha sarebbe stata un’unica, interminabile cavalcata”.15
Un utilizzo al limite della parodia degli stereotipi paraletterari, in questo caso dell’horror, lo vediamo all’inizio di
Black flag quando, assoldato per uccidere un uomo lupo, gli viene chiesto se ha trovato le pallottole d’argento, tipica arma per eliminare i licantropi. “Si ma è un’idiozia – rispose Pantera alzando le spalle – È un metallo troppo tenero. Non fora e il proiettile si deforma al momento dello sparo”.16 E infatti, quando proverà ad utilizzare queste munizioni, “Poco mancò che la carabina gli esplodesse tra le mani. Per fortuna l’argento fuso fu espulso dall’esplosione, e ricadde a pochi metri da lui. Pantera imprecò contro la magia cristiana”.17 Scoprirà più avanti che per uccidere gli uomini lupo le pallottole dovevano essere fatte non di argento ma di antimonio. 

Ma prima dovranno accadere molte cose. Quando tenta di uccidere l’uomo lupo, Kroger, Pantera viene tradito dalle stesse persone che l’avevano ingaggiato. Ferito, viene catturato dai bushwackers, milizie irregolari sudiste dedite a una cruenta guerriglia che non si fa scrupolo di fare strage di civili. Pantera, pur cercando di mantenersi defilato, finirà per unirsi a loro, soprattutto perché, inconsapevolmente, vuole risolvere l’enigma dell’uomo lupo, aggregato ai guerriglieri: “Lo aveva creduto un demone incarnato e finiva per scoprirlo un essere fragile, spaventato da ogni cosa ma soprattutto da se stesso”.18
Al seguito dei bushwackers c’è anche il francese Anselme Bellegarrigue, anarcoindividualista al limite della farneticazione con il suo vaneggiare di una nuova umanità composta da lupi solitari, forgiati nel ferro e nell’oro, interessati solo alla loro proprietà individuale libera da ogni vincolo statale, dediti alla distruzione del vecchio mondo senza alcuno scrupolo umano o sociale. Idee che vanno al di là dello già spietato conservatorismo sudista, raffigurato dal bushwacker Hamp Wyatt, per il quale lo schiavismo rappresenta un principio che si riassume in autorità e disciplina, un’istituzione necessaria per affermare  gerarchie e ruoli ben definiti, da estendere eventualmente a tutti i salariati.
Tornando a Bellegarrigue, egli non è soltanto un teorico ma anche una sorta di scienziato pazzoide, cultore del mesmerismo che intende utilizzare per plasmare l’uomo del futuro secondo i dettami della sua agghiacciante filosofia, a cominciare dai crudeli esperimenti cui sottopone il riluttante Kroger per trasformarlo in una perfetta macchina per uccidere. I proiettili di antimonio sono una sua scoperta e sarà lui stesso a consegnarli a Pantera.

Il mesmerismo, dunque, compare anche in Black flag. La sua funzione narrativa è la stessa: la possibilità di interpretare in termini parascientifici i fenomeni apparentemente sovrannaturali consente alla narrazione di mantenersi nel registro del fantastico e cioè, secondo la definizione del già citato Todorov, su un livello di incertezza e di indecidibilità circa la natura dei fenomeni straordinari cui assistiamo nel corso del racconto. Realtà o sogno, percezione veritiera o mera illusione, fenomeno sovrannaturale o fatto semplicemente “strano” benché spiegabile senza violare le ordinarie leggi scientifiche?
Se rimaniamo all’interno delle prime due storie di Pantera dobbiamo sospendere il giudizio. Ma se teniamo conto di quanto ci viene raccontato nei differenti livelli temporali in cui si articolano Metallo urlante e Black flag il dilemma può essere sciolto. Evangelisti assorbe le energie narrative che sgorgano dall’elemento soprannaturale senza lasciare spazio al misticismo cui è spesso associato. In altri termini Evangelisti spariglia le carte ibridando atmosfere tipiche del fantasy e dell’horror con la fantascienza. Le anomalie che sovvertono il nostro ordine metafisico perdono il loro alone mistico perché possono essere spiegate attraverso teorie parascientifiche per le quali, normalmente, lo scrittore utilizza i risultati di rami marginali della scienza realmente esistiti.
Il caso più famoso nella narrativa di Evangelisti è quello della fisica psitronica che torna ripetutamente nei romanzi di Eymerich. Non è importante il fatto che questi rami della scienza siano stati abbandonati e oggi siano considerati fallaci. L’importante è il meccanismo narrativo che toglie il terreno sotto i piedi ai cantori del mito tecnicizzato: ciò che è inspiegabile, sovrannaturale, diabolico o mitico in un determinato paradigma di conoscenze può trovare spiegazione razionale se inquadrato in un paradigma differente. 
Insomma, il mondo definito dai parametri della razionalità dominante è solo uno dei mondi possibili. E decisamente non il migliore.19

Tornando al mesmerismo e alle vicende che riguardano direttamente Pantera, va rilevata una differenza tra i due racconti. In Metallo urlante il messicano passa da un atteggiamento di iniziale ostilità nei confronti di questa scienza a una sorta di agnosticismo che non esclude la sua capacità di produrre spiegazioni e effetti concreti. Il cambiamento nasce dall’aver constatato la buona fede di Rosenthal, il sedicente medico che esercita questa disciplina a fini curativi. Si tratta, neanche a dirlo, di un personaggio eccentrico ed emarginato, considerato dai più un mero imbonitore, ma mosso da buone intenzioni sia nella sua pratica “scientifica” sia nel suo atteggiamento nei confronti del suo prossimo, in particolare di Cindy, una ragazza ingenua al limite della stupidità, utilizzata da tutti gli uomini di Tucumcari come sfogo sessuale gratuito. D’altra parte la metafisica di Pantera, se così possiamo chiamarla, è politeista e non può escludere la presenza di forze e divinità diverse da quelle da lui venerate. Il suo è essenzialmente un multiverso.
Ciò nonostante, in Black flag, la sua relazione con il mesmerista Anselme Bellegarrigue, diventa esplicitamente antagonistica. Ciascuno cerca di spiegare le credenze dell’altro alla luce delle proprie. Per Bellegarrigue, così come per Rosenthal, il magnetismo può dare conto scientificamente di tutti i fenomeni apparentemente sovrannaturali che Pantera è in grado di produrre, compresa l’apparizione nel cielo di un gigantesco lupo che terrorizza l’accampamento dei bushwacker. Per il francese si tratta soltanto di un’allucinazione collettiva determinata da un livello assurdo di fluido magnetico. Pantera, dal canto suo, quando entra nella carrozza laboratorio di Bellegarrigue, per quanto avesse “dimestichezza con ogni genere di prodigi, non riuscì a reprimere un brivido. C’erano spiriti in quell’abitacolo. Spiriti non buoni”.20. Il messicano era convinto che “Anselme Bellegarrigue conosceva il modo per evocare gli Ndoki, gli spiriti più maligni. Trovava scuse razionali al proprio potere solo per ingannare meglio il prossimo”.21
L’atteggiamento che assume Pantera nei confronti del mesmerismo, dunque, non è dettato dal contenuto in sé di questa pretesa scienza, ma dalle intenzioni di chi la pratica. Il messicano, in
Metallo urlante, è pronto ad accettare l’aiuto di Rosenthal. Quando il francese propone di utilizzare una bacchetta per potenziare gli effetti della cerimonia “magica” di Pantera, quest’ultimo, di fronte alle spiegazioni sul funzionamento del fluido mesmerico, si limita a commentare: “Non capisco una parola di quello che dice, ma le credo”.22 Allo stesso modo, in Black Flag, non rifiuterà l’appoggio sovrannaturale dell’indiano Vecchia Pipa, sebbene quella di Pantera appaia anche in questo caso come un’agnostica apertura di credito: “Non ci sarà da danzare Pipa. Però partecipa pure. Gli spiriti malvagi della tua gente sono gli stessi presenti dappertutto. Tu li scaccerai a modo tuo, io a modo mio”.23

1- continua. Prossima puntata sabato 21 ottobre


  1. Cfr. A. Sebastiani, Nicolas Eymerich. Il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, Odoya, Milano 2018. In particolare vedi Cap. 1. 

  2. Cfr. T. Todorov, La letteratura fantastica, Garzanti, Milano 2022. 

  3. Cfr. D. Gallo, “La battaglia del mito e della scienza. Valerio Evangelisti e la fantascienza come pratica radicale”, in S. Moiso e A. Sebastiani (a cura di), L’insurrezione immaginaria. Valerio Evangelisti autore, militante e teorico della paraletteratura, Mimesis, Milano 2023. 

  4. V. Evangelisti, Black flag, Einaudi, Torino 2002, p. 208. 

  5. Cfr. M. T. Taussing, Il diavolo e il feticismo della merce, DeriveApprodi, Roma 2017. 

  6. V. Evangelisti, Black flag, cit. p.123. 

  7. V. Evangelisti, Metallo urlante, Einaudi, Torino 1998, pp. 38-39. 

  8. Ivi, p. 23. 

  9. Cfr. A. Sebastiani, cit., p. 38. 

  10. V. Evangelisti, Metallo urlante, cit, p. 105. 

  11. C. Vogler, Il viaggio dell’eroe, Dino Audino, Roma 1999, p. 43. 

  12. V. Evangelisti, Black flag, cit, p. 27. 

  13. Ivi. p. 33. 

  14. V. Evangelisti, Metallo urlante, cit., p. 66. 

  15. Ivi. p. 137. 

  16. V. Evangelisti. Black flag, cit., p. 16. 

  17. Ivi. p. 21. 

  18. Ivi. p.143. 

  19. Cfr. D. Gallo, “La battaglia del mito e della scienza. Valerio Evangelisti e la fantascienza come pratica radicale”, cit. 

  20. V. Evangelisti, Black flag,  cit., p. 115. 

  21. Ivi. p. 118. 

  22. V. Evangelisti, Metallo urlante, cit., p. 129. 

  23. V. Evangelisti, Black flag, cit., p. 174. 

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Esperienze estetiche fondamentali /8: Larry Niven https://www.carmillaonline.com/2023/09/04/esperienze-estetiche-fondamentali-8-larry-niven/ Mon, 04 Sep 2023 20:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78499 di Diego Gabutti

Roma, 1984. Sergio Leone – al quale s’accennava la volta scorsa, facendo notare l’impressionante somiglianza tra Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij, il capo della Čeka bolscevica, e Lee Van Cleef, «il cattivo» di Il buono, il brutto, il cattivo – una volta mi fece notare quanto fosse strano che l’Urss del 1961 o 1962, dopo pochi giorni di programmazione, avesse ritirato dalle sale I magnifici sette, il classico western di John Sturges importato, dopo lunga riflessione, a sostegno del disgelo. Mai nessuno, nemmeno Ėjzenštejn, aveva girato un film così leninista, [...]]]> di Diego Gabutti

Roma, 1984. Sergio Leone – al quale s’accennava la volta scorsa, facendo notare l’impressionante somiglianza tra Feliks Ėdmundovič Dzeržinskij, il capo della Čeka bolscevica, e Lee Van Cleef, «il cattivo» di Il buono, il brutto, il cattivo – una volta mi fece notare quanto fosse strano che l’Urss del 1961 o 1962, dopo pochi giorni di programmazione, avesse ritirato dalle sale I magnifici sette, il classico western di John Sturges importato, dopo lunga riflessione, a sostegno del disgelo. Mai nessuno, nemmeno Ėjzenštejn, aveva girato un film così leninista, mi disse Leone: ci sono le masse oppresse, c’è una classe di sfruttatori a cavallo con sombrero e cartuccera a tracolla, ma soprattutto c’è un partito di pistoleros che, al pari dei rivoluzionari di professione evocati da Lenin, organizzano e amministrano le lotte, come nel Che fare?

Ricordo che all’epoca, mentre finiva di montare C’era una volta in America e ogni tanto lo andavo a trovare, mi disse proprio questo, ma non è di questo che intendo parlare adesso. Voglio parlare del fatto che una volta, passato all’Eur per fare due chiacchiere, lui era preso dal montaggio e io dopo un po’ mi stufai di stare a guardare. C’erano questi fotogrammi che piroettavano avanti e indietro da mezz’ora, De Niro o Joe Pesci (non mi ricordo) che sorrideva (avanti di qualche fotogramma) e poi il sorriso (indietro) che gli si cancellava dalla faccia, un loop, una danza, acceleriamo diceva la montatrice, rallentiamo diceva lui. E così cominciai a leggere il libro che avevo con me. Era I costruttori di Ringworld di Larry Niven (The Ringworld Engineers, 1979). Sedetti in un angolo, accesi una sigaretta e, fin dalla prima riga del primo capitolo, appresi con sgomento che Louis Wu, lo scopritore di Ringworld, era finito «sotto il filo».

Louis Wu un tossico della corrente! Diavolo! Louis Wu! Non potevo crederci. Che ne era stato dell’eroe senza macchia che, assunto dai Burattinai di Pierson, una specie aliena di codardi congeniti, aveva esplorato in un precedente romanzo (Ringworld, 1970, da noi I Burattinai, e anche Burattinai nel cosmo) un magnifico e terrificante habitat artificiale: Ringworld, il mondo ad anello, la cui superficie era pari, fatti due conti sulle dita, a qualcosa come trenta milioni o miliardi di volte la superficie della Terra.

Una sonda burattinaia senza equipaggio, monitorando quella particolare regione della galassia per capire se c’era da aspettarsene guai e in questo caso come scansarli o farli spazzar via da qualcun altro, s’era imbattuta in questo strabiliante, esorbitante manufatto alieno. Persino i Burattinai, che avevano trasformato il loro mondo natale e diversi altri corpi astronomici in una sorta di convoglio spaziale in viaggio verso il vuoto intergalattico per scampare a una catastrofe galattica prevista per un futuro remoto, restarono basiti alla vista di Ringworld. Qualcuno – e per il momento ancora non sapevamo chi – aveva edificato l’anello (senza neanche poter ricorrere a un bonus 110 per cento) utilizzando tutta la materia presente in quel particolare sistema solare. Adesso l’anello circondava la stella locale come un’aureola la testa d’un santo.

Dotato di un’atmosfera respirabile da parte delle principali specie della Via Lattea, buona per i polmoni terrestri come per quelli burattinai, buona pure per gli «kzin», sorta di ferocissimi orsi guerrieri originari della stella 61 Ursae Majoris, Ringworld era abitato da colonie di discendenti d’alcune specie galattiche, umani in particolare, ma anche «kzin», trapiantati qui chissà quando e chissà perché. Gli umani di Ringworld, mentre trascorrevano i tempi cosmici, si erano evoluti in un vasto spettro di sottospecie tra loro molto diversificate, ciascuna delle quali occupava una diversa nicchia ecologica. Uomini-topo, uomini-elefante, uomini-vampiro.

Era qui che Louis Wu, nel primo romanzo, accompagnato da un Burattinaio dotato di coraggio e dunque pazzo, da una ragazza geneticamente predisposta a essere baciata dalla fortuna, da uno kzin non troppo feroce, precipitava con la sua astronave. Avventure, incontri, battaglie, amori. E alla fine, dopo averne esplorato un insignificante zinzino, molto meno della centomiliardesima parte della sia superficie, Louis Wu riusciva a lasciare Ringworld e a tornare sano e salvo nello Spazio Conosciuto insieme al burattinaio, allo kzin e a un’umana di Ringworld. Teela Brown, la ragazza, era rimasta su Ringworld, dove aveva incontrato, assistita dalla fortuna, l’amore della sua vita: un Adone biondo, palestrato e immortale, praticamente un incrocio tra Tarzan, Fred Astaire e James Bond.

E adesso il «filo». Che brutta fine! Wu s’era fatto impiantare nel cucuzzolo un «droud» collegato (spiegava sbrigativamente Niven) «col centro del piacere del cervello». Ora gli bastava attaccarsi con un cavo alla prima presa di corrente per darsi alla beanza. Era diventato, lui, un eroe, che nemmeno il Flash Gordon di Dan Barry (ci torniamo) gli fa un baffo, qualcosa come il cavo lightning del mio iPad.

Mi alzai dall’angolo in cui, poco prima, mi ero seduto a leggere e raggiunsi Leone alla moviola. Joe Pesci (o De Niro che fosse) continuava a sorridere e a non sorridere più. C’era qualcosa d’inquietante in quello spezzone di film. Probabilmente, a quel punto, accesi una sigaretta. Leone non fumava, aveva smesso: problemi cardiaci che qualche anno dopo – ahicinema, ahinoi – gli sarebbero stati fatali. Ai tempi, nei primi ottanta, non era necessario chiedere il permesso di fumare. Ora, quasi quarant’anni dopo, non fumo più, sono quindici anni suonati dall’ultima sigaretta, ma allora consumavo minimo cinquanta sigarette al giorno, sempre attaccato al narghilè come Wu alle prese di corrente (oggi fumare mi costerebbe una fortuna). Allora, quando fumavi, nessuno protestava. Accendevi senza badarci, nessuno faceva caso alla tua sigaretta. Non saprei dire se era meglio o peggio. Forse peggio.

Vado a letto presto, come dice Noodles nel film, e così non rivedo C’era una volta in America, che ogni tanto passa in tv, da molto tempo. Pertanto non ricordo se nel film gli attori fumano, ma mi sembra di sì. Tutti fumavano, a Roma-Eur nel 1984, quando Leone stava montando il suo nuovo e ultimo film, esattamente come tutti fumavano anche nel Lower East Side di Manhattan negli anni in cui capitavano tutte le cose turche del film (stupri, rapine, omicidi, tradimenti). Guardavo il segmento di montaggio danzare prima lento e poi veloce nella moviola – sorrido, non sorrido più, sorrido ancora – e intanto provavo a immaginare che specie di film, se mai si fosse convertito agli effetti speciali, cosa naturalmente inimmaginabile, il regista di Giù la testa avrebbe potuto trarre da Ringworld, dai burattinai, da Teela Brown, da Cacciatore, dagli kzin, da Louis Wu.

Be’, pensai, c’è un anello nel suo terzo western, Il buono, il brutto, il cattivo, l’ultimo della trilogia con Clint Eastwood. Questo film, ammiratissimo, tra la Grande guerra di Mario Monicelli e Via col vento, era stato girato due anni prima che con C’era una volta il west, nel 1968, Leone cambiasse per sempre la storia del cinema, come hanno capito, tra gli altri, Martin Scorsese e Quentin Tarantino, ma andiamo avanti. C’era dunque quest’anello, una polverosa arena circolare all’interno del cimitero militare, ed era lì all’interno dell’anello che il buono, il brutto e il cattivo s’affrontavano in «triello». Gli occhi del brutto schizzavano dal buono al cattivo, la mano del cattivo col dito mozzato s’avvicinava e s’allontanava dal calcio della pistola, la musica di Morricone nell’aria, la perfetta assoluta e gelida calma del buono (chissà quanto sarà durato il montaggio di questa scena, accelera, rallenta, mi chiesi, ricordandola). Dove voglio arrivare? Ecco, voglio arrivare al fatto che anche l’anello di questo film è a suo modo un anello cosmico.

È più un habitat magnifico e terrificante che una qualsiasi location cinematografica, pensai, montando come al solito (difetto mio, vai a guarirne) la panna delle metafore. Buoni, brutti e cattivi, pensai, sono a loro modo specie diverse. Proprio come gli «kzin», gli umani, i burattinai e le altre specie che popolano lo Spazio Conosciuto, tra cui gli Estranei, i Bandersnatchi, i Trinoc, i Jotoki, anche i buoni e i brutti e i cattivi sono aliens tra loro: la storia del mondo, da Caino e Abele in avanti, è lì a dimostrarlo. Quando dicono, sintetizzando e riepilogando, che la storia è storia di lotte di classe, è questo che intendono Marx ed Engels: che buoni, brutti e cattivi, tra loro incompatibili e nemici, s’affrontano selvaggiamente, a cornate, fin dalla fondazione del mondo per decidere chi vive e chi muore, chi obbedisce e chi comanda, l’«attenti» e il «riposo». È quel che racconta, in forma più allegorica, anche H.G. Wells nella Macchina del tempo (The Time Machine, 1895): Eloi e Morlock, o meglio Morlocchi, come nelle prime traduzioni italiane, stirpi che rispettivamente derivano dalla nostra borghesia e dal nostro proletariato, sono due distinte specie di post-umani, una di mostruosi cannibali, l’altra di graziose merendine autocoscienti, che nel nostro futuro, «802.701 anni da oggi», occupano ciascuno la propria nicchia ev0lutiva, siccome le specie derivate da homo sapiens su Ringworld.

Sono aliens tra loro, in Per un pugno di dollari, il primo western di Sergio Leone, che nel 1964 sbancò ogni botteghino da Roma a Los Angeles, le due famiglie rivali, i Baxter e i Rojo, che si scannano per il controllo di San Miguel, «un tetro villaggio americano di confine» (con un nome da Carosello: «Mama, mama / lo sai che c’è»). «Da una parte i Rojo, dall’altra i Baxter», dice Clint Eastwood, fino a quel momento un anonimo e sgalfo attore di telefilm, d’ora in poi icona del cinema e della destra tardonovecentesca, «e io nel mezzo… uhm, si può fare».

Bello lui, brutti i Rojo, cattivi i Baxter, o viceversa, brutti i Baxter, cattivi i Rojo, o sia brutti sia cattivi entrambi, che qui per dipanare un tale nodo metafisico «o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo», come diceva nel Pasticciaccio gaddiano il dottor Ciccio Ingravallo riguardo alle cause delle «inopinate catastrofi», ci vorrebbe (lo dico io) un filosofo hegeliano, meglio se pazzotico, diciamo un Louis Althusser… ecco, insomma, per uscire finalmente dallo gnommero ormai quasi inestricabile di questo capoverso, pensai che il cinema di Sergio Leone aveva in fondo a che fare col libro che, quel giorno, prima seduto in una poltroncina della sala montaggio e poi in piedi, a infastidire montatrice e regista al lavoro, avevo iniziato a leggere.

Leone aveva portato per così a espressione, già nel titolo del suo terzo western, dove ne aveva inventariato le caratteristiche a fuoco la natura, che la storia del mondo e la condizione umana sono il campo di battaglia d’una guerra dei mondi. In pratica la medesima War of the Worlds, tra i gentlemen inglesi e «gl’intelletti vasti, freddi e spietati» del pianeta Marte, che si combatte nell’omonimo romanzo di H.G. Wells, sempre lui. Buoni, brutti e cattivi si sfidano eternamente a «triello» anche nelle guerre fuori e dentro Ringworld tra umani e kzin (a queste guerre Larry Niven, insieme ad altri autori che gli si sono affiancati nel tempo, ha dedicato ben quindici volumi di racconti, tra il 1988 e il 2019: il ciclo noto come Man-Kzin Wars). Perché è di noi, naturalmente, che parlano le storie di fantascienza, comprese le più ardite, quelle in cui compaiono mondi ad anello e, come vedremo, oggetti cosmici persino più impressionanti. Ci sono guerre dei mondi in corso sulla Terra anche in questo momento. Sempre la stessa guerra dei mondi, in realtà. Dai poemi omerici in avanti, registrata in tutte le cronache, la guerra eterna tra dispotismo asiatico e società libere non conosce tregua: nessun armistizio, niente prigionieri. Ma tra tutte le guerre la più terribile e brutale è la guerra che oppone il Dr. Jekill a Mr. Hyde e, nel film di Leone, «Tuco» al Biondo, entrambi a Sentenza, l’uomo alla sua parodia.

C’è una ragione, scopro continuando a leggere, se Wu è diventato un tossico della corrente e una «testa-di-filo»: la donna di Ringworld (che con lui ha lasciato l’anello alla fine del primo romanzo, Wu al confronto un nanerottolo, lei alta e calva e bellissima, persino barbuta se non ricordo male) è stata sequestrata dalle autorità terrestri, che ne vogliono indagare lo gnommero genetico, ma che soprattutto hanno mire sull’anello, che potrebbe diventare il centro dell’impero umano se soltanto si trovasse il modo d’impadronirsene e di difenderlo dai predoni. Wu, che ha cercato di liberare la donna senza riuscirci, e poi ha saputo che questa è morta, è a sua volta ricercato dai servizi segreti terrestri, che vogliono spremergli ogni informazione sull’anello. Depresso, in fuga attraverso la galassia, Wu ha ceduto alla corrente (ma compatitelo, che non è sua la colpa, è della società). Passano non so quanti anni. Poi lo kzin che di nome fa «Speaker-agli-Animali», già suo compagno d’avventura su Ringworld nel primo romanzo, lo rintraccia su un pianeta periferico, lo carica su un’astronave dopo avergli confiscato il «droud» e, per quanto lui supplichi e minacci, non gli permette più d’allacciarsi alla corrente. Sono diretti a Ringworld, la cui orbita è compromessa; con loro, Nessus il burattinaio.

Salterà fuori, prima che The Ringworld Engineers finisca, tutta la storia dell’anello, chi l’ha costruito, in che modo c’entrano gli umani, perché gli kzin, che fine hanno fatto Teela Brown e Cacciatore, come salvare Ringworld dalla catastrofe. Non sto a illustrare tutta la rava e la fava. C’è un’edizione Fanucci che raccoglie l’intera saga: praticamente perfetti (come Mary Poppins) i primi due volumi del ciclo, orrendi i due che seguono. Detto ciò, arrangiatevi, per citare di nuovo Totò. A Roma, quel giorno, non sapevo ancora niente di quel che stava capitando (e sarebbe capitato in futuro) alle incalcolabili moltitudini che popolavano l’anello pur abitandone soltanto una minimissima parte data l’enormità della sua estensione. Soltanto quella sera, tornando a casa, avrei finito di leggere il libro in aereo (che a Roma, in quegli anni, ci andavo per lavoro, mostre da vedere, sbadigli da contenere, tizi da intervistare, robe effimere di cui occuparmi, e adesso che posso scegliere a Roma non ci vado proprio più). Intanto guardavo la moviola, leggiucchiavo, dicevo due parole, Leone annuiva, che aveva altro da fare, e alla fine salutai.

Non era chiaro, anche se continuavo a pensarci tornando verso il centro, se la mia riflessione sulla natura cosmica del cinema di Leone aveva un qualsiasi senso. In Via del Corso, dove presi un caffè, ammisi con me stesso che non ne aveva nessuno, e a questo particolare garbuglio ontologico, che non aveva nessun fondamento, neppure estetico, smisi per un po’ di pensare.

Chissà, comunque, se a Leone non sarebbero piaciute le storie dello Spazio Conosciuto: il buco nero al centro della galassia, le supertecnologie, gli anelli, le specie che non avevano due ma sette o nove sessi (sai girare, con questo cast, una scena osé, ridacchiai). Ne dubitavo. Fortemente. Una volta avevo caldeggiato con lui l’idea, che già un po’ aveva carezzato, di dedicarsi a una riduzione cinematografica in stile Giù la testa della Condizione umana di Malraux. Mi aveva risposto che sì, perché no, ma c’era un problema, che i cinesi sono tutti eguali, vai a distinguerli l’uno dall’altro. Figurarsi gli alieni, gli estranei, gli kzin, i burattinai, gli uomini-pipistrello.

Aprii I costruttori di Ringworld al bancone del bar per andare avanti di qualche capoverso intanto che soffiavo sulla tazzina di caffè per raffreddarla. Leggevo e pensavo a Jekill e Hyde, ai poemi omerici, al dispotismo asiatico e alle società libere, pensavo ai buoni e ai brutti e ai cattivi. Pensavo a Kurt August Wittfogel. Mai letto niente di suo, né allora né dopo, salvo qualche assaggio qua e là, ma lo stesso pensavo al titolo bello rotondo della sua opera principale: Die Orientalische Despotie. Ahiahi. Era tornato lo gnommero.

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Esperienze estetiche fondamentali / 5: Kamumilla Cocco Bill https://www.carmillaonline.com/2023/05/21/esperienze-estetiche-fondamentali-5-kamumilla-cocco-bill/ Sun, 21 May 2023 20:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77034 di Diego Gabutti

Una volta intervistai Jacovitti. Roma, primi novanta. Una casa modesta, tanti libri, la scrivania, disegni sparsi dappertutto. Non ricordo cosa gli chiesi né cosa mi rispose. Non masticava il sigaro, come nelle foto che ancora lo tramandano. In compenso gli occhi, come nelle fotografie, erano a palla, il viso tondo, il sorriso lunare. Sembrava un po’ stanco. Portava occhiali à la Clark Kent. Non trovo più l’intervista, che apparve sul «Giorno», dove lavoravo all’epoca, ma immagino che parlammo soprattutto di Cocco Bill, il pistolero d’avant-garde, che «ha [...]]]> di Diego Gabutti

Una volta intervistai Jacovitti. Roma, primi novanta. Una casa modesta, tanti libri, la scrivania, disegni sparsi dappertutto. Non ricordo cosa gli chiesi né cosa mi rispose. Non masticava il sigaro, come nelle foto che ancora lo tramandano. In compenso gli occhi, come nelle fotografie, erano a palla, il viso tondo, il sorriso lunare. Sembrava un po’ stanco. Portava occhiali à la Clark Kent.
Non trovo più l’intervista, che apparve sul «Giorno», dove lavoravo all’epoca, ma immagino che parlammo soprattutto di Cocco Bill, il pistolero d’avant-garde, che «ha le rivoltelle chiacchierone e beve camomilla espresso», come veniva minchionato da un «avventato avventore» di saloon (subito ripagato con «una sciacquatina di piombo ai denti») già nella seconda tavola della sua prima avventura, apparsa sul «Giorno dei ragazzi», come si diceva, il 28 marzo del 1957.

Sei anni dopo, in Per un pugno di dollari, il primo western di Sergio Leone, Clint Eastwood avrebbe dato «una sciacquatina di piombo ai denti» dei bandidos che avevano offeso il suo mulo. Era un rimando non si sa quanto involontario ai dialoghi di Jacovitti. Ma anche il mulo di Joe, pistolero sbrindellato e con il poncho, suonava un po’ come una citazione di Trottalemme, il cavallo malmostoso di Cocco Bill. Come Cocco Bill, che aveva sempre una sigaretta spenta all’angolo della bocca, anche Clint Eastwood – nei primi tre western di Sergio Leone – aveva sempre tra le labbra, bitorzoluto e cincischiato, uno zampirone spento. Eastwood, in quei film, era un eroe ambiguo, double face, spietato e sentimentale insieme. Idem Cocco Bill, che agiva come il trickster delle mitologie – brutale e implacabile. Guardatelo bene: ha lo sguardo cattivo, da elfo crudele. Intorno vermi tabagisti, lische di pesce perplesse, matite sorridenti (alcune dotate d’attributi) e salami semiliquefatti, come gli orologi di Dalí.

Quanto all’«avventato avventore», se non ricordo male, è un’espressione che ho letto proprio in una storia di Cocco Bill (o di Gionni Galassia, o di Zorry Kid, o di Tom Ficcanaso, o di Mandrago, o di Jack Mandolino). Disegnatore eccezionale, Jacovitti fu anche – se non prima di tutto – un maestro di calembour linguistici e di balloons surreali, anzi surrealisti. Apro un albo a caso. Cocco Bill e sette pistoleros tutti eguali ma di colore diverso (baffoni compresi, chi li ha gialli, chi rossi, verdi o blu) sono in fila indiana in un saloon e ordinano ciascuno al suo turno da bere: «Una birra», «A me pure», «A me una birra al burro», «A me una in decoltè», «A me una birra al diapason», «A me birra Meloni», «A me una birra della Val Sugana». Ultimo Cocco Bill: «E a me una camomilla. Pagano loro». Altro albo: «Il capo degli indiani Ciuffettoni s’approssima a Cocco Bill e sbraita terribili minacce: “Naibò! Coccobille ciaccichine tantorollè paghironde pa ghighè!”» In altro albo ancora Cocco Bill spara a mitraglia dicendo: «Siamo al buio e io accendo gli abbaianti». Invece di «bang bang» le pistole fanno «bàu bàu».

Come di tutti i giornali in cui ho lavorato, del «Giorno» non ho buoni ricordi, se non dei primi due direttori che mi toccarono in sorte, il democristo Lino Rizzi (un grande giornalista e un’ottima persona, che perciò tutti detestavano, rosicando) e il mio amico Francesco Damato, in quota socialista, il miglior analista politico dell’epoca (tutti, sempre rosicando, detestavano anche lui). Ma prima di scrivere corsivi e recensioni per il Giorno fui un lettore bambino del «Giorno dei ragazzi».

Scoperte non so più in quale modo (o per dritta di chi) le storie di Cocco Bill, nei primi tempi era mia madre a comprare il Giorno dei ragazzi ogni giovedì, quando usciva come supplemento del quotidiano, ma presto fui io a procurarmelo tornando a casa da scuola. Oggi in edicola non c’è quasi più nulla da comprare, a parte la Settimana enigmistica, che tuttavia si può anche caricare sull’iPad, ma all’epoca le edicole erano miniere: Urania e Galassia, gialli Mondadori e Garzanti, KKK. I classici dell’orrore, Soldino e Nonna Abelarda, il Monello con Cuoricino e C. e Superbone, Nembo Kid, i primi Segretissimo, le enciclopedie a dispense, Cineromanzo (fotogrammi di blockbuster hollywoodiani, da Ulisse a Duello al sole, da Fronte del porto a Ben Hur, con didascalie e i dialoghi nelle nuvolette). Ma il clou era Cocco Bill (be’, Cocco Bill e la ristampa primi sessanta di Pecos Bill, gran fumetto di Guido Martina e Raffaele Paparella, ma questa è un’altra storia, e la racconteremo poi).

Trascuravo, per ragioni che oggi mi sono oscure, ogni altro fumetto presente sul Giorno dei ragazzi. So che erano opera di Pier Carpi, di Andrea Lavezzolo, di Stan Drake e persino di Bruno Bozzetto, pioniere del cinema d’animazione italiano d’eccellenza con West and Soda e Mio fratello superuomo, solo perché lo dice Wikipedia (dove scopro che, tra i fumetti del Giorno che trascuravo o che ho dimenticato, c’era anche «Dan Dare, pilota del futuro» di Frank Hampson, niente meno).

Logo del Giorno dei ragazzi era un ragazzino in pigiama a strisce verdi e gialle visto di schiena. Sa Iddio chi l’aveva inventato e perché l’Eni d’Enrico Mattei, khan politico del giornale, l’avesse adottato senza licenziare il grafico. Braccia aperte, i capelli ritti, come chi ha infilato le dita in una presa di corrente per vedere l’effetto che fa e l’effetto è che si è preso la scossa, il ragazzino reggeva il Giorno dei ragazzi. Formato tabloid, lo stesso del quotidiano, più immagini che colonne di stampa, il Giorno dei ragazzi era un lenzuolone a colori acidi.

Prim’attore, Cocco Bill.
Consumando «doppie camomille al limone», sparando revolverate «nelle gengive dei cattivoni», chiamando al soccorso le pistole dimenticate al saloon con «un fischio da pecoraro», sbattendo «vigliacconi matricolati» e «pezzentoni» dietro le sbarre «in nome e cognome della legge» per galoppare, infine, verso l’orizzonte in un far west psichedelico, Cocco Bill era diventato col tempo il personaggio più celebre e celebrato di Benito Franco Giuseppe Jacovitti, la cui opera è fitta di protagonisti e di comprimari quanto e più della Commedia umana di Balzac (e della Recherche proustiana, che della Comédie fu il sequel fluviale, come gli ultimi 22 film di James Bond degli eleganti e perfetti primi tre).

Alcuni di questi personaggi li ho già elencati. Ma ce ne sono infiniti altri, anch’essi diligentemente rubricati da Wikipedia: Alvaro il Corsaro, Cip l’arcipoliziotto, Battista l’ingenuo fascista, Gionni Peppe, Joe Balordo, Giorgio Giorgio detto Giorgio, Elviro il vampiro, Peppino il paladino, Oreste il guastafeste, Tippe Tappe, Zagar, Giacinto corsaro dipinto e, naturalmente, la signora Carlomagno e «i tre P», Pippo, Pertica e Palla – i personaggi con i quali aveva esordito nel 1939, a sedici anni, sul settimanale a fumetti dell’Azione cattolica il Vittorioso. Ma tra tutti Cocco Bill resta il suo personaggio più riuscito. Un classico.

Mentre il Giorno dei ragazzi, e prima ancora il Vittorioso, pubblicavano fumetti destinati a un pubblico di ragazzi e bambini, le tavole caotiche e indiavolate di Cocco Bill, dove al posto del sigaro qualcuno fuma un salame e i messicani portano sombreri con le corna, come elmi vichinghi, non erano e neppure sembravano roba per ragazzi. Cocco Bill era un fumetto senza un target preciso, ma certamente più per «grandi» che per «piccini». Era un fumetto letto con vantaggio anche o soprattutto dagli adulti senza essere per questo un «fumetto adulto», come si diceva pomposamente all’epoca («fumetto adulto» era un’espressione che faceva la sua figura nei repertori chic, ma che alle orecchie di Jacovitti avrebbe avuto il suono storto d’una barzelletta raccontata male). Cocco Bill, a differenza dei fumetti «adulti», eternamente organici ai magisteri e alle mode del momento, era piuttosto un fumetto «alto» e raffinato, come negli Stati Uniti dei sixties i fumetti di Al Capp: Li’l Abner, lo zoticone di Dogpatch, Appalachi, e Fearless Fosdick, il G-man stolido e mascelluto à la Dick Tracy protagonista delle strip preferite da Li’l Abner.

Come Jacovitti, che faceva di nome Benito, anche Al Capp era un vecchio reazionario. Una volta, incontrando Yoko Ono e John Lennon in un talk show, si presentò così: «Salve, ragazzi. Sono un terribile fascista di Neanderthal. Come state?» Jacovitti, più in piccolo, incontrò la redazione di Linus e Oreste Del Buono, che chiusero d’autorità una sua storia a puntate perché i lettori la giudicarono reazionaria levando alte e piagnucolose proteste. A Jacovitti, uno dei massimi artisti del Novecento italiano, non si perdonò d’aver preso per il naso il milieu goscista disegnando una manifestazione studentesca che un passante commentava così: «Raglia, raglia, giovane Itaglia». Da ragazzo, raccontava lui, «sono stato un tifoso d’Italo Balbo, che però disegnavo con due falci e martello al posto dei fasci nelle mostrine, e non so ancora perché». Dopo Linus, e nonostante Linus, pubblicò vignette, fumetti e «panoramiche» (paginoni a tema fisso zeppi di vignette concatenate) anche sul Male, su Cuore e su Tango: l’ideologia era l’ultimissima delle sue preoccupazioni.

Non soltanto inventò un suo originale e inimitabile linguaggio grafico e letterario, a metà tra le beffe filologiche di Carlo Emilio Gadda e gli «scandali» dei surrealisti, ma con la sua opera deformò e sbertucciò il costume del suo tempo, quando gli altri si limitavano a fotografarlo. Aggirandosi tra vilain che mangiano leoni vivi e saloon kafkiani, dove si consumano eterne merende del cappellaio matto, Cocco Bill aiutò Jacovitti in questa mirabile impresa.

Nato a Termoli, in provincia di Campobasso, nel marzo del 1923, Benito Jacovitti era figlio d’un ferroviere che tifava per il fascismo, da cui l’impegnativo nome di battesimo, e d’una donna d’origini albanesi. Nel 1939, quando diventò un fumettista di professione, viveva a Firenze, dove aveva seguito il padre ferroviere, e frequentava il liceo artistico. Franco Zeffirelli era uno dei suoi compagni di classe.

All’epoca i fumetti erano un’arte giovane.
Alcuni maestri del fumetto erano già al lavoro in Amer ica e in Europa. C’erano le storie di Flash Gordon e quelle di Tintin. Erano i tempi di Mandrake il Mago, di Topolino giornalista, di Cino e Franco. Ma c’è da dubitare che Jacovitti, uno che disegnava fumetti (o qualcosa di molto simile) da quando aveva sei anni, si sia ispirato a qualche modello, specialmente esotico. Lui fece tutto da solo. Era un talento naturale e gli obblighi del fumetto (la sceneggiatura lineare, la tavola sobria, il disegno disciplinato e pulitino, il dialogo igienizzato) gli andavano stretti. Nel 1945, subito dopo la guerra, fece uscire il primo DiarioVitt, prototipo di tutti i diari scolastici, che ancora «negli anni sessanta», raccontò in seguito, «era l’unico in circolazione e vendeva qualcosa come due milioni e mezzo di copie: i testi erano di Gervaso, Montanelli eccetera… io facevo i disegnini». Nel 1946 si stabilì a Roma, dove frequentava altri umoristi disallineati, da Marchesi a Metz, da Steno al giovane Fellini. Nel 1948 – di nuovo a proposito di politica – la Dc atlantista (ma bacchettona e clericale) gli commissionò un manifesto elettorale in vista delle elezioni che avrebbero deciso il destino del paese. Jacovitti pensò bene d’infilare in un angolino del manifesto, quasi invisibile, una legenda che diceva: «Abbasso il papa». Nel 1980-81, sulle pagine di Playmen, «rivista per soli uomini», Jacovitti pubblicò il suo Kamasutra, il più scapigliato, scombinante e imaginifico dei libelli pornografici. Ciò a dimostrazione che anche la pornografia, che già in sé è trasgressione e parodia, ha i suoi trasgressori e parodisti.

Jacovitti morì alla fine del 1997. Io l’avevo incontrato quattro o cinque anni prima. Prima o poi, frugando nei faldoni che conservo (senza una ragione al mondo) in soffitta, ritroverò l’intervista. Di quell’incontro mi restano, preziosissimi, due souvenir: due tavole di vignette del DiarioVitt cum dedica. Non gliele avevo chieste, sia chiaro. Non è che uno prende il caffè a casa di Picasso e prima d’andarsene chiede una tela in omaggio. Fu lui, molto, gentilmente, a farmene omaggio. «Per lei», disse. Adesso, trent’anni dopo, se ne stanno, incorniciate, bellissime, qui in casa. Sono appese accanto a una striscia, pagata carissima, di Lil’l Abner (ma ho anche un’intera bibliografia su John Lennon) e una tavola, pagata un po’ meno ma sempre cara assai, del Pecos Bill di Raffaele Paparella. Possiedo anche una tavola dei Teen Titans di George Peréz, un altro disegnatore straordinario. Ma il pezzo forte sono naturalmente le tavole di Jacovitti.

Arrivato in aereo il mattino, presi il volo di ritorno nel tardo pomeriggio. Non ebbi nemmeno il tempo di fare quel che facevo di solito a Roma: una passeggiata nel centro, Piazza Navona, Campo de’ Fiori, il Fontanone, Piazza di Pietra, il Pantheon, un cappuccino qui, un’aranciata là. Forse con Jacovitti parlai a lungo, o forse i tempi tra un volo e l’altro erano più stretti del solito. Sta di fatto che saltai il pranzo. Mi sarebbe piaciuto sedere in un’osteria di Via del Mortaro, alla quale m’ero affezionato anni prima, quando andavo e tornavo da Roma almeno due o tre volte al mese. Mi accontentai d’un panino o due e di troppi caffè nei bar della stazione e dell’aeroporto. Nel tascapane, dentro una busta di plastica comprata nella prima cartoleria in cui m’ero imbattuto dopo aver lasciato Jacovitti, avevo le tavole del DiarioVitt.

Avrei voluto anche passare, per dare un’occhiata, in una libreria antiquaria dov’ero capitato una volta, parecchio tempo prima e, per una di quelle «coincidenze oggettive» (come le chiamava Adorno) che si verificano di tanto in tanto, vidi in vetrina una copia d’un libro intitolato La doppia vita di Evno Azev, autore G. Pevsner, uscito nel 1936 nella collana Mondadori «Drammi e segreti della storia». Avevo parlato di Azef poco prima al ristorante (non l’osteria di Via del Mortaro, ma da «Fortunato al Pantheon») con Enrico Filippini, germanista di rango e grande firma di Repubblica.

Di Azev, mi disse, raccontava la storia Alberto Moravia nel suo ultimo romanzo, 1934, di cui non sapevo niente allora e poco so (e voglio sapere) anche adesso. Sapevo tutto, in compenso, di Azev, terrorista socialrivoluzionario e agente dell’Okhrana, la polizia segreta zarista, terrore delle cellule clandestine. Azev era un agente così doppio che non sapeva più lui stesso per chi lavorasse davvero e a chi fosse fedele, al trono o alla rivoluzione. Sapevo tutto di Evno Azev proprio perché possedevo una copia del libro di Pevsner.

Ed eccone lì un’altra copia, evocata per magia, quasi certamente magia nera, come il diavolo di cui, solo a nominarlo, spunta subito la coda. Comprai il libro e lo lasciai a un amico comune (il capo della redazione romana del Giornale) affinché lo girasse a Filippini. Trovai anche, nella stessa libreria antiquaria, una copia della prima edizione italiana del Falcone maltese (più precisamente Il falcone maltese e quattro novelle) di Dashiell Hammett, sempre del 1936, sempre Mondadori, collana «Il romanzo mensile».

Avrei dato volentieri un’occhiata, dicevo, alle vetrine di quella fatata libreria antiquaria. Chissà cosa avrei potuto trovarci. Ma non ne ricordavo il nome, sapevo solo vagamente dove si trovava, e comunque non c’era abbastanza tempo. Mi consolai pensando alle tavole cum dedica di Jacovitti. C’erano ossa, salami e piedi nudi che spuntavano dal terreno come piante grasse da incubo. C’erano clessidre sorridenti, nonché vermi con vari tipi di cappelli e altri con enormi nasi.

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Divine Divane Visioni (Novissime) – 82 https://www.carmillaonline.com/2022/06/02/divine-divane-visioni-novissime-82/ Thu, 02 Jun 2022 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72237 di Dziga Cacace

Un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che magari non avrà mai visto un film di Murnau. (François Truffaut, 1975)

1920 – Succession di Jesse Armstrong, USA 2018 Ci siamo trastullati per un po’ con la serie New Amsterdam, sostanzialmente un E.R. aggiornato ai tempi di Donald Trump e del politicamente corretto statunitense, con un dosaggio millimetrico di facce, situazioni e colpe che Cencelli a confronto era un dilettante. Poi però ci serviva qualcosa di meno [...]]]> di Dziga Cacace

Un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che magari non avrà mai visto un film di Murnau. (François Truffaut, 1975)

1920 – Succession di Jesse Armstrong, USA 2018
Ci siamo trastullati per un po’ con la serie New Amsterdam, sostanzialmente un E.R. aggiornato ai tempi di Donald Trump e del politicamente corretto statunitense, con un dosaggio millimetrico di facce, situazioni e colpe che Cencelli a confronto era un dilettante. Poi però ci serviva qualcosa di meno democristiano, un po’ più cattivello, ecco, e la scelta è caduta su questa serie premiatissima. E se in New Amsterdam sono tutti buoni, qui, in Succession, non si salva nessuno, ma proprio nessuno. Come da titolo, il problema della famiglia Roy è la successione al vecchio patriarca per prendere le redini della Waystar RoyCo, il più potente gruppo editoriale americano, che produce televisione, gestisce parchi di divertimento e crociere e in definitiva costruisce e gestisce consenso politico. I riferimenti alla famiglia Murdoch o a concentrazioni editoriali come quelle di Trump, Turner o Bezos sono lampanti e sfumati allo stesso tempo: assistiamo a una vicenda edipica dove i quattro figli del tycoon si scannano per ereditare il potere e per esercitarlo poi sui familiari, in un gioco al massacro senza esclusione di colpi. Il capitalismo ha molte facce, tutte orrende e variamente amalgamate a stupidità, egoismo, sociopatia, deviazioni e prepotenza e seguendo le vicissitudini della famiglia Roy abbiamo il catalogo più aggiornato di sempre. Un tempo una serie così avrebbe potuto produrla solo chi avesse voluto dimostrare l’inequivocabile vocazione al cannibalismo e all’autodistruzione del Capitale. In tempi di guerra fredda, se ci fosse stato il budget, avrebbe potuto essere la prima serie sovietica, altroché, prodotta proprio per farci vedere dove porti l’amore sfrenato per denaro e potere nella società occidentale. Ovviamente negli USA il successo è stato immenso: mentre la realtà sembra copiare la fantasia, la narrativa televisiva americana riesce pure a trarne un prodotto culturale dove sulla critica e sull’analisi politica prevale l’intrattenimento. Diventa tutto spettacolo, insomma. Però va ammesso: uno spettacolo eccezionale, che trascende la tragedia shakespeariana familiare in uno humour nero irresistibile in cui, volta per volta, ti trovi a fare il tifo per il meno peggio del cast. In questo caso Kendall Roy, il secondogenito ormai vicino a succedere al padre e a svecchiare il colosso multimediale. È un personaggio ambiguo, con un passato di dipendenze e una separazione dolorosa, ed è stretto tra obblighi e ambizioni in mezzo a una famiglia di squali stronzi. Suo padre (l’eccellente Brian Cox nel ruolo di Logan Roy: sembra Maradona fra 10 anni se non fosse morto nel frattempo) è una carogna fatta e finita ma, come Kendall, non è un coglione, anzi. Ma è un’intelligenza votata al Male e alla manipolazione di cui sono vittime, a tratti consapevoli in vista di un vantaggio, più spesso inconsapevoli, gli altri tre figli. Un inferno di famiglia, insomma. La serie è scritta con astuzia luciferina: qualche volta si fa più fatica nella reiterazione di tradimenti, alleanze e rappacificazioni ma i dialoghi strepitosi (in un mix ritmatissimo tra tecnicismi finanziari, eloquio Ivy League e volgarità da trivio) e le prestazioni attoriali magistrali vi trascineranno inesorabilmente. Nota di merito anche alla musica neobarocca di Nicholas Britell. Producono Will Ferrell e Adam McKay che ha girato la puntata pilota con stile nervoso, molto godibile. Siamo senza dubbio tra le migliori serie di sempre. Vediamo come cresce. (Sky, gennaio 2022)

1923 – America Latina dei Fratelli D’Innocenzo, Italia 2021
Non conosco il cinema dei fratelli D’Innocenzo, sono sempre rimasto lì lì per provare combattuto dall’accusa di estetizzazione del marginale, con situazioni al limite etc. Ma sto parlando, appunto, di qualcosa che non conosco e dei miei pregiudizi duri a morire, pregiudizi che poi scompaiono di fronte a un film ben fatto e riuscito. È il caso di ieri sera quando su insistente richiesta della secondogenita che si vuol dare un’istruzione ho rivisto dopo un quarto di secolo L’odio, film che all’epoca era stato (anche) accusato di lettura borghese di problemi lontani dal mondo del regista, un Kassovitz che aveva reso “bello” il mondo delle periferie. Beh, posso dire? Ma che stracazzo di capolavoro, L’odio. Fotografia, ritmo, dialoghi, attori, storia ed episodi. Tutto che funzionava alla perfezione. Gli si perdonava anche il doppiaggio che spesso e volentieri tradiva l’origine romana dei doppiatori (ammerda, ar culo, astronzo… nelle banlieue, io boh). Ed è con queste premesse che non c’entrano nulla – a ragion veduta – che ho affrontato America latina in sala. E l’ho trovato interessante, non so in fondo quanto riuscito, ma coraggioso e spiazzante. Tanto per cominciare non era estetizzante o fighetto come avevo letto. Cioè, la bravura della messa in scena non l’ho vista così esibita o compiaciuta. È linguaggio e mi sono anche rotto di film girati coi piedi o con pigrizia in nome del famigerato “messaggio”. Poi ho apprezzato la direzione di Elio Germano, bravissimo in un ruolo ambiguo: un dentista di provincia, affermato ma con una sua interiorità contorta e con una famiglia dove si sommano consueti casini dell’adolescenza, rapporti di coppia e l’essere adulti in un mondo che va veloce. Il punto di svolta si ha quando il protagonista trova una ragazza prigioniera nella propria cantina. Che si fa? Non ho granché capito il punto del film, cosa ci voglia dire effettivamente, se il centro della narrazione sia sentirsi un incel o cosa. O se sia pura messa in scena. Però, ecco: avercene di registi che sanno organizzare così il materiale narrativo e visivo, che non hanno paura di uscire dai percorsi ormai veramente antichi del cinema italiano. C’è un’estetica del disagio? Sì, ma stavolta mi pare ben inserita nel racconto, non fuorviante. Semmai contesto l’endemico problema dell’audio nei film italiani che io, boh, proprio non capisco. Ma forse è colpa della mia sordità. Comunque bel film, dài, non consolatorio e né pacificatore. (Cinema Ducale, Milano 22/1/22)

1924 – Ozark Season 4 Part I di Bill Dubuque e Mark Williams, USA 2022
A un certo punto ho realizzato perché, tra tanti altri motivi, c’è qualcosa che veramente mi irrita in Ozark e allo stesso tempo mi fa andare avanti inesorabilmente. La vicenda potreste non saperla: Marty Byrde è un insipido consulente finanziario di Chicago che da finto tonto fa da ragioniere anche per un cartello della droga messicano. Nella prima puntata della serie è costretto a scappare con la famiglia (la moglie fedifraga Wendy e gli adolescenti Jonah e Charlotte) e rifugiarsi nei monti Ozark, in Missouri, in mezzo a dei burini, dove si rifà una vita rimettendo subito in piedi un meccanismo per lavare il denaro sporco. Ma alla sopravvivenza subentra anche l’ambizione, la sete di potere, l’affermazione personale, mascherando tutto sempre ipocritamente come passo ulteriore per salvarsi la vita. Già visto ma non male. Una sorta di rivisitazione di Breaking Bad con temi e ambientazioni diverse. E la gente per bene di Chicago si innesta sul marcio di Ozark, trascinando anche chi viveva inconsapevole una sua vita tranquilla. Ecco, mi son reso conto quasi subito che io non faccio il tifo per i protagonisti principali. Li detesto. Sono falsi, ipocriti, arrivisti. E altrettanto naturalmente mi son reso conto che il vero motivo per cui vado avanti è una delle loro vittime, una redneck che – anche lei per sopravvivenza – deve stare al gioco, ma mostrando qualità umane e professionali molto più ammirevoli. Nella serie lei è Ruth Langmore ed è interpretata dalla straordinaria Julia Garner, attrice di una bravura inarrivabile, semplicemente pazzesca. Io tengo per lei, ecco. La serie è ormai arrivata alla quarta stagione e prosegue con un proliferare di linee narrative che rendono tutto molto difficoltoso. Inoltre sono tutti contro tutti, anche all’interno della famiglia Byrde, con repentini cambi di fronte, tradendo la rispettiva fiducia. Il capofamiglia Marty è il consueto cucciolone, all’apparenza innocente, e invece ipocrita e calcolatore, sempre imperturbabile sia che venga picchiato (mai abbastanza) sia che prenda decisioni drammatiche che portano a conseguenze mortali, tutto con una flemma irritante e poco credibile. La moglie Wendy, viceversa, è una decisionista, ansiosa di potere, stronza come poche. L’abbraccio mortale con la famiglia di narcotrafficanti Navarro è sempre più soffocante e si va avanti con colpi di scena e colpi bassi e non si può negare che ci sia il divertimento (quando non si eccede con le durate: si è sempre intorno all’ora di racconto e proprio non ne vale la pena). Ma c’è anche la sensazione di un gelato Tutti frutti a cui si aggiungono senza criterio caramello, granella, pistacchi, panna montata, zucchero a velo, dressing di mirtilli e scaglie di cioccolata. Non c’è continenza, insomma, né una morale se non farti vedere quanto siamo corrotti noi americani e quanto godiamo a raccontarcelo. Gli archi narrativi sono sballati e i colpi di scena sono shock improvvisi e imprevedibili perché non verosimili. Però, e ritorno da dove son partito, c’è Julia Garner. E io tengo per lei e spero che, nell’ultima parte della serie in arrivo, li ammazzi tutti, dal primo all’ultimo. TUTTI. (Netflix, febbraio 2022)

1925 – Crash Landing on You di Lee Jeong-hyo, Corea del Sud 2019
Il classico dubbio che assale chi scandaglia l’enorme catalogo di Netflix: leninisticamente che fare? E allora io mi scoppio una serie sudcoreana, ecco cosa, che matto! Dunque: una giovane imprenditrice sudcoreana che ha voltato le spalle al padre e ora ereditiera di un impero economico viene travolta da un tornado mentre prova un nuovo parapendio e, per beffarda capacità sceneggiatoria e meteorologica, finisce in Corea del Nord, appesa a un albero da cui cade tra le braccia di un ufficiale rigoroso ma ovviamente sensibile al fascino della tizia. Basta uno sguardo e capisci già come finirà, con la consueta lotta tra dovere, libertà e amore. Beh, abbastanza farsesco, con toni da commedia molto infantili. Però interessante nella rappresentazione della Corea del Nord (militari ottusi e contadinotti simpatici) e come prodotto di largo consumo che in Corea del Sud ha conosciuto un successo clamoroso. Poi: faccio il mattocchio, va bene, ma di questo Crash Landing on You ne vedo solo qualche puntata e infine desisto perché il livello è proprio basso. Ma non nascondo che nella puntata pilota mi sono divertito: anche i coreani hanno i loro Don Matteo, che credete, eh. (Netflix, 29/1/22)

1926 – Landscapers di Ed Sinclair, Gran Bretagna/USA 2021
David Thewlis e Olivia Colman interpretano una coppia omicida di disadattati inglesi non granché intelligenti, una sorta di Rosa e Olindo britannici: hanno fatto secchi i genitori di lei e poi hanno vissuto incredibilmente senza destare sospetti per dieci anni finché – scappati in Francia – non hanno esaurito tutti i soldi. Non avendo ulteriori vie di fuga, tornano in patria e si lasciano arrestare, convinti di farla franca: si proclamano innocenti con un ingenuo piano di difesa che crollerà prestissimo. Interessante la regia, straniante, con la realtà che si mescola al racconto, usando il set della serie come nuovo piano narrativo o, come nello splendido ultimo episodio, ambientando tutto su un piano fantastico (in questo caso western), a ulteriore riprova del distacco dalla realtà dei due protagonisti. Produzione eccellente, attori bravissimi, dura circa 3 ore ed è spezzato in 4 parti, con sapori differenti e senza particolari cliffhanger. (Sky, febbraio 2022)

1927 – After Life Season 3 di Ricky Gervais, Gran Bretagna 2022
La seconda serie di After Life mi era già sembrata di troppo, quasi che sporcasse l’esito notevolissimo della prima e adesso ho tantissimi dubbi su questa ennesima riproposizione. Tony (Ricky Gervais) sta ancora elaborando con il suo cinismo disincantato il lutto per la scomparsa della moglie e non ha più nulla da chiedere alla vita, tanto per cambiare. Ha tutto il sapore di un déjà vu, senza veramente alcun avanzamento, come se il tempo si fosse congelato, con tutte le intuizioni fantastiche della prima serie ripetute per la terza volta. Certo, c’è sempre il piacere per la battuta feroce e per la programmatica sgradevolezza, per gli imbarazzi, per la scorrettezza politica pure un po’ prevedibile ma liberatoria. La seconda serie terminava con l’infermiera – che seguiva il padre di Tony – che si accontentava di avere con lui una relazione aperta: una continua ripartenza ogni volta. E la sensazione è che sia successo anche alla terza serie di avere adottato questa modalità: lo stralunato mondo del paesino di Tambury va avanti e Tony, nella sua casa da riccone continua a non venire a capo del suo immenso dolore. That’s it. O perlomeno, c’è un’accettazione più serena della vita per impercettibili tocchi e avanzamenti, ma è tutto molto impalpabile e si arriva a un finale melassoso dove la cosa paradossale è che non è Tony a imparare delle lezioni (se non quella molto prevedibile da parte di un bimbo leucemico) ma semmai è lui a impartirle e a risolvere i guai degli amici. Una glassa di buoni sentimenti che stona con quanto abbiamo visto finora. Non che volessi l’irriducibile cinismo a tutti i costi ma che ci fosse una mediazione sì. Poi, a Gervais vuoi bene, è tutto di buon livello (ma meno del solito) e perdoni anche i momenti che girano a vuoto (e ce ne sono diversi, dove attendi la chiusa finale, una battuta, un punto. E non c’è). Però non lo trovo un finale all’altezza di cosa lo ha preceduto. Peccato. (Netflix, febbraio 2022)

1928 – Il potere del cane di Jane Campion, Gran Bretagna/ Australia/ Nuova Zelanda/ Canada 2021
Ubriacato da troppe serie azzardo il grande passo col film Netflix da festival, già vincitore del Leone d’Argento a Venezia 2021 e firmato da quella Jane Campion che in passato mi ha regalato film intensi ma anche qualche vaccata. Il potere del cane è immediatamente un film insinuante, intrigante, velato di sensualità e con un passo autoriale molto meditato e lontanissimo dalle abitudini indotte dal consumo televisivo col diktat pavloviano del colpo di scena continuo. No, qui c’è una calma quasi olimpica, accompagnata dalla fotografia dei maestosi paesaggi neozelandesi non ancora antropizzati che recitano da dio. La vicenda è ambientata nel Montana del 1925, praticamente ancora il Far West: tra due fratelli rancheros scoppia la rivalità quando il posato amministratore George si innamora della vedova Rose, scatenando la gelosia del machissimo cowboy Phil. Apparentemente il problema sono i soldi ma anche l’omosessualità considerata una devianza da beffeggiare o il ruolo della donna in una società rurale ancora arcaica. Bravissimi gli attori, su tutti lo spigoloso Benedict Cumberbatch (Phil), un viso espressionista che sembra dipinto da Francis Bacon, e Kirsten Dunst, che non ha più il facciotto da orsetto che mi perseguita dai tempi in cui interpretava la bambina malefica di Intervista col vampiro. Qui, nella stanchezza della maturità, dà un’interpretazione sofferta e convincente. Che dire, alla fine? Beh, bello sapere che si faccia ancora del cinema così, dove le aspirazioni si accompagnano alle capacità e la regia non cerchi shock a buon mercato ma sappia lavorare sulle nuance. (Due settimane dopo Il potere del cane ha vinto il premio Oscar come miglior regia. Bene). (Netflix, 14/2/22)

1929 – I predatori di Pietro Castellitto, Italia 2020
Pietro Castellitto, attore (Speravo de morì prima, Freaks Out) cresciuto nel Vietnam di Roma Nord (cit.) e figlio di una coppia sicuramente ingombrante (Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini) esordisce alla regia, neanche trentenne, con questo interessante I predatori che ha fatto strage di allori negli sfiatati premi nostrani. Giungle indocinesi a parte, Castellitto Jr. dimostra stoffa, coraggio, anche noncuranza di certe buone maniere italiane che tutto edulcorano, tutto sbiancano e sanificano. Il film è curioso, con alcune cadute e ingenuità (da irruenza, da ignoranza, da giovane età) ma anche tanta vitalità e un finale che rischiara a posteriori quanto visto, con una pietas che rende più sincero l’indeterminato ribellismo che permea tutta la pellicola. La trama è un astuto intrico che mette a confronto due mondi lontanissimi: la famiglia di un medico con moglie regista radical chic e figlio nietzschiano esagitato e quella di un fascistone amante delle armi e con diversi agganci con la microcriminalità. La descrizione di questa seconda famiglia è coraggiosa, non scontata. Più banale e piagata da qualche cliché quella della famiglia borghese cinica, con arie intellettuali ma lercia dentro. Bravissimo attore Giorgio Montanini, tanto quanto l’ho sempre trovato irrisolto come comedian, e in generale ben diretto il cast, cosa non da poco per un esordiente. Interessante anche la fotografia. Decisamente discutibile – ma sembra veramente qualcosa di insormontabile, in Italia – la cattura dell’audio, tanto più che la parlata dei protagonisti è spesso difficoltosa. A conti fatti comunque ne viene fuori un’opera prima interessante, non consolatoria né compiaciuta, e che sa uscire dai confini augusti della cinematografia nazionale. Non male. (Amazon, 15/2/22)

1931 – Ennio di Giuseppe Tornatore, Italia/ Belgio/ Cina/ Giappone 2021
Un documentario commovente. Montato benissimo e previsto da dio da Tornatore, è un caleidoscopio di dichiarazioni, testimonianze, brani di film, canzoni e spettacoli. Verso l’ora e mezza sembra che ci sia una flessione e invece si va avanti così, con te che ti aspetti che prima o poi la fatica abbia la meglio su di te spettatore e sulla narrazione, e invece no: il documentario continua a rinvigorirsi e chiude benissimo. Morricone, compositore eccelso, allievo di accademici che lo hanno messo in soggezione per una vita, arriva a far pace col suo mestiere e coi suoi risultati incredibili. E tu piangi con lui. E sei cullato da questa musica straordinaria e dall’abbinamento con scene che è un piacere immenso rivedere sul grande schermo. Molto molto bello. (Cinema Anteo CityLife, 27/2/22)

1933 – Marx può aspettare di Marco Bellocchio, Italia 2021
Bellocchio racconta la sua famiglia scegliendo (e sciogliendo) il nodo del suicidio del suo fratello gemello Camillo. Sette fratelli e sorelle, con un padre autoritario e una madre religiosissima; un primogenito, Paolo, autistico e schizofrenico; una sorella oggi novantenne e sordomuta; e poi gli altri, tutti di vario e importante successo, a partire dall’intellettuale Piergiorgio, fondatore dei Quaderni piacentini. Camillo rimane così l’unico senza una strada, una vocazione, ma anche meno debole di altri tanto da non richiedere un’attenzione particolare. Attraverso il ricordo della sua storia vengono fuori i caratteri dei fratelli, legati anche dai tanti momenti cinematografici di Marco che ha sempre attinto dal vissuto più intimo l’ispirazione per la sua cinematografia. Bellocchio ha una voce stentorea, è dritto come un bacco, non cerca scappatoie, è spietato nella sua indagine familiare come lo era nei suoi film e non si risparmia imbarazzi o reticenze, rischiando anche di sembrare – più che intellettualmente onesto – proprio cinico, freddo, distaccato, insomma uno stronzo. Ma invece è una lezione di onestà rara. Il film commuove e ci racconta un’Italia completamente diversa, che si stava facendo, divisa tra “Cristo e Stalìn” (cit.), dove si lottava e si pagava, anche la propria inadeguatezza. Bello. (Amazon, 2/3/22)

1934 – Once Upon a Time in America di Sergio Leone, Italia/ USA 1984
Questo l’ho visto la prima volta quando ero un ragazzo che si faceva invadere dai film, senza pensarci troppo. E m’era piaciuto. Poi l’ho rivisto verso i 30 anni quando invece cercavo risposte, intellettualizzando tutto (o provando a intellettualizzare tutto) e stando più attento ai presunti difetti che ai pregi di ogni opera. Che stupido. Oggi, a 50 anni passati, vedo finalmente C’era una volta in America nella versione integrale di oltre 4 ore, con la giusta distanza, con l’emozione per quel cinema italoamericano superlativo che vedeva registi e maestranze in comune, con l’Italia che poteva e sapeva ricostruire l’America a Cinecittà, con la voglia di racconti fluviali che si interrogavano sul passare del tempo e sulla persistenza della memoria. Qui è un continuo traguardare porte e vetri, fissarsi sui riflessi illusori degli specchi o intravedere attraverso fessure, buchi e crepe, anche dell’anima. Orologi, ticchettii, telefonate senza risposte, rumori ossessivi che dilatano il tempo e chiavi che aprono porte, valigie e segreti. Com’è possibile che un film su un uomo come Noodles ci piaccia così tanto, con un protagonista enigmatico, senza scrupoli, assassino, traditore e pure violentatore? Perché lo sceglie Leone? E se non è questo gangster, cos’è allora che ci fa amare il film: il riconoscere i nostri peccati di fronte allo scorrere inesorabile del tempo? I rimpianti? Le occasioni perdute? Noodles (Robert De Niro) è un uomo mai cresciuto e che forse non ha neanche vissuto, visto che l’amico Max (James Woods) confessa di avere fatto lui la sua vita: ha avuto i suoi soldi, il suo amore – Deborah -, il suo dolore, credendolo morto. Noodles va in carcere ancora adolescente e perde la giovinezza ma ai nostri occhi non ha neanche una maturità, non sapendo cosa abbia fatto nei 30 anni in cui è andato a dormire presto. In questa versione integrale il fatto che dopo l’assalto a Deborah Noodles vada subito con un’altra donna, la futura compagna Eve, mi fa supporre che quella in macchina fosse una tentata violenza, non riuscita. Non che cambi molto ma forse è un modo per rendere meno odiosi i suoi crimini. Io, all’ennesima visione, sono rimasto abbacinato dalla bellezza della messa in scena, dalla grandiosità di tutto, ma tant’è ho sempre dei dubbi sui personaggi, sull’indeterminatezza di Noodles e sul cambiamento di Max che mi pare ancora molto repentino. Se però oggi ho apprezzato il film come merita è anche grazie al magnifico libro di Piero Negri Scaglione Cosa hai fatto in tutto questo tempo, lettura che racconta l’iter produttivo e creativo di questo capolavoro. E si comprendono così, del film, presenze e assenze, illusioni, travisamenti: è tutto un inganno, il tempo che passa, le amicizie, i patti, la giustizia, l’amore. Forse anche il film stesso è un sogno a cui vogliamo credere. Molto molto bello e malinconico, come un sigillo su un mondo che stava finendo senza che ce ne rendessimo conto. (Dvd, 5/3/22)

1935 – The Cold Blue di Erik Nelson, USA 2018
Le immagini girate da William Wyler durante il secondo conflitto mondiale tornano a nuova vita attraverso le testimonianze di 9 reduci dell’Ottava Air Force americana. Gente tra i 19 e 25 anni che, dal 1943 al 1945, volò sulla Germania nazista. Delle 13000 fortezze volanti B17 in missione 5000 furono abbattute, al costo di circa 28000 soldati morti. I danni alla Germania furono decisivi: dopo attacchi mirati a porti, strade, raffinerie e industrie cominciarono i bombardamenti a tappeto, con centinaia di migliaia di vittime tra i civili. Numeri allucinanti che ho voluto riportare in cifre. E immagini invece bellissime, di cieli azzurri e di giovani sorridenti davanti all’obiettivo. E terrorizzati in missione. Su aerei che tornavano a terra distrutti, coi motori fuori uso e le lamiere bucherellate: velivoli senza pressurizzazione con temperature interne insostenibili, nonostante l’illusorio bel tempo, dai 20 ai 40 gradi sotto zero. I quasi centenari superstiti raccontano la loro vita inconsapevole, la paura, le superstizioni, le amicizie e la permanenza per anni in Gran Bretagna (2 milioni di soldati!). Un film terribile, non retorico e prezioso, musicato tra l’altro da Richard Thompson con una partitura composta e non invadente. Sono passati 75 anni da allora e non s’è ancora imparato nulla. (HBO, 5/3/22)

(Continua – 82)

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Divine Divane Visioni (Cinema porno) – 80 https://www.carmillaonline.com/2018/04/15/divine-divane-visioni-cinema-porno-80/ Sun, 15 Apr 2018 20:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45048 di Dziga Cacace

C’è de’ bei pezzi di harne dentro!

935 – Lo sconcertante Alex, l’ariete di Damiano Damiani, Italia 2000 “Senza parole” è un abusato modo di dire e figuratevi se un logorroico come me possa rimanere realmente senza parole. Ma è accaduto. Giuro. Perché ho assistito a qualcosa di ineffabile, che sfugge all’espressione verbale. Di fronte al foglio elettronico il mio cervello s’è comportato come un opossum che si finge morto: è crollato di lato e non ha più dato segni di vita. Cosa si può scrivere di un film [...]]]> di Dziga Cacace

C’è de’ bei pezzi di harne dentro!

935 – Lo sconcertante Alex, l’ariete di Damiano Damiani, Italia 2000
“Senza parole” è un abusato modo di dire e figuratevi se un logorroico come me possa rimanere realmente senza parole. Ma è accaduto. Giuro. Perché ho assistito a qualcosa di ineffabile, che sfugge all’espressione verbale. Di fronte al foglio elettronico il mio cervello s’è comportato come un opossum che si finge morto: è crollato di lato e non ha più dato segni di vita. Cosa si può scrivere di un film che sembra rinunciare programmaticamente alla dignità? Allora procedo con una fredda elencazione dei fatti: si parte con la giovane Michelle Hunzinker (sic, nei titoli di testa) che inorridita raccoglie un coltello insanguinato. È stata testimone di un assassinio e fugge col coltello tra le mani, il Nobel. Un giornalista televisivo in preda ad anacoluti (immagino per adesione realistica) consegna all’opinione pubblica la certezza che lei sia colpevole (di nuovo per amor di verità, se uno ricorda il Bruno Vespa vintage e tanti colleghi che sono seguiti). Lei fugge in macchina, i cattivi la incrociano su una strada di campagna e la cacciano giù da un dirupo. Esplosione e miracolo del buon pastore coi pecuri che la raccoglie. Poi conosciamo il personaggio di Alberto Tomba, Alex, agente del CIS: Albertone è attorialmente cane con pedigree stratosferico e mettiamoci anche anni di prese per il culo della Gialappa’s Band e di dichiarazioni insensate ai cronisti sportivi ed è fatta: la credibilità è nulla e la sensazione è di vedere uno Z Movie, tanto più che la regia alterna mestiere a vaccate imbarazzanti, zoomate missilistiche e altri attori senza senso (Ramona Badescu, porella).
E poi i dialoghi, con il sedicente infelice attore costretto a recitare (…) alla fidanzata versi seduttivi come “Giuro che stasera sono lì a stropicciarti le piume”. Ci mettiamo mezz’ora per arrivare al cuore della vicenda: Alex deve accompagnare la Hunziker, sospettata, a incontrare il giudice, ma lo mandano da solo. Uhm, sospetto! Fughe, scontri degni di una lite tra alunni ripetenti di terza elementare e il rapporto tra carabiniere e protetta che cresce con una profondità emotiva degna di un episodio di Peppa Pig. La coppia regala alla grande e devo dire che ho cominciato a tenere per loro, perché i delinquenti ai quali sfuggire non sono i tizi perversi che vogliono far secca lei, no, lo sono i produttori di questa incommensurabile vaccata. Che posso pure immaginare l’imbarazzo quando avranno visto per la prima volta il risultato della dissennata operazione: doveva essere una fiction Mediaset, poi s’è deciso per un’uscita estiva, nascosta, sinché il passaggio televisivo ha sancito la natura stracult della porcata in questione. Si arriva stancamente fino al finale e io metto da parte dialoghi stralunati come: “Mi hai fatto puntare la pistola contro una suora!” (e cosa volevi? Toccarti i coglioni?); oppure: “Mi devi rintracciare una targa: ti faccio lo spelling” (lo spelling?). Tomba è un patatone con l’espressività propria di chi aspetta un’autopsia e la Hunziker al confronto sembra Meryl Streep e l’apice si raggiunge quando i due, ammanettati, devono procedere a una pisciata boschiva. Uno pensa possa bastare la trafila di castronerie sinché non irrompe nella trama anche il vero cattivo, Orso Maria Guerrini, il baffo della Birra Moretti!, con una voce bassissima da vero attore di teatro, ma capitato in una recita dell’asilo. Insomma: fa tutto schifo e tenerezza e ho assistito a incontri di rubamazzo con più azione. Il finale è una specie di parodia di Ufficiale e gentiluomo e la parole FINE è l’unico momento riuscito di un film firmato da quel Damiano Damiani già glorioso regista di cinema impegnato. Che poi uno dice l’impegno… ma lo vedi i danni che fa? (Dvd; 6/6/12)

936 – Rocky III di Sylvester Stallone, USA 1982
L’idea era goderselo oscenamente con l’avanzamento veloce, scegliendo le scene migliori e tagliando la fuffa, ma non c’è stato niente da fare: i film di Rocky sono ineludibili, costruiti con una sapienza spettacolare infallibile, con tutti i meccanismi del Mito che girano a mille. E mi sono arreso praticamente subito: Rocky è uomo della strada, ignorante, rozzo, ma con un sogno, un pizzico di talento, forza di volontà e una squadra di amici e familiari che lotta per lo stesso obiettivo. Il problema è quando si è raggiunto il top della carriera: soldi, successo e lusinghe ottenebrano il già non lucidissimo fronte occipitale del pugile che guadagna sempre più, si allena di meno e diventa un po’ borghese, perdendo l’occhio della tigre. La noia, insomma, esistenziale e pure a livello di coppia, anche perché Adriana è appetitosa come un passato di verdure. Mettiamoci che l’entourage è completato da quel buzzurro di suo fratello Paulie, pseudo manager, e dall’allenatore Mickey, con l’apparecchio acustico e pronto per la fossa. Un incontro di wrestling con Hulk Hogan (!) rischia di finire male e il Balboa e i suoi si guardano negli occhi: hanno tutti la panza piena e lui è stufo di pigliare legnate come un somaro. Ma al momento dell’annuncio del ritiro davanti a una statua celebrativa si fa avanti Clubber Lang (Mr.T, quello dell’A-Team), lingua lunga, cresta e bicipite potente. Sfida Rocky e lo intorta insultandogli la moglie, tranello in cui lui casca come un tontolone. Come da manuale di sceneggiatura (di film un po’ di merda, in effetti) si riparte, solo che Rocky si allena davanti alla stampa con l’orchestra che suona e annesse manifestazioni circensi mentre l’altro, il negro cattivo che parla a mitraglietta, suda sette camicie al riparo dai flash. E quando si arriva all’incontro Clubber tira uno spintone al vecchio Mickey: Rocky non vuole combattere perché ne è turbato, stellassa, e il suo avversario ha messo nell’equazione – di nuovo, come con Adriana – qualcosa di estraneo allo sport. E non solo: prima del match Mr.T trova il modo di insultare anche l’elegante Apollo Creed, nero ripulito e commentatore tivù, cioè per lo spettatore medio negro accettabile. E a metà secondo round Rocky è già knock out, mentre il vecchiaccio sta morendo, cosa che farà puntualmente credendo che il suo protetto abbia vinto. Bene, siamo al punto di non ritorno: Balboa, sconfitto, si deve confrontare col suo monumento, metaforicamente e realmente, risultando in effetti meno espressivo del bronzeo gemello, eretto in cima a quella famosa scalinata. E come si fa? Apollo Creed vuole riportarlo sul ring, stavolta ci si allena the old way, in cantine puzzolenti, correndo sulla spiaggia, danzando sul cemento, al suono supercafone dei Survivor. Poi c’è il momento di crisi ed è Adriana che dà la svegliata e allora riparte il tema di Rocky, evvai di allenamenti, corse, sudore, danze, con Apollo che passa un po’ di negritudine e senso del ritmo a questa specie di blocco di travertino che esibisce una canotta veramente gayissima. Aggiungo che Apollo gli regala i suoi mutandoni: del resto, tra particolari dei muscoli guizzanti, abbracci intensi e praticamente nessun accenno etero, qui la bromance si trasforma in un amore omo che verrà spezzato solo da Ivan Drago, eh. Si arriva al match e Rocky adotta la strategia di Muhammad Ali in Zaire e fa stancare Clubber Lang che lo pesta come un mastro ferraio ed è provocato da parole grosse come “Mia madre me le dava più forte!”.
È una tattica curiosa, un po’ come pigliare a testate un muro e chiedergli: “Sei stanco, adesso?”. E quello lì a un certo punto è stanco sì e a Rocky torna l’eye of the tiger e lo tarella di brutto e vince. Yo, Adrian! I did it! E poi, a concludere la vera storia d’amore del film – a questo punto rivoluzionario perlomeno dal punto di vista sessuale – Rocky e Apollo sono a darsele di santa ragione in cantina, quindi di nascosto perché non è ancora epoca di coming out, ma sudati, felici e vivi. E io cosa posso dire? Che mi aspettavo anche peggio, perché la regia è ottusa ma essenziale, asinina con i primi piani insistiti ma anche movimentata quando la tensione lo esige, e in generale montaggio e recitazione sono inappuntabili. Okay, e Stallone? Ma Stallone non deve recitare bene, perché Rocky è così, un babbo di minchia, bloccato neuronalmente: gli devi leggere negli occhi la decrittazione del pensiero, devi abbassarlo al nostro livello di spettatore del Midwest, se no non funziona! E detto questo, c’è ritmo, drammaturgia e qualche (forse inconscio) spunto per una lettura erotica interessante. E poi, cosa posso dire? Io ormai voglio bene a tutti i film: brutti, belli, scarrafoni… il mio cuore ha più stanze di un bordello (cit.). Sarà l’età, il rincoglionimento, la malinconia, la depressione – che ne so! – ma di fronte a un film (un filmaccio) degli anni Ottanta, ritrovo quell’atmosfera, quel tempo, quelle sensazioni. Sto scrivendo un romanzo ambientato nel 1986 e rimpiango quel mondo senza telefoni, internet e social: cerco quel sapore come un cefalo merdaiolo perché in fondo quello è il cinema con cui sono cresciuto, che mi ha formato, informato, deformato e in cui mi ritrovo. Ora forse questo è il film sbagliato da prendere a esempio, perché è di una semplicità imbarazzante, ma oggi ricerco la linearità narrativa quasi elementare di certo cinema del passato e non sopporto più la ricchezza odierna, dove forma, effetti e innovazione nascondono il narrato, quasi lo soffocano. Certo, la mancanza di tempo e quella faccenda di una volpe con l’uva devono avere il loro peso, ma è così e non so che farci. (Dvd; 3/6/12)

938 – L’eccezionale Fawlty Towers di John Howard Davies, Gran Bretagna 1975
Ne avevo un pallido ricordo di quando ero a Londra, nel 1988, e avevo assistito con religiosa devozione a un’ennesima replica sulla BBC. John Cleese, lo spilungone dei Monty Python, è Basil Fawlty, un ambizioso quanto megalomane – e instabile mentalmente – direttore d’albergo: deve gestire le 22 stanze della umile pensioncina di grandi pretese Fawlty Towers, sulle costi inglesi, in un posto freddo, umido e dove non passa mai un cane. Lo affianca la stolida moglie Sybil, il cameriere pasticcione Manuel (uno spagnolo che non parla inglese) e Polly, una giovane cameriera sveglia. In 6 episodi da mezz’ora Cleese e compagnia disintegrano con ferocia inarrestabile e in un’isteria sublime tutte le vecchie buone maniere inglesi: un Little Britain anni Settanta acre e assolutamente irresistibile. La serie purtroppo brevissima si conclude con un finale grandioso, con la commozione cerebrale del personaggio principale e gaffe a ripetizione con degli ospiti tedeschi, a cui si ricordano tutte le malefatte della Seconda Guerra Mondiale, qualcosa che oggi – in epoca di correttezza politica – si farebbe fatica non solo a mettere in scena ma anche a concepire, con una censura preventiva su tutto quanto sia nazismo. La seconda serie (di Bob Spiers, 1979) l’abbiamo vista in tempi lunghissimi ed è meno riuscita, esasperata ma senza finezze, con vicende che nascono da equivoci verbali e si trascinano fino a che non va puntualmente tutto in vacca. Meno brillante, insomma, ma il tutto è una boccata d’aria fresca e di gas esilarante che si può recuperare grazie alla generosità della Rete. Approfittatene! (Giugno e luglio 2012)

940 – Mani sulle palle per The Day After di Nicholas Meyer, USA 1983
Questo l’ho visto al cinema Orfeo di Genova nel febbraio 1984, in via XX Settembre, sala che ormai da chissà quanto tempo ha chiuso… Era un film televisivo che aveva fatto parlare tutto il mondo ed era andato in onda dopo l’abbattimento di un aereo di linea sudcoreano da parte dei sovietici e, due mesi dopo, l’invasione USA di Grenada. Tutte cose che nell’equilibrio del terrore erano sollecitazioni per nulla tranquillizzanti; il mondo era diviso in due e anche se ti dicevi che non sarebbe mai successo nulla, ogni tanto ti si stringeva il culo solo a pensarci: e se uno si sbaglia e schiaccia il pulsante sbagliato? E se uno perde la testa? E soprattutto: oggi, quella marea di missili dove sono finiti? Io non ci credo mica che abbiano smantellato tutto, figurati, e non dormo all’idea che Putin abbia in mano questo arsenale. O che l’abbia avuto quello scemo di Bush. No, scusate: quegli scemi dei Bush. Vabbeh: per cui The Day After è un pezzo di storia che non sappiamo realmente se non possa tornare attuale. Il film è decisamente iettatorio, ossessivo, lugubre e rozzamente efficace. La fotografia bruttina, gli effetti così cosà (tremendi quelli con le persone che diventano radiografie!) e la musica orrendissima accompagnano una narrazione opportunamente frammentata in tante microstorie: i destini individuali di alcuni bifolchi di Lawrence, Kansas, che si trovano a vivere presso una base missilistica, ovvio obiettivo sensibile. Il fatto è che in DDR c’è casino, rivolte, scaramucce nei pressi del Muro e poi scontri tra truppe della NATO e del Patto di Varsavia. Finisce che a qualcuno – non è chiaro a chi per primo – scappi la mano e comincino a volare missili e al 55° minuto di proiezione Kansas City e dintorni conoscono gli effetti della tecnologia sovietica quando tre piccanti funghetti nucleari si alzano nel cielo. C’è la coppietta di contadinotti con figli che si fa una (ultima) trombatina incurante delle notizie che arrivano dal televisore, prima di essere tutti spazzati dal vento nucleare. C’è il soldato nero che vuole tornare dalla moglie ma strada facendo perde i pezzi e finisce in una fossa comune. E poi c’è il medico di buona famiglia (Jason Robards) che si danna invano per portare cure a tutti, fino a soccombere. Insomma: non c’è un cazzo di lieta fine e il giorno dopo è quello che viene a film concluso, con la terra rasa al suolo. Il film è angosciante ma decisamente antiretorico ed è girato in modo asciutto, con un percorso agonico senza speranza (e in realtà abbastanza ottimistico, secondo gli esperti). Però, al di là della confezione televisiva cheap, l’organizzazione del racconto non è male: la crescita del timore, il sentirsi totalmente succubi, senza difese, senza futuro, senza speranze, senza notizie. Nel tempo è diventato un film da considerarsi brutto, ma invece ha una sua forza di verità e dice cose sgradevoli a tutto campo (le esecuzioni degli sciacalli, l’egoismo e la violenza che esplodono di fronte alla tragedia). Reagan ne fu impressionato, anima sensibile. (Dvd; 3/6/12)

941 – Coraggio… fatti ammazzare di Clint Eastwood, USA 1983
Ravanando negli archivi della memoria e nei meandri della Rete mi ricapita tra le mani questo Callaghan reaganiano di cui avevo vaghi ricordi, se non per la famosa frase “Go ahead, make my day”, cioè “Va’ avanti, dà un senso alla mia giornata”. E decido di dargli retta, ritrovando un film rozzo come il suo protagonista ma efficace e divertente nella sua semplicistica bruttezza. Sì, perché la trama è perlomeno discutibile nella sua implausibilità e la messa in scena talvolta stupisce per sciatteria, però… Dunque, io con Clint ho un rapporto difficile: lo amo per i film di Leone, per Bird, per Madison County, per il magnifico e delirante Lo straniero senza nome e anche perché gli hanno cioncato una gamba ne La notte brava del Soldato Jonathan, ma di fronte a certe prese di posizione politiche che in qualche modo finiscono nei suoi film più sbirreschi, boh, vacillo. Diciamo che qui siamo – nell’arco parlamentare del suo operato cinematografico – molto a destra. Callaghan lo conosciamo già e qualunque cosa faccia, ci sono dei morti (come gli dirà un collega: “La gente quando ti frequenta ha il brutto vizio di morire”). Qui Harry ha 53 anni, è taciturno e parla solo per cavernose sentenze che più scritte non si può (in effetti tutte abbastanza memorabili), tiene le braccia pendule come il gorilla di Filo da torcere e con questa pellicola – di enorme successo – Clint incassò una barcata di dollaroni. Il film inizia, il protagonista va a prendersi il caffè e fa secchi tre rapinatori su quattro che hanno la sfiga di aver scelto quel diner lì da rapinare. Poi va a bluffare da un boss mafioso e lo fa schiattare d’infarto. I superiori gli dicono di darsi una calmata e lui decide di fare serata tranquilla sennonché i mafiosi provano a vendicarsi ma gli dice male e ne fa secchi altri tre. La sera dopo è un trio di stronzetti (tra cui uno mandato libero da una giudice troppo cavillosa) che prova ad arrostirlo con due molotov, ma lui gliene rende con estrema cortesia una e l’ameno trio finisce nella baia di San Francisco. Oh, ne fa secchi a mazzi di tre per volta: siamo al 43° minuto e ne ha già seppelliti dieci. Intanto una donna dalla memoria dolorosa (Sondra Locke, allora moglie di Clint e affascinante e disinvolta come un manichino) va vendicandosi della ghenga che dieci anni prima ha violentato lei e la sorella. Incrocia Callaghan nella cittadina (immaginaria) di San Paulo dove i superiori l’hanno mandato e da uno sguardo i due si intendono subito. Non sto a dirvi come va a finire perché c’è uno sviluppo ulteriormente violento e delirante che può dare qualche soddisfazione, specialmente con la scena finale che si conclude in groppa a un unicorno (…). Sappiate solo che Clint, con gli occhi spiritati e un virilissimo pistolone, perderà progressivamente la pazienza, specie dopo che gli hanno sgozzato l’amico nero e azzoppato il cane (scoreggione, giuro). (Dvd; 4/6/12)
P.s. del 2018: tre mesi dopo questa mia visione Eastwood si era surrealmente rivolto a una sedia vuota alla convention repubblicana, perculando Barack Obama e sostenendo Mitt Romney. Due anni fa ha ammesso una sorta di pentimento per il gesto, salvo poi informarci che lui, piuttosto che Hillary presidentessa, sosteneva Trump. Ecco.

943 – Il delirante Fantastica Moana di Riccardo Schicchi, Italia 1987
Moana Pozzi: l’angelo, la puttana, la santa, boh. E chi lo sa chi era, realmente? Specie dopo i misteri della morte e la beatificazione come perfetta icona cult. Io ricordo più l’imitazione di Sabina Guzzanti che le sue apparizioni tivù o le interpretazioni cinematografiche. Per cui, da vero studioso, mi procuro il film in pellicola che la lanciò, diretto dal visionario Riccardo Schicchi. Fantastica Moana è – a scanso di equivoci – una micidiale schifezza che fa quasi tenerezza per il tentativo, impossibilitato dalla mancanza di mezzi intellettuali e materiali, di costruire una fantasia erotica con uno sviluppo narrativo coerente. Anzi, se vogliamo, è un porno sbagliato, di cui si potrebbe sentenziare TROPPA TRAMA, perché la vicenda vede un ossessionato erotomane, Gabriel Pontello (già protagonista di fotoromanzi hard e idolo della generazione precedente la mia), che è ossessionato da Moana e s’ingroppa qualunque femmina gli si pari davanti – anche violentemente -, sognando di possedere la steatopigia pornodiva platinée. Il racconto è ambientato in un borgo che puzza di povertà, con esterni rurali squallidissimi e scene urbane che ci rimandano a un’Italia provinciale anni Ottanta imbarazzante. Lui ha una faccia da scemo rara ed è peloso come un orsetto. Lei è altera e bellissima e per qualche misteriosa trasmissione del pensiero viene turbata ed eccitata dalle fantasie del protagonista maschile. Le gesta del Pontello sono patrimonio comune di Moana, del suo agente e dei suoi compari: come per miracolo di sceneggiatura si conoscono tutti e condividono le info, arrivando alla mutua decisione che per liberare il borgo e la testa di Moana dall’incubo di questo satiro conviene farlo trombare con l’oggetto del suo desiderio.
Lei, voce off, ci spiega: “Esorcizzarlo consisteva nel coinvolgerlo in un’orgia a quattro e cioè distruggere ai suoi occhi la mia immagine”. Roba che neanche Deleuze e Guattari. Per cui Moana si concede generosamente all’indemoniato Pontello (assieme anche a Siffredi, che è il futuro tanto quanto Pontello era il passato) e si chiude in bellezza con champagne stappato. È finita? Ma no! C’è l’uscita magnificamente folle: Moana finalmente liberata guarda in camera, si contorce di nuova in preda a frenesia belluina e conclude: “E adesso… chi sarà di voi?”. Wow! Beh, che dire? L’alternanza tra realtà e sogno è dilettantesca ma il continuo montaggio parallelo è anche di un coraggio spropositato per un genere solitamente al risparmio. Detto questo le qualità tecniche del film sono imbarazzanti e quando ci sono momenti di recitazione Moana sonda gli abissi dell’infamità attoriale con un distacco quasi metafisico. E del resto anche quando zompa facendo e facendosi fare di tutto è straniante: non sembra mai partecipe, semmai dignitosamente indifferente, nivea, alta, bionda, aristocratica e sfuggente. Probabilmente questo atteggiamento che si riscontrava anche nelle uscite pubbliche ha contribuito a renderla l’icona che è diventata: silenziosa e misteriosa e presuntamente intelligentissima (ma per quali dichiarazioni non si sa), forse – come ha ipotizzato qualcuno – per accreditare i tantissimi amanti importanti (spettacolo, sport e politica… si diceva del cinghialone) dichiarati. Boh. (Youporn, 15/6/12)

945 – Lorax – Il guardiano della foresta di Chris Renaud, USA 2012
Lorax sembra il nome di un gastroprotettivo da banco. E invece è un discreto film, che da una storiellina piccina picciò del Dr. Seuss costruisce una vicenda più articolata. Chi si lamenta che il film è per bambini: 1) non ha sicuramente letto l’originale di Seuss (e gli basterebbero 5 minuti), 2) ha visto il film in preda a turbinio digestivo. Però qualche criticonzo ha detto questa stupidaggine per primo e da lì tutti hanno scopiazzato l’affermazione. Sbagliata. Comunque: si schianta dal caldo e al cinema si sta al fresco, per cui ci andiamo con le due bimbette. Loro si divertono molto e io le seguo, Barbara invece borbotta un po’ annoiata. Film dal messaggio ambientalista e anche anticapitalista, in un film hollywoodiano che farà milionate di dollaroni col merchandising. È contraddittorio? Sì, e alcuni hanno aspramente criticato il tradimento del messaggio del Dr. Seuss ma grande è la confusione sotto il cielo e questo è sempre bene. In termini spettacolari il film fila come un razzo. Straordinario il lavoro scenografico e la cura dei particolari: ormai non stupisce l’accuratezza della realizzazione quanto la scelta dei materiali, come in un film vero e proprio, girato live action o come cazzo si dice, ma ci siamo capiti. Qui il vetro o il metallo o la pietra hanno una resa più vera del vero che fa impressione. Ammirevole è l’invenzione di un mondo rotondo spassoso, allietato da canzoni molto divertenti, dove il cattivo è un tappetto iroso e avido (cosa che a noi italioti ricorda sicuramente qualcuno). Proiezione perfetta e luci solo tenui accese sui titoli. Esperienza da ripetere il cinema: ogni volta che ci torno lo penso. E poi non lo faccio, ach! (Cinema Ducale, Milano; 23/6/12)

946 – Mondo Cane oggi, l’orrore continua commesso da Max Steel, Italia 1986
L’orrore è quello che prova lo spettatore, non equivochiamo. Trattasi di repellente documentario erede dei Mondo Movie di Jacopetti, Cavara e Prosperi e che mette in fila, col solito commento stolido e suadente, nell’ordine: un aborigeno nudo che dorme sul ciglio della strada, un duello tra cani, un campeggio nudista tedesco (mmh) e – sdoganate le tette – vai!: donne in palestra, lotta di donne nude, modelle di nudo, danzatrice nera delle Figi seminuda che sa muovere indipendentemente le tette (oooh!), pescatrici di alghe giapponesi a seno nudo, donne nude che si fanno spugnare con le alghe. Poi, dopo l’erezione inversa provocata, passiamo a New York (cioè, la civiltà, si direbbe, ma…) e ci scoppiamo una bella apertura di cadavere ripieno di droga, allenamento di judoka, indiani che lavano i panni, tuffi in un tempio indiano, gauchos argentini, agopuntura ustionante, tatuaggi giapponesi, pitoni cinesi scuoiati, gastronomia estrema con serpentelli decapitati, corrida spagnola, lapponi che bevono sangue di renna e cibi afrodisiaci con tartarughe mangiate fresche. Il passaggio deve aver solleticato il montatore che subito propone dei massaggi occidentali con una bella patata pelosa in primissimo piano, bassorilievi erotici a Khajuraho e una lesbicata veloce veloce, per par condicio. Si passa poi a usi e costumi del mondo: svastiche indiane, cadaveri bruciati sulle rive del Gange, pipistrelli giganteschi, pesca nel fango, sushi servito su una donna nuda, ciccione americane alle Hawaii, vacche sacre che cagano letame poscia impastato a mano, allevamento di bovini in USA e macellazione, vita tra i morti di fame in India, tonsura dei monaci buddhisti, bambini storpiati per chiedere l’elemosina, culturisti indiani, igiene giapponese, massaggi sensuali, amputazione yakuza di un dito (la scena si direbbe vera, ma chissà), elettroshock, operazione a pene aperto, travestitismo orientale very exciting, evirazione a Casablanca (nel momento supremo del taglio, commento illuminante: “Il re è morto!”), crescita del seno con tubi aspiranti, cadaveri e rimozione di una calotta cranica e infine visita sul set di un film porno atroce con attori urfidi. L’orrore continua, indubbiamente: alla fine cosa ho visto? Una carrellata antologica di cose “strane”, impressionanti e pruriginose, senza un vero filo conduttore. Stelvio Massi è il responsabile di cotanta ignominia, subìta a tratti – confesso – con l’avanzamento veloce che, va bene l’aggiornamento professionale del Cacace, ma a tutto c’è un limite. (24/6/12)

947 – Cazzi vostri: Open Water di Chris Kentis, USA 2003
Attenzione agli spoiler, eh. Dunque: film di grande successo in diversi festival per appassionati di cinema horror e/o serie B, Open Water parte da una bella idea ma soffre per la malaccorta realizzazione: è infatti girato con una telecamera digitale peggiore della mia che risale al 2002. Non c’è alcun controllo della fotografia, con errori da operatore alle prime armi (ambiente luminoso e volti neri, per esempio). E inoltre il riversamento per l’emissione tivù (come accadeva anche a Italiano per principianti in Dvd) non passa evidentemente attraverso lavorazioni su pellicola e il risultato è poverissimo, proprio da filmino delle vacanze. In questo caso vacanze che finiscono in vacca ma a livelli epici. Dunque: esiste gente che si diverte a fare escursioni subacquee per guardarsi il fondo marino. Oh: hanno ben inventato i Dvd documentari PROPRIO per farci vedere comodamente da casa cosa cazzo ci sia la sotto, eh. Lo dico perché una volta ho fatto snorkeling sul mar Rosso e da allora mai più: m’è venuto un infarto perché un sacchetto bianco fluttuante mi ha fatto credere di essere vittima dell’attacco di una manta assassina. Vabbeh. Ad ogni modo la coppia dei protagonisti fa parte invece di questi invasati con bombole, mute, pinne etc., solo che il destino è beffardo e siccome queste cose sono organizzate da tipi che passano il loro tempo a sbevazzare e a dire “easy man” agli stolidi turisti, finisce che i due vengono dimenticati in mare aperto, ai Caraibi, ma mica a venti metri dalla riva come a me. E in mezzo al mare fa freddo e capita di incrociare bestiole come squali, barracuda e meduse. E poi viene la notte e hai una sete micidiale e la fatica ti ammazza. Da un punto di vista narrativo l’inghippo è ben gestito: l’attesa dei soccorsi e l’angoscia crescono bene fino a un prefinale buttato via (una lite insulsa – in quella situazione, poi –, la notte che passa in un baleno, l’attacco degli squali velocissimo) e un finale gestito veramente col culo, in campo lunghissimo, mentre dovrebbero arrivare i soccorsi. Un anticlimax frustrante, dove tenti di capire cosa stia succedendo al posto di goderti sadicamente l’epilogo GIUSTO della vicenda. Ispirato a una storia vera, film decisamente inferiore alle ambizioni e premiato perché queste operine grammaticalmente atroci fanno tenerezza al pubblico dei festival, che intravede una possibilità per piazzare un giorno i propri filmini matrimoniali. Non m’ha fatto impazzire, s’intuisce, no? (Coming Soon Television; 26/6/12)

(Fine – 80)

Utilizzate a dovere il vostro Bonus Cultura! È ancora in libreria per i tipi di Odoya Divine Divane Visioni – Guida non convenzionale al cinema, con la prefazione di Mauro Gervasini (direttore di FilmTV) e la postfazione di Giorgio Gherarducci (Gialappa’s Band).
Altre Divine Divane Visioni su Twitter e Facebook.
Oppure binge reading qui, su Carmilla.

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L’estate del 1964 ( o giù di lì e oltre) – 2 https://www.carmillaonline.com/2016/01/21/lestate-del-1964-o-giu-di-li-e-oltre-seconda-parte/ Thu, 21 Jan 2016 22:07:05 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=27926 di Sandro Moiso

Wild Bunch 1Torniamo, però, ancora al 1964. Quando arrivò pure il primo western di Sergio Leone: “Per un pugno di dollari”. Vietato ai minori di 14 anni, ma mio padre, approfittando del fatto che ero abbastanza alto, garantì per me alla cassa del cinema. Sempre sia lodato, per il suo amore per il cinema western, mica per la sua liberalità. Negli anni avrei prima o poi rimesso in discussione tutto, da Marx a Lenin passando per Bordiga, ma Leone e Peckinpah mai.

Il discorso sulla violenza e il sangue fatto prima per la narrativa odierna vale altrettanto per [...]]]> di Sandro Moiso

Wild Bunch 1Torniamo, però, ancora al 1964. Quando arrivò pure il primo western di Sergio Leone: “Per un pugno di dollari”. Vietato ai minori di 14 anni, ma mio padre, approfittando del fatto che ero abbastanza alto, garantì per me alla cassa del cinema. Sempre sia lodato, per il suo amore per il cinema western, mica per la sua liberalità. Negli anni avrei prima o poi rimesso in discussione tutto, da Marx a Lenin passando per Bordiga, ma Leone e Peckinpah mai.

Il discorso sulla violenza e il sangue fatto prima per la narrativa odierna vale altrettanto per il cinema. Ma quei due, per i quali il West era solo un pretesto per parlare di anarchia e di rivoluzione e di uso delle armi per riparare ai torti dei potenti, furono un’altra cosa. Dei maestri. Che aprirono la strada ad un breve periodo in cui i pistoleri dell’Ovest sembravano avere le fattezze dei rivoluzionari cubani e latinoamericani. Soprattutto quando ad interpretarli erano chiamati Gian Maria Volonté o Warren Oates.

Nell’autunno del 1964 entrai nella scuola media unica, che era stata avviata con la riforma scolastica entrata in vigore il 31 dicembre 1962 con effetto dall’anno scolastico successivo. Grazie a ciò, nel giro di pochi anni raddoppiò il numero degli allievi frequentanti le scuole medie superiori. I numeri valgono più delle ideologie per spiegare i fenomeni sociali. Anche per il’68.
Che ci trovò, per così dire, pronti.

Pochi venivano da un inquadramento partitico o da un indottrinamento politico.
Sicuramente leader e leaderini avevano seguito quel percorso, ma furono pochi e grande era il disordine che regnava sotto il cielo di quei giorni.
Tutti si buttarono a pesce per abbrancarci e molti di noi sfuggirono a stento alle sirene che volevano richiamarci verso il PCI o verso i marxisti-leninisti dalle varie linee nere e rosse.

Ma quando ci avvicinarono noi avevamo già assaggiato le carezze dei calci dei moschetti, dei manganelli o delle catenelle delle manette. Sparate dritte sulla faccia o sulla testa. Oppure, se ci era andata bene, soltanto sulla schiena.
Ma eravamo incoscienti e piuttosto ostili a quella disciplina che volevano inculcarci, a tutti i costi, a calci in culo. L’unica cosa che ci interessava davvero era render pan per focaccia. A fascisti e polizia.

La teoria arrivò più tardi, mica subito.
L’azione precede la parola e poi ne richiede l’uso per spiegarla.
E le parole precedono le idee. Le parole spiegano l’azione e, in seguito, le idee che ne derivano creano il mondo. Anzi, creano la visione del mondo.
Ma nella materialità del mondo è l’azione che fa la differenza. Tutto il resto arriva dopo.

Marx affermò chiaramente che la classe operaia o lotta o non è.
Insomma la classe si fa tale in quanto agisce. Soltanto dopo pensa e riordina le sue azioni e le sue strategie. Quei teorici del partito che volevano portarci la coscienza da fuori, non si rendevano nemmeno lontanamente conto che il fenomeno era in realtà completamente rovesciato. Infatti potevano intravedere la coscienza grazie all’azione esercitata dalla classe e soltanto così innamorarsene.

Allo stesso tempo cercare di definire la classe o l’appartenenza ad essa in termini politici a partire da elementi non biografici, ma esclusivamente economici e sociali rischia di far cadere in un realismo sociologico che può forse funzionare per i grandi numeri, ma non per i percorsi individuali o generazionali.

In realtà per capire a ritroso la storia di una scelta complessa come quella di diventare militanti rivoluzionari occorre, un po’ come fece Walter Benjamin con la sua ricostruzione dei passages parigini, ricercare corrispondenze, collezionare ritagli casuali e tracce; giungendo cioè a creare quella che il filosofo tedesco chiamò una “fantasmagoria dialettica”, in cui quelle scarse e sparse testimonianze e ricordi, opportunamente assemblati e giustapposti possono, soli, rendere l’immagine della tempesta personale che fu scatenata da eventi tra i più disparati e che avrebbe accompagnato e prodotto avvenimenti meglio indirizzati una volta raggiunto un diverso ordine interiore.

giù la testa Gli avvenimenti, i più diversi tra di loro, ci possono avviare verso un percorso rivoluzionario prima di averne piena coscienza. Soltanto dopo questo primo passo sarà possibile razionalizzare le scelte e indirizzare gli sforzi verso un comune obiettivo. Vale per l’individuo e vale per l’azione di classe o di un partito rivoluzionario o preteso tale. Che non può esistere se non è preceduto dall’azione spontanea dei movimenti sociali. Dopo li potrà comprendere, anticiparne alcune scelte e, magari, guidare momentaneamente, ma non li potrà mai e poi mai creare.

Quei movimenti non si possono inventare. Sono la manifestazione fenomenica di un inconscio collettivo profondo. Nutrito di sogni, bisogni, parole, suoni, desideri, istinti, inconsapevole a se stesso fino a quando non si presenta un elemento scatenante: una crisi, un licenziamento, una promessa non mantenuta, una speranza infranta, un maltrattamento inaspettato o di troppo. E ciò avviene in un momento preciso, lungo come il decennio dal’68 al ’77 oppure brevissimo, come il tempo di uno sparo.

Ma in quel momento tutto si illumina, tutto diventa chiaro, tutto risplende di luce propria anche se chi cercherà di prenderne la testa vorrà appropriarsi di quella stessa luce, finendo col risplendere di una luce riflessa. Come un satellite che gira intorno ad un astro vero. Paradossalmente attratto dal moto di rotazione del corpo celeste di superiori dimensioni e allo stesso tempo, presuntuosamente, convinto di determinarlo. Mentre la fine del movimento e della rotazione costante di quel corpo ne segnerà l’inevitabile caduta o dispersione nell’immensità del cosmo.

Ed è per questo che ciò che fa scoppiare una rivolta o una rivoluzione una prima volta può non funzionare una seconda. Ed è ancora per questo che i partiti che sopravvivono all’esperienza che li ha generati sbagliano sempre nel comprendere i fenomeni successivi.
Si aspettano ciò che è già stato e non capiscono che, molto probabilmente, non si ripeterà più. Almeno con la stessa intensità, violenza e determinazione.

Ed è infine per questo che i partiti rivoluzionari di un tempo sono destinati a diventare i partiti della conservazione, se non addirittura della controrivoluzione nelle successive stagioni della storia.
Così, spesso, hanno finito col barattare i principi generali a cui si ispiravano pensando che fossero quelli ad essere sbagliati; senza rendersi conto, invece, che era la loro attesa che aveva tempi diversi da quelli del treno della storia. Che pur sarebbe prima o poi passato, ma non per quella stazione e con quegli orari.

Ho scritto da altre parti che eravamo come giovani treni lanciati in corsa.
Noi eravamo saliti su quel treno, lo avevamo acchiappato al volo; eravamo diventati quel treno.
Ne eravamo contemporaneamente i passeggeri e la locomotiva e continuammo a correre.
Fino a quando deragliò o fu fatto deragliare.
Dal treno potevamo vedere o intuire la destinazione, ma non potevamo controllare i binari.

mexican train Mi vengono in mente le immagini dei treni durante la rivoluzione messicana. Stracarichi di armati, donne, bambini, cavalli.
Come al solito quelle immagini ci erano giunte mediate dal cinema di Leone e di Peckinpah. Su quei treni là gente ci viveva, non viaggiava soltanto.
Intorno a quei treni si combatteva, si moriva, si vinceva e si perdeva.
Forse da lì mi è venuta l’idea di quella nostra definizione. Che mi piace ancora.

Mi piace soprattutto l’immagine di quei treni fermi, ma con le locomotive sbuffanti.
Esprimono ciò che è ancora solo in potenza e non ancora in essere; anche se lo fanno già prevedere.
Oggi mi sento ancora sullo stesso treno, ma forse ha imboccato un binario morto.
Oppure i passeggeri sono scesi tutti o quasi e hanno deciso di prenderne un altro. Forse a quella stazione di cambio ero addormentato oppure guardavo distrattamente da un’altra parte.

Eppure, eppure…
Ricordo che, quando quel treno era in corsa, nelle ultime fermate ci eravamo scontrati fermamente con il PCI. Il vero garante dell’ordine. Democratico si diceva allora.
Ed oggi vedo giovani dei centri sociali e precari e lavoratori scontrarsi con gli eredi di quel partito e con il loro governo. Anche oggi si chiamano “democratici” o, tra poco, Partito della nazione.

Superata questa immagine del treno?
Dovrei parlare di rete o di reti? In fondo in rete scrivo ed invio i miei messaggi in bottiglie di byte.
Ma ho i capelli bianchi e nel mio immaginario quei binari che si perdono verso l’orizzonte, sui quali si corre trascinati da una macchina pulsante, mi affascinano di più.
Anche se, quando parlo con i miei allievi, mi accorgo che non possono più vivere le stesse mie emozioni. Ed io le loro.

Ma il problema posto dal superamento di questo modo di produzione orrendo permane.
E una parte della teoria già prodotta potrebbe ancora servire.
A patto di sapere dove si cela la classe oggi, quali sono i suoi comportamenti, quali le sue azioni.
Autentiche e non scimmiottate.
Dove trovare l’equivalente della classe operaia quando questa, qui in Occidente, è stata ridotta ai minimi termini, dispersa, convogliata verso rivendicazioni miserabili ed egoiste?

Gli operai che trovavo alle porte della FIAT negli anni settanta avevano, quasi sempre, la stessa mia età. Avevamo molti gusti in comune e lo stile di vita non era così distante. Come sarebbe stato possibile non intenderci, al di là del volantino o del giornale distribuito davanti ai cancelli?
Anche loro erano già stati dipinti come teppisti. Prima in piazza Statuto poi in corso Traiano.

Il giovane rivoluzionario è sempre dipinto come un teppista o un delinquente.
Oppure come un terrorista, anche se ha contribuito soltanto al sabotaggio di una betoniera.
E’ facile perdere la fiducia dopo una certa età.
E’ facile scoraggiarsi e rinunciare.
Non è vero che si continui a credere per auto-consolazione, sarebbe più facile lasciar perdere.
Guardare scorrere le immagini del film del mondo staccando l’audio.
Oppure non guardarle proprio, rivolgendo lo sguardo ad uno schermo grigio di cui abbiano preventivamente sabotato ogni funzione.

Ma c’è un demone, un virus che ci ha infettato il sangue. Tanto tempo fa.
Che non ci permette di guardare da un’altra parte.
Che ci obbliga a cercare di capire, ancora. E ancora. E ancora.
Chissà se si sentivano così quei vecchi compagni della sinistra dissidente che, in pochi, cercarono di trasmetterci l’odio per lo stalinismo e la grande truffa dei socialismi nazionali?

wild bunch 3 Chissà se sentivano così quei vecchi partigiani che prendevano la parola alle manifestazioni anti-fasciste dei primi anni settanta?
Erano mica più vecchi di noi adesso, eppure sembravano così anziani e, talvolta, lontani.
Si sentiva così mio padre quando, dopo anni di diverbi con me per le mie scelte politiche, prese una sera il telefono per minacciare il vice-questore di Torino che, a sua volta mi aveva minacciato insieme a mia madre?

Come si sentiva mia nonna quando si ricordò, durante la ristrutturazione della casa di campagna, di fare sparire da un camino in disuso le armi che mio padre si era portato a casa dopo la Resistenza?
Quelle stesse con cui lei, donna di campagna ma dallo sguardo fermo e deciso, aveva minacciato il negoziante borsanerista che cercava di arricchirsi sulle spalle dei compaesani subito dopo la fine del conflitto, mostrandogli gentilmente la bomba a mano che portava nelle tasche del grembiule?
Cosa di cui, quest’ultima, mia madre, donna di tutt’altra pasta, si vergognò sempre tantissimo.

Abbiamo provato tutti le stesse cose, in tempi e forme diverse?
Siamo tutti anelli di una stessa catena?
Di cui, secondo i periodi, cambia soltanto la forma e la forgiatura?
Abbiamo sempre gli stessi nemici, dal volto cangiante ma dagli stessi modi e comportamenti?
Come diceva il titolo di un film di vampiri capitalisti dei tardi anni settanta: Hanno (solo) cambiato faccia?

hannocambiatofaccia A volte si rischia veramente di sentirsi come criceti destinati a far girare all’infinito la stessa ruota.
Forse, una volta spogliati degli orpelli ideologici, intellettuali e politici , lo siamo davvero. Tutti.
Vittime di una invisibile e superiore “livella” che ci condanna, ancor prima di morire, ad un personale inferno di ripetizioni di atti, gesti, parole e pensieri. Tutti apparentemente così importanti, tutti quasi sicuramente futili. Come maschere di un teatro e di un copione che neppure Pirandello avrebbe osato o saputo immaginare.

Comunque il passato era poco più che un sogno e il suo influsso sul mondo era ampiamente esagerato. Perché il mondo veniva rinnovato ogni giorno ed era solo l’attaccamento degli uomini alla sua svanita esteriorità che poteva fare del mondo un’ulteriore esteriorità […] Vedere le cose come stanno è uno sforzo. Cerchiamo dei testimoni ma il mondo non ce li fornisce. E’ questa la storia, la storia che l’uomo costruisce da solo con ciò che gli viene lasciato. Rottami. Qualche osso. Le parole dei morti. Com’è possibile costruire un mondo da tutto questo?” (Cormac McCarthy)

(Fine seconda parte – continua)

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