Roma – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 10 Apr 2026 21:55:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Carmillafest 2026: il programma, dove e a che ora https://www.carmillaonline.com/2026/04/03/carmillafest-2026-il-programma-dove-e-a-che-ora/ Thu, 02 Apr 2026 22:01:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93989 Redazione

Carmillafest 2026 si terrà a Roma sabato 18 aprile prossimo a partire dalle ore 17.00 puntuali (o come dicono i romani: “vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio Moderazione: Granma L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso) Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli) Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 [...]]]> Redazione

Carmillafest 2026 si terrà a Roma sabato 18 aprile prossimo a partire dalle ore 17.00 puntuali (o come dicono i romani: “vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio
Moderazione: Granma
L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso)
Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli)
Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene
Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 – Modulo 3 – Libri carmilli
Moderazione: Granma
Presentazione dei seguenti libri:
Domenico Gallo, L’ultima cordata e altri racconti degli anni Novanta e La patria del ribelle e altri racconti degli anni Duemila, Delos, 2025
Paolo Lago, Gioacchino Toni, Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, Rogas, 2025
Franco Pezzini, Morte astrale,  Polidoro, 2025 e Le pirate, Tempesta, 2026.

Dalle 20.00 in poi: aperitivo sociale e dj set (a cura di Granma)

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A perdifiato e voltandosi indietro https://www.carmillaonline.com/2025/09/15/a-perdifiato-e-voltandosi-indietro/ Sun, 14 Sep 2025 22:01:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90526 di Luca Baiada

Francesco Troccoli, Dugo e le stelle, L’asino d’oro edizioni, Roma 2025, pp. 252, euro 15.

Cos’è per un bambino rom, la corsa, quando a inseguirlo sono i fascisti che hanno bruciato il suo campo? E cos’era, per un bambino rom, piccola staffetta partigiana, correre per combattere i nazisti, in Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale? Un romanzo spezzato per tempi e luoghi, fra il Montenegro, una cittadina del Nord Italia e Roma ci sorprende con passaggi incalzanti e cambi di scena.

Treni, stazioni, pericoli, fughe continue, rifugi precari. Luoghi non-luoghi che scorrono visti dal basso, sfuggenti, imprevedibili. Ci sono [...]]]> di Luca Baiada

Francesco Troccoli, Dugo e le stelle, L’asino d’oro edizioni, Roma 2025, pp. 252, euro 15.

Cos’è per un bambino rom, la corsa, quando a inseguirlo sono i fascisti che hanno bruciato il suo campo? E cos’era, per un bambino rom, piccola staffetta partigiana, correre per combattere i nazisti, in Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale? Un romanzo spezzato per tempi e luoghi, fra il Montenegro, una cittadina del Nord Italia e Roma ci sorprende con passaggi incalzanti e cambi di scena.

Treni, stazioni, pericoli, fughe continue, rifugi precari. Luoghi non-luoghi che scorrono visti dal basso, sfuggenti, imprevedibili. Ci sono bambini, anzi ragazzini, in un’età aurorale fra ultima infanzia e prima adolescenza, fitta di incontri, conflitti inspiegabili, incerti corteggiamenti, fame di avventure. Piccoli e grandi protagonisti italiani e insieme cinesi, curdi, rom. Sono carichi di energia ma – è davvero un ma, oppure è un e quindi, cioè è la vita stessa? – anche dei pesi ingombranti lasciati da altri prima di loro. È una comunità palpitante, uno stormo di segnati dagli strappi dell’esistenza, dalle fatiche familiari, dalle nuove domande. Si portano addosso la ricerca di attenzione e il gusto dei nascondigli. Hanno una voglia matta di tane calde e appartate, quelle che piacciono ai cuccioli d’uomo e di donna.

Questi ragazzini vogliono anche loro correre, spendersi. Magari per aiutare uno appena più piccolo, che deve salvarsi la pelle ma nel frattempo deve anche mangiare, giocare, studiare. Proviamo a vedere Roma coi suoi occhi? Per un piccolo rom la capitale non è monumenti o bar da aperitivi:

Roma è un oceano di luce in cui nuotano pesciolini veloci, grandi piovre barcollanti e calamari dalle dubbie intenzioni. Gli squali e i pescecani, in questo momento, stanno mangiando da qualche altra parte. Nell’aria c’è un misto di profumo di tiglio e gas di scarico, e nel cielo azzurro stazionano nubi che sembrano zucchero filato. C’è molta spazzatura, i muri sono tutti disegnati e l’erba cresce in mezzo ai marciapiedi. Fra mendicanti stesi in terra, ragazzi in bicicletta con grandi borse sulle spalle e venditori ambulanti, avverte la piccola euforia di entrare a far parte di un mondo nuovo.

C’è forse qualcuno che nell’infanzia non ha avuto un luogo speciale – rimessa, soffitta, armadio, lavatoio, auto guasta – dove rintanarsi? Povero, chi non avesse mai apprezzato queste ombrose delizie. E allora godiamoci la tana coi piccoli amici: nel campo nomadi abbandonato c’è una roulotte nascosta, i ragazzini la conoscono e la scelgono per base: la chiamano «la bolla». È questa una cifra profonda di Dugo e le stelle, romanzo di bolle spazio-temporali che si formano, volano e scoppiano, seguite da improvvisi rovesci. Un romanzo a sprazzi, un libro di temporali e schiarite.

Compare il circo. Un’altra bolla, perché la sua gente sa fare la Resistenza travestendosi, mimetizzandosi, salendo sugli alberi. Il campo dei nomadi partigiani, poi, «la sosta», è ancora una bolla: «Un posto collegato con tutti i luoghi della vita, propria e altrui, un posto da cui si può andare da qualsiasi altra parte con la sola forza della volontà e dell’immaginazione».

Ed è una bolla, privata e notturna, la terra di mezzo fra sonno e veglia; è quel tempo senza tempo che sconvolge, che espone al pericolo ma può salvare: il piccolo rom è sonnambulo e ha gli incubi. Invece di respingerlo, i ragazzini si riconoscono nelle sue ferite:

«Che ne pensi?» fa Zihad con aria grave.

«Non so».

«Sai, mi sa che hai ragione».

«Su cosa?».

«In fondo la sua situazione è veramente simile alla mia. Anch’io ho visto cose brutte e per un po’ ho fatto dei sogni orrendi, che non ricordo. E ti giuro che non me li voglio ricordare. Mi fanno paura anche adesso».

«Quando eri in quel campo, in Bosnia? Quando il tuo vero papà…?».

I traumi sono di tutti. Ma proprio di tutti, perché una donna delle pulizie, pelle nera e niente permesso di soggiorno, non sta lì a farsi domande sulle carte bollate quando si tratta di salvare un uomo. Non lo sa, Nosine, che sta difendendo un antico combattente, ma riconosce al volo, lei coi cenci in mano, china sul pavimento in fondo a un corridoio, il grido di una vittima e il ringhio di un fascista: «L’assassino si lancia fuori e la investe scagliandola in terra: “Maledetta puttana di una negra, togliti di mezzo!”».

Però. La memoria non ha bisogno di venire da un altro continente, può essere vicinissima, confusa nel chiasso. Alla stazione la vecchia zingara ha il suo libro di storia invisibile, scritto in un fardello pesante: «“Porrajmos” sentenzia la donna, in tono piatto, lo sguardo lanciato nel vuoto. “Porrajmos”. Negli occhi stanchi di Esma si vede qualcosa, è qualcosa che viene da lontano».

C’è ancora da correre, quando la vita non fa sconti, e bisogna farlo sino all’estremo: «Sta correndo. Ancora una volta, corre come il vento». Chi è, a correre così? il piccolo rom oggi o il partigiano bambino in Jugoslavia? A chi legge Dugo e le stelle, scoprirlo. Forse corre la nostra voglia di conoscere, di sapere che la storia non fluisce invano:

Anche le terre hanno un cuore, proprio come gli uomini che le abitano. E non lo puoi imprigionare. Quante volte glielo aveva raccontato suo padre, che contadino non era e che le dispute che i gagi facevano sulla terra non le aveva mai capite. Alla sua gente, allora come oggi, non è mai servito mettere paletti e prendere possesso di un pezzo di suolo.

Sarebbe troppo facile un paragone fra questa terra comune e la letteratura. C’è di mezzo un prezzo da pagare. La corsa nella vita impone scelte, come quella dell’ufficiale italiano, prima fascista e stragista, poi combattente con gli jugoslavi. E da un vecchio zingaro viene una dura lezione. Ricorda la lettera scritta da quell’ufficiale, da quel nemico italiano che è diventato un alleato, e riflette: «Riaprire gli armadi, tirare fuori vecchi scheletri nascosti, non fa mai piacere a nessuno». Lui stesso, lo zingaro, per lungo tempo quella lettera non riesce né a spedirla né a distruggerla. Si vede che quando c’è da correre, è bello guardarsi accanto e scoprire che non si è soli.

 

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Cent’anni di lotte. Una mostra per restituire alla città tutta la Ex Snia https://www.carmillaonline.com/2025/05/30/centanni-di-lotte-una-mostra-per-restituire-alla-citta-tutta-la-ex-snia/ Thu, 29 May 2025 22:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88724 di Luca Cangianti

Un gruppo di pischelli scavalca un muro e si fa strada tra la vegetazione selvaggia. Ridono e scherzano, ma hanno anche un po’ paura: sono entrati in una proprietà privata. Alla fine si bloccano e rimangono a bocca aperta: gli uccelli gridano dall’alto e la luce del sole si riflette su grande specchio d’acqua purissima. Hanno scoperto un lago, proprio vicino a casa loro, nella periferia romana.

Adesso un “pischello” di quel gruppo ce l’ho di fronte a me, anche se sono passati più di trent’anni: «Le panche di legno per noi erano vascelli pirata», racconta. «Con gli amici [...]]]> di Luca Cangianti

Un gruppo di pischelli scavalca un muro e si fa strada tra la vegetazione selvaggia. Ridono e scherzano, ma hanno anche un po’ paura: sono entrati in una proprietà privata. Alla fine si bloccano e rimangono a bocca aperta: gli uccelli gridano dall’alto e la luce del sole si riflette su grande specchio d’acqua purissima. Hanno scoperto un lago, proprio vicino a casa loro, nella periferia romana.

Adesso un “pischello” di quel gruppo ce l’ho di fronte a me, anche se sono passati più di trent’anni: «Le panche di legno per noi erano vascelli pirata», racconta. «Con gli amici ci divertivamo a giocare a battaglia navale sul lago. Poi un giorno in un edificio diroccato ho trovato delle schede di cartoncino: c’erano le foto di chi lavorava qui, le loro mansioni e persino le punizioni che subivano. E così mentre gli altri facevano i graffiti, io me ne rimanevo imbambolato per ore a sfogliare l’archivio abbandonato della Snia Viscosa». Marco si riferisce alla fabbrica di fibre tessili artificiali fondata nel 1923. Dopo trent’anni di attività e quaranta di abbandono, l’area è acquistata nei primi anni novanta da una società che inizia i lavori per costruire un centro commerciale, intercettando però una falda idrica. Questa è l’origine del lago metropolitano di diecimila metri quadrati di superficie. Dopo molti esposti presentati dai residenti riguardo alla correttezza delle concessioni edilizie e la richiesta di destinare gli spazi al verde pubblico, inizia una lunga vicenda giudiziaria. Su parte del terreno espropriato nel 1997 viene aperto al pubblico il Parco delle energie, grazie a una battaglia del Centro sociale Ex Snia sorto dall’occupazione di alcuni capannoni del complesso industriale. Nel 2015, infine, il lago è finalmente aperto alla cittadinanza. «Adesso dobbiamo completare il lavoro: è giunta l’ora di far arrivare al sindaco la voce dei residenti: bisogna espropriare gli ultimi quattro ettari e mezzo di terreno in mano ai privati per impedire l’edificazione di un polo logistico e di uno studentato per ricchi di cui non c’è alcun bisogno, mentre invece è vitale tutelare gli spazi verdi in una zona di Roma interamente edificata.»

Questa storia centenaria è raccontata nella mostra “Viscosa di Roma. 100 anni di Storie, Lotte e Natura all’ex Snia”, la cui apertura gratuita dal venerdì alla domenica (ore 16.00-20.00) è stata prolungata fino al 6 di giugno. A promuovere l’iniziativa sono il Centro di Documentazione Maria Baccante e il Forum Parco delle Energie.
Guardo le foto e vedo le immagini sbiadite di alcuni alberelli; adesso sono enormi pini centenari. Vedo i volti delle donne e degli uomini che migrarono dalla provincia per affollare borghetti e baraccopoli; che fecero la Resistenza, che condussero scioperi lunghi e coraggiosi, che erano multati dalla dirigenza per tremore delle mani e lavorazione incompleta. Anni dopo si sarebbe scoperto che si trattava di solfocarbonismo, una malattia professionale che provocava disturbi al sistema neurologico, allucinazioni, vertigini e, per l’appunto, tremori. Molti operai finirono i loro giorni all’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà.
«Il quartiere ci riconosce ormai come depositari delle loro memorie» afferma Maria. «Se qualcuno trova un documento della Viscosa viene a donarcelo.» E poi passa a elencare le attività di public history e di mobilitazione sociale che rendono così originale questa esperienza di attivismo: percorsi di storia industriale e del quartiere, studio dell’immigrazione italiana e straniera, analisi della fauna e della vegetazione locale, coinvolgimento delle scuole, ragazzi che raccolgono le memorie degli abitanti del quartiere e persino una piccola Colonna di Traiano a manovella realizzata dai bambini per raccontare la storia del territorio.

È il 25 aprile, finisce la visita guidata della mostra e inizia un percorso che si ferma davanti alle case dei partigiani e delle partigiane. A ogni tappa prende la parola un residente e ne racconta la storia. In mezzo alla piccola folla di partecipanti rimugino su quel che vedo e sento: dalla fine del ciclo di lotte degli anni settanta a oggi tanti si sono affannati a costruire gruppi e partiti residuali di sinistra più o meno radicale; tanti hanno corso appresso a una rappresentanza elettorale ormai deprivata di qualsiasi potere dal reset postfordista. Il risultato? Nuove sconfitte, depressione e masochistica coazione a ripetere. E invece questi attivisti qui combattono il processo di individualizzazione e atomizzazione capitalistica creando una nuova mitologia territoriale. Fanno parlare le vie, i palazzi e le vecchie fabbriche dismesse; risignificano lo spazio urbano, creano identità condivise, comunità. Lontano dai centri commerciali, lontano dal loro immaginario seducente e traditore. Senza questo lavoro umile e grandioso, mi dico, come possiamo pretendere di suscitare una nuova coscienza rivoluzionaria? Un nuovo e prorompente desiderio di veder realizzato un mondo migliore?
Ma forse sono solo mie elucubrazioni e quindi chiedo a Marco se tutte queste attività facciano parte di un progetto politico più ampio: «E certo!», mi risponde di getto, come se la mia domanda fosse scontata. In quel momento il suo sorriso malizioso mi ricorda un pischello che trent’anni fa scavalcava i muri delle proprietà private.

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Distruggi il male https://www.carmillaonline.com/2025/04/22/distruggi-il-male/ Mon, 21 Apr 2025 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87658 di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico. La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata [...]]]> di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico.
La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata ai tempi dell’occupazione nazista e della Resistenza. Ne nasce un’avventura fantastica in cui sono in gioco la vita, la morte, la salvezza della Terra e il desiderio di una società libera dallo sfruttamento e dalla tristezza.
Per gentile concessione dell’editore si riporta di seguito il primo capitolo di Distruggi il male, il nuovo romanzo di Luca Cangianti (DeriveApprodi, 2025, pp. 128, € 15,00).]

Oggi. Val di Susa

«Fanno troppo schifo! Niente primi piani, altrimenti la gente vomita e cambia canale». La giornalista si rivolgeva alla regia, ma aveva urlato nel microfono ed era andata in onda.
L’uomo si avvicinò allo schermo per distinguere meglio le immagini. Le creature uscivano dal tunnel e dilagavano nella valle tra i piloni dell’autostrada. Emettevano suoni gravi che increspavano l’acqua nelle vasche di raffreddamento. I bacini servivano a contenere le temperature prodotte dallo scavo.
Scosse la testa e rimase interdetto. Il pulviscolo scorreva nel raggio di sole che attraversava il salotto fino agli scaffali carichi di libri. Erano disposti senza cura. Sul divano dell’Ikea era appoggiato un portacenere, nell’angolo cottura le stoviglie sporche battevano sulle pareti del lavello. Il lampadario dondolava.
Il rombo degli elicotteri da combattimento attirò la sua attenzione. Guardò fuori dalla finestra e scorse l’ultimo velivolo della formazione. La regia trasmise le riprese dall’alto: le maestranze del cantiere uscivano dalle cabine degli escavatori lasciando le portiere aperte. Alcuni si mettevano alla guida di pulmini che risalivano la strada, altri si rifugiavano in un edificio dal tetto verde.
L’uomo uscì di casa, percorse una via lastricata di sampietrini, passò di fronte a una fontanella e raggiunse il centro del paese: alcune case avevano i tetti d’ardesia, altre balconi di legno. Svoltò per una via che scendeva a zig zag verso la Dora. Gruppi di giovani correvano nella stessa direzione. Sul muro del terrapieno qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali: «LA VALLE NON VI VUOLE».
Attraversò il ponte e vide il vecchio murale sbiadito: figure umane a carponi si cibavano del denaro defecato da chi le precedeva. Il checkpoint della centrale idroelettrica era deserto. Al bivio prese la strada che saliva costeggiando le vigne. Le vibrazioni assordanti adesso si mescolavano al rumore metallico della battitura. Si coprì le orecchie con le mani. Al museo archeologico di Chiomonte centinaia di dimostranti percuotevano le recinzioni del cantiere. Una donna sventolava una bandiera bianca con un treno sbarrato da una croce rossa. Alcuni giovani indossavano il casco: agganciarono le grate con uncini fissati a corde robuste e iniziarono a tirare. Il camion idrante della polizia bersagliò i ragazzi. Quattro attivisti portarono una lastra di plexiglas per usarla come protezione. Le corde furono afferrate da altre decine di persone. Le recinzioni caddero al suolo accompagnate da un boato di urla. I militari spararono i candelotti, i dimostranti lanciarono pietre e bottiglie. Partì una carica, gli attivisti indietreggiarono. Alcuni rimasero al suolo.
L’uomo fuggì lungo un sentiero in salita. Si sostenne a un arbusto per riprendere fiato. Chiuse gli occhi per qualche secondo, poi guardò in basso oltre il terrapieno realizzato con i detriti dello scavo.
La vallata era colma di filamenti arancioni che galleggiavano a mezz’aria tra i fumi dei gas lacrimogeni.

[Luca Cangianti e Giovanni Acquarulo (giornalista Rai) dialogheranno su Distruggi il male il 23 aprile 2025 alle 19.00 presso la Libreria Caffé Giufà, via degli Aurunci 38, Roma]

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Avanti barbari! https://www.carmillaonline.com/2024/08/07/avanti-barbari/ Wed, 07 Aug 2024 20:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83798 di Sandro Moiso

Louisa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023, pp. 96, 12 euro

Alle 22 in punto la radio della polizia penitenziaria gracchia frasi in arabo. Carcere minorile Ferrante Aporti di Torino: la rivolta iniziata poco dopo le 20 è in atto ormai da più di due ore. Incendio nelle celle, negli uffici, nei corridoi. Botte agli agenti. «Si sono presi una nostra radio, attenti alle comunicazioni: sentono tutto» dice quello della penitenziaria. No, è peggio. I detenuti del minorile – una cinquantina, forse appena di più – si sono impossessati di gran parte [...]]]> di Sandro Moiso

Louisa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023, pp. 96, 12 euro

Alle 22 in punto la radio della polizia penitenziaria gracchia frasi in arabo. Carcere minorile Ferrante Aporti di Torino: la rivolta iniziata poco dopo le 20 è in atto ormai da più di due ore. Incendio nelle celle, negli uffici, nei corridoi. Botte agli agenti. «Si sono presi una nostra radio, attenti alle comunicazioni: sentono tutto» dice quello della penitenziaria. No, è peggio. I detenuti del minorile – una cinquantina, forse appena di più – si sono impossessati di gran parte del carcere. (Notte tra i 1° e il 2 agosto 2024, da un articolo di Federico Femia e Caterina Stamin su “La Stampa”)

Come sempre, ad essere sinceri, le recensioni di libri altrui non possono che costituire dei pretesti per parlare di argomenti che premono ai recensori. Tale osservazione vale anche in questa occasione, in cui il bel saggio di Louisa Yusufi, pubblicato lo scorso anno da DeriveApprodi in Italia, ma uscito originariamente in Francia nel 2022, permette a chi scrive di trattare un problema che travalica la “linea del colore” e della “barbarie” inclusa nei confini delle banlieue francesi per mettere in discussione il concetto di civiltà tout-court, all’interno di tutto il modo di produzione e riproduzione basato sui principi del capitale e dell’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta.

Il titolo del testo della Yousfi rinvia, inevitabilmente, al motto “rimanere umani” che da anni accompagna manifestazioni e proposizioni ricollegabili alla rivendicazione in difesa dei diritti delle fasce più deboli e povere della popolazione e, in particolare, delle condizioni di vita dei migranti e degli immigrati, accompagnandosi spesso anche ai discorsi sulla guerra e le sue cruente e spietate logiche di violenza e sterminio. Non a caso il suo presunto ideatore, Vittorio Arrigoni noto come Vik, proprio a Gaza era stato ucciso nell’aprile del 2011 da una cellula jihadista salafita che si opponeva a qualsiasi tipo di intervento umanitario occidentale nell’enclave palestinese.

Quell’atto, per molta parte della sinistra, aveva finito col confondersi con una sorta di frattura tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è dell’azione dei popoli in rivolta e delle loro, spesso squinternate e ambigue, milizie. Un episodio drammatico che, certamente, ha contribuito ad approfondire il solco tra coloro che contestano l’attuale modo di produzione senza peraltro uscirne dai limiti delle leggi e dei “diritti” e coloro che che in quei limiti non sono compresi in quanto esclusi per ragioni di classe mascherate da colore della pelle, etnia, religione e quant’altro finisce col contribuire a definire una condizione di “barbarie”, sia nell’agire politico e quotidiano che nella formulazione delle idee che l’accompagnano.

Una separazione che ha finito col rafforzare l’idea che soltanto l’accettazione di certe regole e una certa visione del mondo di stampo liberale e occidentale possa far sì che l’altro sia accettato sul piano della comunicazione e dell’inserimento nella comunità degli “individui aventi diritto”. Una superficiale e opportunistica valutazione in cui può essere considerato umano soltanto chi accetta le regole dettate dal migliore dei mondi possibili, quello bianco, occidentale e liberale, e dalle sue leggi “universali”. Obiettivo per cui, come afferma l’autrice, “i civilizzati” si sforzano di creare dei ponti.

Ah, i ponti… […] vediamo un’intera cricca di sociologi che annuisce con aria di intesa. Sono coloro che lavorano sulla questione […] Il nostro sudiciume, le nostre depravazioni, la nostra presunta predisposizione ad accumulare tutti i vizi dell’umanità, a cedere i nostri atavismi bellicosi, a picchiare coloro che amiamo, donne e bambini, ad andare in cerca di crimini, a sparare in mezzo alla folla, a linciare gli omosessuali e sputare sugli ebrei, non sarebbe altro che la storia di una mancanza. Tutte le cose che abbiamo perso, tutte le opportunità che non ci si sono presentate, tutti i riconoscimenti di cui siamo stati privati, tutto l’amore che non abbiamo ricevuto. Sgocciolano compassione quando credono di restituirci la nostra dignità, quando tremano di commozione nel recitare la triste storia che raccontano di noi: come se non fossimo mai stati abbastanza amati […] Asciugate le lacrime. I barbari non sono selvaggi che si sarebbe dovuto frustare di meno, umiliare di meno e coccolare di più; selvaggi maltrattati dalla civilizzazione […] Questa è la loro grande scoperta: il nostro «imbarbarimento» è il fallimento dell’integrazione1.

Ma Louisa Yousfi, giovane giornalista francese di origine algerina, dopo aver ironizzato sulle condizioni dell’oppressione che contribuiscono a definire la barbarie, come ha già avuto modo di sottolineare su Carmilla Jack Orlando, coglie ancora nel segno:

seguendo le liriche dei trapper Booba e PNL, per aprire uno squarcio nella cattiva coscienza francese e farne sgorgare il sangue delle banlieue, del lato cattivo.
Tutta questa roba, questa poesia trucida, ha un unico scopo: restare barbari. Laddove la cosiddetta integrazione non solo ha fallito, ma ha scientemente prodotto una specifica forma di colonizzazione interna alle metropoli democratiche e generato una subalternità cui si imputa quotidianamente un’inferiorità colpevole e, paradossalmente, congenita; ribaltare l’accusa è una pratica di resistenza, risignificare la propria mostruosità vuol dire aumentare la propria potenza, sottolineare l’alterità è ricomporre i pezzi smembrati della propria anima.
È una vendetta contro la dominazione e un assalto alla conquista della propria condizione umana2.

Restare barbari, sola e unica condizione per rimanere umani. Questa la sfida lanciata dalla riflessione della giovane autrice che, nelle settimane scorse, ha avuto modo di partecipare al dibattito promosso dall’Intifada studentesca di Torino al Festival Alta Felicità svoltosi a Venaus dal 26 al 28 luglio e che ha dedicato il suo libro: «ai barbari contemporanei la cui vita e opere ci spiegano, più di qualsiasi altro resoconto, ciò che l’Impero chiama “imbarbarimento”. Si comincia dalla strada e dai suoi profeti. Perché tutti i racconti sul presente […] ci arrivano dai margini dell’impero e dai suoi recalcitranti abitanti»3.

Rovesciare, dunque, l’umanitarismo occidentale dell’integrazione e dell’accettazione delle sue regole del buon viver civile nel suo contrario, dimostrandone l’implicita disumanità e, allo stesso tempo, rovesciando lo stereotipo del barbaro in quello dell’unica forma residua di umanità possibile. «Il trucco della civilizzazione riproduce continuamente l’illusione. Francamente, per cosa vuoi competere con l’Occidente? Hanno inventato l’innocenza. Hanno massacrato interi popoli e, nel frattempo, inventato Walt Disney»4.

Stiamo però ben attenti; non si tratta di una battaglia di civiltà, come la peggiore saggistica filo-occidentale vorrebbe; qui si tratta proprio di stabilire ciò che permetterà alla specie di mantenere la sua umanità. Indipendentemente dal colore della pelle o delle tradizioni passate e delle aree di provenienza geografica e sociale. Come sostiene ancora l’autrice:

L’imbarbarimento è un processo di integrazione […] i nostri mostri non nascono da una mancanza di voi, ma da un eccesso di voi […] Nulla di questo mondo può salvarci, non solo perché una cosa non può essere al contempo il veleno e la sua cura, ma anche perché non siamo noi a dover essere salvati […] Che i civilizzati evitino dunque di insistere sul nostro destino. Siamo noi che dovremmo piangere per loro. Siamo noi che possiamo salvarli. Non è mai successo il contrario, in nessun modo e in nessun momento della storia5.

Soprattutto in un’epoca in cui un ciclo, quello del dominio occidentale sul resto del mondo, ha iniziato a venir meno e a veder disgregarsi le sue forme politiche e militari. Spingendo spesso gli osservatori a tracciare paragoni con la fine dell’Impero Romano.
Impero che, come ebbe modo di osservare lo stesso Marx, finì «con la comune rovina delle classi in lotta», incapaci entrambe sia di mantenere che di rovesciare le strutture economiche e sociali su cui lo stesso si fondava. Entrambe travolte dall’arrivo dei “barbari”, destinati a destrutturare definitivamente e a rifondare quelle stesse basi sociali e legislative su cui si erano retti i rapporti di forza fino ad allora.

Ecco allora che come unica soluzione possibile, anche, per il proletariato bianco ci sarebbe quella di farsi, più che rimanere, barbaro. Criticando e contribuendo a distruggere quella presunta civiltà di cui troppo spesso la Sinistra, anche radicale, ha sposato le intrinseche ragioni. Ancora una volta è Amadeo Bordiga, con un articolo del 1951, a permetterci di riallacciare il filo di un ragionamento non estraneo ma soltanto interrotto all’interno del movimento antagonista di classe, affermando, con Friedrich Engels, che la civiltà, in fin dei conti, non si riassume in altro che:

“nello Stato che, in tutti i periodi tipici, è, senza eccezione, lo Stato della classe dominante ed in ogni caso rimane essenzialmente una macchina per tenere sottomessa la classe oppressa e sfruttata”. Questa civiltà […] deve vedere la sua apocalisse prima di noi. Socialismo e comunismo, sono oltre e dopo la civiltà […] Essi non sono una nuova forma di civiltà. “Poiché la base della civiltà è lo sfruttamento di una classe da parte di un’altra, l’intero sviluppo della civiltà si muove in una contraddizione permanente”. [Così] con Marx Engels e Lenin noi ultimi ne stiamo fuori.
Può essere conturbante che dalla caduta della civiltà non sia ancora sgorgato il comunismo, ma è ridicolo voler conturbare la soddisfazione capitalistica con la minaccia di alternative barbare6.

Ritornando, poco dopo, a fare la seguente affermazione a proposito della fine dell’ordine imperiale romano:

Furono le giovani forze barbare ad uccidere una marcia burocrazia. “Lo Stato romano era diventato una macchina gigantesca e complicata, esclusivamente per lo sfruttamento dei sudditi. Al di là dei limiti della sopportazione fu spinta l’oppressione con le estorsioni di governatori, di esattori di imposte, di soldati. Lo Stato romano fondava il suo diritto ad esistere sulla difesa dell’ordine all’interno, sulla difesa contro i barbari dall’esterno. Ma il suo ordine era peggiore del peggiore disordine, e i barbari, da cui pretendeva difendere i cittadini, erano da questi considerati come salvatori!”. Sembrò con le vittoriose invasioni, che per quattro secoli, ordinandosi l’Europa strappata a Roma nelle forme della teutonica costituzione di gentes, la storia si fosse fermata, e con essa la civiltà e la cultura. Ma così non fu. […] “Le classi sociali del IX secolo si erano formate non nella putrefazione di una società in decadenza, ma nelle doglie del parto di una civiltà nuova. La nuova generazione, sia padroni che servi, era una generazione di uomini, paragonata a quella dei suoi predecessori romani”.
“Ma che cosa fu quel misterioso incanto con cui i barbari infusero nuova vita all’Europa morente? Era forse un potere miracoloso innato nella stirpe tedesca, come ci vengono predicando i nostri storici sciovinisti? In nessun modo. Non furono le specifiche qualità nazionali dei popoli germanici a ringiovanire l’Europa, ma semplicemente la loro costituzione delle gentes, la loro barbarie”.
“Tutto ciò che di forte e vitale i Tedeschi innestarono nel mondo romano fu la barbarie. Solo dei barbari sono in grado di ringiovanire un mondo, che soffre di civiltà morente”7.

Resta evidente che il pericolo del ritorno alla barbarie insito in tante minacce contenute nei discorsi in difesa della civiltà e del liberalismo, non è costituito da altro che dal ritorno ad una lotta di classe in grado di porre fine al più spietato modo di produzione e appropriazione mai comparso sulla faccia della terra. L’unico ad avere domato prima i propri barbari interni per poi trasformarli in carnefici di quelli esterni con l’avventura colonialista, la promessa del benessere egualitario per i bianchi e l’illusione del mantenimento di un unico impero permanentemente al comando degli affari del mondo.

Nessuna società decade per le sue leggi interne, per le sue interne necessità, se queste leggi e queste necessità non conducono – e noi lo sappiamo e attendiamo – a far levare una moltitudine di uomini, organizzata con armi in pugno. Non vi è per nessuna “civiltà di classe”, per corrotta e schifosa che essa sia, morte senza traumi.
Quanto alla barbarie, che a tale morte del capitalismo per dissoluzione spontanea andrebbe a succedere, se la sua scomparsa fu da noi considerata una necessaria premessa dell’ulteriore sviluppo, che inevitabilmente doveva passare per gli errori delle successive civiltà, i suoi caratteri come forma umana di convivenza non hanno nulla di orribile, che ne faccia temere un impensabile ritorno.
Come occorrevano a Roma, perché non si disperdesse il contributo di tanti e tanto grandi apporti alla organizzazione degli uomini e delle cose, le orde selvagge che calassero apportatrici inconsce di una lontana e più grande rivoluzione, così vorremmo che alle porte di questo mondo borghese di profittatori oppressori e sterminatori urgesse poderosa un’onda barbarica capace di travolgerla.
[…] Ben venga dunque, per il socialismo, una nuova e feconda barbarie, come quella che calò per le Alpi e rinnovò l’Europa8.

Un passo lungo e audace, ancora ben distante dall’essere accettato e fatto proprio sia dagli oppressi delle periferie razzializzate che da quelli che si illudevano di aver toccato con mano il sogno capitalista del benessere “per tutti”, senza dover abolire proprietà privata e interesse individuale, ma che può costituire un valido strumento per la rimozione delle barriere del perbenismo e del tradizionalismo e della sfiducia, quest’ultima più che motivata, che ancora separano in parti diverse, e spesso nemiche, il corpo unico e pericoloso della moderna creatura proletaria e prometeica creata dal Frankenstein imperialista.

Proprio per questo motivo opere come quella di Louisa Yousfi e Houria Bouteldja9, che l’ha direttamente ispirata, dovrebbero trovare spazio nella biblioteca di chiunque voglia davvero contribuire al superamento di questo mondo orrendo anche se travestito di democrazia elettoralistica e umanitarismo.


  1. L. Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi, Roma 2023, pp. 24-25.  

  2. J. Orlando, Gang gang gang! Immaginari e tensioni della metropoli – Ep. 1, «Carmillaonline», 10 maggio 2023.  

  3. L. Yousfi, op. cit., pp.19-20.  

  4. Ibidem, p.27.  

  5. Ivi, pp. 29-31.  

  6. A. Bordiga, Avanti Barbari!, «Battaglia Comunista», n. 22 del 1951.  

  7. Ibidem, le citazioni tra virgolette sono da F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884.  

  8. Ivi. 

  9. H. Bouteldja, I bianchi, gli ebrei e noi. Verso una politica dell’amore rivoluzionario, Sensibili alle foglie 2017.  

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L’orco e le ossa, ovvero ricordare il futuro https://www.carmillaonline.com/2023/11/27/80076/ Sun, 26 Nov 2023 23:05:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80076 di Luca Baiada

Adriano Prosperi, Ieri, oggi e domani. 15 lezioni per amare la storia, Piemme 2023, pp. 208, euro 14.

«Lo ha detto meglio di tutti il grande storico francese Marc Bloch nello scritto sul “mestiere di storico” frutto dei suoi ultimi anni, durante la lotta clandestina nella Resistenza, rimasto interrotto dall’arresto e dall’esecuzione capitale: lo storico è come l’orco della fiaba, va dove lo guida l’odore della carne umana». Il fascino che Adriano Prosperi sente in quello scritto ha percorso le generazioni; altri storici, per esempio Giovanni Contini, gli attribuiscono l’effetto di una calorosa vocazione. Chissà che ad accenderla non [...]]]> di Luca Baiada

Adriano Prosperi, Ieri, oggi e domani. 15 lezioni per amare la storia, Piemme 2023, pp. 208, euro 14.

«Lo ha detto meglio di tutti il grande storico francese Marc Bloch nello scritto sul “mestiere di storico” frutto dei suoi ultimi anni, durante la lotta clandestina nella Resistenza, rimasto interrotto dall’arresto e dall’esecuzione capitale: lo storico è come l’orco della fiaba, va dove lo guida l’odore della carne umana». Il fascino che Adriano Prosperi sente in quello scritto ha percorso le generazioni; altri storici, per esempio Giovanni Contini, gli attribuiscono l’effetto di una calorosa vocazione. Chissà che ad accenderla non possa essere anche questo libro dalla copertina coi colori pastello e con la grafica di certe vecchie scatole di biscotti o di sapone in polvere.

La freccia del tempo suggerita dal titolo sembra scontata, pare muoversi dal passato verso il futuro, ma l’arguzia dell’autore prende la questione per la coda e immagina in questo cammino un viaggiatore imprevedibile, citando Le ricordanze: «L’esperienza ci dice che è il futuro quello che si fa incontro a noi di continuo, fin dall’ingresso nella vita e poi sempre più: fino all’uscita. Solo allora – ha scritto Giacomo Leopardi – “dal mio sguardo fuggirà l’avvenire”».

La figura del gigante di Recanati è ben presente, a Prosperi. Chi lo conosce può vederlo seminare passi pensosi, nella Pisa del Palazzo della carovana e del primo orto botanico del mondo, magari mentre percorre quella viuzza che adesso porta il nome del poeta. Potrebbe essere proprio lei, la via descritta in una famosa lettera del 1828 alla sorella Paolina: «Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare a occhi aperti».

Basta calcare col piede quelle pietre, respirare le muffe decrepite di quei muri, per fare un poeta o uno storico? Lasciamolo credere a chi cerca scorciatoie. L’autore non le ha cercate; la strada che l’ha portato sino alla Scuola Normale di Pisa e all’Accademia dei Lincei l’ha segnata con studi e ricerche e riflessioni. Ora che distilla in una chicca pensata per i ragazzi un sunto delle sue fatiche, sembra quasi che si volga indietro, e forse per questo il rapporto fra i tempi si sbarazza dell’ordine consueto. Fa pensare alle osservazioni di Edward Carr sul rapporto degli storici e dei filosofi col domani, quando ricorda il paradosso di Lewis Namier secondo cui gli storici immaginano il passato e ricordano il futuro[1].

Leopardi, ma non solo lui. La letteratura è una chiave indispensabile perché schiude sensibilità altrimenti inaccessibili, scarta e vola sull’ostacolo come la mossa del cavallo: «La letteratura ha molto da dire a chi, attraverso lo studio della storia, cerca di conoscere la società umana. Quella vivente umanità raccontata nelle creazioni letterarie è la carne che copre le ossa accumulate nei depositi dei manuali di storia».

Naturalmente la letteratura, quella tramandata dai libri, risente di un’egemonia sociale, dei rapporti di forza; Prosperi lo sa, è l’autore di Un volgo disperso: contadini d’Italia nell’Ottocento. Anche di Un tempo senza storia: la distruzione del passato, dove non fa complimenti con un atto del Parlamento europeo, la grottesca risoluzione del 19 settembre 2019, Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, chiamandola «disegno sommario dei regimi, delle ideologie e dell’immane tragedia europea del secolo scorso che non reggerebbe alla prova di un esame di scuola media»[2]; non solo: Prosperi svela le assonanze fra quella risoluzione e il documento Agenda per il futuro di Ursula von der Leyen, all’epoca della sua candidatura alla presidenza della Commissione. Nello stesso libro è chiaro:

L’esperienza del recente passato ha fatto emergere la consapevolezza che la ricerca della verità ha come verifica la capacità del ricercatore di smascherare inganni e falsità del potere, fino al punto che la missione dello storico è stata definita come l’opposto della legittimazione dello Stato e di qualunque altro potere[3].

Perciò. Quando si parla di storia, chi parla di letteratura non è uno che cambia discorso. Semmai, il problema è che se scarseggia la buona letteratura anche la storia ne risente, e ciò costringe un buon orco, insomma uno storico, a cercare la carne fra ossa con poca polpa. Ma la questione delle fonti ha risvolti complessi, e questo libro lo segnala quando ricorda le osservazioni, ancora di Bloch, sulla leggibilità dell’appoderamento, del tessuto campestre e del paesaggio agrario. Non è vero che le classi subalterne, prima dell’alfabetizzazione, siano senza scrittura: i gesti, i modi e i perimetri della produzione, le loro fasi nel susseguirsi delle stagioni e generazioni, le forme che incidono nel mondo sono un modo di scrivere. La manomissione di quel patrimonio è l’incendio di una biblioteca, è un genocidio culturale. Viene in mente Pasolini: «C’era una volta un popolo / abitava in casali tagliati come chiese…»; in quei versi i colpevoli e le vittime del genocidio siamo noi.

Col suo timbro mite Ieri, oggi e domani procede inesorabile, senza sconti:

La caduta del Muro di Berlino convinse l’opinione pubblica che fosse cominciata un’era nuova, quella della libertà. Anzi, ci fu persino un intellettuale americano, Francis Fukuyama, che sostenne una tesi molto audace. Secondo lui quell’eliminazione di un confine, simbolo di un conflitto tra due grandi sistemi sociali, aveva inaugurato nientemeno che la fine della storia umana – non più conflitti né divisioni ideologiche come quella fra comunismo e capitalismo. […] Tesi subito smentita: da allora il mondo intero ha visto sorgere moltissimi conflitti, tra nuovi stati e nazioni, ma soprattutto tra paesi ricchi e paesi poveri. Ci sono confini invisibili in natura, tracciati con segni di penna sulle carte geopolitiche, e ci sono confini sbarrati da costruzioni ostili di ogni genere – reticolati, muraglie, posti di blocco – sorvegliati da corpi militari.

Parole scritte in tempi non sospetti, prima che, il 7 ottobre di quest’anno, un muro costruito da una potenza nucleare venisse bucato da persone tecnologicamente più arretrate, accompagnate da radicalismi che fanno a gara con quelli dei loro carcerieri. Il tutto, con molte conseguenze. Effetti del buco o colpa del muro?

Chi vagheggia la fine della storia accettando che sopravvivano disuguaglianze e che non si facciano i conti con l’ingiustizia, non fa altro che tracciare nuovi confini invisibili, ostacoli complici delle costruzioni ostili; cioè premesse di duri regolamenti di conti, quando emerge brutale la realtà. Per questo lo storico non è, non può essere neutrale. Quando va bene è compagno d’armi dalla parte della giustizia, altrimenti è il contabile dei carnefici, il magazziniere di una macelleria. Ma l’autore non rivendica una fragile innocenza. Come dice Albert Camus, nessun uomo è del tutto colpevole, non ha dato inizio alla storia; e neppure del tutto innocente, visto che la prosegue. E Camus – guarda un po’ le coincidenze – nel 1937 consegna al suo taccuino le passeggiate notturne pisane, sciogliendo una prosa in cui ci si può illudere di sentir l’eco di Dino Campana: «La mia voglia di lacrime finalmente si sfoga. […] Non esiste vita che non sia quella di cui lungo l’Arno i miei passi ritmavano la solitudine». Ci sono luoghi che raggiano incantesimi, e l’antica città morta, il porto sepolto che riposa su un limo di secoli, forse diffonde aure speciali, con cui la letteratura «ha molto da dire» a chi studia la storia. Magari, aure che tornano nel racconto perduto, velate in chiaroscuro da Antonio Tabucchi in Voci portate da qualcosa, impossibile dire cosa.

A chi legge il capitolo Periodizzare: che significa? Medioevo, Umanesimo, Rinascimento tocca la scoperta di un continente impalpabile, intrecciato alla questione della scansione del tempo, rivisitata attraverso la storia dei nomi attribuiti per convenzione alle epoche. Quei nomi d’uso sono pietre miliari che di solito si imparano a memoria, senza tener conto di chi le ha poste. E si nota qualcosa. Dal gomitolo della modernità sporge un filo:

Toccò a uno dei ricercatori, Poggio Bracciolini, scoprire nel 1417 mentre si trovava a Costanza, l’unica copia sopravvissuta del grande poema di Lucrezio, il De rerum natura. Fu un libro di cui si è detto (Stephen Greenblatt) che ha causato la svolta epocale (“the Swerve”) dell’apertura del mondo moderno. Dobbiamo riconoscere che quella scoperta non rivelò solo un capolavoro assoluto ma portò nella tradizione cristiana europea l’immissione di un diverso orizzonte mentale, quello del materialismo antico e dell’etica epicurea.

Si può aggiungere che, senza la riscoperta di Epicuro, quattro secoli dopo l’Umanesimo un giovane tedesco non avrebbe potuto scrivere la sua dissertazione sulla filosofia naturale in Democrito e in Epicuro. Senza quegli studi e quell’orizzonte, uniti al messianismo proprio della sua molteplice formazione religiosa e familiare, quell’intellettuale non avrebbe messo mano a studi storici ed economici diretti a cambiarlo, il mondo: si trattava di rivoluzionarlo, non solo di capirlo. Chissà se lui, il tedesco, Carlo Marx, quando si appartava nella biblioteca del British Museum meditando i fondamenti della sua opera, rivolse un piccolo grazie a Poggio Bracciolini. La storia è avara, di ringraziamenti sinceri, e forse è meglio così. Certi debiti non si possono mai pagare, restano come un angolo opaco, una periferia della vita che ci portiamo dietro come l’ombra.

Anche Ieri, oggi e domani, come Un tempo senza storia, sa vedere dritto nei rapporti di forza:

La svolta segnata dal crollo del sistema sovietico prese forma col crollo del Muro di Berlino e la riunificazione tedesca. E da allora la crescita economica della Germania ha di nuovo modificato l’assetto internazionale. È nata una unione europea che lega con vincoli economici e politici un assemblaggio di stati e staterelli dominati dalla Germania e, per il possesso dell’arma nucleare, dalla Francia.

Un «assemblaggio». Attraente, però; in buona parte perché si regge ancora su sistemi che fanno inospitali i luoghi e i contesti in cui è più duro lo sfruttamento della natura e delle braccia:

Resta il fatto che l’Europa esercita un’attrazione che porta a movimenti migratori di altri popoli. Ma intanto si è perduta la capacità politica di governare l’economia, ormai nelle mani di un’élite di ricchissimi imprenditori e speculatori finanziari. E l’idea di libertà della sua tradizione storica si è trasformata in senso individualistico, come privilegio personale.

Ieri, oggi e domani raccomanda attenzione per le storie sotto la storia. Già, perché gli storici, quando lavorano per il potere, non sono solo scopritori; spesso sono nasconditori. Civiltà complesse sono celate sotto la prepotenza di vincitori che si fingono eterni e che magari sono impegnati a far credere, anche tramite gli intellettuali, che le loro vittime fossero rozze e più crudeli di loro. Quegli storici seppellitori preparano il terreno al lavoro di altri che verranno a svelare, a decifrare, a ricostruire da dettagli, su dati apparentemente illeggibili o insignificanti, la presenza di mondi sommersi, sopraffatti, dimenticati. Altra carne intorno a ossa confuse. Questo non ci riguarda, s’intende. Si sta parlando di lontani paesi in condizione coloniale.

E invece no. L’intreccio fra dominatori e schiavizzati è sottile, il sangue sepolto è alla porta di casa: l’etrusca Veio, al pari della lontana Cartagine, è fra le vittime di Roma. Noi calpestiamo la nostra polvere. Ma se dovessimo districare il tessuto delle colpe e dei conti sospesi, troppe sorprese ci sconcerterebbero. Raab che favorì la conquista di Gerico da parte degli ebrei, e che Dante pone per prima, «raggio di sole in acqua mera», fra coloro che entrarono in paradiso riscattati dal Cristo, se sapesse cosa accade ora fra il Giordano, il Sinai e il mare, e poi si guardasse le mani, vedrebbe quelle di una santa, di una giusta fra i gentili, oppure quelle di una traditrice della sua città, di una locandiera malcontenta, di una prostituta? Gli storici di Canaan tacciono, e anzi Canaan stessa è diventata sinonimo di perversione, come Babilonia di peccato.

Ci stiamo abituando alle «guerre al male», alle rese dei conti. Le storie sotto la storia impongono di riflettere, di ascoltare inquietanti implicazioni e assonanze, anche quelle che nessun libro di storia o sulla storia può esprimere – neppure questo – perché l’oggetto sfugge sempre più in là, e chi studia la freccia del tempo non ha mai abbastanza tempo. Bella proposta, allora, suggerire di scavare il passato, anche quello immediato, quello sotto i nostri occhi tutti i giorni, che spesso contraddice le retoriche ufficiali: «Ma è possibile questo – si chiede Prosperi – nella scuola “del merito”? Chissà. Un fatto è certo. È tempo che si ridia valore al potenziale della conoscenza storica nella formazione dei giovani che debbono orientarsi nel mondo globale in cui si muovono».

Questo libro in formato quasi da tasca, anzi da zainetto, si congeda lasciando una consegna:

Questa testimonianza di un molto anziano studioso di storia si deve chiudere qui. Gli si impone di riconoscere che è tempo di lasciare ad altri la riflessione sul nodo ieri-oggi-domani. Chi riceve oggi dal futuro che gli viene incontro il dono del tempo presente potrà – dovrà – usarlo per creare un futuro vivibile, un mondo umano migliore di quello che gli lasciamo.

Neanche la storia è più quella di una volta. Lo sa chi, oggi, sta ricevendo il presente e prova a trarne le conseguenze: se si fanno chiamare Ultima generazione, è perché sentono che negli scricchiolii dell’Antropocene c’è un ultimatum. La garanzia di un domani, quella che permette al protagonista dell’Opera al nero di Marguerite Yourcenar, guardando la cifra 1491 incisa su una trave, di invertire mentalmente le cifre leggendo 1941 con la certezza che quell’anno verrà, ecco, quella garanzia non è più salda. Quindi muta anche il ruolo dello storico. A lui, di solito, si chiede di spiegare il passato, di mettere ordine in un sapere, senza intromettersi nel futuro. Gli si chiede, cioè, di non provare a fare. Adesso bisogna chiedergli una mano per potercelo permettere, un futuro.

Cos’altro chiedere, allo storico? Un’altra cosa ci sarebbe, e affiora tenendo presente di nuovo Carr: «Quando cominciamo a leggere un libro di storia, dobbiamo occuparci anzitutto dello storico che l’ha scritto, e solo in un secondo tempo dei fatti che esso prende in esame»[4]. Anni dopo, Claudio Pavone approva e chiosa: «Ovviamente, la prima cosa da contestualizzare è lo storico stesso»[5]. Del resto «la storia è il “conosci te stesso” dell’umanità, la sua coscienza», scrive Johann Droysen, che ha chiara la sostanza: «Il miglior vanto dello storico non è l’“oggettività”. La sua giustizia sta nel cercare di intendere»[6]. Si potrebbe dire, dunque, conosci lo storico. E soprattutto conoscilo se lo dice Droysen, che è stato studiato e tradotto da Delio Cantimori, maestro di Prosperi. Sto facendo citazioni, come quelli che si schiariscono la voce prima di dire qualcosa di imbarazzante. Allora.

All’inizio del cammino dell’autore, cosa c’è? Quale scintilla, quale miccia? Un sottile odore di carne umana, un ritrovamento fortuito che altri avrebbero trascurato, frainteso, deriso? Qualcosa – ancora Le ricordanze – nel «caro tempo giovanil; più caro che la fama e l’allor»? Ahimé, gli storici non sempre ce la raccontano tutta. Per me, ricordo un pomeriggio pisano, in un luogo di tracce culturali e risorgimentali, il Caffè dell’Ussero. L’ora la rischiarava un sole dal riflesso marino. Prosperi, per un caso favorevole, quasi un «farsi storico di quello che non ha storia» cui l’ombra di Camus sui lungarni avrebbe dato corpo, sciolse intensi ricordi personali. Lo sfondo potrebbe essere quello nei versi di Mario Luzi, Dal fondo delle campagne; il tempo, certi anni del Novecento; nel basso Valdarno, in un paese all’acquerello, un ragazzo coglie al volo la sua curiosità e il suo destino. Forse un giorno vorrà scriverne.

 

 

[1] Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino 1976, p. 131.

[2] Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Einaudi, Torino 2021, pp. 46-47.

[3] Prosperi, Un tempo senza storia, cit., p. 114.

[4] Carr, Sei lezioni sulla storia, cit., p. 27.

[5] Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2007, p. 117.

[6] Johann Gustav Droysen, Sommario di istorica, Sansoni, Firenze 1967, tit. orig. Grundriss der Historik, trad. di Delio Cantimori, capitoli Sistematica, p. 66, e Topica, p. 76.

 

 

 

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San Lorenzo e il laboratorio della gentrificazione https://www.carmillaonline.com/2023/10/01/san-lorenzo-e-il-laboratorio-della-gentrificazione/ Sat, 30 Sep 2023 22:30:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79273 di Nazareno Galiè

A. Barile, B. Brollo, S. Gainsforth, R. Marchini, Dopo la gentrificazione. Un quartiere laboratorio dalla crisi economica all’abitare temporaneo, Derive Approdi 2023, 205 pp., 18€

Ci sono temi di cui molti parlano per sentito dire, ma che paradossalmente vengono raramente tematizzati e analizzati. Non è raro che chi abbia frequentato il quartiere di San Lorenzo, non un’evenienza inconsueta per chi vive a Roma, abbia costatato negli anni dei profondi cambiamenti. Non è difficile rendersi conto del degrado e del senso di incompiutezza che lascia attualmente percepire questo quartiere, che fino [...]]]> di Nazareno Galiè

A. Barile, B. Brollo, S. Gainsforth, R. Marchini, Dopo la gentrificazione. Un quartiere laboratorio dalla crisi economica all’abitare temporaneo, Derive Approdi 2023, 205 pp., 18€

Ci sono temi di cui molti parlano per sentito dire, ma che paradossalmente vengono raramente tematizzati e analizzati. Non è raro che chi abbia frequentato il quartiere di San Lorenzo, non un’evenienza inconsueta per chi vive a Roma, abbia costatato negli anni dei profondi cambiamenti. Non è difficile rendersi conto del degrado e del senso di incompiutezza che lascia attualmente percepire questo quartiere, che fino a non troppo tempo fa era caratterizzato da un’identità legata a particolari esperienze sociali, culturali (e) di militanza.

Adesso, queste caratteristiche sembrano essersi esaurite. San Lorenzo è sempre più disgregato, cioè non in grado di restituire un’immagine coesa di sé, e chi lo abita difficilmente lo fa con un progetto di lunga durata. Ciò che questo quartiere sta vivendo è una perdita di senso, di cui è arduo comprendere sia le cause che gli effetti. Per di più, nonostante il fatto che insista su un’area piuttosto ristretta, San Lorenzo non è un quartiere qualsiasi: è uno dei luoghi su cui si sono addensati movimenti e relazioni sociali, il cui sfumarsi segna una traiettoria, per certi aspetti inedita, della sua configurazione urbana.

Il merito di Dopo la gentrificazione: Un quartiere laboratorio dalla crisi economica all’abitare contemporanea, volume scritto da Alessandro Barile, Barbara Brollo, Sarah Gainsforth e Rossella Marchini, è proprio questo: aver dato un’interpretazione densa e coerente di questi cambiamenti. Si tratta di uno studio che, ovviamente, può essere ampliato ed esteso ad altre zone di Roma. Senonché si tratta di un primo tassello di quello che potrebbe diventare un ricco mosaico. Gli autori dei saggi presenti nel volume lavorano su categorie interpretative che rimandano a una vasta tradizione di studi critici dell’urbano, che hanno avuto per oggetto anche la città di Roma. Una di quelle è sicuramente il concetto di rendita come elemento trasformativo, nonché motore, sia delle dinamiche che del paesaggio urbano.

Esempio di gentrificazione incompiuta, ovvero fallita, come notano gli autori nell’Introduzione, «San Lorenzo sta diventando un quartiere per abitanti temporanei, che portano allo stravolgimento del tessuto residenziale ed economico» (p. 8). Su questo punto, cioè la temporaneità dell’abitare esacerbata dal fenomeno degli affitti a breve e brevissimo termine, insiste l’intero volume. Nondimeno, è Sarah Gainsforth, già autrice di un importante studio sulle trasformazioni generate dal capitalismo delle piattaforme digitali (Airbnb, città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, Derive Approdi 2019), ad illustrare il tema dell’offerta di case a San Lorenzo. L’analisi del mercato immobiliare è stata da sempre un elemento importante degli studi urbani, senonché l’autrice rileva nell’«avvento di piattaforme digitali che intermediano domanda e offerta di case vacanze, nello specifico di Airbnb, e il conseguente profilare di affitti brevi turistici» (p. 105) il fenomeno più importante nella trasformazione socio-spaziale di San Lorenzo. Uno scarto qualitativo nei meccanismi di estrazione della rendita che spiega la polarizzazione e le accresciute diseguaglianze presenti nel quartiere.

Questa trasformazione si riflette nel tessuto produttivo di San Lorenzo che è cambiato nella misura in cui si è accresciuta la quota di residenti temporanei. Non si tratta, come si è accennato, degli studenti, che anche prima di questa nuova fase trasformativa avevano risieduto a San Lorenzo, ma di una nuova utenza che ha accentuato i caratteri di turistificazione di questa area. Come spiega Barile le attività lavorative restituiscono «un’immagine di un quartiere letteralmente invaso dall’offerta alimentare di molteplice livello. Si tratta di una vera e propria monocultura economica, che si appropria di ogni spazio lasciato libero dal resto dell’offerta commerciale incapace di resistere a una domanda monofunzionale e monodirezionale» (p. 71). San Lorenzo è quindi invaso da localini e pub notturni e l’offerta si riduce «sulla richiesta di pochi e selezionati bisogni, per di più connessi alle esigenze di una popolazione esogena, transitante non-residente» (Ibid.). Inoltre, l’autore spiega come San Lorenzo sia un caso studio importante dei processi di post-gentrificazione: una volta che questo processo ha termine, le relazioni sociali e economiche preesistenti non vengono affatto ristabilite. A rimanere, in effetti, sono perlopiù le esternalità negative.

In precedenza, come ricostruisce il primo saggio presente nel volume scritto da Rossella Marchini, l’insediamento abitativo di San Lorenzo presentava tutt’altre caratteristiche, così come le attività produttive insediate nel quartiere. Sorto alla fine del XIX secolo nello spazio tra le Mura Aureliane e il cimitero del Verano, quest’area era ricca di attività artigianali e industriali, collegate anche al vicino scalo ferroviario. In questo saggio posto in apertura del volume viene ricostruita la storia di San Lorenzo, evidenziando la lunga durata alla base delle più recenti trasformazioni. Infatti, l’autrice coglie alcuni snodi che hanno profondamente agito sulla composizione socio-economica del quartiere: non si tratta infatti di una vicenda statica giacché l’abitare ha qui subito importanti trasformazioni «sotto la spinta della presenza dell’università». Infatti, «già a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta e fino agli anni Novanta, il terziario diviene il settore fondamentale nell’economia del quartiere e sempre più consistente il numero dei lavoratori impiegati nei servizi, rappresentati a San Lorenzo non solo dai trasporti pubblici o dal vicino Policlinico Umberto I, ma anche e soprattutto dalla Sapienza» (p. 73). Ad ogni modo, l’autrice ricollega la vicenda di San Lorenzo all’attualità, segnata a fondo dall’ultimo piano regolatore regionale che ha ridato ampio margine ai privati per costruire sfruttando i rinnovati processi di valorizzazione legati ai flussi di capitale globali, di cui anche Roma, benché in misura minore rispetto ad altre città propriamente “globali”, è partecipe.
Nei saggi non mancano i casi concreti, come quello paradigmatico dell’ex Dogana, laddove un pregiato complesso di archeologia industriale risalente al XIX secolo, considerato di valore storico-culturale, è stato dapprima trasformato in un luogo di movida selezionata a pagamento e poi, dopo alcuni passaggi che ne hanno valorizzato il capitale simbolico, è stato completamente privatizzato e trasformato in una gated community per clienti facoltosi.

Infine, l’ultimo saggio scritto da Barbara Brollo ritorna sul tema dell’abitare temporaneo favorito, come si è detto, dalle piattaforme digitali e da forme inedite di mobilità. Come spiega l’autrice «Airbnb diventa uno strumento per promuovere a livello internazionale stanze e appartamenti in quartieri residenziali, finora estranei alle dinamiche turistiche. Se per i proprietari di casa può essere un’opportunità di guadagno, il rischio è che queste zone si svuotino di residenti a più lungo termine e subiscano i rischi e le trasformazioni che sono associate alla turistificazione» (p. 176).
Si tratta di un esito non scontato e di un processo che, a differenza di quello che afferma la vulgata corrente, non è stato affatto alimentato dalle scelte consapevoli degli abitanti dei quartieri e delle periferie storiche, come San Lorenzo. Uno dei pregi più grandi di Dopo la gentrificazione è infatti proprio quello di far luce sui quei meccanismi, a tratti impersonali, che modificano radicalmente gli spazi urbani, senza che la politica, ovvero quella che viene chiamata nel paradigma neoliberista la governance, si ponga il problema del senso dell’abitare.

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ESCLUSIVO La musa Clio in incognito a Roma. Una crisi esistenziale fra le carte bollate https://www.carmillaonline.com/2023/09/08/esclusivo/ Thu, 07 Sep 2023 22:05:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78794 Intervista di Luca Baiada

 

Ssshh! La prego, non faccia il mio nome a voce alta. Non voglio farmi riconoscere, per questo ho il foulard e gli occhialoni neri.

Musa della storia, certo, a scuola non l’ha imparato? Gli studi classici si fanno ancora, in questo secolo barbaro. Ma parliamo piano. Se ho accettato questa intervista, è per le Sue insistenze, mi creda. Sì, un po’ anche per l’anniversario italiano: 8 settembre 1943, giorno delle scelte, dure e senza sconti. Sbrighiamoci e non faccia fotografie. Prendo solo un bicchierino di ouzo. Ah, con [...]]]> Intervista di Luca Baiada

 

Ssshh! La prego, non faccia il mio nome a voce alta. Non voglio farmi riconoscere, per questo ho il foulard e gli occhialoni neri.

Musa della storia, certo, a scuola non l’ha imparato? Gli studi classici si fanno ancora, in questo secolo barbaro. Ma parliamo piano. Se ho accettato questa intervista, è per le Sue insistenze, mi creda. Sì, un po’ anche per l’anniversario italiano: 8 settembre 1943, giorno delle scelte, dure e senza sconti. Sbrighiamoci e non faccia fotografie. Prendo solo un bicchierino di ouzo. Ah, con un chicco di caffè da sgranocchiare. Che vuole, a un certo punto ci si consola con le caramelle.

L’occasione per la mia presenza qui va cercata nella causa alla vostra Corte costituzionale. Ma sì, lo so benissimo che di processi per crimini da tragedia ce ne sono tanti. Come li chiamate, adesso? Crimini di guerra e contro l’umanità. Beh, l’importante è intendersi. Il fatto è che questa estate, alla Corte costituzionale, si è parlato anche della strage di Distomo, dove i tedeschi nel 1944 massacrarono più di duecento persone. Capisce perché mi sento coinvolta? Ma come, no?! Distomo è in Grecia, vicino al Monte Parnaso. Andiamo, non le dice niente? Il Parnaso, le Muse! Una strage sotto casa nostra, sotto casa mia.

Che i mortali si massacrino con gusto, con zelo, usando ogni mezzo, non è una novità, e la musa della storia è abituata a questi orrori. E ora, con le bombe a grappolo, coi droni e coi caccia ad alta tecnologia, c’è da stupirsi? Ma che lo facciano ripetendo buoni propositi, si vede da poco tempo. Diciamo dal Diciannovesimo secolo, che per me è come dire un anno fa. Le pare che abbia un senso, tutto questo? E mentre si versa sangue, chi chiede giustizia se la vede brutta: o lo rinchiudono da qualche parte o fanno finta di non sentirlo. Intanto, nelle giornate della memoria dedicate a questo e a quello, tutti ripetono mai più, mai più, mai più, come pappagalli.

Da anni, in Italia, c’è una vertenza interessante, che il mio amico Sofocle potrebbe tener di conto per una versione aggiornata dell’Antigone. Riguarda i risarcimenti per stragi e deportazioni nazifasciste. Che fare? Da un lato si invoca la ragion di Stato, cioè si chiede ubbidienza come la chiedeva Creonte: lasciare una salma insepolta, accettare il male, chiudersi nella falsa coscienza e nel conformismo. Dall’altra si invoca la tutela delle persone, quindi urgono doveri alti e ineludibili: così Antigone disubbidisce e la paga cara. Ma stavolta, invece di cosa fare di un cadavere, uno solo, la questione è cosa fare per i vivi, e tanti. Visto l’effetto esemplare, direi: cosa fare per l’umanità.

Insomma, sono venuta a Roma per capire meglio me stessa. Capire se la storia ha ancora un senso, perché senza giustizia la storia è in pericolo; anzi, non è niente. Mi guardi. Per non farmi riconoscere devo conciarmi come un’attrice chiacchierata, come una drogata di lusso che prova a disintossicarsi, o una diva del cinema muto dopo che è arrivato il sonoro. E se vuoto il sacco mi fanno fare la fine di Julian Assange.

Adesso, poi, è tutto più chiaro, più evidente. Ma lo sa che alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia, sono state proposte due cause inconciliabili? La Germania ha fatto causa all’Italia perché non vuole giustizia sui crimini di guerra tedeschi, l’Ucraina ha fatto causa alla Russia per avere giustizia sui crimini russi. Da una parte c’è il sangue rappreso, e vogliono lavarlo, cancellarlo, o magari metterlo sotto una teca per fare spettacolo; da un’altra se ne versa ancora, fresco, caldo, da carne viva. Un vero enigma, non crede? E i giudici non hanno neanche Atena per risolverlo.

I giuristi, mi chiede? Bella domanda, proprio Lei che è del mestiere. Guardi, i giuristi senza le Eumenidi fanno finta di essere saggi, ma nascondono Erinni pericolose. Tenga conto di cosa succede in quell’altra corte, sempre all’Aia. Voglio dire, nella Corte penale internazionale: interviene con provvedimenti dentro un conflitto in corso, proprio quello in Ucraina. Crimini veri, certo. Però si invoca il processo di Norimberga, che invece si celebrò a guerra finita. Non mi segue? Ma apra gli occhi! Se un processo si sovrappone ai fatti mentre accadono, cosa resta? Un giudice del futuro, simile a uno storico del presente. Il presentismo è un male grave, per me, e l’ingiustizia sistematizzata è il suo sintomo più vistoso. Facciamo presto, qui c’è gente e non mi sento sicura.

A proposito di giuristi, una domanda gliela faccio io. Per i giudici della Corte costituzionale c’è il segreto sui processi, o no? Non capisco le loro regole, del resto non è il mio ramo. Per esempio, nella stessa vertenza sui risarcimenti c’è stata una decisione epocale, nel 2014, e la sentenza è stata un monumento alla giustizia. Il presidente di allora, Giuseppe Tesauro, ha parlato a testa alta della decisione; ma c’era poca sorpresa: la motivazione l’aveva scritta lui. Invece un giudice, Sabino Cassese, ha scritto di essere stato contrario a quel provvedimento, insieme a una larga minoranza, e di essere stato addirittura lì lì per dimettersi; l’ha scritto in un libro a cura del Max-Planck-Institut. Perché? Ma no, guardi, lasciamo perdere. Tesauro è morto, la giustizia ha perso un amico. Cassese è un uomo potente. Non vorrei farLe avere delle noie.

Se vuole cercare angoli inesplorati, però, approfondisca cosa è successo alla Corte internazionale di giustizia nel primo processo su questa vertenza, quello iniziato nel 2008. Un giudice della Corte, Thomas Bürgenthal, nel 2008 era in servizio, ma prima della decisione cessò di svolgere le funzioni. Bürgenthal era un sopravvissuto ad Auschwitz, e sembra che proprio lui abbia avuto per le mani il fascicolo del processo, almeno in un primo momento. La sua uscita di scena potrebbe essere interessante. E c’è anche una recente entrata in scena, sa? Adesso fa parte della Corte Georg Nolte. Già: il figlio di Ernst Nolte, quello dell’Historikerstreit, l’operazione storica cominciata negli anni Ottanta su «Frankfurter Allgemeine». Non c’è coerenza, in questo? La giustizia che mette in ombra Auschwitz s’illumina di revisionismo. Scusi, mi sento gli occhi addosso. Prima me ne vado e meglio è.

Un’ultima cosa. Un mio allievo, Eric Hobsbawm, ha scritto che il secolo che inizia a Sarajevo finisce a Sarajevo; non è un bel sunto? L’eco dei colpi sparati da Gavrilo Princip nel 1914 si sente nella dissoluzione della Jugoslavia, dopo due guerre mondiali. E non è una questione di «secolo breve», che poi non è un’espressione di Hobsbawm, l’ha ispirata un altro mio discepolo, Iván Berend. Invece, Le faccio notare una cosa. Nel 1994, in Italia, un’operazione ambigua cominciò con il convegno internazionale In Memory: per una memoria europea dei crimini nazisti, finanziato dalla Fondazione Volkswagen; il convegno prese spunto dalla strage di Civitella e si svolse nello stesso periodo della rifrequentazione dell’archivio sulle stragi, il controverso archivio negli uffici centrali della giustizia militare. Un processo su Civitella ha stabilito principi importanti, ma adesso la sentenza della Corte costituzionale li mette fra parentesi. E ricordi che la vertenza italiana sui risarcimenti, nel bene e nel male, è sotto gli occhi del mondo. Insomma, un breve secolo inizia e finisce a Sarajevo, un lungo trentennio di strapazzo della giustizia inizia e finisce su Civitella. Viene da chiedersi se nella storia esistano periferie. E anche se davvero, come dice qualcuno, nella storia le coincidenze non abbiano importanza.

Ma lo sa che sono passata dalla vostra Corte costituzionale? Che bel palazzo! Scaloni, finestre alte, sale lussuose, panorama. Pensi che dentro, una volta, c’erano uffici dell’amministrazione papalina. Poi, con la Repubblica romana, Pio IX scappò su una carrozza tedesca – anche un altro italiano, nel 1945, a Dongo, provò a scappare coi tedeschi – e nel palazzo alloggiò Giuseppe Mazzini, che suonava la chitarra alla luna, ebbro d’amore; e non era solo amore per l’Italia, birichino. Non sa fare scherzi arguti, la storia?

Deve anche sapere che dopo, nell’Italia unita monarchica, al Palazzo della Consulta ebbe sede il Ministero degli esteri, che adesso sta in quell’edificio enorme, quello scatolone spaventoso vicino allo stadio di calcio, pensato come sede del Partito nazionale fascista. Arriva la Repubblica, e nel palazzo sul Quirinale ci mettono una corte che giudica le leggi. Papato e rivoluzione, privilegio e uguaglianza, tirannide e libertà, fatti e contese. Deve ammettere che la storia sa mischiare le carte.

Anche i quadri, al Palazzo della Consulta, sono un piacere. Solo non ho capito, proprio in aula d’udienza, quella tela con una donna che regge in mano una testa mozza. Per essere Salomè con la testa di Giovanni il Battista, manca il vassoio, e per essere Giuditta con la testa di Oloferne, sembra una sciampista presuntuosa che ha litigato con un cliente per un’acconciatura venuta male. Scusi, eh, ma con tutto il rispetto, io ho visto Zeusi e Policleto.

Ho un’idea. Vogliamo dire che in quel quadro c’è la giustizia che taglia la testa al tempo? Mi spiego. Le due cause epocali: Germania contro Italia, Ucraina contro Russia. Alla Corte dell’Aia è stato chiesto di impedire la giustizia su ieri e di fare giustizia su oggi. Si rende conto delle conseguenze? Non vede, che pericolo tremendo? Ogni ieri fu oggi, ogni oggi diventa ieri. Basta far passare del tempo, tanto tempo, e anche dopo crimini spaventosi, oplà: l’ingiusto diventa giusto. Così si fa un invito al differimento, ai distinguo, alla moratoria, ai cavilli. Allora decapitiamolo, questo tempo, quel tempo, ogni tempo, spezziamolo, mettiamogli a nudo le vene, mostriamo la sua maschera esangue. Come si fa? Andiamo, devo pensare a tutto io?

Adesso devo proprio andare. Magari ci rivedremo, chissà. L’ouzo? Non posso trattenermi, lo finisca Lei.

Ah, si ricordi che in Grecia le stragi le hanno fatte anche gli italiani, non solo i tedeschi. Ma non si fidi di chi insinua che questo sarebbe un buon motivo per non fare giustizia su nulla e per nessuno. In fatto di storia, chi pretende i conti esatti non ha cervello, ma chi non fa i conti per niente non ha coscienza.

Aspetti, il chicco di caffè lo prendo io, me lo voglio sgranocchiare.

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Pischelli dell’Ottavo Colle https://www.carmillaonline.com/2023/03/25/pischelli-dellottavo-colle/ Fri, 24 Mar 2023 23:00:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76599 di Jack Orlando Fabio Piccolino, Simone “Danno” Eleuteri, Massimiliano “Masito” Piluzzi; Colle der Fomento. Solo amore; Minimum Fax; Roma 2022; pp. 476 20€

Quasi sei mesi. Tempo interminabile per una recensione. Rimandi, incombenze, agitato procrastinare di vita metropolitana. Nelle paranoie serali immagino l’espressione contrariata dell’ufficio stampa a cui ho chiesto il volume. Ogni tanto sorge il dubbio “ma chi cazzo me l’ha fatto fare?”, ok, è vero che nelle mie stanze lo stereo suona per metà della giornata e che, spesso e volentieri, è l’hip hop nostrano la colonna sonora. Ma io [...]]]> di Jack Orlando

Fabio Piccolino, Simone “Danno” Eleuteri, Massimiliano “Masito” Piluzzi; Colle der Fomento. Solo amore; Minimum Fax; Roma 2022; pp. 476 20€

Quasi sei mesi. Tempo interminabile per una recensione.
Rimandi, incombenze, agitato procrastinare di vita metropolitana.
Nelle paranoie serali immagino l’espressione contrariata dell’ufficio stampa a cui ho chiesto il volume.
Ogni tanto sorge il dubbio “ma chi cazzo me l’ha fatto fare?”, ok, è vero che nelle mie stanze lo stereo suona per metà della giornata e che, spesso e volentieri, è l’hip hop nostrano la colonna sonora.
Ma io non scrivo mai di musica, mica sono un critico musicale… non ho idea di dove mettere le mani. Sono un militante che scrive di politica e tra l’altro, fedele alla mia di old school, rifuggo regolarmente lo scrivere in prima persona, imperdonabile peccato di individualismo alla luce di un’etica incardinata sulla dimensione collettiva.
Ci sono grosse deviazioni dalla disciplina qui. Si cammina su sentieri incerti.

Ma se non ho mai recensito un disco, né un libro sulla musica, la domanda a cui rispondere è: perché quest’impulso? Per quale motivo dovevo leggere e, soprattutto, scrivere di un libro su un gruppo hip hop romano?
Perché c’è qualcosa che è rimasto in sospeso, e che cerco di recuperare.
C’è una presenza assenza che si muove sempre dietro i miei fogli e a cui non riesco a dare voce.
Che cosa hai fatto per tutto questo tempo?

Ricordo il mio primo concerto punk in una scuola occupata, la prima serata tekno in un centro sociale, il primo del Truceklan al Verano (almeno credo fosse lì); tendenzialmente le prime volte si ricordano sempre, o quasi.
Perché il mio primo concerto del Colle Der Fomento non me lo ricordo.
Eppure, o forse proprio per questo, negli ultimi sedici anni avrò assistito almeno ad una dozzina dei loro show. Ma quella prima volta resta in una nebbia vaga, accatastata in un magazzino del cervello, sfocata, insieme ad un esercito di episodi archiviati frettolosamente.
Quello che posso dire sicuramente è che, come il 90% degli adolescenti del primo decennio Duemila, i primi pezzi del Colle l’ho scoperti in cameretta, col passaparola, mentre si scaricavano tonnellate di musica da Emule e Limewire e qualcuno, dopo l’ennesima canna, rimaneva impallato a guardare fisso quell’orrendo salvaschermo psichedelico di Windows Media Player.
No, niente vinili e nessun mc nella banda dove crescevamo, al massimo qualcuno che sapeva usare la bomboletta su un muro, di sicuro non io che ho sempre creato degli abomini malfermi, tanto con lo spray che con la matita; una giovinezza canonicamente molto poco hip hop.

Eppure il CDF, tra le diverse influenze, è stato una presenza costante, per noi come per tante altre bande di ragazzini; in qualche modo ci siamo cresciuti, è il suono originale che ci piace. E nel tempo ce lo siamo tenuto stretto.
Dai banchi di scuola alle prime comitive, dall’università a quella merda di mondo del lavoro. Ospite fisso di ogni playlist personale.
Alla fine, la musica del Colle è diventata un pezzo di identità collettiva, non poteva essere altrimenti: perché ci sono dall’inizio, dalla Roma delle Posse nei ‘90, perché ci hanno parlato di noi che giravamo col cinquantino sotto il cielo della nostra città o di quando ci pioveva in testa e non sembrava smettere, di quando ci siamo persi e a guardare indietro tutto era magia.

Ancora di più: perché è uno di quei pochi esempi rimasti di musica autentica, fatta perché se ne ha bisogno e non per i soldi, perché segue la sua ricerca e la sua evoluzione, nessuna moda e zero parruccate; che se ne frega delle major, dei contratti e delle passerelle, eppure sfonda e rimane al centro della scena, contando solo sui propri mezzi.
Underground e indipendenti ma assolutamente mai marginali né scrausi.

Tre decenni, praticamente una vita, e il Colle resta in piedi e non regala niente.
In quattrocento e passa pagine di libro sulla loro esperienza, non si legge solo della carriera artistica di un gruppo, si legge una storia di Roma; la sua controcultura, la socialità degli spazi alternativi, le comitive dei muretti, una storia che ci appartiene, ma anche qualcosa in più.

Citare dalla coda, dribblare lo spoiler:

Non soltanto un’avventura musicale ma il racconto di come si possa tentare una strada diversa, di quanto possa essere faticoso percorrerla pur conoscendo la rotta, per accorgersi infine che ne è valsa la pena. È la storia di persone che hanno attraversato questi anni insieme e di tante altre che pur non conoscendosi sono unite da un sentire comune, dalla consapevolezza di essere parte di un qualcosa in cui identificarsi. Un rapporto speciale che ha a che fare con i sentimenti, le percezioni, l’empatia […] è “fam, not fan”: è famiglia, ed è qualcosa di cui facciamo parte.1

Eccolo il succo: il punto non è l’essere hip hop, e non è nemmeno (soltanto) la musica, il punto è che si tratta di una questione d’attitudine; è ricerca continua, è il cammino da cani sciolti che sanno unirsi in branchi, è essere famiglia per salvarsi da una vita che stritola, è restare fedeli a sé stessi mentre intorno cambia tutto e cambiamo anche noi.
Quel magliettone col fiammifero non lo abbiamo più nell’armadio ma, come il Colle, siamo ancora ghetto chic, finché cerchiamo di tirare fuori qualcosa di bello dalla merda che viviamo, perché ci si rigira lo stomaco se non trasformiamo i nostri giorni e pure se oggi abbiamo sulle spalle trenta o quarant’anni e di cazzate ne facciamo molte meno, abbiamo ancora la visiera del cappello calata bassa sopra gli occhi.
Né per l’oro né per loro, solamente perché…

Se lo abbiamo imparato, se quest’attitudine ce la siamo coltivata dentro, molto è stato anche grazie a queste rime, che ce le siamo portate appresso.
Qualcuno se l’è messa nella bic e nelle pagine sporche d’inchiostro, qualcuno dentro i guantoni su di un ring, c’è chi l’aveva nelle cuffiette mentre si staccava da terra l’aereo a Fiumicino e si cercava un futuro altrove, chi l’ha usata come stampella quando usciva dal reparto psichiatrico e chi come scudo mentre era ostaggio dello Stato.
Questa roba ci ha accompagnato e ci ha cresciuto, mentre piangevamo e ci mettevamo il ghiaccio sui bozzi e mentre ridevamo e ci regalavamo abbracci.

E allora davvero, per questa storia, non ci poteva stare titolo migliore che Solo amore.
Quasi sei mesi ci ho messo, e solo un paio di paginette, dovevo scrivere una recensione e ho fatto tutt’altro.
L’espressione contrariata dell’ufficio stampa, le mie paranoie serali.
Però, ecco che cosa avevo lasciato in sospeso.
In fondo cercavo l’occasione.
Serviva un cenno che fosse scritto, pure se rapido e leggero, ma che non restasse sempre sottinteso, per quei pischelli sui muretti sempre in bilico; per quel senso d’appartenenza che conserviamo in un angolo del petto insieme a nomi, volti e sensazioni; per quell’identità che in fondo ti fa amare questa città pure quando ti scortica e non ti rende indietro un cazzo; per quegli attimi e quei battiti che ti costruiscono.
Che puoi non ascoltare, ma non puoi cancellare.


  1. Op. cit.; pp 399-400 

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Sei microstorie di Resistenza https://www.carmillaonline.com/2023/02/13/sei-microstorie-di-resistenza/ Sun, 12 Feb 2023 23:01:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76089 di Luca Cangianti

Carlo Picozza, Gianni Rivolta, La Resistenza dimenticata, Media&Books, 2022, € 18,00, pp. 168.

I centri storici sono ridotti a parchi tematici nei quali scintillano gli store delle grandi marche di abbigliamento, elettronica e ristorazione. Le vecchie periferie si gentrificano: le osterie scompaiono, i negozi storici chiudono, nei bar non ci sono più anziani che tramandino le leggende di quartiere. Gli abitanti – se ancora ve se sono – hanno smesso di esser cittadini di quei territori; ormai sono atomi che faticano a tessere reti sociali stabili, progetti di vita, opposizione [...]]]> di Luca Cangianti

Carlo Picozza, Gianni Rivolta, La Resistenza dimenticata, Media&Books, 2022, € 18,00, pp. 168.

I centri storici sono ridotti a parchi tematici nei quali scintillano gli store delle grandi marche di abbigliamento, elettronica e ristorazione. Le vecchie periferie si gentrificano: le osterie scompaiono, i negozi storici chiudono, nei bar non ci sono più anziani che tramandino le leggende di quartiere. Gli abitanti – se ancora ve se sono – hanno smesso di esser cittadini di quei territori; ormai sono atomi che faticano a tessere reti sociali stabili, progetti di vita, opposizione reale.
Non è quindi un caso se qualsiasi gruppo locale d’intervento si proponga di contrastare questa deriva, inserisca tra le proprie attività la riscoperta della microstoria del luogo e dei suoi protagonisti dimenticati. Nel fare questo gli attivisti vanno in cerca dei propri padri e delle proprie madri, si riappropriano di immaginari remoti e li trasformano in nuovi strumenti di lotta.
La Resistenza dimenticata di Carlo Picozza e Gianni Rivolta offre un potente armamentario di questo tipo. Si tratta di un libro partigiano che parla di partigiani: è scritto come una cronaca, fluida, ricca di dettagli ricavati da interviste inedite che fanno emergere nuovi scenari interpretativi.

I quartieri romani di riferimento sono principalmente Montesacro, Ostiense, Pigneto, La Garbatella e Trastevere. Le storie sono sei: tre uomini e tre donne. Luciano Lusana era il capo del servizio informazioni del Pci: ex ufficiale del genio militare in Cirenaica, insegna ai gappisti l’uso delle armi e muore nel carcere di via Tasso. Un profilo molto diverso è quello di Riziero Fantini: inizialmente anarchico, lettore di Jack London, frequentatore di comuni negli Usa insieme a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, è amico di Errico Malatesta. Tornato in Italia diventa leader comunista durante l’occupazione nazifascista, viene torturato davanti alla moglie e ai figli, e assassinato a Forte Bravetta. Salvatore Petronari è un facchino dei Mercati generali sulla via Ostiense. Nel 1922 insieme agli Arditi del popolo alla Batteria nomentana aveva preso a fucilate i fascisti. Era soprannominato l’Avvocatino per le sue capacità oratorie. Tradito da una spia viene portato a via Tasso e fucilato anch’esso a Forte Bravetta.
Tra le donne spicca la figura di Maria Baccante, dirigente della formazione comunista dissidente Bandiera rossa. I nazifascisti le diedero la caccia arrivando a fermare e a schedare tutte le donne di nome Maria. Nel dopoguerra anima lo sciopero e l’occupazione della fabbrica Cisa Viscosa vicino largo Preneste. Oggi il Parco delle energie che sorge su quei terreni ospita un archivio storico che porta il nome della partigiana. Picozza e Rivolta raccontano poi le storie dell’infermiera Raffaella Chiatti, protagonista di un coraggioso salvataggio di molti partigiani che rischiavano l’arresto, e di Anna Cerrani, giovane operaia trasteverina, animatrice degli scioperi alla Manifattura Tabacchi in piena occupazione.

Il “passato ha la forza sufficiente per raccontare se stesso anche attraverso i luoghi, belli o brutti che siano” affermano gli autori. “Ha il vigore per rievocare i perché delle opere, del ruolo o del carattere dei personaggi che non ci sono più, ma che in quei posti sono vissuti.” In effetti, dopo la lettura della Resistenza dimenticata, se al tramonto andiamo a fare una passeggiata per le vie della Garbatella, di Trastevere o di Montesacro, gli orrori dell’apericena svaniscono, mentre, come in uno scenario di realtà aumentata, compaiono i volti meravigliosi di chi non esitò a rischiare o donare la vita per un mondo migliore.

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