Robert Chambers – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 31 Mar 2026 20:00:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La casa sull’abisso https://www.carmillaonline.com/2026/03/04/la-casa-sullabisso/ Wed, 04 Mar 2026 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93352 di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth [...]]]> di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth è un dio appartenente al Ciclo di Cthulhu ideato dallo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Conosciuto anche come il Caos Primigenio o il Demone Sultano, Azathoth è il più antico e potente dei Grandi Antichi descritti nei lavori dell’autore americano. Pur definito come il più potente degli Dei Esterni, viene descritto mentre «bestemmia e farfuglia al centro dell’Universo».

Mentre Azathoth veglia in questo stato di semi-incoscienza, gli altri antichi dei ballano ininterrottamente intorno a lui, perché se si il dormiente si risvegliasse del tutto potrebbe ordinare la distruzione dell’universo, compito che spetterebbe a Nyarlathotep. Oppure rivelare che l’universo è solo un sogno di Azathoth che, con il suo risveglio, cesserebbe semplicemente di esistere.

E’ da qui che occorre partire per comprendere come il vero orrore descritto e immaginato da Howard Phillips Lovecraft non sia tanto quello rappresentato dalle divinità mostruose del summenzionato Ciclo o dalle aberranti trasformazioni fisiche e mentali di esseri umani casualmente entrati in contatto con entità che di divino per la nostra specie non hanno assolutamente nulla, quanto piuttosto da un universo caotico in cui la vita, almeno così come l’uomo si immagina di conoscere proiettandola anche in un inesistente “aldilà”, più ancora che il frutto della casualità ricombinatoria degli elementi che l’hanno resa possibile, costituisce nient’altro che un errore.

Un cosmo freddo, buio e inconoscibile in cui ogni umano tentativo di esplorazione, comprensione o controllo non può essere destinato ad altro che al fallimento e alla scoperta di orrori prima inimmaginabili. Ed è questa visione del mistero che circonda l’uomo sbattuto nell’universo che fa sì che sia possibile avvicinare il romanzo di William Sloane pubblicato da Adelphi ai racconti e ai romanzi del solitario di Providence.

Sono passati quattro anni da quando Richard Sayles, psicologo e professore, ha perso le tracce di Julian Blair. Prima suo insegnante, poi fraterno amico, Blair è stato un geniale elettrofisico, almeno finché la morte improvvisa della moglie Helen non ne ha ottenebrato la mente. Ed eccolo ora rifarsi vivo, con un messaggio con cui invita Richard a raggiungerlo a Barsham Harbor, nel Maine, dove si è ritirato per poter continuare le sue ricerche lontano dagli occhi indiscreti della comunità scientifica. Sayles si rende subito conto che la salute mentale di Julian non è affatto migliorata, il che non gli ha impedito di dedicarsi a esperimenti sempre più temerari, fino alla soglia di quello che definisce «il progresso più grandioso mai immaginato». Prende così avvio una vicenda che nel volgere di poco più di settantadue ore vedrà i suoi protagonisti giungere pericolosamente ai margini estremi della conoscenza umana, senza trarne alcun profitto e ricavandone invece soltanto orrore, morte e odio.

La figura di Julian Blair e la sua richiesta di aiuto e consiglio rinviano non soltanto a numerosi altri scienziati descritti dalla letteratura fantascientifica o dell’orrore, ma in particolare a quella folle e disperata dell’invisibile protagonista del racconto Colui che sussurrava nel buio (1931) di Lovecraft in cui, ancora una volta, compare Azathot, ovvero il dio che incarna la casualità e il caos che governano un universo in cui soltanto gli esseri umani possono credere di individuare leggi precise e forze comprensibili e controllabili.

In cinque anni una persona può cambiare notevolmente, e Anne mi aveva avvertito che avrei trovato Julian molto diverso da come lo ricordavo. Eppure, quando entrai in soggiorno, fu un colpo vedere com’era ridotto. Dava le spalle alle finestre e alla luce, seduto su una poltrona sfondata, ma già a prima vista notai quant’era invecchiato. La sua faccia, stretta e spigolosa, non aveva mai avuto un colorito granché vivace, ma ora la pelle era sottile come pergamena, tesa sugli zigomi, e le labbra erano di un grigio sbiadito, quasi come se in lui non fosse rimasta una stilla di sangue.
[…] Quell’uomo trasandato, nello squallido soggiorno della vecchia casa, era un’altra persona, una sorta di decrepita controfigura. I vestiti erano sporchi, oltre che sgualciti. [Ma] Da vicino, la sua faccia non era così spenta come mi era parsa a prima vista. Gli occhi erano vivaci, ardenti dello stesso entusiasmo dei vecchi tempi […] Quel giorno, però, notai qualcos’altro, un’intensità che non era solo semplice entusiasmo. Nelle sue pupille c’era una luce che mi parve fuori dal normale e mi costrinse, dopo un attimo, a distogliere lo sguardo1.

La vecchia casa, quella “dei Talcott” come è conosciuta in paese, sembra essere, nel suo isolamento, sospesa su un abisso di orrori, inimmaginabili e inspiegabili, esattamente come quella Casa sull’abisso che dava il titolo all’omonimo romanzo (1908) di William Hope Hodgson che H.P. Lovecraft annoverava, insieme al Re in giallo (1895) di Robert Chambers, tra le sue maggiori influenze.

Una casa, quella immaginata da Hope Hodgson, nelle cui vicinanze è nascosto un passaggio che scende nell’oscurità e conduce ad eoni di distanza, in un mondo che travalica spazio e tempo e che viene dominato da altre e sconosciute comete, stelle e soli alieni. Un universo da cui possono sorgere e librarsi dall’abisso sottostante creature mostruose con cui hanno dovuto fare i conti i precedenti proprietari, il Vecchio recluso e sua sorella. Una casa in rovina, ottocentesca e in prossimità di un fiume, esattamente come quella descritta nel romanzo di Sloane.

Come in Attraverso la notte (1937), Sloane gioca con i generi letterari e ne ricombina gli elementi – una grande casa isolata, un complicato macchinario da romanzo di fantascienza, una fugace ma terrificante sbirciata nell’orrore cosmico, un rompicapo degno di un mystery d’antan, perfino un po’ di storia d’amore e l’intuizione dei buchi neri la cui esistenza era stata teorizzata dal fisico Karl Schwarzschild nel 1916, un anno dopo la pubblicazione della Teoria della relatività generale, nella quale il campo gravitazionale viene descritto come deformazione dello spazio-tempo – per ricavarne qualcosa di inclassificabile e perturbante che resta a lungo nella mente del lettore, come l’eco di un segnale proveniente da qualche pianeta sconosciuto. Segnale che, nel romanzo, il professor Blair e la sua ambigua assistente, la medium Esther Walters, scambiano per la possibilità di comunicare effettivamente con il mondo dei morti

Un gioco di rimandi che giunge fino al maestro dell’orrore cosmico se si considera che Robert M. Price, un importante studioso di Lovecraft, abbia suggerito come anche quest’ultimo si sia ispirato, per la creazione Azathoth, all’opera di Lord Dunsany intitolata The Gods of Pegana, poiché in quella compariva Mana-Yood-Sushai, il dio supremo creatore dell’universo e di tutti gli altri dei, che, secondo Dunsany, è eternamente addormentato, cullato dalla musica delle altre divinità, poiché se si dovesse risvegliare distruggerebbe tutto ciò che ha creato. Motivo per cui non c’è da stupirsi che William Sloane abbia tratto ispirazione da così tante fonti e generi letterari.

Anche se una certa sua passione per il realismo lo allontana da Lovecraft e dagli altri autori citati, soprattutto quando ironizza sulle tattiche del Partito comunista americano all’epoca dei fatti narrati oppure delinea con grande maestria la netta separazione tra città e campagna e l’enorme differenza tra la mentalità razionale della borghesia e quella irrazionale delle classi meno abbienti che ancora oggi, soprattutto nell’America di Donald Trump, può essere motivo di divisione e odio fuori controllo.

Una razionalità positivista che, però, quasi sempre non mantiene le sue promesse e le illusioni che diffonde con troppo entusiasmo, finendo così troppo spesso, proprio come capita nella buia casa circondata da una campagna ridente e vicina a un fiume impetuoso, col fomentare le paure, non sempre del tutto irrazionali, di chi per censo e cultura ne è escluso. Proprio come avviene nel duro confronto tra i frequentatori della magione e gli abitanti del vicino villaggio di Barsham Harbor.

Da La porta dell’alba (The Edge of Running Water -1939) fu tratto, nel 1941, il film The Devil Commands diretto da Edward Dmytryk con Boris Karloff, uno dei tanti film in cui, tra il 1930 e i primi anni Quaranta, l’attore avrebbe interpretato la figura di uno scienziato pazzo, prima che nello stesso anno la Universal producesse il film che lo avrebbe reso definitivamente celebre: The Wolf Man (L’uomo lupo), diretto da George Waggner e scritto da Curt Siodmak.


  1. William Sloane, La porta dell’alba, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 67-68.  

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Come insetti sui margini del mondo https://www.carmillaonline.com/2025/06/30/come-insetti-sui-margini-del-mondo/ Mon, 30 Jun 2025 20:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88530 di Sandro Moiso

Nic Pizzolatto, Galveston, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 287, 18 euro

«Sto morendo», le dissi «Tocca a tutti, prima o poi». (Nic Pizzolatto, Galveston)

Sicuramente è un cliché piuttosto diffuso, nel cinema e nella letteratura, quello del duro o del killer, più o meno ex, che si sorprende ad essere stanco del proprio lavoro e che per una ragazza incontrata per caso si illude di aver trovato finalmente una buona causa per cui combattere e un significato per la propria, fino quel momento, inutile esistenza. Come al solito, però, c’è modo e modo di raccontare la [...]]]> di Sandro Moiso

Nic Pizzolatto, Galveston, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 287, 18 euro

«Sto morendo», le dissi
«Tocca a tutti, prima o poi».
(Nic Pizzolatto, Galveston)

Sicuramente è un cliché piuttosto diffuso, nel cinema e nella letteratura, quello del duro o del killer, più o meno ex, che si sorprende ad essere stanco del proprio lavoro e che per una ragazza incontrata per caso si illude di aver trovato finalmente una buona causa per cui combattere e un significato per la propria, fino quel momento, inutile esistenza. Come al solito, però, c’è modo e modo di raccontare la stessa storia e Nic Pizzolatto, già autore e sceneggiatore delle prime tre stagioni di una serie di culto come “True Detective”, e produttore della quarta, sa benissimo come riaccendere l’attenzione del lettore intorno ad una trama che potrebbe, all’inizio, apparire come fin troppo scontata.

In realtà, però, sullo sfondo degli stabilimenti petroliferi della Louisiana e delle piattaforme per l’estrazione del petrolio nel golfo del Texas, si consuma un dramma che ha ben poco di eroico e in cui, come già succedeva nella scurissima serie televisiva, i riferimenti agli action movie e alle sparatorie di carta da cui i protagonisti escono, quasi sempre, ammaccati ma vincitori sono drasticamente esclusi.

E’ un mondo di piccoli insetti, parassiti e non, di scarafaggi senza scampo una volta che si accenda una luce su di loro e sulle loro misere esistenze, quello che Pizzolatto porta alla ribalta nelle pagine di un romanzo il cui riferimento più prossimo sembrerebbe essere Angeli di Denis Johnson (Feltrinelli, 1987 – prima edizione in lingua originale: Angels, 1977), anch’esso triste e privo di speranza alcuna. Una mancanza di prospettive o almeno di vie di fuga di cui il cancro ai polmoni che mina il respiro e l’esistenza del protagonista sembra essere la metafora più efficace.

Romanzi in cui il proletariato marginale, il “famigerato” lumpenproletariat di marxiana e mal compresa memoria, cerca inutilmente di sottrarsi ad un destino cui un dio ignoto e malvagio sembra averlo condannato fin dall’infanzia, senza alcuna speranza di riscatto. Un’infanzia, almeno quella di Roy, l’io narrante di Galveston, e del suo vicino di stanza di motel, il tossico Tray, fatta di affidi e di lavori “forzati” nei campi di cotone spacciati come “programmi di integrazione sociale”, ma destinati soltanto a rimpinguare le fila degli emarginati. A cui non sfugge neppure la co-protagonista ancora adolescente, ma già abituata alla vita di strada e alle violenze in famiglia, Rocky.

Nic Pizzolatto non ha qui bisogno, al contrario della prima serie di True Detective, di citare Il Re in giallo di Robert Chambers per evocare il male. Questo sgorga dalle lattine di birra schiacciate sull’asfalto, dai bicchieri e dai piatti di plastica abbandonati sulle spiagge grigie, dai distributori abbandonati, dai banconi di bar davanti ai quali, all’improvviso, un vecchio alcolista può crollare stecchito, senza una parola. Il male americano sembra nascondersi ovunque, soprattutto nelle desolation row dove prosperano soltanto l’ignoranza e le vite più miserabili e non soltanto là dove, secondo altri cliché più che usurati, sono acquartierati il potere e la ricchezza.

Non ci sono i paesaggi mitici dell’Ovest nel libro, anche se questo si svolge per la maggior parte in Texas e non c’è alcuna forma di romanticismo che possa funzionare per alleviare il dolore della vita o, almeno, della sua memoria mitica. Chi ce l’ha fatta non vuole più avere nulla a che fare, nessun contatto, neppure alcun ricordo, con chi è rimasto di là dal fiume. Fiume non di acque limpide, ma torbide di violenza, miseria, paura, sofferenza, viltà, dipendenza alcolica o tossica per il cui attraversamento non esistono ponti, se non quello da cui si è buttata la madre di Roy, già travolta dalla morte sul lavoro in uno stabilimento petrolchimico del marito, ma non padre di quello che sarà il loro disgraziatissimo figlio.

Ancora una volta la polizia è impotente nella salvaguardia degli ultimi e, forse non è neppure interessata a farlo, a meno che questi non abbiano informazioni da vendere, mentre i bambini più piccoli sono sballottati, attraverso un mare di menzogne, programmi televisivi, finzioni, affidi famigliari e sogni di successo che poi, troppo spesso, la società non sa e non può compensare con altro che la rivelazione di verità troppo scomode e drammatiche.

E’ un romanzo, quello di Pizzolatto, di cui non si può dire di più per non guastare la lettura di una vicenda che attanaglia il lettore con una trama che si snoda su due piani temporali diversi, distanziati di vent’anni, tra il 1987 e il 2008, costellata di rovine non solo umane ma anche naturali; con l’uragano Katrina che nel 2005 contribuì a sommergere le parti più povere e popolari di New Orleans1 e l’uragano Ike che percorse le coste atlantiche del Texas nel 2008. Un panorama di rovine che mostrano come anche nel cambiamento climatico siano gli ultimi a pagare i costi più elevaati. Anche soltanto per il fatto, come per i protagonisti delle vicende narrate, di non avere altri posto verso cui fuggire o a cui ritornare. Sradicati come gli alberi spezzati dal vento e dalle tempeste.

La giovane Rocky si prostituisce e ha ucciso il patrigno, i pensieri di Roy per lei non sempre sono “puri” e la visione delle donne di questo killer minore e abbruttito non può piacere al mondo “woke”. Anche i “negri” sono definiti come tali, perché non ci possono essere troppe raffinatezze o merletti nel linguaggio degli esclusi. La cultura del perbenismo o anche soltanto una larvata forma di coscienza sociale o di classe appare ben lontana da loro ed è proprio questo aspetto che occorre sottolineare nella recensione di un romanzo che vale assolutamente la pena di leggere. In fin dei conti, come arriva a pensare il protagonista: «Avevo sempre avuto una buona manualità, e sapevo saldare, montare tubi, smontare un motore, tirare pugni, sparare, ma cominciavo a capire che certe abilità non avevano fatto altro che limitarmi, mi avevano reso una funzione, un utensile»2. Una condizione proletaria che si barcamena tra delinquenza e lavori di saldatura su quelle piattaforme che costituiscono l’unico altro orizzonte della sua vita

Proprio per questi motivi la scelta elitaria di escludere vocaboli e comportamenti, per quanto odiosi, dalla trama e dai discorsi della realtà non serve ad altro che allontanare ancora di più chi appartiene alle schiere degli ultimi, e che mai saranno ammessi al regno dei cieli, dalle vicende di un mondo sempre meno “concreto” e sempre più classista e perbenista. Una storia che lascia l’amaro in bocca, ma che ha il merito di ricordarlo ai lettori, senza troppi giri di parole e senza inutili e ideologici sermoni.


  1. Sulle conseguenze sociali di quell’evento si veda: R. Keucheyan, La natura è un campo di battaglia. Saggio di ecologia politica, ombre corte, Verone 2019.  

  2. N. Pizzolatto, Galveston, Edizioni minimum fax, Roma 2025, p. 266. 

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Esperienze estranee alla norma https://www.carmillaonline.com/2024/05/29/esperienze-estranee-alla-norma/ Wed, 29 May 2024 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82613 di Sandro Moiso

William Sloane, Attraverso la notte, Introduzione di Stephen King, Adelphi Edizioni, Milano 2024, pp. 279, euro 19,00

«Non mi vengono in mente altri romanzi come questi, per stile e per sostanza. Il mio unico rimpianto è che William Sloane non abbia continuato a scriverne. Se l’avesse fatto, sarebbe forse diventato un maestro del genere o ne avrebbe creato uno completamente nuovo.» (Stephen King)

William Sloane potrebbe costituire una “scoperta” tardiva per gli appassionati di letteratura fantastica italiani e per questo non stupisce il fatto che, come già in altre occasioni passate, siano proprio le edizioni Adelphi a [...]]]> di Sandro Moiso

William Sloane, Attraverso la notte, Introduzione di Stephen King, Adelphi Edizioni, Milano 2024, pp. 279, euro 19,00

«Non mi vengono in mente altri romanzi come questi, per stile e per sostanza. Il mio unico rimpianto è che William Sloane non abbia continuato a scriverne. Se l’avesse fatto, sarebbe forse diventato un maestro del genere o ne avrebbe creato uno completamente nuovo.» (Stephen King)

William Sloane potrebbe costituire una “scoperta” tardiva per gli appassionati di letteratura fantastica italiani e per questo non stupisce il fatto che, come già in altre occasioni passate, siano proprio le edizioni Adelphi a proporre uno dei suoi unici due romanzi nella collana Fabula con il numero 403. Una casa editrice certo non dedita in maniera specialistica alla letteratura fantastica, fantascientifica o horror che spesso, però, ha contribuito a diffondere in cerchie di lettori non esclusivamente appassionati alla letteratura di genere.

Questa non esclusività delle scelte editoriali ha fatto sì che sulle pagine dei suoi volumi siano stati riscoperti e rivalutati autori come Theodore Sturgeon, Georges Simenon con i suoi romanzi basati sulla figura dell’ispettore Maigret oppure Mervyn Peake e Shirley Jackson, soltanto per citarne alcuni. Contribuendo, senza grandi formulazioni teoriche o di principio, ad un recupero degli stessi e della migliore letteratura di genere in un ambito letterario che, nell’Italia degli abominevoli e mortiferi “studi classici”, troppo spesso aveva bellamente ignorato la loro importanza.

William Milligan Sloane III (15 agosto 1906, Plymouth Massachusetts – 25 settembre 1974, New York) potrebbe essere un altro di questi. Con soli due romanzi alle spalle, lo scrittore americano sembra infatti meritare un riconoscimento sia per quanto riguarda la letteratura fantscientifica che horror e fantastica, anche se in quello appena tradotto da Gianni Pannofino coesistono anche elementi di thriller che lo avvicinano alla letteratura inglese del mistero.

Laureatosi all’Universtà di Princeton nel 1929, Sloane è conosciuto principalmente per il suo romanzo To Walk the Night ora tradotto come Attraverso la notte, pubblicato in origine nel 1937.
La sua maggiore attività, però, non fu quella di scrittore avendo lavorato per più di 25 anni per diversi editori. Nel 1946 aveva fondato una sua casa editrice, la William Sloane Associates, che nel 1952 sarebbe stata venduta ad un’altra società. Dal 1955 fino alla sua morte fu direttore della Rutgers University Press del New Jersey.

Le sue altre opere furono comunque quasi tutte dedite alla letteratura o al teatro di genere fantastico o fantascientifico. Tra queste si possono enumerare: Back Home (1931, un dramma di fantasmi in un atto); Runner in the Snow (1931, un’opera del soprannaturale in un atto); Crystal Clear (1932, un’opera teatrale fantasy); The Edge of Running Water (1939, romanzo di fantascienza con elementi horror; adattato come il film The Devil Commands) di prossima pubblicazione presso Adelphi; Space, Space, Space: Stories About the Time When Men Will Be Adventuring to the Stars (1953) e Stories for Tomorrow: An Anthology of Modern Science Fiction (1954), due raccolte di racconti, queste ultime, entrambe curate dallo stesso Sloane.

I due romanzi To Walk the Night e The Edge of Running Water dopo essere stati stati ripubblicati insieme come The Rim of Morning nel 1964, sono stati ristampati nel 2015 con un’introduzione di Stephen King, che è anche quella che accompagna e introduce l’attuale edizione italiana. In cui il maestro dell’orrore ci informa che «nel 1937, in occasione di un pranzo di gala, Sloane conobbe Carl Gustav Jung e scoprì con una certa sorpresa che il grande psicoanalista aveva letto Attraverso la notte (nella sua forma teatrale originaria) e riteneva che l’idea centrale del libro, quella di una « mente itinerante », rispecchiasse con esattezza la sua idea di anima quale archetipo astratto e quasi soprannaturale dell’inconscio.»1.

Infatti, l’opera in questione, pur iniziando nel più classico dei modi della letteratura americana di fantascienza o dell’orrore, ovvero con un resoconto di un dramma di cui la maggioranza della società rimarrà e, probabilmente, dovrà rimanere all’oscuro per il proprio bene, non può essere pienamente ascrivibile né alla fantascienza, né al mistery e all’horror. Pur contenendo elementi di tutti e tre i generi e, come ancora afferma King:

Ignorando le convenzioni dei generi, i romanzi di Sloane risultano opere letterarie a tutto tondo.
Non di grande letteratura, forse: non è l’argomento che voglio trattare qui. Se si è in cerca della grande letteratura americana degli anni Trenta bisognerà rivolgersi a Hemingway, a Faulkner e a Steinbeck. Se tuttavia si confrontano questi romanzi con ciò che allora veniva pubblicato su riviste di fantascienza quali «Thrilling Wonder Stories» o su riviste pulp come «Weird Tales», salta all’occhio la differenza nella lingua e nello stile, nei temi e nelle ambizioni!
Sloane costruisce i suoi racconti con paragrafi accuratamente cesellati, sempre limpidi e diretti. È un uomo vecchio stampo, con un’ottima preparazione scolastica […] e aveva doti narrative non indifferenti da unire alle capacità di scrittura essenziali. […] Malgrado qualche orpello fantascientifico (semplici automatismi dell’autore, in realtà) e alcune convenzioni del romanzo mystery […] In Attraverso la notte, scopriamo che nel corpo di Luella Jamison, una giovane ritardata, si è insediata una mente incorporea – forse una forma di vita aliena giunta dallo spazio, forse un’intelligenza umana appartenente a un altro flusso temporale o a un’altra dimensione –, trasformandone la stolidità in algida bellezza classica.
Nelle mani degli autori horror suoi contemporanei – H.P. Lovecraft, Clark Ashton Smith, August Derleth – concetti spaventosi di questo tipo sarebbero stati resi con una prosa altisonante e forbita [ma] Non è mia intenzione, qui, criticare Lovecraft – sono tante le ragioni per cui gli scrittori coevi lo imitavano –, ma Sloane è più modesto nel suo approccio, più razionale, e questo rende le sue opere più accessibili e, in fin dei conti, più perturbanti. Sloane, inoltre, era capace di scrivere dialoghi serrati, una dote che pochi autori horror del periodo sembrano possedere.
[Inoltre] Lovecraft non avrebbe mai considerato la possibilità di accentuare l’orrore per mezzo dell’umorismo. In primo luogo, questa soluzione non corrispondeva alla sua concezione classica del genere; e poi Lovecraft (come molti scrittori horror passati e presenti) sembra privo di senso dell’umorismo. In questi due romanzi, invece, l’umorismo funziona, e a meraviglia2.

Sono esperienze incomprensibili, estranee alla vita di tutti i giorni, quasi aliene, “condannate per un certo tempo a errare nella notte” prima che la mente umana possa riconoscerle per ciò che sono o liquidarle come semplici fantasie, quelle al cuore del primo dei due romanzi scritti da William Sloane. In cui la vicenda ha inizio una notte del 1936, quando due giovani in visita alla loro ex università, trovano il professor LeNormand, luminare di astronomia, avvolto da un fuoco “mai visto”, simile a “un parassita che lo possedeva e lo consumava, apparentemente dotato di vita propria”. Fiamme che ne carbonizzano il corpo risparmiano tutto il resto, compresi i vestiti e le carte su cui stava lavorando. Costringendoli a chiedersi chi è davvero Selena, l’intelligentissima, enigmatica moglie di LeNormand, comparsa dal nulla tre mesi prima, in apparenza senza passato e senza età, e destinata a sconvolgere anche la loro vita dei due giovani. Per scoprirlo dovremo attraversare, insieme al superstite dei due, una notte che avrà i contorni di un incubo, ricostruire da capo una storia «tragicamente illogica e inspiegabile», e lasciare ogni certezza, perché forse la soluzione «sta in ciò che non sappiamo».

E’ l’ignoto il motivo di ogni autentico terrore, così come l’abisso e il vuoto che sembrano circondare la vita di ognuno, le speranze e il tentativo di dare una spiegazione razionale alla solitudine (almeno apparente) della specie umana nell’universo e alla morte che sembra costituire l’unico autentico destino della stessa. Non nascondiamocelo, Chambers nel suo Re in giallo (1895) avrebbe parlato di “stelle nere”, Lovecraft di un tempo che dopo innumerevoli eoni è destinato anch’esso a morire e di “dei ciechi e idioti che ballano nudi al centro del cosmo”, ma Sloane ci avvicina allo stesso orrore attraverso la figura affascinante e perturbante, allo stesso tempo, di una donna algida e sensuale. Cosa che il solitario di Providence non avrebbe mai saputo o potuto fare nel corso dell’intera sua opera. Motivo per cui, probabilmente, Robert Bloch avrebbe poi incluso Attraverso la notte tra i suoi romanzi horror preferiti.

Va segnalata, infine, nel contesto di una casa editrice che ha fatto dell’eleganza delle copertine un proprio tratto distintivo, l’illustrazione bellissima e inquietante di Nina Bunjevac scelta per la cover, destinata certamente a suscitare l’attenzione delle lettrici e dei lettori più curiosi.


  1. S. King, Introduzione a W. Sloane, Attraverso la notte, Adelphi Edizioni, Milano 2024, p. 12.  

  2. Ibidem, pp. 13-16.  

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