Roberto Saviano – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 13 Jun 2026 20:00:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Economie e narrazioni globali e transmediali. Il brand Gomorra https://www.carmillaonline.com/2018/04/10/economie-e-narrazioni-globali-e-transmediali-il-brand-gomorra/ Mon, 09 Apr 2018 22:01:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44762 di Gioacchino Toni

Stanno per iniziare le riprese della quarta stagione della serie televisiva Gomorra che, oltre alla classica ambientazione napoletana, in linea con quanto accaduto nelle serie precedenti, conterrà anche parti girate in contesti esteri, in questo caso, pare, quello londinese. L’intenzione di denunciare il carattere internazionale della criminalità organizzata si sposa con una strategia di marketing volta a raggiungere un pubblico altrettanto internazionale.

Nell’opera di Roberto Saviano, tra le altre cose, si denuncia di come globali siano le strategie tanto della criminalità organizzata quanto delle politiche neoliberiste di cui la [...]]]> di Gioacchino Toni

Stanno per iniziare le riprese della quarta stagione della serie televisiva Gomorra che, oltre alla classica ambientazione napoletana, in linea con quanto accaduto nelle serie precedenti, conterrà anche parti girate in contesti esteri, in questo caso, pare, quello londinese. L’intenzione di denunciare il carattere internazionale della criminalità organizzata si sposa con una strategia di marketing volta a raggiungere un pubblico altrettanto internazionale.

Nell’opera di Roberto Saviano, tra le altre cose, si denuncia di come globali siano le strategie tanto della criminalità organizzata quanto delle politiche neoliberiste di cui la prima è parte. Altrettanto globale appare quello che può essere definito il brand Gomorra che alla volontà di rendere internazionale la denuncia affianca una pianificata strategia dell’industria culturale indirizzata alla ricerca di un pubblico planetario. La necessità di denunciare ciò che è globale in maniera globale si intreccia con un’esigenza economica votata alla distribuzione internazionale. Se dal punto di vista economico, sappiamo, si possono tranquillamente veicolare contenuti anche scomodi se questi producono profitto, resta da verificare se il nobile intento della denuncia possa reggere ai meccanismi di mercato di uno spettacolo alla spasmodica ricerca del successo di audience.

Nel saggio di Giuliana Benevenuti, Il brand Gomorra. Dal romanzo alla serie TV (Il Mulino, 2017), si indaga uno dei casi più importanti di narrazione transmediale italiana capace di espandersi su diversi media: al libro di Roberto Saviano, uscito nel 2006, sono poi seguite una trasposizione teatrale, andata in scena per la regia di Marco Gelardi la prima volta nel 2007, una cinematografica, uscita nelle sale nel 2008 e realizzata da Matteo Garrone, dunque la fortunata serie televisiva affidata a Stefano Sollima e mandata in onda a partire dal 2014.

Il caso Gomorra offre interessanti spunti di analisi sia a proposito di produzione di titoli globali che di formazione progressiva di un franchise a partire dalla pubblicazione di un libro. L’altro celebre esempio di successo transmediale italiano è Romanzo criminale che al libro del 2002 di Giancarlo De Cataldo ha visto succedersi il film del 2005 diretto da Michele Placido e la serie televisiva di Stefano Sollima trasmessa a partire dal 2008.

Nel saggio di Giovanna Benvenuti Gomorra, in tutte le sue varianti mediatiche, viene visto come un prodotto in linea con il generale rinnovamento del contesto culturale nazionale che prende il via con la trasformazione dell’industria culturale italiana a partire dalla metà degli anni Ottanta del Novecento quando, sull’onda di fenomeni analoghi già in atto in altri paesi, anche l’editoria nostrana intraprende un processo di concentrazione e di propensione all’internazionalizzazione. La ricerca di visibilità globale sembra divenire, dagli anni Novanta, un elemento centrale in un panorama italiano contraddistinto dalla sostanziale coincidenza tra produzione e commercializzazione.

Qualcosa di analogo accade anche nel settore audiovisuale che, all’inizio degli anni Duemila, adotta una strategia «orientata a produrre blockbuster in grado di alimentare un franchise, ovvero in grado di sostenere una product line di film simili e una gamma di prodotti di intrattenimento a esso collegati» (pp. 16-17). Tali strategie intraprese dall’industria culturale italiana, che così si allinea a quanto già da diversi decenni accade negli Stati Uniti, non mancano di determinare reazioni risentite nella critica e negli ambienti accademici sostanzialmente ostili al dominio della “cultura visuale” accusata di mettere in crisi lo “specifico letterario”. Tale timore ha finito spesso per prendere la forma della strenua difesa della distinzione tra letteratura alta e di massa.

Nel nuovo contesto narrativo italiano, figlio anche delle disillusioni, del ripiegamento sul privato e della grande trasformazione neocapitalista, diversi autori sembrano confidare più sulle caratteristiche empatiche e affettive proprie di una narrazione performativa, piuttosto che sulle capacità riflessive e costruttive. Tra questi autori la studiosa colloca Saviano che, individuando i limiti di un’operazione di mera esibizione di documentazione nella sua volontà di denuncia, preferisce sperimentare nuove forme di comunicazione in cui si intrecciano «prova documentaria, finzione e autofinzione romanzesche» (p. 25).

Da tali riflessioni nasce il libro Gomorra. Qui l’autore ricorre a «una strategia retorica intesa a eliminare, apparentemente, la stessa differenza tra lettore reale e lettere implicito, creando l’impressione che non esista mediazione nel dialogo tra autore e lettore» (p. 27). Lo scrittore adotta una strategia dell’enunciazione che fa coincidere il soggetto dell’enunciato con il soggetto dell’enunciazione tentando di rimuovere «ogni effetto di distanziamento o di controcanto: tra i due soggetti (quello dell’enunciato e quello dell’enunciazione), la coincidenza o la congiuntura sembrano funzionare senza che si formino residui di senso, senza che si aprano crepe o fessure. Si ha in questo modo una “presa di parola” che […] sembra, cioè, solamente implicata da una tensione etica che si riversa in dovere della “rivelazione”: lo scrittore (ossia il personaggio del racconto retroattivamente prodotto dal dispositivo di scrittura appena menzionato) ha così un unico scopo e un unico compito, quello di portare a evidenza gli addentellati del Sistema camorristico» (pp. 28-29).

Le gravi minacce ricevute da Saviano, che lo obbligano a vivere sotto scorta, tendono ad imporre al lettore una sorta di “fiducia acritica” nei suoi confronti e a tal proposito non sono mancate prese di posizione ostili nei confronti dell’autore accusato di utilizzare la fiducia che gli viene concessa per intervenire anche su questioni mal conosciute.

Benvenuti sottolinea come il patto su cui si fonda il rapporto con il lettore in Gomorra sia istituito dalle dichiarazioni del personaggio-scrittore che, tra le altre cose, insiste su come la situazione locale di cui narra non sia che un microcosmo di un meccanismo criminale di portata internazionale aprendo così il libro ad un interesse globale. Nel saggio viene ricostruita la genesi del libro Gomorra a partire dall’attività di Saviano come giornalista ripercorrendo le pubblicazioni degli articoli sul blog «Nazione Indiana» (2003-2005) e sulla rivista «Nuovi Argomenti» che fanno da traccia alla pubblicazione editoriale.

A proposito dell’accostamento della scrittura di denuncia di Saviano a quella di Pier Paolo Pasolini, Benvenuti sostiene che il primo «contamina la letteratura con qualcosa che probabilmente Pasolini avrebbe disdegnato, cioè appunto l’immaginario mediatico» (p. 64). Lo scrittore napoletano, però, continua la studiosa, si propone di introdurre uno scarto importante rispetto a tale immaginario «decostruendo il fascino che promana dagli eroi del male, ponendo al centro della narrazione la propria diretta testimonianza». Differente è anche lo “sguardo parziale” pur ricercato da entrambi gli scrittori e se Pasolini, rivendicando esplicitamente l’autonomia della cultura dalla politica, attribuisce al romanzo un valore differente rispetto a quello dell’articolo che riprende la cronaca, Saviano non intende fare distinzioni.

Se dal punto di vista letterario lo scrittore napoletano trae ispirazione da Pasolini, da quello cinematografico Scarface, nella versione di Brian De Palma del 1983, rappresenta un punto di riferimento importante come modello da rovesciare: si tratta pertanto di riscrivere il mito veicolato dal film al fine di depotenziarlo attribuendo valore a chi si oppone al nichilismo dell’eroe del male. «Nel libro la deepicizzazione delle storie di camorra è resa possibile dai continui inserti saggistici, riflessivi, che spezzano il filo della narrazione, già comunque organizzata a episodi. […] Se l’immaginario contribuisce a creare la realtà, occorre creare un mito positivo, quello di uno scrittore ribelle che sfida il Sistema» (pp. 75-76). Siamo di fronte a una costruzione che avviene sia dentro che fuori il libro e, sostiene la studiosa, Saviano ha dato luogo a un’automitobiografia volta a combattere una violenza intessuta di mitologia.

Il primo adattamento di Gomorra è per il teatro e lo spettacolo viene messo in scena la prima volta nel 2007 da Marco Gelardi che, in collaborazione con lo stesso Saviano, decide di ridurre la mole delle vicende narrate dal libro concentrandosi su di un numero limitato di storie. Il linguaggio, come nel libro, risulta aggressivo e iperbolico con personaggi fortemente tipizzati. «A differenza di quanto accade nel libro, la pièce introduce il legame costituito dalla presenza del protagonista Roberto, interpretato da Castiglione […] In tal modo, come nel libro, il personaggio Roberto si confonde con la persona di Roberto Saviano e tale sovrapposizione è resa ancora più stringente dalla decisione di inserire quale prologo dello spettacolo l’intero discorso tenuto da Saviano a Casal di Principe, del tutto assente, ovviamente, nel libro» (p. 111). La certificazione di veridicità della narrazione che nel libro viene data dall’ubiquità del narratore-testimone, nello spettacolo teatrale verrebbe garantita dal prologo.

Nella trasposizione cinematografica operata da Garrone, anziché affidarsi ad una poetica del dire volta a dissezionare la realtà esponendone la brutalità attraverso un registro stilistico dell’eccesso, si assiste invece ad un’operazione di sottrazione rifuggendo dal modello del gangster movie tradizionale. Il film elimina la figura di Saviano narratore e personaggio che nel libro rappresenta l’opposizione al degrado. L’opera cinematografica mostra il modo di vivere e la cultura di chi ha a che fare con la camorra evitando eccessi stilistici e spettacolarizzazioni. Anche Garrone si pone il problema di come rappresentare il Sistema evitando di conferire fascino al potere dei boss e, a tal fine, decide di raccontare cinque storie di personaggi di secondo piano evidenziando il contrasto tra le loro vite e l’immaginario cinematografico di cui si nutrono. «Il regista, dunque, favorisce una lettura del film come reportage di guerra, legando il significato politico alla sua capacità di presentarsi come veicolo di informazione e proponendo il proprio come un cinema di impegno civile» (p. 95).

Sarebbe dunque la modalità con cui il film cerca una risposta emozionale, oltre che cognitiva, ad indurre lo spettatore a prendere posizione contro la cultura malavitosa. Anche Garrone, come Saviano, intende dar conto delle ramificazioni globali del Sistema evidenziando come il suo funzionamento sia del tutto in linea con quello del neoliberismo. «Lo spettatore è così colto dal legittimo dubbio di non essere davvero al di fuori della guerra di camorra, se è vero che essa è metafora di una guerra indotta dal sistema capitalistico, qui guardato nel suo volto più oscuro e cupo, nella sua disumanità» (p. 99).

Secondo Benvenuti il film non dovrebbe essere ricondotto all’interno del genere noir, quanto piuttosto al racconto distopico e, per certi versi, ciò appare ancora più evidente rispetto al libro grazie all’omissione della presenza dell’eroe-testimone che si ribella al Sistema. «La lettura distopica della realtà attuale situa il libro di Saviano in bilico tra un presente nel quale la catastrofe è in atto e un futuro ancora possibile, ma segnato da eventi che non sembrano avere fine, anche perché riproducono, in forme diverse, la catastrofe che è da sempre in atto. Se nel libro Saviano si prospetta come il sopravvissuto, che reca testimonianza della catastrofe, quasi assurgendo al ruolo di eroe tragico – mentre la prospettiva di Garrone rimane sempre quella di un outsider –, possiamo attenerci per lui – ma, in ultima analisi […] per la filiera mediatica che inaugura – alla definizione proposta da Giorgio Agamben di colui che, sempre inattuale e inadeguato rispetto al proprio tempo, può definirsi davvero “contemporaneo”» (p. 104).

Come Romanzo criminale, anche la serie Gomorra assume il punto di vista criminale sul mondo, permettendo così, come solitamente avviene nel genere noir, di mettere in scena lo sguardo sul lato oscuro del Paese, fatto di criminalità, certo, ma anche di relazioni intessute da quest’ultima con quei poteri che si presentano come la quintessenza della legalità. Come era accaduto con Romanzo criminale, dopo il successo del libro e del film arriva la serie televisiva, in questo caso particolarmente votata all’esportazione del brand a livello internazionale.

Secondo la studiosa la serie non può essere considerata come un adattamento del libro o del film: siamo piuttosto di fronte a una loro espansione narrativa forte anche di ricerche sugli sviluppi del Sistema svolte da Saviano successivamente. Lo showrunner della prima serie, andata in onda nel 2014, è Stefano Sollima, con diversi episodi affidati nel varie stagioni (2014, 2016, 2017) alla regia di Francesca Comencini, Caludio Cupellini e Claudio Giovannesi.

In linea con la pratica transmediale, la serie è pensata per essere fruibile autonomamente dal libro e dal film che l’hanno preceduta; è pertanto possibile approcciare il brand Gomorra a partire da una qualsiasi delle sue produzioni per poi decidere se e come affrontare le altre. La vera novità della serie, secondo Benvenuti, risiederebbe nella volontà di «rappresentare una storia criminale che molto deve alla tradizione del gangster movie, seguendo codici e ricercando effetti che gli spettatori sono abituati a incontrare nella serialità statunitense, ma non i quella nostrana» (p. 131).

Le esigenze della serialità televisiva comportano una modalità narrativa capace di fidelizzare l’audience tendenzialmente attraverso un’economia affettiva incentrata sui personaggi. Uno dei grandi problemi posti dalla serie è pertanto come riuscire a conciliare personaggi che permettano al pubblico di affezionarsi con il brand Gomorra costruito sulla negazione di eroi del male affascinanti. Come può, allora, distinguersi da altre serie, a cui narrativamente strizza l’occhio, magari non interessate all’impegno e alla denuncia? Sarebbe «in primo luogo Roberto Saviano a garantire il patto realistico sul quale è concepita la serie. Insieme a lui, il patto è garantito dagli espliciti pronunciamenti di registi, produttori e attori» (p. 133).

A differenza del film di Garrone basato sulla sottrazione, la serie intraprende la strada del tono epico della saga familiare di mafia. «Rinunciando all’eroe che si ribella al Sistema […] la serie, diversamente da quando aveva fatto il film, costruisce una mostruosa epica del male, che solamente contaminandosi con la distopia, mantiene una distanza critica verso ciò che rappresenta» (p. 135). Ciò dovrebbe essere rafforzato anche dall’assenza del lieto fine sebbene, vale la pena ricordare, l’happy end manchi spesso anche nelle produzioni che tendono a mitizzare agli occhi dell’osservatore le figure dei malvagi. Nel caso di Gomorra, sostiene Benvenuti, la mancanza del lieto fine vorrebbe però ricordare al pubblico che ciò a cui ha assistito si perpetua quotidianamente nei territori controllati dalla criminalità organizzata e su tale pretesa di realismo sembrerebbe fondarsi la strategia di marketing dell’intero brand.

Quanto Gomorra riesca nel suo intento di evitare che lo spettatore provi empatia per i personaggi, capaci di dar luogo a un piccolo star system, è difficile da dire. Inoltre, ricorda la studiosa, la crescente forza iconica di Saviano lo pone al centro di una responsabilità importante visto che è divenuto parte integrante del sistema mediatico che promuove il franchise. «Il caso Gomorra permette di mettere in luce la complessità del rapporto fra scrittore e mediatori culturali (proprietari dei mezzi di diffusione dei prodotti culturali, logiche di mercato, committenza, pubblicità, addetti stampa, editor, conduttori televisivi), mostrando quali negoziazioni e quali contraddizioni siano caratteristiche della contemporaneità» (p. 197).

Con le riprese della quarta stagione alle porte, resta da chiedersi se davvero la serie televisiva sia riuscita nell’intento di ribaltare Scarface e se davvero abbia saputo evitare di mettere in piedi una sorta di racconto epico autoconsolatorio, anch’esso nichilista in fin dei conti, agli occhi di chi si torva a vivere quello squallore e quello sfruttamento che la serie intende denunciare. Roberto Saviano ha più volte sottolineato come l’eventuale immedesimazione del pubblico si dia non con la realtà ma con la sua rappresentazione. Questo, però, poteva valere anche per il film di De Palma. Evitando di scivolare in semplicistiche letture di causa-effetto, viene da chiedersi se, molto più semplicemente, rispetto alle nobili premesse, la montagna (il brand Gomorra) non abbia finito col partorire un topolino (per quanto esteticamente ben riuscito ed economicamente redditizio).

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Gomorra, la serie https://www.carmillaonline.com/2015/02/11/gomorra-la-serie/ Tue, 10 Feb 2015 23:03:03 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=20619 di Mauro Baldrati

Gomorra_fotoE’ l’era delle serie televisive. Accanto alla serialità di culto, Walking Dead, Breaking Bad, Doctor Who, ha preso forma una macchina seriale piuttosto articolata, Il trono di spade, True detective, Supernatural, Teen Wolf, solo per citarne alcune. Sono perlopiù produzioni americane e inglesi di genere crime, o fantasy, o storiche, come la canadese Viking, la britannica White Queen, l’americana Spartacus.

Gli americani, come al solito, primeggiano. Sono i più grandi commercianti del mondo e di tutti i tempi, ha scritto Don Winslow in Satori (un testo piuttosto commerciale, cvd), il prequel del classico di Trevanian, Shibumi. Tutto in [...]]]> di Mauro Baldrati

Gomorra_fotoE’ l’era delle serie televisive. Accanto alla serialità di culto, Walking Dead, Breaking Bad, Doctor Who, ha preso forma una macchina seriale piuttosto articolata, Il trono di spade, True detective, Supernatural, Teen Wolf, solo per citarne alcune. Sono perlopiù produzioni americane e inglesi di genere crime, o fantasy, o storiche, come la canadese Viking, la britannica White Queen, l’americana Spartacus.

Gli americani, come al solito, primeggiano. Sono i più grandi commercianti del mondo e di tutti i tempi, ha scritto Don Winslow in Satori (un testo piuttosto commerciale, cvd), il prequel del classico di Trevanian, Shibumi. Tutto in loro è commercio: il bene, il male, le emozioni, gli ideali, l’etica, la religione, lo spettacolo. Commerciano bene, per cui curano i dettagli, e se è necessario osano, perché anche il coraggio è oggetto di commercio, anche la trasgressione, lo scandalo. E il prodotto deve essere adeguato. Se c’è da spaventare, si spaventa. Se c’è da provocare, si provoca. Se c’è da offendere, si offende. Senza reticenze, spingono quanto basta. Per dire, se ci fosse da fare la rivoluzione, farebbero anche quella, se questo risultasse funzionale al commercio.

In Italia, si sa, le cose vanno diversamente. Non abbiamo quella forma di professionalità frontale, quel coraggio semplificato di tipo protestante, ma l’eterna torsione bizantina. Ci avvitiamo nella reticenza un po’ falsa del cosiddetto buonismo, con serie televisive di preti-eroi, poliziotti senza macchia, storielle edificanti, il festival di Sanremo formato famiglia, che si alternano con telegiornali dove, alle odi sperticate agli algidi personaggi governativi, seguono servizi di cronaca supersplatter con massacri e sgozzamenti riversati sul video con una violenza verbale che lascia sbalorditi.

Eppure, anche gli italiani hanno alcune qualità da capitalizzare. Se gli americani sono pronti a commerciare anche l’anima, noi abbiamo la grande arte manifatturiera. Siamo i più grandi artigiani del mondo. Forse dovremmo dire siamo stati, saremmo. Purtroppo dobbiamo parlare al passato, quanto meno al condizionale, perché il Made in Italy è stato smembrato, svenduto, rovinato dagli “eroi nazionali”, come Renzi chiama con affetto gli imprenditori, che hanno delocalizzato la quasi totalità della produzione in Cina, Turchia, Pakistan, Polonia eccetera.

E questo ovviamente si ripercuote anche nello spettacolo e nell’intrattenimento. Perché quando un patrimonio nazionale viene svilito nessuno può veramente chiamarsi fuori.
Eppure, quando ci impegniamo, riusciamo a sfornare prodotti artigianali che spaccano. La filiera non è omogenea, non c’è una linea di produzione continua, malleabile, con plot adattabili e rinnovabili, ma quella raffinatezza, quella novità che il commercio industriale non riuscirà mai a raggiungere. E questo è un ottimo segnale, significa che non tutto è perduto.

E visto che stiamo parlando di serie, ne abbiamo almeno tre di genere crime che qualificano il Made in Italy a livello globale. Diciamo che potrebbero ricrearlo, rilanciarlo, se una grossa parte degli investimenti si spostasse da quei pecorecci di nuova generazione, da quei comici che occupano tutti gli schermi possibili e anche i palcoscenici, per sostenere invece la ricerca di un nuovo brand italiano. Non si tratta di nazionalismo, che significa populismo. E’ una battaglia per liberarci dalla colonizzazione, che fa del nostro paese una terra di scorrerie di tutti quegli agenti-ragazzotti del FBI, con modelle di vent’anni che comandano squadre di agenti speciali, di commedie e/o polpettoni americani per gli americani e per i sudditi del resto del mondo. Perché solo con uno stile proprio si può essere sovranazionali. Senza, non si è che subalterni.

Le tre serie sono, nell’ordine, La Piovra, storia di mafia iniziata nel 1984 e proseguita fino al 2001 con alti e bassi, ma che ha avuto registi come Damiano Damiani e Forestano Vancini; Romanzo criminale (2008-2010), tratta dal romanzo di De Cataldo, diretta dal figlio di uno dei maestri del western-spaghetti, Stefano Sollima; Gomorra, con Saviano tra gli ideatori, con la regia dello stesso Sollima, Francesca Comencini, Claudio Cupellini. Attualmente Gomorra è in programmazione su RAI 3 alle 22 circa.

Pur nella diversità stilistica e narrativa (La Piovra ha un background più da “sceneggiato televisivo”, le altre due sono più omogenee, con più azione e violenza), le accomuna quel mix “popolare” che le rende competitive: un uso consapevole del mainstream, che tuttavia non prende il sopravvento rendendole così prodotti da supermarket adeguati alla sub-cultura cui fanno riferimento; interfacce chiare e ben delineate dove la violenza, il politicamente scorretto, il coraggio nella rappresentazione del male non sono reticenti e al contempo non costituiscono oggetti di compiacimento; un’attenzione, almeno minima, alle tematiche sociali.

Gomorra, che si concluderà sabato prossimo, riprende in parte alcuni stilemi di Romanzo Criminale. In particolare la lingua. E’ recitato in napoletano stretto, coi sottotitoli. Anche Romanzo Criminale usava il romanesco, ma Gomorra usa una vera e propria seconda lingua che assume caratteristiche di argot, senza quei doppiaggi stereotipati che appiattiscono il tutto, e tolgono un elemento fondamentale della recitazione. La quale è credibile, una discesa nella cupezza dei personaggi votati al male, senza vita, perché la loro anima è morta.

Questo però si configura almeno a partire dal quarto episodio in poi. All’inizio stupisce come i camorristi siano abbastanza simpatici, sentimentali persino, impegnati perlopiù in piccole attività illegali con qualche modesta ammazzatina. La storia riguarda le vicende di un clan, i Savastano, il cui monarca assoluto, Don Pietro, vive con la moglie, Donna Imma, in un villa ultrapacchiana (vera, perché è stata confiscata a un boss), circondato dai guaglioni. Ha anche un figlio, Gennaro, una sorta di bamboccione timido e di stomaco debole che ad ogni omicidio vomita. Ciro è il braccio destro tuttofare, che prende “il lavoro” molto sul serio. Hanno tutti famiglia, sono devoti alla Madonna, e ai loro valori, che sono il dominio incontrastato del territorio, da conquistare e mantenere con ogni mezzo.

Poi la storia si incattivisce, i personaggi si de-eroizzano sempre più per sprofondare nella loro violenza, nella prepotenza, e l’empatia con gli eroi-antieroi si stempera. Anche se, per salvaguardare almeno in parte i nostri diritti di spettatori, siamo costretti a parteggiare per i Savastano nelle guerre civili contro i nemici, almeno fino al livello di guardia della progressione criminale. Che altro possiamo fare?

Il limite di una full immersion nel negativo assoluto, peraltro, resta. E’ uno dei problemi – anzi, IL problema – di una grande opera narrativa come Le Benevole di Littell: una inevitabile identificazione con un gelido SS straniato e totalmente amorale, tra massacri e folli dibattiti sulla supremazia della razza. Ma solo fino a un certo punto. Diventa addirittura vomitevole l’overdose di violenza e di tradimento senza soluzione né riscatto, con gli eroi che si immeschiniscono in un crescendo che ci fa diventare deboli di stomaco proprio come Gennaro.

Il quale torna dall’Honduras, dove è stato inviato dalla madre Imma per organizzare il traffico di cocaina (e qui come non evocare Scarface in Colombia), trasformato in una sorta di serial killer sanguinario che scatena guerre ferocissime con gli avversari di altre cosche. E ci si mette anche Ciro, che massacra, tradisce, tortura. Pur non essendoci scene di violenza particolarmente patinata, nella quale gli americani sono grandi maestri (un richiamo obbligato è Le Belve di Oliver Stone), si sprofonda in un buio afasico di oscuramento della ragione e di tutti gli umani sentimenti che diventa soffocante. Insomma, si sta come in certi romanzi di Ellroy, dove tutti, ma proprio tutti sono marci, corrotti, traditori e assassini. Non c’è un filo di luce né di aria fresca.

Forse proprio questo non essere patinato sottrae Gomorra all’omologazione americanoide e lo rilancia come prodotto coraggioso e innovativo, anche per la fotografia ad alti contrasti con scompensi cromatici che abbiamo visto in certi servizi dei fotografi d’avanguardia inglesi. E poi non c’è la solita esibizione di limousine nere, con quelle guardie del corpo inespressive con gli occhiali alla Terminator. I camorristi sono dei soggetti in fondo tristi, morti, vestiti modestamente, che ammazzano senza la solita esibizione modaiola delle armi di ultimo modello. Realisti insomma, o addirittura reali.

La competitività del prodotto originale, sganciato dal DNA patinato dei colonizzatori, si vede anche dalla qualità della recitazione non fumettistica. Sono tutti credibili, in grado di mantenere il loro personaggio che sembra vivere di vita propria, che è uno dei requisiti – non sempre soddisfatto in molte opere – della serialità. E di nuovo il confronto coi padroni regge. Se Oliver Stone ha messo una grande attrice hollywoodiana come Salma Hayek nel personaggio di Elena Sanchez, in Gomorra c’è un’attrice di nome Maria Pia Calzone che interpreta Donna Imma. Ci hanno detto che l’attrice stava per ritirarsi a vita privata, visto che non riusciva a lavorare come voleva. Poi è arrivato il successo. Meno male, perché con quella faccia di pietra, scolpita da una luce gelida, e quella parlata in napoletano, Donna Imma davvero non ha rivali.

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Andare oltre https://www.carmillaonline.com/2013/12/03/andare/ Tue, 03 Dec 2013 00:00:44 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11120 di Sandro Moiso

Gapon A distanza di un mese dalla manifestazione nazionale del 19 ottobre a Roma, sabato 16 novembre si sono tenute due manifestazioni che per contenuti, modalità, composizione sociale e partecipazione ne hanno ripetuto i fasti ampliandone la portata e il significato politico. Nonostante, infatti, il tentativo da parte dei media di tenere separate la manifestazione di Napoli, contro l’inquinamento camorristico e l’avvelenamento istituzionale del territorio, da quella di Susa, contro il TAV, non vi può essere alcun dubbio che le due manifestazioni fossero tra loro strettamente correlate. Decine di migliaia di persone, molte di più di quelle già [...]]]> di Sandro Moiso

Gapon A distanza di un mese dalla manifestazione nazionale del 19 ottobre a Roma, sabato 16 novembre si sono tenute due manifestazioni che per contenuti, modalità, composizione sociale e partecipazione ne hanno ripetuto i fasti ampliandone la portata e il significato politico.
Nonostante, infatti, il tentativo da parte dei media di tenere separate la manifestazione di Napoli, contro l’inquinamento camorristico e l’avvelenamento istituzionale del territorio, da quella di Susa, contro il TAV, non vi può essere alcun dubbio che le due manifestazioni fossero tra loro strettamente correlate.

Decine di migliaia di persone, molte di più di quelle già presenti a Roma, hanno finito col ritrovarsi unite in due manifestazioni che di fatto hanno delegittimato l’attuale sistema economico-politico e il regime consociativo (Destra, Sinistra, Mafie, Banche) che ne “giustifica” l’esistenza.
Le ragioni della lotta NoTAV sono state ripetutamente e frequentemente esposte qui su Carmilla e per una volta non vale la pena di tornarci sopra, ma sono stati i contenuti della manifestazione napoletana a far, letteralmente e chiaramente, saltare il banco politico.

Roberto Saviano non ne è stato e non poteva esserne l’ospite d’onore né, tanto meno, il gran ciambellano in quanto non si è presentata soltanto come una manifestazione legalista o legalitaria. Nelle parole di un medico della Terra dei Fuochi, il senso di tutta la manifestazione: ”Dai camorristi sapevamo di doverci aspettare di tutto: sono criminali. Ma lo Stato no! Dallo Stato avevamo il diritto almeno di essere informati. Invece per vent’anni ci hanno nascosto tutto. A partire dai luoghi dove i pentiti avevano detto di aver seppellito i rifiuti più pericolosi1

Lo Stato è davvero il nemico più subdolo per chi abita nelle zone devastate dalla speculazione mafiosa, economica ed edilizia. Lo stesso Stato che oggi indice il lutto nazionale per le vittime dell’alluvione sarda dopo aver permesso per anni la cementificazione selvaggia del territorio, causa principale, e non secondaria, dell’irruenza delle acque. Lo stesso Stato la cui più alta autorità era Ministro degli Interni ai tempi delle prime rivelazioni dei pentiti di Camorra sull’avvelenamento del territorio campano ( e non solo). La stessa autorità che ha sempre condiviso il migliorismo dell’ex-sindaco e ex-commissario straordinario all’emergenza rifiuti campana Antonio Bassolino.

Nelle strade di Napoli non si è levato un grido di dolore, come vorrebbe poter affermare retoricamente l’informazione catto-comunista e fascistoide italiana, ma un grido di protesta. Cui presto si affiancherà prima o poi anche quello di altre manifestazioni contro l’inquinamento dell’Ilva di Taranto o della Caffaro di Brescia o degli altri mille territori inquinati, resi invivibili, privi di speranze di sviluppo sociale ed economico e, soprattutto, di qualsiasi fiducia nei partiti politici attuali. Come il numero delle astensioni (53%) ha ancora una volta ben dimostrato nelle recenti elezioni regionali della Basilicata.

La terra ha cominciato a muoversi. I pavimenti dei palazzi del potere si son fatti meno stabili e il governo più insulso della storia repubblicana si prepara ad un atterraggio di fortuna su una pista danneggiata da un bombardamento a tappeto. Nonostante Letta abbia formalmente chiamato ai comandi il Fondo Monetario Internazionale, attraverso la figura del consulente alla spending review Carlo Cottarelli, che per tale ente ha lavorato fino alla sua nomina (del valore di 260mila euro), a commissario per l’attuale governo italiano, i tempi del fallimento politico, economico ed istituzionale della classe dirigente italiana stanno accelerandosi sempre più velocemente. Come lo scontro di classe che già fin da ora ne consegue.

Il governo Letta è un morto che cammina e non supererà, per eccesso di putrefazione, la primavera del 2014. Berlusconi sopravvive ormai soltanto grazie alla formalina in cui viene conservato. Il Nuovo Centro Destra è sostanzialmente il frutto di un aborto spontaneo. Napolitano pencola sulla porta del trapasso politico e biologico, mentre il partito che più di ogni altro ha contribuito a mantenere l’ordine sociale in Italia dagli anni settanta in avanti si sfalda e disgrega ogni giorno di più in faide interne degne di un romanzo di Mario Puzo.

No, non del Pdl/FI si sta qui parlando, ma del PD/ex-PCI! La cui profonda ed irreversibile crisi la si può leggere tutta nella perdita di peso dell’apparato demokrat/dalemiano e nello scollamento sempre più evidente del partito dalla sua base e dall’elettorato giovanile. PD che, all’ombra di un gioco delle parti tra tre candidati di cui due sono ormai senza storia, può sperare soltanto nella vittoria del novello Tony Blair de noantri per concedersi un attimo di respiro. Ma tutti, assolutamente tutti, sembrano essersi resi conto che è giunto, inequivocabilmente, il momento di andare oltre. O, almeno, di fingere di farlo. Sperando di mantenere ancora, magari per poco, l’attuale status quo.

Grillo, nel comizio genovese del primo dicembre, sembra aver manifestato la più chiara coscienza politica di questa necessità e ancora una volta si è preparato a cavalcarla, rivolgendosi, per una volta, alla “sinistra” della sua piazza citando demagogicamente, in apertura, Pertini e la caduta del governo Tambroni. Poi, ha presentato disordinatamente, un programma in sette punti alternativo all’attuale presente politico ed economico.

Abile e confuso come al solito ha mescolato referendum sull’uscita dall’euro e energie rinnovabili, banda larga e sovranità nazionale, alleanze geopolitiche e scontro con l’Europa germanica, impeachment di Napolitano e abolizione delle province ma, appunto come al solito, è cascato sulle reali questioni di classe quando, pur agitando lo straccio sbiadito del reddito di cittadinanza, non ha saputo proporre di meglio che il rientro delle aziende italiane che producono all’estero promettendo loro le stesse condizioni in cui operano, ad esempio, in Romania.

Costo del lavoro? Contributi previdenziali? Sì, perché, diciamolo una volta per tutte, l’abbassamento degli oneri sociali per gli imprenditori non significa altro che riduzione delle tasse a loro carico e dei contributi previdenziali versati dai lavoratori. E allora il Welfare, che Grillo ha detto di voler difendere e rilanciare, dove andrebbe a finire? Solo con il taglio delle spese parlamentari o delle missioni militari non si potrebbero mantenere gli standard anteriori all’attuale crisi. E non sembra essere presente nel suo programma, sempre in precario equilibrio tra destra e sinistra, alcun riferimento ad una severa e generalizzata ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta.

Non vale la pena di spendere ancora, qui, giudizi già ampiamente esposti in passato sul comico genovese. E’ abile e lui e i suoi suggeritori hanno capito che nei prossimi appuntamenti politici gli avversari da battere saranno Renzi, da un lato, e i populismi di estrema destra dall’altro. Gli altri partiti e personaggi sono già defunti, come è stato detto prima. Ma l’argomento del programma e delle parole d’ordine deve toccare ormai da vicino anche l’antagonismo di classe, di cui, chiaramente, i 5 Stelle non fanno assolutamente parte. Grillo, quindi, ancora una volta non è andato oltre.

Di fronte ad una borghesia che non è più classe dirigente perché ha perso coscienza di sé2, i movimenti si troveranno sempre di più davanti ad un bivio: procedere nelle proteste affidandosi ancora ad una rappresentanza esterna e parlamentare oppure farsi carico sempre di più della propria rappresentanza politica. Evitando di cascare nelle maglie dei novelli Pope Gapon, preti o populisti che siano, e conducendo una battaglia sempre più politica per determinare quello che dovrà essere il futuro di questa società.

Ma, mentre l’unico, vero rischio per il movimento reale può essere rappresentato dal suo ondeggiare tra la Scilla della deriva populista e il Cariddi della ricerca di una irraggiungibile purezza ideologica, la lotta di classe e della specie per il radicale cambiamento degli assetti socio-economici e politici prosegue il suo corso: inarrestabile ed imprevedibile. Rendendo evidente che le condizioni oggettive di un ribaltamento sociale di portata storica esistono già tutte: grave crisi economica, crisi di rappresentanza delle istituzioni, azione sociale antagonista diffusa sul territorio e trasversale tra territori e settori sociali, confronto diretto con lo Stato non più mediato dai sindacati istituzionali o dai partiti dell’area parlamentare.

Una crisi sistemica in cui uno degli attori sta progressivamente perdendo qualsiasi controllo sulla propria recitazione e sul copione, mentre l’altro sta crescendo di giorno in giorno senza aver bisogno di alcun copione se non di quello già scritto nelle istanze sociali e nel suo genoma. Le cui parole d’ordine sono inscritte nelle contraddizioni della società senescente in cui si va formando quella futura. Oltre il miserabile presente, appunto.
Signori, è vero, si recita a soggetto! Ma che soggetto…è la rivoluzione che viene!
1905
Oggettivamente la strada è ancora lunga e sicuramente in salita, ma il percorso, almeno qui in Italia, è già dato. Là dove la difesa delle condizioni di vita essenziali si uniranno sempre più alla difesa delle condizioni di lavoro le contraddizioni sociali e di classe si faranno esplosive. Sarà la scelta delle parole d’ordine e delle pratiche per conseguire gli obiettivi che ne deriveranno a determinare chi e come dovrà dirigere la lotta generale, oggi ancora parzialmente dispersa.
Una lotta che affermi la necessità di un altro modello di vita. Una lotta che metta in discussione, non per scelta, ma per oggettiva necessità l’intero quadro dell’esistente. Che da Nord a Sud e dai luoghi di lavoro al territorio inizi fin da oggi ad accelerare i tempi della rottura politica e sociale dei fragili e odiosi equilibri odierni…Letta Go Home!!

(…ma saran cazzi anche per quelli che verranno dopo)


  1. Gian Antonio Stella, I sogni dei bimbi della terra dei Fuochi “Caro Gesù salvaci dal cancro”, Corriere della sera, sabato 16 novembre 2013, pag.23 

  2. E’ di queste ultime ore la proposta del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Fabrizio Saccomanni, di trasformare la Banca d’Italia in una public company che significa, di fatto, privatizzare l’organo centrale di direzione dei flussi di capitale monetario, alienandone completamente quel poco di autonomia politica e di emissione che le erano rimaste all’ombra dei diktat della BCE e svendendone, a vantaggio dei caveau delle maggiori banche, il tesoro in lingotti d’oro rimasto allo stato italiano come ultima risorsa  

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