saggi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 05 Aug 2026 20:00:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il presidente impossibile https://www.carmillaonline.com/2014/09/09/presidente-impossibile/ Mon, 08 Sep 2014 22:01:12 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17203 di Fabrizio Lorusso

Tarquini Angelucci Mujica presidente impossibile Nadia Angelucci e Gianni Tarquini – Il presidente impossibile. Pepe Mujica, da guerrigliero a capo di stato, Nova Delphi Libri, pp. 224,  € 12,50

Il Presidente Impossibile è la prima biografia italiana di José “Pepe” Mujica, ex guerrigliero che oggi è presidente dell’Uruguay. Ma è anche un testo utilissimo per capire la storia dell’America Latina e particolarmente dei paesi del Cono sud come il Cile, l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e, appunto, il più piccolo di loro: l’Uruguay. Questo saggio, scorrevole [...]]]> di Fabrizio Lorusso

Tarquini Angelucci Mujica presidente impossibile
Nadia Angelucci e Gianni Tarquini – Il presidente impossibile. Pepe Mujica, da guerrigliero a capo di stato, Nova Delphi Libri, pp. 224,  € 12,50

Il Presidente Impossibile è la prima biografia italiana di José “Pepe” Mujica, ex guerrigliero che oggi è presidente dell’Uruguay. Ma è anche un testo utilissimo per capire la storia dell’America Latina e particolarmente dei paesi del Cono sud come il Cile, l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e, appunto, il più piccolo di loro: l’Uruguay. Questo saggio, scorrevole come un romanzo e appassionante come un diario, chiarisce, trattando il caso di un paese specifico, il percorso e il ruolo di quelle sinistre latinoamericane che, dopo gli anni dell’autoritarismo supportato dagli USA e la restaurazione democratica, sono diventate forze di governo, ma che restano ancora le “grandi incomprese” dei mass media e del mondo politico occidentali. Gli autori di questo saggio, insieme a Rachele Masci e Manfredo Pavoni, conducono da anni Bucanero, un programma radiofonico di controinformazione sull’America Latina che va in onda su Radio Popolare Roma la domenica alle 12 e 30 ed è uno dei pochi spazi dedicati a questa regione. L’America Latina, l’autoritarismo, la repressione, le dittature, il militarismo, il populismo, le guerriglie, la lotta de los de abajo e la consolidazione democratica sono tutti argomenti al centro di questa biografia che sa andare ben oltre la vicenda personale e politica di Pepe Mujica.

Il Presidente impossibile è una voce che è composta a sua volta da tante altre voci, da interviste, documenti, testimonianze e articoli ben organizzati e narrati con fluidità. Il libro racconta a fondo l’Uruguay, è una storia e un diario di un paese da tre milioni di abitanti, incastonato tra due stati-continente come l’Argentina e il Brasile. Una realtà in cui il movimento guerrigliero, i Tupamaros in primis, aveva una connotazione nettamente urbana ed era considerato anomalo, soprattutto rispetto all’esperienza cubana e al foquismo guevariano che avevano fatto della selva, dei contadini e delle montagne i loro alleati principali.

“Negli anni Settanta la sinistra non parlamentare d’Italia era retrovia di molti movimenti rivoluzionari. Ospitammo e sostenemmo materialmente militanti delle lotte armate provenienti da tutte le parti del mondo”, spiega Erri De Luca nel prologo. Grazie all’approfondimento storiografico sull’Uruguay, che parte dagli anni ’30, e poi alla cronaca della nascita, dell’auge e del declino delle sinistre extraparlamentari, delle iniziative antagoniste e del conflitto armato negli anni ’60 e ’70, il testo va definendo anche un ottimo punto di partenza per una riflessione sugli anni della lotta armata in Italia, sui legami internazionali dei movimenti, sui loro militanti e sui diversi epiloghi delle loro lotte.

Un saggio su Mujica, personaggio estremamente mediatizzato e quindi, in qualche modo, “normalizzato”, incorporava il rischio di diventare apologetico e scontato. Invece Tarquini e Angelucci, da giornalisti esperti di America Latina e osservatori attenti delle vicende uruguaiane, non sono caduti nella trappola e sono riusciti a mettere in evidenza luci ed ombre di un uomo politico carismatico, perseverante, pragmatico e atipico, specialmente se paragonato ai rappresentanti di classi politiche abituate a magniloquenze, formalismi ed espressioni prive di contenuto e di coraggio.

La trasformazione operata da stampa mainstream e reti sociali sulla figura José Mujica, divenuto in pochi mesi un’icona mediatica globale, cioè il “presidente più povero del mondo” che dà in beneficenza il 90% del suo stipendio, ha il difetto, tra gli altri, di far passare in secondo piano l’operato del suo governo e di banalizzare o rendere folclorica la sua storia e la sua complessità politica. E infine svia l’attenzione da quanto è stato fatto concretamente in Uruguay dai partiti raggruppati nel Frente Amplio Progresista e da quello che manca ancora da fare.

Tarquini e Angelucci ci riportano nel paese reale, c’immergono nella sua evoluzione e nelle sue problematiche, in cui il Frente Amplio, la coalizione di governo, da oltre 40 anni (precisamente dal 1971) riesce a tenere insieme cattolici progressisti ed ex guerriglieri, socialisti, comunisti e anche correnti d’ispirazione liberale e democristiana. Dopo essere stato proscritto durante la dittatura (1973-1985) e dopo quasi vent’anni d’opposizione, il Frente ha conquistato la maggioranza parlamentare e la presidenza della Repubblica in due occasioni, nel 2004 con Tabaré Vázquez e nel 2009 con Pepe Mujica. Come forza di governo ha dovuto fare i conti con la crisi internazionale e il predominio dell’ideologia neoliberale, all’esterno, e con le opposizioni del Partido Colorado e del Nacional e con la sfida delle riforme, all’interno.

Di nuovo dal prologo di Erri De Luca: “Pepe Mujica è il compagno che ognuno avrebbe voluto a fianco e che molti hanno conosciuto sotto diversi nomi. La sua vicenda prima che politica è sentimentale, perché fondata sul primo sentimento che affiora alla coscienza: la giustizia”. Facendo uso di un gran numero di fonti giornalistiche e documentali, gli autori hanno ricostruito la gioventù del presidente, col suo fervore politico e l’adesione alla lotta armata nel Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros, e poi i lunghi anni in carcere durante la dittatura, il suo amore per la terra, le cose semplici e soprattutto per la moglie, anche lei ex guerrigliera, Lucia Topolansky. Propongono anche scorci della loro vita attuale in campagna, nei dintorni della capitale Montevideo, vicini ai contadini, al mondo rurale e dei lavoratori.

Jose Mujica“La battaglia che stiamo perdendo contro il capitalismo è in realtà la battaglia contro il consumismo. E’ quella di questa società dei consumi che indirizza i nostri giovani in strada a cercare con qualsiasi mezzo ‘ciò che si usa oggi’, quel particolare tipo di cellulare, la marca di scarpe sportive alla moda. Ciò comporta che una persona qualsiasi che magari ha la sfortuna di arrivare a malapena a potersi procurare il necessario per vivere, s’indebiti per comprarsi il televisore al plasma. E questo a causa de mezzi di comunicazione di massa che s’incaricano di generare desideri travestiti da necessità; i genitori non sanno come negare ai figli quei prodotti che i pubblicitari si incaricano di vendere”, ha spiegato Lucia Topolansky in un’intervista esclusiva di pochi mesi fa che è stata inclusa nel volume.

“Il tema della terra e il legame di questa con l’uomo, che hanno segnato la vita di Mujica sin dalla sua infanzia, contribuiscono alla sua elaborazione politica e trascendono dal piano personale a quello pubblico”. Demetrio Mujica, padre di Pepe, era di origini basche e morì quando suo figlio aveva 8 anni. Sua moglie, Lucy Cordano, veniva da una famiglia contadina di migranti italiani: suo nonno arrivava, infatti, dalla zona di Rapallo in Liguria. Il nome del Movimento di Liberazione Nazionale uruguayano MLN-Tupamaros s’ispirava a Tupac Amaru II, ovvero a José Manuel Condorcanqui, meticcio andino-spagnolo discendente di Tupac Amaru, ultimo sovrano inca che fu giustiziato a Cuzco nel 1781 per aver organizzato la più imponente rivolta indigena contro gli spagnoli e che disse: “Domani tornerò e sarò milioni”.

Negli anni sessanta e settanta il conflitto è scandito dalle azioni armate, dalle “carceri del popolo”, dall’ampio sostegno popolare, dagli espropri proletari, dalle azioni dimostrative ma anche dai sequestri, come quello dell’agente FBI Dan Mitrione, che degenerò nell’omicidio dell’agente, e dalle fughe epiche, come quella da Punta Carretas nel 1971. Parallelamente, però, s’acuisce la controffensiva dello stato coi processi, le condanne, le incarcerazioni, e infine con la stretta finale contro i Tupamaros che porta al loro smantellamento e all’imprigionamento di tutti i leader, compreso Mujica. Questi, dopo vari arresti e fughe, viene catturato e rinchiuso definitivamente nel 1972. Alla fine dell’esperienza della lotta armata, nel contesto della Guerra fredda e delle svolte autoritarie in quasi tutto il sottocontinente latinoamericano, comincia una dittatura militare che dura dal 1973 al 1985. E’ l’epoca del Plan Condor, operazione regionale volta alla repressione sistematica di ogni dissidenza coordinata dai regimi dittatoriali sudamericani e dalla CIA, cui aderiscono, oltre alla cupola militare dell’Uruguay, anche quelle del Brasile (al potere dal 1964), del Cile di Pinochet (dopo il golpe del 1973), dell’Argentina (dal 1976), della Bolivia (governata dai militari dal 1964) e del Paraguay, che  viveva nella tirannia dal 1954.

Il centro del capitolo “Sepolti vivi” è l’esperienza della prigione e della dittatura, sia dal punto di vista del popolo e della società, che provava a resistere all’autoritarismo, alla repressione del dissenso e alla “politica” delle desapariciones, sia da quello dei “sepolti”, cioè di quei guerriglieri e quelle guerrigliere cui era stato riservato il carcere duro e che rischiavano d’impazzire o d’ammalarsi, come effettivamente accadde in alcuni casi.

Il libro dedica uno spazio di digressione, preziosissimo e necessario, al caso delle rehenas (ostaggi) della dittatura, cioè undici donne prigioniere la cui vita carceraria fu particolarmente dura, resa impossibile cinicamente dal regime che così intendeva “dare l’esempio”: il martirio di alcuni serviva per tutti. Le storie e le testimonianze dei detenuti uomini della dirigenza guerrigliera tupamara sono note da anni, mentre per quanto riguarda le donne c’è stato un silenzio trentennale, interrotto solo nel 2012 da Marisa Ruiz e Rafael Sanseviero con il libro Las rehenas. Historia oculta de once presas de la dictadura (Ed. Fin de Siglo, Montevideo). Tarquini e Angelucci ci parlano della resistenza di queste donne e delle condizioni della loro reclusione, ci raccontano della “grammatica terrorista” dello stato uruguayano che, nel suo delirio totalitario e intimidatorio, prevedeva “l’appropriazione del corpo delle persone alla mercé di un potere abusivo”. Espressione di ciò furono il regime d’isolamento carcerario assoluto, la sottoalimentazione, la disidratazione, le sevizie, le violenze, le percosse, le sessioni  di tortura e la rotación, ossia lo spostamento coatto e continuo del prigioniero tra varie caserme.

Appena uscito dal carcere, nel marzo 1985, Mujica si riappropria della sua vita familiare, personale, sociale e politica. Va a stare da sua madre per un po’. Rincontra l’attuale moglie, Lucia Topolansky, anche lei finita in prigione dal 1972 al 1985, e da allora non se ne separa più. Con lei riprende la militanza politica. Dieci anni dopo diventa il primo ex tupamaro a diventare deputato. In seguito nel governo di Tabaré Vázquez ricopre la carica di ministro dell’agricoltura e nel 2009 diventa candidato presidenziale per il Frente e vince le elezioni. Il libro non indugia nei trionfalismi e si dedica a spiegare i cinque anni di governo di Mujica, che quest’anno volgono al termine, così come i suoi provvedimenti, i discorsi ormai storici del presidente guerrigliero, ma anche i suoi limiti e le critiche che gli sono state rivolte da destra e da sinistra.

Chi è, infine, José Pepe Mujica? “E’ un vecchio che ha sulle spalle parecchi anni di carcere, e qualche proiettile in corpo”, ha dichiarato lui stesso, “e che si sente molto felice, tra le tante ragioni, di contribuire a rappresentare umilmente chi non c’è più e dovrebbe esserci […] Chi non coltiva la memoria, non sfida il potere. E’ questo lo strumento per costruire il futuro che, in ogni caso, è nostro perché non hanno potuto sconfiggerci”.

Il libro fa parte della collana Viento del Sur di Nova Delphi Libri. Un vento che il giornalista e accademico argentino Adolfo Gilly ama descrivere con queste parole, citate in apertura de Il presidente impossibile: “Da Genova a Buenos Aires, le città sono nostre. Ancora una volta osiamo pensare e immaginare il socialismo, una società di persone uguali e libere, contro questa barbarie senza senso e senza pietà che è il mondo globale del capitale: ecco il messaggio che possiamo leggere in questo nuovo vento del Sud”.

Link su Carmilla:

L’Uruguay del Frente Amplio – Intervista a Monica Xavier (presidenta del Frente)

L’anno di Mujica e dell’Uruguay

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Ambrose Bierce, l’uomo più cattivo di San Francisco https://www.carmillaonline.com/2013/05/28/ambrose-bierce-luomo-piu-cattivo-di-san-francisco/ Tue, 28 May 2013 00:50:04 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=6047 di Walter Catalano

Ambrose Bierce

Ambrose Gwinnett Bierce, ‘Bitter’ Bierce – l’amaro Bierce – il Lessicografo del Diavolo, il Cinico dei cinici, l’Uomo più cattivo di San Francisco, nasce il 24 giugno del 1842  a Horse Cave Creek nell’Ohio ultimo di dieci fratelli tutti battezzati con nomi inizianti per a: Abigail, Amelia, Ann, Addison, Aurelius, Augustus, Almeda, Andrew, Albert, Ambrose. I genitori, Marcus Bierce e Laura Sherwood, sono membri di una comunità religiosa vicina ai fervori pentecostali e “shakers”: la First Congregational Church of Christ.  Il più giovane della nidiata avrà presto abbondanti ragioni per disaffezionarsi sia della religione che della [...]]]> di Walter Catalano

Ambrose Bierce

Ambrose Gwinnett Bierce, ‘Bitter’ Bierce – l’amaro Bierce – il Lessicografo del Diavolo, il Cinico dei cinici, l’Uomo più cattivo di San Francisco, nasce il 24 giugno del 1842  a Horse Cave Creek nell’Ohio ultimo di dieci fratelli tutti battezzati con nomi inizianti per a: Abigail, Amelia, Ann, Addison, Aurelius, Augustus, Almeda, Andrew, Albert, Ambrose. I genitori, Marcus Bierce e Laura Sherwood, sono membri di una comunità religiosa vicina ai fervori pentecostali e “shakers”: la First Congregational Church of Christ.  Il più giovane della nidiata avrà presto abbondanti ragioni per disaffezionarsi sia della religione che della famiglia: “In un bel mattino di giugno del 1872 assassinai mio padre, cosa che, all’epoca, mi fece una certa impressione” – scriverà più tardi in un racconto del suo ‘The Parenticide Club’, ma, più che un metaforico omicidio, fu lo scoppio della Guerra Civile a separare per sempre il ventenne Ambrose dall’affollato focolare paterno: l’ex scolaro, dotato ma solitario e un po’ ribelle, coglie al balzo l’occasione di fuga ed è il secondo uomo della sua contea ad arruolarsi nelle forze dell’Unione (nel Ninth Indiana Infantry).  Dalla padella nella brace: combatterà eroicamente nelle più sanguinose battaglie del conflitto (Shiloh, Chickamauga, Pickett’s Mill e molte altre) e si guadagnerà sul campo il grado di Tenente (nel dopoguerra sarà promosso onorificamente a Maggiore, saltando, probabilmente per un errore, il grado di Capitano) e una ferita alla testa che quasi lo ucciderà. L’esperienza lo vaccina anche contro il patriottismo: vari anni più tardi nella sua intensa rievocazione ‘What I Saw of Shiloh’, scriverà, dopo una minuziosa descrizione dei corpi macellati dei caduti di entrambi gli eserciti sul campo di battaglia: “Hanno combattuto: non posso catalogare tutte le seduzioni di questi galanti gentiluomini che hanno trovato quello che cercavano quando si sono arruolati !”; lo stesso sentimento gli detterà il suo racconto forse più giustamente celebrato : ‘Chickamauga’,  irriconosciuta fonte d’ispirazione del classico ‘The Red Badge of Courage’ di Stephen Crane. Negli anni immediatamente seguenti al conflitto si imbarca in una serie di avventure western degne di un film di Clint Eastwood: prima come Agente del Tesoro yankee in Alabama a controllare furti e ammanchi sulla requisizione delle tonnellate di balle di cotone sottratte ai Confederati sconfitti: ma è un funzionario troppo onesto per resistere a lungo in quel ruolo; poi sempre più a ovest, seguendo il suo ex comandante William Hazen  come topografo (mansione che aveva svolto anche durante la guerra) e ispettore dei fortini militari del Mountain District in Utah, Montana e Wyoming, fra indiani sioux, irregolari confederati passati al crimine comune, bounty killers dalla pistola troppo facile e Mormoni perseguitati  che ricorderà con una simpatia insolita per un preteso nihilista come lui: “Non ho convinzioni religiose. Non mi importa un accidente dei Mormoni, ma mi importa molto della verità, della ragione e della correttezza e sono indignato dalle stupide falsità e ingiustizie che questa gente inerme ha dovuto soffrire per mano di canaglie brutali e indegne”.  Gli viene offerto di prolungare onorevolmente il fermo come ufficiale ma Bierce  risponde alla commissione in modo non troppo dissimile dal melvilliano Bartleby: “Con rispetto declino l’invito”. Nel 1867, dopo quasi un decennio di vagabondaggi e di guerra, Ambrose si ritrova a San Francisco in bolletta e senza lavoro: quasi per disperazione intraprende la carriera giornalistica sul San Francisco News Letter,  dove si occupa all’inizio soprattutto di cronaca nera e – come aveva fatto nel caso dei Mormoni – difende coraggiosamente le minoranze, quella irlandese e soprattutto quella cinese, dagli oltraggi razzisti: “Il cadavere di una donna cinese è stato ritrovato martedì mattina riverso sul marciapiede in una posizione assai scomoda, le cause della morte non possono essere accertate con sicurezza, ma poiché aveva la testa spaccata i dottori pensano sia deceduta per un attacco di cristianesimo galoppante del tipo maligno della California”.  Il suo cinismo, il suo humour nero e il suo piglio ferocemente anticlericale e provocatoriamente anticonformista diventano nel giro di poco proverbiali e fanno di lui una delle firme più quotate e temute in città: viene ricambiato con soprannomi poco affettuosi come La Canaglia dai capelli di stoppa, il Diabolico Bierce, il Diavolo che ride, e – il suo preferito – l’Uomo più perfido di San Francisco.

In realtà il Bierce sulla trentina è un uomo molto attraente, alto e muscoloso, lunghi capelli biondo sabbia e profondi occhi azzurri, baffoni spioventi su un incarnato rosa quasi femmineo; sempre elegantemente abbigliato e – è un fanatico dell’igiene personale – scrupolosamente pulito e rasato: le signore lo assediano e gli chiedono ritratti ma lui  concede poco ai sentimenti e alle romanticherie e si arrocca in una ritrosia misogina forse più ostentata che reale.  Nel 1871 compare la sua prima opera di fiction, ‘The Haunted Valley’, pubblicata sul numero di luglio dell’Overland Monthly: una storia piuttosto classica in cui un inesperto pivello viene a contatto con il mondo colorito e pericoloso degli uomini di frontiera e impara qualcosa sulla vita reale all’ovest: sommessamente però la storia suggerisce il tema dell’omosessualità (o la paura dell’omosessualità) e dell’ambiguità sessuale: un argomento che doveva in quegli anni affascinare o ossessionare il Bierce dall’eleganza sartoriale e dalla bellezza efebica, se è vero l’incidente raccontato dal suo editore Walter Neale che vuole lo scrittore abbia estratto la pistola e minacciato di sparare ad un tipo che aveva messo in dubbio la sua virilità.  A scongiurare ogni dubbio, comunque, Bierce, dopo un fidanzamento abbastanza tradizionale, si sposa nel 1871 con Mary Ellen “Mollie” Day: una bruna bellezza locale figlia di un facoltoso ingegnere minerario. I maligni (l’amico Adolphe Danziger) mormorano che “lui non era così follemente innamorato di lei, quanto lei di lui”: improbabile aspettarsi illusioni romantiche in chi scriverà qualche anno dopo sul ‘Devil’s Dictionary’: “AMORE: follia temporanea curabile con il matrimonio” e “MATRIMONIO:  stato o condizione di una comunità di due persone composta da un padrone, una padrona e due schiavi”.  Il lungo viaggio di nozze lo porta a Londra, dove entrerà in contatto con l’ambiente letterario britannico, tornandovi a vivere e a lavorare in più occasioni anche per vari anni di seguito e dove nacquero due dei suoi tre figli (dei quali solo la femmina, Helen, gli sopravviverà: il primo, Day, omicida e suicida a sedici anni per motivi sentimentali; il secondo, Leigh, morto di polmonite, contratta dopo una colossale sbronza, a ventisei).  Il ritorno a San Francisco nel periodo caldo degli scioperi e dei forti contrasti sociali, fra gli anni ’70 e gli ’80, vede Bierce, dalle pagine di The Argonaut, su posizioni politiche talvolta ambigue: denuncia la corruzione del sistema ma non crede in soluzioni politiche o rivoluzionarie ai problemi;  critica il suffragio universale come “la tirannia dell’opinione pubblica” e “…l’opinione pubblica essendo l’opinione dei mediocri è di solito un errore e un inganno: il risultato è che i mestatori traggono vantaggio dal confermare le masse decerebrate nei loro rozzi pregiudizi, nell’ingozzare la loro onnivora vanità e nell’attizzare i loro implacabili odi razziali e nazionalistici”.  Pochi anni dopo sulle pagine del periodico democratico The Wasp si lancia nella campagna contro i magnati della Central Pacific Railroad Company e li attacca con ammirevole coraggio “Crediamo che questi uomini siano dei nemici pubblici e dei criminali impuniti, che le loro fortune, illegalmente acquisite, siano colpevolmente impiegate e disonestamente trasmesse”:  per sua inspiegabile fortuna non viene mai minacciato o silenziato; una puntura di vespa non poteva scalfire il potere dei Big Four del capitalismo ferroviario.  E proprio su The Wasp, Bierce inizia a pubblicare ‘The Devil’s Dictionary’, una colonna di corrosive e sarcastiche definizioni di parole comuni: la raccolta finale, diversi anni più tardi, diventerà uno dei suoi libri più famosi, rivolto – scriverà l’autore – “a quelle anime illuminate che preferiscono i vini secchi a quelli dolci, il senso al sentimento e la satira (wit) all’umorismo (humor)”. E proprio questa distinzione fra wit e humor sarà oggetto di un suo saggio (‘Wit and Humor’) e di una lunga schermaglia con il collega e amico/nemico Mark Twain: satira maligna contro bonario umorismo, “l’humor è tollerante, tenero, fatto di ridicole carezze; la satira (wit) invece pugnala, chiede scusa e rigira il pugnale nella ferita”. Una concezione che ha più a che fare con i poètes maudits alla Baudelaire e con il successivo humour noir surrealista che con Twain e l’umorismo anglosassone: in realtà, come, gli rinfaccia quest’ultimo, le definizioni del Dizionario del Diavolo non sono “buffe” ma mortalmente serie, la risata che inducono è più un ghigno, specchio di un cuore (di pietra) in pezzi. Qualche esempio: Nascita: il primo e il peggiore di tutti i disastri; Adolescenza: periodo della vita umana intermedio fra l’idiozia dell’infanzia e la stupidità della gioventù; Sfortuna: il genere di fortuna che non manca mai; Giorno: periodo di ventiquattro ore, in gran parte sprecate; Novembre: l’undicesima delle dodici parti di una stanchezza; Anno: periodo di 365 delusioni; Una volta: abbastanza; Due volte: una volta di troppo; Solo: in cattiva compagnia.

Nel 1887 lo scrittore  si separa da The Wasp e poco dopo anche dalla moglie e si ritira in una piccola casa di campagna ad Oakland, vicino a dove vive il fratello Albert. Un pomeriggio un giovane di poco più di vent’anni “la cui intera personalità suggeriva estrema diffidenza” – scriverà Bierce in seguito rievocando l’episodio – bussa alla sua porta; Ambrose lo riceve e lo invita a riferirgli i motivi della sua visita: “Sono dell’ Examiner di San Francisco.” – risponde il giovane. “Ah – bofonchia Bierce – venite da parte del Signor Hearst”. Il ragazzo solleva innocentemente gli occhi blu e risponde: “Io sono il Signor Hearst”.  Da quel momento, per i successivi vent’anni, il sodalizio fra lo scrittore e il magnate della stampa ispiratore del Citizen Kane di Orson Welles, sarà infrangibile: Bierce  diventerà una delle penne più influenti dell’Examiner – al salario iniziale di cento dollari a settimana per una colonna di testo, più gli extra per i numerosi racconti pubblicati – e scriverà (prima a San Francisco e poi come inviato a Washington) sempre senza ingerenze, sostenendo spesso opinioni assai meno progressiste di quelle di Hearst, che – a differenza di Bierce – mantenne, durante le lotte sociali degli anni ’90, posizioni sempre favorevoli agli scioperanti.  Proprio sulle pagine dell’Examiner, Bierce pubblicherà fra il marzo del 1888 (‘One of the Missing’) e il dicembre 1891 (‘The Death of Halpin Frayser’) una lunga serie di racconti che traevano ispirazione dall’esperienza – rimossa per due decenni – della Guerra Civile: racconti che saranno raccolti nel 1892 sotto il titolo di ‘ Tales of Soldiers and Civilians’ (noto anche con il titolo dell’edizione britannica: ‘In the Midst of Life’). In queste storie due aspetti principali si alternano e si intrecciano: il realismo delirante della guerra e il fascino dell’inesplicabile e del sovrannaturale: su un lato Guy de Maupassant a monte e Ernest Hemingway a valle; sull’altro Edgar Poe  e  gli autori dell’”orrore quotidiano” che da Richard Matheson arrivano a Stephen King.

Le due tematiche sono tenute insieme da una sola pulsione: la paura (e, come sarà per Hemingway, la paura di avere paura). Le grandi storie sulla Guerra Civile: ‘Chickamauga’ (un bambino perduto in un bosco è l’inconsapevole testimone di un incomprensibile e sanguinoso gioco: quando torna a casa la trova distrutta, la famiglia sterminata. La battaglia di Chickamauga è ormai finita: il bimbo non si è reso conto di niente perché – come il lettore scopre solo alla fine – è sordomuto), ‘Killed at Resaca’ (un ufficiale si sacrifica in battaglia per redimere il suo onore tradito da un’amante infedele), ‘A Son of the Gods’ (un innominato giovane ufficiale su un bianco cavallo corre da solo incontro al nemico facendosi sparare addosso per rivelarne la presenza ai compagni), ‘The Story of a Coscience’ (un capitano unionista si suicida dopo essere stato costretto a fucilare una spia sudista che gli aveva precedentemente salvato la vita), ‘A Horseman in the Sky’, ‘An Affair of Outposts’, ‘One Kind of Officer’, ‘One of the Missing’; le raccapriccianti storie del sovrannaturale: ‘A Watcher by the Dead’, ‘The Man and the Snake’, ‘The Eyes of the Panther’, ‘The Suitable Surroundings’; e la combinazione dei due generi, il suo capolavoro del 1890, ‘An Occurrence at Owl Creek Bridge’.  Il racconto è probabilmente uno dei più giustamente famosi e antologizzati di tutta la letteratura americana: un civile filo-confederato di nome Peyton Farquhar  sta per essere impiccato ad un pilone della ferrovia sul ponte di Owl Creek sotto l’accusa di tentato sabotaggio. Mentre attende l’esecuzione, in flashback ricorda la sua condizione di agiato proprietario di una piantagione – probabilmente esentato dal servizio attivo per la “Twenty Negro Law”, una disposizione confederata che evitava l’arruolamento ai padroni di più di venti schiavi – : è stato indotto da una spia unionista a tentare di bruciare il ponte (la sua visione idealizzata e irrealistica della guerra, da “imboscato” che vuole riscattarsi, lo rendono facile preda dell’agente provocatore). L’impiccagione ha luogo ma la corda al primo strappo si spezza e il condannato sprofonda nel fiume, riesce a liberarsi  dai legami e riemerge sotto i colpi di fucile nemici lasciandosi portare alla deriva dalla corrente. Guadagnata la riva, fa perdere le sue tracce nella foresta e ritrova la via di casa: sulla veranda la moglie lo aspetta a braccia aperte. Nel momento in cui sta per ricambiare l’abbraccio: “sente un forte strappo sul retro del collo; una bianca luce accecante esplode intorno a lui con un suono come un colpo di cannone: poi tutto è tenebra e silenzio”. La storia si conclude con una delle frasi più ricordate della narrativa ottocentesca statunitense: “Peyton Farquhar era morto; il suo cadavere, con il collo spezzato, penzolava dolcemente da un lato all’altro fra i piloni del ponte di Qwl Creek”. La fuga era stata solo l’allucinazione prodotta dai pochi minuti di ossigeno residuo nel cervello mentre la corda lo strangolava.  Non sappiamo se Farquhar corrispondesse a una figura reale nei ricordi di Bierce, ma altri particolari del racconto lo sono certamente: il ponte di Owl Creek, nei dintorni del campo di battaglia di Shiloh, dove il suo reggimento svolgeva servizio di guardia ferroviaria per l’Alabama settentrionale nell’esatto periodo in cui è ambientata la storia; le sue testimonianze sulle impiccagioni come soldato e come cronista di nera: l’abbondanza di particolari realistici accresce il peso dell’evento irreale che sta al centro del testo e lo rende credibile. Un critico dell’epoca Arthur McEwen rimproverò l’amico Bierce a proposito dei suoi racconti: “Non hai, in tutto ciò che scrivi, la minima traccia di quel che si chiama simpatia: la bella fanciulla non arriva mai” – “Che se ne vada al diavolo la bella fanciulla !” – rispose Bierce.

Un anno più tardi, nel 1893, venne pubblicata un’altra raccolta:‘Can Such Things Be ?’, ancora più orientata verso l’orripilante e il sovrannaturale, che include fra i racconti più memorabili: ‘The Death of Halpin Frayser’, ‘Moxon’s Master’ (un’anticipazione delle creature artificiali della fantascienza), ‘A Jug of Sirup’, ‘The Realm of the Unreal’, ‘The Moonlit Road’, ‘The Middle Toe of the Right Foot’, ‘The Damned Thing’ (in cui si evoca la presenza indescrivibile  di un mostro invisibile).  Bierce fu poi coinvolto dall’amico e allievo Adolph Danziger in una collaborazione letteraria che portò in seguito ad una vertenza fra i due autori sulla spartizione dei diritti: ‘The Monk and the Hangman’s Daughter’, un racconto gotico che Danziger aveva tradotto dall’originale tedesco ‘Der Monch von Berchtesgaden’ di Richard Voss e che era stato pubblicato a puntate sull’Examiner. Questo melodramma religioso-sessuale piuttosto melenso è del tutto fuori dalle corde di Bierce: un frate francescano di nome Ambrosius (!) si innamora segretamente di Benedicta, la bella figlia del boia, e dopo tormentate (e noiose) lotte interiori, la uccide per sottrarla alle lussuriose attenzioni del nobile corteggiatore della giovane, Rochus; l’amara rivelazione finale svela che la ragazza era in realtà la sorellastra di Rochus e che nutriva una segreta e proibita passione per Ambrosius. Direbbe Oscar Wilde: si uccide sempre chi si ama !  Perché Bierce abbia acconsentito a mettere il suo nome in quest’opera bislacca resta un mistero: si trattò forse di un atto di amicizia verso Danziger che lo corteggiava e lo adulava chiamandolo “der master”. Fu stampata un’edizione in volume del romanzo breve ma i due autori non ne ricevettero mai un soldo e passarono due anni a litigare sulle responsabilità e i danni: alla fine Bierce ruppe un bastone da passeggio in testa a Danziger, lasciando i pezzi sulla scrivania dell’ex pupillo per ricordargli – disse – “la natura dell’amicizia”.

Nel 1898 lo scrittore entrò apertamente in conflitto anche col suo boss Hearst  a proposito della guerra ispano-americana: Hearst propagandava la guerra e l’indipendenza di Cuba dalla Spagna furoreggiando dai suoi giornali sulle immaginarie atrocità perpetrate dagli spagnoli ai danni degli indipendentisti cubani; Bierce scriveva, sugli stessi giornali:”Il patriottismo è aspro come la febbre, spietato come la tomba, cieco come una pietra e irrazionale come una gallina decapitata”.  Con la consueta lucidità smascherava i pretesti umanitari statunitensi che coprivano l’espansionismo nazionalista: “Siamo in guerra con la Spagna oggi solo in obbedienza ad un’istanza che si è andata rafforzando fin dall’inizio della nostra esistenza come nazione: la passione espansionistica, sollevata una volta, infuria come un leone; le conquiste successive non fanno che rafforzarla. E’ solo questa la febbre che sta bruciando nel sangue americano”.  Con evidente contraddizione, c’è però anche una forte componente razzista nelle sue simpatie: gli spagnoli sono bianchi, mentre i ribelli cubani “in gran parte negri o negroidi, ignoranti, superstiziosi e brutali”. Sul proseguimento della guerra nelle Filippine – una spietata guerriglia in stile Vietnam con tanto di torture e villaggi bruciati che “pacificò” le isole al costo di 220.000 vite tra i filippini e 4.200 tra gli americani – Bierce commentò: “Ecco un’altra dimostrazione di quanto la moralità di una nazione sia pari a quella di un ladro o di un pirata. D’altra parte non avevamo promesso giustizia nel Pacifico: solo nei Caraibi…”.  Nonostante le aspre schermaglie però, la collaborazione con Hearst continuò anche dopo il volgere del secolo, quando Bierce passò dai quotidiani al mensile Cosmopolitan: in quegli anni vennero anche pubblicate in dodici volumi le ‘Opere Complete di Ambrose Bierce’ – che comprendevano: The Devil’s Dictionary (con il titolo modificato in The Cynic’s Word Book), Tales of Soldiers and Civilians (anche questo col titolo inglese In the Midst of Life), Can Such Things Be ?, The Monk and the Hangman’s Daughter,  la collezione di Fantastic Fables in stile Esopo che aveva scritto per i britannici Fun e Tom Hood’s Magazine, e tutta la sua occasionale (e decisamente non memorabile) poesia. L’accoglienza critica fu devastante, le vendite anche: l’editore Neale ci rimise 7.500 dollari e lo stesso Bierce 2000. Nella primavera del 1910 lo scrittore torna finalmente in California dopo dodici anni di assenza, in tempo per constatare gli effetti del terribile terremoto che aveva colpito San Francisco: “La mia San Francisco è morta e non ne avrò mai più un’altra” – dichiara. In quei giorni incontra Jack London: gli porge le sue condoglianze per la recente perdita del primo nato (avendo lui stesso perso due figli sa cosa vuol dire), London si commuove, simpatizzano, litigano sulla politica (Jack è un fervente socialista, Ambrose tutt’altro), si scambiano aneddoti su Hearst (per cui London ha coperto la guerra Russo-Giapponese), scolano bottiglie di cognac Three Star Martell, una dietro l’altra, finché Bierce non stramazza addormentato. L’incontro con London è l’unico episodio piacevole del suo ritorno in California: Bierce si sente sempre più isolato, deluso per i pessimi esiti dei suoi Collected Works, colpevole per la sua famiglia perduta (dopo i figli maschi anche la moglie – dalla quale era separato senza aver mai voluto divorziare – è scomparsa nel 1905. Helen la figlia femmina – che aveva vissuto sempre con la madre – lo tiene a distanza), assalito da sempre più frequenti e gravi attacchi d’asma: comincia a sentirsi non troppo dissimile dai fantasmi che tante volte ha evocato sulla pagina ed è ormai pronto per l’ultima avventura. “Questa rivoluzione in Messico mi interessa: voglio scendere giù a vedere se i messicani sparano bene” – dice agli amici e colleghi di Washington prima di lasciare per sempre la città.

Alla fine del 1913 un viaggio in Messico nel pieno della RIvoluzione non è uno scherzo nemmeno per un uomo giovane e in buona salute e Bierce, a 71 anni suonati e minato dall’asma, ne è fin troppo consapevole: ”Vorrei arrivare in Sud America, passando per il Messico, sempre se non finisco contro un muro fucilato come gringo. Molto meglio che morire nel proprio letto !” – questo è il tono delle ultime lettere scritte ad amici e parenti – “Addio. Se ti dicono che sono finito contro un muro messicano e fucilato, sappi che lo considero un ottimo modo di lasciare questa vita: evita la vecchiaia, la malattia, la possibilità di rompersi il collo ruzzolando giù per le scale della cantina. Essere un gringo in Messico: questa sì che è davvero eutanasia!”. In realtà nella lotta che opponeva le forze federali del presidente Victoriano Huerta a quelle ribelli dei comandanti Venustiano Carranza, Emiliano Zapata e Francisco “Pancho” Villa, la vita di uno statunitense sarebbe stata scrupolosamente protetta: nessuno dei due opponenti voleva rischiare un intervento degli USA in appoggio alla forza contraria a quella che avesse arrecato oltraggio a un cittadino americano. Bierce stava solo alimentando il suo mito: un anziano Don Chisciotte, stanco delle brutture di Washington si lancia con un ultimo impeto nel gorgo della rivoluzione. Lasciata la Capitale, nel suo itinerario verso sud, ripercorre, in una sorta di pellegrinaggio finale, tutti i luoghi della Guerra Civile che lo hanno visto tra i protagonisti: passa da Chattanooga, visita Chickamauga, Snodgrass Hill, Murfreesboro – dove durante la battaglia di Stones River, aveva coraggiosamente sfidato il fuoco nemico per salvare un suo compagno: il Tenente Braden – si ferma una settimana a Shiloh e siede malinconico fra le tombe del cimitero di guerra, si imbarca sul Mississippi, arriva a New Orleans dove un reporter lo intervista per una testata locale: “Sono sulla via del Messico – dice – perché mi piace il gioco, mi piacciono le lotte: voglio vedere. Poi non credo che gli americani siano così oppressi laggiù, come si dice: voglio rendermi conto dei fatti. (…) Voglio viaggiare in diagonale, da nordest a sudovest, a cavallo e poi prendere una nave per il Sud America, vedere la Ande, attraversare il continente e, se possibile, tornare indietro. Non ho una famiglia di cui occuparmi, mi sono ritirato dalla scrittura: mi prendo una pausa”. Il 5 Novembre arriva a San Antonio, visita Alamo, dove gli ufficiali del Terzo Cavalleria lo trattano come un ambasciatore straniero e per poco non sfilano in parata in suo onore. Il 6 Novembre, l’ultima lettera (alla nipote Lora Bierce) da Laredo : “Non resterò qui abbastanza a lungo per poter aspettare tue notizie e non so quale sarà la prossima tappa. Dubito abbia molta importanza. Adios”.

Da quel momento si perde di lui qualunque traccia. Fin troppe invece le congetture e le ipotesi più fantasiose susseguitesi negli anni, tutte assolutamente prive di qualsiasi prova oggettiva: qualcuno lo vuole caduto nella carica di Ojinaga, altri fucilato a Chihuahua, altri ancora fatto assassinare a tradimento da Villa dopo un litigio a Guadalajara, altri, come Charles Fort, addirittura “rapito da un collezionista di Ambrogi”.  Più probabilmente e meno romanticamente Bierce non raggiunse mai il Messico: secondo la testimonianza (anche questa non suffragata da prove) del suo editore Neale, in qualche grotta sperduta del Grand Canyon, in perfetta solitudine, usando probabilmente la pistola tedesca che mostrava sempre con orgoglio agli amici, l’Amaro Bierce si fece saltare le cervella. Come aveva predetto in una lettera, le sue ossa non sono mai state ritrovate.

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