Repubblica Popolare Cinese – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Mon, 22 Jun 2026 11:08:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Media e costruzione dell’identità nazionale cinese https://www.carmillaonline.com/2023/08/26/media-e-costruzione-dellidentita-nazionale-cinese/ Sat, 26 Aug 2023 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78217 di Gioacchino Toni

Gianluigi Negro, Le voci di Pechino. Come i media hanno costruito l’identità cinese, Luiss University Press, Roma, 2022, € 20,00 cartaceo, € 11,99 ebook

Nell’affrontare il ruolo dei media nella costruzione dell’identità nazionale cinese, Gianluigi Negro procede de-occidentalizzando lo studio storico della comunicazione così da restituire la specificità cinese caratterizzata da una peculiare opera di negoziazione tra politica, economia e società. Oltre a evidenziare come i vari media – stampa, cinema, televisione, Internet – si influenzino reciprocamente, l’autore si preoccupa di mostrare la persistenza dei vecchi mezzi di comunicazione di [...]]]> di Gioacchino Toni

Gianluigi Negro, Le voci di Pechino. Come i media hanno costruito l’identità cinese, Luiss University Press, Roma, 2022, € 20,00 cartaceo, € 11,99 ebook

Nell’affrontare il ruolo dei media nella costruzione dell’identità nazionale cinese, Gianluigi Negro procede de-occidentalizzando lo studio storico della comunicazione così da restituire la specificità cinese caratterizzata da una peculiare opera di negoziazione tra politica, economia e società. Oltre a evidenziare come i vari media – stampa, cinema, televisione, Internet – si influenzino reciprocamente, l’autore si preoccupa di mostrare la persistenza dei vecchi mezzi di comunicazione di massa nei nuovi ambienti mediali.

Negro sottolinea anche come il contesto cinese non consenta una totale sovrapposizione del concetto occidentale di medium o di strumenti tecnologici; la radio, ad esempio, in questo Paese vanta modalità di diffusione e ricezione diverse rispetto a quelle occidentali, visto che, a lungo, anziché ad apparecchiature domestiche si è fatto ricorso ad altoparlanti collocati in luoghi pubblici tanto nelle realtà rurali quanto in quelle urbane.

Lo stesso temine comunicazione ha, in tale Paese, una sua storia del tutto peculiare che ha conosciuto un cambiamento radicale a partire dalla formazione del Partito comunista con le sue specificità propagandistiche. Diversa, rispetto all’Occidente, è anche l’autonomia del sistema mediatico come industria o professione, visto che questo, anche in presenza di un sistema aperto all’economia di mercato, resta in buona parte assoggettato alla politica e all’ideologia pur all’interno di un complesso sistema di relazioni fra Partito e società e tra interno ed esterno del Paese. L’analisi del sistema mediale cinese deve poi fare i conti con un esercizio del potere che, storicamente, si è dispiegato come processo comunicativo costantemente segnato da una retorica nuovista.

Negro affronta dunque la rilevanza dei media nella costruzione dell’identità nazionale cinese prendendo in esame quattro fasi principali: stampa e radio (1949-1977), televisione e cinema (1978-2007), Internet (2008-2014) e convergenza (2015-2022). Tali fasi sono individuate dallo studioso non tanto facendo riferimento all’evoluzione storica dei diversi media, quanto piuttosto al loro specifico contributo alla costruzione dell’identità nazionale.

Se cinema e televisione si sono rivelati mezzi di supporto fondamentali alla transizione verso un sistema indirizzato a dinamiche di mercato, alla formazione di una classe media e all’apertura a immaginari e capitali stranieri, Internet e l’attuale sistema della convergenza si rivelano fondamentali nella costruzione identitaria di quella “nuova Cina” che, a partire dalla metà degli anni Dieci del nuovo millennio, si è posta l’obiettivo di divenire una “forte cyberpotenza”.

Nevralgica per il nuovo corso si è rivelata la riformulazione delle relazioni tra sistema mediatico e finalità ideologiche avvenuta nel corso degli anni Novanta del secolo scorso in un contesto di progressiva apertura alle logiche e agli immaginari di mercato. Tale trasformazione ha sancito, secondo Negro, il passaggio da una comunicazione politica esplicitamente propagandistica a una forma votata piuttosto a un’attività di analisi e persuasione dell’opinione pubblica. A tal proposito lo studioso individua alcuni programmi trasmessi dall’emittente di stato Cctv che, nel corso degli anni Ottanta e Novanta, hanno segnato importanti punti di svolta in tal senso.

La trasmissione satellitare su base planetaria – in cinese, spagnolo, france e inglese – della prima Serata di Gala del Capodanno Cinese, a partire dal 1983, ha proiettato l’immagine del Paese – esposta come sintesi di tradizione e innovazione tecnologica – su scala internazionale raggiungendo, nel 2014, ben 900 milioni di telespettatori, ottenendo così il record mondiale di ascolti e di valore commerciale.

Il documentario televisivo in sei puntate Elegia del fiume (1988) prodotto e messo in onda dalla Cctv, con i suoi 200 milioni di telespettatori, si è rivelato un importante prodotto transmediale del periodo delle riforme.

La serie propone infatti una storia della Cina alternativa che mette in luce il carattere conservatore, oscurantista e poco incline al cambiamento della civiltà cinese attraverso una serie di metafore. In effetti, il documentario, anziché mettere in risalto i valori patriottici e socialisti, aveva come obiettivo la creazione di un dibattito intellettuale che riflettesse sulla capacitò della nazione di abbracciare un processo di apertura al mondo e di globalizzazione di fatto già in atto in quegli anni (p. 93).

Un terzo evento che ha sancito un punto di svolta importante nel processo di transizione televisiva cinese è individuato dallo studioso nella serie televisiva in cinquanta puntate Speranze andata in onda un anno dopo le manifestazioni e la repressione del 1989 di piazza Tian’anmen. La serie sancisce un evidente cambio di rotta nella strategia statale di promozione dei valori socialisti scegliendo di non focalizzarsi su personaggi-modello ma di seguire le vicende di persone comuni alle prese con i loro problemi sentimentali e professionali in linea con i cambiamenti storici e sociali del paese negli ultimi decenni.

«Speranze può essere considerata a tutti gli effetti la prima soap opera cinese in grado di incarnare l’immaginario di una nazione»; con tale serie «la Cctv sospende il suo ruolo esclusivamente didattico caratterizzato da fini propagandistici per lasciare spazio ad un racconto più attento agli aspetti privati della popolazione». Speranze inaugura una nuova ritualità che vede milioni di telespettatori sintonizzarsi per assistere agli sviluppi delle vicende narrate generando discussioni, dibattiti e scambi di idee sulla quotidianità messa in scena sviluppando nuove forme di socialità, insomma, sostiene Negro, «l’avvento delle soap opera in Cina ha prodotto non solo un nuovo registro narrativo, ma ha anche contribuito alla nascita di nuove espressioni sociali» (p. 95).

Un quarto evento televisivo che ha avuto un ruolo importante nel dare immagine alla “nuova Cina” è ravvisabile nella trasmissione in diretta della formalizzazione del passaggio di Hong Kong da protettorato inglese a regione amministrativa speciale della Repubblica popolare cinese il I° luglio 1997. La portata simbolica dell’evento e il livello tecnologico-mediatico raggiunto, esibito con le 72 ore di trasmissione, si sono rivelati del tutto funzionali a celebrare la potenza cinese all’interno e all’esterno del paese.

Le coperture televisive di eventi come la cerimonia inaugurale della costruzione della diga delle tre gole nel 1997, l’apertura delle olimpiadi di Pechino nel 2008, il lancio della missione spaziale Shenzhou 13 nel 2021, hanno certamente contribuito al processo di costruzione dell’identità cinese.

In effetti, la sceneggiatura, la produzione ma soprattutto la trasmissione di una serie di programmi televisivi hanno contribuito a determinare sia alcuni cambiamenti sociali tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila che i cambiamenti a livello di abitudini nella fruizione degli stessi spettacoli televisivi […] In questo processo, emerge la capacità del nuovo sistema televisivo di sostenere, attraverso i prodotti televisivi qui citati, un particolare modello di modernità basato su un’altrettanta particolare versione di capitalismo capace di assecondare un insieme di valori statali orientati al profitto e alla prosperità tanto da riflettere a pieno la teoria costitutiva del “socialismo con caratteristiche cinesi” sostenuta dalla leadership di Deng Xiaoping (pp. 96-97).

Oltre a ricostruire le tappe che hanno scandito lo sviluppo di Internet in Cina, tanto dal punto di vista infrastrutturale e tecnologico quanto da quello delle strategie politiche di controllo e indirizzo del dibattito sulle piattaforme digitali – si pensi ad esempio al sofisticato sistema di limitazioni tecnologiche “Great Firewall” (palese metafora di una moderna Grande Muraglia posta a difesa del Paese) e alle forme di autocensura messe in campo dagli stessi siti per non incorrere in pesanti sanzioni –, Negro ne evidenzia la centralità nella modernizzazione dei sistemi produttivi, nella spinta al consumo e nel rafforzamento di un immaginario votato a un ruolo egemone della Cina a livello internazionale. Le conseguenze del “nazionalismo digitale” promosso dalla politica cinese ha risvegliato o consolidato valori identitari o nazionalisti, evidenziando il carattere transazionale di Internet.

Celebrata con toni nazionalistici e rivolta a una narrazione interna, la creazione di una “forte cyberpotenza” cinese contribuisce da una parte a rinnovare la propria idea di Stato sviluppista continuando a forgiare una nuova identità nazionale, dall’altro a consolidare la relazione con il sistema economico globale attraverso le proprie connessioni transnazionali, i flussi di informazione globale, il capitale finanziario e umano (p. 118).

Negro si sofferma anche su come lo sviluppo di Internet abbia comportato una difficile dialettica tra forme di “autoritarismo frammentato” e “autoritarismo centralizzato”, in tutti i modi votate al mantenimento della stabilità politica.

Se durante il periodo di transizione delle riforme economiche, con lo sviluppo del sistema televisivo e cinematografico, si è assistito a una funzione che affiancava l’idea di cittadini da formare ideologicamente a quella di audience da monitorare anche dal punto di vista commerciale e pubblicitario, in questa fase la situazione sfocia in una nuova funzione visto che anche i cittadini hanno la possibilità di creare contenuti mediali (p. 123).

La necessità di accentrare la supervisione dei contenuti online e la gestione degli aspetti normativi, amministrativi e tecnici, risponde alla necessità di alimentare attraverso i media una narrazione nazionale forte e credibile sia per i propri cittadini che sul piano internazionale.

Quanto sviluppato da Internet è inevitabilmente confluito nell’attuale sistema della convergenza mediale che ha saputo non solo operare una sintesi contenutistica e tecnologica tra nuovi e vecchi media ma anche modernizzare il processo di nation building.

Gianluigi Negro si è insomma proposto di rendere la Repubblica popolare cinese più comprensibile agli occidentali attraverso lo studio dei suoi mass media, mostrando in particolare come, nel corso della sua storia, tale Paese abbia saputo sperimentato nuove tecnologie e forme di comunicazione con la ferrea intenzione di rafforzare un’identità nazionale in continua evoluzione all’interno di un complesso contesto in cui si intrecciano controllo della popolazione, necessità di mercato, valori socialisti, omologazione e spinte identitarie.

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La bomba iraniana https://www.carmillaonline.com/2015/04/06/la-bomba-iraniana/ Mon, 06 Apr 2015 19:57:00 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=21799 di Sandro Moiso

iran 1 Rovesciando la locuzione latina “Si vis pacem, para bellum”, si potrebbe affermare che se si vuole la guerra occorre parlare di pace. Apparentemente un paradosso, come il primo tra l’altro, ma contenente, alla luce del recente accordo di Losanna con l’Iran, un cospicuo nucleo di verità. La bomba iraniana cui fa riferimento il titolo, infatti, non è quella atomica presunta, vera o anche solamente possibile legata alla realizzazione o meno del programma nucleare iraniano, quanto piuttosto quella rappresentata dal ritorno sulla scena politica, economica e militare internazionale dell’Iran e del formale riconoscimento della sua importanza da [...]]]> di Sandro Moiso

iran 1 Rovesciando la locuzione latina “Si vis pacem, para bellum”, si potrebbe affermare che se si vuole la guerra occorre parlare di pace. Apparentemente un paradosso, come il primo tra l’altro, ma contenente, alla luce del recente accordo di Losanna con l’Iran, un cospicuo nucleo di verità.
La bomba iraniana cui fa riferimento il titolo, infatti, non è quella atomica presunta, vera o anche solamente possibile legata alla realizzazione o meno del programma nucleare iraniano, quanto piuttosto quella rappresentata dal ritorno sulla scena politica, economica e militare internazionale dell’Iran e del formale riconoscimento della sua importanza da parte dei maggiori paesi occidentali.

Che questo fosse già inscritto negli avvenimenti degli ultimi anni e, in particolare, degli ultimi mesi, a seguito del riacquistato ruolo di interlocutore politico e militare dell’Iran e degli sciiti in Iraq e nello scontro con lo Stato Islamico di Abū Bakr al-Baġdādī, non poteva e non può lasciare spazio ad alcuna ombra di dubbio, ma l’accordo raggiunto nei primi giorni di aprile, e che andrà definitivamente confermato a giugno, apre la porta ad una serie di interrogativi di carattere geopolitico, economico e militare riguardanti gli sviluppi possibili dei rapporti tra mire imperialistiche, nazioni e classi nel quadro mediorientale.

E’ chiaro, intanto, che intorno al tavolo delle trattative non erano presenti soltanto i rappresentanti degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa Occidentale, ma anche i fantasmi del mai sopito antagonismo di Israele e dei Paesi del Golfo, e dell’Arabia Saudita in particolare, nei confronti della Repubblica islamica Iraniana.1 Tutti motivati da interessi parzialmente diversi e solo in superficie pienamente convergenti i primi, ma anche profondamente collegati tra di loro quelli dei secondi, almeno in questa fase. Ma proviamo a capire perché.

L’Iran è stato per secoli un fattore determinante per le politiche imperiali, statuali ed economiche di quell’area strategica che va dal Medio Oriente all’area transcaucasica fino all’Asia Centrale e dal Golfo Persico all’Oceano Indiano. Uno dei quadranti più importanti dal punto di vista geopolitico dello scacchiere mondiale. L’impero persiano aveva infatti costruito su quell’area, che arrivò per un certo periodo fino al Mediterraneo, la più grande realtà statuale dell’antichità prima dell’impero romano.

Ora se per l’italietta post-risorgimentale, mussoliniana e democristiana il Mare Nostrum ha sempre rappresentato un illusorio e pericoloso richiamo alla potenza del passato, proviamo ad immaginare quanto quell’antica funzione unificatrice di popoli possa essere rimasta impressa nel genoma della nazione persiana. Unita al fatto che alcuni di quei popoli che la fondarono nel mondo antico, in particolare i Parti, risultarono a lungo invincibili anche per grandi potenze successive come quella romana ad Occidente e quella dell’impero cinese ad Oriente.

Ruolo millenario, interrotto e ripreso più volte tra invasioni e guerre che sottomisero momentaneamente o percorsero il territorio iraniano, che lo Scià Mohammad Reza Pahlavi non dimenticò di sottolineare con le celebrazioni organizzate a ridosso di quella rivoluzione detta khomeynista che l’avrebbe rovesciato nell’inverno tra il 1978 e il 1979, dopo decenni di repressione sanguinosa di qualsiasi opposizione seguita al colpo di stato che nel 1953 aveva allontanato dal potere e condannato Mohammad Mossadeq, colpevole del primo tentativo di nazionalizzazione del petrolio iraniano e di democratizzazione della monarchia Pahlavi, istituita nel 1925 da Reza Khan padre di Mohammad Reza.

Monarchia che avrebbe costituito per decenni il vero architrave della strategia anglo-americana in quella parte del mondo: a cavallo tra il petrolio mediorientale e l’odiata Unione Sovietica. Architrave che la rivoluzione khomeynista fece saltare, contribuendo a spingere sempre di più Stati Uniti e Israele gli uni nelle braccia dell’altro e viceversa. E qui sta proprio uno dei motivi più profondi dell’attrito tra le due potenze locali: due architravi nello steso spazio non possono esserci. O l’uno, Israele, oppure l’altro, l’Iran.

Anche se occorre dire che nella strategia americana è intuibile il solito divide et impera su cui l’egemonia statunitense cerca ancora di basare il proprio potere, in diverse aree del globo, nell’epoca del suo tramonto. Controbilanciando le sempre più esose richieste di fedeltà alla causa sionista provenienti dal governo di Israele con la riapertura del dialogo con il “demonio” iraniano.
Così che le roboanti dichiarazioni anti-israeliane dei governanti di Teheran finiscono col rispecchiare le stesse ragioni profonde delle paure e dell’allarmistica propaganda anti-iraniana di Benjamin Netanyahu. Mentre non è nemmeno escluso che la partecipazione delle armi iraniane al conflitto con l’Is sia visto dalla diplomazia della Casa Bianca come una ripetizione del conflitto tra l’Iraq di Saddam e l’Iran dell’ayatollah Khomeyni che, negli anni ottanta, dissanguò l’allora appena nata Repubblica Islamica.

Difficilmente però i governanti iraniani e la borghesia “liberale”, che abbiamo visto festosamente manifestare in questi giorni nelle strade del paese, si lascerebbero coinvolgere in un conflitto ai propri confini senza esser sicuri di portare a casa un risultato. Magari non solo militare, ma anche diplomatico ed economico, come sembra essere l’attuale accordo raggiunto tra i 5 + 1 di Losanna. Anche se, tra il 1980 e il 1988, la fedeltà delle Forze Armate e il rinnovato spirito nazionale2 permisero all’Iran di tener testa all’aggressione di un Iraq armato e finanziato dagli Stati Uniti (dopo il disastroso tentativo di liberazione degli ostaggi americani dell’ambasciata di Teheran messo in atto dal presidente Jimmy Carter), dall’Egitto, dai Paesi del Golfo Persico, dall’Unione Sovietica e dai Paesi del Patto di Varsavia, dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Germania, dal Brasile e dalla Repubblica Popolare Cinese (che vendeva però armi anche all’Iran).

Unica e autentica rivoluzione nazionale democratica avvenuta in tutta l’area,3 la rivoluzione khomeynista sembrò condividere, almeno in parte, il destino e l’involuzione della rivoluzione russa (anch’essa nazionale e democratica ancor prima che proletaria) del 1917. Vittoria rapida degli insorti, caduta del regime autoritario precedente, scatenamento di una guerra internazionale contro la neonata repubblica, morte del leader (Lenin nel 1924, nel caso della Russia, e Khomeyni nel 1989, nel caso dell’Iran), restrizione delle libertà democratiche per far fronte alle difficoltà economiche e all’inevitabile risistemazione politico-economica del paese.

Questo parallelo, per quanto possa apparire ad alcuni blasfemo, può servire a comprendere sia le chiusure di spazi democratici all’interno dell’Iran nel corso degli anni successivi, dettate spesso da motivi più politici che religiosi, sia l’uso estenuante di parole d’ordine come quella della “distruzione dello Stato di Israele” sbandierata ai fini del consenso interno, così come già Stalin negli anni trenta aveva costantemente sventolato la bandiera della lotta al capitalismo, sia, last but not least, l’orrore delle petrolmonarchie del Golfo nei confronti di una rivoluzione che per prima aveva aperto la strada alle libere elezioni e ad una maggiore età di 16 anni (solo recentemente portata a 18) in un paese che custodiva e continua a custodire nelle sue viscere le seconda riserva mondiale di petrolio e di gas.

Sì, perché l’altro implacabile avversario dell’Iran è costituito dall’Arabia Saudita e dall’insieme di regimi sunniti del Golfo, unici stati dell’area ad applicare interamente una presunta legge coranica ricca di fustigazioni in pubblico, taglio di teste in piazza e sottomissione totale della donna (al contrario dell’Iran dove negli anni accademici 2005-2006 e 2009- 2010, solo per fare un esempio, il numero di donne iscritte all’Università è stato più alto di quello degli uomini). Terrorizzati anche solo dall’ipotesi di un cambiamento democratico al loro interno e che fingono tuttora di sostenere le sempre presunte primavere arabe affinché gattopardescamente tutto cambi senza cambiare nulla.

Petrolio e rivoluzione nazionale, più che la tradizionale contrapposizione tra sunniti e sciiti, dividono Iran e Arabia Saudita in tutto il quadrante mediorientale: dalla Palestina, al Libano, alla Siria e fino a ciò che resta dell’Iraq. E per capirlo basta guardare ai differenti attori che le due forze contrapposte appoggiano sul campo: i movimenti nazionali di Hamas in Palestina (anche se, guarda caso, sunnita) e Hizbullah in Libano e Siria da parte dell’Iran e la fu al-Qaeda e l’esercito del califfato islamico da parte dei paesi del Golfo in tutti i settori dell’attuale scacchiere di guerre e guerriglie africane e mediorientali.

L’altra grande differenza è che con i suoi 29 milioni di abitanti (di cui alcuni milioni di proletari immigrati dall’estremo oriente) l’Arabia Saudita ha da vendere all’Occidente quasi soltanto il suo petrolio e la promessa dei suoi investimenti nelle economie europee e americane, mentre l’Iran con i suoi 78 milioni di abitanti (che supereranno i 100 nei prossimi decenni) oltre che per le materie prime può costituire un mercato interessante per le merci e i capitali occidentali, a caccia di paesi già industrializzati in cui investire.

E questo è l’altro, e non secondario aspetto, degli accordi di Losanna; quello per cui abbiamo visto sostanzialmente le folle festanti nelle strade di Teheran: la fine dell’embargo e la ripresa dei commerci e dei finanziamenti tra aziende iraniane ed aziende e banche occidentali. La parte dell’accordo, cioè, che forse interessa di più anche agli europei. Non ultima la nostra italietta che dai 7,2 miliardi di euro che aveva di interscambio con quel paese nel 2011 è passata a 1,6 miliardi nel 2014 grazie anche alla politica delle sanzioni.

Da sempre privilegiato, fin dai tempi di Enrico Mattei, nei rapporti commerciali con l’Iran, sia sul piano energetico che militare ed industriale, il nostro paese spera oggi di tornare ad un interscambio valutabile intorno agli 8 miliardi di euro annui. E questo spiega anche bene l’entusiasmo dimostrata dall’ Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, nei confronti del trattato firmato a Losanna.

Follow the money! E prima o poi troverete anche la guerra perché, se la prima e fin troppo essenziale sintesi finora qui esposta dovesse rivelarsi vera, è chiaro che tutto ciò non potrà far altro che aumentare, invece che contribuire a far diminuire, la conflittualità nell’area mediorientale e nord africana. Rafforzando da un lato i tentativi arabo-sauditi ed israeliani di limitare, se non distruggere, la rinnovata potenza iraniana e dall’altro fornendo ottimi motivi per il rinnovato orgoglio nazionale e per il programma di trasformazione socio-economica e politica dello stesso scacchiere necessario al rafforzamento della società, dell’economia e dell’industria iraniane.

iran 2 La rinnovata spinta iraniana potrebbe essere il motore di una modernizzazione dell’area che avrebbe nella Palestina rifondata, in Libano, nella vicina Siria e in Iraq una base per una diversa distribuzione di poteri e compiti economici. Soltanto per fare un esempio: l’Iran ha ancora oggi un 23% della popolazione impegnata nell’agricoltura, la quale soffre, come del resto gran parte della società iraniana, a causa della scarsità di risorse idriche; in un paese in cui il 65% del territorio è considerato arido, il 20% semi-arido e solamente il 25 % è considerato arabile, mentre per il resto è composto da zone desertiche o da aree montuose. Proviamo quindi ad immaginare cosa possono rappresentare per l’Iran le acque della Mesopotamia e delle alture del Golan. Ma qui si torna, obbligatoriamente, al conflitto con Israele e alla costante caccia a nuove risorse idriche messa in atto dallo stato sionista. Fin dai tempi della Nabka, ovvero della cacciata dei palestinesi dalle loro terre.

In tutta l’area le ferite dei trattati successivi alla fine del primo conflitto mondiale sono ancora aperte: territoriali, etniche, economiche e sociali. Le frasi fatte e i facili slogan non basteranno certo a dirimere tanti e tali problemi e contrasti, tanto meno le dichiarazioni di principio, le dichiarazioni di intenti oppure le fin troppo facili contrapposizioni religiose e culturali. Mentre i cannoni faranno sentire ancora a lungo e sempre di più la loro voce in tutta l’area. Come già anche nello Yemen sta avvenendo, vedendo contrapposti da un lato i ribelli houthi, filo-iraniani, e dall’altro Egitto ed Arabia Saudita, affiancati da Stati Uniti e formazioni qaediste, a sostegno del governo fantoccio in carica.

Senza poi contare che al quadro fin qui delineato andrebbe ancora aggiunto il ruolo ambiguo della Turchia di Erdogan: giovane potenza industriale che con un numero di abitanti simile a quello dell’Iran mira anch’essa a far rivivere l’antico sogno imperiale ottomano tra regioni caucasiche, Mar Nero, Mediterraneo e gran parte del Vicino Oriente. Potenziale avversario “storico” dell’Iran, il paese dei turcomanni vive però oggi una forte contraddizione politica tra una borghesia dinamica, nazionalista e laica e un governo che fonda la sua forza sugli strati sociali più arretrati della campagna, dei bazar e delle città, sventolando un integralismo che lo spinge poi a sbilanciarsi pericolosamente a favore dello Stato Islamico, senza dichiararlo ma cogliendo in esso un ottimo alleato per liquidare le frange più avanzate della resistenza curda.

Far finta di non vedere o ignorare tutto ciò oppure, peggio ancora, schierarsi con gli imperialismi coinvolti o con i loro rappresentanti costituirebbe un autentico suicidio, non soltanto politico. Per tutti.


  1. Per tranquillizzare i quali il Pentagono ha affermato di aver “potenziato e testato la più grande bomba “bunker buster” del proprio arsenale, capace di colpire barsagli sotterranei o pesantemente difesi, quindi di distruggere o disattivare anche i siti nucleari iraniani più protetti qualora l’accordo sul nucleare con Teheran non venisse rispettato e la Casa Bianca decidesse di intraprendere un’azione militare” (USA, pronta una superbomba se l’accordo con l’Iran fallisse, Repubblica.it, 4 aprile 2015)  

  2. Basato anche su una solida coesione tra le varie etnie, tra le quali la principale è proprio quella persiana con il 65% della popolazione e caratterizzata anche da una quasi totale assenza della divisione in clan e tribù che invece costituisce ancora oggi un aspetto importante di gran parte delle società arabe, se non di tutte  

  3. Occorre tener conto del fatto che i cambiamenti di regime istituzionale avvenuti in Egitto, Libia e Iraq erano stati tutti frutto di colpi di stato militari più che di vere e proprie rivolte di popolo, come invece fu in Iran dove milioni di iraniani lottarono scesero in piazza per anni fino alla definitiva caduta dello Scià nel gennaio del 1979. Paragonabile forse soltanto alla nascita della nazione algerina, ma caratterizzata, quest’ultima da una componente anti-coloniale assente quasi del tutto nel caso dell’Iran.  

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