Resistenza – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 24 Jun 2026 20:00:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 L’Agnese va a morire, di Renata Viganò https://www.carmillaonline.com/2026/04/29/lagnese-va-a-morire-di-renata-vigano/ Wed, 29 Apr 2026 19:58:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94311 di Mauro Baldrati

Einaudi, Torino 1949 – 2024 pagg. 246 euro 12.50

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Renata Viganò. La ricordiamo con alcune note di lettura del suo romanzo, uno dei più importanti e sinceri sulla guerra partigiana.

Alfonsine è un paese di 11.667 abitanti della Bassa ravennate. Si trova sulla linea di confine con la provincia di Ferrara, che interessa gran parte delle valli di Comacchio. A guerra ormai terminata i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare gli edifici, per cui è stato quasi interamente ricostruito. Qui, lungo la riva destra del fiume Reno, in zona [...]]]> di Mauro Baldrati

Einaudi, Torino 1949 – 2024 pagg. 246 euro 12.50

Oggi ricorre il cinquantesimo anniversario della morte di Renata Viganò. La ricordiamo con alcune note di lettura del suo romanzo, uno dei più importanti e sinceri sulla guerra partigiana.

Alfonsine è un paese di 11.667 abitanti della Bassa ravennate. Si trova sulla linea di confine con la provincia di Ferrara, che interessa gran parte delle valli di Comacchio. A guerra ormai terminata i tedeschi in ritirata hanno fatto saltare gli edifici, per cui è stato quasi interamente ricostruito. Qui, lungo la riva destra del fiume Reno, in zona foce del fiume Senio, è posizionata una classica casa colonica di fine Ottocento, con l’arco centrale, i solai di canne e tavelle, il tetto in coppi. Fu scelta da Giuliano Montaldo nel 1975 per girare il film tratto da L’Agnese va a morire. Uscito nel 1949, il libro fu al centro di polemiche più che altro politiche che riguardavano gli aspetti della Resistenza, che ne travalicarono il contenuto letterario. Per cui a lungo fu considerato un memoir, importante e dettagliato, sulla guerra partigiana che infuriò nella zona delle valli. In realtà non si tratta di un memoir in senso stretto, ovvero una serie di eventi narrati con precisione, dove i personaggi, e la progressione degli eventi, sono al servizio di una restituzione esatta degli eventi stessi. L’agnese va a morire è un romanzo scritto col filtro letterario di una scrittrice esperta e raffinata, che ha proiettato se stessa e la sua esperienza su una donna veramente esistita, prendendosi tutte le libertà concesse per rappresentare il mondo, il conflitto, e l’avanzare implacabile della Storia: quella di una terra, la sua terra, occupata da una spaventosa dittatura.

La prima volta che vidi l’Agnese, o quella che nel mio libro porta il nome di Agnese, vivevo davvero in un brutto momento. Ero in un paese della Bassa, sola col mio bambino. Mio marito l’avevano preso le SS a Belluno, non ne sapevo più niente, ogni ora che passavo lo vedevo torturato e fucilato, un corpo anonimo che non avrei trovato mai più, neppure per seppellirlo. Nel villaggio mi credevano una sfollata della città, con la casa distrutta da un bombardamento: a causa dell’arresto di mio marito avevo perso i contatti coi compagni, non potevo parlare con nessuno dei veri dolori. Venne l’Agnese, un giorno che stavo nel greto del fiume (il Reno ndr) a guardar giocare il bambino con la sabbia, e intanto pensavo che forse sarei stata sempre così sola nel guardarlo giocare e poi studiare e poi crescere e diventare un uomo senza il babbo. L’Agnese mi arrivò vicino coi suoi brutti piedi scalzi nelle ciabatte. Vidi per primi quei brutti piedi, ero tanto piena di odio e di pena che mi fecero schifo. (Dalla postfazione dell’autrice La storia di Agnese non è una fantasia).

I “brutti piedi scalzi” di una “donna vecchia e grassa”, sono presenti come importanti comprimari nel romanzo. Se qualcuno ha visto il formidabile Una battaglia dopo l’altra avrà presente Leonardo DiCaprio che corre, combatte, cade, si rialza sempre indossando una vecchia vestaglia sbottonata. Ebbene l’Agnese è sempre in ciabatte. In ogni scena, ogni evento. Durante l’orribile inverno vallivo, sferzata dal vento, dalla pioggia, con la neve, “Mamma Agnese” avanza nella notte spettrale, spingendo una di quelle pesanti biciclette con l’eterna sporta coi viveri e i messaggi per i partigiani nascosti in una casa allagata, affondando i piedi in ciabatte nella fanghiglia gelida, o addirittura nell’acqua, quando gli invasi tracimano e allagano i sentieri.

Sul personaggio, che nella realtà ha condiviso con l’autrice le peripezie, e le sgridate del Comandante che le facevano piangere, Renata Viganò ha riversato tutto il peso della Storia, ma anche se stessa, il suo dolore, la sua determinazione e l’assoluta fedeltà alla propria missione. Una immensa protagonista letteraria che passa attraverso eventi realmente accaduti, lo scontro senza pietà contro un nemico mortale, in un connubio perfetto di iperrealismo e finzione, con personaggi realmente esistiti anche se riprogrammati per esigenze letterarie: “Se ho voluto mutare il fisico del comandante e l’ho reso piccolo e grigio mentre era robusto e bruno, anche se ho inventato nomi di battaglia e posposto i fatti e alterate le età, fu per aver moto più libero nell’acqua corrente nel racconto.” (Dalla citata postfazione).

L’Agnese è un personaggio complesso in questo romanzo perfettamente materialista, come lo è stata la Resistenza: “Non crediate che ci si dicesse frasi eroiche. Nessuno nella guerra partigiana diceva mai frasi eroiche, neppure quando stava per morire. Tutt’al più gridava: ‘Viva i partigiani’, o cantava ‘Bandiera rossa’ e questo è già molto per uno che sta per morire”. Supera i limiti del neorealismo per assurgere quasi alla dimensione di personaggio collettivo, protagonista ma al contempo ostaggio della Storia. Su questo riflette Sebastiano Vassalli nella breve, lapidaria introduzione:

E’ fin troppo evidente che Agnese non è solo un personaggio letterario, è un simbolo di qualcosa di più grande e di più importante che tanto meglio traspare nel testo quanto più essa si annulla come personaggio, per accumulazione di virtù negative: semplicità, umiltà, abnegazione eccetera. Agnese è una donna che vive, sia pure in una prospettiva limitata, un grande fatto storico: annullandosi come donna, diventando “donna senza qualità”, Agnese esce in pratica dalla realtà per diventare incarnazione di un mito destinato a compiersi con la sua morte (quella morte di cui il lettore sa già prima di aprire il libro, dal titolo). (…) E’ anche un’immagine collettiva, è uno dei molti, è oggetto e soggetto del sacrificio, è un personaggio assai reale sotto certi punti di vista, ma poi disumano per la sua grandezza, la sua capacità spinta fino all’assoluto di annullarsi nei fatti e nelle vicende.

Il romanzo materialista avanza con cadenza inesorabile, come lo fu la lotta partigiana. Obbligato il confronto con l’altra opera-capolavoro, la scrittura di Beppe Fenoglio. Gli stessi pericoli mortali, gli stessi stenti che calano il lettore in uno stato di identificazione e malessere per gli inenarrabili sacrifici cui erano costretti i partigiani. E la stessa inevitabile – così inevitabile da diventare “normale” – ineluttabilità. In Fenoglio compaiono alcune fucilazioni di fascisti e nazisti caduti prigionieri. I condannati di fronte alla morte regrediscono allo stato infantile. Piangono, implodono, gli cambia addirittura la voce. Siamo praticamente costretti a provare un briciolo di pietà. Ma non ci può essere pietà in una guerra all’ultimo sangue. Compassione forse, ma l’esecuzione va portata a termine. Nel libro della Viganò i componenti della brigata organizzano una pericolosissima azione per liberare dei compagni prigionieri dei fascisti. Lanciano un attacco, neutralizzano i fascisti, liberano i compagni, uno è morto, un altro stremato e sfigurato dalle torture. Prima di uscire, sulla soglia, il Comandante dà l’ordine: “Fateli fuori tutti”. Va fatto.

E’ la guerra, una guerra scatenata dagli occupanti con la partecipazione attiva dei traditori del paese occupato. Non c’è morale rassicurante, la morale è nella lotta senza quartiere, nella clandestinità e nel rischio continuo della vita, quando la vita non viene stroncata. Avvincente, irto di pericoli e colpi di scena, non si sottrae alla vocazione di romanzo d’avventura. Un’avventura che veicola la missione stessa della letteratura e dell’arte, quando l’arte si pone di fronte alla rappresentazione della vita, con tutti i suoi conflitti, le sue tragedie, e si schiera in una lotta feroce del bene contro il male.

(La foto: la casa dell’Agnese ad Alfonsine)

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Philip Roth, l’ebreo e l’altro https://www.carmillaonline.com/2026/04/28/philip-roth-lebreo-e-laltro-ebreo/ Tue, 28 Apr 2026 19:40:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94335 di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, [...]]]> di Sandro Moiso

Philip Roth, Operazione Shylock, prefazione di Emmanuel Carrère, traduzione di Ottavio Fatica; Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 455, 22 euro.

Se il passato della nazione è stato soprattutto un sogno, perché non cominciare a sognare un nuovo futuro, prima che questo sogno si trasformi in incubo? (Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico, 2010)

Gregor Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un po’ la testa vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi. “Che mi è successo?” pensò. Non era un sogno. ( Franz Kafka, La metamorfosi, 1915)

Occorrer partire da un altro scrittore di origini ebraiche, autore di una delle opere più significative della letteratura del ‘900, per affrontare un tema che è presente in molte opere di Philipo Roth ovvero quello dell’altro da noi che in realtà è in noi, del doppelganger (il “doppio camminatore”) che al contempo fa parte di noi e di un altro, con cui condividiamo l’aspetto esteriore. Costretti a vivere una vita non nostra oppure ad assistere mentre tenta di sostituirsi a noi.

Una volta «consapevoli – come hanno osservato Gioacchino Toni e Paolo Lago – che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi»1, diventa evidente che l’altro da sé stimola gran parte delle paure moderne basate sulle differenze di razza, classe, genere e che ciò avviene perché spesso tale alterità può anche presentarsi come la presa di coscienza dell’esistenza dell’altro nel sé.

Prima ancora di Kafka, fu certamente Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (1776 -1822) il primo autore a far precipitare, con i suoi Notturni e in particolare con il racconto L’uomo della sabbia (1815), nella letteratura della sua epoca la figura del doppio, una sorta di gemello malvagio che si presenta rivelando il lato più oscuro e patologico della personalità.

Possiamo fissare qui l’inizio dell’incubo della modernità rappresentato dalla paura della perdita del sé o della scoperta di essere individualmente portatori di un altro Io, sconosciuto e fin troppo conosciuto allo stesso tempo. Un Io altro nascosto dall’abitudine a frequentarlo senza riconoscerlo per quello che è davvero e che, magari, le convenzioni sociali e le narrazioni su cui si basano le fondamenta della comunità che circonda l’individuo abituano a considerare come espressione autentica del sé.

Una figura che diventa ossessione nel romanzo di Philip Roth, Operazione Shylock (Operation Shylock: A Confession, 1993) appena ripubblicato da Adelphi, che già aveva abitato altre opere dell’autore americano ma che, in questo caso, è identica in tutto e per tutto, fin nel nome (Philip Roth), a quella dell’io narrante ovvero l’autore stesso.
Anche se il doppio dello scrittore rinvia all’altro con cui deve fare fatalmente i conti chiunque appartenga alla comunità ebraica in qualsiasi parte del mondo, motivo per cui il romanzo sottopone all’attenzione del lettore il problema di quante siano le sfaccettature che tale identità porta con sé, fin dai tempi della sua invenzione mosaica2.

Roth (1933-2018), era, e rimane, secondo il critico americano Harold Bloom: «il culmine di un enigma irrisolto nella letteratura ebraica dei secoli XX e XXI» – poiché – «le complesse influenze di Kafka e Freud e il malessere della vita ebraico-statunitense produssero in Philip un nuovo genere di sintesi». Una sintesi in cui il problema dell’ebraicità è posto in maniera ironica, talvolta distopica come nel Complotto contro l’America (The Plot Against America, 2004 – ed. italiana Einaudi, Torino 2005), quasi sempre ferocemente drammatica e comica allo stesso tempo. Proprio come capita in Operazione Shylock la cui lettura, nonostante i problemi trattati, suscita in chi lo abbia tra le mani numerosi momenti di ilarità.

L’autentico capolavoro dello scrittore è da sempre considerato Portnoy’s Complaint (1969 – oggi in italiano come Portnoy nelle edizioni Adelphi, 2025), allo stesso tempo tragedia e commedia personale di Alexander Portnoy, un paziente ossessivamente monologante, preda di una nevrosi a sfondo sessuale, che dopo le iniziali accuse di oscenità si trasformò in un grande successo di vendite. Nonostante ciò, il filosofo israeliano Gershom Scholem, presidente dell’Accademia israeliana delle Scienze e delle Lettere, affermò che Portnoy’s Complaint avrebbe potuto causare un secondo Olocausto: «Questo è il libro che tutti gli antisemiti aspettavano», scrisse sul quotidiano «Haaretz», riferendosi al modo in cui gli ebrei venivano ritratti attraverso i ricordi del protagonista.

Gershom Sholem aveva in precedenza rotto ogni rapporto, nonostante l’amicizia che li legava da due decenni, con Hannah Arendt a seguito della polemica sorta tra i due a partire dalla pubblicazione da parte della seconda di La banalità del male3, nel 1963. Il testo era dedicato all’analisi del processo svoltosi a partire dall’11 aprile 1961 contro l’ufficiale Adolf Eichmann (1906-1962) — rapito in Argentina, quindi processato e giustiziato (1962) dallo Stato di Israele a Gerusalemme — che aveva offerto all’autrice e filosofa la possibilità di riflettere sull’eccezionalità, o meno, della Shoa.

Opera che ave fatto infuriare gran parte dell’ambiente intellettuale ebraico, alimentando fin dal suo apparire aspre critiche in tutto il mondo nei confronti della Arendt, rea di aver violato l’autentico tabù posto a fondazione e giustificazione storica dello Stato di Israele. Motivo per cui Sholem avrebbe scritto in una lettera a lei indirizzata il 23 giugno 1963:

«Perché, allora, il tuo libro lascia dietro di sé un simile sentimento di amarezza e vergogna, e non rispetto a ciò che viene riferito, bensì rispetto a chi riferisce? Perché il tuo resoconto occulta in così larga misura ciò che viene presentato in quel libro, che pure tu avevi giustamente voluto raccomandare alla riflessione? La risposta, per quanto io ne abbia una e che non posso tacere proprio perché ti stimo così profondamente, (…) [risiede in] ciò che ci divide in questa vicenda. È il tono senza cuore, spesso persino beffardo, con cui questa materia, che ci tocca nel centro reale della nostra vita, viene da te trattata. Nella lingua ebraica esiste qualcosa di assolutamente concreto e in alcun modo definibile che gli ebrei chiamano Ahavat Israel: l’amore per gli ebrei. Di tutto ciò, cara Hannah, non vi è traccia in te […] Non provo alcuna simpatia per quello stile improntato alla leggerezza di cui dai prova fin troppo spesso nel tuo libro. È in modo inimmaginabile inadeguato alla materia di cui parli»4.

I toni sono solo apparentemente più pacati rispetto a quelli usati successivamente con Roth, ma la sostanza rimane la stessa: il buon ebreo deve amare Israele e nel fare ciò non deve avere dubbi di sorta o fornire immagini fuori luogo della cultura e dell’identità ebraica. Non per nulla Scholem, oltre ad essere riconosciuto come il più autorevole pensatore di mistica ebraica, era a tutti gli effetti uno dei padri dello Stato di Israele, dove si era trasferito negli anni Venti, insegnando all’università dal 1925 al 1965, per poi essere insignito del ruolo di presidente dell’Accademia delle Scienze di Israele. Cui Hannah Arendt, docente universitaria negli Stati Uniti e autrice, tra le tante sue altre opere, di un fondamentale testo sulla barbarie totalitaria, le Origini del totalitarismo, avrebbe risposto con una lettera del 24 luglio dello stesso anno:

«Hai perfettamente ragione, non sono animata da alcun amore di questo genere, e ciò per due ragioni: nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né il popolo francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo “solo” i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo, è l’amore per le persone. In secondo luogo, questo «amore per gli ebrei» mi sembrerebbe, essendo io stessa ebrea, qualcosa di piuttosto sospetto. Non posso amare me stessa o qualcosa che so essere una parte essenziale della mia persona. La verità è che io non ho mai avuto la pretesa di essere qualcosa d’altro o diversa da quella che sono, né ho mai avuto la tentazione di esserlo. Sarebbe stato come dire che ero un uomo e non una donna – cioè qualcosa di insensato. So, naturalmente, che esiste un “problema ebraico” anche a questo livello, ma non è mai stato un mio problema – nemmeno durante l’infanzia. Ho sempre considerato la mia ebraicità come uno di quei dati indiscutibili, della mia vita, che non ho mai desiderato cambiare o ripudiare. Esiste una sorta di gratitudine verso ciò che è così come è; per ciò che è stato dato e non è, né potrebbe essere, fatto; per le cose che sono “physei” e non “nomo”»5.

C’è ancora da aggiungere che la Arendt aveva abbracciato la causa sionista durante gli anni dell’occupazione nazista dell’Europa, ma i seguito aveva duramente criticato non solo la pretesa dello Stato ebraico di dominare i territori abitati da milioni di arabi senza tenere conto delle necessità degli stessi, ma anche le figure politiche su cui tale pretesa si appoggiava, come scrisse in una lettera del dicembre1948, redatta insieme ad Albert Einstein, inviata al «New York Times».

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut)6, un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. È stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.
L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli Stati Uniti è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservatori americani. […]
Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.
Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. È nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.
[…] All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla comunità ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettevano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo7.

Non solo, poiché in un’altra occasione la stessa aveva scritto:

Il nazionalismo è piuttosto nefasto quando s’appoggia unicamente alla forza bruta della nazione. Un nazionalismo che riconosce la necessità di dipendere dalla forza di una nazione straniera è ancora peggiore. E’ questo il destino incombente sul nazionalismo ebraico e sul progettato Stato ebraico, inevitabilmente circondato da Stati Arabi e popolazioni arabe. Persino una maggioranza di ebrei in Palestina – anzi, perfino il trasferimento di tutti gli arabi di Palestina, come i revisionisti [sionisti] richiedono apertamente – non cambierebbe, nella sostanza, una situazione in cui gli ebrei devono, nello stesso tempo, chiedere la protezione di una potenza estera contro i loro vicini e pervenire a un accordo efficace con loro. […] se i sionisti continueranno a ignorare i popoli del Mediterraneo e a guardare unicamente alle grandi potenze lontane, finiranno coll’apparire strumenti o agenti di interessi estranei e ostili. Gli ebrei che conoscono la loro storia dovrebbero rendersi conto che una situazione del genere condurrebbe inevitabilmente a una nuova ondata di odio anti-ebraico, l’anti-semitismo di domani8.

Occorre partire da qui, dunque, per parlare del “doppio ebraico” di cui si parlava a proposito del romanzo di Roth, anche perché l’autore/narratore inizia la sua peregrinazione alla ricerca del suo alter ego a Gerusalemme proprio in occasione del processo reale, come molti altri fatti e personaggi presenti nel testo, a un tranquillo pensionato ucraino, tale John Demjanjuk, che i sopravvissuti di Treblinka accusavano di essere stato il più orrendo dei carnefici, noto con il soprannome di Ivan il Terribile. Fatto che è impossibile separare da quanto si affermava poc’anzi a proposito delle presenza di Hannah Arendt al processo Eichmann nel 1962.

Un processo, però, quello a Demjanjuk, avvenuto realmente e da cui l’imputato uscì assolto a differenza di Eichmann, che fornisce a Roth la possibilità di sottolineare gli elementi di “eccezionalità” della Shoa e tutte le narrazioni inerenti le sofferenze degli ebrei internati e della spietatezza dei loro carnefici; come, appunto, secondo Sholem anche la Arendt avrebbe dovuto fare per dimostrare il proprio amore per il “suo popolo”.

A quanto pare, Roth non seguì davvero il processo. E tanto meno si trovò di fronte, a Gerusalemme, a un quasi-sosia che si spacciava per lui, Philip Roth, e sotto la sua identità raccoglieva fondi destinati a promuovere un grandioso progetto, il diasporismo, ovverosia la partenza da Israele di vari milioni di ebrei ashkenaziti (i sefarditi a Roth interessano pochissimo) verso il loro paese di origine, la Polonia, dove il falso Roth è certo che saranno accolti a braccia aperte. Tali amorevoli sentimenti dei polacchi nei confronti dei loro ebrei gli sono stati garantiti da papa Giovanni Paolo II e da Lech Wałesa. Oltre a promuovere il diasporismo, il falso Philip Roth ha creato il gruppo degli Antisemiti Anonimi 9.

Un’operazione, quella dell’”altro” Philip Roth che crea un elemento di comicità, proprio a partire dal cozzo con la realtà dei fatti. Prima di tutto un papa polacco che proprio nel 1979 era stato il primo pontefice a celebrare una messa nel lager di Auschwitz, portavoce di un cristianesimo “polacco” che non si era distinto particolarmente nell’opera di salvataggio degli ebrei. Tema sul quale si sarebbe scatenata l’ironia di una scrittrice ebrea americana, Tova Reich, che nel 2007 avrebbe fortemente ironizzato sulla pretesa cattolica di darsi una ripulita dal precedente antisemitismo nel suo romanzo My Holocaust (Il mio Olocausto, Einaudi, Torino 2008).

Uno scioccante atto di accusa contro la banalizzazione della memoria e la cultura del vittimismo che non risparmia niente e nessuno, a parte le vittime, in cui due soci in affari, riconoscono nell’Olocausto un buon prodotto da vendere. Così Maurice Messer, un sopravvissuto ai campi con una storia personale confezionata ad hoc, e suo figlio Norman, una vittima «per delega» in qualità di membro della cosiddetta seconda generazione, decidono entusiasticamente di imporlo sul mercato. Intravisto il profitto dello Shoah business i Messer usano l’eredità dei 6 milioni di morti per indurre il senso di colpa e spillare denaro. Per convincere gli eventuali mecenati organizzano così dei tour in un Auschwitz mercificato dato in pasto a comitive di ragazzini che si rincorrono tra le macerie dei crematori e buddhisti che sbarcano il lunario dando consulenze sui chakra.
Una satira cinica e scandalosa contro lo sfruttamento dell’Olocausto e il gran circo del vittimismo auto-consolatorio attorno alla memoria di una tragedia.

Il secondo fatto è costituito proprio dalla figura di Lech Walesa, che da rappresentante sindacale fondatore di Solidarność prima e capopopolo successivamente, divenne presidente del paese, dopo la fine del regime comunista, nel 1990. In tale veste traghettò la Polonia attraverso la privatizzazione e la transizione verso un’economia di libero mercato e contribuì ad avviare un periodo di ridefinizione delle relazioni estere del paese, sostenendo l’entrata della Polonia nella NATO e nell’Unione europea.

Wałęsa, però, è anche sempre stato un devoto cattolico e amico personale di papa Giovanni Paolo II oltre che fedele alla Vergine nera di Częstochowa. Convinto oppositore dell’aborto, nel 1993, durante la sua presidenza, firmò una legge che limita tutt’ora gli aborti in Polonia. Questa legge ha annullato l’accesso praticamente gratuito all’aborto che esisteva dal 1956 ed è una delle più restrittive in Europa. A completare il quadretto resta ancora irrisolto il problema del contributo dato da Walesa ai servizi segreti polacchi e russi nel corso degli anni Settanta.

Nulla di più lontano dunque da un tranquillo rientro garantito degli Ebrei in Polonia dove, al contrario, come ha documentato Adam Michnik, i superstiti dei lager, una volta rientrati a casa furono talvolta eliminati dai vicini che nel frattempo si erano impadroniti delle loro proprietà10.

Ma il vero nemico per gli ebrei del mondo, come si afferma nel romanzo di Roth attraverso le parole del “falso” Philip, è rappresentato proprio dallo Stato di Israele, così come aveva anche affermato Primo Levi in un’intervista a «la Repubblica» del 24 settembre 1982, proprio in occasione del massacro di Sabra e Shatila compiuto a Beirut tra il 16 e il 18 settembre di quell’anno: «Il comportamento dell’attuale governo di Israele rischia di essere il peggior nemico degli ebrei». Cui aggiungeva poi ancora:

Per Begin «fascista» è una definizione che accetto. Credo che lo stesso Begin non la rifiuterebbe. E’ stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini. Sì, Begin è stato suo allievo […] La mia condanna comunque è totale11.

Ecco allora che nelle pagine del romanzo l’antagonista, il falso Philip Roth ovvero l’altro dall’ebreo “vero” che dovrebbe essere, afferma: «Sono un nemico di Israele, se vuole usare certi toni sensazionalistici, solo perché sto dalla parte degli ebrei e Israele non fa più gli interessi degli ebrei. Dalla fine della seconda guerra mondiale Israele è diventato la minaccia più grave per la sopravvivenza ebraica»12. Mentre poco prima aveva affermato che «il sionismo ha esaurito la sua funzione storica»13.

Naturalmente per “l’antagonista di Gerusalemme”, come l’autore lo definisce, il pericolo non è soltanto fisico, legato all’odio crescente degli arabi nei confronti degli ebrei, ma anche, forse soprattutto, culturale. La realizzazione dello Stato di Israele, insieme al suo alter ego e involontario sobillatore, l’antisemitismo dei pogrom e dei lager, ha finito soltanto col dare vita a un paese i cui, come afferma Claire la moglie del “vero” Roth, «sono tutti armati. Per la strada, metà della gente gira armata: non ho mai visto tante armi in vita mia»14, dove non c’è posto per la “cultura ebraica” e contano solo l’identità e la promessa della realizzazione del Regno di Sion esattamente come per l’America trumpiana delle sette del fondamentalismo evangelico.

Ma se il pericolo apparentemente è rappresentato per gli ebrei di Israele dall’odio dei palestinesi, il romanzo è ambientato al tempo della prima Intifada “delle pietre”, nondimeno l’autore, attraverso la voce di un vecchio compagno di università palestinese, George Ziad, concede ai veri altri sul suolo di Israele le parole per esporre un differente punto di vista.

Israele trionfante è un posto spaventoso, spaventoso dove prendere un caffè. Questi ebrei vittoriosi sono gente spaventosa. E non intendo solo i Kahane e gli Sharon. Intendo proprio tutti, compresi gli Yehoshua e gli Oz. I buoni, che sono contrari all’occupazione della Cisgiordania ma non all’occupazione della casa di mio padre, gli “israeliani belli” che non rinunciano alle ruberie sioniste ma neppure alla coscienza pulita. Non sono meno sprezzanti degli altri: sono addirittura più sprezzanti. Che ne sanno dell’“ ebraicità” questi ebrei “sani e sicuri di sé” che guardano dall’alto in basso voi “nevrotici” della diaspora? È sanità, questa? È sicurezza di sé, questa? Questa è arroganza. Ebrei che fanno dei loro figli bruti in uniforme – e come si sentono superiori a voi ebrei che non sapete niente di armi! Ebrei che usano il randello per rompere le mani ai bambini arabi […] A scuola insegnano ai figli a guardare con disgusto l’ebreo della diaspora, a vedere l’ebreo che parla inglese, l’ebreo che parla spagnolo, l’ebreo che parla russo come un mostro, come un verme, come un nevrotico terrorizzato. Come se questo ebreo che adesso parla ebraico non fosse solo un altro tipo di ebreo, come se parlare ebraico fosse l’apice dell’affermazione umana! Sono qui, pensano loro, e parlo ebraico, questa è la mia lingua e la mia patria, e non devo andare in giro domandandomi di continuo: “Sono ebreo, ma che cos’è un ebreo?”. Non devo essere uno di quei nevrotici che si mettono in discussione, che si odiano, che si sentono alienati, che hanno paura. E di ciò che quei cosiddetti nevrotici hanno dato al mondo in termini di ingegno, arte, scienza, competenze e ideali della civiltà, di quello non si curano. Del resto, non si curano del mondo intero. Per il mondo intero hanno una sola parola: goy! […] Oh, che ebreo immiserito è questo israeliano arrogante! Eh già, autentici sono loro, gli Yehoshua e gli Oz, e allora ditemi, gli domando, cosa sono Saul Alinsky, David Riesman, Meyer Schapiro, Leonard Bernstein, Bella Abzug, Paul Goodman, Allen Ginsberg, eccetera, eccetera, eccetera? Chi si credono di essere queste nullità provinciali? Aguzzini! Ecco la grande conquista ebraica: ricavare dagli ebrei aguzzini e piloti di caccia-bombardieri!15.

Ecco allora che anche la voce dell’intellettuale arabo serve a Roth per dare voce a dubbi che lo divorano: «“Dov’è Philip Roth?” domandavo ad alta voce. “Dov’è andato?”. Non lo dicevo per fare scena. Domandavo perché volevo saperlo»16. Così come la depressione, che accompagnò lo scrittore nel periodo precedente alla stesura del romanzo, che costituisce anche una falsa confessione come afferma l’autore proprio nell’ultima pagina17, serve a manifestare la separazione dell’ebreo da se stesso, dopo secoli di persecuzioni e decenni di identarismo sionista che lo hanno reso sempre più confuso e schizofrenico in un contesto che richiede a molti di essere ciò che non vogliono essere. Come le manifestazioni dei giovani e meno giovani ebrei americani a favore della causa palestinese dopo il 7 ottobre hanno contribuito a dimostrare, al contrario della più che farlocca narrazione del contributo dato dalla Brigata ebraica alla Resistenza italiana18.

Pagine da meditare, quelle di Roth e del suo Shylock, non a caso tratto dal nome di una delle figure più contraddittorie e controverse ideate da William Shakespeare, una volta considerato che la questione del doppio ebraico ne apre una ben più universale: quella dell’alienazione dell’essere umano dal suo essere sociale. Indipendentemente dalla classe, etnia, religione di appartenenza o dalle sofferenze patite in precedenza e che lo giustificherebbero nel suo desiderio di disumanizzare a sua volta tutti i suoi nemici ed avversari. Anche di ciò il paria ebreo19 può costituire rappresentanza e non solo dell’odio reciproco instillato ad arte da forze destinate soltanto alla distruzione e allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.


  1. G. Toni, P. Lago, Identità, alterità, spazio. Introduzione a G. Toni, P. Lago, Alle radici di un nuovo immaginario. Alien, Blade Runner, La cosa, Videodrome, Rogas Edizioni, Roma 2023, p. 21.  

  2. In proposito si vedano: S. Freud, Mosè e il monoteismo, Newton Compton Editori, Roma 2010; J. Assmann, Mosè l’egizio, Adelphi Edizioni, Milano 2000 e S. Sand, L’invenzione del popolo ebraico, RCS Libri S.p.a., Milano 2010.  

  3. H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1964.  

  4. Cit. in P. Fisogni, Amare gli amici, non il popolo. La controversia Arendt-Scholem sull’Ahavat Israel, «Exăgère Rivista» marzo – aprile 2026, n. 3-4 anno XI.  

  5. Cit. in H. Arendt, Ebraismo e modernità, Feltrinelli, Milano 2009.  

  6. Partito politico da cui deriva e ha le sue radici il partito di Netanyahu, il Likud, fondato nel 1973 proprio da Menachem Begin.  

  7. Albert Einstein e Hannah Arendt (più altri 48 firmatari), lettera al New York Times, 2 dicembre 1948.  

  8. H. Arendt, Zionism Reconsidered ora in Idith Zertal, Israele e la Shoa. La nazione e il culto della tragedia, Einaudi, Torino 2000, p. 165.  

  9. E. Carrère, Una di troppo, prefazione a P. Roth, Operazione Shylock, Adelphi Edizioni, Milano 2026, p. 12.  

  10. Si veda: A. Michnik, Il pogrom, Bollati Boringhieri editore, Torino 2007 e J. T. Gross, I. G. Gross, Un raccolto d’oro. Il saccheggio dei beni ebraici, Einaudi, Torino 2016.  

  11. P. Levi, «Io, Primo Levi chiedo le dimissioni di Begin», intervista rilasciata a G. Pansa, «la Repubblica» 24 settembre 1982.  

  12. P. Roth, Operazione Shylock, cit,. p. 53.  

  13. Ibidem, p. 42.  

  14. Ivi, p. 48.  

  15. Ivi, pp. 146-147.  

  16. Ibid., p. 31,  

  17. «Giusto per contraddirsi, perché contraddire se stesso, contraddire gli altri, contraddire il mondo intero è l’unico passatempo nonché l’unico patrimonio che Landsman e la sua gente possiedono.» in M. Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, RCS Libri, Milano 2007, p. 23.  

  18. Si veda: A. Fazolo, La Brigata ebraica. Una storia “controversa” dal 1944 ad oggi, 4 Punte Edizioni, 2026.  

  19. Si veda: H. Arendt, L’ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Casa Editrice Giuntina, Firenze 2017. Edizione originale The Jew as Pariah. A Hidden Tradition, 1944.  

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Dreamers https://www.carmillaonline.com/2026/03/07/dreamers/ Sat, 07 Mar 2026 21:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=92864 di Neil Novello

Rosa Mangini, La rivoluzione, forse domani, a cura di Chiara Solerio e Marco Vagnozzi, Divergenze, Pavia, 2025, euro 16.00.

Quella resistenziale, salvo le rare eccezioni rappresentate da Pin nei Sentieri dei nidi di ragno (1947) di Calvino o da Corrado nella Casa in collina (1948) di Pavese, personaggi più fuori che dentro la Resistenza, è una letteratura «in re». D’altra parte, attraverso l’impegno di Enne 2 in Uomini e no (1945) di Vittorini, la staffetta Agnese di L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, i protagonisti di I ventitre giorni della città di Alba (1952) di [...]]]> di Neil Novello

Rosa Mangini, La rivoluzione, forse domani, a cura di Chiara Solerio e Marco Vagnozzi, Divergenze, Pavia, 2025, euro 16.00.

Quella resistenziale, salvo le rare eccezioni rappresentate da Pin nei Sentieri dei nidi di ragno (1947) di Calvino o da Corrado nella Casa in collina (1948) di Pavese, personaggi più fuori che dentro la Resistenza, è una letteratura «in re». D’altra parte, attraverso l’impegno di Enne 2 in Uomini e no (1945) di Vittorini, la staffetta Agnese di L’Agnese va a morire (1949) di Renata Viganò, i protagonisti di I ventitre giorni della città di Alba (1952) di Fenoglio oppure la narrazione in presa diretta di Diario partigiano (1956) di Ada Gobetti o, ancora di Fenoglio, la vita di Milton nella Questione privata (1963) o quella di Johnny nel Partigiano (1968), la letteratura della Resistenza rappresenta una sua peculiare dimensione «abrupta», interamente collocata, per così dire, «in medias res».

All’alba degli anni Quaranta, prima ancora che una letteratura della Resistenza fissasse in narrazione i crudi anni della lotta armata antifascista, un’anonima insegnante del pavese, forse di origine tedesca, Rosa Mangini, tra il 7 e il 16 febbraio 1941 scrive il racconto lungo (o romanzo breve) La rivoluzione, forse domani, al novembre 2025 giunto alla ventinovesima ristampa. Sulla misteriosa autrice si sa, inoltre, che abbia scritto l’opera tra Costa de’ Nobili e San Zenone del Po, le terre pavesi presso il ramo dell’Olona che immette nel Po. Custodito in una cartella di pelle insieme a un romanzo andato perduto per i due terzi, La rivoluzione anzitutto ridefinisce la periodizzazione della letteratura resistenziale. Tra i romanzi appartenenti al canone, questo di Rosa Mangini costituisce, non solamente una prima voce, ma qualcosa di più. Esso appare un racconto pre-resistenziale, un’orchestrazione di contenuto che annuncia la resistenza antifascista prima della Resistenza. E prima della Resistenza, scrivendo La rivoluzione Rosa Mangini ha scritto anzitutto un’istantanea dal vero, la realistica fotografia di un mondo vivificato da uomini di grandi ideali tra eventi capitali accaduti in un lembo di terra esteso fra Zenevredo e i suoi immediati dintorni. La singolare caratura della narrazione, l’interpretazione resistenziale della Resistenza che verrà, tradisce propriamente l’imperativo «in re», cioè la lotta antifascista come fatto di armi, di violenza e sangue. E la tradisce perché La rivoluzione è resistenziale nella misura in cui mette in scena una primordiale coscienza politica collettiva, l’emergere di un sentimento che restituisce l’empito originario di un’organizzazione antifascista. Nella Rivoluzione insomma è in boccio l’avvento di una visione di parte e già la necessità di superare gli ideologemi antireazionari pervenendo così a una prassi secolare, a un’insurrezione sognata che resta embrionale e si fa la rappresentazione in vitro di un tempo di vittoria a venire.

Al cuore della Rivoluzione troviamo la storia d’amore tra Michele e Melania. Un cuore che irradia e pulsa sia la ragione del sentimento sia la volontà di opposizione, ideologica e prammatica, alla pervasiva forma di un’azione nazifascista che penetra nelle campagne, circola nei paesi, minaccia apparendo e così richiama appunto la necessità di contrastare, di pensare una dialettica liberatrice. Uomini come Michele e Melania, Clerici, Paolino, Volpe, Stalin e il Balussìn (e Bicio, Artemio, Cecco, Baldo) saranno i «condannati a morte della Resistenza italiana», i sognatori di un tempo aurorale cancellato dalla cupa barbarie fascista. Dall’inizio della Rivoluzione, infatti, per il vecchio Aldo Balossi i «giovanotti» sono anche «soldati», uomini in potenza di utilizzare un’arma, proprio contro quei «tudèsc» capaci di combattere la «guerra persa» (il Balossi vi ha combattuto contro nella Prima guerra mondiale), invisi anche a Michele che li obbligherebbe alla «servitù». Ora, nella Rivoluzione, l’intera sostanza dell’esistenza comunitaria figura una sopravvivenza edenica, e i giovani, gli anziani la vivono nella consapevolezza di doverla difendere, preservare dalla sciagura nazifascista. Ritorna in mente un celebre incipit critico di Pasolini a Un po’ di febbre di Sandro Penna, poi rifluito in Scritti corsari, tra le cui righe si legge di uno status quo inalterabile nonostante la forma della vita, ritenuta comunque stupenda, appaia un’isola felice battuta dalla marea fascista:

Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo!
La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori – che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire – ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, ché tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata.
Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che la città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati […].

Ora, la Rivoluzione mette in scena proprio tale «forma della vita», anzi introduce il suo momento aurorale e insieme la minaccia, il pericolo della sua fine. È qui dunque il nucleo esemplare del racconto, la storia intima, profonda di una comunità umana che si difende dall’apocalisse, dalla distruzione del proprio essere collettivo. Perché a rischio di perdita vi è proprio quel «paradiso» che Melania immagina quale teatro del suo amore per Michele, del suo amore appunto per la pasoliniana «forma della vita», o con le parole di Rosa Mangini, di un «sogno senza spazio e volume che prende l’età della giovinezza quando cavalca una fantasia». E dopo il primo e di qua del secondo bacio tra Michele e Melania a irrompere è la voce di Clerici, la voce che avverte l’amico su «due nella piazzetta!», due che parlano anche in nome di «chi si consegnava alle fila del regime». Quando poi Stalin affronta l’«uomo a capo nudo», l’uomo che ha chiesto «Qualcheduno sa dov’è?» a proposito di uno fra i «traditori», Mombelli, il giovane compagno replica coraggiosamente: «A tradire la terra!». I «traditori», dunque, con le parole di Melania, cioè «chi è con loro», figurano il flagello fascista identificando il morbo che contamina un «giardino incantato».

Ma il fascismo, le guerre del fascismo requisiscono e condannano vite umane, come Ercole e tanti figli di «comari», di madri senza una «bara» né una «pietra» su cui piangere le proprie creature. Morire senza ragione, perdere la vita per un mandato irragionevole, inumano, è su questo punto che la generazione dei Balossi, della moglie Gina e i «giovanotti», di Michele e Melania, si salda a un solido proposito, l’antifascismo come difesa del proprio mondo. Ed è da tale consapevolezza collettiva che il «nonu» Balossi regala una «lama» a Michele perché la faccia vibrare contro gli «impostori».

Quando due «foresti», uno in «camicia nera», l’altro della «stessa risma», entrano nell’osteria di Peppa e Giuàn, come per l’episodio di Stalin, ancora una volta è Melania il «deus ex machina», cioè chi ragiona sull’evento da una specola onnisciente: un vero e proprio panòpticon civile. La donna medita sulla possibile relazione tra i due squadristi, i cupi avventori nell’osteria, forse «impostori» o «traditori». Pertanto, il grande gioco della rivoluzione senza domani, nel racconto di Rosa Mangini richiama la comune volontà sociale di una traque al fascista segreto, al «tudèsc», a quel «Montacuto», al secolo Montù Beccaria, il nome del quale Melania coglie nel dialogo tra i due «gallonati» per poi riferirlo a Michele. La segreta tensione politica dei «giovanotti» appare, al momento del suo sviluppo, come un saggio di cospirazione, la prova di un gruppo di adolescenti antifascisti colto nell’atto di sperimentare strategie, prove, tattiche e scelte per contrastare la macchina fascista, la sua infame compromissione con i tedeschi. Quando la voce di Stalin si alza sulle altre, «chi sta col duce è contro di noi», la cospirazione sta maturando in un progetto, in un’idea ritenuta talmente «balorda» da poter scatenare un benefico «putiferio».

L’embrionale coscienza politica dei cospiratori è dotata di un forte senso politico. Esso, infatti, riguarda il tema cruciale della terra, in sostanza il luogo primo di sopravvivenza e di vita per la comunità. Saggiare i contadini introducendo la diceria che il «partito ha deciso di mandare degl’uomini a valutare le terre» allo scopo di «vendere ai tedeschi», è notizia che colpisce il bene primario, il denaro, alimentando così lo spauracchio della fame. Ma la «favola» pubblica è la colossale costruzione di una strategia politica in scala ridotta, un carotaggio teso a verificare la tenuta di una cospirazione volta a isolare il fascismo, e i fascisti a far apparire la banda di «predatori» che è. La cospirazione dunque equivale a una guerriglia di parole, anzi è una diceria armata senza spargimento di sangue. Poiché la «terra è l’unica bandiera a cui s’appartiene», per la sua difesa la comunità si schiera contro i «gallonati», fa opera di resistenza e protezione della loro sola possibile realtà, un «paradiso» appunto fatto di terra, fatto di «paese», fatto di «libertà» come racconta Melania a Michele parlando del significato della «poesia». Anzi, c’è di più. Vi è un’antropologia di base ontologica ovvero una dimensione dell’essere in permanente compimento nella terra. E tra essere e poesia, la Rivoluzione esprime il suo momento più religioso, la sua connotazione sacrale, nel nome ormai dichiarato di un «palpito di poesia che va dalle terre allo spirito e dallo spirito alle terre».

«Giovanotti», cospiratori, rivoluzionari in fieri, sognatori e una donna: la vera, l’«unica guerra vinta è quella che si smette di combattere». Così medita Melania, la mite pasionaria della Rivoluzione, in un momento di pensosa solitudine. L’immaginario politico si è aperto. Dalle cospirazioni di paese, la visione di Melania svetta in altri mondi e investe il grande e universale tema della guerra. È proprio Melania a riconoscersi, come in un rendez-vous della propria coscienza destinata a valicare il ristretto orizzonte paesano, anzi a distinguere la storia dalla Storia, i «sogni da niente» dagli alti ideali, le lotte paesane dagli infiammati furori. E così in un dialogo tra Stalin e Volpe, lo studente universitario proprietario di terre, a proposito della «rivoluzione» ammette che «per noi è fuori di natura». In una tale estraneità, appare, si rivela ciò che invece è nella natura profonda dei cospiratori, pensare a cosa accade, a cosa realmente accadrà «domani». È Stalin, il suo realismo profetico, a parlare di «Repubblica democratica d’Italia», a illuminare un orizzonte a venire senza dimenticare che per «questo bisogna combattere il regime», dare la «caccia al fascista», poiché solo attraverso un tale travaglio la comunità potrà vivere di terra e di democrazia, di libertà.

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Tremate, uomini, tremate… le streghe non se ne sono mai andate! https://www.carmillaonline.com/2025/10/15/tremate-uomini-tremate-perche-le-streghe-non-se-ne-sono-mai-andate/ Wed, 15 Oct 2025 19:50:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90684 di Sandro Moiso

Sabrina Zuccato, La levatrice di Nagyrév, Marsilo Editori, Venezia 2025, pp. 448, 19 euro

«La levatrice sapeva osservare la natura come nessun’altra: sapeva scorgere gli aspetti benefici, ma anche scovarne le anomalie. E ciò non avveniva soltanto in rapporto ai raccolti e alle bestie. Lei conosceva bene anche la natura umana e sapeva guardare dentro le persone, riuscendo a scandagliare la loro anima. Forse era per questo che le donne del villaggio le chiedevano udienza così spesso.[…] Per loro lei non era solo la levatrice di Nagyrév. Non era solo la guaritrice. Era molto di più: un’amica, un’insegnante, [...]]]> di Sandro Moiso

Sabrina Zuccato, La levatrice di Nagyrév, Marsilo Editori, Venezia 2025, pp. 448, 19 euro

«La levatrice sapeva osservare la natura come nessun’altra: sapeva scorgere gli aspetti benefici, ma anche scovarne le anomalie. E ciò non avveniva soltanto in rapporto ai raccolti e alle bestie. Lei conosceva bene anche la natura umana e sapeva guardare dentro le persone, riuscendo a scandagliare la loro anima. Forse era per questo che le donne del villaggio le chiedevano udienza così spesso.[…] Per loro lei non era solo la levatrice di Nagyrév. Non era solo la guaritrice. Era molto di più: un’amica, un’insegnante, una confidente. Lei era zia Zsusi, e aveva una soluzione per tutto.» (Sabrina Zuccato)

Il romanzo “storico” di Sabrina Zuccato, pubblicato da Marsilio all’inizio di quest’anno, offre l’opportunità di sviluppare una riflessione sulla pratica dell’autodifesa e della violenza delle donne, separando gli avvenimenti reali e storicamente comprovati da una narrazione falsamente femminile e femminista in cui le donne sarebbero solo e sempre vittime indifese della violenza maschile o altra. Incapaci di difendersi autonomamente e, spesso, in maniera estremamente originale e “creativa” dalle ingiustizia e dai soprusi che le circondano e le opprimono, se non affidandosi alla protezione delle istituzioni. Una concezione, quest’ultima, che, volente o nolente, non fa altro che riportare l’iniziativa delle donne sotto la grande ala dei sistema patriarcale, dello Stato e delle sue leggi.

Come ha infatti affermato Anna De Biasio, ricercatrice di Letteratura anglo-americana presso l’Università di Bergamo:

Pochi temi sono terreno di silenzi e di tabù come la violenza femminile. Che le donne possano essere attori della violenza e non solo vittime è sembrato a lungo un ossimoro: parte integrante dei sistemi permanenti e impliciti del pensiero, la rappresentazione del femminile è ancorata a un’immagine di dolcezza e di rifiuto del male che trova espressione nel classico cliché della donna angelo o nell’icona della madre. A questa ritrosia si aggiunge il timore che trattare la violenza agita o immaginata dalle madri, sorelle e figlie possa sviare l’attenzione dal drammatico problema della violenza subita, dagli abusi domestici agli stupri di guerra. Eppure storia e letteratura sono popolate di donne capaci di opporsi al dominio maschile con il ricorso alla forza e persino a rivestire ruoli di rilievo nell’ambito virile per eccellenza, quello della guerra. [Ma] non ovunque, nei contesti nazionali, queste (anti)icone di genere hanno trovato la stessa visibilità1.

E proprio da questo cono d’ombra occorre ripartire per sviluppare non soltanto la recensione del romanzo della Zuccato, ma anche, e soprattutto, una riflessione su cosa significhi avere o non avere rimosso l’azione violenta delle donne dalla narrazione di una Storia che si vorrebbe “al femminile”, ma che ancora non lo è, poiché troppo spesso destinata a ricalcare ancora l’immaginario maschile imposto alla figura e alla funzione della donna.

Sabrina Zuccato (Padova, 1992) è giornalista pubblicista e si occupa prevalentemente di cultura, critica cinematografica e attualità; come ci informa nell’Appendice, il suo romanzo si ispira a fatti realmente accaduti, tra il 1919 e il 1929, nella regione ungherese del Tiszazug, un episodio che sconvolse l’Europa non solo per l’efferatezza dei crimini, ma anche per un inedito capovolgimento dei ruoli: donne che uccidevano gli uomini e che si vendicavano.

Al centro delle vicende narrate si stagliano due figure, una maschile e una femminile.
La prima è quella del capitano Zsigmond Danielovitz, mentre la seconda è quella della levatrice Zsuzsanna Fazekas, entrambe realmente esistite.

Il capitano, un uomo indebolito dalla guerra, ma vigile, viene incaricato di indagare sul cadavere di un’anziana contadina, ma ci mette poco a scorgere, dietro gli occhi degli abitanti del villaggio di Nagyrév qualcosa di sinistro. Rendendosi ben presto conto che quella morte di una donna sulle sponde del fiume Tibisco, in quella ristretta comunità rurale in cui il benessere non è mai arrivato, non è che l’anello di una lunga catena di scomparse e incidenti che da tempo coinvolgono il piccolo villaggio, sperduto nella pianura ungherese. Dove superstizione, violenze, miseria e soprusi sono i protagonisti delle vite che si incrociano in questo affresco rurale, in cui a fare le spese di appetiti e frustrazioni sono sempre le donne, mentre le regole patriarcali della comunità magiara e le meschinità dell’animo umano creano situazioni insostenibili e sofferenze ingiustificabili per mogli e figlie, anziane e ragazze.

L’altro personaggio chiave, intorno al quale ruotano le storie di Nagyrév, è la misteriosa, levatrice dal passato nebuloso, spesso etichettata come «strega» dai suoi concittadini, temuta e, ogni tanto, rispettata, una figura carismatica, rarissimo esempio di donna emancipata, cui molte «sorelle» chiedono aiuto per risolvere i guai che hanno dentro casa. Gravate da inganni, stupri e sottomissioni, le vittime hanno infatti deciso di alzare la testa. Mentre i due personaggi principali, nella trama del romanzo, vedranno intrecciarsi i loro destini anche da un punto di vista sentimentale, in un momento fragile e breve prima della catastrofe finale.

Gli avvenimenti che ebbero luogo a Nagyrév, mostrando gli orrori di cui è capace la vita domestica e, allo stesso tempo, le forme di resistenza alle sopraffazioni di genere, possono costituire però anche una finestra sul presente. In cui i soprusi famigliari possono ancora incrociare le vie della guerra e delle sue conseguenze sugli uomini, le donne e le famiglie.

Mescolando drammaticamente desideri femminili inconfessabili, follia, rabbia e impotenza di uomini tornati inabili o gravemente menomati dalla guerra e per questo trasformati soltanto in inutili bocche da sfamare; vendette e ritorsioni per le violenze subite o minacciate dalle donne e nei loro confronti. Per le quali un parto in più spesso, oltre ad un’ulteriore esperienza dolorosa e traumatica, poteva costituire il motore per la soppressione dei figli o dei neonati che sapevano di non poter sfamare.

Ed è proprio da questa palude di necessità, rancori e paure che si svilupparono i fatti che sconvolsero tra il 1919 e il 1929, ma come afferma l’autrice forse anche già da prima, la regione del Tiszazug con l’avvelenamento di più di cento persone. Una catena di omicidi che sembrerebbe trovare nella levatrice di Nagyrév, Zsuzsanna Fazekas, la maggiore responsabile. Sulle cui responsabilità indagarono il capitano della gendarmeria Zsigmond Danielovitz e ll crudele magistrato inquirente Janos Kronberg. Mentre persino la descrizione contenuta nel romanzo degli abusi condotti sulle donne arrestate all’interno delle istituzioni carcerarie in cui vennero rinchiuse prende spunto dalla realtà dell’epoca.

La maggior parte dei giornali dell’epoca tendeva ad attribuire ogni colpa alla mancanza di moralità delle imputate, tornando a fornire un’immagine della donna schiava delle tentazioni del demonio che già aveva nutrito le fantasie perverse ed erotiche degli inquisitori nei confronti del sabba, ma che affondava le proprie origini nelle prime pagine dell’Antico Testamento e nella figura insaziabile di Eva.

Ma quelle donne non erano mai vissute nel giardino dell’Eden e nemmeno lontanamente in prossimità dello stesso, visto che, come si è accennato prima, molte di loro avevano dovuto subire a lungo le angherie di mariti e parenti alcolizzati e violenti. In un contesto di arretratezza culturale in cui il divorzio, pur possibile, non rappresentava una scelta socialmente tollerabile, soprattutto se a richiederlo era una donna.
Donne e ragazze che, a causa delle tradizioni patriarcali di quella stessa società, spesso dovevano sottostare alla volontà del capofamiglia che poteva disporre chi dovessero sposare. Condizione che faceva sì che le donne, prima come figlie e poi come mogli, non potessero godere di alcuna indipendenza economica.

Durante i primi anni del Novecento, nei villaggi del Tsizazug, la base del sostentamento era costituito ancora dai poderi a conduzione familiare, che determinavano la vita quotidiana e i valori della comunità. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, e la conseguente chiamata alle armi degli uomini più giovani e sani, la cura della casa e della famiglia ricadde interamente sulle spalle delle donne, che poi, terminato il conflitto, si trovarono in maniera del tutto inaspettata a dover provvedere a mariti e figli resi invalidi dalla guerra, spesso mutilati o compromessi a livello psicologico2.

Più di quaranta furono le donne arrestate con l’accusa di essere coinvolte in quella catena di omicidi, quasi tutti diretti contro mariti, padri o altri uomini che ne avevano in qualche modo guastata la vita e che furono, per questo, ripagati con dosi letali di arsenico.
A conseguenza di ciò, nel corso delle udienze dei processi tenutisi presso il tribunale di Szolnok tra il 1929 e il 1931:

due imputate furono assolte in primo grado per mancanza di prove attendibili, altre sei ricevettero pene detentive pesanti per aver avvelenato i loro parenti, otto furono condannate all’ergastolo perché si erano rese complici di omicidi di cui avevano beneficiato in maniera diretta. Infine, sei vennero condannate a morte; a tre di queste, la Corte suprema, durante l’ultimo grado di giudizio, ridusse la pena all’ergastolo.
Il metodo con cui queste donne ricavarono l’arsenico non è mai stato completamente chiarito […] Secondo la documentazione consultata, corrisponde al vero che l’arsenico fosse ottenuto attraverso l’ebollizione di carta moschicida, anche se il procedimento preciso non è mai stato esplicitato3.

Qui vale ancora la pena di ricordare le parole usate da una condannata per omicidio, Maria Papai, per confessare alla corte del tribunale il proprio crimine: «Non mi sento affatto in colpa, perché mio marito era un uomo molto cattivo, che mi picchiava e mi torturava. Da quando è morto, ho trovato la pace.»4.

Come ancora ci ricorda l’autrice: la levatrice di Nagyrév, la guaritrice, l’istigatrice, la strega. Zsuzsanna Fazekas è stata chiamata in molti modi diversi ed è stata appurata la sua responsabilità negli avvelenamenti del Tsizazug.

Alcune fonti la citano con il nome di Mária Lakatos, molte altre ancora con quello di Julia Oláh, e talvolta viene indicata come Gyuláné Fazekas. Le più numerose, tuttavia, la identificano proprio come Zsuzsanna Fazekas, ed è logico pensare che quest’ultimo fosse il suo nome da coniugata. […] La sua prima vittima fu probabilmente un veterano di guerra cieco, da lei usato come “cavia” per provare l’effetto dell’arsenico ricavato dalla carta moschicida.
Le sue riconosciute doti di guaritrice e le basse tariffe richieste per i suoi servizi le garantivano la fiducia dei concittadini, e infatti era molto popolare nel villaggio, benché spesso fosse guardata con soggezione [perché] le comunità rurali erano permeate di credenze e superstizioni. Si riteneva che le levatrici, figure da sempre ammantate di mistero, acquisissero le loro abilità uccidendo qualcuno – di solito i propri figli – e divorandone la carne.
Nel 1929 una donna denunciò l’ostetrica alle autorità, presumibilmente perché le aveva negato i suoi servizi. Le indagini si strinsero presto attorno alla levatrice, che però negò le proprie responsabilità. Durante la mattina del 19 luglio 1929, tuttavia, appena i gendarmi la dichiararono in arresto, si suicidò bevendo lo stesso veleno che molto spesso aveva elargito agli altri5.

Ora, però, si rende necessario sospendere il riassunto dei fatti che costituiscono la base storica su cui si fonda il romanzo della Zuccato, aggiungendo soltanto che a Seghedino, posta alla confluenza tra il fiume Tibisco e il Maros, nel 1728 avvenne la più grande caccia alle streghe della storia ungherese, quando oltre venti persone furono accusate di stregoneria in quella città e dodici persone, tra uomini e donne, furono bruciate sul rogo. Dietro molti processi alle streghe non c’erano solo superstizioni e leggi religiose, ma anche tensioni sociali, paura dell’ignoto, gelosia e malizia, e tra gli accusati c’erano spesso ostetriche, guaritrici e donne che sfidavano le norme sociali o disponevano di conoscenze insolite.

Osservazioni, queste ultime che ci rinviano sia al contenuto del romanzo che alla riflessione cui occorre ricollegarsi per sottolineare come, al di là di una narrazione fin troppo ammansita delle conoscenze e pratiche femminili in età pre-moderna, le streghe, ovvero le donne capaci di interagire diversamente con la natura e con i corpi, sia femminili che maschili, un po’ di timore, soprattutto negli individui di sesso maschile, dovevano effettivamente suscitarlo.

Occorre comprendere ciò per capire a fondo la persecuzione che a lungo fu condotta contro le donne, i loro saperi, le loro “magie”, non solo a titolo religioso, come accadde con l’Inquisizione e ancor prima con la repressione violenta di ogni forma di eresia durante il medioevo, ma, e forse soprattutto, anche politico intendendo la politica nel suo senso più ampio di governo della società. La famiglia, le pratiche sessuali, gli obblighi riservati alle donne in quanto madri, mogli e figlie ancor prima che elementi di controllo morale hanno sempre costituito, fin dal loro apparire, aspetti concreti del dominio politico, patriarcale e di classe6.

Come ha affermato Michela Zucca, storica e antropologa, specializzata in cultura popolare, storia delle donne e analisi dell’immaginario, in una sua ricerca:

Nelle civiltà arcaiche e “premoderne” la massa della popolazione vive “fuori dalla società”, lontana dal “centro” in cui si esplica il potere politico, religioso, economico, ideologico dell’establishment. Soltanto in modo occasionale e frammentario i vari contesti locali si rapportano con quello centrale, mentre prevalgono la dispersione territoriale e la varietà locale. La scarsa possibilità di coordinamento sociale, la carenza di controllo da parte delle autorità, l’economia di sussistenza e non di mercato, sono fattori di ulteriore riduzione o restrizione del centro.
Con la cultura “moderna”, lo sviluppo del mercato e il rafforzamento amministrativo e tecnologico dell’autorità, l’urbanizzazione e la scolarizzazione su vasta scala, la diffusione capillare delle comunicazioni di massa, si determina un coinvolgimento generale della società, un’accentuazione e un’imposizione del sistema di valori centrale in misura sconosciuta negli altri periodi della storia.7.

Motivo per il quale, in un tempo in cui il pensiero unico dominante liberal-borghese tende a ridurre il problema dell’oppressione di classe, razza e genere ad una questione di diritti e “coscienze” individuali, con conseguenti atti di contrizione formale ipocriti quanto inutili, diventa urgente sottolineare come la lotta delle donne non sia mai finita. Ad ogni latitudine e in ogni periodo storico declinabile sotto le vesti del dominio di classe. Età contemporanea compresa, in cui, forse a causa dello stesso declino delle forme e valori che ne hanno permesso l’avvento, la lotta si è fatta ancor più visibilmente “politica”.

Una lotta, però, che affonda le sue radici, più di qualunque altra, in tempi storici apparentemente molto lontani, eppure ancora così vicini.

C’era un tempo in cui baciavo con fede la mano ad ogni cappuccino che incontravo per strada. Ero un bambino e mio padre mi lasciava fare tranquillamente, sapendo bene che le mie labbra non si sarebbero sempre accontentate di carne di cappuccino. E infatti diventai grande e baciai belle donne… Ma esse talvolta mi guardavano così pallide di dolore, e io mi spaventavo nelle braccia della gioia… Qui stava nascosta un’infelicità che nessuno vedeva e di cui ognuno soffriva; e io vi riflettevo. Riflettevo anche su questo: se […] tutto questo piacere, tutte queste risa gioconde sono estinte da lungo tempo, e nelle rovine degli antichi templi continuano sempre ad abitare, secondo la credenza popolare, le vecchie divinità [allora è per questo motivo che] la dea Venere, quando i suoi templi furono distrutti, si rifugiò in un monte misterioso dove conduce una vita fantasticamente felice insieme con i più lieti spiriti dell’aria, con belle ninfe dei boschi e dell’acqua8.

Il poeta e ribelle tedesco Heinrich Heine, nella prima metà dell’Ottocento, riusciva a comprendere come la memoria di altri tempi, più felici, potesse continuare ad esistere nello sguardo e nella memoria più recondita delle donne.

Al riparo delle foreste, tornate dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, trova rifugio una popolazione di fuorilegge, di cui i cittadini hanno paura, ma che vengono lasciati vivere fino a quando gli interessi urbani non si espandono, e anche loro devono essere ridotti alla ragione, letteralmente “razionalizzati”. La caccia alle streghe non è l’unico mezzo di eliminazione di una cultura arcaica. La “soluzione finale” passa anche attraverso la distruzione del substrato ambientale che permise per secoli alle varie “tribù delle Alpi” di mantenersi indipendenti: la foresta meravigliosa che proteggeva genti e spiriti.9.

Una memoria che oggi inizia a ritornare alla luce della coscienza collettiva e obbliga a ripensare tutta la narrazione storica condotta fino ad ora da penne troppo spesso esclusivamente maschili, anche se, proprio a causa di questa “tradizione storiografica”:

È difficile raccontare la storia delle culture minoritarie, dei popoli marginali, dei ceti sociali subalterni e, magari, avversari dichiarati e coscienti del potere costituito, della civiltà e dei sistemi di valori dominanti; poiché nel corso dei secoli – e dei millenni – i dottori della legge – di ogni legge scritta – hanno fatto di tutto per distruggerne non solo le tracce, ma anche la memoria. Erano società e comunità di donne (e di uomini) liberi, che vivevano a stretto contatto con la natura e dall’ambiente ricavavano il necessario per vivere e la sapienza per crescere nello spirito. Un popolo che una volta occupava gran parte dell’Europa; che in seguito alle invasioni degli eserciti, dei missionari cristiani e dell’economia di mercato ha dovuto ritirarsi nei luoghi più isolati per poter sopravvivere. E che poi lentamente si è estinto, distrutto con una guerra di sterminio durata oltre dieci secoli, alla quale ha opposto una resistenza feroce e disperata.
Per eliminare anche l’aspirazione a un futuro migliore fra i superstiti […] era assolutamente necessario cancellare la memoria di quelle antiche genti, imponendo l’idea che – comunque – era sempre stato così, e non avrebbe potuto essere diversamente: le donne sottomesse agli uomini, i poveri ai ricchi. Senza speranza di cambiamento, né, tanto meno, di riscatto10.

Un groviglio intricato, ma non inestricabile, di rapporti di genere, di classe, di etnie, sociali ed economici, religiosi e politici che i drammi della storia “femminile”, di ieri e di oggi, non possono far altro che rendere evidenti nella loro funzione repressiva e ordinativa. Tutti elementi che una volta tanto non sgorgano soltanto dall’interno della cultura occidentale, ma che sono drammaticamente presenti anche nella storia, nelle società e nell’immaginario di altri continenti11.

Certo, esiste da tempo una narrazione, soprattutto cinematografica, che pone le donne protagoniste sullo stesso piano dell’uomo per l’abilità nell’uso della violenza, avvicinandole però più a un modello di gusto maschile che non alla realtà della Storia passata. Come afferma ancora Anna De Biasio, nel suo testo già precedentemente citato, sottolineando come tale prospettiva della violenza al femminile sia inestricabilmente compromessa:

con il sistema delle rappresentazioni patriarcali, vuoi in quanto esteriorizzazione erotizzata delle angosce degli uomini di fronte alla trasformazione in atto dei ruoli di genere, vuoi in quanto replicazione di meccanismi ideologici identificati come tipicamente maschili, a cominciare dal ruolo fondativo giocato dalla violenza nei generi letterari e cinematografici in cui più frequentemente appaiono […] Lo stesso tipo di polarizzazione si può osservare nel dibattito critico sulla diffusione della figura della femme fatale nella letteratura e nelle arti dell’Ottocento. Per certi versi quest’ultima appare come un’antesignana delle eroine implacabili che popolano l’immaginario contemporaneo. Anche allora, come oggi, le rappresentazioni di personaggi femminili seducenti e pericolosi, spesso letali, si pongono in un rapporto attivo con i contesti storici e culturali di riferimento; si fanno cioè veicolo, in modo più o meno esplicito, più o meno consapevole, delle tensioni legate al processo di modernizzazione, uno dei quali è la richiesta di maggior capacità d’azione, accesso alle professioni, e in generale di partecipazione allo spazio pubblico da parte delle donne12.

Un discorso che, allargato anche alle dark lady che hanno popolato e popolano le pagine e le immagini di tanta letteratura e di tanto cinema noir, rischia però di nascondere la “tradizione passata” della violenza femminile per ricollegarla quasi esclusivamente alle condizioni derivate dall’esplodere della modernità. Dimenticando quell’immagine paurosa, per gli uomini, che la strega, la dark lady per antonomasia del passato, ovvero la donna libera e cosciente della sua forza e delle sue reali potenzialità non represse dall’organizzazione sociale patriarcale, porta con sé.

Timore reverenziale, si potrebbe quasi dire, che si è tramesso fino ai nostri giorni anche nel linguaggio: esser stregati da qualcosa o da qualcuno, occhi stregati, stregare e così via. Tanto da far pensare, come sostiene ancora la De Biasio che tali figure di “donne forti”, e il linguaggio che le richiama, costituiscano fondamentalmente «incarnazioni di fantasie maschili, sia nel senso di una masochistica fascinazione per la donna sessualmente aggressiva, sia nel senso dei timori dai contorni misogini nei confronti del suo potenziale dominio». Anche perché la femme fatale non solo non può essere ridotta a una semplice maschera di contenuti eterodiretti ma può e deve essere «rivendicata come emanazione di un desiderio femminile attivo, riconosciuta come dotata di una soggettività autonoma in grado di scompaginare le tradizionali definizioni di genere»13.

Ma a questo punto bisogna ancora ricordare, anche se già anticipati, altri due aspetti rimossi della resistenza o dell’uso femminile della violenza. Il primo è quello della pratica delle armi che risale a tempi immemori, non tanto per il mito delle Amazzoni rimasto all’interno della cultura occidentale, ma soprattutto per la pratica militare che spesso le donne esercitarono nelle società pre-statuali, anche in posizione di comando, spesso condiviso con il ruolo di sciamane, e che ha trovato la sua continuità non tanto nell’arruolamento negli eserciti moderni quanto piuttosto in tutte le lotte di liberazione nazionali e in gran parte delle battaglie internazionaliste in cui le donne si sono sempre distinte. Sottolineando poi come, nel caso italiano, sia nella Resistenza al nazi-fascismo che durante la successiva esperienza della lotta armata condotta in Italia a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e i successivi primi anni Ottanta del secolo passato, sia stato rilevante e cospicuo il contributo fornito da militanti donne sia nella conduzione militare delle azioni che nella loro preparazione14.

Mentre l’altro punto rimasto in ombra afferisce, se così vogliamo dire, al mito, tragico di Medea ovvero alla soppressione dei figli da parte delle madri stesse. Soprattutto in condizione di miseria o schiavitù e là dove la pratica dell’aborto era, e rimane ancora troppo spesso osteggiata moralmente e dal punto di vista giuridico da un regime sociale che, nonostante l’esaltazione del ruolo della donna-madre e della famiglia come focolare e base dell’amore e della nazione, poco o nulla faccia per non lasciare le donne sole di fronte alle difficoltà psicologiche, lavorative ed economiche seguite alla maternità15.

Delle cosiddette streghe di Nagyrév, chiamate talvolta anche fabbricanti di angeli, rimangono soltanto poche foto ingiallite e quasi cancellate dal tempo. Ma il loro ricordo, o perlomeno quello della loro battaglia, per sopravvivere in un mondo che non meritavano a causa della sua intrinseca miseria, ha continuato a manifestarsi fino ad oggi nei modi e nei luoghi più impensati.

Come in quel gennaio del 1976 quando tante giovani streghe tentarono un assalto al Duomo di Milano che il papa Paolo VI condannò come atto «indecente e sacrilego».

N. B.
Questa recensione e i suoi contenuti sono da ritenersi frutto del confronto sugli stessi argomenti tenuto nel corso degli anni tra l’autore e Cosetta, una di quelle giovani streghe.


  1. A. De Biasio, Le implacabili. Violenza al femminile nella letteratura americana tra Otto e Novecento, Donzelli Editore, Roma 2016.  

  2. S. Zuccato, La vera storia dietro «La levatrice di Nagyrév», Appendice a La levatrice di Nagyrév, Marsilio Editore, Verona 2025, p. 441.  

  3. S. Zuccato, La vera storia dietro «La levatrice di Nagyrév», cit., pp. 431-432.  

  4. S. Zuccato, cit., pp. 35-36.  

  5. Ivi, pp. 432-433.  

  6. Si veda il sempre valido F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato: alla luce delle ricerche di Lewis H. Morgan, un trattato sul materialismo storico scritto e pubblicato nel 1884 che si basava in parte sulle note di Karl Marx al libro The Ancient Society, dell’antropologo americano Lewis Henry Morgan.  

  7. Michela Zucca, Popoli fuori e popoli dentro la storia in Donne delinquenti. Storie di streghe, eretiche, ribelli, bandite, tarantolate, edizioni TABOR, Valle di Susa, maggio 2021, pp. 28-29.  

  8. Heinrich Heine, Gli spiriti elementari (1837) in H. Heine, Gli dei in esilio, Adelphi, Milano 1978, pp. 37-46.  

  9. M. Zucca, Premessa a op. cit., p. 12.  

  10. Ivi, pp. 17-19.  

  11. A solo titolo di esempio si pensi alla tradizione sciamanica e ribelle delle donne giapponesi affrontata in: R. Marangoni, Yamanba. Donne ribelli del Giappone, Mimesis, Milano-Udine 2025; M. Zanetta, Itako. Sciamane e spiriti dei morti nel Giappone contemporaneo, Mimesis, Milano-Udine, 2024; R. Marangoni, Onibaba. Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese, Mimesis, 2023 e F. Soriano, Noe Itō. Vita e morte di un’anarchica giapponese, Mimesis, Milano-Udine 2018. Tutti i testi citati sono stati in precedenza recensiti da Gioacchino Toni su Carmillaonline.  

  12. A. De Biasio, Le implacabili, op. cit., pp. IX-X.  

  13. Ivi, p. XI.  

  14. Si consultino in proposito: A. Cantaluppi, M. Puppini, “Non avendo mai preso un fucile tra le mani”. Antifasciste italiane alla guerra cvile spagnola 1936-1939, WWW. AIVACS. ORG., Milano 2014; I. Faré, F. Spirito, Mara e le altre. Le donne e la lotta armata: storie, interviste, riflessioni, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1979 e P. Staccioli, Sebben che siamo donne. Storie di rivoluzionarie, DeriveApprodi, Roma 2015.  

  15. Si veda in proposito S. Fariello, Madri assassine. Maternità e figlicidio nel post-patriarcato, Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2016 – recensito qui.  

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Contro il militarismo e la logica del nemico, la nostra parte non è già data https://www.carmillaonline.com/2025/10/08/contro-il-militarismo-e-la-logica-del-nemico-la-nostra-parte-non-e-gia-data/ Tue, 07 Oct 2025 22:30:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90044 di Fabio Ciabatti

∫connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 116, € 15,00

Di fronte “a ogni guerra la prima richiesta è sempre e comunque che le armi tacciano”. Ciò nonostante, “il nostro problema non è solo condannare la guerra ma anche opporre alla sua dura realtà parole e pratiche che essa non sia in grado di governare”.  Se questo non avviene possiamo ottenere al massimo una tregua che non consente di cancellare le cause dei conflitti bellici. Queste considerazioni, che troviamo nel libro “Nella Terza guerra mondiale. Un lessico [...]]]> di Fabio Ciabatti

connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp. 116, € 15,00

Di fronte “a ogni guerra la prima richiesta è sempre e comunque che le armi tacciano”. Ciò nonostante, “il nostro problema non è solo condannare la guerra ma anche opporre alla sua dura realtà parole e pratiche che essa non sia in grado di governare”.  Se questo non avviene possiamo ottenere al massimo una tregua che non consente di cancellare le cause dei conflitti bellici. Queste considerazioni, che troviamo nel libro “Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente”, assumono particolare rilievo in considerazione della tragica scelta che deve affrontare Hamas, insieme alle altre formazioni armate palestinesi, di fronte al cosiddetto piano di pace di Trump: continuare la lotta armata facendo proseguire l’immane carneficina o arrendersi per interrompere il supplizio che comunque proseguirà, anche se, presumibilmente, con tempi più lunghi e modalità meno feroci. La resistenza palestinese sembra davvero trovarsi di fronte a una drammatica impasse. E allora, per non lasciarsi bloccare in questo vicolo cieco può essere utile adottare uno sguardo diverso nei confronti della coraggiosa lotta della popolazione di Gaza (e della Cisgiordania) con l’obiettivo di prefigurare possibili via di fuga dal tragico stallo a cui sembra destinata. Anche perché bisognerà in qualche modo approfittare delle condizioni tutt’altro che ideali in cui si trova oggi lo stato sionista, lacerato da profonde contraddizioni interne e investito da una diffusa condanna internazionale.
Certo, di fronte a un genocidio, ci si può legittimamente chiedere se sia possibile mantenere uno sguardo lucido sugli aspetti critici della resistenza palestinese senza divenire complici dei carnefici israeliani. O senza scadere in un eurocentrismo che solidarizza con i popoli oppressi solo finché non si ribellano perché, con i mezzi a loro disposizione, raramente lo possono fare rispettando il preteso bon ton occidentale. Sicuramente, non teme di andare controcorrente rispetto all’opinione diffusa nella sinistra, compresa quella radicale, l’autore collettivo che ha dato alle stampe il testo qui recensito. Si tratta di ∫connessioni precarie, un’area politica che assume come obiettivo centrale della sua analisi e della sua attività pratica la condizione globale e differenziata del lavoro contemporaneo che è sottoposto all’intreccio tra patriarcato, sfruttamento e razzismo. Benché Nella Terza guerra mondiale non sia un testo dedicato alla questione palestinese, come si può facilmente capire dal titolo, crediamo valga la pena partire da ciò che sta accadendo in Medio Oriente perché, dato il suo carattere estremo, può rappresentare un’utile cartina di tornasole per valutare le tesi di questo agile ma densa pubblicazione. Ebbene, la risposta dell’autore collettivo è che si possono criticare i movimenti di resistenza, compreso quello palestinese, anche se questo non significa minimamente praticare una facile equidistanza tra oppresso e oppressore. Significa, invece, non farsi risucchiare nella logica che costruisce nemici esistenziali al di fuori di ogni considerazione dei rapporti sociali, sessuali e storici all’interno dei quali maturano i conflitti.

Spesso si sente dire che gli occidentali, in qualità di alleati della lotta palestinese, possono solo ascoltare e sostenere “l’unica parola autentica, e quindi giusta e incontrovertibile”:1 la parola pronunciata dai palestinesi. Ovviamente per l’autore non si tratta di mettere in dubbio il dato di fatto che ciascun popolo oppresso sceglie autonomamente le sue forme di lotta e le sue opzioni politiche. In fin dei conti la resistenza e la necessità di stringere i ranghi per combattere l’oppressore sono prima di tutto determinate dalle condizioni materiali. Ma c’è un altro dato di fatto di cui bisogna tener conto: ogni movimento di liberazione è sempre attraversato da differenti opzioni ideologiche perché qualsiasi popolo oppresso, compresi i palestinesi, non costituisce un corpo omogeneo che vive al di fuori della storia e dei rapporti sociali.
Questa complessità, secondo l’autore, è sostanzialmente ignorata dal pensiero decoloniale che, per certi versi, rappresenta l’opposto speculare rispetto alla pretesa del capitale e degli Stati di stabilire fronti interni omogenei e compatti neutralizzando i rapporti sociali a sostegno del loro posizionamento nell’ambito della Terza guerra mondiale in corso (sulla natura di questa guerra, ovviamente, ci torneremo). Ma è proprio il lessico della decolonialità che ha finito per saturare l’intero discorso sull’attuale conflitto bellico globale per ridurlo a un episodio della secolare guerra dell’Occidente coloniale contro l’Altro resistente e rivoluzionario. Questo approccio si concretizza in una “re-esistenza” finalizzata alla ricostituzione di forme di esistenza precoloniali presuntamente sopravvissute al dominio coloniale. In questo modo la miseria del presente viene rifiutata in nome di un passato mitico, depotenziando la capacità  delle lotte nel sud globale di rappresentare un evento sovversivo e imprevisto della storia, potenzialmente foriero di un’alterità che può essere coniugata solo al futuro.
Il discorso decoloniale, in altri termini, mette capo a conflitti articolati soprattutto sul livello della resistenza che, avendo un carattere sostanzialmente reattivo, si concretizzano in un’azione di contrasto in un campo di forze stabilito dalla controparte, incarnata di volta in volta da un governo, uno Stato, un regime, una piattaforma capitalistica. Di conseguenza la resistenza non è di per sé garanzia di una politica partigiana volta all’emancipazione dallo sfruttamento e dall’oppressione. La flessibilità del discorso decoloniale, infatti, gli consente di prestarsi perfino a curvature etno-nazionaliste che, ancor più della resistenza genericamente intesa, si rafforzano nella logica della guerra, a sua volta rafforzata dalla riproposizione di un intrascendibile dualismo. 

Se l’appello alla resistenza ha contribuito alla riproduzione di una logica di guerra, questo non significa, secondo l’autore, che bisogna abbandonare del tutto il suo linguaggio, a patto di riuscire a riattivare la connessione tra resistenza e trasformazione sociale. Allo stesso modo non bisogna fare a meno delle rotture e delle crepe aperte dalla decolonialità che, come sottolinea il testo, figurano al principio dell’attuale movimento transnazionale del lavoro vivo grazie alla insubordinazioni dei popoli indigeni ecuadoregni, boliviani e chiapanechi, vere e proprie irruzioni del margine nel centro dove regnavano solo libero commercio, proprietà privata, diritti umani e Fukuyama. Ciò significa che, come accaduto più volte in passato, la resistenza può innestarsi dentro momenti organizzativi e progettuali contro lo sfruttamento e l’oppressione riuscendo a trasformare lo stesso campo di lotta e a politicizzare soggetti che non sono già determinati a priori.

Ora, tutto il discorso che abbiamo sommariamente sintetizzato sarebbe difficilmente comprensibile se staccato dalle considerazioni sulla terza guerra mondiale. Essa coincide con la manifestazione più violenta di quello che l’autore definisce il transnazionale, cioè l’attuale configurazione del sistema mondiale caratterizzato dall’impossibilità di imporre un ordine globale stabile e continuativo. In altri termini, siamo di fronte a un disordine non ricomponibile perché la valorizzazione del capitale oggi può avvenire solo a livello globale che, però, allo stato attuale, non è governabile secondo logiche politico-statuali. E ciò vale tanto per la retorica dei dazi trumpiana, indebolita dall’impossibilità del totale disaccoppiamento tra Cina e USA, quanto per l’idea di una moneta comune dei Brics che è impedita dal fatto che l’80% delle transazioni mondiali avviene attraverso il dollaro, sottolinea il testo. Questa tensione si scarica sui singoli stati che sono al tempo stesso necessari e non sufficienti a garantire la disponibilità di risorse umane e materiali per la valorizzazione dei capitali di riferimento. In questo contesto, la guerra rappresenta un salto di qualità decisivo nel disallineamento tra dimensione politica, istituzionale e territoriale dello Stato e dimensione spazio-temporale della valorizzazione nonostante ogni tentativo di rinazionalizzazione o regionalizzazione della produzione.
Assistiamo quindi all’ultimo capitolo in ordine di tempo della crisi della sovranità che però, per quanto monca, rimane lo strumento migliore per affermare regole decise da una governance allargata e mobile costituita da governi, frazioni di capitale, società di investimento multinazionali, thanks thank, centri di ricerca e produzione della conoscenza.
Allo stesso tempo, crisi della sovranità significa incapacità dello Stato di produrre unità nella società attraverso la creazione e la trasmissione di valori comuni. Viene meno la capacità di integrazione sociale e politica sperimentata attraverso i processi di mediazione democratica e, in particolare, per mezzo della mediazione politica e istituzionale tra capitale e lavoro sedimentata nel Novecento. Anche nei paesi capitalisticamente sviluppati elementi autoritari si innestano all’interno di un framework istituzionale che rimane formalmente democratico.

Il tutto si concretizza in un militarismo che si impone anche al di fuori dei teatri propriamente bellici. Un militarismo che bisogna distinguere dalla militarizzazione in senso stretto, cioè dalla mobilitazione totale propria di un’economia di guerra. Si tratta, di fatto, della riproposizione in armi del mantra neoliberale “non c’è alternativa” con un’intensificazione dei suoi contenuti autoritari, patriarcali e razzisti, funzionali alla ridefinizione complessiva delle condizioni dell’accumulazione e dello sfruttamento. Il militarismo, dunque, rilegittima lo Stato non in quanto garante della riproduzione sociale dei suoi cittadini, ma nella sua qualità di attore in grado di esercitare il disciplinamento sociale e la sottomissione della forza lavoro.
Con la cittadinanza svuotata di ogni contenuto sociale e di ogni valenza universalistica, però, resta ben poco dell’imperativo patriottico novecentesco. La logica militarista, in sostanza, è in grado di ricompattare solo retoricamente la nazione attraverso la guerra contro un nemico esterno e interno che può essere di volta in volta diverso. Ciò che rimane è essenzialmente la normalizzazione della violenza come risposta a ogni forma di insubordinazione. Una violenza preparata da decenni di militarizzazione dei confini contro la presunta invasione dei migranti. Non a caso la mobilità di questi ultimi (insieme a quella del capitale) continua a sfidare gli Stati impegnati a impedire che la scelta di migrare si trasformi nella permanenza nelle società di arrivo dove gli stessi cittadini devono fare i conti con il venir meno di garanzie, diritti sociali e tutele.
In ogni caso, il potere sempre più arbitrario nei confronti dei migranti non mira a sigillare le frontiere e fare a meno di loro, ma a regolare e irreggimentare la mobilità della manodopera che deve essere valorizzata come strumento di precarizzazione, frammentazione e coazione, con un effetto disciplinante va ben oltre il lavoro degli stranieri. Insomma gli Stati devono governare una dinamica contraddittoria di attrazione e repulsione che può essere precariamente gestita attraverso il razzismo soltanto fino a quando non emerge una soggettività dei migranti. La violenza degli Stati opera, infatti, per limitare la visibilità delle loro  lotte per depotenziare quelle pratiche organizzative e di conflitto, in primo luogo lo sciopero, con le quali negli anni il lavoro migrante è riuscito a rappresentarsi come forza collettiva.

L’incapacità degli Stati di affrontare i problemi più urgenti del nostro tempo si manifesta anche di fronte alla crisi climatica che, pure, in un primo momento era stata utilizzata come occasione per rilanciare l’accumulazione. La cancellazione dell’ecologia come problema indifferibile in nome dell’emergenza bellica mostra l’impossibilità di Stati e capitale di affrontare questa crisi tramite un’accumulazione capitalistica pianificata. Sta di fatto che il mancato riconoscimento della crisi climatica come questione di classe, a cominciare dal fatto che i suoi effetti colpiscono principalmente i lavoratori e le lavoratrici povere, e la conseguente incapacità di connettere in modo strutturale le lotte ecologiche con quello del mondo del lavoro ha facilitato l’ascesa al potere della destra scettica o negazionista in grado di fare leva sul fondato timore di proletari e proletarie di dover pagare i costi della transizione green.
Dovrebbe essere oramai chiaro che non è più possibile pensare i conflitti climatici al di fuori di un orizzonte di opposizione di classe alla guerra. Questo tipo di opposizione, in realtà, emerge in tutto il libro come l’unica possibile risposta alla crisi del nostro mondo che si concretizza nella terza guerra mondiale. La domanda che ci si pone è dunque la seguente: come è possibile porre fine a questa guerra sottraendola al monopolio geopolitico che fa degli Stati e dei regimi parastatali gli unici attori rilevanti? 

Questa domanda sembrerebbe aprire a scenari irrealisticamente ambiziosi se non si tenesse conto del fatto che è “oltremodo improbabile, e in fondo nemmeno auspicabile, che questa guerra finisca con uno stato vincitore in grado di assurgere a guardiano di un nuovo equilibrio mondiale”2. Il suo esito è ancora aperto.

La guerra mondiale può essere letta tanto come una risposta all’esigenza di un comando sul lavoro vivo a livello mondiale, quanto come evento all’interno del quale si creano inaspettate condizioni affinché si affermi una potenza collettiva del lavoro vivo che è l’unica concreta forza di pace che possiamo aspirare a sostenere.3 

Questa seconda lettura è possibile solo tenendo in considerazione il fatto che nel transnazionale il lavoro vivo è ancora in cerca di organizzazione perché ha una conformazione diversa dal passato:

la classe non è più un’identità operaia data dalla produzione, né può essere superata dalle molteplici identità di razza, sesso e cultura nella riproduzione, ma indica la possibilità della costituzione di un soggetto in azione tra produzione e riproduzione che metta in movimento differenze e contraddizioni caratterizzanti il lavoro vivo di operai, precari, donne e migranti nel mercato mondiale.4

Si possono superare gli attuali rapporti di forza favorevoli al capitale a patto di non immaginare la lotta di classe come scontro tra fronti compatti, come se il paradigma delle nostre lotte dovesse essere ricalcato sulla logica bellica. Oggi, infatti, bisogna fare i conti

con soggetti frammentati, con movimenti transnazionali diversi e molteplici che hanno fatto letteralmente esplodere i presupposti organizzativi e la concezione omogenea della classe dell’internazionalismo storico. Il problema è come approntare processi organizzativi che riescano a dare spazio, voce e continuità al movimento del lavoro vivo attraversando le differenze che lo compongono.5

Un problema che è possibile affrontare solo se siamo in grado  di combattere il capitale sul terreno su cui si costituisce il suo dominio. 

La dimensione transnazionale è l’unica in cui fare delle differenze che ci dividono, contro lo scacco del campismo, il punto di forza di un lavoro organizzativo che si pone come esplicito obiettivo quello di costruire la nostra parte dentro e contro la guerra: fare, in altre parole, della nostra politica di pace la guida pratica per preparare le condizioni di uno sciopero sociale transnazionale contro la guerra e il suo mondo.6 

In sede di commento, possiamo sottolineare che il testo si può sottrarre alle tentazioni del campismo, cioè all’attitudine di schiacciare le lotte sociali sul sostegno a uno specifico campo geopolitico, mettendo in evidenza il concetto di transnazionale, vale a dire l’idea di un ordine mondiale oramai compromesso e non ricomponibile in forza delle attuali logiche della valorizzazione capitalistica. Un’idea tutto sommato condivisibile anche se forse portata all’estremo. In particolare, non è da escludere del tutto la possibilità di una ricostruzione, sulle macerie fumanti una parte cospicua del globo, di nuove gerarchie globali, ben più oppressive di quelle precedenti, qualora nella terza guerra mondiale prevalesse il polo statunitense. In questo senso potrebbe non essere indifferente rispetto allo scontro di classe quale sia l’esito del conflitto geopolitico. Questo non perché si debba ricercare qualche nuovo stato guida, ma solo e soltanto perché la mancata sconfitta del polo cinese e di quello dei Brics lascerebbe lo scenario maggiormente aperto, impedendo il consolidarsi di una nuova gerarchia a livello globale, anche in considerazione dell’estrema improbabilità che si affermi un nuovo e stabile ordine multipolare, dati gli attuali rapporti di forza nell’ambito della presente conformazione del capitalismo transnazionale.  

Ma l’aspetto su cui vorrei maggiormente soffermarmi è quello della costruzione di una soggettività antagonista transnazionale, alla luce di quello che sta accadendo in Palestina. A tal proposito vale la pena citare quanto sosteneva Mahmoud Darwish dopo il massacro di Sabra e Shatila del 1982. A seguito di quelle tragiche vicende, il poeta palestinese affermava che ogni suo compatriota 

è ingombrato dall’incedere incessante della morte e impegnato nella difesa di ciò che rimane della sua carne e del suo sogno… le sue spalle sono contro il muro, ma i suoi occhi rimangono fissi sul suo paese. Non riesce più a urlare, non riesce più a comprendere la ragione del silenzio arabo e dell’apatia occidentale. Può solo fare una cosa, diventare ancora più palestinese… perché non ha altra scelta.7 

Questa scelta sembrerebbe ancora più obbligata oggi, di fronte all’attuale violenza genocida che rappresenta un salto qualitativo anche rispetto alle già efferate vicende del 1982. D’altra parte, questo salto non è il frutto di un singolo stato criminale perché vede l’attiva complicità dei governi e dei capitali nord occidentali (e la sostanziale passività di quelli arabi) a testimonianza di un disordine internazionale di fronte al quale soggetti fino a poco tempo fa capaci di esprimere egemonia provano a rimettere insieme i pezzi a forza, attraverso una violenza fuori scala rispetto ad ogni recente  parametro. La perdita di qualsivoglia limite alla ferocia bellica, come indica l’estrema crudeltà ostentata via social, sembra condannare la resistenza palestinese, sostanzialmente osteggiata dagli attori geopolitici che più contano in Medio Oriente. Rimane da chiedersi se, nelle tragiche condizioni attuali, sia possibile un salto di scala, nel senso auspicato dal testo, che vada al di là della pur legittima rivendicazione di una patria, facendo leva sull’ampia solidarietà ricevuta dai movimenti sociali a livello globale e sulle contraddizioni interne della società israeliana. Queste ultime si sono certamente manifestate con forza, cosa certamente positiva per la sorte dei palestinesi, ma fino ad oggi la solidarietà o la semplice empatia nei confronti della popolazione di Gaza è stata decisamente estranea alla grande maggioranza degli israeliani che si sono mobilitati.

Tutto ciò per dire che l’opzione per un’opposizione transnazionale appare comprensibile anche se non proprio all’ordine del giorno. Il che non significa che non si darà qualcosa di simile. Ma in questo processo di organizzazione di un soggetto strutturalmente molteplice e frammentato potrebbe esserci anche lo spazio per un’identità palestinese (o ecuadoregna, boliviana, chiapaneca, per riprendere gli esempi del libro), intesa non come rivendicazione etno-nazionalista, ma come riappropriazione di una specifica tradizione di lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento da mettere in connessione con altre tradizioni con obiettivi convergenti. Perché, riprendendo ancora Darwish, per rispondere alla domanda cosa significa patria non è sufficiente mostrare una cartina geografica o rievocare la tomba del proprio nonno. “La lotta è la risposta. Se combatti appartieni a qualcosa. La patria è lotta”.8

In ogni caso, quello che sembra difficilmente contestabile è il ragionamento di fondo che si trova nel testo di ∫connessioni precarie: “Rifiutare il militarismo e la logica del nemico significa che la nostra parte non è già data, ma che può costruirsi proprio attraverso l’opposizione alla guerra”.9 


  1. connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, p. 82. 

  2. Ivi p. 20. 

  3. Ivi, p. 101. 

  4. Ivi, p. 25. 

  5. Ivi, p. 102. 

  6. Ivi, p. 103. 

  7. cit. in Ruba Salih, Gaza e Israele. Ripensare l’umano tra guerra, violenza e trauma coloniale, https://www.globalproject.info/it/mondi/gaza-e-israele-ripensare-lumano-tra-guerra-violenza-e-trauma-coloniale/24664

  8. Mahmoud Darwish, Diario di ordinaria tristezza, in Id, Una trilogia palestinese,  Feltrinelli, Milano 2017, p. 48, edizione Kindle. 

  9. connessioni precarieNella Terza guerra mondiale, cit., p. 54. 

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La rivoluzione come una bella avventura / 7 – Sferrare il primo colpo https://www.carmillaonline.com/2025/09/17/la-rivoluzione-come-una-bella-avventura-7-sferrare-il-primo-colpo/ Wed, 17 Sep 2025 20:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90301 di Sandro Moiso

Lele Odiardo, Sempre primi nelle imprese più arrischiate. Sabotaggi e colpi di mano delle prime bande partigiane in provincia di Cuneo, Edizioni Il Picconiere/ Biblioteca Popolare Rebeldies, Cuneo 2020, pp. 78, 6 euro

«Sono gente strana quelli della Bisalta: la guerra la fanno alla cowboy.» (Nuto Revelli)

La Bisalta è una montagna delle Alpi Liguri alta 2.231 m. situata alla convergenza tra le due valli dei torrenti Colla e Josine e la Valle Pesio. Data la sua posizione avanzata verso la pianura è una delle montagne più panoramiche del Piemonte: dalla sua cima si può abbracciare un [...]]]> di Sandro Moiso

Lele Odiardo, Sempre primi nelle imprese più arrischiate. Sabotaggi e colpi di mano delle prime bande partigiane in provincia di Cuneo, Edizioni Il Picconiere/ Biblioteca Popolare Rebeldies, Cuneo 2020, pp. 78, 6 euro

«Sono gente strana quelli della Bisalta: la guerra la fanno alla cowboy.» (Nuto Revelli)

La Bisalta è una montagna delle Alpi Liguri alta 2.231 m. situata alla convergenza tra le due valli dei torrenti Colla e Josine e la Valle Pesio. Data la sua posizione avanzata verso la pianura è una delle montagne più panoramiche del Piemonte: dalla sua cima si può abbracciare un amplissimo tratto dell’arco alpino e, nelle giornate limpide, lo sguardo può arrivare fino al Mar Ligure.

E’ da qui che occorre iniziare per ripercorrere la breve stagione iniziale della Resistenza cuneese, compresa tra il settembre del 1943 e la primavera del 1944, quando bande improvvisate, coraggiose, audaci e molto variegate al loro interno per composizione sociale, età e nazionalità diedero vita alla stagione dello spontaneismo “colpista” che precedette la successiva attività delle divisioni partigiane organizzate.

Le edizioni Il Picconiere (il nom de plume usato da Bartolomeo Vanzetti per alcuni suoi articoli su «L’Adunata dei Refrattari»), insieme alla Biblioteca Popolare Rebeldies di Cuneo, attraverso la sintetica ricerca e ricostruzione condotta da Lele Odiardo, con il contributo di Marco Ruzzi (archivista e ricercatore presso l’Istituto storico della Resistenza della provincia di Cuneo), contribuiscono così alla conoscenza di una prima fase di una Resistenza dal basso, autonoma e spontanea troppo spesso rimossa dalle narrazioni istituzionali della lotta antifascista successiva all’8 settembre del 1943.

Eppure, eppure… quella fase, che proprio intorno alle pendici della montagna piemontese, prese avvio è degna di essere ricordata quanto, e forse più, di tanti successivi episodi poi avvenuti nel periodo compreso tra la primavera del ‘44 e quella del ‘45, durante il quale il CLN nazionale e i partiti, soprattutto il PCI, avrebbero con più vigore e determinazione preso le redini del comando politico e militare delle scelte operative delle formazioni partigiane “regolari”.

Sì, perché, a proposito di quelle prime formazioni di cui si occupa il testo in questione, forse l’aggettivo più adatto per definirle può essere quello di “irregolari”, per contrapporne lo spontaneismo alla successiva regolamentazione delle attività, sia da parte della componente democratico-cristiana e liberal-borghese del CLN che di quella legata al PCI e al Partito d’Azione.

La genesi del termine “colpismo”, come ci spiega Marco Ruzzi nella Prefazione: «è semplice, intuitiva, deriva dalla voce “colpo”, declinabile sia come azione rapida, violenta, di sorpresa, specialmente di tipo illegale» sia come attacco militare inaspettato. Tutto sommato una definizione che si potrebbe ben adattare ad ogni attività di guerriglia e lotta armata contro lo Stato e il potere, da qualunque forza politica questi ultimi due possano essere retti e rappresentati.

Una definizione che, lo si può altrettanto ben comprendere, se presa da sola allontanerebbe il percorso resistenziale, in seguito istituzionalizzato dalla politica e dai libri di storia, da «quella rassicurante dimensione “regolare” da cui i suoi antesignani volevano allontanarlo»1.

“Zama”, “Ciafré”, “Tom”, “Nino”, “Genio lo slavo”, “Lulu”, “Balestrieri” e altri sono i protagonisti di questo studio che esamina uno dei periodi più delicati (e spesso trascurati) della Resistenza poiché, specie nei primi trent’anni del dopoguerra, si è analizzato il fenomeno cercando di plasmarlo sula falsariga di un esercito regolare, svuotandolo di quella spontaneità così diffusa nel corso della sua prima fase2.

Fase che si caratterizzò con evasioni di massa dal carcere di Fossano, audaci colpi di mano contro le strutture militari del regime, ma anche contro le banche, i possidenti, le linee ferroviarie e gli aeroporti militari. Come quello contro l’aeroporto di Murello, in provincia di Cuneo, avvenuto il 2 dicembre 1943 e che avrebbe portato alla completa distruzione di 32 velivoli militari oppure come il riuscito attentato contro il viadotto ferroviario di Vernante, sulla linea Cuneo-Ventimiglia, il 24 dicembre 1943, che interruppe il traffico ferroviario verso la Francia per oltre un anno.

Azioni che insieme a molte altre avrebbero dimostrato l’ardimento e le capacità militari dei membri componenti quelle bande, in particolare di quelle “bovesane”, provenienti dalla zona di Boves il cui territorio comprendeva anche la Bisalta. Bande costituite da militari sbandati, operai, giovani e ardimentosi contadini, prigionieri di altre nazionalità (spesso slava o francese) evasi dal carcere di Santa Caterina, ufficiali del Regio Esercito, maestri elementari e appartenenti alla microcriminalità locale.

Molti di loro erano fuggiti in massa, come si è già detto prima, dal carcere di Fossano l’11 settembre: circa 300 detenuti di cui 195 riuscirono a dileguarsi e a prendere la via delle montagne e della libertà. Uno di loro sarà il primo caduto della provincia di Cuneo: Venceslao Ban (classe 1900), antifascista sloveno della provincia di Fiume, colpito da un carabiniere zelante, proprio durante l’evasione dell’11 settembre.

Protagonisti della rocambolesca evasione sarebbero stati personaggi che in seguito avrebbero svolto ruoli di vario genere tra le fila del partigianato cuneese: Eugenio Stiptevic, Daniel Fauquier, Samuel Simon, Louis Chabas. «Tutti in quel momento pensano solo a fuggire verso le proprie case, gli stranieri verso le montagne o verso il mare: Inconsapevoli della portata degli eventi, nemmeno possono immaginare quali sorprese riserva loro il futuro»3. I meno fortunati tra i fuggitivi erano stati costretti a rientrare al Santa Caterina ma di loro non si sarebbero successivamente dimenticati i partigiani delle Langhe che il 5 luglio dell’anno seguente avrebbero dato l’assalto al carcere guidati proprio da uno degli evasi, Simon.

Ma sarà proprio a Boves, il 19 settembre 1943, che la furia nazista condurrà la prima azione di rappresaglia condotta dagli occupanti sui civili italiani con 23 morti e 350 case date alle fiamme. L’intenzione era quella, come in molte altre successive stragi, di seminare il terrore tra la popolazione per stroncare sul nascere ogni eventuale ostilità nei confronti delle truppe tedesche, indipendentemente dalla reale minaccia che avrebbero potuto rappresentare gli uomini che si ammassavano ai piesi della Bisalta dopo lo sbandamento della Quarta armata. Tra i cui componenti va anche registrato il primo caduto italiano della Resistenza, proprio durante l’azione che avrebbe in seguito portato all’eccidio di Boves: Domenico Burlando (Genova, 1919 ), marinaio giunto a Cuneo al seguito della stessa armata ritiratasi dalla Francia.

Le bande della prima ora, agite da spirito di avventura giovanile, rifiuto della chiamata alla leva, ribellismo e qualche scarso ideale politico sono ancora isolate e soggette a continue crisi di dissoluzione. Crisi legate spesso all’insoddisfazione per l’attesismo dei comandanti o dalla volontà di imprimere alle stesse un ben preciso indirizzo politico, ma anche alle difficoltà logistiche dovute agli ancora sporadici tentativi di collegamento.

Il programma, però, sembra essere già tutto sottolineato e riassunto nell’articolo Perché ci battiamo che compare sulla prima pagina del primo numero di «il combattente», pubblicato nell’ottobre del ‘43.

Non bisogna attendere che i tedeschi ed i fascisti ci vengano a snidare dai nostri rifugi. Bisogna scendere al piano, a cercare e minare i loro treni, ad annientare i loro depositi, a tagliare le loro comunicazioni, a tendere agguati a trasporti e a gruppi nemici isolati. Bisogna attaccare e colpire il nemico in tutti i punti ad ogni momento, senza mai lasciarci impegnare a fondo da forze superiori. Il nemico deve sentirci e temerci da per tutto e continuamente, senza mai poterci afferrare ( Perché ci battiamo, in L. Odiardo, op. cit., Allegati p. 64. )).

Uno dei punti di attrito tra “spontaneisti” e “regolari” sarebbe stato proprio rappresentato dalla necessità o meno di accettare scontri su larga scala con il nemico oppure dare vita ad azioni propagandistiche di occupazione territoriale che richiedessero un impegno eccessivo di forze e di bande. Attitudine verso cui si andò progressivamente orientando il CLN con i partiti affiliati.

La tattica degli spontaneisti e colpisti della prima ora, ovvero di una parte sostanziale del primo anno della guerra partigiana nel cuneese, sembra provenire più dai film e dai romanzi americani che non dai sacri riferimenti ai teorici del socialismo e della strategia militare. Come nel caso di un’azione di autofinanziamento condotta dalla banda di cui faceva parte Daniel Fauquier nei confronti di una quarantina di ricchi possidenti terrieri riunitisi per giocare soldi (tanti) a carte in un granaio e ai quali sarebbero dovuti esser sottratti i portafogli. Banda che non aveva certo avuto il tempo di leggere gli scritti di Napoleone Bonaparte per comprendere che in guerra, l’audacia è il miglior calcolo che il genio possa permettersi.

«Noi facemmo irruzione nella penombra del granaio male illuminato e affumicato dal tabacco, al centro di uomini col cappello in testa e il toscano in bocca che si alzarono di colpo, stravolti, smarriti più che sconvolti, e che diventarono chiaramente furiosi, una volta ritornati in se stessi e compreso ciò che volevamo da loro. Ma eravamo cinque e avevamo portato di che farci rispettare: ero rimasto all’ingresso, con una pistola in ogni mano, per sorvegliare le operazioni […] Fatto il tutto, siamo usciti all’indietro nel più puro stile western, minacciando di far parlare la polvere da sparo, se qualche imprudente avesse tentato di giocare al cowboy prima che fossimo lontani»4.

E’ un immaginario popolare fatto di gangster, cowboy, pistoleri e uomini mascherati che provengono dal cinema, dai fumetti e dai romanzi popolari che si muovono con disinvoltura e sprezzo del pericolo tra le maglie del potere e dei suoi sgherri e servitori. Così che, come afferma un comandante partigiano, era possibile trovare «uomini vestiti alla Tom Mix, larghi cappelli e fazzoletti al collo»5.

Il “colpismo” ha origine nel nucleo bovesano, capostipiti Franco Ravinale e Nardo Dunchi, e non ha obiettivi militari o politici, vuole essenzialmente marcare con forza – di fronte alla popolazione civile, alle istituzioni della fragile Repubblica sociale a ai timorosi gruppi più o meno attendisti posti in essere dagli alti ufficiali del disciolto regio esercito – l’esistenza di frange non solo indisponibili a piegarsi al fascismo repubblicano e alla occhiuta presenza germanica, ma addirittura intenzionate a fare dell’audacia e dell’azione i loro tratti distintivi […] I “colpisti” […] si propongono di evidenziare, ridicolizzandolo, il rinascente fascismo, facendo emergere non solo la sua totale dipendenza dall’alleato germanico, ma anche la sua gracilità interiore e l’impreparazione dei suoi quadri. [Così] il “colpismo” aiuta a capire come, a livello resistenziale, la violenza non fosse considerata normale o scontata: i “colpisti” mettono in atto alcune azioni in cui non c’è traccia di ferocia, ma solo di irrisione, poiché, come ricorda un protagonista, «tra i partigiani ce n’erano pochissimi che amavano ammazzare»6.

Ma sono i “colpisti” della banda Vian, alle pendici della Bisalta, ad incarnare lo spirito di questa prima stagione di lotta: […] massima indipendenza dai comandi, minima partecipazione alle discussioni a meno che non siano strettamente legate alla necessità dell’attacco a tedeschi e fascisti, atti terroristici continui (sabotaggi, irruzioni, agguati) cartterizzano la loro azione scatenata, convinti che la guerriglia sia la priorità e che sia sbagliato costituire un esercito per battersi contro le forze nemiche militarmente superiori.
Un episodio eloquente testimonia il loro atteggiamento: durante il Convegno di Valcasotto presso l’osteria “Rosa Rossa” il 24 ottobre 1943, da molti indicato come la costituente partigiana in provincia di Cuneo, «la riunione si fa presto infuocata e le voci si accavallano in un unico frastuono. Delusi e un po’ nauseati da tante parole con Dunchi e Franco, decidiamo di fare un colpo ad una caserma di Mondovì. Scendiamo a valle mentre gli altri discutono, ed in un batter d’occhio, rientriamo con coperte e scarpe, molto più utili delle parole vuote7» 8.

Progressivamente, però, di violenza ce ne sarà tantissima, soprattutto da parte dei nazifascisti; cosa che farà sì che nell’arco di qualche mese numerose spie, collaboratori e rappresentanti del fascismo cadano sotto i colpi dei resistenti in agguati mortali e audaci. Anche i partigiani cadranno sotto i colpi degli avversati: spesso prima catturati, poi torturati e infine uccisi e abbandonati sulle strade e sulle piazze come monito per i civili.

Ma, in un contesto in cui le azioni delle bande autonome sembra spesso gravare troppo sulle tasche e sulle imprese dei proprietari terrieri e degli industriali, i novelli cowboy diventano vittime anche di quelli avrebbero dovuto essere i loro alleati. Così come accade, la vigilia di Natale del ‘43, ai membri del Distaccamento Stella Rossa che, dopo essere stato considerato dai fascisti una delle dieci bande più pericolose del cuneese, a causa di un ignobile accordo con i fascisti stessi del comandante del settore monregalese del CLN, il colonnello Rossi, vengono fatti prigionieri in diciassette da un altro distaccamento partigiano e consegnati ai carabinieri di Mondovì che provvederanno a incarcerarli e torturarli, prima di consegnarli ai tedeschi che in seguito ne fucileranno quattro per rappresaglia il 16 gennaio 1944 a Cairo Montenotte e deporteranno gli altri in Germania.

L’accusa era per loro di essere semplici razziatori e criminali che non facevano altro che contribuire a gettar discredito sul movimento partigiano. Ma come ricorda un membro del distaccamento incaricato di arrestarli, Italo Cordero (classe 1919):

«Ascoltando i discorsi di quei malcapitati e scambiando qualche parola con loro, mi persuasi che quegli uomini non erano dei criminali, ma dei partigiani come noi, forse migliori perché più politicizzati. Se poi loro erano quasi tutti comunisti e noi non lo eravamo che importanza aveva? [Arrestandoli] commisi un grosso errore. Anzi, assai più di un grosso errore: un’azione vergognosa, indegna di un partigiano, la più vile che un partigiano potesse compiere»9.

Episodi come questo costellano la Resitenza e le lotte politiche al suo interno, minando quell’immagine unitaria e nazionale che le istituzioni della Repubblica vorrebbero dare per scontate fin dal secondo dopoguerra. Per questo l’agile, ma più che informato e documentato libello di Odiardo e Ruzzi serve a fare chiarezza e a smontare il mito farlocco della comunione di interessi tra le classi e i combattenti di una stagione eroica e confusa. Sicuramente traditrice delle aspettative dei più coraggiosi e determinati a farla finita con il fascismo, le sue istituzioni, i suoi rappresentanti e i suoi finanziatori.

Mentre l’azione regolare e regolamentata militarmente sarebbe rientrato tra le fila dei combattenti della montagna grazie anche alla soppressione dell’immaginario popolare e alla sua sostituzione con un nuovo ordine politico del discorso. Ben diverso e lontano dalle radici da cui la lotta era partita.


  1. M. Ruzzi, Prefazione a L. Odiardo, Sempre primi nelle imprese più arrischiate. Sabotaggi e colpi di mano delle prime bande partigiane in provincia di Cuneo, Edizioni Il Picconiere/ Biblioteca Popolare Rebeldies, Cuneo 2020, p. 7.  

  2. Ivi, p.7.  

  3. L. Odiardo, op. cit., p. 18.  

  4. D. Fauquier, Itinerario di un partigiano francese 1942-1945, in «Il Presente e la Storia», Rivista dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in provincia di Cuneo, n. 69, giugno 2006, pp. 198-199, cit. in L. Odiardo,op. Cit., p. 57.  

  5. Morbiducci L. (a cura di), Il Comandante Medici, Tipografia Simboli, Recanati 1947, pp. 306-307 ora in Odiardo, op. cit., p. 40.  

  6. M. Ruzzi, op. cit., pp. 8-9.  

  7. A. Sacchetti, Un Romano tra i Ribelli, L’Arciere, Cuneo 1990, p. 34.  

  8. L. Odiardo, op. cit., p. 30.  

  9. I. Cordero, Ribelle, Fracchia, Mondovì 1991, pp. 51-54 cit. in L. Odiardo, op. cit., p. 36.  

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«Banditi» per necessità ovvero la Resistenza così come fu https://www.carmillaonline.com/2025/06/25/banditi-per-necessita-ovvero-la-resistenza-cosi-come-fu/ Wed, 25 Jun 2025 20:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88871 di Sandro Moiso

Filippo Focardi – Santo Peli (a cura di), Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945), Carocci editore, Roma 2025, pp. 425, 39 euro

«Una nuova retorica patriottarda o pseudo-liberale non venga ad esaltare la formazione dei purissimi eroi: siamo quel che siamo: […] gli uomini sono uomini». (Emanuele Artom, Diario di un partigiano ebreo)

In tempi in cui anche i rappresentanti della destra più conservatrice e reazionaria possono, e devono, fare professione di antifascismo con la benedizione di una sinistra istituzionale esangue, le parole di Emanuele Artom appaiono davvero profetiche. Una Resistenza spogliata, quasi fin da subito [...]]]> di Sandro Moiso

Filippo Focardi – Santo Peli (a cura di), Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945), Carocci editore, Roma 2025, pp. 425, 39 euro

«Una nuova retorica patriottarda o pseudo-liberale non venga ad esaltare la formazione dei purissimi eroi: siamo quel che siamo: […] gli uomini sono uomini». (Emanuele Artom, Diario di un partigiano ebreo)

In tempi in cui anche i rappresentanti della destra più conservatrice e reazionaria possono, e devono, fare professione di antifascismo con la benedizione di una sinistra istituzionale esangue, le parole di Emanuele Artom appaiono davvero profetiche. Una Resistenza spogliata, quasi fin da subito e dai maggiori partiti rappresentati nell’agone parlamentare fin dalla caduta del regime fascista, della sua reale valenza di classe, rivolta e rifiuto dell’ordine costituito, allora degli ordinamenti mussoliniani e di quelli pericolosamente in essere nel passaggio alla repubblica borghese, è diventata così il cardine su cui articolare una narrazione immaginifica e interclassista della rifondazione patriottarda dello Stato nazionale dopo la fine dell’identitarismo nazionalistico che aveva ispirato sia il regime che le sue guerre e avventure coloniali. Una narrazione retorica che ne ha confuso l’immagine, offuscandola, e tradito le concrete motivazioni.

Ben vengano dunque ricerche come quelle accluse nel testo curato da Focardi e Peli che, nel solco degli studi iniziati da Claudio Pavone1 e della sua attenzione all’economia morale che aveva fondato l’insurrezione contro il governo non solo di Mussolini, del PNF e dei suoi gerarchi, ma anche contro l’ordine morale, economico e politico borghese che ne aveva costituito l’essenza e giustificato l’esistenza, riportano la storia e gli avvenimenti di quei tragici e convulsi anni sui binari delle concrete condizioni materiali sui quali effettivamente viaggiarono.

Una Storia che non solo deve liberarsi dalle incrostazioni con cui gli interpreti di destra hanno cercato di ridurre, in sintonia con quelli appartenenti ai partiti “nemici”, quel periodo ad una sorta di confronto tra fazioni politiche avverse, di cui i partiti sarebbero stata la forma naturale di espressione, ma anche delle interpretazioni mitopoietiche con cui tanta ricerca di parte avversa l’ha imbastardita riducendola a mera funzione del progresso degli organismi della democrazia parlamentare e dello Stato. Come sostengono da subito i due curatori, affermando come sia oggi necessario rivalutare, ricordare e ricostruire, le enormi fatiche della guerra partigiana che ne hanno segnato le «opere e giorni»:

Riportare al centro dell’attenzione la guerra partigiana nella sua concretezza, nella sua difficoltà e drammaticità, nel suo accidentato farsi, nel complicato intreccio tra spontaneità e organizzazione, di storia militare e storia politica, di localismi e di utopie, di durezze materiali e solidarismi trasversali: questo l’obiettivo che ci siamo prefissi progettando l’impegnativo lavoro collettivo da cui è nato questo volume. […] A stimolare l’”impresa” hanno concorso parecchi motivi.
Il principale, abbastanza evidente per chiunque segua con interesse il discorso pubblico sulla Resistenza, è costituito dal fatto che quasi esclusivamente, da almeno tre decenni, si è scritto e parlato di resistenza senz’armi, di resistenza civile o di resistenza dei militari (Cefalonia) […] Ma ciò non dovrebbe occultare il fatto che la più importante discontinuità della storia nazionale […] non si sarebbe realizzato senza la scelta di impugnare le armi compiuta da un’esigua minoranza, senza un esercito di volontari disposti ad assumere su di sé il compito arduo di combattere, di uccidere e farsi uccidere2.

Una considerazione che potrebbe apparire scontata se non fosse, come proseguono Focardi e Peli, che:

Nella narrazione mediaticamente vincente si tornano invece a privilegiare, a discapito dell’aspra, complicata e divisiva insurrezione antifascista, gli aspetti unitari, nazional-patriottici della Resistenza. La centralità della sanguinosa e divisiva guerra partigiana è stata via via edulcorata e di fatto sostituita da una Resistenza più rassicurante, che piace immaginare condivisa dalla maggioranza del popolo. Dunque, sconfortante eterogenesi dei fini, la Resistenza diviene paradossalmente anche veicolo di un’autoassoluzione collettiva, fondamento di un’illusoria identità nazionale miracolosamente votata alla libertà3.

E’ un messaggio forte quello dei due curatori che, per molti versi, si avvicina di più alla letteratura e alle memorie di Fenoglio, Calvino, Revelli, Bianco, Meneghello, Chiodi e tanti altri, che non alle ricostruzioni storiche troppo spesso ispirate alla necessità di superare le divisioni, un tempo tra PCI e DC (il cui risultato fu una costituzione spoglia del “diritto alla resistenza” proposto come articolo della stessa da Aldo Capitini e altri), e oggi, ancora più platealmente, tra”destra “ e “sinistra”, entrambe di governo grazie all’idea di “alternanza” che pervade il discorso politico moderno ispirato dal liberalismo, soprattutto, economico. In cui a contare non sono più le differenze tra i partiti e i loro programmi, ma la capacità di garantire continuità e la stabilità all’ordine esistente e alle sue “necessità” proprietarie, finanziarie e produttive.

Santo Peli si è laureato in Lettere nel 1973, ha insegnato Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova, fino al 2013. I suoi campi di ricerca sono sempre stati costituiti dalla conflittualità operaia tra Prima e Seconda guerra mondiale e dalla Resistenza italiana. Per Franco Angeli ha dato alle stampe La Resistenza difficile nel 1999, poi ripubblicato dalle edizioni dalla Biblioteca Franco Serantini (BFS) di Pisa nel 2018. Con Einaudi ha invece pubblicato, La Resistenza in Italia (2004), Storia della Resistenza in Italia (2006 e 2015), Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza (2014) e La necessità, il caso, l’utopia. Saggi sulla guerra partigiana e dintorni, ancora per BFS Edizioni (2022).

Filippo Focardi si è laureato nel 1993 e svolge la sua attività presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università degli Studi di Padova. Si occupa di storia moderna e contemporanea e la sua opera si è concentrata soprattutto sulla storia italiana durante la seconda guerra mondiale e sul recupero della memoria storica di quel periodo. Tra i suoi studi vanno ricordati: La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico italiano dal 1945 ad oggi (Laterza 2005), Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale (Laterza 2013) e Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoa, Foibe (Viella 2020).

I due storici, ancora nell’introduzione al testo, sottolineano infine come:

La messa in sordina degli aspetti divisivi fatalmente connessi alla guerra partigiana, e la forte sottolineatura di una coralità, di un afflato nazional-patriottico, ricorda in qualche modo, e con molte diverse sfumature sulle quali non è dato qui soffermarsi, la narrazione prevalente negli anni Cinquanta […]. In una narrazione di questo tipo, la concreta esperienza storica della guerra partigiana, per nulla esente da difficoltà e spinte contrastanti, rischia di evaporare, di disciogliersi in un astratto pantheon di eroi, a discapito di fare i conti con «il partigianato così com’era, non come vorremmo fosse stato4 » 5.

Considerazioni che ci devono far ricordare come Una guerra civile di Claudio Pavone, al suo apparire nel 1991, avesse fatto storcere il naso a molti rappresentanti dell’antifascismo istituzionale e sollevato numerose perplessità tra gli storici, quasi sempre di sinistra, che si occupavano della storia della Resistenza proprio per l’accento messo sullo scontro interno al paese che la guerra partigiana aveva suscitato, mettendo così in crisi e in discussione l’immagine edulcorata e priva di contraddizioni della stessa che sembrava aver ormai uniformato gli studi in materia.

Per raggiungere l’obiettivo dichiarato i due curatori del testo pubblicato da Carocci hanno messo insieme sedici saggi, suddivisi in tre parti: Combattere, Vivere, Narrare. Composte rispettivamente da sei la prima e da cinque saggi ciascuna per entrambe le altre parti. Chiamando a raccolta l’opera di storici, docenti e ricercatori di Eric Gobetti, Gabriele Pedullà, Maria Teresa Sega, Chiara Colombini e Nicola Labanca, solo per citarne alcuni, oltre ai due saggi scritti dagli stessi curatori.

Riuscendo a dare vita ad un complesso e intenso mosaico in cui vengono ricostruiti differenti aspetti della guerra partigiana e della sua memoria. Gli argomenti trattati vanno così dalla prima creazione delle bande partigiane ai loro nemici e alla presenza di stranieri nelle loro fila, oltre che il contributo, spesso sminuito, del Meridione alla storia della Resistenza oppure sul ruolo delle donne nell’esercito di liberazione. Oltre a questi, altri temi riguardano il vissuto e le passioni che alimentarono la Resistenza, la geografia degli studi storici sulla guerra partigiana, la violenza insita nella stessa, il “tradimento” dei manuali scolastici e il discorso pubblico sulla stessa, infarcito inevitabilmente di innagini di “martiri” e “patrioti”.

Tra questi, che non si possono certo riassumere tutti nel corso di una recensione, risaltano, almeno agli occhi di chi qui scrive il saggio di Santo Peli su Guerra partigiana e rifiuto della guerra ( pp. 139-161), quello di Francesco Fusi su La “sporca” guerra del partigiano: alimentazione, salute, territorio (pp. 179-195) e, ancora, quello di Chiara Colombini intitolato «Non un esercito di santi». Vissuto e passioni della guerra partigiana (pp. 163-177). Non certo a discapito della validità degli altri tredici, ma soltanto perché riguardanti argomenti spesso disattesi dalla ricerca storica sul periodo 1943-1945 in Italia e, invece, molto importanti per aprire un confronto più approfondito sulle cause e conseguenze della “guerra civile”.

Nel primo dei tre qui indicati, Santo Peli torna su un argomento di cui si era già occupato in altri suoi testi e in particolare nella parte finale della sua Storia della Resistenza in Italia ovvero ristabilire una verità spesso rimossa, quella del peso del rifiuto della guerra nell’alimentare la scelta di molti giovani italiani di aderire alle fila o, almeno, alle motivazioni della Resistenza, che venne ancor prima di una scelta di carattere ideologica o politica, che troppo spesso viene ancora indicata come motivazione primaria, forse per un malinteso senso del dovere nei confronti della patria che alimenta ancora oggi, in tempi di nuove e imminenti guerre, un certo immaginario patriottardo non soltanto di “destra”.

Peli cita, come riassunto della sua tesi, le riflessioni e le memorie di una partigiana piemontese, Tersilla Oppedisano (nome di battaglia Trottolina), risalenti alla metà degli anni Settanta del ‘900.

Non so se la popolazione fosse tutta dalla nostra parte, non lo so. Certo, la gente era stanca del fascismo e quindi sentiva inconsciamente che eravamo i loro, anche perché la presenza dei partigiani aveva impedito che molti ragazzi del posto finissero in Germania. D’altronde, il grosso dei partigiani non era formato di volontari ma di ragazzi che erano stati costretti a scappare per non arruolarsi, perché la repubblica di Salò aveva fatto la coscrizione obbligatoria.
La Resistenza è proprio la guerra dei disertori, la guerra degli imboscati, cioè gente che va nei boschi perché non la piglino. «E se venite a pigliarmi afferro un mitra e vi sparo!». Imboscati proprio in questo senso. E’ il primo momento della storia in cui ci si ribella alla guerra e ai fautori della guerra. In questo senso è importantissima la Resistenza. Io non so se sia opportuno dire queste cose, ma penso che bisogna dirle, anche per demistificare la figura dell’eroe che si butta nella guerra, il nazionalismo, il milite ignoto e mille storie di questo genere. Io mi trovo un po’ isolata a dire queste cose, perché al partito non si dicono, nella scuola non si dicono, e si fa l’elogio del volontarismo della massa del popolo italiano che si arma e combatte, mentre, quando si va a vedere sotto sotto, appare quell’aspetto del rifiuto della guerra, che pure è importantissimo6.

Peli prosegue poi ancora affermando che:

La guerra partigiana, guerra di volontari che «si adunarono per dignità e non per odio, decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo», è un’immagine magnifica e tranquillizzante, che rischia di scambiare la parte con il tutto. Ci furono questi volontari, eccome, e senza di loro poco o nulla di politicamente ed eticamente significativo sarebbe accaduto. Ma forse sono più numerosi i protagonisti cui dà voce la partigiana Trottolina: una turba di sbandati in fuga dalla guerra, che in modi e in tempi diversi, e in buona parte all’inizio senza ideali motivazioni, si trasformano in partigiani, certo non tutti, e conservando caratteristiche e modi di intendere la lotta e i suoi obiettivi assai diversificati. Che la genealogia della guerra partigiana vada ricercata anche in una confusa ed eterogenea massa di italiani in fuga dalla guerra è immagine assai poco seducente, perché evoca uno stato di passività, una regressione o una permanenza nel particulare, e anche un’incerta, scarsa propensione all’amor di patria, al riscatto dell’onore militare tracollato nell’implosione dell’8 settembre […] Eppure una ricca memorialistica partigiana lascia pochi dubbi in proposito7.

Il saggio di Fusi, sottolineando le difficoltà di approvvigionamento delle formazioni partigiane e dei problemi che ciò causò talvolta con le popolazioni dei territori in cui operavano, non cerca sicuramente di mitizzare o edulcorare il fatto che i partigiani si comportassero talvolta come “banditi” anche solo per necessità logistiche.

Oltreché una guerra contro tedeschi e fascisti, quella partigiana è al contempo una lotta contro le avversità: fattori ambientali proibitivi, scarsità di alimentazione e di vestiario, rischi fisici e psicologici dovuti alla forzata mobilità e ai continui pericoli. E’ perciò una guerra per la sopravvivenza, individuale e di gruppo, la cui urgenza talvolta ogni altra considerazione: «in molti casi sono più importanti le scarpe che le conferenze politiche». […] In ogni caso, sopravvivere fu la prima preoccupazione di chi salì in montagna. Oltre all’incognita della morte inflitta dal nemico, stava quella legata alle disagevoli condizioni di vita: «I fascisti sono un di più, ci ammazza da solo il freddo», sentenzia Ettore nel Partigiano Johnny. E così Giambattista Lazagna, il partigiano Carlo: «la lotta più terribile deve essere condotta contro le difficoltà di nutrirsi, di vestirsi, di armarsi, di nascondersi. […] Ci voleva a quel tempo, oltre ad un certo coraggio, un fisico molto robusto, uno stomaco molto piccolo, una buona dose di fantasia per andare ai monti». […] La memorialistica partigiana e le pagine di scrittori partigiani quali Fenoglio, Calvino e Meneghello sono popolate di questa umanità partigiana spesso sofferente, incerta o inadeguata in cui i resistenti sono presentati come «uomini simili ad altri nei loro meriti e nei loro difetti». Raffigurazioni che le prime stagioni storiografiche sulla Resistenza avevano lasciato spesso in ombra, per dare spazio ad immagini più edificanti, se non eroiche. Parlando della “sporca” vita del partigiano giova perciò l’avvertimento di Nuto Revelli a guardare a loro come a «gente comune», non a «un esercito di santi», e a contrapporre alla vulgata che vuole i «partigiani in gamba, tutti robusti, tutti perfetti, politicamente ben inquadrati, che di mangiare non parlavano mai» un più aderente e disincantato sguardo sul vero partigiano, afflitto quotidianamente «da un’infinità di piccoli problemi – le scarpe, il sacco di farina, il chilo di sale, il partigiano lazzarone, il partigiano fifone, il comandante sfessato e mille altre diavolerie» e nel quale «sovente i problemi logistici erano più impegnativi di quelli militari»8.

Chiara Colombini, nel suo saggio, continua necessariamente sulla linea interpretativa tratteggiata fino ad ora:

Qualsiasi tentazione di monumentalizzare eventi e persone diventa impraticabile qualora ci si affidi alle «scartoffie di allora». Perchè, facendo ricorso ai documenti prodotti durante la guerra partigiana, ci si ritrova immersi in un presente forzatamente scandito da incertezze e contraddizioni, quelle che accompagnano un sentiero sconosciuto, senza sapere esattamente dove condurrà»9.

Una memorialistica, letteraria e non che non esclude affatto sentimenti e stati d’animo, in particolar modo presenti in quella delle donne e che serve a riscoprire, come fece Claudio Pavone nella sua monumentale e imprescindibile opera, la soggettività che operò nelle scelte partigiane e che, sempre, opera nella Storia.

Lo spazio di una recensione non può espandersi oltre, ma rimane inconfutabile il fatto che l’opera di Santo Peli, Filippo Focardi e di tutte le autrici e di tutti gli autori coinvolti è destinata a segnare un ulteriore passo in avanti nello studio e nella comprensione delle condizioni concrete e materiali che stanno alla base degli eventi sociali, in cui spesso ad intervenire per ultime sono proprio le motivazioni ideologiche o dichiaratamente politiche. Una lezione importante per l’oggi e per il domani.


  1. Si vedano: C. Pavone, Una guerra civile. Saggio sulla moralità delle Resistenza (1991 e 2006) e, ancora, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo e continuità dello Stato (1995 e 2025).  

  2. F. Focardi – S. Peli (a cura di), Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945), Carocci editore, Roma 2025, p. 15.  

  3. Ivi, pp. 15-16.  

  4. Nuto Revelli, lettera ad Alessandro Galante Garrone del 1° luglio 1955.  

  5. Focardi – Peli, op. cit., p. 16.  

  6. T. Fenoglio Oppedisano (Trottolina), in A. Bruzzone, R. Farina (a cura di), La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Bollati Boringieri, Torino 2003 (prima edizione 1976), pp. 162- 163, cit. in S. Peli, Guerra partigiana e rifiuto della guerra in F. Focardi, S. Peli, op.cit., p. 139.  

  7. S. Peli, op. cit., p. 141.  

  8. F. Fusi, La “sporca” guerra del partigiano: alimentazione, salute, territorio in Focardi – Peli, op. cit., pp. 181-184.  

  9. C. Colombini, «Non un esercito di santi». Vissuto e passioni della guerra partigiana in Focardi – Peli, op. cit., p. 164.  

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Dominio, dissimulazione, resistenza e rivolta https://www.carmillaonline.com/2025/06/18/dominio-maschera-dissimulazione-e-resistenza/ Wed, 18 Jun 2025 20:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88921 di Sandro Moiso

James C. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza, elèuthera editrice, nuova edizione 2021, pp. 373, 20 euro

Arriverà quel giorno! Arriverà quel giorno!… Sento il rumore dei carri! Vedo le vampe dei cannoni! Il sangue dei bianchi scorre sul terreno a fiumi, e i morti sono un mucchio alto cosi! Oh Signore! Affretta il giorno quando i colpi e le ferite e i dolori verranno ai bianchi, e gli avvoltoi mangeranno i loro morti nelle strade. Oh Signore! Spingi avanti i carri e concedi alla gente nera pace e riposo. Oh Signore! Dammi il piacere di [...]]]> di Sandro Moiso

James C. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza, elèuthera editrice, nuova edizione 2021, pp. 373, 20 euro

Arriverà quel giorno! Arriverà quel giorno!… Sento il rumore dei carri! Vedo le vampe dei cannoni! Il sangue dei bianchi scorre sul terreno a fiumi, e i morti sono un mucchio alto cosi! Oh Signore! Affretta il giorno quando i colpi e le ferite e i dolori verranno ai bianchi, e gli avvoltoi mangeranno i loro morti nelle strade. Oh Signore! Spingi avanti i carri e concedi alla gente nera pace e riposo. Oh Signore! Dammi il piacere di vivere fino a quel giorno, quando vedrò i bianchi ammazzati come i lupi che escono affamati dai boschi.

Sono queste le parole, riportate da Mary Livermore una governante bianca del New England alla metà dell’Ottocento, uscite con impeto dalla bocca di Aggy, la cuoca nera della famiglia presso cui lavora la stessa Mary, dopo che il padrone aveva rimbrottato con veemenza, prima, e malmenato, in seguito, la figlia della stessa, accusata di un furtarello nella casa padronale.

E’ l’autentico incipit di un dramma che non va in scena a teatro, ma nella realtà della vita di tutti i giorni in cui, di solito il rapporto tra dominati e dominatori è regolato da regole di rappresentanza formale, quelle che l’autore del saggio definisce come verbale pubblico, a lato del quale però soggiace quasi sempre un verbale segreto ovvero ciò che si pensa ma non può essere detto, se non in momento particolari di tensione o rabbia. Come quello rappresentato dalle parole della schiava offesa dai maltrattamenti non tanto nei suoi confronti quanto piuttosto da quelli riservati alla giovane figlia.

Questo intreccio, stretto, tra rappresentazione formale dei rapporti di classe e sotterranea realtà degli stessi è stato da sempre al centro degli studi di James C. Scott, antropologo e storico statunitense delle società agrarie e senza stato, soprattutto collocate nell’area del Sudest asiatico. Una centralità che gli ha permesso di ricollegare sempre, tra di loro, le differenti narrazioni che derivano dall’ordine discorsivo dei due differenti verbali ed analizzare così le radici e le scaturigini delle rivolte e, talvolta, delle rivoluzioni avvenute a partire dalle società contadine. Per l’autore:

maggiore è la disparità di potere tra il dominante e il subordinato e l’arbitrio insito in essa, e maggiore è la tendenza dei subordinati ad assumere nel verbale pubblico un atteggiamento stereotipato, ritualistico. In altre parole, più il potere e minaccioso, piu la maschera e impenetrabile. Si può immaginare, in tale contesto, una gamma di situazioni che vanno dal dialogo tra amici di pari condizione e potere, da una parte, fino al campo di concentramento dall’altra, in cui il verbale pubblico della vittima porta il marchio di una paura mortale. Tra questi estremi sta la vasta maggioranza dei casi storici di subordinazione sistematica, che sono l’oggetto del nostro interesse. […] questa riflessione sul verbale pubblico ci avverte che esistono diversi aspetti nelle relazioni di potere, ciascuno dei quali verte sul fatto che il verbale pubblico non rappresenta la storia completa. Prima di tutto, il verbale pubblico è una guida incompleta per la comprensione dell’opinione dei subordinati1.

Dato per scontato, però, che esista un verbale pubblico apparentemente comune, occorre anche comprendere come esistano in ogni caso almeno due verbali segreti, quelli i cui non si confermano le cose dette in pubblico ma quelle realmente pensate e condivise da coloro che li producono: i dominatori e i dominati. Ed è proprio rivolta a quelli prodotti da questi ultimi l’attenzione maggiore di Scott. Proprio per provare ad individuare al loro interno i meccanismi narrativi che soggiacciono alle possibili rivolte dei servi, degli schiavi, dei contadini piccoli o senza terra e della vasta schiera di poveri e diseredati che costituiscono le fila dei dominati. Che spesso indossano maschere, verbali e formali, che:

producono un verbale pubblico strettamente conforme al modo in cui il gruppo dominante vorrebbe che le cose apparissero. Questo non controlla mai totalmente la scena, tuttavia i suoi desideri prevalgono. Nel breve termine, e nell’interesse del subordinato assumere un atteggiamento abbastanza credibile, pronunciando le frasi e compiendo i gesti che sa che ci si aspetta da lui. Il risultato è che il verbale pubblico (per evitare una crisi) è sistematicamente orientato nella direzione del copione messo in scena dal dominante. In termini ideologici, il verbale pubblico, attraverso il suo tono accomodante, fornirà tipicamente la prova dell’egemonia dei valori dominanti, dell’egemonia del discorso dominante2.

Ma che non condividono, dissimulando soltanto l’obbedienza al canone culturale e politico dominante, cosa che spinge spesso le autorità o i rappresentanti del potere a sottovalutare le braci che covano sotto le ceneri, pur sapendo che tale armonia non può essere possibile, ma illudendosi che col tempo queste si spengano.

In questo contesto sono proprio i verbali segreti a tenere invece accese le braci dell’odio, del disprezzo e della rivolta nei confronti di chi si sente comodamente assiso ai vertici del potere politico e proprietario. Come afferma George Eliot nel suo romanzo Daniel Deronda (1876), citato da Scott: «E l’odio piu intenso è quello radicato nella paura, che obbliga al silenzio e alimenta vendicatività costruttiva, un annullamento immaginario dell’oggetto detestato, qualcosa come i segreti riti di vendetta con cui i perseguitati danno sfogo oscuro alla propria rabbia». Quella che esplode, ad esempio, nelle parole di Aggy citate in apertura.

Ciò che colpisce è che il suo non è un semplice scoppio di rabbia improvvisa, e piuttosto un’immagine ben descritta e molto visiva di un’apocalisse, un giorno di vendetta e trionfo, un mondo rappresentato capovolto con l’uso della materia prima culturale tratta dalla religione dell’uomo bianco. Si può immaginare che una visione tanto elaborata sia uscita spontaneamente dalle sue labbra senza il contributo di fede e pratica del cristianesimo degli schiavi? Sotto questo aspetto la nostra percezione del verbale segreto di Aggy, se approfondita, ci porterebbe direttamente alla cultura segreta degli alloggi e della religione degli schiavi3.

E questo, almeno a parere di chi qui scrive, costituisce il motivo di reale interesse della ricerca di Scott: comprendere come, dove, con quali forme prende corpo il verbale segreto della rivolta e dell’insurrezione possibile. Un verbale segreto formatosi nei confronto tra pari in luoghi e nel contesto di eventi che sono ritenuti sicuri, lontani dalle orecchie e dallo sguardo del padrone e di chi è al potere. Momenti di confronto in cui un immaginario collettivo, individuale e sociale, formatosi nell’esperienza quotidiana dello sfruttamento e della sottomissione, prende forma e diventa strumento delle strategie di resistenza.

Tale discorso riporta la nostra attenzione sulla cultura fuori scena della classe nel cui ambito ha preso origine. Un singolo individuo che subisca un affronto può sviluppare una sua fantasia personale di vendetta e conflitto, ma quando l’insulto non è che una variante di quelli subiti sistematicamente da un’intera razza, classe o ceto, allora la fantasia puo diventare un prodotto culturale collettivo. Quale che sia la forma assunta (parodia fuori scena, sogni di vendetta violenta, visioni millenaristiche di un mondo capovolto), questo verbale segreto collettivo è essenziale per ogni considerazione dinamica delle relazioni di potere. [Perché] la necessità di «mettere la maschera» di fronte al potere produce, a causa della tensione provocata dalla finzione, una pressione contraria che non può essere trattenuta all’infinito4.

Una condizione di malessere, anche di carattere psichico, su cui indagò Frantz Fanon nella sua opera Pelle nera, maschere bianche (1952) in cui elaborò, anche a partire dall’esperienza personale, una critica storica degli effetti del razzismo e della disumanizzazione, insiti nelle situazioni di dominazione coloniale, sulla psiche umana. Mettendo in luce un doppio processo, quello di spossessamento economico e quello legato all’interiorizzazione del razzismo e del senso di inferiorità. Studio che, se ancor oggi è considerato un classico degli studi postcoloniale, continua condividere un’immagine passiva del soggetto oppresso negandogli l’autonomia di pensiero e azione compresi invece nelle considerazioni di James C. Scott.

Poiché il verbale segreto non è fatto soltanto di attività verbali e di immagini trasmesse dai discorsi, ma da «una intera gamma di attività. Per molti lavoratori agricoli azioni come fare bracconaggio, commettere piccoli furti, non pagare le tasse, lavorare male di proposito per il padrone, fanno parte del verbale segreto. […] Ognuna di queste pratiche contravviene al verbale pubblico di quel certo gruppo e quindi esse vengono il più possibile tenute fuori scena e non dichiarate»5. Forme di resistenza che nelle società preindustriali e successivamente industriali possono prendere le forme del luddismo e del sabotaggio, così come del rifiuto del lavoro. Dando vita a forme, tutt’altro che primitive, di autonomia di classe nei confronti di quella avversa, dei suoi obblighi e della sua ideologia, dati troppo spesso per scontati.

La frontiera tra il verbale pubblico e quello segreto è una zona di lotta incessante tra dominanti e subordinati, e non un muro invalicabile. La capacità dei gruppi dominanti di imporsi, sia pure non totalmente, nella definizione e costituzione del verbale pubblico e di quello fuori scena, è, come vedremo, una non piccola misura del loro potere. La lotta continua che viene condotta su questi confini è forse l’area più vitale del conflitto ordinario, della lotta di classe nelle sue manifestazioni
quotidiane6.

All’interno del verbale segreto e delle sue manifestazioni epifenomeniche possono coesistere aspirazioni millenaristiche, sogni di vendetta e di riscatto individuale e sociale che spesso, ancor prima che dalle difficoltà economiche e o dalla differente distribuzione della ricchezza all’interno di una società, prendono spunto dal senso di ingiustizia, immoralità, offesa e ingiuria contro i singoli o interi gruppi sociali. Un’economia morale che dà vita a forme pre-politiche di reclamo che nella religione, spesso condivisa con gruppi dominanti, ma ribaltata nei suoi scopi e fini, possono trovare ispirazione così come nella speranza nella figura di un sovrano, di un capo, che sia quello autentico e giusto, tenuto nascosto troppo a lungo, come successe nella rivolta russa del XVIII secolo guidate da Emel’jan Ivanovič Pugačëv, un cosacco del Don disertore e fuggiasco che spinse a insorgere, dagli Urali al Volga, russi, cosacchi, baškiri e tatari, proclamandosi pretendente al trono dello zar Pietro III dopo che questo era stato spodestato dalla moglie e futura imperatrice Caterina II nel 17627. Oppure come in quella birmana del ‘900, di cui parla Scott:

Appena pochi anni dopo il servizio prestato da Orwell a Moulmein, gli inglesi sono stati colti di sorpresa da una grande insurrezione anticoloniale. Questa era guidata da un monaco buddista che si dichiarava pretendente al trono e prometteva un’utopia che consisteva essenzialmente nel cacciare gli inglesi e abolire le tasse. La ribellione è stata soffocata con una buona dose di brutalità gratuita e i «cospiratori» sopravvissuti mandati alla forca. Ma una porzione, almeno, del verbale segreto della popolazione birmana ha fatto la sua apparizione sulla scena, manifestandosi apertamente. Sono stati rappresentati sogni millenaristici di vendetta, visioni di regalità giusta, di saggezza buddista e pareggiamento dei conti razziali, della cui esistenza i britannici avevano scarsissimi indizi8.

Scott è chiaro: le possibili similitudini tra verbali segreti e forme di resistenza in società e tempi diversi è possibile soltanto dal punto di vista dell’analisi formale e non si può pensare di trarre insegnamento per la comprensione delle contraddizioni sociali e delle loro possibili e conseguenti eruzioni da uno solo degli esempi riportati nella casistica del libro, valido per ogni caso e in ogni luogo. Ma:

Le rassomiglianze tra contadini francesi, schiavi, intoccabili, servi russi, e anche tra i cargo cults [riti propiziatori diffusi tra le popolazioni della Melanesia – N.d.T.] dei popoli sottomessi alla conquista occidentale, sono troppo evidenti per essere ignorate. La tendenza a credere che la fine del dominio sia vicina, che Dio o le autorità intendano garantire la realizzazione dei desideri, ma che forze maligne impediscono di ottenere la libertà, è un elemento comune, e in genere tragico, delle popolazioni subordinate. Esprimendo in questi termini la propria liberazione, i gruppi vulnerabili esprimono in pubblico le loro aspirazioni segrete, e lo fanno evitando la responsabilità individuale e al contempo alleandosi a qualche potere superiore di cui si limiterebbero a eseguire i comandi. Tali presagi hanno al tempo stesso alimentato innumerevoli ribellioni, quasi tutte abortite. I sociologi che danno per scontato che l’egemonia ideologica faccia apparire naturale la dominazione, perché non esistono alternative possibili, dovrebbero avere qualche difficoltà a dar conto di queste occasioni in cui i gruppi subordinati sembrano cavarsela da soli, con l’aiuto dei propri desideri collettivi. Se i gruppi oppressi spesso fraintendono il mondo, non è solo perché reificano la dominazione, ma perché altrettanto spesso immaginano che l’agognata liberazione stia per arrivare9.

Quello che conviene comunque valorizzare in chiusura è che diventa fondamentale l’attenzione all’immaginario degli oppressi, talvolta condiviso con quello degli oppressori, ma quasi sempre rovesciato di significato. Vale per la religione nel passato, ma anche per la nostra epoca in cui i media e i prodotti del comunicare possono essere reinterpretati sia per quanto riguarda il cinema, i fumetti, la letteratura cosiddetta d’evasione e la musica.

Così come diventa importante prestare attenzione ai luoghi dove un ricco immaginario collettivo poteva esprimersi: osterie, boschi, alloggiamenti comuni, radure ove dar vita a rituali segreti, località aspre e isolate da cui fosse possible osservare in sicurezza il territorio circostante. Motivo per cui converrebbe individuare anche i luoghi di produzione dell’immaginario antagonista attuale, ammesso che esista, e del susseguente verbale segreto che ne deriva, poiché le semplici sedi di partito, sindacato o momenti di ritrovo fortemente canonizzati dal punto di vista politico come le assemblee potrebbero rivelarsi più prossimi alla produzione di verbali pubblici più che segreti nel senso suggerito dall’antropologo statunitense, poiché accolgono al loro interno forme discorsive e narrative fortemente inficiate da quelle pubbliche ufficiali, finendo col far riferimento a canoni e principi generali (diritti individuali, democrazia parlamentare, oggettività scientifica, etc.) quasi sempre vaghi e limitanti per le forme dell’espressione individuale e collettiva. Molto più ricca di quella esprimibile in un contesto delimitato dall’uso di terminologie e ipotesi di lavoro date per scontate, ma ancora lontane dalla vita quotidiana degli oppressi.

Concludendo, possono essere soltanto la lotta e la resistenza degli sfruttati e dei diseredati a produrre una comunità altra nella società moderna, soprattutto in presenza di un soggetto politico ancora estremamente disperso e sempre più sradicato come nel caso rappresentato dall’attuale proletariato migrante internazionale. Cosa che vale altrettanto per i suoi verbali segreti, ben lontani oggi dall’essere accomunati da una precisa codificazione, anche quando si pensa che possano essere espressione di un partito che voglia rappresentarsi come coscienza introdotta dall’esterno in quella stessa classe.


  1. J. C. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza, elèuthera editrice, nuova edizione 2021, p. 18.  

  2. J. C. Scott, op. cit., p.19.  

  3. Ivi, pp. 21-22.  

  4. Ivi, pp. 25-27.  

  5. Ibidem, p. 33.  

  6. Ivi.  

  7. In proposito si veda: M. Natalizi, La rivolta degli orfani. La vicenda del ribelle Pugačëv, Donzelli Editore, Roma 2011.  

  8. J. C. Scott, op. cit., p. 35.  

  9. Ivi, p. 234.  

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Guarda il cielo. Intervista con Matteo Fortuna https://www.carmillaonline.com/2025/04/26/guarda-il-cielo-intervista-con-matteo-fortuna/ Sat, 26 Apr 2025 05:00:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88066 di Vittorio Benzi e Domenico Gallo

Guarda il cielo è un fumetto realizzato da Matteo Fortuna e Simona Binni, e pubblicato da Tunuè. Il 26 aprile del 1945 a Lonigo, in provincia di Vicenza, il nonno di Matteo Fortuna, Giuseppe Fortuna, viene fucilato da un gruppo di tedeschi in fuga. L’Atlante delle stragi nazifasciste lo censisce con queste parole: “Fortuna Giuseppe, fu Emilio e Nogara Assunta, coniugato con Silvagni Letizia, padre di due figli, nato a Lonigo, di anni 32, sfolato da Genova, partigiano.” Era un partigiano appartenente alla brigata Garibaldi Martiti di Grancona.

Giuseppe Fortuna è uno dei tanti tra partigiani [...]]]> di Vittorio Benzi e Domenico Gallo

Guarda il cielo è un fumetto realizzato da Matteo Fortuna e Simona Binni, e pubblicato da Tunuè. Il 26 aprile del 1945 a Lonigo, in provincia di Vicenza, il nonno di Matteo Fortuna, Giuseppe Fortuna, viene fucilato da un gruppo di tedeschi in fuga. L’Atlante delle stragi nazifasciste lo censisce con queste parole: “Fortuna Giuseppe, fu Emilio e Nogara Assunta, coniugato con Silvagni Letizia, padre di due figli, nato a Lonigo, di anni 32, sfolato da Genova, partigiano.” Era un partigiano appartenente alla brigata Garibaldi Martiti di Grancona.

Giuseppe Fortuna è uno dei tanti tra partigiani e semplici cittadini falciata dalla rabbiosa ritirata tedesca e per mano dei fascisti, ormai in preda all’isteria e terrorizzati dal dover rendere conto delle loro azioni criminali. In realtà quasi nessuno pagò per quei delitti e per le stragi.

Il resoconto storico dell’episodio raccontato nel fumetto del nipote Matteo si trova, per esempio, nell’Atlante delle stragi nazifasciste.

Cominciamo con un testo tratto da Guarda il cielo, sono le ultime parole che Giuseppe Fortuna rivolge alla moglie: “Si dice sempre che l’unica cosa certa è la morte. Ma sai come la penso, che l’unica cosa certa è la vita. Fino a che viviamo, dobbiamo farlo nel modo giusto. Le azioni contano”.
E siccome le azioni contano, Matteo Fortuna, a un certo momento ha sentito il bisogno di compiere un’azione importante che era rimasta, forse a lungo, tra i suoi desideri. Qualcosa di intimo che riguarda la storia della sua famiglia. Vuoi dirci di che cosa si tratta e anche quando e perché hai sentito l’esigenza di raccontare questa storia?

Siete partiti da una parte importante del fumetto che riflette il mio modo di pensare. Spesso sono stato “accusato” di essere il classico uomo di poche parole e quindi, negli anni, mi sono sforzato di parlare un po’ di più con familiari, figli, amici; però continuo a pensare che le azioni e l’esempio siano quello che conta veramente. Quindi credo che la citazione che avete riportato mi rispecchi particolarmente, oltre al fatto che mi piacciono i detti popolari, come quello richiamato in questo testo.
Questa storia ce l’ho sempre avuta dentro. Mio nonno ha compiuto un’azione eroica che gli è costata la vita e, dal mio punto di vista, è stata una spinta per cercare di comportarmi in maniera coerente con il suo esempio. Della guerra, del fascismo e dell’antifascismo, per tanti anni non se ne è più parlato e, secondo me, era un bene; non se ne parlava più perché non si sentiva la necessità di farlo, perché certe conquiste erano date per assodate. Ultimamente purtroppo il fascismo è stato sdoganato e se ne parla come di un’idea politica normale; cosa che mi fa rabbrividire. Si suscitano reazioni simili al tifo da stadio, senza approfondire e, soprattutto, senza considerare che dietro a quelle idee ci sono stati tanti morti, che è quello che veramente conta.
Quindi ho pensato fosse il momento di mettere su carta questa storia, innanzitutto per la mia famiglia, poi anche per vedere se potesse interessare altre persone.
Abbiamo iniziato a lavorarci due anni fa con Simona Binni e, una volta finita, l’editore Tenué ha giustamente deciso di fare uscire il fumetto per il 25 Aprile. In questi due anni, invece di diminuire, problematiche e polemiche sul fascismo e l’antifascismo si sono ulteriormente accese. Questo per me non è un bene.
Il 25 Aprile era una festa gioiosa, festeggiata da tutti, mentre oggi è fonte di polemiche e scontro, perché è stata messa in discussione.

 Nello scrivere la tua storia avevi in mente un target di pubblico particolare, per esempio i ragazzi, e questo è in qualche modo in relazione alla scelta di fare un fumetto, anziché scrivere un romanzo? Com’è nata è nata questa idea?

Inizialmente non doveva essere un fumetto. Quando ho fatto le prime ricerche pensavo al classico romanzo, poi ho cominciato a pensare la storia come per immagini, quasi come un film. Per esempio, quando mio nonno cita all’inizio l’altro detto popolare, che in punto di morte ti passa tutta la vita davanti, io ho immaginato che mio nonno invece nei suoi occhi abbia visto il futuro. E per rappresentare questo vedevo una macchina da presa che faceva lo zoom sui suoi occhi e al loro interno scorrevano le immagini della sua famiglia dopo la sua morte. In quel momento ho capito che dovevo usare le immagini e siccome i soldi per fare un film non li avrei mai avuti, ho optato per il fumetto.
Ho la fortuna di avere un cugino che è del mestiere, Stefano Piccoli, in passato molto attivo come disegnatore, adesso più come organizzatore di eventi, come ARF, un importante festival del fumetto. Mi ha presentato Simona Binni, che inizialmente avrebbe dovuto occuparsi solo di adattare il soggetto al fumetto, poi però l’ho convinta a disegnare la parte di storia che riguarda il viaggio di mio padre negli anni ’70, senza i flashback; poi, piano piano, ne è rimasta sempre più coinvolta e alla fine ha disegnato sia la seconda parte, con gli avvenimenti del 1945, sia i flashback della prima parte. Alla fine ho convinto anche mio cugino a mettere le mani sui disegni, occupandosi in prima persona della postfazione a fumetti, che si affianca a quella classica testuale dello storico Carlo Greppi.

Sono contento di aver fatto un fumetto; penso che questa forma d’arte e di comunicazione meriti di essere valorizzata più ancora di quanto non lo sia già stata. Mi piace anche chiamarlo fumetto rispetto a graphic novel perché con i fumetti ci sono cresciuto.

Il target per cui ho pensato la storia è più adulto di quello dei ragazzi, diciamo “young adult”, poi quando ho cominciato a farlo girare nella cerchia di amici con figli più giovani ho notato che prendeva parecchio anche loro. Penso che possa essere letto a partire dai 10 anni, mi piacerebbe presentarlo nelle scuole; con Carlo Greppi abbiamo già programmato una presentazione al Salone del Libro di Torino in un evento dedicato agli studenti.

Tuo nonno ha sacrificato la propria giovane vita, per questo il tuo papà praticamente non lo ha neppure conosciuto. È stato difficile ricostruire la vicenda del nonno, dal punto di vista pratico ed emotivo? Quello che racconti è tutto vero o c’è qualcosa di immaginato?

La parte ambientata nel 1945 si basa su alcuni racconti familiari e, soprattutto, su due documenti storici che raccontano la liberazione di Lonigo, avvenuta il 26 e 27 aprile 1945. Mio nonno venne fucilato il 26 di aprile. Io e Simona siamo stati molto attenti a rispettare la vicenda storica il più fedelmente possibile, senza introdurre elementi di fantasia, anche per rispetto della memoria dei parenti ancora in vita di quelli che sono stati uccisi con mio nonno, di cui abbiamo riportato soltanto i nomi. Per questo motivo la parte dedicata allo scontro a fuoco, che avremmo potuto dettagliare e animare maggiormente, abbiamo preferito descriverla limitandoci ai tratti essenziali.

Invece la prima parte della storia, quella del viaggio di mio padre da Genova verso Lonigo, è immaginaria. Mi sono figurato mio padre che, nel 1975, nel trentesimo anniversario della Liberazione, tornasse al paese per commemorare suo padre e posare un fiore sotto la lapide che ricorda lui e gli altri che sono stati uccisi. Allora aveva più o meno la stessa età in cui era stato ucciso mio nonno, e si trovava in una analoga situazione famigliare, con due figli, io e mia sorella eravamo già nati, come lo erano lui e il fratello nel 1945.

Per descrivere quel viaggio abbiamo usato la tecnica del flashback, ma quei racconti sono veri. Due me li ha riportati mia nonna, uno mio zio, un altro proviene da altre persone. A parte quello del sogno di mio padre, un’idea di Simona chiaramente immaginata, sono tutti veri al cento per cento.

Anche il riferimento alla canzone si basa su una verità storica. Mio nonno materno mi cantava una canzoncina di Fred Buscaglione, allora ho immaginato che anche mio nonno paterno avesse fatto lo stesso con i suoi bambini. In quei tempi era in voga Maramao perché sei morto? di Mario Panzeri, che fu sospettata, e a ragione, di essere una presa in giro del potere fascista, in riferimento alla morte di Costanzo Ciano, consuocero di Mussolini.

La collaborazione con la disegnatrice Simona Binni ci sembra abbia raggiunto un notevole equilibrio tra testi, disegni e colori. Comunica positività e serenità, pur nella tragicità della situazione. Com’è stato esordire come soggettista e sceneggiatore di un fumetto? Qual è stato il tuo rapporto con Simona e come vi siete organizzati tra voi? 

Io e Simona lavoravamo via WhatsApp, ci scambiavamo messaggi per ricostruire tutti i dettagli in modo più veritiero possibile. Per partire le ho dato le fotografie di famiglia. Mio padre e mio nonno si somigliavano e lei ha creato dei volti così veritieri che ormai il volto che ricordo di mio padre è stato quasi sostituito da quello che ha disegnato lei. Poi ha fatto un lavoro di ricerca sugli abiti e su molti altri dettagli. Per esempio, il colore e la maniglia interna del Maggiolone su cui viaggia mio papà nel fumetto corrispondono proprio a quelli dell’auto che aveva.

Questo lavoro meticoloso di Simona ha portato molto realismo in ogni tavola.
Nella postfazione illustrata, mio cugino Stefano Piccoli ha usato le foto che gli avevo mandato per creare visivamente l’effetto dello sguardo sul futuro di mio nonno. Non potendole inserire nell’occhio, come avevo immaginato di fare con lo zoom di una cinepresa, le ha fatte fluire visivamente dal grammofono che suona.

Ci sono stati fumetti, film o narrativa che hanno influenzato la tua scrittura?

Nessuna in particolare, anche se certamente l’insieme delle tante letture che ho fatto hanno determinato qualche scelta. Il flashback è usuale quando si ricostruiscono storie del passato, così come quella dei giovani che vanno alla ricerca di chi ha vissuto determinati eventi per farseli raccontare. Paco Roca ha utilizzato entrambe le tecniche ne I solchi del destino, ambientato tra il presente e gli anni della guerra civile spagnola. C’è stato un momento in cui la Tenué pensava di commissionare la copertina a Paco Roca, ma quella disegnata da Simona era talmente bella e significativa che poi non se ne è fatto nulla. Se ci fate caso la posizione di mio nonno in copertina che guarda il cielo sognante è la stessa usata nel disegno che ritrae quando viene ucciso. Poi c’è il gioco di ombre generato dalla luce che filtra tra i rami e le foglie, il particolare delle scarpe tolte che fanno capire che lui camminava scalzo sull’erba. Tutti elementi che contribuiscono a definire il personaggio e denotano una grande sensibilità.

Nel testo e nei disegni ci sono diversi passaggi molto molto incisivi. Uno su tutti, l’incipit: “Dicono che quando stai per morire, in un istante ti passa tutta la vita davanti agli occhi… Bé… A me non è successo. Perché io ho visto il futuro”.  Un motivo che ritorna nel titolo Guarda il cielo e nei riquadri del finale. A noi sembra rappresenti l’essenza della rivolta di quella generazione, attraverso scelte etiche e coraggiose in cui le persone si sono sacrificate per gli altri. Dalle migliaia di singole scelte personali di solidarietà e coraggio, alimentate dal desiderio di un futuro di libertà e giustizia, di fatto sono nate la Repubblica Italiana e la Costituzione. Da quello che hai potuto ricostruire della vicenda di tuo nonno, secondo te quanta consapevolezza c’era nella sua generazione che quello che stavano facendo era qualcosa di così importante? Pensi che avessero una reale coscienza politica?

Non lo so, io credo che la maggior parte dei partigiani fosse animata da un impeto più che dalla consapevolezza, che in qualcuno sicuramente c’era, ma in molti penso si sia sviluppata successivamente. Io penso che quando senti di essere nel giusto puoi compiere un gesto che influenza gli altri e questi a loro volta altri ancora. I gesti non sono mai isolati; ho letto che il 70% delle pallottole usate nelle fucilazioni contro i civili e gli antifascisti non andarono a segno. Non è facile essere “buoni”, ma forse nemmeno essere “cattivi”.

Nella storia mio nonno colpisce con un pugno un ufficiale nazista, lo fanno prigioniero, insieme ad altri, ma non infieriscono su di lui e lo liberano; ed è proprio quello stesso nazista che finirà poi per catturarlo e per fucilarlo. Oggi, probabilmente, i ragazzi questo gesto non lo capirebbero, penserebbero che mio nonno, se lo avesse ammazzato, sarebbe sopravvissuto; lo giudicherebbero un ingenuo.
Ma i fatti si devono approfondire e serve spiegarli bene. Non infierendo sui vinti la cosa gli si è ritorta contro, ma lui è rimasto fedele al suo ideale di giustizia e di non violenza, e questo era per lui il messaggio più importante da tramandare. Dobbiamo aiutare i giovani a capire, a contestualizzare, anche per interpretare quello che succede oggi, come la tragedia in Palestina. Parlando di consapevolezza, questo è il tipo di consapevolezza che i giovani devono costruire e penso che le immagini di un fumetto possano essere utili.

Durante la guerra, a parte una componente di antifascisti che appartenevano ai partiti clandestini, si è unita la gente che non ne voleva più sapere della guerra e del Regime. Oltre ai partigiani che combattevano, esisteva un antifascismo diffuso costituito da atteggiamenti di rifiuto, di non collaborazione con il fascismo, che aiutava i partigiani e che praticava forme diffuse di disobbedienza. Atteggiamenti e piccole azioni che, progressivamente, iniziarono a essere praticate collettivamente e a livello di massa. La Resistenza è stata anche questo. Il libro di Claudio Pavone, Una guerra civile, parla di questo clima diffuso di antifascismo. Un sentimento di odio nei loro confronti che i fascisti sentivano, e forse per questo hanno compiuto violenze e stragi inutili durante la ritirata, tante soprattutto in Veneto, come nella storia di tuo nonno.

Carlo Greppi la chiama “ritirata aggressiva”. Da quello che ho potuto ricostruire, in quelle zone del Veneto non c’era stata un grande organizzazione, è stato un moto spontaneo.

Possiamo chiamare memoria la ricostruzione e la divulgazione delle singole vicende degli antifascisti. Ci sono moltissime pubblicazioni in Italia di piccoli editori o autofinanziate dalle associazioni o dalle famiglie. Migliaia di singole biografie che, dopo 80 anni, rischiano di scomparire per fare largo a una storia ufficiale spesso ambigua e opportunistica. Come pensi che questa memoria frammentata e diffusa, di cui Guarda il cielo da oggi fa parte, possa comporsi e diventare la storia della Resistenza italiana?

Intanto io penso sempre che il pluralismo delle informazioni sia indispensabile, non è così esatto che la storia la fa chi vince, diciamo che la scrive chi vince. Quindi è importante che restino le memorie scritte, non standardizzate. Greppi fa proprio quello di cui avete chiesto; in un suo libro parla dalle piccole storie singole che, raccolte insieme, fanno la Storia, e questo concetto lo cita anche nella postfazione. La postfazione è molto bella, si capisce che è sentita e immagino che il fumetto gli sia piaciuto, con la sua autorevolezza ci ha dato una consacrazione. Greppi è uno storico importante con posizioni che oggi vengono definite coraggiose, perché, tornando a quello che dicevamo all’inizio, oggi per affrontare certe tematiche occorre essere coraggiosi. Solo vent’anni fa non era così…


Oggi c’è la tendenza da parte della storiografia fascista di prendere singoli episodi decontestualizzati, privi di analisi numeriche, e di farne il paradigma di tutto un periodo, di un evento grande come la Resistenza e l’antifascismo. Al contrario l’episodio che vide protagonista tuo nonno non fu un caso “strano”; episodi analoghi ce ne furono tantissimi, sia di persone prese per la strada e torturate o uccise, come la ragazza con la bicicletta di Guarda il cielo, sia di gesti di coraggio come quello di tuo nonno. Recuperarne e preservarne la memoria è importantissimo.

I miei figli non sapevano niente della storia del loro bisnonno, io stesso non ne parlai mai con mio padre e con mio zio. Ma forse si tende a parlare con i nipoti più che con i figli.

Non so se hai letto la storia a fumetti di Paco Roca L’abisso dell’oblio, pubblicato in Italia da Tunuè, che racconta la vicenda delle fosse comuni in cui finirono gli antifascisti in Spagna. Il fumetto racconta una storia familiare e la ricerca dei corpi da identificare, usando l’analisi genetica, per restituirli alle famiglie. In Spagna è un progetto finanziato dallo Stato nell’ambito della Legge della Memoria. Credi che anche in Italia, come è stato il caso di tuo nonno, si debba procedere al recupero dei corpi e alla loro identificazione?

Credo che in Italia non succederà mai. Mio nonno stesso è stato sepolto in una fossa comune. Ho letto anch’io il libro di Paco Roca, molto recentemente. In Spagna c’è una sensibilità maggiore e una cultura cristiana un po’ più viva. Per me non è un grande problema che non ci sia la tomba di mio nonno, va bene anche la lapide che è stata posta a Lonigo, e quella di Villa Scassi a Genova, nel quartiere di Sampierdarena. Per mia nonna invece fu una cosa drammatica non sapere dove andare a pregare. Paco racconta molto bene questo sentimento degli anziani che indirizzano le ricerche, perché hanno ancora la memoria di quello che avvenne. Da noi non credo che succederà.

Abbiamo cominciato parlando di azioni che contano, ci avviamo a concludere e vorremmo tornare su questo punto. Tu hai lanciato un laboratorio veramente unico, CDM LAB, Il laboratorio delle ‘azioni buone’. Progetti concreti per un futuro migliore. Vuoi parlarcene?

Io mi occupo di shipping, la mia agenzia marittima si chiama CDM, che è l’acronimo di Crêuza de mä, la canzone di Fabrizio De André. Poi ho una squadra di calcio a cinque, CDM Futsal, anche quella una soddisfazione. Però la mia formazione è di altra natura, sono laureato in lettere a indirizzo storico medievale. Così in quest’ultimo periodo ho voluto dar sfogo un po’ anche al mio lato umanistico e umano e abbiamo fondato il CDM LAB, dove in realtà LAB sta per Le Azione Buone, non per laboratorio. Cerchiamo di proporre aspetti positivi della vita, un’informazione un po’ più “lenta”, gentilezza nel modo di porsi, ottimismo, uno sguardo su ciò che si può fare per migliorare quello che ci sta intorno. Abbiamo tanti progetti, il più importante è il nostro podcast L’ottimista cosmico, dove abbiamo avuto tanti ospiti, tra cui Vinicio Capossela. Mi fa piacere ricordare lui in particolare, sia perché ha letto il fumetto e mi ha lasciato un messaggio bellissimo che tengo per me, sia perché la sua canzone Staffette in bicicletta, mi piace pensare che parli anche della ragazza in bicicletta catturata dai nazisti nella mia storia. Che Maria fosse effettivamente una staffetta partigiana non lo sappiamo con certezza e quindi nel fumetto non lo diciamo, ma la canzone di Vinicio mi ha suggerito questa suggestione.
Sempre con il CDM LAB ogni lunedì facciamo il TG delle belle notizie. Ci occupiamo anche di cortometraggi: siamo coproduttori di un cortometraggio su Sandro Pertini, che uscirà a breve, e stiamo ultimando le riprese un altro cortometraggio su un episodio del giovane Don Andrea Gallo durante la Resistenza, scritto da me ed Edoardo Fantini, con la partecipazione di Bruno Morchio. S’intitola Il giovane Gallo.
CDM LAB è coproduttore anche del fumetto e i diritti d’autore andranno a finanziare un progetto che sponsorizziamo per la piantumazione di alberi nel centro storico di Genova. Perché si parla tanto di “green” e non c’è niente di più verde degli alberi.

Quando si scrive una storia resta tua fino al momento in cui la pubblichi, poi diventa patrimonio collettivo, a maggior ragione se intorno a un tema così importante, forse mai quanto oggi attuale, come la Resistenza.  Come ti senti rispetto a questo e quali sono le tue aspettative? Ti senti appagato per aver compiuto qualcosa che desideravi scrivere oppure questo è un punto di partenza?

Sto scrivendo una storia nuova, legata più alla mia professione nello shipping e ai miei viaggi. Poi c’è un’altra storia che spero di realizzare di nuovo con Simona. Ci sarà un seguito, l’idea è di continuare a proporre una visione positiva sul futuro.

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Distruggi il male https://www.carmillaonline.com/2025/04/22/distruggi-il-male/ Mon, 21 Apr 2025 22:01:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87658 di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico. La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata [...]]]> di Luca Cangianti

[In Val di Susa, tra notav, militari impazziti, elicotteri da guerra e fumi di lacrimogeni, qualcosa di mostruoso sta strisciando fuori dal tunnel geognostico.
La catena degli eventi, però, è iniziata molto prima, nel 1982, in pieno riflusso politico, tra il dilagare dell’eroina, la repressione, i robot giapponesi e gli ultimi spari della lotta armata. Enrico – un sedicenne innamorato del Signore degli anelli – e i suoi giovani alleati – una militante dell’autonomia operaia, uno scanzonato tifoso di calcio e uno studente di filosofia – accedono a un’inquietante dimensione parallela che riproduce le sembianze di una Roma cristallizzata ai tempi dell’occupazione nazista e della Resistenza. Ne nasce un’avventura fantastica in cui sono in gioco la vita, la morte, la salvezza della Terra e il desiderio di una società libera dallo sfruttamento e dalla tristezza.
Per gentile concessione dell’editore si riporta di seguito il primo capitolo di Distruggi il male, il nuovo romanzo di Luca Cangianti (DeriveApprodi, 2025, pp. 128, € 15,00).]

Oggi. Val di Susa

«Fanno troppo schifo! Niente primi piani, altrimenti la gente vomita e cambia canale». La giornalista si rivolgeva alla regia, ma aveva urlato nel microfono ed era andata in onda.
L’uomo si avvicinò allo schermo per distinguere meglio le immagini. Le creature uscivano dal tunnel e dilagavano nella valle tra i piloni dell’autostrada. Emettevano suoni gravi che increspavano l’acqua nelle vasche di raffreddamento. I bacini servivano a contenere le temperature prodotte dallo scavo.
Scosse la testa e rimase interdetto. Il pulviscolo scorreva nel raggio di sole che attraversava il salotto fino agli scaffali carichi di libri. Erano disposti senza cura. Sul divano dell’Ikea era appoggiato un portacenere, nell’angolo cottura le stoviglie sporche battevano sulle pareti del lavello. Il lampadario dondolava.
Il rombo degli elicotteri da combattimento attirò la sua attenzione. Guardò fuori dalla finestra e scorse l’ultimo velivolo della formazione. La regia trasmise le riprese dall’alto: le maestranze del cantiere uscivano dalle cabine degli escavatori lasciando le portiere aperte. Alcuni si mettevano alla guida di pulmini che risalivano la strada, altri si rifugiavano in un edificio dal tetto verde.
L’uomo uscì di casa, percorse una via lastricata di sampietrini, passò di fronte a una fontanella e raggiunse il centro del paese: alcune case avevano i tetti d’ardesia, altre balconi di legno. Svoltò per una via che scendeva a zig zag verso la Dora. Gruppi di giovani correvano nella stessa direzione. Sul muro del terrapieno qualcuno aveva scritto a caratteri cubitali: «LA VALLE NON VI VUOLE».
Attraversò il ponte e vide il vecchio murale sbiadito: figure umane a carponi si cibavano del denaro defecato da chi le precedeva. Il checkpoint della centrale idroelettrica era deserto. Al bivio prese la strada che saliva costeggiando le vigne. Le vibrazioni assordanti adesso si mescolavano al rumore metallico della battitura. Si coprì le orecchie con le mani. Al museo archeologico di Chiomonte centinaia di dimostranti percuotevano le recinzioni del cantiere. Una donna sventolava una bandiera bianca con un treno sbarrato da una croce rossa. Alcuni giovani indossavano il casco: agganciarono le grate con uncini fissati a corde robuste e iniziarono a tirare. Il camion idrante della polizia bersagliò i ragazzi. Quattro attivisti portarono una lastra di plexiglas per usarla come protezione. Le corde furono afferrate da altre decine di persone. Le recinzioni caddero al suolo accompagnate da un boato di urla. I militari spararono i candelotti, i dimostranti lanciarono pietre e bottiglie. Partì una carica, gli attivisti indietreggiarono. Alcuni rimasero al suolo.
L’uomo fuggì lungo un sentiero in salita. Si sostenne a un arbusto per riprendere fiato. Chiuse gli occhi per qualche secondo, poi guardò in basso oltre il terrapieno realizzato con i detriti dello scavo.
La vallata era colma di filamenti arancioni che galleggiavano a mezz’aria tra i fumi dei gas lacrimogeni.

[Luca Cangianti e Giovanni Acquarulo (giornalista Rai) dialogheranno su Distruggi il male il 23 aprile 2025 alle 19.00 presso la Libreria Caffé Giufà, via degli Aurunci 38, Roma]

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