Sara Montinaro – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 05 Jul 2026 19:36:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Miseria, repressione e crollo delle verità/mondo: perché parlare ancora di guerra civile https://www.carmillaonline.com/2021/03/03/miseria-repressione-e-crollo-delle-verita-mondo-ovvero-perche-parlare-ancora-di-guerra-civile/ Wed, 03 Mar 2021 22:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65071 Sandro Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del terzo millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021, pp. 390, 18 euro

I popoli in rivolta (ri)scrivono la Storia (liberamente tratto da uno slogan del Movimento No Tav)

E’ di prossima uscita, presso il piccolo ma coraggioso editore Il Galeone, una corposa antologia di saggi riguardanti il conflitto sociale odierno su scala planetaria. La quindicina di autori, residenti sia sul continente europeo che latino-americano, che hanno contribuito alla realizzazione del testo collettaneo e potuto seguire molto spesso da vicino i conflitti presi [...]]]> Sandro Moiso (a cura di), Guerra civile globale. Fratture sociali del terzo millennio, Il Galeone Editore, Roma 2021, pp. 390, 18 euro

I popoli in rivolta (ri)scrivono la Storia
(liberamente tratto da uno slogan del Movimento No Tav)

E’ di prossima uscita, presso il piccolo ma coraggioso editore Il Galeone, una corposa antologia di saggi riguardanti il conflitto sociale odierno su scala planetaria. La quindicina di autori, residenti sia sul continente europeo che latino-americano, che hanno contribuito alla realizzazione del testo collettaneo e potuto seguire molto spesso da vicino i conflitti presi in esame, hanno descritto realtà distanti per modalità di attuazione e tempistiche, ma anche svolto importanti riflessioni sul filo rosso che collega tra di loro le lotte sviluppatesi già prima dell’esplodere della pandemia da Covid-19 a livello mondiale, magari in maniera contraddittoria, ma sicuramente esplicativa per delineare il possibile futuro delle lotte di questo terzo millennio iniziato da appena due decenni.

Oltre all’introduzione del curatore, l’antologia contiene i lavori di Raffaele Sciortino (Crisi pandemica e neopopulismo), Alessandro Peregalli e Susanna De Guio (Chile despertó: storia e prospettive di un’insurrezione popolare), Fabrizio Lorusso (Comprendere la violenza e il conflitto in Messico: capitalismo antidroga, guerra neoliberale, espulsioni e necropolitica), Sara Montinaro (La pace è un lusso per chi se lo può permettere. Dal cuore della Mesopotamia, dove la guerra non ha mai avuto fine), Giovanni Iozzoli (Islam, modernità e guerra alla guerra), Marta Lotto (L’antiterrorismo in Francia: in guerra sul territorio nazionale), Enzo Names e Nicolò Molinari (All’assalto del centro. Il cammino dei Gilet Gialli dalla periferia dell’esagono ai beaux quartiers), Stefano Portelli (Uno tsunami repubblicano e antifascista in Catalogna), Fabio Ciabatti (Senza chiedere permesso. Dalle soggettività tormentate alle soggettività nella tormenta), Elena Papadia (Conflitti ambientali, criminalizzazione e gestione penale del dissenso: l’esperienza del Movimento No Tap), Emilio Quadrelli (Gang, merce, autodifesa. Note sul “fronte interno” e la guerra in permanenza), Jack Orlando (Just a Boogaloo. Ovvero del crepuscolo americano), ancora Sandro Moiso (E il folle mondo viene avanti rotolando. Immagini della Guerra Civile nel sogno americano) e Gioacchino Toni (Immaginari di guerra civile permanente).

Qui di seguito si riporta un estratto dall’Introduzione del libro, che sarà in vendita sul sito dell’editore (www.edizioni galeone.it) dalla metà di marzo e nelle librerie a partire dalla metà di aprile.

A quasi centocinquant’anni dalla pubblicazione dell’opera di Karl Marx dedicata alla Comune di Parigi, la presente raccolta di saggi si pone il compito di indagare la possibilità che la categoria di guerra civile possa, nell’immediato futuro, costituire un elemento più adeguato per l’interpretazione di un insieme di contraddizioni sociali e di lotte manifestatesi a livello internazionale con una certa frequenza e intensità nel corso degli ultimi anni, la cui eterogeneità organizzativa e di scopi può difficilmente essere ancora rinchiusa soltanto all’interno della più tradizionale, e forse riduttiva, formula di lotta o guerra di classe1.
Contraddizioni sul piano sociale, economico e ambientale agite da attori multipli, cui gli Stati, indipendentemente dalla loro collocazione geopolitica, hanno dato, quasi sempre, risposte di carattere repressivo ed autoritario.
Una situazione che, nonostante le sue contraddittorie manifestazioni, potrebbe essere foriera di una guerra civile globale destinata a ridefinire in maniera radicale, oppure a mantenere in modo sempre più autoritario, le forme di governo e di creazione e distribuzione della ricchezza sociale che reggono gli attuali rapporti di produzione.
Anche se la riflessione sulla possibilità di una nuova guerra civile globale ha preso avvio a partire da alcune considerazioni svolte su “Carmillaonline” almeno da due anni a questa parte2, l’idea di realizzare questo lavoro collettivo si è rafforzata proprio durante il periodo tutt’ora caratterizzato dalla pandemia da Covid-19 e dalle misure prese per contrastarla e superarla.
Nel frattempo, però, altre proteste accompagnate da drammatiche immagini di esecuzione a sangue freddo da parte della polizia, provenienti dagli Stati Uniti, hanno contribuito a far sì che l’idea stessa di guerra civile nelle società cosiddette avanzate dell’Occidente, che sicuramente ancora alcuni anni or sono poteva apparire peregrina, nel corso delle settimane caratterizzate dalle manifestazioni di protesta avvenute negli Stati Uniti a seguito di tali omicidi di cittadini afro-americani da parte delle forze dell’ordine e dalle parole incendiarie rivolte da Trump contro i manifestanti e a favore dell’uso della forza (anche dell’esercito stesso) per ripristinare la legge e l’ordine (Law and Order) ad ogni costo oppure ai proud boys con l’invito a “tenersi pronti”, tornasse vistosamente nei titoli degli organi di informazione, italiani e stranieri; appunto a proposito di una nuova guerra civile americana. Le cui conseguenze si sono potute cogliere pienamente con l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.
Almeno in parte, quegli eventi non costituiscono di per sé una novità assoluta per gli Stati Uniti, dove, come ha potuto affermare Ira Kratznelson: nessuna conquista ottenuta con le battaglie per i diritti civili degli afroamericani “nemmeno la presidenza di un afroamericano, ha rimosso le questioni di razza e cittadinanza dall’agenda politica. I dibattiti attuali su entrambi i punti ci ricordano chiaramente che i risultati positivi non sono garantiti. Le stesse regole del gioco democratico – elezioni, open media e rappresentanza politica – creano possibilità persistenti di demagogia razziale, paura ed esclusione”.
Ma questa totale assenza di garanzie di continuità per i diritti e le condizioni di vita già conquistati nel passato è proprio quella condizione, ampiamente confermata e diffusa in quasi tutti i paesi, sia in quelli considerati come modelli della democrazia occidentale che in quelli lontani da questa tradizione, che ha caratterizzato il nuovo ciclo di lotte cui si è prima accennato.
È proprio questa tensione in direzione dello scontro, agita per ora principalmente dalle scelte politiche, legislative e repressive degli Stati coinvolti, a rendere urgente una ricerca e una più ampia riflessione sulla possibilità di un conflitto sociale diffuso e allargato, paragonabile ad una possibile guerra civile globale. Un possibile salto di paradigma radicale che richiede anche un cambiamento dei paradigmi interpretativi precedenti.
A partire, infatti, dalle crisi economiche degli ultimi decenni, e in particolare da quella ancora mai finita apertasi nel 2008, anche là dove le lotte e i conflitti sociali e sindacali sembravano aver garantito migliori condizioni di vita e lavoro nel ventennio compreso tra gli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80, i margini della qualità della vita e della sua riproduzione sociale hanno iniziato, prima lentamente e successivamente in maniera sempre più rapida e significativa, ad essere erosi, riportandoli indietro di decenni.
Se tale processo di erosione della qualità della riproduzione della specie umana ha potuto in un primo momento diffondersi in maniera meno sensibile per le società occidentali con i processi messi in atto dalla cosiddetta globalizzazione, successivamente i meccanismi di liberalizzazione dei mercati, dei commerci e dei contratti di lavoro hanno finito col manifestare, anche nei paesi più ricchi, il loro vero volto. Attraverso un percorso caratterizzato dalla sempre maggior concentrazione della ricchezza e dei mezzi di produzione in poche mani e dal contemporaneo impoverimento e peggioramento delle condizioni delle classi lavoratrici e dalla progressiva e rapida scomparsa delle classi medie.
Un percorso per molti anni ritenuto possibile soltanto nelle aree meno sviluppate del globo, che ha rimescolato anche le caratteristiche degli attori sociali coinvolti; in un contesto in cui frange di classe operaia prima garantita e poi impoverita, lavoratori autonomi e titolari di piccole o piccolissime imprese, lavoratori occasionali o migranti, disoccupati cronici e giovani senza molte prospettive occupazionali, hanno finito per trovarsi di volta in volta gli uni accanto agli altri oppure schierati su fronti opposti. In un contesto di disfacimento e ricomposizione delle classi coinvolte che sembra ormai essere in atto ovunque e non soltanto nei paesi occidentali (ex-) più ricchi.
[…] I processi di espropriazione ed impoverimento della maggioranza della popolazione, stanno oggi contribuendo ad una gigantesca ricomposizione di classe che vede precipitare in un immenso proletariato tanto i milioni di rifugiati e profughi che migrano da un angolo all’altro del pianeta, in cerca di una sicurezza esistenziale ed economica che nessun governo intende realmente garantire loro, quanto le classi medie impaurite dell’Occidente, che nello slogan dei gilets jaunesFine del mondo, fine del mese stessa cosa – possono riconoscere un perfetta sintesi della loro situazione. Una situazione in cui proletariato e proletariato marginale, sottoproletariato, lavoratori salariati e piccoli borghesi declassati e impoveriti si confondono in continuazione grazie alla diffusione del lavoro precario, delle agenzie del lavoro e, soprattutto, del venir meno di qualsiasi garanzia economica e lavorativa.
L’elenco delle forme di organizzazione e delle richieste immediate messe in campo dal basso in ogni dove, potrebbe continuare a lungo, ma ciò che si rende necessario sottolineare è il fatto che tutte queste realtà si trovano di fronte a uno spazio di manovra e trattativa istituzionale sempre più ristretto o quasi nullo, poiché la risposta dei governi non è altra che quella legata all’intimidazione, alla repressione e al silenziamento, se non al massacro, dei movimenti e dei militanti che negli stessi sono coinvolti. Silenziamento e repressione ben temperati, che si avvalgono, a seconda della situazione, di armi e violenza oppure di ipocriti appelli alla condivisione di obiettivi comuni (tipo il Green New Deal o la mobilitazione nazionale contro il “virus”). Il tutto sempre più “garantito” da un diritto penale del nemico che dopo essere uscito dallo stretto recinto della lotta al terrorismo si è diffuso sempre più nell’uso giuridico comune, all’interno di un ordinamento democratico soltanto presunto che dopo aver fatto di tutto per cancellare la logica dell’amico/nemico da ogni considerazione politica di classe l’ha poi pesantemente ripresa e applicata nella valutazione e nella persecuzione dei reati, anche minori o insignificanti, collegati a qualsiasi forma di resistenza. Carcere, lager, morte, tortura e violenza non sono stati strumenti repressivi tipici soltanto del passato e dei regimi totalitari, ma sempre più sembrano esserlo nel presente, in ogni angolo d’Europa e del mondo. Miseria y represion come era scritto su uno striscione dei manifestanti cileni.


  1. D’altra parte questa parzialità del concetto di lotta di classe si manifestò fin dagli albori della riflessione marxiana sulle prospettive e i percorsi politici del necessario superamento dello Stato come strumento di oppressione sociale e del modo di produzione che ne sottendeva le funzioni. Non a caso Marx titolò la sua opera sulla Comune parigina: La guerra civile in Francia. Di quel testo almeno due osservazioni ci sembrano particolarmente attuali. La prima riguarda l’alleanza tra classi medie e proletariato: “Una parte rilevante della classe media ha aderito alla guardia nazionale di Belleville. I grandi capitalisti hanno pianto, quando i piccoli affaristi e gli artigiani andarono con la classe operaia.[…] I decreti sugli affitti e sugli effetti cambiari sono realmente due colpi magistrali, senza di essi i tre quarti dei piccoli uomini d’affari e degli artigiani sarebbero andati in bancarotta.” (Appunti di un discorso di Karl Marx sulla Comune parigina in Karl Marx, 1871 La Comune di Parigi. La guerra civile in Francia, edizione integrale con annessi i lavori preparatori ed altri inediti. Edizioni International – Savona e La vecchia Talpa – Napoli, 1971, p. 428).
    Mentre la seconda, pur riferibile alla Francia dell’epoca, si abbatte ancora come un colpo di mazza sulle reali funzioni della “democrazia” parlamentare e dei suoi rappresentanti: “La repubblica parlamentare del partito dell’ordine non è solo il regno del terrore della classe dominante. Il potere di Stato diventa nelle sue mani lo strumento dichiarato della guerra civile, nelle mani del capitalista, del proprietario fondiario e dei loro parassiti di Stato, contro le aspirazioni rivoluzionarie del produttore. Sotto i regimi monarchici, le misure repressive ed i principi dichiarati dal governo in carica sono denunciati al popolo dalle frazioni delle classi dominanti che non sono al potere. Gli elementi di opposizione, all’interno della classe dominante, interessano il popolo alle loro beghe partigiane, chiamando in causa il suo proprio interesse, assumendo l’aspetto dei tribuni del popolo; difendendo le libertà popolari. Ma sotto il regno anonimo della repubblica, amalgamando i mezzi di repressione dei vecchi regimi del passato (tirando fuori dagli arsenali di tutti i regimi del passato le armi della repressione), e maneggiandoli spietatamente, le frazioni diverse della classe dominante si lanciano andare a continui voltafaccia. […] Questa forma particolarmente crudele del domino di classe è dunque nello stesso tempo la più odiosa e la più rivoltante. Esercitando i poteri dello Stato solo come strumento di guerra civile, non può conservarlo che prolungando all’infinito la guerra civile. Al vertice, c’è l’anarchia parlamentare, ci sono gli intrighi incessanti di ognuna delle frazioni del partito dell’“ordine” per la restaurazione del suo regime favorito; poiché è in lotta aperta contro tutto il corpo sociale escluso dalla sua ristretta cerchia, il domini del partito dell’ordine diventa il più intollerabile domino del disordine.” (Karl Marx, La guerra civile in Francia, op.cit. pp. 284 – 285)  

  2. Si veda Ultimo atto in Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, Milano-Udine 2019, pp. 213-228 oltre a quanto viene detto nella Introduzione. Warzone ovvero da Flint a Flint. La guerra come condizione di esistenza, là dove, parlando della diffusione dei confronti di carattere militare su scala planetaria, si affermava già che questi: “in fin dei conti, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg di un conflitto che affonda le radici in tutta la società occidentale, fino a far prospettare, soprattutto nel caso degli Stati Uniti, una vera e propria guerra civile tra le classi, le etnie e gli stati della Federazione.
    Guerra civile strisciante che è già operante in gran parte del mondo e anche qui in Europa e in Italia dove, dalla ZAD alla Valsusa e ogni altro luogo in cui si resiste al modo di produzione dominante e alla sua distruzione dell’ambiente, dei territori e dei rapporti sociali interni alla specie umana per sostituirli con quelli basati sulla competizione e l’odio reciproco, l’azione dello Stato e del suo braccio armato repressivo (polizia, magistratura, forze armate nazionali e mercenarie) assume fisionomie sempre più rigide e aggressive. Una guerra civile che i media stanno preparando e sostenendo, come per gli interventi militari esterni, parlando di pacificazione, modernizzazione e democratizzazione”. pp. 14-15  

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Ancora sulla banalità del male https://www.carmillaonline.com/2020/12/02/ancora-sulla-banalita-del-male/ Wed, 02 Dec 2020 22:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63698 di Sandro Moiso

Sara Montinaro, Daeş. Viaggio nella banalità del male, Meltemi editore, Milano 2020, pp. 160, 14,00 euro

Sara Montinaro, laureata in Giurisprudenza e specializzata in violazione dei diritti umani, è stata procuratrice a Parigi presso il Tribunale Permanente dei Popoli sulla Turchia e il popolo curdo, ha collaborato alla realizzazione di diversi progetti nel Rojava (Siria del Nord-Est) e partecipato a numerose missioni umanitarie nei Balcani, in Grecia, in Tunisia, in Cisgiordania-Palestina, in Turchia, nel Kurdistan iracheno e nello stesso Rojava.

E’ stata, probabilmente, questa vasta esperienza pregressa ad averle permesso, nel testo appena pubblicato da Meltemi, di [...]]]> di Sandro Moiso

Sara Montinaro, Daeş. Viaggio nella banalità del male, Meltemi editore, Milano 2020, pp. 160, 14,00 euro

Sara Montinaro, laureata in Giurisprudenza e specializzata in violazione dei diritti umani, è stata procuratrice a Parigi presso il Tribunale Permanente dei Popoli sulla Turchia e il popolo curdo, ha collaborato alla realizzazione di diversi progetti nel Rojava (Siria del Nord-Est) e partecipato a numerose missioni umanitarie nei Balcani, in Grecia, in Tunisia, in Cisgiordania-Palestina, in Turchia, nel Kurdistan iracheno e nello stesso Rojava.

E’ stata, probabilmente, questa vasta esperienza pregressa ad averle permesso, nel testo appena pubblicato da Meltemi, di ripercorrere le tracce di Hannah Arendt nel perseguire, illustrare e portare alla luce quello che l’autrice di origini ebraiche aveva definito, in una delle sue opere più celebri, “la banalità del male”. E Sara ha potuto farlo nei confronti di Daeş e dello Stato Islamico non soltanto grazie alla ricca bibliografia e alla sitografia consultate e citate nell’opera, ma anche, e soprattutto, al rapporto diretto stabilito sul campo, nel corso della primavera e dell’estate 2020, attraverso le sue interviste, tanto con rappresentanti dell’intelligence e combattenti delle forze YPG (Unità di protezione popolare) – YPJ (Unità di difesa delle donne) curde quanto con imam, foreign fighters e donne un tempo, e in alcuni casi ancora attualmente, riconducibili all’ideologia e alle pratiche dell’Isis.

E’ importante poi, dal punto di vista di chi scrive queste brevi note, che a farlo sia stata una donna (in realtà ci sarebbe da dire “ancora una volta una donna”) poiché una parte cospicua del libro è dedicato proprio alle condizioni delle donne dell’Isis, sia che si tratti di volontarie, convertite straniere oppure rapite nel corso delle operazioni di occupazione territoriale. E non sempre questa condizione rinvia ad un modello unico di comportamento, di sottomissione o adattamento alle condizioni imposte dalla pretesa legge islamica imposta dall’organizzazione religiosa, politica e militare riconducibile a Daeş.

L’analisi di Daeş o Isis, qual dir si voglia, richiede però, secondo l’autrice, nuovi schemi interpretativi, capaci di decifrarne la novità e la complessità. Dichiararne la scomparsa, a seguito soltanto della sconfitta militare subita sul campo di battaglia nel 2018, non serve a nulla, anzi rischia di nascondere il fatto concreto della sua riorganizzazione e del suo rafforzamento. Occorre cogliere la sua capacità di penetrazione culturale e ideologica che avviene su più piani e, soprattutto, grazie all’ignoranza dei fattori che lo hanno causato e giustificato agli occhi di tanti diseredati. Nelle metropoli occidentali come nel Medio Oriente e in altre parti del mondo.

L’aspetto religioso, il piano giuridico-politico, la storia e i conflitti interni, le differenze tra le diverse etnie, tribù e minoranze, l’aspetto sociale proprio di questi luoghi e della società tutta (d’altronde 40.000 foreign fighters sono più che sufficienti per dimostrare che si tratta di un fenomeno globale), assieme ai traffici illeciti, alle relazioni con le mafie nostrane e internazionali, intrecciati con le forme di sciovinismo e nazionalismo implementate e alimentate nell’ultimo secolo, sono tutti pezzi di un puzzle e parte integrante di questo grande mosaico. I riferimenti agli intrecci con il regime Baathista di Saddam Hussein, la prigione di Camp Bucca, i collegamenti con i servizi di intelligence di altri paesi sono dati di fatto. Bisogna essere consapevoli, inoltre, che la politica nostrana (dagli armamenti alla politica energetica di idrocarburi, dagli investimenti delle banche italiane alla gestione migratoria, dalla libertà di culto alla costruzione di moschee, e questi sono solo alcuni esempi) ha degli effetti che si riverberano in altri luoghi e su altre popolazioni1.

Perciò, è da queste considerazioni che occorre procedere a ritroso per cogliere tutti gli aspetti di quella che è ancora corretto definire come la banalità del male. Perché Daeş non è un cane nero sbucato dall’Inferno e i suoi militanti ed esponenti e le loro azioni, per quanto efferate, non sono solo il rigurgito di una o più menti malate. Costituiscono invece l’immagine capovolta di una società e di un modo di produzione che della violenza sulle minoranze, i generi, le etnie e i diseredati e della loro completa sopraffazione e sottomissione ha fatto il suo pane quotidiano.

Una modernità che nei peggiori sostenitori di un ritorno a un mitico passato (Erdogan, Turchia e Arabia Saudita) trova i suoi migliori alleati. Ognuno con le sue strategie geo-politiche, economiche e militari. Ognuno coinvolto in una guerra spietata rivolta sia all’interno che all’esterno dei propri confini. Ognuno attento a costruire o rafforzare un proprio domino o Califfato sulle aree di interesse strategico. Sempre più lontane dai confini nazionali, come succede in Libia, Africa sub-sahariana o alcune aree asiatiche.

Una partita in cui la risorsa energetica simbolo dello sviluppo di marca occidentale, il petrolio, riveste comunque una posizione centrale tra gli interessi che la animano, così come ben dimostrano l’interesse dell’Isis e dei suoi alleati tutt’altro che nascosti e i loro traffici milionari attraverso le frontiere. Ma in cui anche i migranti, più che un pericolo come quello sbandierato dai difensori dei confini occidentali, diventano autentica carne da vendere e macellare, in vista di un maggior profitto, nel mercato mondiale della miseria, dell’emarginazione e dello sfruttamento (sia lavorativo che sessuale o militare).

Ma è proprio questa sua nascita dalla modernità, al di là dello sventolamento utopico di un mitico Califfato ispirato ad un passato sempre travisato, a rendere attualmente l’ideologia dell’Isis e la sua pratica così irriducibili alla mera sconfitta militare.
Nell’Isis e nelle sue pratiche organizzative, nella sua violenza sistematica e nelle sue politiche di dominio si rispecchia la “nostra” società egoista, solitaria, sessista, razzista, classista ed escludente. Il mostro, se così vogliamo chiamarlo anche se con un tal genere di definizione si rischia sempre di cadere nella retorica e nelle semplificazioni, l’abbiamo partorito noi. Certo non, o non soltanto, la millenaria, e troppo spesso travisata, tradizione dell’Islam.

Le complesse burocrazie che governano ogni atto e ogni amministrazione territoriale dello Stato islamico, compreso un complesso sistema di welfare, così ben descritte da Sara Montinaro nella prima parte del suo testo, ricordano le burocrazie complesse non soltanto delle dittature ma anche degli stati sedicenti democratici come quello in cui viviamo. L’uso indiscriminato e abile delle risorse della Rete per arruolare, coinvolgere, convincere i futuri adepti di ogni nazionalità e quello dei social di ogni tipo per permettere loro sia di ritrovarsi in una comunità o umma virtuale che di contattarne le strutture clandestine attraverso Face Book, Instagram, Twitter e, oggi, anche TikTok, non rinvia ad altro che all’uso che oggi viene fatto quotidianamente, e con gli stessi obiettivi formali, non solo dai disseminatori di fake news, ma anche da opinionisti, influencer e capi di Stato.

Sono le abitudini a governare il male, non una forma specifica di devianza culturale e soggettiva. E sono spesso i soggetti deboli a cercare un appagamento nell’esercizio di un potere e di una violenza che per un attimo, forse i famosi quindici minuti di cui parlava Andy Warhol, li rende super-uomini oppure super-donne. Pienamente giustificati e motivati nel loro agire meccanico dal potere della norma abitudinaria. Proprio come sostenne Hannah Arendt a proposito dell’imputato e delle sue azioni scellerate durante il processo Eichmann tenutosi a Gerusalemme nel 19612.

Se così non fosse, come spiegare la condizione e le convinzioni delle “spose di Daeş” che l’autrice ha potuto indagare da vicino, all’interno dei campi profughi e di detenzione di Al-Hol e Roj. Condizioni che se da un alto vedono lo sfruttamento sessuale delle donne yazide, letteralmente tratte in schiavitù dall’Isis con l’unico fine di trarre vantaggio dalla vendita e dall’uso dei loro corpi, dall’altra vedono la convinta partecipazione al ruolo di spose dei combattenti e madri dei loro figli di migliaia di donne, spesso straniere. Donne che spesso, come i e le kapò di ogni campo di concentramento che si rispetti, diventano le peggiori aguzzine delle loro simili e, talvolta, anche degli uomini rinchiusi insieme a loro.

Al-Hol è un campo profughi che si trova lungo il confine siriano iracheno tra le montagne calde e steppose del deserto; […] Diviso in otto sezioni, al momento ospita circa 69.000 persone: il 65% sono bambini, il 30% donne e il 5% uomini. Delle otto sezioni, tre sono dedicate a famiglie irachene, quattro ospitano famiglie siriane e euna è un mix tra le due nazionalità. Accanto a queste sezioni vi è l’Annex, che ospita le famiglie [dei combattenti dell’Isis] provenienti da tutto il mondo. Al momento della mia visita nell’Annex si potevano contare cinquantaquattro diverse nazionalità provenienti, per la maggior parte da Europa, Africa (paesi maghrebini), India, Turchia e Russia (in particolar modo dal Kazakistan)3.

E’ considerato uno dei luoghi più pericolosi al mondo come spiega una comandante YPJ che ne supervisiona il servizio di sicurezza.

«Dopo la campagna militare avviata dalla Turchia a Serê Kaniyê, la situazione è peggiorata; come se si fossero risvegliati. Gli omicidi avvengono per lo più nella zona irachena, mentre all’interno dell’Annex bruciano le tende di chi pensano voglia collaborare con noi. […] Nella parte irachena è ancora più complicato. Lì ci sono pochi uomini e hanno paura delle donne. Fanno quello ch edicono loro».
All’interno del campo c’è un problema di sicurezza reale. Queste donne non hanno paura di niente e sono in attesa del ritorno del Califfato. Ne sono convinte e te lo dicono senza alcuna remora […] Le donne straniere, in particolare, sono le più pericolose: con un’istruzione superiore, sono consapevoli del proprio status e dei diritti di cui godono: “Sono una rifugiata di guerra come tutte le altre, quindi devo aver accesso ai miei diritti”, mi diceva Abd Almanya, una donna tedesca tedesca che si trova all’interno del campo. I suoi occhi azzurri e la carnagione chiara non lasciavano spazio a fraintendimenti sulla sua nazionalità: “Ho studiato alla Business School in Germania poi sono venuta qui con mio marito. La Germania che dice di esere un paese democratico, che cosa fa? Non voglio rientrare lì, non potrei seguire il mio credo religioso. Ma sono una rifugiata come tutte le altre e rivendico i miei diritti”.
«Loro arrivano da Hajin e da Baghouz,» mi spiega Amina, la comandante, «mentre chi aveva perso fiducia in Daeş aveva iniziato già ad arrendersi dopo la battaglia di Raqqa, queste sono persone che hanno continuato a combattere fino all’ultimo! Queste sono le più pericolose perché ci credono davvero. Si sono riorganizzate all’interno del campo, proprio come se fossero nel Califfato. C’è la hisbah, la loro polizia religiosa […] I bambini a nove anni sanno come costruire un rudimentale esplosivo utilizzando il materiale che c’è nel campo […] Sono disposte a tutto. Adesso le donne, quelle più carismatiche, passano tenda per tenda, fanno lezione di Corano ai bambini e insegnano loro l’ideologia di Daeş.»4

La questione dell’istruzione rivela poi ancora un altro aspetto, non secondario, degli aderenti e dei combattenti dello Stato islamico, poiché un buon numero di questi ha un livello di formazione scolastica superiore o universitario. Alcuni sono ingegneri, altri medici (cosa che ha permesso il funzionamento degli apparati amministrativi del Califfato) e questo deve suggerire la necessità di una battaglia che non può essere condotta soltanto sul piano militare, ma anche culturale.

Nel corso degli ultimi anni i confini della “Fortezza Europa” ci sono stati raccontati come qualcosa da difendere a tutti i costi, ma ciò che la storia ci narra è che i confini sono limiti dei popoli e l’unica cosa da difendere è l’umanità tutta. E non per una semplice questione di solidarietà, ma per un amore comunitario basato sul principio di coesione, dignità e libertà. L’essere umano è l’animale più debole sulla Terra. E’ l’unico animale che, sin dalla sua nascita, ha bisogno della cura di qualcuno per poter sopravvivere […] Questo ci insegna che siamo in grado di sopravvivere solo in una forma di cooperazione e solidarietà reciproca. In un mondo in cui avanza una politica dell’odio e una politica della barbarie, è arrivato il momento di rimettere al centro l’essere umano in quanto tale e costruire relazioni in cui l’amore diventi uno strumento per resistere a chi ci vuole indifferenti, individualisti e soli 5.

Un bel sogno? Un’utopia? Un mondo in cui le donne possano sfuggire alle logiche del patriarcato e fondare un nuovo modo di intendere i rapporti sociali sta forse già nascendo con il confederalismo democratico del Rojava, utopia concreta che potrebbe contribuire alla sconfitta dell’Isis e del mondo che lo ha reso possibile. Esattamente come ci suggerisce l’autrice di questo agile, coinvolgente e ben documentato saggio.


  1. S. Montinaro, Daeş. Viaggio nella banalità del male, Meltemi editore, Milano 2020, pp. 155-156  

  2. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli Editore, Milano 2001 (prima edizione italiana 1964)  

  3. S. Montinaro, op. cit. p.121  

  4. ibidem, pp.121-123  

  5. ivi, pp. 157-158  

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