Sante Notarnicola – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 27 Jan 2026 23:11:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 E insieme osammo. Dall’io al noi nella poesia di Sante Notarnicola https://www.carmillaonline.com/2026/01/07/e-insieme-osammo-dallio-al-noi-nella-poesia-di-sante-notarnicola/ Tue, 06 Jan 2026 23:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92225 di Angela Pesce

Io la poesia, per quanto mi riguarda, io la ritengo sempre una poesia collettiva Sante Notarnicola

Il 15 luglio 2021 i ragazzi del carcere minorile di Firenze partecipano a un laboratorio di poesia dai versi di Sante Notarnicola. Sante Notarnicola (1938-2021) ha attraversato anni di povertà, cambiamenti, lotte, Resistenza; è stato operaio, bandito, carcerato, scrittore, poeta, oste, compagno. Nel 1972 ha pubblicato L’evasione impossibile, successivamente le raccolte poetiche Con quest’anima inquieta (1979), La nostalgia e la memoria (1986) e il testo di prose e poesie Materiale interessante (1997).

Entrato in carcere nel 1967, Sante avverte subito la necessità di [...]]]> di Angela Pesce

Io la poesia, per quanto mi riguarda, io la ritengo sempre una poesia collettiva
Sante Notarnicola

Il 15 luglio 2021 i ragazzi del carcere minorile di Firenze partecipano a un laboratorio di poesia dai versi di Sante Notarnicola.
Sante Notarnicola (1938-2021) ha attraversato anni di povertà, cambiamenti, lotte, Resistenza; è stato operaio, bandito, carcerato, scrittore, poeta, oste, compagno. Nel 1972 ha pubblicato L’evasione impossibile, successivamente le raccolte poetiche Con quest’anima inquieta (1979), La nostalgia e la memoria (1986) e il testo di prose e poesie Materiale interessante (1997).

Entrato in carcere nel 1967, Sante avverte subito la necessità di resistere nella comunicazione con i compagni del carcere e con chi sta fuori, perché trova un carcere inaccettabile, ma anche un carcere a cui si resisteva individualmente: «Chi lottava lo faceva da solo e, alla lunga, ne usciva a pezzi nel morale e spesso nel fisico». In quegli anni Sante e i suoi compagni costruiscono una lotta collettiva. Sante è consapevole e orgoglioso del noi dei detenuti che lottarono per trasformare quel carcere: «Rivendico alle lotte dei detenuti, non alla sensibilità dei politici, se qualcosa nelle prigioni è mutato». Si avverte l’eco della poesia La nostalgia e la memoria: «Ma pure/ritrovare le radici/in questo quartiere,/piatto come l’anima,/vasto come l’orgoglio,/amato e vissuto/da quella generazione,/la più infelice/la più dura/la più cara», l’aggettivo cara rimanda all’aggettivo caro usato per Francesco Berardi, «caro caro compagno», impiccatosi nella cella del carcere di Cuneo dove Sante viveva da tre anni. Al noi di Sante appartengono, infatti, anche i morti con cui spesso – dice – gli succedeva di camminare. Gli anni di San Vittore lo avevano impregnato di morte e anche i pensieri erano diventati «roba morta»: dovette scegliere tra «un cappio all’inferriata o il coraggio di vivere», scelse la vita ma «vivere fu la scelta più scomoda». È questa vicinanza con la morte, che tiene i morti dentro un unico noi, compagni di viaggio di Sante, di chi sconta la pena di vivere, di chi sconta la morte vivendo. Nella poesia Sono una creatura, il cui titolo afferma il sentirsi parte di parte di un universo vivente, Giuseppe Ungaretti descrive un universo pietrificato, arso, «roba morta»: è la pietra del Carso, scenario dei degli orrori della guerra, che lascia negli occhi del poeta un pianto anch’esso pietrificato. Sono questi occhi asciutti e pietrificati che rendono fratelli i compagni in carcere e quelli morti, Sante e Francesco e Martino, uniti nella stessa Fiducia che dà il titolo alla poesia di Paul Celan, poeta di lingua tedesca, nato in Bucovina ma naturalizzato francese, morto suicida, voce della Shoah; Fiducia, della raccolta Grata di parole, si chiude con il verso «come vi fossero ancora fratelli perché vi è pietra» e ricorda drammaticamente la pietra-seme della poesia Palestina di Sante, della raccolta Liberi dal silenzio, in cui la voce del poeta si rivolge a un tu che cammina in un sentiero che sembra condurre al nulla, ma in pugno tiene stretto un seme, un seme-pietra nascosto sotto una terra da scavare, un seme-pietra da scagliare «Scaverai la terra, scaglierai la pietra».

Lo scrittore Valerio Evangelisti racconta che Sante «notava tutto, notava i dettagli». L’attenzione era uno strumento della sua lotta per restare vivo. Il laboratorio di poesia di Firenze propone ai ragazzi la poesia come occasione per prestare attenzione, per vedere, oltre i muri, ogni squarcio di cielo. «Poesia per rompere l’isolamento a cui vorrebbero costringere corpo e cervello. Poesia come difesa dall’abbruttimento della prigione».
Eugenio Montale nei versi finali della seconda strofa della poesia I limoni scrive «qui tocca a noi poveri la nostra parte di ricchezza/ ed è l’odore dei limoni», e con il sintagma noi poveri, rivendica il diritto alla percezione, che appartiene a tutti, anche alla generazione uscita distrutta dalla prima guerra mondiale: percepire la realtà con i propri sensi è un diritto di tutti, indissolubilmente legato al dovere e alla libertà dell’attenzione. Scrive Montale «Lo sguardo fruga d’intorno, la mente indaga, accorda, disunisce»; la poesia di Sante nasce da questo sguardo, di cui essa è madre e figlia: la poesia preserva la percezione anche quando il carcere cerca di spegnerla, al tempo stesso da essa nasce la parola poetica, che a sua volta creerà l’incontro con gli altri, noi poveri, noi dannati della terra. Nella strofa iniziale della poesia, Montale parla in prima persona rafforzata dal sintagma per me «io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi/ fossi dove in pozzanghere/ mezzo seccate agguantano i ragazzi/ qualche sparuta anguilla […] e piove in petto una dolcezza inquieta». Dall’io, attraverso una dolcezza inquieta, soggetto e oggetto del predicato piove significativamente transitivizzato, si passa al noi fino all’incontro conclusivo con i gialli dei limoni «ci si mostrano i gialli dei limoni». Come scrive Cristina Campo, «Davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia. L’attenzione la penetra invece, direttamente e come simbolo. […] Essa è dunque, alla fine, la forma più legittima, assoluta di immaginazione».

Scegliamo quindi di raccontare ai ragazzi l’attenzione di Sante. Il laboratorio inizia con la poesia Esausto affiancata all’Infinito di Giacomo Leopardi.

Esausto
Uno squarcio/di libertà/da invocare/su strade/con angoli/troppo acuti/è sempre/urgente l’urlo/di grandi/voglie/di sterminati prati/di sterminati cieli/di sterminata calma.

Esausto, scritta nel carcere speciale di Favignana il 1 dicembre del 1973, esce nella prima raccolta Con quest’anima inquieta, è l’urlo dell’uomo che, anche se esausto, o forse proprio perché esausto, invoca uno squarcio di libertà su strade con angoli troppo acuti, senza vie di fuga. L’avverbio sempre, in enjambement, genera l’urlo del poeta, voce della sua voglia di sterminati prati, cieli, calma, in cui il significante, con l’anafora, si semantizza in un significato che richiama il titolo e lo supera. L’Infinito di Leopardi si apre con l’avverbio sempre e nell’alternanza dei deittici questo e quello ci racconta di un’attenzione che diventa immaginazione, nel senso etimologico e dantesco di creazione. Quando leggiamo insieme ai ragazzi Esausto, tutti si riconoscono nel titolo. Diamo loro delle immagini di strade interrotte da incollare su uno sfondo nero alle nostre spalle. Poi chiediamo di ritagliare dalla poesia e di incollare sullo sfondo le parole che possano aprire quelle strade: le parole che evidenziano per prime non sono urlo e libertà, come avremmo potuto aspettarci, ma l’aggettivo sterminati e le parole prati e cieli. Osserviamo che la lettera S trasforma i prati e i cieli da limitati a sterminati; allora lavoriamo sulla S, che assomiglia al simbolo dell’infinito, usiamo il tatto e la maneggiamo per farla diventare infinito; poi la pronunciamo tutti insieme e sentiamo il soffio, il vento, l’aria. Per qualcuno S è anche la lettera del silenzio, torniamo alla poesia, ritagliamo la parola urlo, urgente urlo, e l’attacchiamo sullo sfondo. Dopo questo lavoro, mostriamo un video, in cui Sante racconta di aver usato la poesia quando il cuore gli “saltava in gola”, l’espressione il cuore che salta in gola è già poesia e immediatamente crea un’immagine negli occhi dei ragazzi: vedono e sentono l’urlo urgente. Sante spiega che un’esigenza personale è all’origine della sua poesia, perché il carcere gli ha fatto mettere in dubbio la sua capacità di amare, di riprodursi, ha rischiato cioè di strappargli la percezione di essere vivo. Dopo il video proponiamo ai ragazzi di lavorare insieme con altre le poesie: Vivere, IV raggio cella 71, La prigione, Con quest’anima inquieta, Posto di guardia, Galera e Mattinata; devono cercare e poi ritagliare le parole che conducono lo sguardo oltre i muri. Ogni ragazzo lavora su una poesia, per poi incontrarsi davanti allo sfondo, ciascuno con le parole scelte e ritagliate da incollare: maneggiano i ritagli, li arrotolano, li srotolano, si scambiano domande, scelgono dove attaccarli, scherzano. La poesia Posto di guardia sembra non lasciare scampo: il muro è reso insormontabile dalle parole di scherno del guardiano.

Posto di guardia
Il guardiano più giovane/ha preso posto/davanti alla mia cella/«Dietro quel muro – mi ha/Indicato – il mare è azzurrissimo”/Per farmi morire un poco/Il guardiano più giovane/Mi ha detto questo.»

Un ragazzo la fissa, poi sceglie l’aggettivo azzurrissimo, lo ritaglia e l’attacca sullo sfondo. Proprio le parole di morte del guardiano, unite alla pratica dell’attenzione, hanno permesso a Sante di fingere, nel significato etimologico di immaginare e creare, un mare azzurrissimo, e continuano a permetterlo ai lettori della sua poesia e al ragazzo che ha scelto di attaccare quella parola sullo sfondo nero: un buco azzurrissimo su uno sfondo nero. Dalla poesia Galera scelgono cielo, altissimi, gabbiani, e i verbi guardiamo e volano «infine/vollero sbarrare il cielo/…/non ci riuscirono del tutto/altissimi/guardiamo i gabbiani che volano». L’attenzione, il notare tutto, come possibilità di salvezza e come azione collettiva. È nell’essere di tutti il senso ultimo della poesia di Sante, che nasce come esigenza personale e si scopre collettiva. Dice Sante: «quando scrivevo una cosa gliela passavo a un vicino di cella, senti, vedi, ti piace, funziona, non ti piace? la risposta era sempre una, mi diceva: hai scritto una cosa che io l’ho pensata sempre, […] io dicevo guarda che è anche tua, io forse ho una capacità in più e l’appunto, però parlo di te, di me, di noi».

L’ultima poesia del laboratorio, Natura, scritta a Bologna il 30 gennaio 2017, richiama la poesia Preambolo, che apre la raccolta La nostalgia e la memoria, nei suoi rimandi agli elementi naturali e ai «fratelli e compagni/ dagli occhi e dai cervelli svegli», anche quando in carcere «mancava l’orientamento/ e mancavano tutti i colori».

Natura
La collina la scalammo/quando l’ora più ingarbugliata/passò oltre e ci segnalò/il centro preciso della notte. // Incespicammo più volte/sul campo buio e sdrucciolevole/e ogni volta ci fermammo/per recuperare/forze ed equilibrio. // L’albero del carrubo/era ancora lontano/e la pianura conteneva/quel campo di grano/che muoveva con/leggerezza/le spighe mature. // Più tardi/l’ombra scomparve/e insieme osammo/attraversare/la linea del sole.

I verbi alla prima persona plurale, al passato remoto, fermano nella memoria un momento collettivo; osammo è rafforzato dall’avverbio insieme e dall’enjambement che lo separa dal verbo attraversare, per trasmettere la fatica collettiva. Ma il vero noi di questa poesia è la natura che le dà il titolo. La natura è la collina che apre significativamente la poesia in dislocazione a sinistra e ripresa pronominale; è il centro preciso della notte, forse la luna, forse la mezzanotte; è il campo buio e sdrucciolevole in sinestesia tra vista e tatto; sono l’albero del carrubo, la pianura, il campo di grano, le spighe mature; è il vento tra le spighe; è l’ombra, è il sole. Sullo sfondo nero campeggia insieme osammo senza la congiunzione e. Ci colpisce l’evidenza dell’avverbio insieme accanto a osammo, risentiamo la forza della S e, spinti dall’urgenza di dare un nome a quell’azione poetica collettiva, tralasciamo la e. Resta per ognuno e per tutti i carcerati da ritagliare e scrivere, quando saranno liberi, per recuperare la propria memoria, la propria storia, per tornare ad essere io dentro a un noi ritrovato. E a inizio verso rimanda, infatti, a qualcosa già accaduto, alla storia di ciascuno, alla storia di quelli che non ci sono più, ai morti, a chi è uscito, a chi è evaso; condensa in sé la nostalgia e la memoria che sono, come spiega Sante nella prefazione, «un ulteriore arricchimento di quanto ho vissuto […] quell’accumulo di conoscenza e di forza a cui attingere nei momenti duri, quando bisogna resistere a ogni costo ai rovesci […] quel bagaglio di esperienza che permette di guardare al futuro anche dal profondo dell’ergastolo».

[Questo articolo è uscito originariamente sul n. 1 della “librivista” “Zona franca” dell’editore Mompracem. Il numero è dedicato al tema “Io Vs. Noi”. Si ringrazia la rivista per la gentile concessione.]

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Sante e l’arma della poesia https://www.carmillaonline.com/2021/04/13/sante-e-larma-della-poesia/ Tue, 13 Apr 2021 21:58:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65927 di Giorgio Forni

«La lotta di classe, che è sempre davanti agli occhi dello storico educato su Marx, è una lotta per le cose rozze e materiali, senza le quali non esistono quelle più fini e spirituali. Ma queste ultime sono presenti, nella lotta di classe, in altra forma che non sia la semplice immagine di una preda destinata al vincitore. Esse vivono, in questa lotta, come fiducia, coraggio, umore, astuzia, impassibilità, e agiscono retroattivamente nella lontananza dei tempi». (Walter Benjamin)

Ho incontrato per la prima volta [...]]]> di Giorgio Forni

«La lotta di classe, che è sempre davanti agli occhi dello storico educato su Marx, è una lotta per le cose rozze e materiali, senza le quali non esistono quelle più fini e spirituali. Ma queste ultime sono presenti, nella lotta di classe, in altra forma che non sia la semplice immagine di una preda destinata al vincitore. Esse vivono, in questa lotta, come fiducia, coraggio, umore, astuzia, impassibilità, e agiscono retroattivamente nella lontananza dei tempi». (Walter Benjamin)

Ho incontrato per la prima volta Sante Notarnicola verso la metà degli anni Novanta in casa dello scrittore comunista Roberto Di Marco. Erano i primi tempi della sua «semilibertà» quando usciva dal carcere che era ancora buio, si infilava nel sotterraneo polveroso e poco illuminato della Standa in via Rizzoli per lavorare otto ore alla pressa comprimendo scatoloni e imballaggi di cartone e ne usciva solo per tornare a dormire in carcere quando veniva già buio.
Aveva un modo particolare di sorridere dondolando lievemente la testa come dire ‘va bene così, anche se non ci dovrebbe andare affatto bene…’. Insisteva ironicamente sulla parola «semilibertà» dicendo che bisogna guardare bene dentro le parole perché ci sono parole che nascondono le cose e parole che ce le rendono evidenti.
Sante è stato un comunista perché si sentiva parte della lotta per abolire le diseguaglianze e lo sfruttamento di classe ed è stato un poeta perché sapeva bene che le parole possono anche eludere manipolare opprimere e che ciò non sarebbe cambiato tanto facilmente persino in una società migliore e più giusta di quella in cui viviamo.
La poesia è stata per Sante un’altra forma di militanza materialista e rivoluzionaria, un altro modo di alzare lo sguardo al di là dei muri verso il possibile e l’ignoto, un diverso senso del futuro tra le costrizioni del presente. E le due cose, comunismo e poesia, stavano insieme con semplicità, con immediatezza, nel modo che aveva di stare con gli altri, nelle parole di ogni giorno, in un’intesa segreta tra le lotte di generazioni passate e la necessità pratica di trovare nel presente un varco, un cammino comune verso l’avvenire. Non c’era alcun autocompiacimento memorialistico.
Non si metteva in posa per la foto ricordo.

Anche per il suo formato anomalo, una delle ultime raccolte delle poesie di Sante, L’anima e il muro (Roma, Odradek, 2013), potrebbe certo ricordare un album di fotografie dove la bella introduzione di Daniele Orlandi e le puntuali note a piè di pagina paiono quasi una voce fuori campo che commenta e spiega l’occasione di ciascuna istantanea, le soste di una continua trasferta esistenziale fra prigioni e supercarceri, i dettagli e le date di una storia detentiva oscura e rimossa. E a questo effetto concorrono anche i disegni di Marco Perroni che accompagnano le poesie di Sante e accennano sempre a un’immagine che sfugge in un graffito provvisorio, insieme duro e quasi evanescente. «Il mio pittore», diceva sempre.

Ed è un dato su cui riflettere: in realtà, se Sante avesse voluto raffigurare la sua lunga detenzione di ergastolano con delle fotografie, non avrebbe mai potuto assolvere all’esigenza del tramando sensibile ed emozionale di un’esperienza difficilmente rappresentabile in termini di immagini. Vi è nel carcere una privazione così particolare ed estrema che solo la parola può raccontarla. Anzi, forse solo una parola marginale e straniante come quella della poesia.
In fondo, questo libro racconta per frammenti una storia o, se si vuole, una controstoria diversa e contrapposta alla Storia ufficiale: una controstoria che scava nei silenzi, nelle lacune, nelle crepe, nelle cicatrici prodotte da un dispositivo di potere come il carcere degli anni Settanta che fu in grado di rinchiudere e degradare la speranza rivoluzionaria di un’intera generazione fra sbarre, muri, torture e regolamenti.

Non sorprende che il soggetto che parla in queste poesie non sia propriamente un tradizionale «io» lirico che evoca una dimensione privata, ma un’identità collettiva, un «noi» in pubblico: «Noi viviamo, sapete», scrive Sante; e anche «vorrei ritrovare quella generazione…». Ed è una presa di parola che si configura anzitutto come rivolta, come resistenza all’oppressione, alla cancellazione. Nelle carceri infatti «era vietata la penna» (L’anima e il muro, p. 22): una delle ossessioni del potere era proprio quella che il prigioniero potesse scrivere, comunicare, vivere quell’esistenza riflessa che si affida alle parole.
Ricorda Sante in Materiale interessante del 1997:

«Non mi ci volle troppo tempo a capire che il foglio di carta sarebbe stato uno dei pochi strumenti che mi avrebbero consentito di non farmi seppellire nel buco nero dell’ergastolo. Dunque: poesia come strumento di agitazione. Poesia per comunicare in condizioni difficili. Poesia per rompere l’isolamento a cui vorrebbero costringere corpo e cervello. Poesia come difesa dall’abbruttimento della prigione. Poesia per amare ancora».

Vi è nella sua poesia il bisogno di strappare le parole a un ordine oppressivo del discorso. Anche la parola collabora al funzionamento dei meccanismi della repressione e la scrittura poetica può diventare allora un atto di riappropriazione, di sabotaggio, di resistenza.
Non a caso numerose poesie dei primi anni Settanta riprendono e sovvertono dall’interno le procedure linguistiche della giustizia borghese: l’interrogatorio dell’imputato, il verbale, le formule del linguaggio burocratico, l’interrogazione parlamentare… Ed è una scelta per la parola isolata in cui il vocabolario compatto del potere può essere per un istante incrinato e capovolto in un controsenso ironico e sedizioso. Esemplare è la poesia Il Dizionario (L’anima e il muro, p. 119):

I guardiani saccheggiarono le celle, infine
Mi presentarono la lista delle privazioni:
«Da oggi un solo libro! Lo scelga…»
Il vocabolario mi sembrò la scelta più ragionevole:
per pensare, per amare, odiare e resistere… e magari
vivere la notte e consumarla tutta intorno ad una sola parola.

In questi testi vi è una stringente consapevolezza della materialità delle parole modellate dai dispositivi di dominio sociale come minimi ingranaggi di un ordine invisibile, ma vi è insieme la scoperta della concretezza della sovversione poetica («poi / a notte avanzata / un altro quesito: / il pensiero è materia?»). Ecco allora che «una sola parola», staccata dalla sintassi del potere, può diventare arma critica per «odiare e resistere». Ed è un’idea di poesia che forse oggi ha ancora molto da dire.

Non v’è dubbio che negli ultimi trent’anni la nozione di controstoria sia diventata una formula letteraria diffusa e consueta persino nell’ambito della letteratura commerciale, ma quella che Sante ha tracciato nel corso degli anni su fogli di fortuna è una controstoria che ha tratti tutti particolari anche al di là della sua appartenenza politica alla linea del comunismo intransigente – «dei soviet», come amava dire – perché si radica in un’idea della parola come luogo di scontro fra discorsi e identità storiche preesistenti e sempre già implicate in un gioco ineludibile di rapporti di forza.

Proviamo allora a considerare questo enunciato apparentemente banale:
La storia è sempre scritta dai vincitori. Quando due culture si scontrano, chi perde viene cancellato e il vincitore scrive i libri di storia.
È una di quelle frasi che paiono vecchie come il mondo. Ci sembra di averla sempre sentita, ma in realtà essa compare sulla superficie della cultura occidentale solo nei primi anni Ottanta e, come i ricordi dei replicanti nel film Blade Runner che è appunto del 1982, circola subito come una vecchia formula, una verità ovvia e risaputa. Nella formulazione appena citata si legge in Dan Brown, Il codice da Vinci, Milano, Mondadori, 2003, p. 299.
Soprattutto dopo il 1984 e le celebrazioni del grande romanzo di George Orwell si diffondono molteplici declinazioni di questo paradigma che diventa luogo comune.
Ecco ad esempio un’intervista a Günter Grass (Parla Günter Grass, “L’Espresso”, 20 aprile 1986, p. 115):

«La storia per lo più viene scritta dai vincitori. La letteratura colma queste lacune. La capacità di stare solo con se stessi e con un libro, di isolarsi, lontano dai rumori e dalla banalità, di immaginare le figure. Non è certo il vetro opaco della tv a poter rappresentare tutto ciò».

Se la Storia cancella completamente le masse degli sconfitti, allora tocca alla letteratura proporre un mito capace di reinventare una collettività e di rifondare un discorso comune di appartenenza culturale, civile e politica.
Pare un ragionamento del tutto logico e coerente, ma in realtà contiene un elemento di incongruenza: la parola risulta sottratta alla dialettica concreta della storia nel momento in cui lo sconfitto non si trova iscritto in un rapporto di dominazione, ma viene «cancellato» e appare come «lacuna», spazio bianco che solo la narrazione letteraria può riscrivere e reinventare. In questo caso la controstoria si prospetta come smontaggio e reinvenzione dell’identità… Ma si può inventare l’identità, oppure è sempre una scelta di campo, un’identità storica, un modello antropologico di cui ci possiamo spogliare fino a un certo punto? Non vi è in questa idea del mito una manipolazione dall’alto delle identità storiche? E ha senso poi ragionare in termini statici di identità piuttosto che in termini di desiderio, di lotta, di cammino collettivo fuori dall’apocalisse neoliberale?

Sante amava i segni concreti del passato, i nomi, i luoghi delle lotte, i vecchi quartieri operai, le tombe dei partigiani, le colline insanguinate dagli eccidi nazifascisti perché vi leggeva non tanto un’identità, quanto una promessa di riscatto, di risveglio.
Senza dubbio nessuno quanto Sante avrebbe potuto inventare un piccolo mito di sé stesso e invece le sue poesie sono scritte non solo con una aggressività ironica contro tutte le forme dell’oppressione, ma anche con una tensione critica e autocritica che sospetta e mette in distanza la dimensione borghese e consolatoria del mito. «Ironico, come un gatto infedele», scrive di sé (L’anima e il muro, p. 64).

Sul piano dell’identità, la controstoria di Sante di fatto non inventa nulla; la sua è una scelta di campo, il posizionarsi in una lotta: è l’identità storica del comunista e del rivoluzionario come modello antropologico e, per così dire, come fatto umano.
È l’identità di chi sa, anche nei lunghi periodi in cella d’isolamento, che il senso di solitudine è un’emozione borghese («una fragilità / ch’è patrimonio / tutto borghese») e che ovunque qualcuno combatta e resista contro l’oppressione quella persona è come se fosse al tuo fianco, tuo compagno, tuo fratello. Sono le parole che risuonano anche nei canti dell’Italia partigiana e rivoluzionaria: «dovremo tutti quanti / aver d’ora in avanti / voi altri al nostro fianco / per non sentirci soli» (Morti di Reggio Emilia) e «chi ha compagni non morirà» (L’Internazionale di Franco Fortini).
Si può dire allora che quella di Sante è una controstoria dialettica che si rifiuta di inventare l’identità come punto di vista sul mondo.
È memoria di un desiderio collettivo di liberazione. Una piccola, grande lezione di scrittura rivoluzionaria.

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I ritratti di Sante in questo articolo sono di Asparago (in apertura) e di Marco Perroni.

Poesie, testi e immagini di Sante Notarnicola sono disponibili sul suo sito web, che diventerà l’archivio digitale delle sue opere, degli scritti a lui dedicati e dei ricordi di chi lo ha conosciuto.

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L’evasione è possibile https://www.carmillaonline.com/2021/03/23/levasione-e-possibile/ Tue, 23 Mar 2021 13:19:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65502 Ieri, 22 marzo, Sante Notarnicola, eroe e poeta proletario, è riuscito a saltare l’ultimo muro di questa galera di cemento e leggi speciali che ci ostiniamo a chiamare vita. Ora corre libero in un altro luogo dove potrà tornare ad abbracciare Adriano, Prospero, Bianca, Pietro e tutti gli altri amici di sempre che lo hanno preceduto. La sua anima di poeta, rimasta impressa nei ricordi di chi l’ha conosciuto, ne impedirà la trasformazione in monumento retorico e freddo, esaltandone invece la profonda e irriducibile umanità.

Per ricordarlo “Carmilla” ha scelto di riproporre un [...]]]> Ieri, 22 marzo, Sante Notarnicola, eroe e poeta proletario, è riuscito a saltare l’ultimo muro di questa galera di cemento e leggi speciali che ci ostiniamo a chiamare vita. Ora corre libero in un altro luogo dove potrà tornare ad abbracciare Adriano, Prospero, Bianca, Pietro e tutti gli altri amici di sempre che lo hanno preceduto.
La sua anima di poeta, rimasta impressa nei ricordi di chi l’ha conosciuto, ne impedirà la trasformazione in monumento retorico e freddo, esaltandone invece la profonda e irriducibile umanità.

Per ricordarlo “Carmilla” ha scelto di riproporre un suo testo apparso nella raccolta degli Atti del Convegno di Bologna del 12-13 marzo 1994 “Anni ’70 – anni ’90 – Chi non ha memoria non ha futuro” a cura del Centro di Documentazione Francesco Lorusso pubblicata sulla rivista “Vis-à-vis” n.3, 1995.


I dannati della terra e la rivolta delle carceri

di Sante Notarnicola

Compagne e compagni, permettetemi con gli inizi di questi lavori di mandare un nostro saluto alle compagne e ai compagni imprigionati. Alle compagne e ai compagni esuli, specialmente a coloro il cui esilio è gramo; il nostro saluto va agli esiliati che non godono di particolari favori, o perché mancano di strumenti e mezzi personali, o perché la loro coerenza politica li pone in una fitta rete di diffidenza e di controllo che li costringe ad una vita di emarginati.

E ricordando l’esilio di tanti, un ricordo commosso va al compagno avvocato Sergio Spazzali che tanto ha dato ai prigionieri e nulla ha avuto in cambio, se non l’affetto e la stima di tanti rivoluzionari. Sergio andato ad allungare la lista di quei compagni che hanno dato tutto, proprio tutto…

Alle compagne e ai compagni tuttora imprigionati, oltre al nostro saluto, mandiamo a dire che durante questi lavori porremo al centro la questione della loro liberazione.

Vogliamo sviluppare un’azione politica ad ampio raggio per superare la frammentazione di iniziative che ha caratterizzato gli ultimi due anni.

Sta a noi fuori fare in modo che siano superati gli ostacoli che impediscono, anche su questo terreno delicato, un apporto unitario del movimento. Quanto ci auguriamo venga fuori da questo convegno.

Gli ostacoli sono di diversa natura, alcuni legati a vecchi travagli oggi superabilissimi, dato il tempo trascorso (mi riferisco alle divisioni degli anni ‘70 che caratterizzarono la vita del movimento rivoluzionario). Altri ostacoli invece sono tuttora vivi, attuali e per questo più insidiosi. Rispetto a questi ultimi va fatto il massimo di chiarezza, per dare strumenti ulteriori ai compagni piovani verso cui sentiamo la responsabilità che ci deriva dal peso della nostra storia. Ma vogliamo anche ricordare agli “smemorati” quale pesante responsabilità politica e umana si assumono in sede di revisione storica, omettendo, minimizzando o addirittura teorizzando scelte disonorevoli sul piano personale, oltre che politico. Scelte e comportamenti che tanto hanno pesato negli anni successivi e che hanno impedito la ripresa del movimento tutto che si arenò sulle macerie della rottura della solidarietà.

Un saluto non formale va alle donne e agli uomini rinchiusi qui alla Dozza.

È un saluto da estendere ai detenuti che sono rinchiusi nei “braccetti” (sono proliferati negli ultimi tempi), ai detenuti che subiscono una pena inumana come quella dell’ergastolo e, infine, ai detenuti malati. E qui non possiamo non ricordare con emozione e preoccupazione insieme: Prospero Gallinari, Salvatore Ricciardi, Salvatore Cirincione, la compagna Silvia Baraldini e quanti altri vivono, oltre al carcere, anche malattie devastanti.

Compagni e compagne, nella storia del movimento operaio di tutto questo secolo, il PCI, ha sempre agitato la bandiera del vecchio compagno Terracini che, sotto il regime fascista, fu il dirigente che scontò 18 anni di detenzione. Sotto il regime “democratico” nato dalla Resistenza, Paolo Maurizio Ferrari, comunista e militante delle Brigate Rosse, nel prossimo maggio avrà scontato vent’anni di prigione, e così i fratelli Abatangelo, Giovanni Gentile Schiavone, Maria Pia Vianale. Decine e decine di altri comunisti sono in carcere da oltre quindici anni. Questi sono i dati. Questo è il duro prezzo da pagare alla propria coerenza di comunisti. Qui non c’è la tanta decantata e compiaciuta discontinuità… La repressione continua a funzionare con perfetta continuità!

La continuità delle carceri speciali in cui sono rinchiusi, con lo stesso trattamento dei tempi emergenziali, decine di compagne e di compagni. Sono coloro di cui non si parla mai neppure tra di noi e che tacciono e non chiedono nulla. Sono le compagne e i compagni che, per proprie convinzioni politiche, hanno fatto della loro vita una militanza granitica, nelle condizioni più difficili che possiamo immaginare. Negli anni passati, grazie all’emergenza, sono state molte le fortune politiche anche economiche che si sono formate sulla pelle delle compagne e dei compagni. In tempi più recenti, venendo a mancare i motivi che l’aveva generata, pennivendoli e scrittori di un certo tipo non hanno rinunciato ad ingrassarsi ed hanno creato ad arte emergenze fasulle. Basta ricordare i libri dei Flamigni, dei Cipriani, ecc., dove pur di sostenere tesi complottiste care al vecchio PCI, violentano la loro intelligenza (ma ce l’hanno?) senza sentirsi ridicoli. Discutiamo dunque di quella stagione tenendo presenti i costi umani che ha avuto e le difficoltà di coloro che hanno osato autonomamente la scalata per il comunismo.

Ancora una volta sono invitato ad un’iniziativa di movimento come testimone di una lunga stagione di lotte che spesso ha visto al centro anche i problemi del carcerario.

Resto sempre dell’idea che una ricostruzione storica e politica delle nostre vicende debba necessariamente avere carattere collettivo. Anche se ormai vi sono numerosi contributi, perché questa ricostruzione possa essere compiuta, è indispensabile che tutti i compagni siano fuori dalle prigioni e gli esuli rientrati. Questo perché, tra le pieghe di questa storia, possono esserci ancora tegole di natura giudiziaria: è di pochi mesi fa l’ultimo arresto sul caso Moro.

Ogni volta che ho affrontato pubblicamente i problemi del carcere, ho sempre diviso in due fasi quelle vicende. Una prima fase che inizia con il mio arresto e va fino al 1977 e una seconda fase, quella delle carceri speciali, che è tuttora in corso.

Sono fortemente legato a quella storia, quella del movimento dei “dannati della terra”, che ritengo esemplare dal punto di vista di una lotta di massa, dell’acquisizione di una forte dignità collettiva di migliaia di detenuti e, non ultima, di una crescita di identità politica che ha coinvolto centinaia di persone, alcune delle quali, col tempo, hanno assunto anche ruoli precisi di responsabilità politica all’interno del movimento rivoluzionario.

Ne sono legato anche per antica cultura che sto ravvivando fuori dalle prigioni in questi anni di semilibertà infinita…

Quella stagione di lotte ebbe incredibili risultati che andrebbero ricordati, o meglio, analizzati. Per tutti voglio ricordare la forza di quel movimento che seppe creare, all’interno delle più grandi prigioni, un vero e proprio “territorio liberato”, che gestì in maniera rivoluzionaria ponendo all’ordine del giorno il legame politico con il movimento esterno, lo studio, la crescita politica della massa dei detenuti e dei singoli. Si creò un fortissimo senso di solidarietà, tanto da preparare il salto di qualità che per molti significò la liberazione pratica attraverso evasioni individuali e di massa che, in quegli anni, furono numerose e clamorose.

Alcuni di quegli evasi non tornarono alle vecchie attività extralegali ma andarono ad ingrossare le fila del movimento rivoluzionario, portando un contributo di coraggio, coerenza e tutta la ricchezza acquisita nelle lotte di quegli anni. Per tutti voglio ricordare Martino Zicchitella, che pagò con la vita questa sua coerenza, durante un’azione dei Nuclei Armati Proletari.

Molto spesso alcune compagne e compagni mi hanno chiesto come poter fare intervento oggi nelle prigioni. Ho detto e ripeto che la risposta ci viene da quelle lontane esperienze. Il movimento dei “dannati” poté decollare perché si erano create le condizioni favorevoli. Intanto quelle nel carcere, all’epoca più vicino al medioevo che ai nostri giorni e quindi vicino al punto di rottura. Ma, cosa più importante, era cambiata la composizione sociale nel carcerario. L’irruzione di figure proletarizzate, magari con esperienze fugaci nel mondo del lavoro, o che ne vivevano la problematica in famiglia, fece fare un salto di qualità al modo di affrontare i problemi immani che il carcere ti poneva giorno per giorno. Non fu semplice comunque convincere subito tutti alla necessità di una lotta collettiva, lì dove c’erano individualità molto forti, in una realtà in cui era proprio la resistenza isolata la cultura più apprezzata.

Altro aspetto, il più importante, è che nello stesso periodo fuori dal carcere si veniva a formare un poderoso movimento di massa, soprattutto giovanile, per la prima volta fuori dal controllo dei partiti, anzi, contro i partiti e contro ogni tipo di autoritarismo. Un movimento che poté vivere a lungo grazie anche alla saldatura che operò tra mondo della scuola e mondo del lavoro. I riferimenti ideali dell’epoca erano il Che, le guerre di liberazione del Terzo Mondo, la rivoluzione culturale cinese, la lotta dei neri americani contro la discriminazione razziale e, soprattutto, la lotta del popolo vietnamita.

Tematiche che ebbero grossa influenza anche tra i detenuti che cominciavano, in stretto contatto con questo movimento, a formare e costruire la loro coscienza politica.

Temo sia dunque una stagione irripetibile, quella.

Ad Irene Invernizzi, una militante di Lotta Continua che insieme a quella organizzazione ebbe un ruolo essenziale per la formazione politica dei detenuti, scrivemmo nel ‘71 che “il carcere si può definire lo specchio della società che lo contiene e i carcerati la sua immagine”.

Questa definizione apre il famoso libro Il carcere come scuola di rivoluzione che ebbe all’epoca una grossa fortuna dentro e fuori e che andrebbe letto dalle compagnie e dai compagni piovani. Grazie a quella compagna e alla sua organizzazione per la prima volta fu data la parola ai detenuti.

Se il carcere è dunque lo specchio della società, si capisce perché oggi nonostante le condizioni di sovraffollamento che rendono invivibile la quotidianità, un movimento non decolla. I mutamenti sono stati profondi. Pensante, il 15-20 per cento della popolazione detenuta è formata da extracomunitari, cioè hanno fatto irruzione culture diverse e, come fuori, spesso in contraddizione, in urto, venendo a mancare un cuscinetto autorevole che solo i compagni potevano svolgere. Poi la droga, la tossicodipendenza, altra percentuale altissima che per “sopravvivere” anch’essa ha operato guasti insanabili, certamente agevolata, come fuori, per intorpidire forze e coscienze e che ha determinato anche un doppio controllo.

La composizione dei detenuti è dunque profondamente modificata, così la forza e la presenza del movimento e solo quando questo tornerà ad essere protagonista nella vita sociale, si potranno ricreare condizioni perché anche sul carcerario si possa intervenire.

Tornando per un attimo a quegli anni, ai legami ormai solidi creati tra movimento esterno ed interno, al clima e al dibattito di quegli anni, ricordo che fuori dalle prigioni una serie di avanguardie aveva posto all’ordine del giorno la questione della lotta armata, e in quale modo svilupparla. Noi nelle prigioni, come comuni, non ci sentivamo esclusi, anzi… Dopo alcuni episodi: la strage nel carcere di Alessandria, l’uccisione di Venanzio Marchetti per mano dagli agenti di custodia durante una rivolta, la sparatoria contro i detenuti alle Murate di Firenze, quasi tutte le avanguardie del carcerario avevano allentato il legame con Lotta Continua che da anni aveva avuto un rapporto privilegiato con i carcerati e riversarono le loro simpatie verso le organizzazioni armate che, per quanto ci riguardava, ponevano anche per noi il problema del riscatto totale e l’abbattimento delle prigioni. Più nessuno credeva ad un carcere umanizzato, riformato.

Del resto grossa era l’influenza dei primi militanti di quelle organizzazioni che, catturati, entravano in diretto contatto con noi e ci riportavano il livello del dibattito che esisteva all’interno del movimento. Avvenne così una saldatura ideologica, politica e pratica che sarebbe durata molti anni. Naturalmente quella saldatura, grazie anche all’azione dei NAP che si erano organizzati per la difesa delle lotte dei detenuti, preoccupò fortemente i vertici del Ministero di Grazia e Giustizia che dapprima istituì alcuni reparti di isolamento individuale e per piccoli gruppi a Porto Azzurro, Alghero, Favignana e in qualche altro carcere e, nel 1977, in gran segreto, approntò cinque carceri speciali.

Sarebbe comunque ingeneroso verso tantissime avanguardie del carcerario sostenere che la loro scelta di lotta armata fosse dettata soltanto dall’influenza dei militanti delle organizzazioni armate. Queste avanguardie, ricordiamolo, avevano una loro particolarità: si formarono nel corso di anni nel fuoco delle rivolte, spesso subirono repressioni inenarrabili e la loro militanza, la loro formazione, avvenne tutta “nelle mani del nemico”, all’interno dell’istituzione più chiusa e più “gelosa” della borghesia. L’adesione fu dettata anche da una riflessione politica: solo la rivoluzione poteva dare, può dare, la vera libertà. Questo ovviamente vale per tutti, ma per un detenuto la parola libertà ha mille significati in più.

Quei compagni dunque, si assunsero quella responsabilità non solo per tentare una sorta di riscatto personale, ma per trascinarsi dietro tutti gli altri, per trasformare quella massa “delinquenziale” in un vero e proprio strato di classe.

Tutti i sommovimenti proletari storici, al culmine del loro sviluppo, hanno aggregato molteplici figure esterne alla classe: anche la piccola e media borghesia. Questo è successo anche negli anni ‘70. Poi, regolarmente, all’esplodere della crisi, ognuno è tornato nei suoi ranghi… i piccoli e medi borghesi in seno alla propria classe. Chi non ha questo tipo di scelte sono i proletari e …. i carcerati.

Come dicevo, nel 1977 furono approntate cinque carceri speciali, con caratteristiche altamente distruttive e di assoluto isolamento.

La gestione di queste prigioni, per la prima volta, passava sotto le dirette dipendenze dell’esecutivo, cioè del governo, e il controllo esterno fu affidato all’arma dei carabinieri.

Gli scopi di questo rivoluzionamento del carcerario erano molteplici: da una parte, si voleva ridare fiducia alle direzioni e agli agenti di custodia, provati e sfiduciati da una lotta decennale che li aveva visti sulla difensiva; dall’altra isolare i militanti delle organizzazioni armate e le avanguardie di lotta dalla massa dei detenuti e lanciare un preciso messaggio verso il movimento esterno.

I mesi successivi all’istituzione delle carceri speciali furono difficili, anche perché all’esterno i NAP avevano concluso la loro parabola e quelli che erano rimasti confluirono in altre organizzazioni combattenti e queste, se non ricordo male, cominciarono a subire catture importanti per spessore politico e per numero. Un momento di debolezza di cui il nemico approfittò, dispiegando la sua forza sui prigionieri. Nonostante la fase durissima, non vi fu alcuna defezione da parte dei prigionieri che anzi, successivamente si riorganizzarono, dotandosi delle strutture necessarie alla sopravvivenza politica e fisica.

Cominciò una nuova stagione di lotte, che all’inizio furono particolarmente dure, perché fatte in piccoli gruppi. A volte sembravano lotte disperate. Ma grazie anche all’apporto delle OCC e del movimento tutto, i prigionieri riuscirono a riconquistare degli spazi vitali e mantennero compatto e solido il corpo dei prigionieri.

Mi preme sottolineare che per lunghi anni, nonostante la durezza della repressione, il corpo prigioniero rimase compatto e solidale e questa solidità morale dava molta fiducia nel futuro e quindi nel superamento delle crisi cicliche.

Gli spazi politici erano ovviamente privilegiati su tutto il resto e credo che molto abbia pesato, nel bene e nel male, il ruolo e l’influenza dei prigionieri sulle sorti del movimento rivoluzionario.

Bisogna ammettere anche che non sempre c’è stato molto equilibrio, vi sono stati eccessi di soggettivismo che alla lunga hanno logorato i prigionieri. In determinati momenti sarebbe stato necessario conservare le forze, dare meno spazio alla soggettività. Non è un segreto per nessuno affermare che i quadri più preparati erano in prigione e la loro influenza politica era molto forte, per via delle elaborazioni teoriche che spesso venivano pensate e sperimentate dagli stessi prigionieri.

Sicuramente sono stati fatti molti errori di soggettivismo e di settarismo, la maledizione storica della sinistra, e quest’ultimo ha contribuito, alla fine, allo sfilacciamento del movimento rivoluzionario.

Questo però non deve essere una giustificazione per nessuno, specie per coloro che, in difficoltà nelle prigioni, ruppero la solidarietà, elusero le contraddizioni e scelsero il dialogo con i giudici e roba simile.

Aree omogenee… dissociazione… sono termini per alcuni incomprensibili o vaghi e forse è bene chiarire che dietro queste parole cambiava la qualità materiale della tua vita di prigioniero. A quanti facevano una scelta di campo diversa dalla tua, veniva cambiata la quotidianità, venivano premiati con un trattamento da prigionieri-ospiti, previa dichiarazione pubblica di abiura pubblicata quasi sempre sul Manifesto che, è bene ricordare, non solo si prestava, ma sosteneva la creazione delle aree omogenee e quindi la dissociazione; posizione bizzarra per chi occupa il mercato editoriale quale “quotidiano comunista”. Era una specie di fisarmonica oscena: mano a mano che i loro spazi si allargavano, i nostri si chiudevano. Gli esempi sono tanti e non è male farne qui qualcuno. I luoghi omogenei si formarono nei carceri adeguati, non troppo lontani dai luoghi di residenza per agevolare i familiari, ma con un occhio attento anche alle necessità della nuova politica. Rebibbia era ideale, ci si poteva addirittura candidare al parlamento e uscire da onorevoli… Le nostre compagne, i nostri familiari, invece, dovevano continuare a farsi i soliti 2000 chilometri per un’ora di colloquio, con i vetri di mezzo. Non solo, spesso si dovevano denudare e sottoporsi a perquisizioni umilianti. Quando ai sostenitori delle aree omogenee e ai dissociati diedero i computer, per tenersi aggiornati con le nuove tecnologie, a noi furono tolti tutti i libri. Ne potevamo tenere solo tre per volta e ricordo ancora la mia indecisione se privilegiare il vocabolario o un testo che mi interessava particolarmente. Quando a quelli delle aree omogenee davano spazi maggiori di socialità con l’esterno, a noi la censura della posta diventava più feroce e più feroce l’applicazione dell’art. 90, che sospendeva tutti i diritti costituzionali del prigioniero.

Compagne e compagni, per due anni buoni ho avuto la ventura di dividere tutte le mie giornate, ininterrottamente, con altri tre prigionieri. Sempre gli stessi. Bisogna essere assai corazzati per reggere una condizione del genere e non andare fuori di testa. Vi sono stati passaggi di tale ferocia che per orgoglio, per pudore, non ho raccontato neppure a Severina, la compagna con cui tutto questo ho condiviso.

Le aree omogenee, i dissociati, hanno fatto più danni dei traditori, perché hanno rotto la solidarietà politica e hanno seminato la sfiducia non solo nel corpo dei prigionieri, ma anche nella classe.

A questo proposito voglio leggervi un brano di uno scritto che recentemente ha affrontato i problemi degli esuli.

il danno sociale prodotto dai pentiti è circoscritto, limitandosi a smantellare un’organizzazione clandestina e a penalizzare i membri che la costituiscono. La dissociazione invece è misura di più ampio respiro sociale, in quanto crea un precedente ideologico, produce disaffezione e scoraggiamento non nelle fila di una specifica organizzazione, ma internamente ai movimenti sociali in generale. La dissociazione si rivolge perciò a un numero elevatissimo di individui ed è potenzialmente più insidiosa in quanto trascende la semplice sconfitta militare. Il pentimento adotta il linguaggio dell’esercito, mentre la dissociazione attinge dal vocabolario comunicativo della società civile.
Coloro che si sono distanziati dal proprio passato hanno avuto, il più delle volte, la possibilità di riprendere o iniziare una professione. La loro ‘autocritica’ assume rilevanza non in quanto maturata nell’intimo delle convinzioni personali, ma in quanto si presta ad essere riprodotta e trasmessa ad altri individui e gruppi. Ai dissociati si chiede di agire da testimoni di una sconfitta generazionale, di promuovere una memoria di sconfitta che non si esaurisca nel tempo passato e presente, ma che conservi un impatto significativo anche relativamente al futuro. È un fatto che, per coloro che sono stati coinvolti in processi politici, dissociazione ha anche significato reinserimento e spesso lavoro. Molti altri hanno dovuto emigrare. Tra i primi, lo status pubblico di dissociati si è sostanziato in messaggi e appelli chiari, inequivocabili, lanciati dalle pagine dei giornali o dagli schermi televisivi.1

Per chi volesse saperne di più sulla storia e il ruolo della dissociazione segnalo il libro Il proletariato non si pentito, Maj Editore, dove troverà tutta la documentazione di quegli anni sul problema.

Naturalmente condivido quanto scritto dal compagno. Non capisco quindi la superficialità di settori di questo movimento che danno credibilità a coloro che invece di dimostrare la propria coerenza, se la sono squagliata e oggi cercano di riproporsi come soggetto politico “rinnovato”. Nemmeno ai democristiani è più consentito di “riciclarsi”.

Penso che per i comunisti la coerenza sia essenziale e per coerenza intendo anche difendere sempre e comunque la propria classe. Altrimenti, non solo si perde credibilità, ma si fanno fare passi indietro ai movimenti e sappiamo quanto sia faticosa la ripresa.

Ricordo quando i comunisti, nelle aule dei tribunali, rivendicavano la loro militanza o i compagni delle Brigate Rosse rivendicavano l’appartenenza all’organizzazione e tutte le azioni fatte da questa. Era l’orgoglio di appartenere a un partito o a un’organizzazione che porta avanti il progetto più alto: la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Oggi in prigione ci sono rimasti quelli che “si sono sporcati le mani”, i proletari. I professori, i figli dei borghesi e dei piccolo-borghesi, i neo-editori, dopo aver fatto corsi accelerati in quelle aree omogenee, sono tornati al loro posto nella “società”.

A noi restano, tra gli altri, due problemi: ricostruire la nostra memoria e riannodare il filo rosso della solidarietà di classe con contributi più sostanziosi di quelli che posso dare io, e la sorte dei prigionieri politici e degli esuli. In più il problema urgente dei prigionieri che versano in condizioni di salute gravi: Prospero Gallinari, Salvatore Ricciardi, Salvatore Cirincione, Silvia Baraldini e altri…

Due problemi che devono essere sviluppati insieme, anche se le condizioni di salute dei compagni ci impongono tempi stretti se vogliamo che sia data loro la possibilità di sopravvivere alla detenzione.

Prospero non ha mai voluto, per sue convinzioni e coerenza personale, privilegiare la sua malattia per risolvere il suo caso personale. Siamo stati noi compagni a fare pressioni sul suo avvocato perché presentasse istanza di differimento della pena, che per due volte è stata rigettata. Come sapete, Prospero è stato sottoposto ad intervento chirurgico al cuore ed ha tre bypass. Solo pochi giorni fa è stato ricoverato in ospedale per un ictus e secondo i vari medici che l’hanno visitato ogni crisi potrebbe essere l’ultima.

Badate, il regime fascista liberò Gramsci nell’ottobre del 1934 perché potesse curarsi. Gramsci morì circa due anni dopo, nell’aprile del 1937. Ma siamo tutti d’accordo che il fascismo fu l’assassino di Gramsci. Siamo tutti d’accordo che questo potere democristiano (e non solo) sta uccidendo il nostro compagno.

Credo quindi che vada fatta ogni iniziativa possibile per chiedere la liberazione di Prospero e degli altri compagni che sono gravemente ammalati e impedire che cada un velo di silenzio che sarebbe mortale.

Ancora una sola considerazione personale.

Quando sono uscito dalla prigione questo movimento mi ha in un certo senso adottato. Ve ne sono grato. Ho trovato sostegno, umanità e calore.

Mi sono sforzato di capirvi e spesso anche voi avete fatto lo stesso sforzo. Certo, con i più veniamo da esperienze diverse, ma questo solo perché ho percorso diverse vite politiche. Di voi apprezzo il fatto che militiate in uno dei momenti più difficili di tutta la storia del movimento. È quanto vi abbiamo lasciato. Ma non siate ingenerosi, nonostante i guasti, resta l’esempio, il nostro, di una generazione che ha osato…

Spero che questi lavori in cui siamo impegnati possano darvi gli elementi di conoscenza utili a capire le luci e le ombre prodotte. Personalmente ritengo ancora valido quanto scritto da Lenin nel Che fare?

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada dirupata e difficile, tenendoci saldamente per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il loro fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, proprio per combattere i nostri nemici e non sdrucciolare nel vicino pantano.

Questo scriveva Lenin…

Per fare ci sono necessari dei punti fermi: la gelosa custodia della memoria, il superamento delle contraddizioni che possono avere una qualche validità nei grandi numeri e sono invece insensate in una situazione come la nostra. La politica praticata con senso costruttivo e aggregante. Più da vicino, i centri sociali possono avere soddisfatto molte esigenze, tuttavia rischiano di diventare una specie di riserva. Bisogna invece sfondare tutti i muri, pure quello dei nostri cervelli. È indispensabile, oggi più che mai, mischiarsi alla gente e a tutti i loro problemi.


  1. Brano tratto dallo scritto di V. Ruggiero “Condannati alla normalità. I detenuti politici italiani in Francia”, poi pubblicato su “Vis-à-vis” n. 2, 1994. 

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Solo un tratto di strada https://www.carmillaonline.com/2020/04/11/solo-un-tratto-di-strada/ Sat, 11 Apr 2020 16:50:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59368 di Alexik

[Mentre scrivo queste righe, mi arrivano le immagini dell’abnorme schieramento di polizia che ha disperso, col pretesto dell’emergenza coronavirus, il corteo spontaneo di saluto a Salvatore Ricciardi nel quartiere San Lorenzo (leggi e ascolta qui). Evidentemente, Salvatore, l’accanimento poliziesco ti ha inseguito fino all’ultimo. Quello di San Lorenzo è il secondo segnale di oggi contro i movimenti, che fa il paio con la direttiva emanata dal ministro Lamorgese ai prefetti per prevenire il “manifestarsi di focolai di espressione estremistica”.]

Era un giorno di fine febbraio del [...]]]> di Alexik

[Mentre scrivo queste righe, mi arrivano le immagini dell’abnorme schieramento di polizia che ha disperso, col pretesto dell’emergenza coronavirus, il corteo spontaneo di saluto a Salvatore Ricciardi nel quartiere San Lorenzo (leggi e ascolta qui).
Evidentemente, Salvatore, l’accanimento poliziesco ti ha inseguito fino all’ultimo.
Quello di San Lorenzo è il secondo segnale di oggi contro i movimenti, che fa il paio con la direttiva emanata dal ministro Lamorgese ai prefetti per prevenire il “manifestarsi di focolai di espressione estremistica”.]

Era un giorno di fine febbraio del 1994 quando Sante venne letteralmente a “prenderci a casa” ad uno ad uno, a noi di Bologna. Ci disse, senza tanti preamboli:
Ci sono due compagni che rischiano di morire in galera, Prospero e Salvatore. Bisogna rimboccarsi le maniche e farli uscire da lì“.
Non ci furono discussioni.

Sapevamo che Prospero, già operato per una ferita di arma da fuoco alla testa durante la cattura nel ’79, e reduce da due infarti, aveva appena avuto un’ischemia cerebrale.
Salvatore invece era in attesa da sei anni che il Tribunale di Sorveglianza autorizzasse l’operazione al cuore per la sostituzione della valvola aortica.

A Roma era attiva da due anni la campagna per la liberazione di Gallinari e Ricciardi lanciata dalla Commissione Fuori dal Carcere, un collettivo formato da universitari provenienti dall’esperienza della Pantera.
A forza di appelli e manifestazioni e concerti sotto Regina Coeli erano riusciti a far trasferire i due compagni dal Centro Clinico, dove le condizioni di detenzione erano miserrime, a Rebibbia.
Ma la possibilità di uscire dal carcere e scontare la pena in condizioni che permettessero la cura delle gravi patologie di entrambi, si infrangeva ogni volta con il muro eretto dal Tribunale di Sorveglianza.
Per questo, per rompere questo muro c’era bisogno di mettere in campo tutte le nostre forze, in ogni territorio e sul piano nazionale.

Occorreva superare divisioni e differenze sulla base di una priorità che accomunava tutt*, perché i compagni rimasti nelle galere erano parte della nostra storia, gli ostaggi nelle mani dello Stato di una generazione che si era assunta, per varie vie, l’onere di tentare una rivoluzione.
Prospero e Salvatore pagavano il prezzo di aver difeso quella storia, il prezzo di aver rifiutato di accodarsi a chi, in cambio di una detenzione più comoda e una via di uscita più breve, aveva sottoscritto la formula di abiura della dissociazione, la sconfitta politica di un ciclo di lotte.
Per noi mettere al centro il discorso sulla liberazione significava inoltre rivolgere di nuovo lo sguardo sulle prigioni, su quello che erano diventate con la carcerizzazione di massa di tossicodipendenti e migranti, e con l’estensione del regime del 41bis. Le stesse identiche contraddizioni che, a più di 25 anni di distanza, ci troviamo ancora ad affrontare.

Dunque, nel 1994 ci rimboccammo le maniche. Tutt*, e in tutta Italia: i gruppi e i cani sciolti, le posse e i centri sociali, le radio, i collettivi studenteschi, i centri di documentazione, si diedero da fare con concerti, trasmissioni, convegni, cortei, e un manifesto nazionale sui muri della penisola di cui (mi duole) non trovo più copia.
Parallelamente veniva aperta una campagna garantista, che raccoglieva le adesioni anche dal lato istituzionale.
Per la scarcerazione di Prospero (il più grave dal punto di vista della salute) firmò tutto il consiglio comunale di Bologna, maggioranza e opposizione.
Vedere per credere:

Adesso una cosa del genere sarebbe considerata fantascienza.
Per capire il livello di erosione che ha sgretolato in questi vent’anni il garantismo istituzionale , basti pensare che forze politiche che si espressero allora per la liberazione di Prospero in vita, attaccarono ferocemente chi, nel 2013, accorse al suo funerale a Reggio Emilia per rendergli omaggio da morto (il riferimento è in particolare al PDS, poi PD).

Oggi, con superiore ferocia, una schiera di blindati e idranti ha posto in stato d’assedio una parte di San Lorenzo per disperdere e identificare chi ha voluto portare a Salvatore l’ultimo saluto.

Comunque, l’impegno di allora diede dei frutti, di cui tutt* portiamo nel profondo del cuore, un pezzettino di orgoglio.  Nel 1995 i compagni cominciarono gradualmente ad uscire, Prospero con la sospensione della pena per motivi di salute, e poi ai domiciliari.
Salvatore con l’articolo 21 (che permette il lavoro esterno), e in seguito per l’operazione al cuore. Ma nel novembre ’98 il Tribunale di Sorveglianza di Roma gli respinse la proroga della sospensione della pena, decidendo il suo rientro in carcere in spregio alle perizie dei medici da quello stesso tribunale nominati.
A Rebibbia gli cambiarono la terapia, perché il farmaco che gli era necessario non era presente nella farmacia del carcere, provocandogli un’emorragia interna che lo pose di nuovo rischio della vita.
Lo cito come esempio eloquente di come funzioni la sanità penitenziaria (oggi come allora), un terreno sul quale Salvatore ha fatto sempre sentire alta la sua voce, sia dentro il carcere, che fuori.
Questa, ad esempio, è una denuncia di quando lui e Prospero erano a Regina Coeli1:


Salvatore uscì finalmente in via definitiva grazie alla mobilitazione dei compagni romani, ed al lavoro esterno come redattore di Radio Onda Rossa.
Impossibile riassumere la sua intensa vita in poche righe, dagli scontri di Porta San Paolo del 6 luglio 1960, l’entrata nei Cub, il passaggio alle Brigate Rosse, l’arresto nel 1980 e l’esperienza carceraria. E poi il ritorno in libertà, come voce di ROR, scrittore di libri necessari e infaticabile militante contro il carcere.
Fino all’ultimo, nelle mobilitazioni a sostegno delle lotte carcerarie in tempi di coronavirus, e per la liberazione di tutt*.

Ci sarà modo di rimettere insieme i frammenti di tutt* quelli che in questo momento lo stanno ricordando, a partire dalla lunga diretta dedicatagli ieri da Radio Onda Rossa (qui).
Condivido i miei, di frammenti, scelti fra i materiali tratti di quella battaglia di libertà dei primi anni ’90 (qui, qui, e qui), insieme ai saluti e alle dediche di alcuni che hanno percorso con lui un lungo, o breve, tratto di strada.
A Salvatore Ricciardi Carmilla ha dedicato la recensione del suo Cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, DeriveApprodi 2015, e di una biografia di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux, Roma, maggio 2018.

Il saluto di Sante Notarnicola:
Salvatore, giorni fa mi ha telefonato Paolo. Mi ha informato della tua caduta e delle tue condizioni, le tue tribulazioni. Hai sofferto molto, lo so, lo immagino. Quelle ferite sono insopportabili, come la galera con i suoi isolamenti, la sua ferocia, la sua inutilità. E mi colpisce ancora il modo in cui sei caduto – non c’erano compagni più giovani per fissare lo striscione? Conosco il meccanismo: è la scuola che ci ha formati, anticipare chiunque e comunque, a costo di rompersi e così è stato per te…
Il virus mi impedisce molte cose, avrei voluto accompagnarti e intanto parlarti e ricordarti la finestrella della tua cella nel carcere di Cuneo dove si vedeva tutto intero il Monviso innevato.
Anche per questo accettavo l’invito per la cena quando era possibile la socialità. E con essa i ricordi della militanza, la tua e dei tuoi compagni.
Mi sento assai povero, mi manca Prospero, mi manca Angelo Basone, Picchiura, Vic e tanti altri: un elenco triste. Restano i tuoi scritti che divulgheremo. Sai da tempo mi è caduto addosso il silenzio, non sono più il grafomane di quel tempo e anche le poesie sono rare.
Osservo, ascolto, taccio. Sicuro: è l’età.
Buon viaggio compagno. Grazie di tutto.
Appena libero dal virus voglio raggiungere il Monviso per un saluto speciale per te e per me stesso”.

Il saluto dei Prison Break Project: “Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Salvatore solo pochi anni fa, quando gli abbiamo chiesto di darci un parere su Costruire Evasioni, un libro sulla repressione dei movimenti sociali che stavamo ultimando.
In quell’occasione ci ha sbalordito la sua attenzione e la sua generosità. Nemmeno ci conosceva, ma dopo appena un paio di giorni da quando gli avevamo inviato il manoscritto ce lo ha restituito pieno di osservazioni acute e delle critiche sacrosante e meditate di chi si occupa del tema da una vita (e non solo per averne scritto in libri e blog, ma per averne affrontato il peso sulla propria pelle).
Il tutto per di più era accompagnato da una delicatezza ed un’umiltà che francamente è sempre più difficile ritrovare nel mondo superficiale e narcisistico che contribuiamo a costruire, anche fra compagn*“.

Qui una lettura su Radio Spore, web radio di XM24, tratta da: Salvatore Ricciardi, Esclusi dal consorzio sociale.

I cartelli, i manifesti, gli striscioni (qui), della “Giornata di solidarietà con le persone detenute” organizzata a Bologna il 9 aprile, che la Rete bolognese di iniziativa anticarceraria gli dedica con un abbraccio.

Penso sia molto importante far trasparire, in qualsiasi cosa scriveremo/scriverete come il carcere duro non abbia piegato Salvatore, ma anzi, lo abbia solo reso più convinto delle sue idee, idee che ha portato avanti fino all’ultimo istante. Posso immaginare la gioia di coloro che ai tempi contribuirono alla sua liberazione! La trovo una fieramente beffarda e , forse piccola, ma meravigliosa vittoria nei confronti di un’istituzione che nasce per punire, spaventare e spezzare anche gli spiriti più forti. Una piccola battaglia vinta.
Ieri notte pensavo a Salvatore, alla vita dura, ma piena (nonostante tutti gli anni che lo stato ha provato a strappargli) che ha fatto. Pensavo a cosa deve aver visto e vissuto dentro a quelle mura infami.  E mi sono venuti in mente i racconti sulla vita di un altro compagno, che fu il fondatore di quel Dodi’s Pub che poi divenne il primo (e per me indimenticabile, perchè mi accolse e crebbe umanamente e politicamente ) Circolo Iqbal Masih. Si chiamava Dodi, qualcunx di voi sono sicuro che lo ricorderà. Dodi fu proprio in carcere che conobbe persone che, come Salvatore, stavano scontando pene a causa delle loro idee, delle lotte che portavano avanti. Quegli incontri cambiarono profondamente la sua vita. Allo stesso modo, sono sicuro che i racconti e l’esempio, la passione di Salvatore, abbiano cambiato la vita di moltx. E niente, mi è venuta voglia di ascoltare questa vecchia canzone. Ho pensato di condividerla con voi, perchè sono sicuro che perlomeno il finale lo condividiamo e sentiamo nostro tuttx noi e rappresenta quel pensiero che ci sta unendo : ” saremo tutti meno liberi, finchè resterà in piedi una prigione ! “.

Un compagno di Bologna


  1. Tratto da: Germano Monti, Pena di morte all’italiana. Il caso di Prospero Gallinari e Salvatore Ricciardi, febbraio 1994. 

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Memorie dei dannati della terra https://www.carmillaonline.com/2019/04/06/memorie-dei-dannati-della-terra/ Sat, 06 Apr 2019 09:30:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51968 di Alexik

“Là, dov’era più umido fecero un fosso enorme e nella roccia scavarono nicchie e le sbarrarono alzarono poi garitte e torrioni e ci misero dei soldati, a guardia ci fecero indossare la casacca e ci chiamarono delinquenti infine vollero sbarrare il cielo non ci riuscirono del tutto altissimi guardiamo i gabbiani che volano”.

(Sante  Notarnicola, Galera. Favignana 1 Giugno 1973)

[Sono giunti da poco in libreria, rieditati da Pgreco, “La nostalgia e la memoria” e “Liberi dal silenzio” * di Sante Notarnicola. Contengono poesie e [...]]]> di Alexik

“Là, dov’era più umido
fecero un fosso enorme
e nella roccia scavarono
nicchie e le sbarrarono
alzarono poi garitte e torrioni
e ci misero dei soldati, a guardia
ci fecero indossare la casacca
e ci chiamarono delinquenti
infine
vollero sbarrare il cielo

non ci riuscirono del tutto
altissimi
guardiamo i gabbiani che volano”.

(Sante  Notarnicola, Galera. Favignana 1 Giugno 1973)

[Sono giunti da poco in libreria, rieditati da Pgreco, “La nostalgia e la memoria” e “Liberi dal silenzio” * di Sante Notarnicola. Contengono poesie e testi adornati dai disegni di Stefania Venturini e Marco Perrone, ed una lunga intervista rilasciata nel 1992 dall’autore a Radio Sherwood.]

Si dice che la poesia riesca a volte a pronunciare parole universali, valide in ogni tempo.
Succede ai versi di Sante Notarnicola, composti prevalentemente nel corso di una prigionia durata 21 anni – dal 1967 al 1988.
Versi che si rivelano ancor oggi necessari, e resteranno tali fino a quando l’ultimo carcere rimarrà in piedi.
Per quanto nelle galere sia cambiata la composizione del corpo prigioniero e i suoi livelli di combattività e di coscienza, per quanto siano state perfezionate e differenziate le forme del controllo, le sbarre restano fondamentalmente ancora le stesse.
Stessa è la reazione dell’umano alla negazione dell’aria e dei colori, e di tutto quel mondo esterno fatto di vastità di spazi, luoghi e persone amate.
Uguale è la violenza subita, la tensione e la rabbia, l’arroganza e l’arbitrio.
Uguale è l’apatia delle ore immobili, la tenerezza ai colloqui e il desiderio.

“Concreta è l’assenza del gesto, e del sorriso”. Per resistere bisogna imparare a ricostruirli nel sogno, nell’immaginazione, nei ricordi e nella speranza.
La poetica di Sante è un addestramento al carcere, ti insegna come l’istituzione totale può colpirti nella tua dimensione intima, e dove potrai trovar la forza per reagire.

Ma è anche memoria della rivolta, epopea dei Dannati della Terra, di quei prigionieri che alzarono la testa contro galere medioevali e codici fascisti.
Sul finire degli anni ’60 una nuova generazione di detenuti, figli un po’ riottosi di famiglie operaie e già alfabetizzati al conflitto, cominciò a scontrarsi contro il carcere punitivo – il carcere del bugliolo e della fame, dei pestaggi e delle celle di rigore sotterranee.
Incontrarono compagni con esperienza politica, come Sante, e capirono che se volevano migliorare la loro condizione dovevano fare come i loro padri nelle fabbriche, non più con gesti di ribellione individuali ma uniti in una forza collettiva.
Iniziarono così a fermarsi all’aria,  davanti ai guardiani sbigottiti, iniziarono a scrivere, comunicare con l’esterno, trasformando i processi in tribune di denuncia delle condizioni carcerarie.
In un crescendo di insubordinazione presero le prigioni, anche 20 alla volta in tutta Italia. E le distrussero, per il diritto al cibo e alla penna, ai colloqui e al libro, alla dignità e alla fuga.
Subirono pestaggi, isolamento, celle di rigore, trasferimenti continui, nuovi anni da scontare.
Lasciarono tre morti bruciati a San Vittore nella lotta per ottenere il fornello da campo, la possibilità di cucinare in cella.

Nelle celle a San Vittore tre fiori di pietra” .

Fuori la rivolta permeava scuola, famiglia e fabbrica.
Ogni settimana, in decine di migliaia marciavano sotto le mura di San Vittore.
Lotta Continua e Re Nudo davano voce alle rivolte carcerarie, Soccorso Rosso il supporto morale e materiale.
Gli studenti si riversavano nelle carceri per gli arresti dopo ogni corteo, portando dentro i libri per la formazione politica. Frantz Fanon, George Jackson, Eldridge Cleaver, Bobby Seale e Malcom X contribuivano alla trasformazione dei detenuti comuni in compagni, che quando uscivano riconfluivano nel  movimento.
Nasceva la Commissione Carceri di Lotta Continua, le evasioni di gruppo aumentavano.
Dovevano essere fermati.

Nel maggio ’74 un tentativo di evasione dal carcere di Alessandria finì con sette morti e 15 feriti fra detenuti e ostaggi, dopo un blitz dei carabinieri di dalla Chiesa. In febbraio era già stato ucciso il detenuto Giancarlo Del Padrone da una sventagliata di mitra di un agente di custodia, durante una protesta sul tetto delle Murate. A fine anno fu il turno di Venanzio Marchetti a Piacenza.

La strage di Alessandria mandò definitivamente in crisi il rapporto tra il carcere e Lotta Continua, accusata di non saper difendere le lotte.
Lo sguardo dei detenuti cominciava a rivolgersi altrove: quell’anno nascevano i N.A.P., Curcio evadeva da Casale Monferrato grazie a un’azione spettacolare organizzata dall’esterno.

Ma nel frattempo lo Stato lavorava per far divergere definitivamente il percorso penitenziario dei prigionieri comuni da quello dei politici e dei ribelli.
Da lì a poco sarebbe stata portata a termine la riforma dell’ordinamento penitenziario che sostituiva il vecchio codice fascista, riconoscendo (almeno sulla carta) i detenuti come soggetto di diritto e mitigando (sempre sulla carta) alcuni aspetti della brutalità del carcere. Veniva inaugurato un modello detentivo di tipo trattamentale che prevedeva un percorso a tappe per il reinserimento del detenuto nella società, una volta depurato dal suo carattere sovversivo, tramite permessi premio, semilibertà, lavoro esterno, ecc.
Conteneva al suo interno anche un frutto avvelenato, l’art.90, che permetteva al Ministero di Grazia e Giustizia di sospendere ogni diritto o tutela a suo piacimento per “gravi ed eccezionali motivi di ordine e sicurezza“.

Giungeva a compimento anche il progetto, affidato nuovamente a dalla Chiesa, di individuazione e allestimento delle carceri speciali. Tombe destinate ai vivi dove venivano concentrati i militanti della lotta armata e della sovversione sociale, i veterani delle evasioni, le avanguardie delle agitazioni carcerarie.

Tra il luglio e l’agosto del 1977 circa 2500 prigionieri vennero trasferiti con treni, elicotteri, aerei in cinque carceri: Fossombrone, Termini Imerese, Asinara, Favignana, Nuoro. Questi trasferimenti furono attuati con una vera e propria operazione militare“.

A Sante toccò l’Asinara: “Fu lì che ricominciai a sentire fame (e io sono uno abbastanza frugale, uno che si accontenta di poco…, ma lì la cosa era scientifica), perché proprio attraverso l’affamamento, oltre che i pestaggi e tutto il resto, volevano annientarci“.
E poi il silenzio obbligatorio, l’umidità e il freddo, i vetri divisori nei colloqui, le vessazioni e gli oltraggi ai familiari. Nessuna cura. Negli speciali  Fabrizio Pelli venne lasciato morire di leucemia.

“Oscillano
i resti del giorno
e
nella luce frugale
sentiamo un mare
rassegnato
alla spinta dei venti.
Osserviamo un muro bianco

Osserviamo un muro duro
Osserviamo un muro granuloso
Osserviamo un muro offensivo
Osserviamo un muro
un muro
un muro
martellante
muro
su cui continuiamo
a scrivere…
In questo paesaggio
straniero all’anima e
con un muro
vorrebbero spianare
le nostre coscienze.”

(Lager. Asinara 22 agosto 1977)

Quel muro saltò col plastico nel ’79, insieme a mezzo carcere. Nel 1980 gli ultimi detenuti vennero trasferiti sotto la pressione del sequestro d’Urso e della rivolta del carcere di Trani, sedata nel sangue (sempe più alto era il prezzo da pagare).
L’Asinara fu chiusa, ma non definitivamente, rimanendo a disposizione per le torture di un decennio successivo.
In compenso la carcerazione speciale servì davvero a spianare le coscienze.

Con la Grande Svolta
venne la restaurazione
e furono necessarie
le pietre e gli acciai.
Smarrimmo alla svelta
gli scopi e non fu possibile
vivere sopra le righe.
In un angolo
una donna a tutt’oggi aspetta.
Una lacrima lunga
scivola via.
Troppo lunga da asciugare“.

(Una lacrima)

Poesie amare come il tradimento, un tema attuale nel quarantennale del 7 aprile.

Incastrare Negri come il telefonista di Moro, volle dire costringerlo, per discolparsi, a spiegare – da quel lucido intellettuale che era – cosa era esattamente il movimento rivoluzionario. E lui si faceva 10-15 ore di interrogatori, spiegando tutto…
…  fino ad allora nessun prigioniero, dal grande dirigente al compagno più sprovveduto, aveva accettato un rapporto con la magistratura. Conosco decine e decine di ragazzi che per non aver risposto alle domande dei giudici si son presi 10-15 anni di galera e se li sono cagati tutti, senza dire una parola. Spiegare una circostanza gli avrebbe risparmiato anni, e non l’hanno fatto“.

Cosa rimane dopo tanto tempo, come eredita’ di queste vecchie storie ?

-La riforma penitenziaria del ’75 funziono’ effettivamente per depotenziare le agitazioni nelle carceri ordinarie, fornendo a buona parte dei prigionieri una via di uscita da quelle mura attraverso una gradualità premiale da conquistare con la buona condotta e la propensione al ravvedimento.
La violenza quotidiana nei penitenziari del circuito ordinario acquisì in questo modo nuove possibilità ricattatorie, visto che ogni reazione a un sopruso di un carceriere poteva inibire al detenuto l’accesso ai permessi, o interrompere il percorso verso la semilibertà.
E la situazione e’ ancora questa.

-La dissociazione ha attraversato i decenni, determinando non solo la sconfitta politica del tentativo rivoluzionario dell’epoca, ma adattandosi ai tempi che cambiano. E ci riguarda.
E’ ritornata durante il G8 di Genova  attraverso la logica della differenziazione fra buoni e cattivi che ha devastato il movimento, con Bertinotti che ci chiedeva di “dissociarsi dalla violenza di chi ha tirato un sasso“.
E’ ritornata in anni più recenti, riesumata da chi chiedeva ai lavoratori della logistica di “dissociarsi dalla violenza dei picchetti”.

-Le leggi dell’emergenza permanente si stratificano e ormai costituiscono la norma per affrontare qualsiasi problema sociale. Il populismo penale impazza.

-L’articolo 90 si e’ evoluto nell’alta sicurezza e nella tortura del 41bis.
C’e’ gente ancora dentro, da allora. Altra continua a finirci.

-In carcere si continua a morire e a subire violenza.
Storie di ieri a Viterbo:

«Ho subito violenze, gravi lesioni corporali e torture varie». «Mi hanno tenuto in mutande di inverno per giorni in una “cella liscia” e sono stato preso a pugni. Ho la testa piena di cicatrici». «Hanno tre squadrette solo per menare detenuti». «Aiutatemi ad andare via da questo carcere». «Se dico qualcosa qua mi menano». «Qui si cerca di sopravvivere alle ingiustizie e restare al proprio posto, sempre con i nervi saldi. Sempre più torno a convincermi di trovarmi in un mondo infernale. Si ricevono umiliazioni da parte delle guardie quando nelle perquisizioni che effettuano settimanalmente lasciano la tua cella sottosopra… La divisa che indossano dà loro un potere, non dà loro nessun onore e possono quindi infierire sul detenuto, come e quando vogliono, renderlo indifeso… sono diverse le storie di percosse che han subito alcuni detenuti della mia stessa sezione e rimangono celate nel silenzio. Qui si vive con la paura individuale, il buio, gli incubi. Per ora ancora sopravvivo, ma quando uscirò da questa struttura lotterò perché la verità esca fuori».1

Cosa rimane dunque ?
Libri di vecchi ergastolani, preziose cassette degli attrezzi.
Che ci insegnano a resistere con dignita’, rompere il silenzio, tenere la schiena dritta.

 

* “Liberi dal silenzio” racchiude “Materiale interessante“, edito nel 1997 per le Edizioni della Battaglia, e “…Camminare sotto il cielo di notte“, pubblicato nel 1993 dalla Calusca.


  1. Patrizio Gonnella, Viterbo, un carcere dove vige il terrore, Il manifesto, 5 aprile 2019 

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LUDD ovvero dell’insurrezione permanente https://www.carmillaonline.com/2018/07/26/ludd-ovvero-dellinsurrezione-permanente/ Wed, 25 Jul 2018 22:01:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47303 di Sandro Moiso

La critica radicale in Italia. LUDD 1967-1970, con una Introduzione e una memoria di Paolo Ranieri e una ricostruzione storico-politica a cura di Leonardo Lippolis, NAUTILUS, Torino 2018, pp. 570, € 25,00

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta [...]]]> di Sandro Moiso

La critica radicale in Italia. LUDD 1967-1970, con una Introduzione e una memoria di Paolo Ranieri e una ricostruzione storico-politica a cura di Leonardo Lippolis, NAUTILUS, Torino 2018, pp. 570, € 25,00

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta costituisce un’autentica boccata d’aria pura. Un po’ come aprire una finestra di un appartamento situato al centro di una grigia e inquinata metropoli per scoprire, inaspettatamente, che questa si affaccia su un magnifico paesaggio montano di nevi eterne, dirupi scoscesi e boschi verdissimi e selvaggi.

Le edizioni Nautilus che fin dai loro inizi pubblicano e ripubblicano testi di quel pensiero radicale che ha avuto nel Situazionismo una delle sue massime espressioni ma che, prima di tutto, affonda le sue radici nella insorgenza giovanile e proletaria che ha contraddistinto da sempre e, in particolare, fin dal secondo dopoguerra la “naturale” reazione di classe rivoluzionaria sia al capitalismo occidentale che al suo mostruoso alter ego rappresentato dal cosiddetto “socialismo reale”, con questo volume iniziano un’operazione che più che d’archivio pare essere più di riscoperta (per i lettori più giovani) e rivendicazione di un pensiero e di una pratica che dell’insorgenza continua contro ogni forma di potere costituito e ogni formulazione teorica tesa alla conservazione dell’esistente hanno fatto la propria ragione d’essere.

I due volumi che sono annunciati per il prosieguo dell’opera si occuperanno successivamente dei testi, giornali, bollettini e volantini prodotti all’interno del Comontismo, di Puzz, Insurrezione e Azione Rivoluzionaria e si intitoleranno Comontismo 1971-1974 e Insurrezione 1975-1981 e andranno ad affiancarsi ai due testi già precedentemente editi che raccoglievano tutti i numeri della rivista prodotta dall’Internazionale Situazionista1 e tutti i bollettini pubblicati dalla precedente Internazionale lettrista.2

Se, però, l’esperienza dell’Internazionale Situazionista è stata in qualche modo parzialmente digerita dal sistema mediatico e politico attuale, ben diversamente potrà avvenire per una produzione testuale e, lo ripeto ancora una volta, per una pratica militante che fin dagli esordi furono tacciate sia dal PCI che dai gruppuscoli nati alla sua sinistra (in primis l’orrido Movimento Studentesco di Mario Capanna) come provocatorie, irresponsabili e, in alcuni casi, “fasciste”.

Anche se l’opera non intende affatto costituire una celebrazione di pratiche e militanti come Giorgio Cesarano, Riccardo D’Este, Eddie Ginosa, Gianfranco Faina, Mario Perniola e molti altri ancora, senza dimenticare la vicinanza con Danilo Montaldi, poiché come afferma Paolo Ranieri nella sua introduzione:

“E’ ora, infatti, di dire basta alla moltiplicazione incessante e interessata di manifestazioni “in memoria”. Come il Primo Maggio […] ideato per essere l’appuntamento annuale con quel vagheggiato sciopero generale che spostava la presenza potenziale dell’insurrezione possibile insieme con l’assenza di rivoluzione attuale: da quando, con l’iterazione e la corrosione del tempo passato e il sequestro della produzione di memoria da parte delle istituzioni, ci si è scordati di questo, si è definitivamente degradato in una sorta di Pentecoste, rito lagnoso di una neo-religione per schiavi, aspiranti schiavi e liberti, meritevole di essere fuggito come la peste […] E lo stesso si può affermare senza esitazioni per il 25 aprile, il 12 dicembre, il 14 luglio […] ciascuno con le precise specificità che gli valgono un posto in questo martirologio della laica religione della disfatta, celebrata senza posa e senza vergogna dai voltagabbana incartapecoriti dalla nostalgia e dai militanti del conformismo”.3

Come si può ben comprendere fin da queste poche righe, che danno la cifra esatta del discorso anti-retorico e di rottura che la critica radicale italiana ha portato avanti fin dai suoi albori, non vi è possibilità di mediazione, di reciproco seppur parziale coinvolgimento e neppure di pace armata tra una miserabile concezione della politica di “sinistra” che ha fatto della sconfitta e della collaborazione di classe la sua terra d’adozione ed una visione che dell’iniziativa rivoluzionaria ed insurrezionale dal basso, proletaria e giovanile, ha fatto la sua ragione di esistere.

Continua, anzi anticipa, poi ancora Ranieri:

“Non possiamo nascondere a noi stessi che operazioni-memoria come la presente – intese a isolare una vicenda del passato raccogliendone i documenti in un’edizione che, elaborata dai superstiti stessi, aspira a mostrarsi critica, completa, definitiva, TOMBALE – rappresentano uno dei mille espedienti che l’universo delle merci adotta per frenare la propria inarrestabile entropia”.4

Sì, perché è proprio l’universo mercantile, con la rapida diffusione della sua capacità di affascinare e addomesticare l’immaginario proletario e sociale, l’altro obiettivo della critica radicale che, però, non intende semplicemente destrutturarne le basi e i principi ma, molto più semplicemente, distruggerlo insieme ai rapporti sociali e di produzione che lo alimentano. La necessità potrebbe rivelarsi essere proprio quella, già enunciata da De Sade, che l’insurrezione debba costituire la condizione permanente di ogni repubblica.

La sintetica ricostruzione storica della formazione, a Genova, prima del Circolo Rosa Luxemburg e poi di LUDD – Consigli proletari fatta da Leonardo Lippolis permette al lettore-militante di riscoprire le origini di tali formulazioni ed ipotesi non solo a partire dalle occupazioni studentesche delle Facoltà universitarie fin dal 1967, che impressero una spinta decisiva in quella direzione, ma fin dalle insurrezioni operaie e proletarie di Berlino Est nel 1953, dell’Ungheria nel 1956 e nelle rivolte italiane del luglio del 1960 e di Piazza Statuto nel 1962 a Torino.

Insieme alle interpretazioni che sorgevano dalle riletture dell’esperienza rivoluzionaria sulle pagine di “Socialisme ou Barbarie”, nei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e successivamente dell’Internazionale Situazionista si evidenziava però sempre il fatto di come l’insorgenza proletaria fosse una costante, dalla Comune di Parigi in poi e allo stesso tempo come le trame “partitiche” finissero sempre con l’ingabbiare e limitare l’espressione del desiderio di rivoluzione e superamento dell’esistente compreso all’interno dell’esperienza dei Consigli.

Anche se proprio la scelta del nome del gruppo di cui sono raccolti principalmente i materiali in questo primo volume, LUDD, rinvia ad esperienze precedenti ed egualmente radicali. E’ proprio sulla tracci dell’interpretazione data dallo storico inglese Edward P. Thompson, nella sua opera più importante,5 del luddismo che si forma la convinzione che la rivolta spontanea del lavoratori delle campagne inglesi contro l’introduzione delle macchine fosse tutt’altro che una forma primitiva, arretrata e tutto sommato conservatrice di lotta di classe. Negando così un’interpretazione “progressista” del capitalismo che nelle sue conseguenze ha finito col trasformare i partiti “socialisti” o “comunisti” che la sostenevano in strumenti di conservazione politica, economica e sociale. Insomma i proletari inglesi dell’epoca delle guerre napoleoniche erano già più avanti di coloro, ad esempio i cartisti, che si sarebbero poi fatti loro portavoce e rappresentanti come tutta la deriva tradunionista, socialdemocratica e infine stalinista che ne sarebbe poi conseguita.

E’ proprio per questo motivo che i fondatori del movimento andarono progressivamente allontanandosi da quella componente operaistica di cui avevano inizialmente condiviso una parte del cammino. E che contribuì ad allontanare alcuni di loro anche da Raniero Panzieri che, proprio a proposito della rivolta di Piazza Statuto, in un primo momento aveva commentato la giovanile rivolta operaia come “quattro meridionali che tirano le pietre”. Questa memoria, contenuta nella ricostruzione di Lippolis, mi fa ha fatto tornare in mente che fu proprio in occasione di quella rivolta, e degli atteggiamenti assunti nei suoi confronti da Pajetta e dal PCI, che due proletari come Sante Notarnicola e Giuseppe Cavallero decisero di stracciare la tessera del Partito. Mentre esponenti dell’operaismo come Antonio Negri e Mario Tronti decidevano in quegli stessi anni di praticare una forma di entrismo nello stesso. Come dire che l’istinto proletario batte la riflessione filosofica 1 a 0.

“La Lega operai-studenti, che rivendicava l’eredità dei Consigli operai, insisteva invece sulla necessità di trovare nuovi canali di insubordinazione, non necessariamente legati alla fabbrica, rigettando l’impostazione gerarchica e centralizzatrice leninista. La Lega operai-studenti negava ogni valore alla lotta rivendicativa di natura economica a scapito di una critica radicale del lavoro salariato, bollato come inumano e assurdo […] «La critica rivoluzionaria – recita il significativo passaggio di un manifesto del gruppo – deve interessarsi di tutti gli aspetti della vita. Denunciare la disintegrazione delle comunità, la disumanizzazione dei rapporti umani, il contenuto e i metodi dell’educazione capitalistica, la mostruosità delle città moderne» (I 14 punti della Lega degli operai e degli studenti)”.6

I documenti riportati in più di trecento pagine sono innumerevoli ed interessanti: dai testi prodotti dalla Lega degli operai e degli studenti che si andò formando nella cerchia di militanti del Circolo Rosa Luxemburg a quelli prodotti dal Comitato d’azione di Lettere fino ai tre bollettini prodotti da LUDD e all’Appello al proletariato infantile contro l’infantilismo borghese passando per il testo di critica ai gruppuscoli scritto da Jean Barrot: Sull’ideologia ultrasinsitra.

Non costituiscono però tutto il materiale raccolto nel sito Nel Vento, nato a partire da un progetto contenuto nel preambolo a Psicopatologia del non vissuto quotidiano di Piero Coppo nel settembre del 2006. In cui si affermava:

“Dalla metà degli anni ’60 si è sviluppato in Italia un movimento che, sotto diversi nomi e sfumature differenti, ha condotto una battaglia teorico-pratica per l’affermazione di una rivoluzione che, nella propria concezione, non poteva che avere come base la critica della vita quotidiana. Precursori dei tempi, questi gruppi inquadrarono la questione della rivoluzione in termini anti-ideologici fuori e contro il militantismo caratteristico di quegli anni e del decennio successivo.
Le donne e gli uomini che si unirono in questi gruppi sono stati i primi e gli unici a porre come criterio, per cogliere il senso di un vissuto rivoluzionario diversi concetti che oggi sembrano evidenti […] Il Progetto Critica Radicale è di raccogliere e pubblicare i materiali prodotti dai gruppi e dagli individui che si sono riconosciuti in quelle idee”.

Idee, non dimentichiamolo mai, che non si espressero in spazi angusti o in eburnee ed intellettualistiche torri, ma sempre direttamente sul fronte del cambiamento esistenziale e politico, giorno per giorno nelle lotte e in una pratica che vedeva nel PRESENTE e non in un lontano passato oppure in un altro ancor più lontano futuro la possibilità di realizzare il cambiamento sociale necessario alla piena realizzazione dell’essere umano. Sia come singolo individuo, sia come specie.

Indispensabili, a parere di chi scrive, ancora oggi, nonostante alcune iperboli linguistiche ed alcune ammaccature dovute al trascorrere del tempo, per una discussione ed una pratica sociale e politica che non voglia rimanere chiusa all’interno della rappresentazione spettacolare dei valori borghesi travestiti da antagonismo e delle merci ideologiche che ne derivano.


  1. Internazionale Situazionista 1958-1969, Nautilus, Torino 1994  

  2. Potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, Nautilus, Torino 1999  

  3. Paolo Ranieri, CRITICA RADICALE. GLI ANNI DI LUDD 1967-1970. Introduzione in La critica radicale in Italia, pag. 7  

  4. P. Ranieri, op.cit. pag. 5  

  5. Edward P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, Milano 1969  

  6. Leonardo Lippolis, L’occupazione definitiva del nostro tempo, in La critica radicale in Italia, pag. 35  

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Il ‘muratore’ della lotta di classe https://www.carmillaonline.com/2018/07/12/il-muratore-della-lotta-di-classe/ Wed, 11 Jul 2018 22:01:33 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=46732 di Fiorenzo Angoscini

Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux, Roma, maggio 2018, pagg. 118, € 12,00

Questa agile pubblicazione è una biografia circoscritta (1960-1980) realizzata sotto forma di intervista, con domande e risposte, condotta da Ottone Ovidi, redattore romano della rivista «Zapruder-Storie in Movimento» ed autore di una premessa sociale-storico-politica di quel periodo, a Salvatore Ricciardi, militante politico-proletario della borgata popolare della Garbatella.

Già iscritto alla sezione Psiup (Partito Socialista di Unità Proletaria), nato da una scissione a sinistra del Psi, sciolto per non aver raggiunto il quorum alle elezioni politiche del 1972 e i cui dirigenti, dopo questa debacle, confluirono [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux, Roma, maggio 2018, pagg. 118, € 12,00

Questa agile pubblicazione è una biografia circoscritta (1960-1980) realizzata sotto forma di intervista, con domande e risposte, condotta da Ottone Ovidi, redattore romano della rivista «Zapruder-Storie in Movimento» ed autore di una premessa sociale-storico-politica di quel periodo, a Salvatore Ricciardi, militante politico-proletario della borgata popolare della Garbatella.

Già iscritto alla sezione Psiup (Partito Socialista di Unità Proletaria), nato da una scissione a sinistra del Psi, sciolto per non aver raggiunto il quorum alle elezioni politiche del 1972 e i cui dirigenti, dopo questa debacle, confluirono massicciamente nel Pci. Tra i più in vista: Lucio Libertini, Dario Valori, Tullio Vecchietti, della borgata. Nonostante un diploma di Perito Industriale, inizia l’attività lavorativa e politica tra gli operai edili, con i quali partecipa alle energiche lotte del 1961-1963 che culmineranno con gli scontri (130 arrestati) di Piazza Santi Apostoli a Roma. Dopo aver vinto un fatidico concorso, entra nell’apparato delle Ferrovie dello Stato: ufficio tecnico. Inizialmente aderisce allo Sfi-Cgil, successivamente se ne stacca (espulso, insieme ad altri, quando se ne erano già andati) e, nel 1971, fonda l’organismo autonomo Cub-Ferrovieri di Roma, che ‘organizzava’ (contava) 1500 lavoratori. Poi, l’incontro con gli studenti:

“Quando cominciarono le prime avvisaglie del 1968 dalle parti della stazione Termini dove ci sono diverse scuole e licei in cui cominciavano a fare assemblee, i fascisti che venivano dalla zona di Corso Italia le attaccavano. Noi andavamo in permesso sindacale, spesso insieme a quelli del Pci e ci siamo trovati fianco al fianco nel respingere queste aggressioni fasciste”.

Quasi contemporaneamente (1969-1970) i primi contatti con i Compagni del Collettivo Politico Metropolitano di Milano (uno degli organismi che darà vita alle BR).
Il suo percorso di evoluzione (senza nessuna intenzione apologetica) politica culmina (1976) con l’adesione alle Brigate Rosse. Il vecchio (nato nel settembre del 1940, senza nessuna intenzione offensiva, bensì per sottolineare la significativa differenza di età con quella media del corpo militante. Solo Renato Curcio -anno di nascita 1941-può essere considerato suo ‘coetaneo’. Prospero Gallinari era di 11 anni più giovane; un altro reggiano, cofondatore delle Br e, poi, del Partito Guerriglia, ‘innominabile’ per molti degli ex-compagni, ne aveva 7 meno; Ario Pizzarelli aveva 14 ‘primavere’ meno; Walter Alasia, addirittura, era distanziato di ben 16 anni) come veniva chiamato dai suoi compagni di militanza nell’Organizzazione Comunista Combattente, per la sua attività nel ‘Partito armato’ colleziona 30 anni di carcere:

D.: “Ti ricordi della prima azione che è stata fatta a Roma?”
R.: “Un magistrato che firmava gli ordini di sfratto e gli sgomberi, proprio per i motivi che avevano fatto nascere la colonna romana, che fu ferito. Un’altra azione di quel periodo, che ci fece molta pubblicità perché riguardava un personaggio particolarmente odiato dal proletariato romano, fu l’uccisione di un palazzinaro, soprannominato “Jack lo sfrattatore”, molto attivo nello sfrattare e chiamare la forza pubblica contro gli inquilini morosi, che poi erano tutte famiglie popolari in quartieri periferici”.1

Di questi 30 anni, Ricciardi ne trascorre “…20 chiuso, e 10 in semilibertà e libertà condizionale”.2
In questo libro, non nello scritto-intervista, tanto meno nella breve autobiografia, Ricciardi non ricorda il suo grave stato di salute. Per rispetto della sua persona e volontà, non l’avremmo fatto nemmeno noi, ma ci sembra un comportamento di dignitosa coerenza che vale la pena sottolineare.
Dopo gli anni della galera, Ricciardi, rientra nel consesso civile (?), si interessa ed occupa di carcere, detenuti e diritti. Il libro, preceduto da un post scriptum di Ottoni, imperniato sulla metodologia storica, si chiude con un suo intervento proprio su quest’ultimo tema.

Senza vis polemica, solo un paio di annotazioni relativamente a sviste ed errori.
Giangiacomo Feltrinelli non muore nel 1971 (pag. 43) bensì il 14 marzo 1972. Ancora, a proposito di Luigi Longo, ex segretario del Pci dal 1964 al 1972, sostiene:

“Tra l’altro nel partito stava avvenendo una mutazione, avvertita ‘in primis’ da Luigi Longo nel 1975-1976…che mise in guardia il resto della dirigenza dalla perdita di iscritti di estrazione operaia a favore dei ceti medi. Ed è per me il risultato di un’azione politica rivolta a privilegiare questi ceti piuttosto che altri”.

Ma già Palmiro Togliatti, segretario generale nazionale del partito, il 24 settembre 1946, al teatro municipale di Reggio Emilia, sviluppò un ragionamento in tal senso, dal titolo: Ceto medio ed Emilia Rossa.
Anche “L’Unità” (prima pagina del 25 settembre) riportò la notizia: “I ceti medi hanno interessi comuni a quelli di tutti i lavoratori”3. Pochi giorni dopo, letteralmente, venne pubblicato un opuscolo con lo stesso titolo dell’iniziativa-convegno.4.
Tanto era l’interesse a pigiare su questo tasto.

Ricciardi ha realizzato un paio di pubblicazioni a firma propria: Cos’è il carcere. Vademecum di resistenza5 e Maelstrom. Scene di rivolta ed autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 19806.
Nel gennaio del 2013, insieme a molti altri Compagni, e non solo ex militanti delle Brigate Rosse, partecipa ai funerali del Comunista reggiano, Prospero Gallinari7 e per questo, con Sante Notarnicola, uno dei primi detenuti politici ad abitare le patrie galere, Loris Tonino Paroli, ex militante dell’organizzazione e Davide Mattioli, attivista No-Tav di Reggio Emilia, viene indagato per istigazione a delinquere.
Tutto si sarebbe poi chiuso con un’archiviazione.

A Lidia
Questo è il primo scritto che ‘tento’ di elaborare dopo che, il 20 gennaio, mi hai lasciato per sempre.
Purtroppo, non ho potuto fartelo leggere, come solito, prima di divulgarlo.
Non ho nemmeno potuto usufruire dei tuoi preziosi consigli e suggerimenti, delle tue critiche.
Mi manchi tanto.
Mi manchi anche per questo.

(Fiorenzo, 30 giugno 2018)


  1. pag. 46  

  2. pag. 47  

  3. L’Unità, pag. 1, 25 settembre 1946  

  4. Palmiro Togliatti, Ceto medio ed Emilia Rossa, Tipografia popolare, Reggio Emilia, 1946  

  5. Salvatore Ricciardi, Cos’è il carcere. Vademecum di resistenza. Prefazione di Erri De Luca, DeriveApprodi, Roma, 2015, pag, 128  

  6. Salvatore Ricciardi, Maelstrom. Scene di rivolta ed autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980, DeriveApprodi, Roma, 2011, pag. 400  

  7. 1 gennaio 1951-14 gennaio 2013  

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Le mele “marce” https://www.carmillaonline.com/2017/06/14/le-mele-marce/ Tue, 13 Jun 2017 22:02:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38842 di Fiorenzo Angoscini

Giorgio Panizzari, L’albero del peccato, Colibrì edizioni, Paderno Dugnano (Mi), marzo 2017, pp. 208, € 14,00

Quella condotta dall’autore in questa ricostruzione criminologica, economica, sociale e politica sul proletariato marginale ed extralegale, è una ricerca-contributo realizzata dall’interno, in presa diretta ed in prima persona. Per questo è necessario soffermarci sulla biografia di Panizzari e sulla genesi del suo lavoro.

Ragazzo di strada, potenziale ergastolano Giorgio Panizzari nasce e cresce in una delle ‘barriere’ operaie e popolari di Torino. Adolescente durante l’inizio degli anni ’60, quelli del boom economico, della seicento, della lavatrice, della televisione comprata a riscatto [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Giorgio Panizzari, L’albero del peccato, Colibrì edizioni, Paderno Dugnano (Mi), marzo 2017, pp. 208, € 14,00

Quella condotta dall’autore in questa ricostruzione criminologica, economica, sociale e politica sul proletariato marginale ed extralegale, è una ricerca-contributo realizzata dall’interno, in presa diretta ed in prima persona.
Per questo è necessario soffermarci sulla biografia di Panizzari e sulla genesi del suo lavoro.

Ragazzo di strada, potenziale ergastolano
Giorgio Panizzari nasce e cresce in una delle ‘barriere’ operaie e popolari di Torino. Adolescente durante l’inizio degli anni ’60, quelli del boom economico, della seicento, della lavatrice, della televisione comprata a riscatto e che funzionava con l’introduzione delle cento lire, come i jukebox, e quando esauriva la carica di tempo (decine di minuti) le trasmissioni si interrompevano, lo schermo diventava nero e se volevi continuare a ‘goderti’ lo spettacolo, dovevi introdurre nell’apposita fessura altre monete. Il fasullo benessere economico aveva beneficiato anche le fasce a reddito medio-basso della popolazione italiana. Ma non tutta.

Rimanevano esclusi i soliti, gli ultimi in tutti i sensi, i senza lavoro, i nuovi disoccupati, gli emarginati politici e sociali. O anche quelli che non volevano sottomettersi al giogo di un lavoro alienante, ripetitivo e che ritenevano inutile. Nascevano e crescevano le bande irregolari di quartiere (batterie o ‘batere‘)composte prevalentemente da giovani non ancora lavoratori garantiti, non più ‘scolarizzabili’ per loro rifiuto, anarchici nel senso di contrari ad ogni forma di potere costituito, ribelli refrattari ad ogni legge. Piccola malavita che ‘delinque’ per sopravvivere, alcuni dei suoi componenti anche perchè non volevano, e non sopportavano, l’idea di svolgere un lavoro in cattività. Panizzari è uno di questi nuovi proletari emarginati: un teppista di strada.

Compie scippi, furti e rapine. A 15 anni varca per la prima volta le soglie di un istituto punitivo: il carcere minorile Ferrante Aporti. Poi, il reparto di “Osservazione” adiacente alla Casa di Rieducazione e, successivamente, viene ospitato nella Casa Benefica per Giovani Derelitti a Pianezza, nella cintura periferica torinese. Da questa ‘benefica’ istituzione decide di fuggire, così, quando lo riacciuffano, viene classificato come “socialmente pericoloso” ed assegnato,”per motivi di sicurezza”, ad una Casa di Rieducazione: il correzionale di Bosco Marengo (To), il peggiore del nord Italia.

Tra scarcerazioni, evasioni e nuovi arresti, arriva all’età di 17 anni (giugno1967), quando lo arrestano nuovamente, affibbiandogli l’articolo 10: irrecuperabilità sociale. Questo gli evita l’internamento in una Casa di Rieducazione e lo rispediscono al “Ferrante Aporti”. Ma la sua “irascibilità” viene curata con l’invio al Centro di Osservazione Manicomiale delle Carceri “Le Nuove”. Appena compiuti i 18 anni (ottobre 1967) viene arrestato con l’accusa di furto in un deposito di pellicce e rinchiuso proprio a “Le Nuove”.

Nel reclusorio torinese conosce e stringe amicizia con Giuseppe Avattaneo, comandante ‘Caino‘ “ex Partigiano temutissimo da guardie e detenuti…Finita la Resistenza, ‘Caino’ l’aveva continuata per i fatti suoi, andando a scovare alcuni collaborazionisti, gente che aveva torturato Partigiani nella famigerata caserma di via Asti, e li aveva poi ‘giustiziati’ con l’aiuto di qualche altro Partigiano”.1 Dai 15 ai 20 anni, resta libero per non più di due anni.

Nell’aprile del ’69 è tra i protagonisti della prima grande protesta carceraria, quella di Torino-Le Nuove. Dopo la rivolta arrivano i trasferimenti in massa. Panizzari intervalla brevi soste in carceri ‘normali’, per poi essere inviato al Manicomio Criminale di Montelupo Fiorentino (Fi). Esce, ma nel 1970, a 21 anni, si costituisce volontariamente per chiarire che non era il responsabile della rapina e omicidio di un orefice. “E’ innocente, sostiene, e si difende vigorosamente. I giornali però lo hanno trasformato in un mostro. Il duello è impari. Da una parte la memoria di un agiato cuneese, dall’altra la presenza di un teppista, un balordo che comunque deve essere messo in grado di non nuocere. Per quattro anni Panizzari si batte, studia legge, imposta la sua difesa, raccoglie testimoni e testimonianze, accetta di essere sottoposto a test psicologici, sempre con la speranza che la società potrà così convincersi della sua verità. Ma per la società un criminale per di più intelligente è insopportabile, è una dimostrazione di colpevolezza”.2 La condanna è: ergastolo! “…dopo che mi ero volontariamente costituito per costrngermi a ‘confessare’ una rapina e un omicidio che non avevo commessi”.3

In appello e Cassazione la pena viene confermata. Panizzari inizia il suo peregrinare tra le varie carceri del ‘Bel paese’, da nord a sud e viceversa, isole comprese. In carcere incontra Adriano Sofri, Guido Viale, Pio Baldelli (‘vittime’ di manifestazioni di piazza e colpevoli di aver compiuti reati d’opinione), Agrippino Costa (‘liberiamo il compagno Costa, rubava quadri da vero artista‘ ), Fiorentino Conti (responsabile della commissione carceri di Lotta Continua). Ad Augusta (Sr) ‘politicizza’ il cappellano del carcere, Padre Giardina, “…un tipo simpaticissimo che accettava di fischiettare ‘Bandiera Rossa‘ in cambio di un salsicciotto e di un bicchiere di vino”.4

Si rapporta con i primi collettivi carcerari: interni (Le Pantere Rosa) ed esterni (I dannati della terra di LC e con i NAP). A Porto Azzurro ritrova il torinese Martino Zicchitella e conosce il ‘torinese’-immigrato Sante Notarnicola. Quando è in ‘cura’ (1974) presso il Manicomio Criminale di Aversa (Cs) lo raggiunge la triste notizia della morte di due suoi Compagni militanti dei Nuclei Armati Proletari, Luca Mantini e Giuseppe ‘Sergio’ Romeo, uccisi durante il tentativo di esproprio di una banca fiorentina pianificato dall’organizzazione.5

Partecipa a rivolte e tentate evasioni: la più ‘possibile’, comunque fallita, quella di Viterbo (maggio 1975, in pieno sequestro Di Gennaro, magistrato di Cassazione, della direzione generale degli istituti e pena del Ministero di Grazia e Giustizia) insieme ad altri due ‘nappisti’, Martino Zicchitella e Pietro Sofia. Quando, luglio 1977, viene ufficializzato il circuito delle carceri speciali, è già detenuto nell’isola dell’Asinara (Ss) dove era arrivato da Poggioreale (Napoli), in cui era stato appoggiato per il processo ai NAP, che gli frutterà la condanna a 16 anni e quattro mesi di reclusione in più.

Dopo il sequestro Moro (16 marzo 1978) è tra i militanti dei Nap, con i soli Pasquale Abatangelo e Domenico Delli Veneri, che aderiscono alle Brigate Rosse. A distanza di un anno anche quasi tutti gli altri militanti dei Nap entreranno nelle BR. Dopo la Settimana Rossa (19-26 agosto 1978 e 21-23 settembre 1978), il 2 ottobre 1979 iniziò la ‘Battaglia dell’Asinara’, “…una lotta che la stampa e i mezzi d’informazione ignorarono accuratamente ‘per ordini superiori’6 e quando i rapporti si deteriorarono sino, quasi, alla rottura, Giorgio Panizzari venne individuato e ‘nominato’ rappresentate dei detenuti per condurre la trattativa con le autorità. A questo proposito è significativa la versione di Pasquale Abatangelo;7…tentammo un riavvio della trattavia, ottenendo di parlare con il sostituto procuratore di Sassari, che era giunto precipitosamente sull’isola. Giovanni Mossa, così si chiamava il magistrato, fece la mossa di accettare il confronto, a condizione di incontrare un nostro delegato. Mandammo Giorgio Panizzari, che era abituato alle missioni impossibili”.

Ancora, sempre da ‘Correvo pensando ad Anna‘, parlando delle diverse caratteristiche e personalità dei detenuti politici e/o politicizzati, scrive “Non spiccavano intellettualmente come Giorgio Panizzari, che a Palmi sapeva tenere a bada brigatisti saccenti e pieni di boria”.
Panizzari, come riconosciuto dal suo Compagno, prima nei Nap, poi nelle Brigate Rosse, il teppista, emarginato e marginale, sapeva coniugare la ‘pratica con la grammatica’, era in grado di svolgere il ‘lavoro intellettuale e quello manuale’.

Proprio nel carcere calabrese, il ‘balordo’ proveniente dalla barriera torinese, incrocia intellettuali e professorini con cui molti volevano regolare i conti: “Ma si riuscì a non ‘fare nessun conto’, nemmeno nei confronti dell’ineffabile Toni Negri, che di ‘storiacce’ alle spalle-e di conti da regolare-ne aveva parecchie e con molti già a quel tempo”,8 ma non è tenero nemmeno con l’antagonista del professore padovano, Alberto Franceschini (che prediceva a Negri la stessa fine di Horst Mahler, ex militante della Raf che era finito a collaborare con il ministero degli Interni…o che si sarebbe suicidato, incapace di affrontare il duro peso della galera) a quel tempo ‘suo’ Compagno: “A posteriori, verrebbe da dire che l’Oracolo Franceschini parlava anche di sé…” .9

Nel corso del 1981 le Brigate Rosse si scindono in Partito Guerriglia e Partito Comunista Combattente dopo uma battaglia furibonda, feroce, accanita e incanaglita all’interno dello ‘speciale’ di Palmi. Panizzari non aderì a nessuno dei due tronconi. “La mia personale posizione era da tempo quella che fu poi assunta dalla frazione ‘Partito Guerriglia’, ma non ritenevo assolutamente che la reale forza socio-politica e quella politico-militare del gruppo che andò poi sotto quella sigla potesse mai minimamente realizzare le tesi e i programmi politici che aveva fatto propri…Per paradosso furono proprio i compagni della frazione PCC, pur consapevoli delle mie posizioni assai diverse dalle loro, che mi chiesero di rimanere con loro anche da posizioni di minoranza , e che soprattutto non mi fecero mancare-come neppure io a loro-un rapporto di immutata stima e rispetto, anche in presenza della più aspra divergenza politica”.10

Ormai, Panizzari, è un cane sciolto, un senza partito. Come ultimo atto di militanza politica sintetizza le sue posizioni in ‘sei tesi’ (L’albero del peccato in nuce?) che divulga dentro e fuori dal carcere. Poi ritorna nell’alveo del solo personale, inizia una lotta contro il sistema martirizzando il proprio corpo. Nel 1983, mentre era ospitato nel penale di Potenza, si taglia la parte inferiore della lingua che gli provoca l’insensibilità permanente di una sua parte. Tornato a Palmi, per protestare contro le limitazioni della vita sociale cui era sottoposto (come tutti gli altri detenuti), nel novembre del 1984 si cuce la bocca e i genitali.

Proprio per la drammaticità e crudezza di tale iniziativa utilizziamo la sua testimonianza diretta: “Mi procurai un ago per suture chirurgiche e del filo biologico, e una sera mi cucii la bocca con quattro punti poco sopra le labbra; quindi mi cucii la pelle del cazzo alla sommità con altri tre punti. Poi ripresi la mia vita di sempre…mi ero cucito bocca e uccello per sperimentare e verificare una cosa della quale ero convinto: che sarebbe stata la stessa cosa!, che non avrei apprezzato alcuna differenza tra corpo cucito e corpo non cucito…Che la bocca l’avevo cucita in quanto fonte e organo principale della comunicazione linguistica, logico-razionale, e il cazzo quale fonte principe (ma non certo la sola) di una comunicazione del corpo, dei suoi sentire, dei suoi desideri…Questo sostenevo. E certo non solo (e non principalmente) per via della condizione carceraria di Palmi”.11

Nel 1993, dopo 23 anni di carcere continuativo, ottiene la semilibertà e il lavoro in una cooperativa informatica. Nuovamente arrestato con l’accusa di aver compiuto tre rapine in banca nell’area romana, viene assolto in Corte d’Appello, ma la semilibertà revocata non gli viene ‘restituita’, per protesta inizia uno sciopero della fame. Nel 1998 il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, gli concede la grazia parziale, richiesta per lui da altri.

Nel dicembre 2000 è nuovamente arrestato per una rapina alla filiale di Todi (Pg) del Monte dei Paschi di Siena. Attualmente è in semilibertà e torna a ‘pernottare’ nel carcere di Bollate (Mi).
Oltre a “L’albero del peccato” ha scritto “La danza degli aghi” (1986) “…il carcere è fatto per questo , per sorvegliare e punire quello che non è addomesticabile secondo le regole del tempo in cui ci è dato vivere” (Rosella Simone);12 la sua autobiografia, “Libero per interposto ergastolo” (1990), “Il sesso degli angeli. Nel labirinto della sessualità carceraria” (1991): “Dieci storie vere, tra mimetismo, sublimazione e dramma, di ordinaria follia carceraria, con al centro la grave, scabrosa, tormentosa deprivazione sessuo-affettiva dei detenuti. Omosessualità latente, masturbazione, autorepressione, alienazione: lo schizofrenico limbo dei “corpi del reato”, condannati anche e soprattutto a un’impossibile eterosessualità e a un’omosessualità comunque inibita e “vietata”. In appendice, un sondaggio tra i detenuti, e la drammatica vicenda di un carcerato transessuale“. (Centro di Documentazione Studi e Ricerca sulla Cultura Laica Piero Calamandrei).13

La pianta e i ‘frutti’ proibiti
Una prima versione, ridotta e parziale rispetto all’edizione attuale, di “L’albero del peccato” è stata pubblicata nel settembre 1983 a cura del Collettivo Rebelles di Parigi e stampato presso ‘L’ateliers graphiques’ di Bruxelles. La firma dell’autore era: Collettivo Prigionieri Comunisti delle Brigate Rosse. Sostanzialmente la quasi totalità dei militanti BR detenuti nel carcere di Palmi (Rc). Un ‘foglietto volante’, inserito all’interno del libro (sicuramente successivo alla stampa dello stesso, quasi come rettifica, preventiva o tardiva?) spiegava le ragioni, la natura ed indicava i tempi di realizzazione dello scritto. “Questo scritto esce a stampa a tre anni di distanza della sua stesura (che risale al dicembre ’80/gennaio ’81) e per iniziativa del Collettivo Rebelles a causa delle difficoltà frapposte dallo stato italiano alla sua pubblicazione”.

Precisava anche che: “Dal tempo della sua stesura ‘molta acqua è passata sotto i ponti’ sia per il movimento rivoluzionario sia per la controrivoluzione. Il centro dello scontro nel movimento rivoluzionario italiano attualmente si è spostato su temi diversi per molti aspetti da quelli trattati nel libro: la sua pubblicazione in questi mesi potrebbe addirittura essere sentita, a torto, come una presa di posizione del ‘Collettivo Rebelles’ a favore delle correnti ‘soggettiviste’ che si ostinano ancora a porre il proletariato prigioniero come soggetto centrale del movimento rivoluzionario o addirittura a costruire una immagine della società metropolitana a somiglianza di un grande penitenziario…Niente di più estraneo a noi di ciò”.

Da questa quasi presa di distanza dal contenuto del libro, si intuisce come la realizzazione, pubblicazione e diffusione sia stata ‘contrastata’, ed abbia incontrato, probabilmente, forte opposizione politica in campo ‘rivoluzionario’. Come sopra ricordato, nel corso del 1981, le Brigate Rosse si scindono in due tronconi: Partito Guerriglia, i cui principali esponenti e propugnatori sono Renato Curcio e Alberto Franceschini (a questa ‘corrente’, come ricorda Pasquale Abatangelo in “Correvo pensando ad Anna”, aderisce la quasi totalità dei militanti prigionieri); e Partito Comunista Combattente che ha come autorevoli referenti, tra gli altri, Prospero Gallinari, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti. Successivamente, alcuni ‘guerriglieri’, Pasquale Abatangelo tra loro, abbandonano la compagine ed aderiscono al PCC.

Tornando alle ‘giustificazioni’ accompagnatorie del Rebelles all’ “Albero”, si concludono così: “Riteniamo utile la sua pubblicazione come strumento per sostenere l’alleanza della classe operaia e dei suoi organismi rivoluzionari con le masse proletarie ‘emarginate’ delle metropoli imperialiste e con i popoli oppressi e sfruttati del Terzo Mondo”.
La struttura della pubblicazione è suddivisa in sei capitoli (tesi) ben definiti e argomentati: I) Le origini e le caratteristiche strutturali del proletariato extralegale; II) Le forme d’organizzazione, di lotta e di coscienza dell’extralegalità; III) Carcere e politica penitenziaria; IV) Carcere e movimento politico del proletariato prigioniero; V) Quattro tesi politiche; VI) Elementi di programma.

Di questo contributo teorico parla anche Pasquale Abatangelo:14Da Palmi era uscito un volume, intitolato ‘L’albero del peccato’, che riuniva i materiali di un lungo lavoro iniziato all’ Asinara (probabilmente si riferisce al cosiddetto “Documentone” e a quello che si considera la sua continuazione ed ampliamento: “L’Ape e il Comunista “ n.d.a.)15nel quale la trasformazione storica dei volti della criminalità veniva proposta come chiave interpretativa del destino del proletariato metropolitano”.

A questi elaborati si affiancano anche altri lavori d’area, intesa come Partito Guerriglia. Oltre al vero e proprio manifesto di fondazione16 il pezzo forte di appoggio è firmato da coloro che vengono considerati i due più autorevoli militanti prigionieri: Renato Curcio ed Alberto Franceschini. Il suo titolo è “Gocce di sole nella città degli spettri” che, dopo una premessa redazionale, una prefazione di Pio Baldelli, ha una pagina titolata ‘Prima di tutto‘ che riporta la citazione di Marx: “…dal tempo di Adamo l’albero del peccato è nello stesso tempo l’albero della conoscenza…17

Pasquale Abatangelo lo definisce “Una ulteriore spinta verso la ‘complessificazione’ del paradigma marxista in direzione di una più attenta considerazione degli elementi sovrastrutturali della lotta di classe18. Uniche voci fuori dal coro, rispetto alla corrente maggioritaria, Andrea Coi, Prospero Gallinari, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti delle Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente che con Politica e Rivoluzione19 rivolgono “…un’aspra critica, ispirata a un marxismo solido e ‘tradizionale’, delle tesi esposte da Curcio e Franceschini…” (P. Abatangelo, cit.).

L’edizione da poco pubblicata del testo di Panizzari, su iniziativa del Centro Studi Territoriali “Ddisa” di Lentini (Sr) e a cura del Centro d’Iniziativa ‘Luca Rossi’ di Milano che, nella premessa editoriale, ricorda come “una prima versione del libro, corrisponde grossomodo ai capitoli III e IV del presente volume”.
L’autore, nella premessa (redatta nel 2015, due anni prima della stampa effettiva) evidenzia queste caratteristiche relativamente alle sue riflessioni e ricerche, l’ elaborazione “si chiude nel 1989 ma la sua gestazione era durata una decina di anni tra enormi difficoltà…Il testo che segue ha quindi in primo luogo un valore di testimonianza…”. E anche se si ferma alla fine degli anni ottanta mantiene le proprie caratteristiche di interesse e peculiarità, originalità ed attualità. Quindi non un limite, anche se solo temporale, ma l’indicazione di un periodo che abbraccia il ‘peggiore’ decennio che ci sia toccato di attraversare.

Tratteggia, con cognizione di causa, le caratteristiche del ‘crimine’ così come si sono dipanate a partire dalla metà dell’ottocento, le sue modificazioni ed adattamento al mutamento dei tempi, nonché la sua evoluzione. Confronta le varie scuole di pensiero elaborate per contrastare il fenomeno della delinquenza. Dalle più ottuse e retrive fino a quelle ‘illuminate’, contemporanee al “sorgere delle idee socialiste” che ritenevano la delinquenza “…un sottoprodotto delle storture dell’industrializzazione e della degradazione che queste inducevano in alcune classi sociali…e il delinquente era una vittima della società”.

Individua, e segnala, la diversità di ‘classe’ del crimine: “La prostituzione patentata, il furto materiale diretto, il furto con effrazione, l’assassinio e il brigantaggio per le classi inferiori; mentre le abili spoliazioni, il furto indiretto e raffinato, lo sfruttamento sapiente del gregge umano, i tradimenti di alta tattica, le astuzie trascendenti, infine tutti i vizi e tutti i crimini ‘veramente lucrativi’, eleganti, che la legge è troppo ben educata per raggiungere, rimangono il monopolio delle classi superiori”.20
Gli esempi e le considerazioni non riguardano solo il suolo italico, ma abbracciano anche vecchio e nuovo continente.

Così come si ricordano i diversi approcci di criminologi, psicologi e sociologi ‘ante litteram’. Lo svilupparsi del fenomeno di proletariato marginale ed illegale è riconducibile ad alcuni fattori di sovrapproduzione capitalista: le guerre, l’incremento demografico, la disoccupazione, il sottolavoro, quello precario e non garantito (“Modi di produzione della criminalità”). Inoltre “la branca del lavoro extralegale, sotto la pressione dei ‘consumatori senza salario’ negli ultimi venticinque anni si è enormemente dilatata e complessificata”.

Panizzari, nell’analizzare questi mutamenti socio-economico-politici, utilizza gli strumenti classici del marxismo a cui affianca “un affrontamento franco, diretto, rigoroso”. Come direbbe una certa metodologia filologica21 una ricerca effettuata direttamente ‘sul campo’.
Così, maneggia Marx-Engels, Foucault, Marcuse, Lombroso e Beccaria nonché molti altri ‘esperti’, letterati, economisti, e scienziati del crimine. Ma, indirettamente, interpella anche i ‘complici’ di tante scorribande. E, il ‘corpus’ della sua inchiesta è focalizzato sul più debole e vulnerabile del proletariato marginale, quello imprigionato.

I capitoli centrali, non solo tipograficamente, sono dedicati all’individuazione e analisi di come si determinano queste ‘nuove’ figure sociali ed economiche: “Tempi e metodi del lavoro extralegale” (“…extralegale non è extrasociale, non è nemmeno asociale: è prodotto squisitamente sociale”), nonché alla descrizione (non edulcorata) della gran massa di ‘non salariati’ (nel senso classico di chi, lavoratore subalterno, riceve un salario in cambio di una prestazione, perlopiù manuale) incarcerata: “La frazione prigioniera del proletariato extralegale in Italia e i suoi lunghi anni settanta”.

Dopo aver passato in rassegna gli ultimi avvenimenti più politici (rivolte, lotte, tentate evasioni, spaccature ideologiche e divisioni, anche umane, dissociazioni e ‘pentimenti’) l’ultimo paragrafo di questa parte ha il significativo titolo “Ed è ancora mercato”. Che si conclude così: “…il 31 marzo 1988 il ministero della Giustizia informava che i detenuti in stato di detenzione effettiva ammontavano a 36.179, da che nel 1970 erano 35.000! E viene da rammentare i dati rilevati dalla Commissione d’indagine della Presidenza del Consiglio, che nel 1987 individuavano 8,3 milioni di persone povere…Evidentemente, nel corso del ‘secondo miracolo economico’ non tutti i cittadini sono stati miracolati! E nessuna politica penitenziaria, io credo, può surrogare i miracoli”.

All’interno del suo lavoro, Panizzari, delinea anche le caratteristiche particolari delle grandi organizzazioni criminali italiane nell’ambito dell’extralegalità, le“…’tre sorelle’ o, come recita la loro cultura orale, ‘tre cavalieri uniti da un patto di sangue’”: Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra. Così come sottolinea la diversità di pentimento, rispetto ai ‘politici’, degli affiliati a queste ‘multinazionali del crimine’.

L’attuale edizione di “L’albero del peccato” si conclude con l’autore che ricorda tutta una serie di dinamiche e di ‘valori’ propri dell’ extralegale per rimarcare che “Chi è cresciuto nell’etica della strada, nei linguaggi gergali della notte, nei riti dei riformatori e degli interrogatori di polizia può ben dire di aver compiuto una prima liturgia iniziatica per l’appartenenza a pieno titolo a un certo mondo adulto”.


  1. Giorgio Panizzari, Libero per interposto ergastolo. Carcere minorile, riformatorio, manicomomio criminale, carcere speciale: dentro le gabbie della Repubblica, Kaos Edizioni, Milano, gennaio 1990  

  2. Archivio Franca Rame Dario Fo, Soccorso Rosso – 1969. Intervento di Franca Rame alla presentazione del libro di Giorgio Panizzari “La danza degli aghi”, 22.11.1986  

  3. G. Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  4. G. Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  5. Vedi https://www.carmillaonline.com/2017/05/17/ribelle-sociale-militante-comunista-senza-perdere-la-tenerezza/  

  6. G: Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  7. Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, Edizioni Dea, Firenze, marzo 2017  

  8. G. Panizzari, Libero per interposto ergastolo, cit.  

  9. G. Panizzari, cit.  

  10. G. Panizzari, cit.  

  11. G. Panizzari, cit.  

  12. Giorgio Panizzari, La danza degli aghi, Cooperativa Apache, Roma 1986 ed Edizioni Ddisa, Lentini (Sr) 2015  

  13. Giorgio Panizzari, Il sesso degli angeli. Nel labirinto della sessualità carceraria, Kaos Edizioni, 1991  

  14. P. Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, cit.  

  15. Collettivo Prigionieri Comunisti delle Brigate Rosse, L’Ape e il Comunista, Carcere di Palmi 1980, Corrispondenza Internazionale, anno VI , nn. 16/17, Roma, dicembre 1980  

  16. Brigate Rosse-Partito della Guerriglia, Tesi di fondazione del partito, dicembre 1981, in Progetto Memoria, Le parole scritte, Roma, 1996  

  17. R. Curcio e A. Franceschini, Gocce di sole nella città degli spettri, Corrispondenza Internazionale, anno VII, supplemento ai nn. 20/22, Roma, dicembre 1982  

  18. P. Abatangelo, cit. 

  19. A. Coi, P. Gallinari, F. Piccioni, B. Seghetti, Politica e Rivoluzione, Giuseppe Maj Editore, Milano, dicembre 1983  

  20. da “La Phalange”, Parigi, 10 dicembre 1838  

  21. La filologia moderna si articola in due grandi direzioni: da una parte si tende a reperire, ricostruire e interpretare i testi (studio delle testimonianze verbali); e dall’altra a mettere in luce e interpretare fatti di ogni genere che giovino alla comprensione dei testi stessi: studio delle cose  

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Le emozioni del cuore, la freddezza della ragione, la realtà dei fatti. https://www.carmillaonline.com/2017/04/26/le-emozioni-del-cuore-la-d-della-ragione-la-realta-dei-fatti/ Tue, 25 Apr 2017 22:01:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37787 di Fiorenzo Angoscini

brigate rosse Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’, Volume I, DeriveApprodi, Roma, febbraio 2017, pagg. 550, € 28,00

Il lavoro di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, si distingue per la vasta mole di documenti consultati. I molti materiali analizzati e di diversi archivi. La lettura delle relazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, lo studio degli atti giudiziari, delle indagini e varie perizie attinenti i numerosi processi relativi al sequestro e soppressione dell’esponente democristiano. La disponibilità di inediti colloqui con militanti protagonisti dell’ esperienza armata, della guerriglia diffusa, [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

brigate rosse Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’, Volume I, DeriveApprodi, Roma, febbraio 2017, pagg. 550, € 28,00

Il lavoro di Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, si distingue per la vasta mole di documenti consultati. I molti materiali analizzati e di diversi archivi. La lettura delle relazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, lo studio degli atti giudiziari, delle indagini e varie perizie attinenti i numerosi processi relativi al sequestro e soppressione dell’esponente democristiano. La disponibilità di inediti colloqui con militanti protagonisti dell’ esperienza armata, della guerriglia diffusa, della lotta nelle carceri e le stragi compiute all’interno di alcune di esse: Le Murate ed Alessandria; nonché per i nuovi dettagli evidenziati, la segnalazione (ricordi, memorie) di particolari rimossi. La smentita di una recente dietrologia complottista con presenze ‘multiple, diverse ed eterogenee durante le fasi dell’azione in via Fani. Le deposizioni di testimoni oculari che smentiscono se stessi, motociclette con a bordo ignoti sparatori fantasma ed altro ancora.
Inoltre la loro ricostruzione favorisce il recupero e il riordino della memoria.
Quella colletiva e quella individuale: la nostra, di ognuno di noi.

Gli autori hanno dei significativi ‘precedenti’ relativamente agli argomenti trattati nel libro di recente pubblicazione.
Clementi, dieci anni fa, ha realizzato una “Storia delle Brigate Rosse”;1 anni prima aveva dato alle stampe uno studio che potremmo definire correlato al piano ‘Victor’, ossia come neutralizzare umanamente, politicamente, personalmente e mentalmente il presidente del Consiglio Nazionale DC qualora fosse stato liberato.2
Il piano da attuare in caso di morte dell’ostaggio, era stato denominato ‘Mike’.
Più semplice, prevedeva di informare tutta una serie di figure istituzionali, giudiziarie e politiche, isolamento immediato del luogo di ritrovamento del corpo, interdizione dello stesso ai famigliari, l’istituzione di un efficiente servizio d’ordine davanti lo studio e l’abitazione di Moro, fornire in forma dubitativa le informazioni a stampa e tv.

Persichetti, con Oreste Scalzone, ha scritto “Il nemico inconfessabile”3 e, quasi quotidianamente, su ‘Insorgenze.net’ conduce una sistematica azione di puntigliosa smentita e rettifica di notizie…false e tendenziose. Relativamente ad avvenimenti e fatti riconducibili alla lotta armata e suoi militanti, alla repressione, tortura, ‘omicidi’ di stato, alla politica e alla cultura.

Infine, Santalena, ha elaborato una tesi dottorato di ricerca all’Università di Grenoble su, “La gauche révolutionnaire et la question carcérale : une approche des années 70 italiennes” (8 dicembre 2014) con capitoli espliciti: “Dalle prigioni fasciste, alle prigioni in rivolta (1969-1973)”; “Dalla riforma alla controriforma: tra repressione, lotta armata ed evasione (1974-1977)”; “Le prigioni al centro del conflitto: tra lotta armata e gestione dell’emergenza antiterrorismo (1977-1987)”.

Dettagli e particolari
Addentrandosi nella lettura si incontrano alcuni dettagli, o particolari, che se non sconosciuti, sono sicuramente poco noti. Così, si apprende che, la mattina del 9 maggio 1978, lo spazio dove verrà ritrovata in via Caetani (a metà strada tra la sede nazionale della Dc e quella del Pci) la Renault 4 di colore amaranto con all’interno il corpo senza vita di Moro, era stato occupato la sera prima da Bruno Seghetti che vi aveva parcheggiato la sua vettura personale, una Renault 6 di colore verde. Questo per evitare intoppi o inconvenienti dell’ultimo minuto. Così facendo si era sicuri che il luogo prescelto per posizionare la macchina servita per l’ultimo trasferimento, e successivo ritrovamento del corpo senza vita del parlamentare democristiano non sarebbe stato ostacolato dalla presenza di altri veicoli inopportunamente parcheggiati al suo posto.

Un’altra questione poco considerata è l’azione svolta da Fulvio Croce, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Torino, quando è nominato difensore d’ufficio dal presidente della Corte d’Assise di Torino che deve condurre il giudizio (maggio 1976) contro il cosiddetto ‘nucleo storico’ (definizione sempre rifiutata dagli imputati) dell’organizzazione comunista combattente, dopo che i militanti delle BR avevano ricusato i propri avvocati di fiducia, diffidato la corte di nominarne d’ufficio ed erano, momentaneamente, riusciti a far vacillare i meccanismi classici dell’ordinamento giudiziario, rivendicando il diritto all’autodifesa, per condurre il cosiddetto ‘processo guerriglia’4 e far ‘saltare’ il dibattimento.

br-processo Nonostante l’accettazione delle superiori ragioni di stato, delegando la difesa tecnica ad altri otto avvocati dell’ordine torinese, il presidente della corporazione forense, approfittando del rinvio al 16 settembre 1976 – in attesa di un pronunciamento della Cassazione per redimere un conflitto di competenza territoriale tra Torino e Milano – al riparo da clamori mediatici, si fece promotore della proposta di promulgazione di una ‘leggina’ (come la definì in una missiva indirizzata al presidente del Consiglio nazionale forense) ad hoc che permettesse agli imputati che lo desiderassero di difendersi da soli.

Sempre durante il tentativo di costituire la corte per poter svolgere il processo, oltre alla nomina di ‘difensori tecnici’, si incontrarono notevoli difficoltà nell’individuare i giudici popolari, per la rinuncia ad accettare di molti di essi.
Per superare questo ostacolo scesero in campo i massimi dirigenti del Pci torinese, Giuliano Ferrara in testa, coadiuvato ufficiosamente da due magistrati della procura, Luciano Violante e Gian Carlo Caselli che, secondo il parlamentare ed esponente del Pci torinese Saverio Vertone, “Partecipava alle riunioni del comitato federale. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria…” Mentre l’elefantino (pseudonimo di G. Ferrara) partecipò ad “alcune riunioni con giurati del maxi-processo contro i brigatisti per convincerli a non rinunciare all’incarico” (M. Caprara).

Sempre Ferrara, rivendicava il merito al Pci di aver realizzato, e diffuso, il famigerato questionario contro il terrorismo che, alla domanda n. 5, invitava alla delazione.
…poi naturalmente offrivamo una mano, al di là della mano che dava lo Stato. Lo Stato offriva una sua protezione, noi potevamo aggiungere anche la nostra. (…) Per esempio case. Chiedevamo: ‘Dicci quali sono i tuoi problemi, se hai paura. Sappi che noi ci siamo”.
Tramite un suo ‘autorevole’ dirigente, G. Ferrara, il Pci si faceva Stato.

Prima delle Brigate Rosse e le militanze nel Pci
Già subito dopo la Liberazione si sono strutturati gruppi od organizzazioni Comuniste che praticavano la lotta armata. In diverse forme e modi. Dal Movimento Resistenza Partigiana-Movimento di Unità Proletaria di Carlo Andreoni, di cui, però, vanno chiarite alcune ambigue striature; alla “IX Divisione Stella Rossa Brigata clandestina ‘808’ “ di Armando Valpreda,5 presidente dell’Anpi di Asti, tra i promotori dell’ insurrezione di Santa Libera,6 fino a quel gruppo di bravi ragazzi che si ritrovavano presso la Casa del Popolo di Lambrate (Mi) per costituire la ‘Volante Rossa’.7 Per giungere a quei militanti emiliani (clandestini ed apparentemente senza organizzazione unificante) che hanno costellato le province reggiana, modenese, ferrarese e bolognese di numerosi fatti d’armi, principalmente eliminazione di fascisti e loro complici.

In anni più vicini al secondo biennio rosso italiano (1968-1969) ci sono esperienze di resistenza ed attacco armato che potremmo definire propedeutiche alla più significativa (per durata, numero di militanti ed azioni) organizzazione che ha ‘imbracciato il fucile’ e che viene ‘raccontata’ nel libro.
Il gruppo torinese costituito da Piero Cavallero, Danilo Crepaldi, Sante Notarnicola,8 Adriano Rovoletto, tutti militanti del Pci operaista delle ‘Barriere’ proletarie di Torino. “Già nel 1959 abbiamo compiuto la prima azione e siamo andati avanti fino al 1967, momento del nostro arresto. Piero era il coordinatore delle sezioni Pci della ‘Barriera di Milano’ , una circoscrizione popolare con circa 70.000 abitanti. Io, ero stato segretario dell’organizzazione giovanile del partito (Fgci) a Biella e contavamo circa 3.000 iscritti. Agli inizi degli anni sessanta avevamo capito che non eravamo più sintonizzati con il ‘partito’. Troppo ingessato, conformista e non più ‘rivoluzionario’9 .

Un’altra compagine di militanti iscritti al Pci, sezione “Rino Mandoli” di Ponte Carrega a Genova, che ha intravisto ‘l’ora del fucile’, è quella che volgarmente e mediaticamente è stata battezzata XXII Ottobre, attiva a Genova dal 22 ottobre 1969 (data di costituzione) al 26 marzo 1971, giorno della rapina al fattorino dello Iacp. In realtà, colui che è indicato come uno dei fondatori della pattuglia di nuovi partigiani, Mario Rossi, anche se con reticenze, distinguo e cautele, afferma: “Condividendo la posizione dei Gap, diventammo in pratica il gruppo Gap di Genova come c’erano già a Milano e Trento. Però, l’ho detto e lo ripeto ancora, siamo sempre stati autonomi rispetto alle altre formazioni che si stavano formando o che erano già attive altrove”.10
.
L’esperienza di Rossi, e la lettura del libro di Clementi-Persichetti-Santalena, ci offrono l’occasione di approfondire anche un altro aspetto, relativo a militanti delle prime formazioni armate, ma anche delle Brigate Rosse: la loro provenienza, l’appartenenza e l’agire politico.
Nella testimonianza raccolta da Donatella Alfonso (giornalista de “La Repubblica”) Rossi ribadisce,
Io, di fatto, mi sento ancora un militante del Pci degli anni Sessanta…In quegli anni lì ti capitava di frequentare il Partito soprattutto sul posto di lavoro, nelle sezioni di fabbrica, perché sentivi il polso dell’operaio che era quello che ti insegnava a lavorare e poi pensare…(Noi) ci eravamo tutti forgiati anche con il 30 giugno del ’60, quando Genova ha respinto il congresso del Msi. Lì c’eravamo tutti e l’ultima volta che ho visto davvero il Partito comunista in piazza è stato quel giorno, con i partigiani e i portuali con il gancio in mano”.

Nella ricostruzione delle sue scelte politiche, svela anche un particolare emblematico, “…un altro fatto che non ho mai raccontato per non mettere in imbarazzo nessuno, ma io ho continuato ad avere la tessera del Pci: finché non è morto, un vecchio compagno di Genova me l’ha rinnovata tutti gli anni, anche quando ero in carcere…Sembra assurdo, ma io non sono mai stato espulso dal Partito comunista”.

feltrinelli Queste due organizzazioni ‘minori’ e precedenti al dispiegarsi delle BR e di altre formazioni con struttura nazionale anche se con diffusione a macchia di leopardo (Nuclei Armati Proletari e Prima Linea) insieme ai Gruppi d’ Azione Partigiana costituiti da Giangiacomo Feltrinelli (operativi a Trento, Milano e Genova, i cui militanti in maggioranza, e sostanzialmente, sono confluiti nelle Brigate Rosse dopo la morte dell’editore,14 marzo 1972) sono stati un insieme di più ‘iscritti’ al Partito (Nelle inchieste sui Gap sono stati indagati G.B. Lazagna, Marisa e Vittorio Togliatti, nipoti del Migliore, ed altri ancora molto ‘vicini’ al Pci) che si sono mossi collettivamente, ma ci sono anche sintomatiche individualità o compagni semi-organizzati, con contatti personali. L’editore milanese presta la sua pistola (una Colt Cobra) a Monika Ertl, nome di battaglia ‘Imilla’, quando il primo aprile 1971, ad Amburgo, uccide Roberto Quintanilla Pereira, rappresentante del governo boliviana in Germania e boia di Ernesto Che Guevara.11

Clementi e coautori ricordano il caso di Maria Elena Angeloni, la zia di Carlo Giuliani, dilaniata – insieme al militante cipriota Georgios Christou Tsdikouris – dall’auto bomba che stava indirizzando verso l’ambasciata statunitense di Atene (2 settembre 1970) ed iscritta alla sezione 25 Aprile del Pci milanese. “Ai funerali di Elena, a Milano, per la Resistenza greca c’è Melina Mercouri. Ci sono i compagni, gli amici, i militanti del Pci. A titolo individuale. Il Partito non c’è. Anche se ufficialmente sostiene la Resistenza. Il segretario della sezione 25 aprile viene costretto dalla Federazione a strappare la matrice della tessera di Elena”.12

Un altro esempio evidenziato in “Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla ‘campagna di primavera’” è quello di Angelo Basone, operaio alle presse di Mirafiori, delegato sindacale e dirigente della sezione di fabbrica del Pci, mai espulso dal partito, inserito nella lista dei 61 operai da licenziare e militante noto e riconosciuto dell’organizzazione con la stella a cinque punte. Condannato per partecipazione a banda armata, prigioniero politico nelle carceri speciali.

Quelle sopra ricordate sono le biografie politiche di alcuni militanti comunisti (militanti del Pci) che hanno intrapreso la lotta armata. Militanti politici a tutto tondo, che partecipavano all’attività di sezione, contribuivano al dibattito durante le riunioni, intervenivano ai congressi di partito, organizzavano manifestazioni e comizi, redigevano e distribuivano volantini, diffondevano la stampa: il quotidiano ‘L’Unità’, i settimanali ‘Vie Nuove’ e ‘Noi Donne’. Non giocavano a fare i soldatini.

La più significativa, probabilmente, è la coerente traiettoria disegnata da Prospero Gallinari. Già militante, a Reggio Emilia, dell’ organizzazione giovanile del Pci, dal 1968 con doppia tessera, anche quella del Partito13 quando ne viene espulso (1969) per indisciplina, partecipa alle riunioni del ‘Collettivo Politico Operai-Studenti’, detto ‘Gruppo dell’appartamento’ (poi CPM-Sinistra Proletaria di Re). Dopo un’infelice (così la definisce nella sua autobiografia) esperienza (1971-1972) nel Superclan di Corrado Simioni, aderisce ufficialmente alle Brigate Rosse, divenendone uno dei militanti più rappresentativi.

Mario Moretti, quando Gallinari muore, lo ricorda così: “Il nome di battaglia di Prospero era Giuseppe e non è certo per caso. Se l’era scelto con molta ironia ma per un vecchio comunista quel nome vuol dire qualcosa. Prospero è uno dei compagni di fiducia e di linea, è lui che guida la battaglia politica con Morucci nella colonna romana. Prospero è il marxismo-leninismo, tutto quel che ci succede, ascese e cadute, lui lo legge alla luce del rapporto tra partito e masse, avanguardia e masse. Pensa che è là che manchiamo. Viene dall’esperienza emiliana, per lui il partito è tutto, la coerenza politica è tutto, e ha un senso morale fortissimo. Ognuno vive la sconfitta in maniera diversa… per lui, se le cose tornano sui paradigmi marxisti-leninisti va bene, e di lì non si muove neanche se gli spari. Quando le Br si esauriscono, spera in una continuità in qualcosa che non siano le Br. Il che a mio parere non ha senso, e gliel’ho detto, pur con il grande rispetto che ho per lui. Prospero è uno di quelli con cui mi intendevo, è d’acciaio, proprio d’acciaio, è fatto così, è un vecchio contadino del Pci. Prospero è importantissimo. Ciao, Prospero”.14

Anche Andrea Colombo,15 in altra prospettiva ed ottica, gli rende gli onori della Politica: “Prospero Gallinari era una persona meravigliosa. Molti lo sanno ma temo che pochi lo scriveranno. Invece è bene che sia detto. Era generoso, altruista, coraggioso. Era uno di quelli di cui si dice ‘col cuore grande’…Era un uomo d’altri tempi. Un militante comunista di quelli che per due secoli hanno fatto la storia. Un partigiano nato per caso a guerra finita. Da ragazzo si faceva chilometri a piedi per andarsi a leggere l’Unità nel bar del paese più vicino alla fattoria in cui era cresciuto. Da uomo fatto era ancora quel ragazzo. Con noi, ragazzi di movimento, che negli anni ’70 il Pci lo odiavamo e lo combattevamo aveva pochissimo a che spartire. ‘Io – mi ha detto una volta – sono sempre stato un militante del Partito comunista italiano e, anche se ti sembrerà strano, in tutte le organizzazioni di cui ho fatto parte ho sempre rappresentato l’ala moderata’ “.

La costituzione delle BR
Gli artefici di questo primo volume, a cui altri ne seguiranno, hanno ricostruito dettagliatamente come, e quando, si è costituita la prima, e più importante, organizzazione armata italiana del dopoguerra con un’ ampia ramificazione su quasi tutto il territorio nazionale. Quali sono stati gli organismi, collettivi e comitati politici che hanno contribuito alla sua fondazione. Più sopra abbiamo sottolineato come questo lavoro sia di aiuto e stimolo al recupero della memoria, anche per questo motivo lo consideriamo un testo utile e fondamentale.

Da Trento, un apporto sostanziale lo hanno fornito Margherita Cagol e Renato Curcio che, poi, con Mauro Rostagno (Movimento per una Università Negativa) sono ‘migrati’ a Verona, per poter aver un respiro politico maggiore, dove hanno collaborato con il ‘Centro d’informazione’ che pubblicava la rivista ‘Lavoro Politico’ diretta da Walter Peruzzi. Successivamente, quasi tutta la redazione aderì al Partito Comunista d’Italia, che poi si scisse in ‘linea nera’ e ‘linea rossa’.

Curcio e ‘Mara’ aderirono a quest’ultima, fino a quando, agosto 1969, ne vennero espulsi insieme a Peruzzi ed al ‘trentino’ Duccio Berio. Da Verona si trasferiscono a Milano, ed incontrarono i Compagni del Collettivo Politico Metropolitano (poi Sinistra Proletaria), i Compagni dei Cub Pirelli, Alfa, Sit-Siemens, Marelli, nonche i componenti dei Gruppi di Studio della Sit e della Ibm. Quest’ultimo, qualche anno dopo, realizza un importante lavoro di ricerca sulla multinazionale statunitenese: “IBM, capitale imperialistico e proletariato moderno”.16 Ma anche nei quartieri della cintura periferica ci sono realtà ‘autonome’ che iniziano una certa critica politica: comizi volanti, diffusione di materiale di propaganda e militare, prevalentemente incendio di automobili di capetti e fascisti.

Particolarmente radicato, nel quartiere Lorenteggio-Giambellino, il “Gruppo Proletario Luglio ’60” comunista autonomo. Animatori e aderenti a questo organismo sono tutti (un centinaio) ex militanti iscritti alla sezione Pci di quartiere, intitolata al partigiano ‘Giancarlo Battaglia’. Come partigiani sono il militante storico del rione: Gino Montemezzani, uno dei pochi maoisti ad avere incontrato personalmente Mao Tse Tung,17 e Giacomo ‘Lupo’ Cattaneo, successivamente combattente comunista nelle Brigate Rosse. Del comitato “Luglio ’60” fanno parte anche i nove fratelli Morlacchi,18 figli di una ‘famiglia comunista’. In sei saranno perseguitati per costituzione e partecipazione a banda armata: le BR. Pierino, oltre ad essere uno dei promotori dell’organizzazione è stato anche nel primo comitato esecutivo con Curcio, Cagol e Moretti.

A Reggio Emilia, la gran parte dei componenti il ‘Collettivo Politico Operai-Studenti’ provenivano dal Pci e dalla Fgci, ed insieme agli organismi sopra ricordati, oltre ad un gruppo di compagni di Borgomanero (No) e uno del comprensorio Lodi-Casalpusterlengo (allora provincia di Milano) si ritrovarono a dibattere e discutere, a fine dicembre 1969 presso la locanda ‘Stella Maris’ di Chiavari (Ge) e, poi, al ‘congresso di fondazione’ in quel seminario-convegno di tre giorni che si svolse presso la trattoria ‘Da Gianni’, frazione Costaferrata, zona appenninica della provincia reggiana nell’agosto 1970. Così, sostanzialmente, si costituirono le Brigate Rosse.

Memoria ed oblio
Spesso si ripete che la memoria è un ingranaggio collettivo. Ma è anche uno strumento ‘sovversivo’. I tre ricercatori, autori di questa complessa ricostruzione umana, storico e politica ci forniscono l’occasione per coniugare le due azioni. Gli episodi, all’interno di questo primo volume, sono numerosi, alcuni ci hanno colpito particolarmente. Ricordiamo quelli che ci sembra abbiamo una maggior valenza politica.

Quello di maggior spessore e ‘peso’, in tutti i sensi, è relativo al famigerato (vale la pena ribadirlo) scandalo Lockheed. Gli autori lo ricordano19 con precisione. “Lo scandalo Lockheed era nato dalle rivelazioni della Commissione d’inchiesta statunitense guidata dal senatore Frank Church, secondo le quali la compagnia Lockheed aveva pagato tangenti in molti paesi per vendere la produzione bellica agli eserciti nazionali. Per quanto riguardava l’Italia, si trattava di tangenti per l’acquisto di 14 aerei C-130 comprati dal governo italiano tra il 1972 e il 1974, di aerei F-104S e di carri armati Leopard. Accanto a Gui (Ministro degli Interni e moroteo, nda) fu coinvolto anche il ministro della Difesa Mario Tanassi mentre, sempre secondo le rivelazioni statunitensi, dietro alcuni nomi in codice (Antelope Cobbler e Pun) si nascondeva un ex presidente del consiglio…Il nome in codice ‘Antelope’, secondo le rivelazioni americane, indicava un presidente del Consiglio negli anni dal 1965 al 1970, coinvolgendo dunque, oltre a Moro (1963-1968), il governo cosiddetto balneare di Giovanni Leone (giugno-novembre 1968) e quello di Mariano Rumor (dicembre 1968-luglio 1970). I tre smentirono ogni coinvolgimento e il 29 aprile l’ambasciatore statunitense notò che, nel farlo, avevano dato l’impressione di ritenersi colpevoli a vicenda”.

Repubblica Moro Dal momento che non condividiamo, né abbracciamo, nessun tipo di teoria complottista e dietrologica, specifichiamo subito che non attribuiamo a nessuno dei citati colpe precise, però ricordiamo…E ricordiamo che giovedì 16 marzo 1978, il giorno del rapimento Moro, sulla prima pagina del quotidiano “La Repubblica” c’era questo ‘box’: “Antelope Cobbler è Aldo Moro?” che rimandava ad un articolo interno: “Antelope Cobbler? Semplicissimo Aldo Moro, presidente della DC”.

Non ci dilunghiamo oltre perché non è necessario. Rileviamo che la notizia poteva essere approfondita, verificata, confermata, smentita. Come tutta la vicenda delle cosiddette ‘bare volanti’, così erano anche chiamati i Lockheed F-104, che si concluse con le condanne dei ‘soli’ Tanassi (Psdi), del suo segretario personale, dei rappresentanti italiani della Lockheed e dell’allora presidente di Finmeccanica (a partecipazione statale). Non sappiamo come finì la falsa (?) accusa del quotidiano diretto da Eugenio Scalfari contro Moro.

Con la loro ricostruzione, Clementi, Persichetti, Santalena, ci aiutano a rideterminare i tempi e modi con cui sono state istituite le carceri speciali, la ‘settimana rossa’ dell’Asinara, le battaglie di Pianosa e Saluzzo, lo sciopero della fame di Nuoro, proprio per superare e smantellare le fortezze disumane: Kampi. La costruzione ed inaugurazione del primo super-carcere femminile: quello di Voghera e la manifestazione-con cariche bestiali e tante botte ai partecipanti-del luglio 1983, per la sua neutralizzazione. La ‘mano libera’ concessa a Carlo Alberto Dalla Chiesa e al suo nucleo speciale antiterrorismo. L’introduzione dell’uso sistematico della tortura contro gli arrestati per farli parlare.
Già dal 1975, con Alberto Buonoconto, poi Enrico Triaca, Cesare Di Lenardo, Paola Maturi, Sandro Padula, Emanuela Frascella, purtroppo tanti altri.

E proprio all’istituzionalizzazione di questa pratica crudele e ai molti casi riscontrati, gli autori di ‘Brigate Rosse’ dedicheranno approfondimenti ed adeguato spazio nei prossimi volumi. Senza tralasciare il sequestro D’Urso, Dozier e dei quattro rapimenti della ‘campagna di primavera’: Cirillo, Taliercio, Sandrucci e Peci. Non trascurando la nascita del Partito Guerriglia, del distacco della Walter Alasia, dell’annuncio della ritirata strategica e della fine di un’esperienza.
Così come il massacro di via Fracchia a Genova e l’esecuzione di Roberto Serafini e Walter Pezzoli a Milano.
“La storia continua”.20

N. B. Questo è il primo di tre contributi relativi a lotta armata, carcere, proletariato extra legale, realizzati prendendo spunto da altrettante recenti pubblicazioni. Oltre a questa di Clementi-Persichetti-Santalena, le prossime saranno l’autobiografia di Pasquale Abatangelo “Correvo pensando ad Anna”, e “L’albero del peccato”, pubblicato, grazie a Giorgio Panizzari, aggiornato e notevolmente ampliato rispetto all’edizione del 1983, diffusa a firma ‘Collettivo prigionieri comunisti delle Brigate Rosse’. (F.A.)


  1. Marco Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek Edizioni, Roma, 2007  

  2. Marco Clementi, La ‘pazzia’ di Aldo Moro, Odradek Edizioni, Roma, 2001  

  3. Paolo Persichetti-Oreste Scalzone, Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni settanta ad oggi, Odradek Edizioni, Roma, 1999  

  4. Jacques M. Verges, Strategia del processo politico, Einaudi, Torino, 1969  

  5. Nel saggio di Laurana Lajolo, I ribelli di Santa Libera. Storia di un’ insurrezione partigiana. Agosto 1946, il leader degli insorti, ‘Armando’, “…insieme ad alcuni compagni, costituì, dopo la liberazione, un gruppo clandestino denominato ‘808’ in onore di un potente esplosivo e che, di fronte al progressivo atteggiamento di clemenza dei giudici nei confronti dei fascisti, decise di assumersi il compito di fare giustizia.”  

  6. Alice Diacono, L’insurrezione partigiana di Santa Libera (agosto 1946) e il difficile passaggio dal fascismo alla democrazia, anno accademico 2009-2010; Giovanni Rocca (Primo), Un esercito di straccioni al servizio della libertà, Art pro Arte, Canelli (Cn), 1984; Laurana Lajolo, I ribelli di Santa Libera. Storia di un’insurrezione partigiana. Agosto 1946, Edizioni Gruppo Abele, Torino, marzo 1995; Giovanni Gerbi, I giorni di Santa Libera, otto puntate su “ L’eco del lunedì”, settimanale di Asti, ottobre-novembre 1995; Marco Rossi, Ribelli senza congedo. Rivolte partigiane dopo la Liberazione. 1945-1947, Edizioni Zero in condotta, Milano, 2009; Claudia Piermarini, I soldati del popolo. Arditi, partigiani e ribelli: dalle occupazioni del biennio 1919-20 alle gesta della Volante Rossa, storia eretica delle rivoluzioni mancate in Italia, Red Star Press, Roma, giugno 2013  

  7. Cesare Bermani, La Volante Rossa. Storia e mito di ‘un gruppo di bravi ragazzi’, Colibrì Edizioni, Milano, 2009; Carlo Guerriero-Fausto Rondelli, La Volante Rossa, Datanews, Roma, 1996; Massimo Recchioni, Ultimi fuochi di Resistenza. Storia di un combattente della Volante Rossa, DeriveApprodi, Roma, 2009; M. Recchioni, Il tenente Alvaro, la Volante Rossa e i rifugiati politici italiani in Cecoslovacchia, DeriveApprodi, Roma, 2011; Francesco Trento, La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa, Edizioni Laterza, Roma-Bari, 2014  

  8. Sante Notarnicola, L’evasione impossibile, Feltrinelli, 1972  

  9. Da una conversazione con Sante Notarnicola, 14 aprile 2017  

  10. Donatella Alfonso, Animali di periferia. Le origini del terrorismo tra golpe e resistenza tradita. La storia inedita della banda XXII Ottobre, Castelvecchi Rx, Roma, 2012  

  11. Jurgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl, casa editrice Nutrimenti, Roma, 2011  

  12. Paola Staccioli, Sebben che siamo donne. Storie di rivoluzionarie, DeriveApprodi, Roma, 2015  

  13. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse, Bompiani Overlook, Milano, 2006  

  14. Mario Moretti, Per Prospero, 14 gennaio 2013  

  15. Gli Altri online, 14 gennaio 2013  

  16. Sapere Edizioni, Milano, 1973  

  17. Gino Montemezzani, Come stai compagno Mao?, Edizioni LiberEtà, Roma, 2006  

  18. Manolo Morlacchi, La fuga in avanti. La rivoluzione è un fiore che non muore, Agenzia X, Milano, 2007  

  19. nn.14 e 15, pag. 149  

  20. P. Gallinari, Un contadino nella metropoli, cit.  

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Le formelle della memoria corta e manipolata https://www.carmillaonline.com/2016/05/24/le-formelle-della-memoria-corta-manipolata/ Mon, 23 May 2016 22:01:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=30599 di Rinaldo Capra

Le formelle-copertina Rete Antifascista Brescia, Le formelle della memoria…corta e manipolata – stampato in proprio 2016 – pag. 28

Un anno fa, la polemica sulla rimozione della formella commemorativa del fascista Ramelli dal Percorso della Memoria era solo l’ultima conseguenza di una serie di atti contraddittori e nebbiosi di Manlio Milani e della Casa della Memoria di cui è presidente. I prodromi della piega che stava prendendo Milani, presidente anche dell’Associazione Famigliari Vittime di Piazza Loggia, si erano visti nella partecipazione all’incontro pubblico sulla strage di Piazza Loggia organizzato da Casa Pound nel 2011, creando sconcerto, [...]]]> di Rinaldo Capra

Le formelle-copertina Rete Antifascista Brescia, Le formelle della memoria…corta e manipolata – stampato in proprio 2016 – pag. 28

Un anno fa, la polemica sulla rimozione della formella commemorativa del fascista Ramelli dal Percorso della Memoria era solo l’ultima conseguenza di una serie di atti contraddittori e nebbiosi di Manlio Milani e della Casa della Memoria di cui è presidente. I prodromi della piega che stava prendendo Milani, presidente anche dell’Associazione Famigliari Vittime di Piazza Loggia, si erano visti nella partecipazione all’incontro pubblico sulla strage di Piazza Loggia organizzato da Casa Pound nel 2011, creando sconcerto, sdegno e stupore, ma incassando la qualificante solidarietà della Leghista Simona Bordonali, presidente della giunta comunale, e di Paola Vilardi, consigliere comunale Pdl.

Nel 2012 parte il progetto “Percorso della Memoria”; i promotori sono: Casa della Memoria, Rotary Club (si dice in odore di Massoneria), Comune di Brescia (giunta Pdl-Lega), Gruppo Locale Bu e Bei (anonimi signori che intendono restare tali), sancito con Delibera Comunale n° 230 2012 e con l’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica (mirabile la composizione dei promotori). Esso prevedeva la posa di formelle commemorative di tutte le vittime della violenza politica dal 1962, come se la storia repubblicana partisse da lì, a oggi, ordinate in semplice ordine cronologico. Il percorso si snoda da Piazza della Loggia, esattamente dalla Stele che ricorda la bomba, verso la salita al Castello di via Sant’Urbano.

Ecco le finalità, testualmente:
Si ritiene che una collettività, desiderosa di giudicare serenamente una parentesi tragica della propria storia, debba avere il coraggio di ammettere e di ricordare il dolore pagato quale prezzo per sconfiggere la violenza di quegli anni. Questa testimonianza vuole raccogliere in un’unica espressione ciò che è affidato all’episodica rievocazione in manifestazioni deputate.
Raccogliere il tutto in “un’unica espressione” avvicinando, nelle lapidi poste con tanta pompa, vittime e carnefici in nome di una stagione di tolleranza e “serenità” è la manipolazione delle coscienze, assolvendo e riabilitando, senza che ci sia stata nessuna espiazione, i fascisti di ieri e di oggi e i loro folli ideali.

Oggi la questione è ancora viva, bruciante, attuale: Rete Antifascista di Brescia presenta il dossier “Formelle della memoria..corta e manipolata”.
Già la copertina è eloquente: una composizione di quattro articoli de L’Unità, che ci ricordano di altrettanti gravissimi episodi di violenza politica, che sono stati deliberatamente ignorati dal Percorso della Memoria e dei quali sono stati vittime i proletari, gente che lottava per i propri diritti: la strage di Portella delle Ginestre (1947), l’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena (1950), gli undici morti ammazzati durante le manifestazioni antifasciste di Reggio Emilia, Licata, Palermo, Catania (1960) e l’assassinio di Giovanni Ardizzone (1962). Ma, come è detto nell’introduzione dell’opuscolo, l’elenco delle vittime immortalate nelle formelle per l’installazione bresciana è esplicitamente ispirato alla pubblicazione Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, curata dalla Presidenza della Repubblica nel 2008 in relazione al primo anniversario dell’istituzione del 9 maggio quale “giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”.

La scelta di partire dal 1962 esclude gli episodi sopra elencati, ma questi sono episodi abnormi di violenza politica della storia repubblicana che hanno condizionato e continuano a condizionare la società, perpetrandosi quotidianamente nelle attuali espressioni repressive dei movimenti. Inoltre Ardizzone è stato ucciso nell’Ottobre 1962, tuttavia ignorato dall’elenco, nonostante rientri in pieno nel lasso cronologico definito.

I proclami del “Giorno della Memoria” recitano di ricordare le vittime: “tutte, qualunque fosse la loro collocazione politica e qualunque fosse l’ispirazione politica di chi aggrediva e colpiva”. In realtà di molti militanti di sinistra ammazzati non vengono neppure citati i nomi, o a volte lo sono in modo errato. Pertanto l’opuscolo proposto dalla Rete Antifascista ricostruisce un elenco preciso e attendibile della violenza di classe, mettendo a nudo il criterio arbitrario e mistificante scelto per il Percorso della Memoria, dove in un clima di revisionismo storico vengono minimizzati i crimini fascisti finanziati, coperti, insabbiati dallo stato e dai suoi servizi.

Si cita, in un documento allegato, Giorgio Napolitano là dove afferma: “(…) se nel periodo da noi considerato, si sono incrociate per qualche tempo diverse trame eversive, da un lato di destra neofascista e di impronta reazionaria, con connivenze anche in seno ad apparati dello Stato [ndr: è talmente palese che non lo si può negare nemmeno in un’opera di revisione storica!], dall’altro lato di sinistra estremista e rivoluzionaria, non c’è dubbio che dominanti siano ben presto diventate queste ultime, col dilagare del terrorismo delle Brigate Rosse”. Ridefinendo così, in un attimo, la percezione della realtà collettiva: lo stato è la tutela della democrazia e i rivoluzionari e i militanti di sinistra sono il male oscuro della società.

Ma è solo quando si è identificato il sottile legame tra verità e mistificazione che può nascere l’inquietudine. Le constatazioni oggettive che ci sbatte in faccia questo dossier suscitano il disgusto, mentre il riso sorge spontaneo davanti all’opposta constatazione dei curatori del Percorso della Memoria che la vita continua comunque e ci serve la pacificazione. Le culture, soprattutto in questo mondo globalizzato, non piovono dal cielo, le relazioni tra esseri umani sono il frutto di lotte di classe e rapporti di forza e cercare di mutarne l’aspetto per renderle socialmente gestibili non ha senso. Si distorce la realtà, l’immaginario comune, rinegoziando continuamente le immagini collettive per creare nuovi feticci come produttori di legami sociali e creare un regime di finzione. Questo appare lo scopo del Percorso della Memoria. Questa modalità di comunicazione demagogica, parziale, mistificatoria, spettacolare e di intrattenimento, definita anche come “infotainment”, non ha neppure bisogno di essere rigorosa e precisa nei suoi riferimenti, perché nessuno andrà a controllare le fonti e l’attendibilità delle affermazioni e la si può gestire come meglio si crede. Quello che a noi sembra sciatteria e omissione non è altro che l’arrogante certezza da parte del regime di avere stipulato un “nuovo contratto sociale” destinato ad attutire lo scontro di classe e creare una nuova coscienza collettiva manipolata.

La lunga serie di imprecisioni, omissioni e mistificazioni sono evidenziate con precisione inesorabile, attenta e minuziosa, ma solo fissandole in un documento pubblico si potrà avere un riferimento concreto, non virtuale e aleatorio della nostra storia. Non per voler correggere un progetto reazionario in sé, ma per ricostruire un dato di realtà storico e riaffermare il valore dell’antifascismo, come del resto ben espresso nella “Lettera Aperta a Manlio Milani”, che precede l’introduzione del volume.

Segue una rigorosa ricostruzione dell’elenco delle vittime, con sorprendenti scoperte, come ad esempio l’esclusione di Luca Rossi, studente assassinato da un agente della Digos nel 1986, o quella di Tito Tobegia, mitico capo partigiano bresciano, morto in seguito a un’aggressione fascista nel 1968. E ancora tanti altri, perché di sangue proletario e rivoluzionario ne è corso a fiumi, fino a Carlo Giuliani o Samb Modou e Diop Mor, i due lavoratori assassinati a Firenze il 13 dicembre 2011 da un cecchino di Casa Pound e il bresciano di nascita Davide “Dax” Cesare nel 2003.

formelle 1 Commovente l’ultima sezione con la bella poesia di Sante Notarnicola “La nostalgia e la memoria” e quella poesia di Edoardo Sanguineti “Odio di classe” che recita:

Bisogna restaurare l’odio di classe.
Perché loro ci odiano,
dobbiamo ricambiare loro
sono i capitalisti, noi siamo i
proletari del mondo d’oggi,
non più gli operai di Marx o i
contadini di Mao, “ma tutti
coloro che lavorano per un
capitalista […]
al quale la destra propone un libro dei sogni

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