Sensibili alle Foglie – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Prigionieri palestinesi https://www.carmillaonline.com/2026/04/10/prigionieri-palestinesi/ Fri, 10 Apr 2026 21:55:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94084 di Edoardo Todaro

Prigionieri palestinesi, nell’inferno delle carceri israeliane, di Maria Rita Prette, Sensibili alle foglie, 2026, pp.136, € 13,00

Essere a sostegno di quanto il popolo palestinese sta facendo, non solo dopo la fatidica data del 7 ottobre ma ben prima. La cosiddetta narrazione mainstream, impone quella data, mettendo il silenziatore a quanto è accaduto prima. La determinazione e la capacità di resistenza del popolo palestinese ha smontato questa “narrazione”. Dobbiamo cercare di avere ben presente cosa la resistenza palestinese, ci trasmette, cosa dobbiamo apprendere,e perchè no, imparare da quanto ci viene da quella terra. Imparare che è possibile resistere [...]]]> di Edoardo Todaro

Prigionieri palestinesi, nell’inferno delle carceri israeliane, di Maria Rita Prette, Sensibili alle foglie, 2026, pp.136, € 13,00

Essere a sostegno di quanto il popolo palestinese sta facendo, non solo dopo la fatidica data del 7 ottobre ma ben prima. La cosiddetta narrazione mainstream, impone quella data, mettendo il silenziatore a quanto è accaduto prima. La determinazione e la capacità di resistenza del popolo palestinese ha smontato questa “narrazione”. Dobbiamo cercare di avere ben presente cosa la resistenza palestinese, ci trasmette, cosa dobbiamo apprendere,e perchè no, imparare da quanto ci viene da quella terra. Imparare che è possibile resistere ed opporsi allo stato di cose presenti è doveroso.

Dietro la retorica “del tutto è cominciato il 7 ottobre” si nasconde una realtà ben più articolata, riconducibile al riscrivere la storia, al fatto che , si dice, che la storia la scrivono i “vincitori”. Ma chi sono i “vincitori”, che scrivono la storia? Chi ha vinto cosa? Questo libro è inserito, in tutto e per tutto, in quanto scritto sopra, prendendo in considerazione un aspetto che dobbiamo valorizzare e necessariamente prendere in considerazione: la detenzione, portata avanti dagli occupanti, certamente sì, ma anche dall’Autorità Nazionale Palestinese e da quei paesi occidentali, Italia compresa, complici del genocidio.

Leggi che attaccano la solidarietà verso la Palestina che resiste sono, ormai , diffuse ovunque; teoremi giudiziari che portano i palestinesi a varcare le soglie delle prigioni, ad esempio in Italia, e ad essere condannati, attacchi finalizzati a colpire il movimento di solidarietà con la Palestina. È innegabile dire che non c’è famiglia palestinese che non abbia avuto a che fare con la repressione; che almeno un componente di una famiglia palestinese non sia finito nelle mani dell’esercito occupante ed imprigionato.

Allo stesso tempo è necessario dire con forza che i palestinesi imprigionati, sono dei sequestrati, e che grazie alla cosiddetta detenzione amministrativa, sono dei veri e propri ostaggi. Per capire cosa voglia dire prigionia sotto occupazione, gli effetti e le conseguenze su chi la subisce è doveroso consigliare la lettura di libri di Samah Jabr che proprio Sensibili alle foglie ha pubblicato nel recente passato, ed i documenti e le relazioni provenienti dalle tante realtà impegnate sul tema, ong israeliane comprese, indicano in 9300 i palestinesi detenuti, di cui 350 bambini¸ per non citare le torture diffuse, le politiche di carestia, e la negligenza medica, che portano alla morte i detenuti palestinesi.

Un contributo, quello portato in queste pagine da Maria Prette, che rende comprensibile ai più, cosa significa liberare i prigionieri dalle carceri sioniste. Liberazione dei prigionieri politici obiettivo perseguito da sempre dalla Resistenza Palestinese, resistenza che ha un potere trasformativo per tutti noi; perché, e dico questo tenendo in considerazione quanto i movimenti di liberazione hanno portato avanti fino ad oggi, quando vengono sottratti militanti, attivi e protagonisti, i movimenti cercano di riprenderseli,e quanto detto è patrimonio dei palestinesi, 7 ottobre compreso.

Il movimento dei prigionieri è, e non potrebbe essere diversamente, al centro della lotta del movimento di liberazione palestinese, un movimento di liberazione che non ha mai abbandonato i prigionieri, perché la lotta dei prigionieri è elemento costituente e non separabile, dalla lotta generale di liberazione. Palestinesi detenuti, anzi ostaggi come detto in precedenza, sottoposti a tortura estreme e brutali; ad aggressioni fisiche, cibo insufficiente, assenza di igiene, privazione del sonno con l’evidente scopo dell’annientamento, tortura che arriva al trattenimento di corpi dei deceduti per non permettere nemmeno il diritto alla sepoltura, che potrebbe divenire un appuntamento collettivo. Tortura che non posso che rimandare a “La tortura” di Henri Alleg e la guerra d’Algeria, con l’importante e fondamentale introduzione di Sartre. Detenuti che non dobbiamo localizzare solo tra le file della Resistenza, ci sono: operatori sanitari, medici, giornalisti… persone comuni. Prigionieri, tutti e nessuno escluso, che sono parte imprescindibile della causa.

Voglio soffermarmi su quanto accade in Palestina ed ai prigionieri palestinesi, seppur in modo sintetico, dall’accesso all’acqua negato al divieto di pregare, alla violenza inferta sulle donne (Il racconto di Suaad, prigioniera palestinese). Doveroso, ed importante per capire l’importanza della questione dei prigionieri palestinesi, politici e non solo, gli innumerevoli riferimenti al contesto italiano degli anni ‘60/ ’80, prendendo in considerazione il circuito dei carceri speciali, a partire da quello di Voghera, ed all’indispensabile 4° volume del Progetto memoria, intitolato, non a caso, “Le torture affiorate”. Un libro, questo, che pone anche interrogativi importanti su cosa vuol dire “sconfitta”, sul senso che vuol dire “carcere come scuola di vita”. Un contributo, questo, indubbiamente contro il carcere come “istituzione totale”.

Il capitolo finale ci riporta a prendere in considerazione il valore della solidarietà, e di quanto questa sia, con le leggi sulla “sicurezza” e sull’“antisemitismo” messa in discussione. Finisco con Ghassan Khanafani: “la causa palestinese non è una causa solo per i palestinesi, ma una causa comune a chi è sfruttato ed oppresso”, e con “resisti, è solo una fase, passerà” sta a noi che sia così.

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Palestina, un popolo che non vuole morire https://www.carmillaonline.com/2025/08/18/palestinaun-popolo-che-non-vuole-morire/ Mon, 18 Aug 2025 21:55:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90104 di Edoardo Todaro

Alain Gresh, Palestina, un popolo che non vuole morire, Sensibili alle foglie, 2025, pp. 160, € 15

“ Sensibili alle foglie “, ormai da tempo, edita libri molto utili per conoscere e capire quanto avviene in Palestina. Si può tranquillamente andare a ritroso e trovare nel catalogo Bambini in Palestina (1) del 2003 e, da poco Voci da Gaza (2), a proposito di un incontro tenutosi a Milano, al csa Vittoria, con Halima ed Ismail Abusalama; recentemente l’attenzione si è rivolta, pubblicando ben tre libri: Dietro i fronti (3), Sumud, resistere all’oppressione (4) e Il tempo del genocidio (5);  a Samah Jabr, [...]]]> di Edoardo Todaro

Alain Gresh, Palestina, un popolo che non vuole morire, Sensibili alle foglie, 2025, pp. 160, € 15

“ Sensibili alle foglie “, ormai da tempo, edita libri molto utili per conoscere e capire quanto avviene in Palestina. Si può tranquillamente andare a ritroso e trovare nel catalogo Bambini in Palestina (1) del 2003 e, da poco Voci da Gaza (2), a proposito di un incontro tenutosi a Milano, al csa Vittoria, con Halima ed Ismail Abusalama; recentemente l’attenzione si è rivolta, pubblicando ben tre libri: Dietro i fronti (3), Sumud, resistere all’oppressione (4) e Il tempo del genocidio (5);  a Samah Jabr, scrittrice ma soprattutto psicoterapeuta che indaga ed analizza le conseguenze psicologiche dell’occupazione sionista, gli effetti che produce e che lascia in chi sopravvive alla furia bestiale e genocida degli occupanti.

Da pochi mesi, Sensibili alle foglie ha aggiunto un ulteriore tassello ai libri già editi sulla Palestina, e di questo non possiamo che ringraziarla per l’opera importante portata avanti, si tratta di: Palestina, un popolo che non vuole morire (6) di Alain Gresh. Gresh è stato caporedattore di Le Monde diplomatique, ed è un profondo conoscitore del Medio Oriente, lo potremmo inserire tranquillamente all’interno di quella categoria rappresentata da quei giornalisti che un tempo si dedicavano anima e corpo all’inchiesta sul campo.

Comunque sarebbe sufficiente il sottotitolo (Un popolo che non vuole morire) per inserire questo libro tra le bibliografie da suggerire a chi è in cerca di un qualcosa che possa aiutare a capire cosa succede in Palestina, e perché succede. Gresh espone, in queste pagine, perché Netanyahu, e con lui il sionismo di cui è portavoce, non ha raggiunto gli obiettivi prefissati, nonostante si muova con una logica di annientamento metodico, sradicamento della cultura della Palestina compreso; l’importanza, decisiva anzi fondamentale, degli “aiuti” militari che gli USA danno ad israele, che non si sa bene perché ha “il diritto a difendersi”; la fame come arma di guerra, questione ormai, purtroppo, all’ordine del giorno; la violazione del diritto internazionale; Gaza come Dresda; i paralleli con quanto avvenne in Algeria e la controinsurrezione dell’occupazione francese, in Viet Nam e cosa significa oggi essere dalla parte dei palestinesi , come negli anni ’60 essere con i vietnamiti o negli anni ’80 con i neri del SudAfrica, oggi la Palestina rappresenta il simbolo di una decolonizzazione mancata; e la resistenza, non viene certamente elusa, anzi Gresh mette in evidenza che è proprio la resistenza a rimettere al centro della politica internazionale “l’emergenza Palestina”, Palestina che è e deve essere un problema politico prima che umanitario.

Un popolo, quello palestinese, come del resto tutti i popoli sottoposti ad occupazione, che non può accettare di vivere in schiavitù a meno che non lo si stermini, ma i palestinesi non vogliono morire, resistono, si ribellano. Gresh pone questioni sulle quali interrogarsi, anche se spesso quelle che pone sono domande retoriche, come ad esempio riguardo a cos’è il terrorismo con i cattivi di ieri che sono diventati i buoni di oggi, oppure come israele si appropria della shoah usandolo come paravento per compiere quanto sta facendo, ed ancora: il 7 ottobre? Terrorismo o operazione militare e gli uccisi del campo israeliano sono stati uccisi in quanto ebrei o in quanto occupanti? E prima di quella data? E di conseguenza Hamas e le comparazioni, assurde, con Daesh o Alqaeda; ostaggi?

Sicuramente i palestinesi incarcerati grazie alla detenzione amministrativa, i prigionieri disumanizzati; il perché dei rapporti, della stretta alleanza tra le formazioni fasciste ed israele; il linguaggio come strumento di guerra e la menzogna usata ed abusata per divenire verità accettabile ma soprattutto accettata e credibile, la menzogna che viene venduta più di frequente: “ israele unica democrazia del Medio Oriente “ ed israele veste i panni della vittima, il colonizzatore/vittima ed il colonizzato/aggressore; e le critiche, del tutto legittime e giustificate, divengono solo e soltanto antisemitismo. Su tutto questo, riporto una frase da tenere a mente e che a mio avviso racchiude quanto Gresh scrive: “ ciò che avviene a Gaza è il futuro “; comunque, sfortunatamente per l’occupante, il popolo palestinese non dimentica nulla nonostante tutto. Il popolo palestinese ha, in particolare, due sentimenti che uniscono: frustrazione e rabbia. Unità che vede insieme nazionalisti e islamisti, laici di sinistra, democratici ecc … Tutti questi elementi sono evidenziati, sottolineati e contestualizzati, quanto riportato non è il punto di vista di Gresh ma è la terribile realtà. Quanto sta compiendo israele non riguarda solo la Palestina ma tutti coloro che sono incompatibili con lo stato di cose presenti. Infine un cenno, dovuto, all’importante postfazione di Maria Rita Prette ed al suo: “Sta a noi non lasciarli soli” e dobbiamo prenderlo come un imperativo categorico.

 

NOTE:

1. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/palestina/8-bambini-in-palestina.html

2. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/523-voci-da-gaza.html

3. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/scenari-di-guerra/339-dietro-i-fronti.html

4. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/423-sumud-resistere-all-oppressione.html

5. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/home/518-il-tempo-del-genocidio.html

6. https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/novita/534-palestina.html

 

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Mi devi credere! Cantiere di socioanalisi narrativa svolto con un gruppo di badanti https://www.carmillaonline.com/2020/10/01/mi-devi-credere-cantiere-di-socioanalisi-narrativa-svolto-con-un-gruppo-di-badanti/ Thu, 01 Oct 2020 21:00:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=62906 di Giovanni Iozzoli

Sara Manzoli (a cura di), Mi devi credere! Cantiere di socioanalisi narrativa svolto con un gruppo di badanti, Sensibili alle foglie, Roma, 2020, pp. 96, € 13,00

Quando si parla del lavoro “neo-servile”, viene naturale pensare ai raccoglitori agricoli, al caporalato, alle mille forme di precarizzazione selvaggia che innervano oggi la circolazione di valore e merci. Raramente pensiamo che queste forme salariate – che fondono servitù arcaiche e modernità biopolitica – le incrociamo ogni giorno nella nostra sfera di prossimità, nei nostri condomini, spesso negli appartamenti delle nostre famiglie. Cos’altro [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Sara Manzoli (a cura di), Mi devi credere! Cantiere di socioanalisi narrativa svolto con un gruppo di badanti, Sensibili alle foglie, Roma, 2020, pp. 96, € 13,00

Quando si parla del lavoro “neo-servile”, viene naturale pensare ai raccoglitori agricoli, al caporalato, alle mille forme di precarizzazione selvaggia che innervano oggi la circolazione di valore e merci. Raramente pensiamo che queste forme salariate – che fondono servitù arcaiche e modernità biopolitica – le incrociamo ogni giorno nella nostra sfera di prossimità, nei nostri condomini, spesso negli appartamenti delle nostre famiglie. Cos’altro rappresenta la funzione della “badante”, se non una figura iper-atipica di lavoro salariato in cui tutte le caratteristiche del moderno rapporto di lavoro – compenso, orario, definizione della prestazione, contrattazione – subiscono una torsione potentissima “all’indietro”, verso forme di sottomissione che appartengono ad un orizzonte apparentemente remoto? Elementi di un passato servile, conficcati dentro una situazione di modernità liquida dei rapporti: il risultato è un carico di sfruttamento e sofferenza sociale enorme, subito da donne, prevalentemente non giovani e straniere.

A dare voce a questo magma nascosto ha pensato il cantiere di socioanalisi narrativa, organizzato a Modena da Sara Manzoli, operatrice sociale e attivista. Il metodo, ormai storicamente consolidato da Sensibili alle Foglie, è quello di raccogliere e valorizzare il “racconto” orale dei protagonisti, nella sua immediatezza, senza filtri o mediazioni ; per poi usare questo materiale “grezzo”, questa polifonia soggettiva, allo scopo di far emergere il ”dispositivo” generale e astratto – il rapporto sociale, economico, di potere – che sta dietro quella sofferenza. In questo modo la sociologia critica non si de-umanizza, non diventa analisi o statistica, ma vissuto, biografie, esperienza e potenziale trasformativo.

È una lettura dura, a tratti opprimente, quella di queste testimonianze. E l’aspetto forse più inquietante, e’ la terribile realtà della microfisica dello sfruttamento: quel meccanismo perverso in cui sono le famiglie, spesso quelle con meno mezzi, a esercitare e pretendere da queste lavoratrici una sottomissione irragionevole, nel lavoro, nelle condizioni, nei tempi di vita, persino nella sfera più intima. In controluce, questi frammenti di vita “badante” raccontano di un paese che cerca di scaricare su lavoratrici povere e ricattabili, gli enormi costi sociali e umani della non autosufficienza.

Umiliazioni, estensione praticamente illimitata degli orari, mancato rispetto del riposo, della salute, della dignità umana di queste donne, viste “dagli utenti” come macchine di assistenza per anziani che non hanno più tempo e voglia di curare; l’accanimento dei “padroni domestici” (il più delle volte figli e figlie di assistiti) contro le badanti, non è fortunatamente la regola, ma la fluidità del rapporto che si instaura tra il committente – la famiglia – e la badante, apre le porte ad ogni angheria, ad ogni abuso, ad ogni “eccedenza” nelle richieste delle famiglie. È un lavoro in cui il terreno della prestazione è la nuda vita stessa: quella dell’assistito, ma anche quella dell’operatrice, quella dei familiari che l’hanno assunta, quella degli intermediari che campano sul lavoro altrui. Dentro questa crucialità esistenziale, di vita e di destini, ogni genere di tensione cova ed esplode.

Le badanti, soprattutto quelle che vivono in ospitalità, sono in una condizione di subordinazione totale, sottoposte ad una pressione delle famiglie che, a loro volta, sono costrette a svenarsi per pagare il servizio ai loro cari. Il circuito della sofferenza è claustrofobico: le famiglie trovano scarso o nullo riscontro dai servizi sociali, l’assistenza privata a domicilio diventa la risposta indispensabile per tenere in piedi gli equilibri familiari; nello sforzo di contrarre costi e spese dell’assistenza, la badante può diventare una controparte a cui lesinare persino il cibo e le condizioni minime di sussistenza. Un classico schema di guerra tra poveri nell’Italia dei giorni nostri.

Al primo colpo d’occhio questi figli sembrano gli aguzzini di questa classe lavoratrice, ma se poi andiamo a guardare bene dentro le situazioni scopriamo che questi non sono altro che essi stessi portatori di sofferenza e diritti negati (pag. 40)

Se qualche luogo comune vuole “l’assistenza domiciliare” come attività dura ma comunque renumerativa, la realtà contrattuale è drammaticamente opposta:

Lo stipendio di una badante convivente si aggira intorno a 870 euro per chi presta assistenza a persone autosufficienti mentre si parla di di circa 930 per assistenza a persone non autosufficienti. La paga oraria sta sotto i sei euro lordi l’ora. Il vitto e l’alloggio sono calcolati con un valore di 5,61 euro al giorno (…) Una badante convivente che lavora dieci ore giornaliere e ne presenzia ventidue sul posto di lavoro arriva a guadagnare circa mille e cento euro mensili (pag. 50)

Mille e cento euro. Compreso il lavoro notturno non pagato e il carico di vessazioni, mortificazioni e ricatti che una lavoratrice debole e senza tutele, è costretta quotidianamente a ingoiare. Il lucido racconto di queste donne diventa dramma, quando si parla del tema salute. Un lavoro così logorante, non può non lasciare segni permanenti su donne, spesso over 50. Poco tempo e poche occasioni per accedere alle cure del servizio sanitario pubblico.

Ma il danno più grave, oltre che sui corpi, si consuma sulla psiche di queste donne. Nel libro si racconta di una clinica psichiatrica di Iasi in Romania, in cui pare che su 3000 pazienti ricoverati in un anno per depressione, circa 150 fossero persone di ritorno dell’Italia, dove erano venute a cercare lavoro. Da qui la “sindrome Italia” (cosi e’ stata battezzata in Romania) , il mal di vivere che attanaglia migliaia di donne moldave, rumene, ucraine, che hanno vissuto il dramma del “badantato” all’italiana, per tornare nei propri paesi d’origine e misurare lacerazioni familiari altrettanto terribili.

Più che una malattia, la sindrome Italia è un fenomeno medico sociale, spiega Petronela Nechita, primaria psichiatra della clinica di Iasi in Romania: “c’entrano la mancanza prolungata di sonno, il distacco dalla famiglia, l’aver delegato la maternità ai nonni, mariti, vicini di casa… (pag. 56)

Sara Manzoli è stata abile a cucire insieme le voci di questo “collettivo” di badanti modenesi. Queste donne che raccontano se stesse non sono il prodotto di interviste sociologiche o giornalistiche, bensì di un tenace lavoro politico di ascolto, messa in relazione, organizzazione. E’ questo lavoro – immaginiamo lungo e faticoso – che permette alla parola finalmente liberata, di esprimersi con lucidità, consapevolezza, senza autocompatimenti: la presa di coscienza, da parte di queste donne, di non essere vittime del destino ma di un meccanismo costituito, di un rapporto di sfruttamento, di un modello da cambiare. E questa comprensione è il primo passo verso l’emancipazione.

Una nota di merito anche a Sensibili alle Foglie, che nel 2020 festeggia trent’anni di indagine sociale, di libri e di buona letteratura, presidiando orgogliosamente i bordi sfrangiati e inascoltati della società. Ricercare, studiare, pubblicare e dare voce a chi non ha voce: quale compleanno può essere più utile e degno?

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