Sergio Cimino – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 16 Jun 2026 06:30:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Piazza Statuto: il viaggio nel tempo di Dario Lanzardo https://www.carmillaonline.com/2026/04/07/piazza-statuto-il-viaggio-nel-tempo-di-dario-lanzardo/ Mon, 06 Apr 2026 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94059 di Sergio Cimino

Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto. Torino, luglio 1962, Feltrinelli, 1979, pp. 212.

Gli scontri di Piazza Statuto a Torino, che si protrassero dal 7 al 9 luglio del 1962, furono il punto in cui conversero in uno spazio e tempo determinato, quelle forze generate da due anni di intense lotte operaie, che non avevano trovato più dinanzi a loro, la possibilità di essere incanalate nella normale dialettica sindacale. Dario Lanzardo – ferroviere, militante della Cgil, della corrente di sinistra del Psi e del collettivo dei Quaderni Rossi, poi fotografo e scrittore – ha un rapporto duale con [...]]]> di Sergio Cimino

Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto. Torino, luglio 1962, Feltrinelli, 1979, pp. 212.

Gli scontri di Piazza Statuto a Torino, che si protrassero dal 7 al 9 luglio del 1962, furono il punto in cui conversero in uno spazio e tempo determinato, quelle forze generate da due anni di intense lotte operaie, che non avevano trovato più dinanzi a loro, la possibilità di essere incanalate nella normale dialettica sindacale.
Dario Lanzardo – ferroviere, militante della Cgil, della corrente di sinistra del Psi e del collettivo dei Quaderni Rossi, poi fotografo e scrittore – ha un rapporto duale con quell’evento.
Da una parte è uno dei partecipanti agli scontri, nonché testimone diretto delle reazioni da essi suscitate in ambito sindacale e politico. Dall’altro è autore di un libro, La rivolta di Piazza Statuto, che scrive a distanza di 17 anni dai fatti.

Proprio questa sua duplice presenza e il fatto di tornarci a riflettere in un contesto profondamente mutato dalle trasformazioni avvenute nel tempo trascorso, ampliano la portata di senso del saggio, ben oltre il perimetro di una pregevole e suggestiva ricostruzione storica. Gli anni successivi al secondo dopoguerra, caratterizzati da un impetuoso sviluppo economico, erano stati accompagnati da una serie di contraddizioni, che poi saranno alla base di crescenti tensioni sociali.
Nelle fabbriche, a fronte di un aumento della ricchezza collettiva, vengono vissuti come sempre più inaccettabili l’esiguità degli aumenti salariali e il mancato miglioramento delle condizioni di lavoro. Nel 1962 a Torino la ripresa di una maggiore conflittualità operaia sfocerà nei due scioperi alla Lancia e alla Michelin. Si tratta di mobilitazioni molto dure, che si protrarranno per mesi, e che assumono rilevanza storica perché prefigurano le caratteristiche che connoteranno la lotta di classe nel decennio successivo. La composizione sociale della classe operaia è profondamente mutata dopo un decennio di sviluppo industriale disancorato da una visione d’insieme e da una crescita collettiva ed equilibrata.
Molti operai sono di origine meridionale, affluiti al Nord in seguito alle massicce migrazioni per far fronte alla necessità di manodopera. Unitamente ai cambiamenti tecnologici che impatteranno sui processi produttivi, ciò condurrà all’emergere della figura dell’operaio massa, dequalificato, che accanto allo sfruttamento nella fabbrica, si vede escluso dai modelli di consumo che si affermano, relegato ai margini della vita sociale e ghettizzato nei quartieri degradati di città cresciute nel disordine urbanistico.
Questa classe operaia di nuova formazione si mostrerà meno incline a delegare le proprie istanze di lotta sociale e politica alle organizzazioni del movimento operaio. A Piazza Statuto si assiste proprio al primo acuirsi di questa divaricazione.
Già negli scioperi di cui si diceva, alla Lancia e alla Michelin, la determinazione degli operai scavalca le cautele dei sindacati. A questi ultimi, viene riservata la funzione di trattare con la direzione, non di dirigere la lotta.
La mobilitazione non resta circoscritta ai lavoratori di quelle specifiche aziende, ma vede il coinvolgimento di altri operai, a volte la fusione con agitazioni sindacali nate altrove (come quella della Rabotti), la solidarietà dei commercianti, l’organizzazione di una lotta di quartiere, con il sorgere di comitati di difesa, casse di resistenza, appoggio logistico. A tutto ciò si aggiungerà infine la protesta degli studenti.

È questo il retroterra che fa da sfondo agli scioperi di giugno del ’62 che coinvolgono la Fiat e che rompono un lungo periodo di assenza dalle lotte, dei lavoratori del gigante automobilistico. Salta il modello di integrazione-repressione che ha reso monche dell’apporto degli operai dei più importanti stabilimenti industriali italiani, le mobilitazioni degli anni precedenti.
L’epilogo della vertenza, con la firma di un accordo separato al ribasso tra la Fiat e i sindacati Uil e Sida, nonostante la riuscita dello sciopero, sarà la miccia che farà esplodere la rivolta di piazza.
Quella che si configurerà come una vera e propria battaglia urbana andrà avanti per tre giorni e in un certo senso sarà il naturale proseguimento delle modalità in cui era stato portato avanti lo sciopero, con l’organizzazione di picchetti particolarmente determinati nel non permettere l’ingresso di nessuno.
Le pagine di Lanzardo fanno parlare i protagonisti.1 L’insieme dei tasselli va a comporre un quadro in cui è possibile riconoscere un abbozzo di coordinamento strategico dei protagonisti degli scontri. È significativo in tal senso, l’apporto di quegli operai che erano stati partigiani e che misero a disposizione le loro esperienze e cognizioni militari.
La trasformazione della lotta sindacale in una lotta popolare di più ampio respiro verrà interpretata dal Partito comunista e dalla Cgil con la finalità di dimostrare l’estraneità agli scontri dei militanti delle proprie organizzazioni, se non per casi singoli, lasciatisi trascinare con leggerezza nella degenerazione dei disordini. La tesi su cui si reggerà questa posizione è quella del cambiamento della composizione sociale della piazza: questa, solo al principio sarà caratterizzata dalla presenza massiccia degli operai, mentre in un secondo momento vedrà il prevalere di agenti provocatori, giovani teppisti, se non di fascisti tout court, in molti casi pagati da padronato e partiti di destra, con lo scopo di gettare discredito sullo sciopero e sulle organizzazioni del movimento operaio. La stessa linea sarà mantenuta durante i processi tenutisi per direttissima, durante i quali gli avvocati del Pci arriveranno nel migliore dei casi a esprimere una comprensione paternalistica nei confronti degli imputati, senza mai riconoscerne l’appartenenza a partiti e sindacati di sinistra, anche di fronte alle evidenze contrarie.

Nella disamina di queste posizioni, Lanzardo allarga la sua osservazione a quelle espresse negli anni successivi. Con i sommovimenti del 1968 e l’esplodere delle lotte operaie e studentesche si assiste da parte di esponenti del Pci a una legittimazione a posteriori di Piazza Statuto. Ne viene riconosciuta la radice operaia e inquadrato quello che all’epoca era stato stigmatizzato come lo sprigionarsi di una brutalità da condannare – nel migliore dei casi estranea al movimento operaio, nel peggiore frutto di una preordinata strategia provocatoria -, come l’inizio di quel processo che avrebbe poi portato alle lotte e all’avanzata delle organizzazioni del movimento operaio di fine decennio.
Ma, come si è detto al principio, il punto di osservazione di Lanzardo è situato in un momento ulteriormente successivo, cosa che gli permette di dubitare che vi sia stato un cambiamento politico sostanziale alla base del recupero della rivolta di Piazza Statuto.
Per suffragare questa conclusione, Lanzardo cita il fatto che uno schema analogo di rigetto, viene applicato alla radicalizzazione delle lotte degli anni 68-77, con il riemergere delle consuete categorie: aggettivi quali, provocatori, anarchici e persino fascisti, vengono affibbiati ai militanti della sinistra extraparlamentare, nei momenti di maggiore scontro con la linea di responsabilità nazionale fatta propria dal Partito comunista e dalla Cgil, negli anni successivi al compromesso storico e alle politiche di austerity.
Utile strumento per approcciarsi criticamente non solo a eventi che sono stati cruciali nella storia sociale di questo Paese e come chiave interpretativa per demistificare l’apparente mutevolezza di certe evoluzioni politiche, La rivolta di Piazza Statuto ci conduce anche a una riflessione più generale sul rapporto tra tempo e coscienza politica, fatto che, nella congiuntura che viviamo e che porta le tracce della più che quarantennale regressione della classe lavoratrice, assume un ulteriore grumo di senso rispetto alla stesura del saggio.
Ci invita infatti a evitare nelle nostre analisi lo schiacciamento sul presente. Schiacciamento che, se nei tempi analizzati dal libro di Lanzardo, ossia in una fase di forza del movimento dei lavoratori, poteva dirsi condizionato dall’opportunismo e dal collaborazionismo degli organismi dirigenti del movimento operaio, oggi vede un ulteriore fattore generativo in un distorto e semplicistico utilitarismo binario, che subordina l’agire collettivo, alla necessità di risultati immediatamente tangibili, ignorando completamente le innumerevoli e imprevedibili variabili che vengono coinvolte nella deflagrazione della lotta e che, il più delle volte, non sono legate a avanzamenti e risultati, da una linea retta di facile percezione e comoda spendibilità mediatica.


  1. L’insieme delle numerose testimonianze raccolte da Lanzardo costituiscono un tessuto narrativo che, al di là del valore storico, imprigiona il lettore nell’evocazione dell’atmosfera di quegli anni, stabilendo un coinvolgimento emotivo che rivaleggia con le più riuscite pagine di romanzi e racconti d’ispirazione sociale. Così, ad esempio, c’è il momento di sospensione del tempo prima del turno di lavoro che permetterà di capire la riuscita dello sciopero; gli operai che piangono nel constatare il successo della mobilitazione dopo aver vissuto il carico della repressione alla Fiat del decennio precedente; o infine, la gioia di Gerardo nel constatare che gli scontri ai quali lui ha partecipato e che lo hanno coinvolto nel procedimento giudiziario, hanno contribuito, quantomeno, alla crescita della coscienza politica della madre, fino ad allora succube del modello familiare paternalista e che, seppur votava comunista, lo faceva “perché glielo diceva [suo] padre”. Una testimonianza che pare ricordare in certi momenti, l’evoluzione del rapporto tra Tom Joad e la madre, nel capolavoro di Steinbeck.  

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E le stelle non stanno solo a guardare. Il Cronin politico https://www.carmillaonline.com/2025/05/10/e-le-stelle-non-stanno-solo-a-guardare-il-cronin-politico/ Fri, 09 May 2025 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88333 di Sergio Cimino

Archibald J. Cronin, E le stelle stanno a guardare, Bompiani, 1970.

Grazie anche al grande successo ottenuto dalle trasposizioni cinematografiche e televisive dei suoi principali romanzi, quando si pensa ad Archibald J. Cronin è quasi automatico associargli accanto alle doti di abile narratore, la connotazione di autore dal forte taglio sociale. La lettura dei romanzi nei quali è maggiormente presente questo aspetto può tuttavia restituirci una caratterizzazione meno generica e politicamente più significativa dello scrittore. È il caso, ad esempio, del romanzo E le stelle stanno a guardare, pubblicato nel 1935 ed ambientato in una cittadina mineraria inglese, nel [...]]]> di Sergio Cimino

Archibald J. Cronin, E le stelle stanno a guardare, Bompiani, 1970.

Grazie anche al grande successo ottenuto dalle trasposizioni cinematografiche e televisive dei suoi principali romanzi, quando si pensa ad Archibald J. Cronin è quasi automatico associargli accanto alle doti di abile narratore, la connotazione di autore dal forte taglio sociale.
La lettura dei romanzi nei quali è maggiormente presente questo aspetto può tuttavia restituirci una caratterizzazione meno generica e politicamente più significativa dello scrittore.
È il caso, ad esempio, del romanzo E le stelle stanno a guardare, pubblicato nel 1935 ed ambientato in una cittadina mineraria inglese, nel periodo che va dagli anni che precedono il primo conflitto mondiale, fino al principio degli anni Trenta.

Sulla scorta della sua esperienza di ispettore medico minerario, Cronin narra le vicende che si svolgono nella fittizia Sleescale, sulla quale incombono le impalcature della miniera Nettuno, proprietà della famiglia Barras.
Il romanzo si apre subito nel vivo di uno sciopero in atto e sulle durissime condizioni in cui sono costretti a vivere i minatori che hanno aderito alla mobilitazione, guidati da Robert Fenwick.
Già da queste prime pagine, alla parte umanitaria, caratterizzata dall’adozione di un punto di vista che spinge il lettore all’empatia con i minatori, segue quella più politica, costituita da una chiara descrizione delle dinamiche dello sciopero, evento cardine per la comprensione dello scontro tra le classi.
Da una parte i lavoratori, che basano la propria resistenza sulla capacità di superare le ristrettezze dovute alla mancanza del salario; dall’altra la possibilità del padrone di far durare la chiusura delle attività facendo affidamento sul “gruzzolo” accumulato, frutto dello scambio diseguale insito nel sistema capitalistico.
Se un importante snodo risulta essere l’incidente nella miniera causato dalle scarse misure di sicurezza approntate da Richard Barras, l’anima politica del romanzo acquisisce una forte accelerazione quando la narrazione arriva agli anni della Prima guerra mondiale.
David Fenwick, affrancatosi dal lavoro della miniera grazie alla prosecuzione degli studi fortemente voluta dal padre Robert, vede la guerra come un effetto del difettoso sistema politico e le condizioni in cui sono costretti a vivere i minatori, come un effetto del difettoso sistema economico.
Ma la radice comune dei due eventi è resa paradossalmente in modo ancor più convincente dalle vicissitudini di Arthur Barras, figlio del proprietario della miniera.
Ossessionato dai morti del disastro minerario, Arthur rifiuta di partire per la guerra, ritenendo inaccettabile lo spreco di vite umane che essa comporta. Per questa sua scelta verrà processato e condannato a due anni di prigione.
Nella sua sensibilità, esaltata dal trauma vissuto, Arthur concepisce la guerra, seppur in modo istintivo, naturalistico, come un’espansione della strage dei minatori. La guerra e la strage sono due modi in cui lo stesso soggetto, la classe dominante, succhia il sangue proletario, per la realizzazione dei propri fini.
La narrazione degli anni del conflitto si focalizza sui meccanismi di arricchimento che conseguono all’aumento delle spese militari e alle speculazioni più ardite. Uno dei personaggi principali, Joe Gowlan, proveniente da una famiglia del ceto impiegatizio della miniera Nettuno, proprio grazie alla guerra, metterà a frutto la sua totale mancanza di scrupoli per divenire uno dei principali uomini d’affari a capo dei nascenti trust, destinati a sostituire le proprietà capitalistiche individuali.
Un punto centrale del contenuto politico del romanzo è affidato alla forza della propaganda, destinata a far breccia sulle masse, pur essendo costruita sulle più evidenti ipocrisie, con i lavoratori incensati come eroi, quando si tratterà di persuaderli a fare la cosa giusta per combattere la barbarie dei nemici (è piuttosto impressionante l’analogia di certi proclami tendenti alla demonizzazione del nemico, con le esternazioni mediatiche dei nostri giorni), per poi tornare ad essere feccia refrattaria all’ordine, quando la guerra finirà e la classe operaia cercherà di mantenere alcune delle condizioni migliori figlie dello sforzo produttivo dovuto alla guerra.
Ciò viene posto in modo chiaro nelle parole che il segretario dell’associazione dei padroni delle miniere rivolge ad Arthur Barras, succeduto alla guida della miniera al posto del padre. I lavoratori, dice il segretario, debbono capire che è ora che si torni ciascuno al proprio posto, e che comprendano che sono venute meno le condizioni del conflitto che avevano determinato una singolare coesione sociale.
In questi frangenti, la figura di Arthur sarà ancora determinante nel contribuire alla vera e propria nitidezza analitica sottostante il romanzo.
Deciso ad imporre una svolta “illuminata” nella gestione della miniera, Arthur investirà ingenti risorse per aumentare i salari e per rendere sicura e più salubre la miniera. Questo suo tentativo di capitalismo paternalista sarà tuttavia destinato al fallimento per il concorrere di vari fattori, ognuno dei quali assurge a simbolo delle forze che imperversano nel sistema capitalistico.
Cronin usa in un modo magistralmente efficace le vicende del romanzo, per sviscerare i vari passaggi logici che potremmo trovare in un saggio di un intellettuale marxista.
Nel dopoguerra, l’apertura a nuovi mercati e la concorrenza di un carbone più scadente, costringerà Arthur ad accettare una penale capestro per la fornitura al trust aggressivo di cui è a capo Joe Gowlan, emblema del salto di qualità organizzativo conseguente al processo di concentrazione del capitale. La rinnovata stagione di conflittualità sociale al termine del fittizio idillio interclassista del periodo bellico, lo vedrà costretto ad adeguare i suoi più alti standard salariali al forte ridimensionamento richiesto dalle associazioni padronali, pronte a sferrare la loro risposta reazionaria al protagonismo operaio e a fabbricare gli anticorpi idonei a prevenire il contagio della rivoluzione bolscevica in Europa. La serrata padronale alla quale Arthur non potrà sottrarsi, pena il suo isolamento politico, sarà determinante nel non permettergli il rispetto dei tempi e il pagamento della penale, che si sommerà al forte indebitamento sostenuto per ammodernare la miniera. Colpo di grazia per le sue ambizioni si rivelerà infine il sabotaggio degli impianti da parte della frazione operaia più radicale, che lo obbligherà a vendere a prezzo irrisorio la miniera al gruppo economico di Gowlan, presso il quale troverà lavoro come sorvegliante.
La parabola di Arthur è quella che meglio esprime forse l’aspetto più politico del libro, e cioè l’impersonalità dei meccanismi attraverso i quali funziona il sistema capitalistico.
Sono i nessi sociali che legano i soggetti collettivi a fare la Storia. E nel loro sferragliare sono destinati a essere sminuzzati anche i propositi migliori, eticamente condivisibili.
Seppur in modo diverso, anche David si troverà a veder naufragare il suo personale anelito a una maggiore giustizia sociale. Divenuto deputato laburista si renderà amaramente conto che la realtà delle istituzioni politiche è una palude nella quale possono impantanarsi i progetti più ambiziosi di cambiamento sociale.
E non solo per l’avversione delle forze nemiche. Ma anche per il fuoco amico delle burocrazie collaborazioniste presenti nelle organizzazioni che dovrebbero rappresentare gli interessi della classe lavoratrice.
Così, nonostante il momento relativamente favorevole dei laburisti, il progetto della nazionalizzazione delle miniere, punto di forza della campagna elettorale e di cui David è uno dei principali fautori, verrà prima rallentato e poi fortemente depotenziato nel suo iter parlamentare, fino a divenire un innocuo simulacro, che causerà la disfatta del partito laburista nelle successive elezioni.
David tornerà allora a fare il minatore, accompagnando il figlio del fratello morto in guerra (mentre l’altro era deceduto, “simmetricamente”, nel disastro minerario con il padre), nel suo primo giorno di lavoro. Scenderà nell’abisso del pozzo con il ragazzo, in modo analogo a quanto fatto dal padre con lui ad inizio del romanzo, quasi a continuare un ciclo esistenziale immodificabile, in cui il sospiro dei minatori sembra salire fino alle stelle, che guardano dall’alto, il rinnovarsi dei patimenti e delle sofferenze umane.
Ma la fine non è improntata ad un fatalismo rinunciatario.
Durante il tragitto verso la miniera, David ha modo di riflettere su quanto accaduto. Quello che gli dà forza, è il sentirsi nuovamente parte di una comunità che lo supera. Un soggetto collettivo che gli ridona speranza di lotte future.
Una chiusa che si avvicina a quella del capolavoro di Zola, affine per temi e ambientazione, e nel quale, lo scrittore francese, quasi mettendo a tacere il suo orientamento riformista, lascia che nelle ultime parole si respiri il sentore dell’insopprimibile funzione germinativa della rivoluzione e dell’avanzata della classe lavoratrice.

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Fahrenheit 451: molto prima del fuoco https://www.carmillaonline.com/2024/04/13/fahrenheit-451-molto-prima-del-fuoco/ Fri, 12 Apr 2024 22:01:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81981 di Sergio Cimino

Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, 2023, pp. 180, € 12,50.

“Era una gioia appiccare il fuoco”, pensa Montag, nel noto incipit del romanzo di Ray Bradbury. E quel fuoco non ha smesso di dardeggiare negli oltre settant’anni di vita di questo capolavoro. Il corpo dei vigili, che nella realtà futura immaginata dallo scrittore americano, non si occupa più di spegnere gli incendi ma ha il compito di bruciare i libri, irradia la sua potente deflagrazione simbolica non solo in chi ha letto il romanzo, ma anche in coloro che ne hanno solo sentito parlare. La suggestione si alimenta delle [...]]]> di Sergio Cimino

Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Mondadori, 2023, pp. 180, € 12,50.

“Era una gioia appiccare il fuoco”, pensa Montag, nel noto incipit del romanzo di Ray Bradbury.
E quel fuoco non ha smesso di dardeggiare negli oltre settant’anni di vita di questo capolavoro.
Il corpo dei vigili, che nella realtà futura immaginata dallo scrittore americano, non si occupa più di spegnere gli incendi ma ha il compito di bruciare i libri, irradia la sua potente deflagrazione simbolica non solo in chi ha letto il romanzo, ma anche in coloro che ne hanno solo sentito parlare. La suggestione si alimenta delle immagini forti evocate dall’invenzione letteraria, prime fra tutte quelle degli storici roghi dei libri appiccati dai nazisti.

Nella parte di mondo autoproclamatasi Regno della libertà, lo schiacciamento interpretativo del romanzo su una chiave di lettura liberaldemocratica non stupisce.
Certo, in questi decenni, tra le analisi di Fahrenheit non sono mancate quelle che attraverso l’estremizzazione tipica delle distopie, hanno evidenziato gli aspetti maggiormente critici delle società capitalistiche occidentali. È il caso, ad esempio, del conformismo indotto dai sempre più pervasivi programmi televisivi. Nel romanzo, la televisione diviene una presenza costante nelle case, fino ad occupare intere pareti. L’ambizione più grande è quella di poter installare anche la quarta parete, creando nella propria abitazione qualcosa che si avvicina alla realtà virtuale. Attraverso un convertitore di frequenza, infatti, i personaggi televisivi si rivolgono direttamente al telespettatore, chiamandolo per nome. Le presenze sullo schermo divengono propri familiari, di cui si condividono senza sosta e senza fine, le vicissitudini più varie, dalle quali però è bandito qualsiasi senso compiuto. È l’intrattenimento totalizzante, qualcosa che, presente solo in germe al tempo di stesura dell’opera, va ascritta alla capacità predittiva di Bradbury.
Se l’analisi del romanzo viene allargata non solo al presente narrativo in cui sono collocati i personaggi, ma anche alle dinamiche storiche che lo hanno preparato, il risultato in termini di significanza politica dell’opera diviene molto più complesso, sia della sintesi liberal di facile presa, di cui si diceva al principio, sia di una disamina frammentaria dei singoli aspetti deteriori delle democrazie occidentali ad economia capitalistica, la cui carica critica potrebbe facilmente essere disinnescata nel considerare tali aspetti come elementi accidentali e quindi emendabili, di un sistema socioeconomico del quale non viene messo in discussione il primato.

Per procedere all’analisi larga di cui si diceva, punto centrale del dispositivo politico del romanzo è il lungo discorso che il capitano dei vigili del fuoco, Beatty, pronuncia in casa di Montag, cercando di fornirgli una base ideologica che prevenga quello che il suo superiore ha già subodorato come lo sviluppo di un pensiero critico foriero di una possibile ribellione.
Per raggiungere questo scopo il capitano Beatty è disposto a rischiare quello che normalmente non deve essere fatto: narrare la storia della loro professione, cosa che solo i capi ancora ricordano. Ma l’evoluzione della milizia, fino al compito istituzionale di distruggere i libri esistenti, è così connaturata con la storia tout court, che il passaggio a quest’ultima avviene senza soluzione di continuità.
Scopriamo così che il progresso tecnologico ha impresso una maggiore velocità ai processi sociali. Tutto ha cominciato ad andare più veloce. Il turbine, partito dai mezzi di trasporto e dai processi produttivi, si è esteso ai tempi di vita. I libri, le riviste, tutto ciò che richiede applicazione, viene ridotto a sintesi. Gli articoli ai soli titoli. Il condensato di opere complesse le ha rese accessibili democraticamente alla massa. Ciò aumenta anche la portata quantitativa delle informazioni a disposizione di ciascuno con il risultato che sotto la spinta di tutte queste sollecitazioni il pensiero viene disperso. A ciò si accompagna un progressivo discredito dell’attività intellettuale, che diviene solo un peso capace di far perdere tempo inutilmente. Gli studi divengono sempre più brevi e, quel che più conta, devono essere funzionali ai processi produttivi. Per marginalizzare l’attività intellettuale, un ruolo importante è svolto dal tempo libero, durante il quale tutto deve distrarre il pensiero. Diviene importante un costante stimolo a fare qualcosa. Assumono rilevanza le attività sportive, i consumi, l’ossessione degli spostamenti incessanti con le auto.
Un punto importante del racconto del capitano Beatty è quello relativo alla tutela delle minoranze. La strumentalizzazione della questione conduce a depotenziare qualsiasi posizione critica che possa condurre ad un turbamento sociale. Sembra di vedere l’uso cloroformizzante che viene fatto del politically correct ai nostri giorni.

E l’arte? La musica, la letteratura, il cinema, in un quadro siffatto, devono suscitare solo riflessi condizionati, “una reazione tattile alla vibrazione”.
Nella costante ricerca di non lasciare spazio al pensiero, persino eventi naturali come la morte devono essere occultati, con l’eliminazione dei riti funebri e la loro sostituzione con procedure industrializzate di polverizzazione dei corpi, affinché anche in quel caso sia allontanato ciò che potrebbe produrre angoscia.
Ecco perché al termine del racconto del capitano Beatty, la realtà in cui i vigili del fuoco hanno il compito di bruciare i libri, che è poi l’elemento maggiormente iconico del romanzo, viene ridotto ad un fatto quasi irrilevante.
Scopriamo infatti, che non vi è stato bisogno di alcuna legge liberticida per condurre alla proibizione dei libri. Ma che è stato lo svilimento dei libri e delle attività intellettuali su cui si è incentrata la narrazione del capitano, a renderli privi di importanza, detestati dalle masse. Solo dopo è intervenuta la legge, che ha ratificato una situazione di fatto.
Se la gran parte dei singoli punti toccati dal racconto del capitano Beatty agghiaccia per la familiarità con analoghi aspetti del nostro presente, quello che colpisce ancor più, è proprio la lucida consapevolezza della rilevanza che assumono le sotterranee (e sotterrate, dai mezzi di propagazione ideologica nelle mani della classe dominante…) dinamiche sociali nella spiegazione dei processi storici.
Ed in fondo, il mondo di Fahrenheit 451, cosa configura se non un quasi perfetto Regno della libertà?
Beatty ci fa sapere che persino un libro nelle mani di un vigile del fuoco può essere ammissibile. Almeno una volta nella vita, succede ad ogni milite del fuoco di sentire un certo prurito, che gli fa venire voglia di sapere cosa dicono i libri. Che si gratti allora. E scopra da solo che i libri non hanno proprio nulla da dire. Di modo che dopo questa scoperta, possa tornare ad essere uno dei custodi della pace spirituale. Uno di quelli che evitano di divenire come la famiglia di Clarissa McClellan. Eccentrici, che invece di chiedersi come una cosa sia fatta, si attardano ancora a chiedersi il perché venga fatta.

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Una realtà mutevole: La spiaggia di Falesà di R. L. Stevenson https://www.carmillaonline.com/2024/02/17/una-realta-mutevole-la-spiaggia-di-falesa-di-r-l-stevenson/ Fri, 16 Feb 2024 23:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81222 di Sergio Cimino

Quando Wiltshire, io narrante della Spiaggia di Falesà, racconto lungo di Robert Louis Stevenson, arriva in prossimità dell’isola su cui dovrà occuparsi dell’emporio della compagnia per la quale lavora, non è né giorno né notte. Già fin dall’incipit il racconto porta uno dei marchi tipici del suo autore: l’impossibilità di un’interpretazione univoca della realtà. L’indeterminatezza del momento, descritta come un limbo dal cielo rosa con una luna che non ha ancora abdicato alla sovranità del cielo e la stella del mattino che brilla come un diamante, conduce Wiltshire a fare la conoscenza dell’isola prima ancora che visivamente, attraverso l’olfatto, [...]]]> di Sergio Cimino

Quando Wiltshire, io narrante della Spiaggia di Falesà, racconto lungo di Robert Louis Stevenson, arriva in prossimità dell’isola su cui dovrà occuparsi dell’emporio della compagnia per la quale lavora, non è né giorno né notte.
Già fin dall’incipit il racconto porta uno dei marchi tipici del suo autore: l’impossibilità di un’interpretazione univoca della realtà.
L’indeterminatezza del momento, descritta come un limbo dal cielo rosa con una luna che non ha ancora abdicato alla sovranità del cielo e la stella del mattino che brilla come un diamante, conduce Wiltshire a fare la conoscenza dell’isola prima ancora che visivamente, attraverso l’olfatto, raggiunto dall’odore pungente della limetta selvatica che lo fa starnutire.
Ad una caratterizzazione netta si sottrae anche, fin dal suo apparire, la figura dell’antagonista del racconto, il mercante Case, che cercherà di portare alla rovina commerciale Wiltshire come già fatto con tutti coloro che l’hanno preceduto.

Anche questo racconto è pienamente ascrivibile alle opere nelle quali maggiormente tangibile è l’approccio dello scrittore scozzese, che, come evidenzia Paola Della Valle nel suo bellissimo saggio Stevenson nel Pacifico, è improntato all’alienazione da sé, alla disposizione all’ascolto e ad un’identità mai stabile ma in continua evoluzione.1
Così Case, pur se stigmatizzato complessivamente per la sua condotta amorale («…e se adesso non è all’inferno, vuol dire che l’inferno non esiste…»), non manca di suscitare in Wiltshire un certo entusiasmo per l’abilità mostrata nei più diversi frangenti e persino per la sua diabolica capacità di elaborare piani criminosi.
Proprio uno di questi piani introduce il personaggio di Uma, donna dichiarata tabù dalla comunità dell’isola e che Case fa sposare all’ignaro Wiltshire per determinarne il fallimento commerciale attraverso l’ostracismo degli indigeni.
La rilevanza che progressivamente assume Uma nel racconto, in un modo non forzato ma naturale, riassume bene l’atteggiamento di Stevenson verso i popoli colonizzati. La sua impostazione si distacca dalla letteratura tradizionale sui mari del sud che aveva come scopo la legittimazione culturale del colonialismo, visto come missione civilizzatrice di quei popoli. Ma si differenzia anche dalla vuota mitizzazione e idealizzazione, che enfatizzano la purezza degli indigeni, i quali però alla fine vengono mostrati bisognosi di una guida razionale che può essere fornita solo dal colonizzatore.
Anche per Uma il percorso che porta il lettore a fare la sua conoscenza ricalca il sentiero zigzagante di Stevenson nell’avvicinarsi alla complessità del reale.
La prima apparizione di Uma è accompagnata da un segno sensuale. Vediamo ed in parte immaginiamo le sue forme attraverso la camicia bagnata incollata al corpo. Poi affondiamo nella tenerezza dell’innocenza, mentre osserviamo il viso un po’ allungato, la fronte alta e lo sguardo timido, strano, indefinito, un misto tra quello di un gatto e quello di un bambino.
La sua figura successivamente inizia a prendere consistenza, con Uma che mostra una dignità di sposa che punge dolorosamente la coscienza di Wiltshire per il matrimonio fasullo che la ragazza ignora, non staccandosi mai dal certificato di matrimonio come se fosse un lasciapassare per il Paradiso.
L’approccio antidogmatico di Stevenson e il rifiuto delle certezze inossidabili si manifesta anche in senso dinamico. Così Wiltshire che all’inizio del racconto non nasconde aspetti della classica mentalità del colonialista, convinto della propria superiorità sugli indigeni, mostrerà nello sviluppo della storia un cambiamento interiore che intaccherà persino il credo religioso più potente dell’ondata civilizzatrice occidentale: la sacralità del profitto. In tal senso, dopo aver scoperto il brutto tiro giocatogli da Case e il tabù che grava su Uma, mostrerà di essere consapevole che l’amore per lei supera l’interesse commerciale, spingendolo a far celebrare un matrimonio regolare dal missionario.

Ma Stevenson va oltre. Uma non è solamente la sposa indigena meritevole, il che ne farebbe già una sorta di eccezione nel panorama letterario di fine Ottocento. Non è racchiudibile in un recinto per quanto dignitoso.
Uma è una donna che spariglia le carte, capace di rompere gli schemi e di sorprendere sia Wiltshire che noi lettori, già indirizzati verso l’epilogo della storia.
Dopo aver scoperto che Case riesce a tenere soggiogati gli indigeni grazie a fantocci e manufatti costruiti nella parte dell’isola che si dice infestata dagli spiriti malvagi, dei quali egli mostra di poter governare ed indirizzare le forze maligne, Wiltshire decide di andare alla resa dei conti con il proposito di eliminare il mercante e di distruggere la sua costruzione orrorifica.
Quando tutto sembra incanalato verso un finale tutto maschile, ecco che l’aiuto arriva da una diavolessa, proprio una di quelle di cui raccontano le leggende degli indigeni, che altri non è che Uma travestita, la quale, pur ancora timorosa, si è lasciata guidare dalle necessità pratiche, dopo aver ascoltato il sodale di Case e aver intuito il pericolo corso dal marito. E per non far mancare il continuo sgretolamento delle facili certezze, questo aiuto provvidenziale vestito diabolicamente, arriva poco dopo le riflessioni di Wiltshire, il quale durante l’attesa del nemico nella boscaglia oscura pervasa da sinistri rumori, dichiara di non aver paura di Case, ma delle creature mostruose narrate dagli indigeni.
Nel finale scopriamo che Wiltshire non ha coronato il sogno di aprire una locanda in madrepatria grazie ai guadagni della sua attività commerciale. Ha preferito restare sull’isola. Un po’ come il suo creatore, che visse gli ultimi anni della sua vita, in perfetta simbiosi con l’isola di Upola, la maggiore delle Samoa, dove è sepolto, e dove, come è scritto nell’epitaffio, sotto il cielo ampio e stellato egli giace dove desiderava essere.


  1. Cfr. Paola Della Valle, Stevenson nel Pacifico, una lettura postcoloniale, Aracne Editrice, 2013. La Della Valle fa risalire questa attitudine dello scrittore al contesto familiare, nel quale Stevenson svilupperebbe, secondo le coordinate lacaniane, una soggettività eccentrica, nel senso di fuori dal centro, con un conseguente bisogno dell’altro per diventare sé. 

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