Quaderni Rossi – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 28 Jun 2026 20:00:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Piazza Statuto: il viaggio nel tempo di Dario Lanzardo https://www.carmillaonline.com/2026/04/07/piazza-statuto-il-viaggio-nel-tempo-di-dario-lanzardo/ Mon, 06 Apr 2026 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94059 di Sergio Cimino

Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto. Torino, luglio 1962, Feltrinelli, 1979, pp. 212.

Gli scontri di Piazza Statuto a Torino, che si protrassero dal 7 al 9 luglio del 1962, furono il punto in cui conversero in uno spazio e tempo determinato, quelle forze generate da due anni di intense lotte operaie, che non avevano trovato più dinanzi a loro, la possibilità di essere incanalate nella normale dialettica sindacale. Dario Lanzardo – ferroviere, militante della Cgil, della corrente di sinistra del Psi e del collettivo dei Quaderni Rossi, poi fotografo e scrittore – ha un rapporto duale con [...]]]> di Sergio Cimino

Dario Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto. Torino, luglio 1962, Feltrinelli, 1979, pp. 212.

Gli scontri di Piazza Statuto a Torino, che si protrassero dal 7 al 9 luglio del 1962, furono il punto in cui conversero in uno spazio e tempo determinato, quelle forze generate da due anni di intense lotte operaie, che non avevano trovato più dinanzi a loro, la possibilità di essere incanalate nella normale dialettica sindacale.
Dario Lanzardo – ferroviere, militante della Cgil, della corrente di sinistra del Psi e del collettivo dei Quaderni Rossi, poi fotografo e scrittore – ha un rapporto duale con quell’evento.
Da una parte è uno dei partecipanti agli scontri, nonché testimone diretto delle reazioni da essi suscitate in ambito sindacale e politico. Dall’altro è autore di un libro, La rivolta di Piazza Statuto, che scrive a distanza di 17 anni dai fatti.

Proprio questa sua duplice presenza e il fatto di tornarci a riflettere in un contesto profondamente mutato dalle trasformazioni avvenute nel tempo trascorso, ampliano la portata di senso del saggio, ben oltre il perimetro di una pregevole e suggestiva ricostruzione storica. Gli anni successivi al secondo dopoguerra, caratterizzati da un impetuoso sviluppo economico, erano stati accompagnati da una serie di contraddizioni, che poi saranno alla base di crescenti tensioni sociali.
Nelle fabbriche, a fronte di un aumento della ricchezza collettiva, vengono vissuti come sempre più inaccettabili l’esiguità degli aumenti salariali e il mancato miglioramento delle condizioni di lavoro. Nel 1962 a Torino la ripresa di una maggiore conflittualità operaia sfocerà nei due scioperi alla Lancia e alla Michelin. Si tratta di mobilitazioni molto dure, che si protrarranno per mesi, e che assumono rilevanza storica perché prefigurano le caratteristiche che connoteranno la lotta di classe nel decennio successivo. La composizione sociale della classe operaia è profondamente mutata dopo un decennio di sviluppo industriale disancorato da una visione d’insieme e da una crescita collettiva ed equilibrata.
Molti operai sono di origine meridionale, affluiti al Nord in seguito alle massicce migrazioni per far fronte alla necessità di manodopera. Unitamente ai cambiamenti tecnologici che impatteranno sui processi produttivi, ciò condurrà all’emergere della figura dell’operaio massa, dequalificato, che accanto allo sfruttamento nella fabbrica, si vede escluso dai modelli di consumo che si affermano, relegato ai margini della vita sociale e ghettizzato nei quartieri degradati di città cresciute nel disordine urbanistico.
Questa classe operaia di nuova formazione si mostrerà meno incline a delegare le proprie istanze di lotta sociale e politica alle organizzazioni del movimento operaio. A Piazza Statuto si assiste proprio al primo acuirsi di questa divaricazione.
Già negli scioperi di cui si diceva, alla Lancia e alla Michelin, la determinazione degli operai scavalca le cautele dei sindacati. A questi ultimi, viene riservata la funzione di trattare con la direzione, non di dirigere la lotta.
La mobilitazione non resta circoscritta ai lavoratori di quelle specifiche aziende, ma vede il coinvolgimento di altri operai, a volte la fusione con agitazioni sindacali nate altrove (come quella della Rabotti), la solidarietà dei commercianti, l’organizzazione di una lotta di quartiere, con il sorgere di comitati di difesa, casse di resistenza, appoggio logistico. A tutto ciò si aggiungerà infine la protesta degli studenti.

È questo il retroterra che fa da sfondo agli scioperi di giugno del ’62 che coinvolgono la Fiat e che rompono un lungo periodo di assenza dalle lotte, dei lavoratori del gigante automobilistico. Salta il modello di integrazione-repressione che ha reso monche dell’apporto degli operai dei più importanti stabilimenti industriali italiani, le mobilitazioni degli anni precedenti.
L’epilogo della vertenza, con la firma di un accordo separato al ribasso tra la Fiat e i sindacati Uil e Sida, nonostante la riuscita dello sciopero, sarà la miccia che farà esplodere la rivolta di piazza.
Quella che si configurerà come una vera e propria battaglia urbana andrà avanti per tre giorni e in un certo senso sarà il naturale proseguimento delle modalità in cui era stato portato avanti lo sciopero, con l’organizzazione di picchetti particolarmente determinati nel non permettere l’ingresso di nessuno.
Le pagine di Lanzardo fanno parlare i protagonisti.1 L’insieme dei tasselli va a comporre un quadro in cui è possibile riconoscere un abbozzo di coordinamento strategico dei protagonisti degli scontri. È significativo in tal senso, l’apporto di quegli operai che erano stati partigiani e che misero a disposizione le loro esperienze e cognizioni militari.
La trasformazione della lotta sindacale in una lotta popolare di più ampio respiro verrà interpretata dal Partito comunista e dalla Cgil con la finalità di dimostrare l’estraneità agli scontri dei militanti delle proprie organizzazioni, se non per casi singoli, lasciatisi trascinare con leggerezza nella degenerazione dei disordini. La tesi su cui si reggerà questa posizione è quella del cambiamento della composizione sociale della piazza: questa, solo al principio sarà caratterizzata dalla presenza massiccia degli operai, mentre in un secondo momento vedrà il prevalere di agenti provocatori, giovani teppisti, se non di fascisti tout court, in molti casi pagati da padronato e partiti di destra, con lo scopo di gettare discredito sullo sciopero e sulle organizzazioni del movimento operaio. La stessa linea sarà mantenuta durante i processi tenutisi per direttissima, durante i quali gli avvocati del Pci arriveranno nel migliore dei casi a esprimere una comprensione paternalistica nei confronti degli imputati, senza mai riconoscerne l’appartenenza a partiti e sindacati di sinistra, anche di fronte alle evidenze contrarie.

Nella disamina di queste posizioni, Lanzardo allarga la sua osservazione a quelle espresse negli anni successivi. Con i sommovimenti del 1968 e l’esplodere delle lotte operaie e studentesche si assiste da parte di esponenti del Pci a una legittimazione a posteriori di Piazza Statuto. Ne viene riconosciuta la radice operaia e inquadrato quello che all’epoca era stato stigmatizzato come lo sprigionarsi di una brutalità da condannare – nel migliore dei casi estranea al movimento operaio, nel peggiore frutto di una preordinata strategia provocatoria -, come l’inizio di quel processo che avrebbe poi portato alle lotte e all’avanzata delle organizzazioni del movimento operaio di fine decennio.
Ma, come si è detto al principio, il punto di osservazione di Lanzardo è situato in un momento ulteriormente successivo, cosa che gli permette di dubitare che vi sia stato un cambiamento politico sostanziale alla base del recupero della rivolta di Piazza Statuto.
Per suffragare questa conclusione, Lanzardo cita il fatto che uno schema analogo di rigetto, viene applicato alla radicalizzazione delle lotte degli anni 68-77, con il riemergere delle consuete categorie: aggettivi quali, provocatori, anarchici e persino fascisti, vengono affibbiati ai militanti della sinistra extraparlamentare, nei momenti di maggiore scontro con la linea di responsabilità nazionale fatta propria dal Partito comunista e dalla Cgil, negli anni successivi al compromesso storico e alle politiche di austerity.
Utile strumento per approcciarsi criticamente non solo a eventi che sono stati cruciali nella storia sociale di questo Paese e come chiave interpretativa per demistificare l’apparente mutevolezza di certe evoluzioni politiche, La rivolta di Piazza Statuto ci conduce anche a una riflessione più generale sul rapporto tra tempo e coscienza politica, fatto che, nella congiuntura che viviamo e che porta le tracce della più che quarantennale regressione della classe lavoratrice, assume un ulteriore grumo di senso rispetto alla stesura del saggio.
Ci invita infatti a evitare nelle nostre analisi lo schiacciamento sul presente. Schiacciamento che, se nei tempi analizzati dal libro di Lanzardo, ossia in una fase di forza del movimento dei lavoratori, poteva dirsi condizionato dall’opportunismo e dal collaborazionismo degli organismi dirigenti del movimento operaio, oggi vede un ulteriore fattore generativo in un distorto e semplicistico utilitarismo binario, che subordina l’agire collettivo, alla necessità di risultati immediatamente tangibili, ignorando completamente le innumerevoli e imprevedibili variabili che vengono coinvolte nella deflagrazione della lotta e che, il più delle volte, non sono legate a avanzamenti e risultati, da una linea retta di facile percezione e comoda spendibilità mediatica.


  1. L’insieme delle numerose testimonianze raccolte da Lanzardo costituiscono un tessuto narrativo che, al di là del valore storico, imprigiona il lettore nell’evocazione dell’atmosfera di quegli anni, stabilendo un coinvolgimento emotivo che rivaleggia con le più riuscite pagine di romanzi e racconti d’ispirazione sociale. Così, ad esempio, c’è il momento di sospensione del tempo prima del turno di lavoro che permetterà di capire la riuscita dello sciopero; gli operai che piangono nel constatare il successo della mobilitazione dopo aver vissuto il carico della repressione alla Fiat del decennio precedente; o infine, la gioia di Gerardo nel constatare che gli scontri ai quali lui ha partecipato e che lo hanno coinvolto nel procedimento giudiziario, hanno contribuito, quantomeno, alla crescita della coscienza politica della madre, fino ad allora succube del modello familiare paternalista e che, seppur votava comunista, lo faceva “perché glielo diceva [suo] padre”. Una testimonianza che pare ricordare in certi momenti, l’evoluzione del rapporto tra Tom Joad e la madre, nel capolavoro di Steinbeck.  

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La Sinistra Negata 02 https://www.carmillaonline.com/2025/08/14/la-sinistra-negata-02/ Thu, 14 Aug 2025 21:45:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90051 Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980) a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale

Parte prima. Gli Anni Sessanta. (Seconda parte, la prima parte la trovate qui)

(Avvertenza: le note non corrispondono nella numerazione a quelle del testo originale, ma partono in ordine progressivo relativamente a questa parte)

3. PRIMI PASSI. L’esplorazione dell’universo di fabbrica e della nuova composizione di classe inizia con l’apparizione, nel 1961, del primo numero dei “Quaderni Rossi”. L’uscita della rivista è preceduta da un’inchiesta condotta alla FIAT [...]]]> Sinistra rivoluzionarla e composizione di classe in Italia (1960-1980)
a cura di Nico Maccentelli

Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale

Parte prima. Gli Anni Sessanta. (Seconda parte, la prima parte la trovate qui)

(Avvertenza: le note non corrispondono nella numerazione a quelle del testo originale, ma partono in ordine progressivo relativamente a questa parte)

3. PRIMI PASSI.
L’esplorazione dell’universo di fabbrica e della nuova composizione di classe inizia con l’apparizione, nel 1961, del primo numero dei “Quaderni Rossi”. L’uscita della rivista è preceduta da un’inchiesta condotta alla FIAT da alcuni membri del futuro gruppo redazionale, al fine di scoprire le cause dell’apparente passività rivendicativa regnante negli stabilimenti torinesi. «Si trattava di capire – chiariranno poi i redattori dei “Quaderni Rossi” – se questa mancanza di lotta corrispondeva ad una situazione di effettiva “integrazione” degli operai nel sistema aziendale, o se esisteva una spinta di lotta che non era in grado di realizzarsi concretamente, e per quali ragioni»1.

È da notare che questa inchiesta «non si sviluppava direttamente su problemi direttamente politici, ma consisteva principalmente in un’analisi (che veniva fatta dagli intervistati attraverso le risposte al questionario) dell’organizzazione del lavoro e dei rapporti sociali (conflittuali o meno) che si sviluppavano in riferimento ad essa»2. Già in queste premesse sono contenute molte delle linee di fondo della successiva esperienza del “Quaderni Rossi”. I filtri ideologici, specie di natura ottocentesca, che la sinistra adotta per organizzare in schemi politici il conflitto di classe, sono seccamente respinti. Lo strumento dell’inchiesta, condotta assieme agli stessi operai (la cosiddetta “con-ricerca”), diviene fondamentale al fine di solidificare un preciso “punto di vista operaio” dal quale l’azione politica deve necessariamente discendere.

Nel caso della FIAT questa impostazione conduce a risultati inattesi. Se “integrazione” c’è, essa riguarda gli operai di una certa età, già protagonisti delle roventi lotte degli anni ‘50 e fortemente sindacalizzati; mentre quel che connota gli operai più giovani è una crescente estraneità, potenzialmente conflittuale, all’azienda e al mito FIAT, in gran parte dovuta a procedure di lavoro spersonalizzanti. Tale estraneità si estende al sindacato, senza però che questo implichi scarsa coscienza di classe; al contrario è proprio tra gli operai assunti in coincidenza con il boom dei beni di consumo, scarsamente sindacalizzati e in apparenza meno attivi che il grado di combattività è più elevato.

Come scrive Romano Alquati, esponendo i risultati dell’inchiesta del 1960-’61, «le discussioni fra i quadri del sindacato e le nuove maestranze su questo punto sono continue: i giovani, nonostante tutto, rifiutano di lavorare per il sindacato. “Quello che chiedete va bene, ma non riuscirete mai ad averlo”, “non vale la pena, è una vita ormai fallita”. Non credono agli strumenti esistenti di realizzazione di tale linea rivendicativa, per loro sono quelli che hanno portato all’integrazione degli anziani»3.

Per i collaboratori dei “Quaderni Rossi” la diagnosi non può essere che una. Se la volontà di lotta serpeggiante alla FIAT non riesce a concretizzarsi, è perché dalle piattaforme sindacali è assente quel ventaglio di rivendicazioni di potere che, solo, potrebbe coinvolgere in profondità le “nuove forze” operaie.
Qui la prospettiva si dilata in un’analisi di largo respiro, in cui i dati emersi dall’inchiesta vengono inquadrati nei presupposti teorici da cui i “Quaderni Rossi” prendono le mosse. Ogni analisi pauperistica del capitalismo italiano viene respinta. Quel che caratterizza il sistema non è la sua arretratezza, ma anzi la sua “modernità”, mentre gli apparenti ritardi, lungi dal simboleggiare debolezza, sono “voluti” e funzionali allo sviluppo complessivo del capitale. Ora, giunto ad una fase “alta” di crescita, il capitalismo non è condannato all’anarchia, come pretendeva il marxismo superficiale. La maturità del capitalismo monopolistico (giunto ad identificarsi con lo Stato nella complessa figura del “capitale sociale”) si misura al contrario nella sua capacità di darsi un piano, di programmare razionalmente la propria espansione e il proprio dominio4.

Ma questo dominio nasce dalla fabbrica: dal terreno concreto dei rapporti dí produzione. È qui che il capitale, dovendo controllare l’antagonista storico che esso stesso ha prodotto (la classe operaia), avverte perla prima volta la necessità di pianificare sia il proprio sviluppo economico sia il proprio comando sociale, che poi estenderà all’intera società. Ne consegue che, «poiché con l’organizzazione moderna della produzione, aumentano “teoricamente” per la classe operaia le possibilità di controllare e dirigere la produzione, ma “praticamente”, attraverso il sempre più rigido accentramento delle decisioni di potere, si esaspera l’alienazione, la lotta operaia, ogni lotta operaia, tende a proporre la rottura politica del sistema5.

Il terreno dello sciopero, del conflitto sociale immediato, è dunque individuato come terreno ideale sul quale innestare il conflitto di potere, superando la tradizionale scissione tra lotta economica e lotta politica. L’indicazione non resta confinata al piano teorico. Il gruppo dei “Quaderni Rossi” (Raniero Panzieri, Dario e Liliana Lanzardo, Vittorio Rieser, Romano Alquati, ecc.) si impegna a propagandare davanti alle fabbriche (FIAT e Olivetti soprattutto)6, con un’opera capillare e paziente di sensibilizzazione, le proprie tesi. A questo scopo vengono intrecciati legami di collaborazione con la FIOM, la cui sezione torinese si rivela parzialmente sensibile al discorso della rivista, che trova una prima concretizzazione nel grande sciopero FIAT del 1962.

Ma il collegamento con gli organismi sindacali ‘ufficiali’ è destinato ad una vita breve e stentata. Da un lato, i redattori dei ‘Quaderni Rossi’, pur utilizzando la FIOM come ‘copertura’ al loro operato, invitano insistentemente gli operai ad organizzarsi autonomamente, manifestando senza mediazioni il loro spontaneo antagonismo, ritenuto di per sé, gravido di prospettive strategiche. »DOVETE DECIDERE VOI LA VOSTRA LOTTA», afferma ad esempio uno del tanti volantini distribuiti alla FIAT, «DOVETE CREARE VOI L’ORGANIZZAZIONE OPERAIA NELLA FABBRICA. Questa non può essere un prodotto di decisioni esterne, non può venire dall’alto. Deve sorgere dagli operai, officina per officina, reparto per reparto. Solo così la condizione operaia nella fabbrica potrà essere radicalmente trasformata»7.

D’altro lato la FIOM nazionale non può tollerare oltre certi limiti una politicizzazione delle lotte sindacali, tanto più se tale politicizzazione avviene su linee contrapposte a quelle sostenute dai partiti di sinistra (cui molti collaboratori dei “Quaderni Rossi” continuano ad essere iscritti, senza però che tale collocazione sia determinante). La rottura definitiva avviene nel 1962, con la già citata rivolta di Piazza Statuto. Nel corso dello sciopero alla FIAT inaspettatamente una folla di operai, fiancheggiati dal proletariato del quartiere, prende d’assalto la sede della UIL e, per tre giorni consecutivi (7, 8 e 9 luglio), affronta la polizia in violentissimi scontri. L’Unità parla di “elementi incontrollati ed esasperati”, “tentativi teppistici e provocatori”, “piccoli gruppi di irresponsabili”, “giovani scalmanati” , “anarchici”, “internazionalisti”8

Le fa eco l’intero arco della stampa di sinistra. Radicalmente diverso l’atteggiamento dei “Quaderni Rossi”. Pur definendo i disordini di piazza “squallida degenerazione” di una manifestazione di protesta, il gruppo redazionale indaga sulla condizione dei giovani immigrati dal Meridione, ne mette in luce la situazione di precarietà, esplora le radici della loro rivolta.
La conclusione è perentoria. I “Quaderni Rossi” rifiutano di definire”provocatori” e “fascisti” i giovani di Piazza Statuto, e ribadiscono – contro la sinistra ufficiale – l’accettazione della violenza rivoluzionaria tra i metodi ineliminabili di lotta9.
La rottura con la FIOM è a questo punto inevitabile, tanto più che, nell’ambito della sinistra, vi è stato chi ha accusato i ‘Quaderni Rossi’ e Renato Panzieri in prima persona, di aver fomentato disordini10.

Indebolitosi il già fievole legame con il movimento operaio strutturato, l’alternativa è tra il proseguire il lavoro d’analisi già iniziato in termini d’inchiesta, subordinando ad esso il lavoro politico concreto. e il cercare immediatamente nuove soluzioni organizzative e nuove modalità di agitazione. I “Quaderni Rossi” seguono la prima strada, ma una parte della redazione (Mario Tronti, Toni Negri, Alberto Asor Rosa, Romano Alquati, ecc,), che già non ha condiviso le cautele di Panzieri sulla sommossa di Piazza Statuto, se ne distacca e nel ’63 dà vita a Classe Operaia11.

Nel periodo successivo al 1963, caratterizzato, come si è visto, dalla crisi economica e dalla conseguente stasi nelle lotte operaie, i limiti impliciti nei presupposti teorici dei “Quaderni Rossi” risaltano in piena evidenza. In una fase cui íl proletariato di fabbrica viene decimato, in cui l’iniziativa è saldamente nelle mani del capitale e dello Stato, in cui si manifestano i primi fenomeni di dispersione territoriale delle forze operaie, un’ipotesi prevalentemente fabbrichista sconta i limiti della propria ristrettezza. Sfugge a Panzieri e ai suoi collaboratori la complessità del nesso fabbrica-società, per cui l’attenzione si concentra su pochi stabilimenti maggiori ritenuti paradigmatici (FIAT e Olivetti, ancora una volta) mentre lo sono sulla base di precise scelte ampiamente reversibili. Inoltre sfugge l’importanza dei rapporti di riproduzione, e quindi la necessità di associare alla figura dell’operaio quella del ‘proletario’, interpretando la prima anche alla luce della seconda. Eppure era proprio il ‘proletariato’ che si era affacciato a Piazza Statuto, come gli stessi ‘Quaderni Rossi’ avevano riconosciuto descrivendo la partecipazione agli scontri dei lavoratori delle piccole imprese12.

Una visuale così limitata conduce inevitabilmente a scorgere, in un temporaneo ripiegamento degli operai delle grandi fabbriche, la chiusura quasi totale dei possibili terreni di lotta. Di qui i due errori fondamentali che segnano l’ultima fase dell’esistenza della rivista. Da un lato, una sopravvalutazione della ‘astuzia’ del capitale e della sua capacità di “inghiottire” le lotte operaie, rendendole funzionali alla propria crescita13 (con conseguente esaltazione del ruolo dell’intellettuale quale portatore di una strategia ad una classe inchiodata alla tattica). Dall’altro la complementate tendenza a delegare interamente al sindacato la gestione concreta delle lotte, riservandosi un semplice compito di “chiarificazione” dei contenuti poltici delle lotte stesse.
Resta immutato, naturalmente, il grande valore dei ‘Quaderni Rossi’ come tentativo di ricostruire un movimento operaio modellandolo direttamente sulle esigenze degli operai medesimi; così come resta immutata l’acutezza delle analisi condotte sull’operaio-massa, sui significati della programmazione e sulle tendenze del capitale evoluto.

D’altronde, nell’ultimo anno di vita della rivista, dopo la morte di Raniero Panzieri, molti aspetti del “fabbrichismo” a lungo professato vengono rimessi in discussione. Riesaminando i risultati dell’inchiesta del ’60-’61, ad esempio, alcuni redattori ammettono (sulla scorta di un’osservazione autocritica di Panzieri) che la mancanza di una “dimensione economico-politica si rifletteva non solo direttamente sull’inchiesta, ma anche sul tipo di funzione assegnata alla lotta e nel tipo di previsioni che si formulavano in rapporto ad essa: anch’essa vista, per così dire, in un contesto aziendale isolato (sul piano economico, se non sul piano della comunicazione tra operai) dal contesto capitalistico circostante”. Pertanto “tutti i problemi posti dalle conseguenze che le lotte avrebbero avuto sullo sviluppo economico capitalistico, e dal modo con cui i capitalisti avrebbero reagito a queste conseguenze generali, e non solo a quelle aziendali, venivano trascurati o sottovalutati”14.

Non a caso, la riflessione sull’insufficienza del “fabbrichismo” avviene nel momento in cui i “Quaderni Rossi” tendono a trasformarsi, da nucleo teorico, in movimento politico vero e proprio, con sezioni in varie località dell’Italia centro-settentrionale (Torino, Milano, Biella, Ivrea, Massa Carrara, ecc.) e un intervento aperto in molte situazioni di lavoro (particolarmente fruttuoso quello tra i ferrovieri)15.

Questa evoluzione non può sfociare che nella caduta di ogni ambiguità nei confronti dei partiti di sinistra, e nella parallela affermazione della necessità di costruire un’organizzazione rivoluzionaria. Sempre presente in sottofondo durante tutto l’arco di vita della rivista, questa esigenza viene affermata in termini espliciti nell’ultimo numero dei “Quaderni Rossi”, in un editoriale significativamente intitolato “Movimento operaio e autonomia della lotta di classe16. Proprio il concetto di “autonomia” è il patrimonio teorico che i “Quaderni Rossi”, primo gruppo rivoluzionario italiano di ispirazione operaista, lasciano in eredità al movimenti degli anni successivi.

4. LA CLASSE IMMAGINARIA.
Minore spazio merita l’esperienza di ‘Classe Operaia’, rivista-movimento che costituisce, a nostro avviso, un’involuzione rispetto ai “Quaderni Rossi”. Il valore dell’inchiesta viene disconosciuto, i dati economici sono trascurati. L’analisi passa da un piano socioeconomico ad un piano prevalentemente politico-filosofico, non privo di sgradevoli punte letterarie. Ne esce l’immagine di una classe operaia elevata alla condizione di puro Spirito, la cui invincibilità costringe il capitale (altrettanto metafisico) ad una continua fuga-ristrutturazione.

L’editoriale del primo numero, ad opera di Mario Tronti, fornisce già tutte le coordinatedi questa impostazione:«Abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico e poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cmbiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia17.
Se i “Quaderni Rossi” omettono l’errore di vedere il capitale come pressoché onnipotente, e la lotta operaia sempre subordinata al suo sviluppo, l’errore di “Classe Operaia” è quello opposto. Nel suo sforzo di non farsi superare dall’avversario di classe, il capitale è costretto ad una rincorsa faticosa e mai conclusa.
Le lotte del ’58-’63 costituiscono il momento di non ritorno, la “rottura definitiva della sequenza sviluppo-lotte-sviluppo”: d’ora in poi ogni tentativo di integrazione operaia risulterà impossibile, e sarà l’iniziativa proletaria a “definire la cornice” in cui si muoverà la ristrutturazione capitalistica18.

Simili premesse spiegano gli equilibrismi cui i redattori di “Classe Operaia” sono costretti nel periodo successivo al ’63, quando la ristrutturazione capitalistica procede incontrastata mentre le lotte operaie non accennano a partire. Poiché la classe, entità sovrana e immateriale, è invincibile, occorre trovare la ragione reale del suo apparente ripiego. La prima spiegazione, più elementare e più prossima alla realtà, è quella dell’inadeguatezza degli strumenti sindacali. Da qui la tendenza del gruppo di “Classe Operaia” a sostituirsi al sindacato con un intervento diretto nelle fabbriche, superando le ambiguità dei ‘Quaderni Rossi’, il cui intervento, è volto ad influenzare (senza esito) le linee sindacali ufficiali.

A questo dato positivo fa però da contrappeso un dato pesantemente negativo. L’ostilità nei confronti del sindacato è, in “Classe Operaia”, almeno pari all’attrazione esercitata dal Partito, e dal PCI in primo luogo. Va detto che, su questo tema, esistono nel corpo redazionale, alcune rilevanti distinzioni. Il gruppo veneto (Toni Negri, Massimo Cacciari, ecc.) maggiormente teso all’intervento diretto, avverte immediatamente l’esigenza di una contrapposizione alle tradizionali forme organizzative della sinistra, e dopo due anni di difficile coesistenza lascia la redazione della rivista per iniziare un lavoro politico autonomo.
Il gruppo raccolto attorno a Tronti e alla FGCI romana insegue invece la propria ipotesi di un “uso operaio” del Partito, puntando a svincolare la lotta politica dalla lotta sociale e compensando con la prima l’insufficienza della seconda. Il fatto è che, per questo gruppo, esiste una seconda ragione al ripiego operaio. Essendo invulnerabile, la classe operaia non subisce sconfitte; di conseguenza, quando pare indietreggiare, in realtà si tratta di una “astuzia” che maschera la ricerca di un terreno più solido da cui scatenare una vittoriosa controffensiva19.

Nel nostro caso, l’astuzia consiste nell’”uso operaio” del partito di cui si diceva, e il terreno più solido nella sfera della politica pura, da cui aggirare l’avversario. Inutile aggiungere che Tronti, Asor Rosa e i loro collaboratori seguono lo stesso itinerario della “rude razza pagana”, chiudendo la loro breve esperienza ereticale con un addio pieno di promesse: «Adesso noi ce ne andiamo. Le cose da fare non ci mancano. Un monumentale progetto di ricerche e di studi viaggia nella nostra testa. E politicamente, con i piedi sulla terra ritrovata, c’è da conquistare un nuovo livello dell’azione. Non sarà facile»20.
Costituiranno una corrente minore del PCI, con molto prestigio e poco seguito.

Sta di fatto che, positive o negative che siano, le esperienze operaiste degli anni ’60 solidificano, sul finire dello stesso decennio, un largo tessuto di gruppi di fabbrica, di nuclei operai, di centri di intervento. Fioriscono i giornaletti locali, mentre i gruppi denominati “Potere Operaio” di Porto Marghera (nato dai dissidenti di “Classe Operaia”) e “Il Potere Operaio” di Pisa e Massa Carrara (filiazione dei “Quaderni Rossi”), assumono la struttura di autentiche organizzazioni rivoluzionarie, con centinaia di aderenti nelle dí grandi industrie.21.
Ad essi si affiancano “Potere Operaio” di Torino, “Lotta di Classe” di Ivrea, “Il Potere Operaio” di Pavia, “Il Potere Operaio” di Perugia, i residui gruppi dei “Quaderni Rossi” e molti altri.
È dalla confluenza di questi reticoli organizzativi e dal loro congiungimento col movimento studentesco che nasce la sinistra rivoluzionaria degli anni ’70.

(Segue nella prossima puntata la Parte seconda. Gli anni Settanta.)

NOTE:


  1. “Quaderni Rossi dell’Istituto Rodolfo Morandi. Note e documenti di lavoro”, 1964, n°4. Riprodotto In “Cronache e appunti dei Quaderni Rossi”. Roma 1978, p. 154.  

  2. Ivi, pp. 50-51.  

  3. Relazione di R. Alquati sulle “forze nuove” (Convegno del PSI sulla FIAT, gennaio 1961), in “Quaderni Rossi”, 1961, n°1.  

  4. Cfr. M. Trontí, ll piano del capitale, in: “Quaderni Rossi”, 1963, n° 3; ma soprattutto R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione, in ‘Quaderni Rossi’, 1964, n°4.  

  5. R. Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo in “Quaderni Rossi”, 1961, n°1, p.64.  

  6. All’Olivetti venne condotta, nel 1961 un’inchiesta analoga a quella svolta alla FIAT. I risultati furono simili. Cfr. M. Carrara. L’inchiesta all’Olivetti nel 1961, in “Quaderni Rossi”, 1965, n°5.  

  7. Cit. in D. De Palma, V. Riesce, E. Salvadori, L’inchiesta FIAT nel 1961, in “Quaderni Rossi”, 1965, n’5, p.246.  

  8. Cit. in D. De Palma, G. Lolli, Lo sviluppo della lotta dei metalmeccanici attraverso la stampa del movimento operaio, in “Cronache dei Quaderni Rossi”, 1962, n°1, p.56.  

  9. Cfr. Alcune osservazioni sui fatti di Piazza Statuto, in “Ctouche óel Quaderni Rossi”, 1962 n°1, pp. 57-61. L’articolo è redazionale.  

  10. Cfr. D.Lanzardo, op. cít., p. 69 e 194-196.  

  11. Un’esposizione analitica dei motivi della divisione è ín F. Schenone, Fare l’inchiesta, I “Quaderni Rossi”, in “Classe”, 1980, n°17, pp.202 ss.  

  12. Alcune osservazioni… cit. p.59.  

  13. Questa impostazione è molto esplicita nel citato articolo di Panzieri Plusvalore e pianificazione.  

  14. D. De Palma, V. Reiser, E. Salvadori, art. cit., pp. 242-243.  

  15. Cfr. “Lettere dei Quaderni Rossi”, 1965, n°8; Relazione di V. Reiser al seminario del 17-18 aprile 1965 Torino, in “Quaderni Rossi” dell’Istituto Rodolfo Morandi. Notizie e documenti di Lavoro, 1965, pp.219-220.  

  16. «Si sta verificando un allontanamento dei militanti dai partiti, e si va estendendo l’esigenza di una nuova organizzazione politica rivoluzionaria perché ci si rende conto che oggi non esistono margini per l’inserimento all’interno della struttura sindacale di una linea rivoluzionaria (o che questi margini esistono transitoriamente e solo in alcune situazioni particolari), e l’analisi della vita politica dei partiti rivela un crescente svuotamento dei tentativi di modifica dall’interno». Movimento operaio e autonomia della lotta di classe, in “Quaderni Rossi”, 1965, n°6, p.29.  

  17. M. Tronti, Lenin in Inghilterra, in ‘Classe Operaia’, 1964, n°1, p. l.  

  18. F. Schenone, op. cit., p. 203.  

  19. Per un’arguta chiarificazione di questa tesi cfr. R. Sbardella, La NEP di “Classe Operaia”, in “Classe”, 1980, n°17.  

  20. M. Tronti, Classe partito classe, in “Classe Operaia”, 1967, n°3, p.28.  

  21. Per ulteriori particolari cfr. E. Pasetto, G. Pupillo, II gruppo “Potere Operaio” nelle lotte di Porto Marghera (primavera ’66 – primavera ’70). in “Classe”, 1970, n°3; M. Bertozzi, Teoria e politica alla prova dei fatti: Il “Potere Operaio” pisano (1966-1969), in “Classe, 1980, n°17.  

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Immagini di classe. Produzione artistica, operaismo, autonomia e femminismo https://www.carmillaonline.com/2024/02/27/immagini-di-classe-produzione-artistica-operaismo-autonomia-e-femminismo/ Tue, 27 Feb 2024 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80892 di Gioacchino Toni

Jacopo Galimberti, Immagini di classe. Operaismo, Autonomia e produzione artistica, DeriveApprodi, Bologna 2023, pp. 416, € 28,00

In oltre quattrocento pagine corredate di numerose illustrazioni, il volume Immagini di classe di Jacopo Galimberti approfondisce la produzione di alcune generazioni di artisti, architetti, designer e storici/teorici dell’arte e dell’architettura legati, più o meno direttamente, all’operaismo e all’area dell’autonomia, indagando dunque i legami tra arti visive, idee politiche e produzione di sapere.

Dopo essersi occupato in apertura di volume della grafica delle riviste “Quaderni rossi” e “classe operaia” e dell’iconografia proletaria proposta da quest’ultima attraverso disegni e vignette, Galimberti passa [...]]]> di Gioacchino Toni

Jacopo Galimberti, Immagini di classe. Operaismo, Autonomia e produzione artistica, DeriveApprodi, Bologna 2023, pp. 416, € 28,00

In oltre quattrocento pagine corredate di numerose illustrazioni, il volume Immagini di classe di Jacopo Galimberti approfondisce la produzione di alcune generazioni di artisti, architetti, designer e storici/teorici dell’arte e dell’architettura legati, più o meno direttamente, all’operaismo e all’area dell’autonomia, indagando dunque i legami tra arti visive, idee politiche e produzione di sapere.

Dopo essersi occupato in apertura di volume della grafica delle riviste “Quaderni rossi” e “classe operaia” e dell’iconografia proletaria proposta da quest’ultima attraverso disegni e vignette, Galimberti passa in rassegna la produzione del Gruppo N, collettivo artistico che, riprendendo il primo operaismo, intese ripensare il rapporto tra tecnologia, arte e lavoro, per poi dedicare un capitolo all’influenza esercitata dall’operaismo sull’architettura facendo riferimento in particolare al collettivo fiorentino Archizoom nato a metà degli anni Sessanta.

Nel volume trova spazio la ricostruzione del dibattito che attraversa “Angelus Novus” e “Contropiano” circa le avanguardie storiche, il ruolo degli intellettuali e dell’architettura moderna, vengono riprese le riflessioni a proposito del rapporto tra architettura, urbanistica e politica prodotte da Manfredo Tafuri insieme al suo gruppo di ricerca nel corso degli anni Settanta ed esaminato, a partire dalla figura di Danilo Montaldi, il rapporto tra la pratica della “conricerca” e l’universo culturale e artistico.

Ad essere passate in rassegna da Galimberti sono, inoltre, alcune produzioni realizzate con media diversi appositamente per Potere operaio e i materiali a sostegno della Campagna per il salario al lavoro domestico prodotti dal Gruppo Femminista Immagine di Varese, nato attorno alla metà degli anni Settanta.

L’ultima parte del volume è dedicata alla grafica delle riviste e delle fanzine dell’area autonoma, in particolare alla ripresa delle avanguardie storiche nelle strategie comunicative del movimento del ’77, per poi concludersi con l’analisi di alcune opere realizzate durante e dopo gli arresti del 1979 da parte di artisti legati all’operaismo e all’autonomia.

Immagini di classe intende dunque ricostruire un legame, quello tra esperienze politiche radicali e riflessione/produzione artistica, scarsamente approfondito: le ricostruzioni di quell’assalto al cielo portato dalla stagione dei movimenti, che pure non sono mancate, hanno spesso affrontato i due ambiti in maniera disgiunta.

Di particolare interesse è il capitolo dedicato alla produzione del Gruppo Femminista Immagine di Varese, fondato nel 1974 da Milli Gandini, Mariuccia Secol e Mirella Tognola, a sostegno dell’International Wages for Housework Campaign portata avanti da femministe materialiste, alcune delle quali passate dall’esperienza di Potere operaio, come Mariarosa Dalla Costa.

Galimberti analizza in apertura di capitolo il manifesto del Convegno nazionale tenutosi a Roma il 29 aprile 1978 volto a lanciare la Campagna per il salario al lavoro domestico realizzato dalle componenti del Gruppo Immagine che, riprendendo una delle questioni centrali del network internazionale femminista – ben sintetizzata dalla frase «Col capitalismo cominciò lo sfruttamento più intenso della donna come donna e la possibilità alla fine della sua liberazione» di Mariarosa Dalla Costa e Selma James (Potere femminile e sovversione sociale, 1972) – recitava: «Soldi a tutte le donne», a suggerire da un lato «fino a che punto l’identità sociale delle donne fosse irretita nell’economia di mercato» mentre allo stesso tempo il manifesto graficamente ribadiva «la necessità di sviluppare un’azione politica di massa che saldasse chi riceveva un salario e le casalinghe, il cui lavoro era invece […] “demercificato”» (p. 246).

Betty Friedan (The Feminine Mystique, 1963) – ripresa successivamente da Leopoldina Fortunati (L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, 1981), altra ex militante di Potere operaio –, aveva evidenziato come l’ideologia della “mistica femminile” avesse contribuito a privare il lavoro domestico della sua dimensione economica legittimando così l’assenza di una sua retribuzione. Il manifesto prodotto dal gruppo intendeva dare immagine a questa oscillazione tra economia e natura in un contesto come quello italiano che negli anni Sessanta e Settanta, non di rado persino all’interno di formazioni politiche radicali, tendeva a considerare il lavoro riproduttivo alla stregua di una “vocazione femminile per natura” ricompensata con “l’affetto e l’amore”.

La forma sinuosa del corteo [proposta dal manifesto del Gruppo Immagine] rimandava infatti a un motivo classico che simboleggiava la prosperità: la cornucopia, un corno, spesso associato a una figura muliebre, da cui traboccano monete o alimenti che sono il frutto “del lavoro della natura”, per così dire. Questa scelta iconografica faceva sì che il poster del gruppo riuscisse a tradurre in termini visivi quello che Fortunati aveva definito come la doppia natura del lavoro domestico e del lavoro di cura: per l’ideologia capitalista, essi erano una “naturale” fonte di ricchezza e benessere, ma dal punto di vista delle “operaie della casa”, la forza-lavoro necessaria per svolgere queste mansioni era una merce e doveva essere retribuita come tale (247).

Con una personale tenuta a Roma nel 1975 dal titolo La mamma è uscita, Milli Gandini, una delle fondatrici del Gruppo Immagine, intese rispondere all’invito ad “uscire di casa” rivolto alle donne da Dalla Costa e James. Mossa dalla volontà di presentare momenti di «creatività del rifiuto del lavoro domestico», attraverso arazzi realizzati con una trama molto larga e scarsamente ricamati, Gandini intendeva palesare il rifiuto di quanto questi avevano storicamente rappresentato per le donne, ossia «tanto lavoro manuale da eseguire ripetitivamente con punti piccolissimi» («Le operaie della casa», novembre 1975 – febbraio 1976). La tecnica del punto croce veniva dunque sovvertita e trasformata in qualcosa di volutamente grossolano intendendo così rifiutare l’abnegazione ad un lavoro ripetitivo, alienante e non retribuito. Nella stessa mostra l’artista aveva voluto esporre anche utensili domestici, trasformati dal processo di ricontestualizzazione artistico in esempi di “rifiuto del lavoro” femminile.

Attraverso le sue realizzazioni Gandini ambiva inoltre a contribuire a quell’opera di controinformazione femminista portata avanti a metà degli anni Settanta dalle militanti della Campagna per il salario al lavoro domestico anche attraverso nuove forme di controinformazione visiva.

Galimberti ricostruisce inoltre le modalità con cui politica ed estetica si sono intersecate all’interno del gruppo femminista promotore della Campagna per il salario al lavoro domestico, focalizzandosi soprattutto sul discorso estetico sviluppato da militanti italiane come Laura Morato e Silvia Federici. Di quest’ultima, trasferitasi negli Stati Uniti nel 1967, lo studioso analizza le illustrazioni – in buona parte stampe del XVI e XVII secolo – scelte per il volume pubblicato in lingua inglese ad inizio del nuovo millennio Caliban and the Witch (2004) – in cui la militante aveva ripreso e ampliato un lavoro svolto con Fortunati a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta –, sottolineando come in tale apparato iconografico Federici intendesse proporre un uso innovativo delle illustrazioni nei testi di teoria politica.

Ad essere esaminato dallo studioso è anche il grande telo realizzato nel 1976 dal Gruppo Immagine e steso dietro al palco di un evento napoletano nell’ambito della Campagna per il salario al lavoro domestico, in cui erano state cucite con effetto filigrana in latino le Litanie della Beata Vergine Maria, figura modello di femminilità e maternità nell’Italia cattolica dell’epoca. A fare da controcanto al contenuto religioso era stata riportata in evidenza la scritta “Anche l’amore è lavoro domestico”, a sottolineare, così come avrà modo di argomentare Giovanna Franca Dalla Costa (Un lavoro d’amore: la violenza fisica componente essenziale del “trattamento” maschile nei confronti delle donne, 1978), come

il capitalismo [avesse] sostenuto l’ideologia dell’amore coniugale e, parallelamente, la stigmatizzazione delle sex workers proprio per imporre uno specifico modello di famiglia e legittimare, pertanto, il lavoro femminile non retribuito. Lo stupro e la violenza maschile non erano, quindi, eventi tragici e isolati, ma piuttosto misure standard che, in nome dell’ordine economico, i mariti mettevano in atto per garantirsi l’asservimento delle compagne (p. 259).

A Mariuccia Secol si devono grandi arazzi raffiguranti figure femminili astratte in cui a materiali nobili e pratiche complesse si alternano interventi poveri e grossolani al fine di criticare «l’immagine della casalinga virtuosa e compiaciuta della propria abilità nei lavori» (p. 260).

La questione della creatività femminile è stata posta la centro dell’incontro milanese Donne Arte Società tenutosi nel 1978 in un clima politico e sociale particolarmente teso. In quell’occasione le donne del Gruppo Immagine presentarono un documento – accesamente criticato da diverse partecipanti – con cui, rivedendo in maniera critica il tipo di militanza assunto negli anni precedenti, intendevano rivendicare il diritto a una pratica artistica più individuale e autoreferenziale e meno subordinata all’universo politico esistente.

Alla Biennale veneziana del 1978 intitolata Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura, il Gruppo Immagine prospettò un riformulazione della dualità natura/arte intendendo, sostiene Galimberti, contrastare l’idea che le donne potessero “rappresentare la natura”, come a lungo sostenuto da diversi artisti maschi. Il Gruppo guardò criticamente anche all’ambito architettonico denunciando quanto la progettazione delle abitazioni avesse storicamente contribuito a limitare l’indipendenza delle donne e prospettando forme architettoniche alternative ed emancipative.

Il ritorno all’ordine che si diffuse in Italia sul finire degli anni Settanta comportò la fine tanto della Campagna per il salario al lavoro domestico quanto dello spirito militante e collettivo che aveva animato il Gruppo Immagine. Gli anni Ottanta sancirono una svolta tanto nella militanza politica quanto nella pratica artistica delle donne che condusse all’aprirsi un nuova e differente stagione.

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É la lotta che crea l’organizzazione. Il giornale “La classe”, alle origini dell’altro movimento operaio / 8 https://www.carmillaonline.com/2023/09/22/e-la-lotta-che-crea-lorganizzazione-il-giornale-la-classe-alle-origini-dellaltro-movimento-operaio-8/ Fri, 22 Sep 2023 20:00:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78490 di Emilio Quadrelli

Da Valdagno a Italpizza, per un nuovo giornale operaio

Dalle ceneri di “La classe” nascono come si è detto Lotta Continua e Potere Operaio che saranno i soli gruppi capaci di dare corpo e testa all’autonomia operaia. Le due ipotesi politiche e organizzative sono sicuramente diverse mantenendo tuttavia una certa affinità tra loro tanto che solo pochi anni dopo, quando Potere Operaio si scioglierà e la svolta neo-istituzionale di Lotta Continua darà vita alla diaspora delle principali sezioni operaie, gran parte dei soggetti che avevano coabitato all’interno de “La [...]]]> di Emilio Quadrelli

Da Valdagno a Italpizza, per un nuovo giornale operaio

Dalle ceneri di “La classe” nascono come si è detto Lotta Continua e Potere Operaio che saranno i soli gruppi capaci di dare corpo e testa all’autonomia operaia. Le due ipotesi politiche e organizzative sono sicuramente diverse mantenendo tuttavia una certa affinità tra loro tanto che solo pochi anni dopo, quando Potere Operaio si scioglierà e la svolta neo-istituzionale di Lotta Continua darà vita alla diaspora delle principali sezioni operaie, gran parte dei soggetti che avevano coabitato all’interno de “La classe” si ritroveranno dentro le ipotesi che fanno da sfondo alla costituzione del soggetto politico dell’autonomia operaia.

Nell’esperienza di «Linea di condotta» si ritrovano pezzi de “La classe” confluiti in Potere Operaio nel momento in cui il giornale chiude i battenti, insieme a gran parte della diaspora operaia di Lotta Continua che non poche “affinità elettive” mostrava di avere con l’esperienza de “La classe”, invece una parte di Potere Operaio darà vita, attraverso il giornale «Rosso», a un modello di autonomia operaia che si lasciava alle spalle la centralità della fabbrica focalizzando l’attenzione su quel soggetto, l’operaio sociale, che secondo l’area teorico–politica di «Rosso» era diventato il cuore della nuova composizione di classe. In questa area finirono per confluire, anche se in misura minore rispetto a coloro che si posizionarono dentro «Linea di condotta» prima e «Senza tregua» poi, non pochi militanti di Lotta Continua che alla spicciolata abbandonavano l’organizzazione la quale aveva assunto tratti sempre più neoriformisti e neoistituzionali1.

Indipendentemente da tutto, ciò che appare evidente è come “La classe” abbia tenuto a battesimo gran parte della storia degli anni settanta di questo paese e questo sembra essere un motivo più che sufficiente a giustificare il senso di questo lavoro così come, per altro verso, sulla base delle argomentazioni portate appare del tutto forzata per non dire fuorviante la contrapposizione tra classe e ceto politico–intellettuale. Uno sguardo minimamente obiettivo ci restituisce, al contrario, una sostanziale sinergia tra classe e intellettuali il che è ben distante, come non poche narrazioni del presente tendono a fare, dall’assolutizzare il ruolo di questi nelle vicende e nella storia dell’autonomia infine, sulla base di quanto esposto, pare sensato sostenere il peso che una ritraduzione di Lenin ha comportato nell’elaborazione teorica e analitica del movimento dell’autonomia operaia e come proprio intorno a detta ritraduzione si siano costruiti i principali passaggi politici dell’autonomia operaia.

Giunti a questo punto facciamo un salto nel presente. Sicuramente, oggi, il panorama delle lotte non è dei più rosei, ma non è neppure vero che le lotte operaie e proletarie siano assenti. In un settore strategico come quello della logistica, solo per fare un esempio non proprio irrilevante, in questi anni abbiamo visto lo sviluppo di lotte di notevole intensità in grado di ribaltare, almeno in parte, condizioni lavorative prossime al lavoro coatto. Abbiamo assistito all’affermarsi di un potere operaio di non modeste dimensioni attraverso la pratica costante del blocco dei cancelli e la rimessa in atto del picchetto operaio. Per altri versi, a macchia di leopardo, lotte operaie autonome si verificano con una certa continuità dentro fabbriche, officine e cantieri mentre nuove figure operaie come quelle dei riders e degli operatori della sicurezza più noti come buttafuori, pur in situazioni di estrema difficoltà, iniziano a lottare. Da parte loro i braccianti agricoli hanno dato vita, nonostante condizioni di vita e di lavoro durissime, a lotte ed embrioni di organizzazione operaia non proprio indifferenti. Dentro le prigioni e nei campi di concentramento un proletariato in condizioni di marginalizzazione ed esclusione estrema ha continuato a lottare e resistere infine, ma certamente non per ultimo, si è assistito come nel caso delle lotte di Italpizza2 a una nuova Valdagno3 a opera di operaie immigrate. Proprio su questo ultimo aspetto è opportuno soffermarsi poiché può essere assunto come un vero e proprio paradigma del presente.

Chiedersi il perché una lotta come quella di Italpizza, che pure ha interessato un colosso della gastronomia e un numero cospicuo di operaie, sia rimasta sostanzialmente confinata in sé stessa è un modo per affrontare alcuni snodi centrali del presente. Il fatto che in questa lotta un ruolo centrale lo abbiano svolte donne immigrate, ruolo sostanzialmente ignorato, lascia, almeno in apparenza, ancor più stupefatti poiché è innegabile che, da tempo, uno dei movimenti con maggiore capacità di mobilitazione sia proprio quello femminista. Eppure intorno alla lotta di Italpizza si è costruito ben poco e non è neppure troppo lontano dal vero sostenere che la notizia di quella lotta sia rimasta ignota ai più. Colpa delle femministe? Asserirlo sarebbe un abbaglio colossale e significherebbe non cogliere il cuore della questione che merita ben altra spiegazione; del resto ciò che vale per le donne di Italpizza vale per le donne impiegate in condizioni di sfruttamento estremo nell’agricoltura. Anche in questo caso si tratta prevalentemente di donne immigrate le quali, in non pochi casi, ai livelli di sfruttamento estremo devono associare molestie sessuali se non veri e propri stupri ma, nonostante ciò, anche su questo tende a calare un sostanziale velo di silenzio. Non diversamente che su Italpizza anche qui assistiamo al silenzio del movimento femminista e alla sua assenza di intervento ma è colpa del femminismo in quanto tale oppure, il femminismo, al pari di gran parte degli ambiti del movimento antagonista, tace perché la dimensione del lavoro operaio gli è estraneo? Quello che vale per il movimento femminista non è forse moneta corrente per gran parte degli altri ambiti del presunto antagonismo?

Non abbiamo visto, per esempio, di fronte a braccianti uccisi dalla fatica, l’assunzione della condizione dei lavoratori agricoli come ambito di intervento militante, se si escludono alcune iniziative del sindacalismo di base, di una qualche consistenza da parte di alcun settore di movimento e coevi ceti politici–intellettuali eppure, in agricoltura, siamo di fronte a un dominio che vede chiamate in causa direttamente le grandi multinazionali agroalimentari e non una qualche nicchia residuale e arcaica del capitalismo. Nel settore agroalimentare si concretizza il punto più alto del comando, si dipana il modello per antonomasia del dominio, non il mondo di ieri ma la storia del presente4. A fronte di tutto ciò si potrebbero aggiungere una serie infinita di fatti più o meno analoghi come, tanto per dire, la condizione di lavoro neoschiavile in cui versano i rider o gli invisibili della ristorazione. Insomma la non attenzione del movimento femminista nei confronti delle operaie di Italpizza ha ben poco a che fare con il movimento femminista in sé ma rientra in una non visione delle cose che sembra accomunare i più.

Per dirla in parole semplici e chiare, il lavoro operaio è stato espunto da ogni agenda politica e l’interesse nei suoi confronti di fatto è nullo anche se, a uno sguardo solo un poco più attento, non è difficile osservare come la lotta operaia e proletaria sia tutto tranne che inesistente. Insomma, la sconfitta operaia non c’è così come dimostrano la quantità di denunce, fogli di via, cariche della polizia, impiego di vigilantes di pochi scrupoli, sino ad arrivare agli omicidi avvenuti in occasione di un qualche sciopero, sono fatti che hanno riempito le cronache operaie di questi anni ma di queste cronache, questo è il punto, vi è ben scarsa traccia5. Scioperi, picchetti, blocchi stradali e via dicendo non trovano alcuna risonanza dentro i ceti politici–intellettuali, il che fa sì che le cose rimangano prive di parole. Indubbiamente i fatti esistono e hanno anche la testa dura ma fatti privi di un linguaggio e di una narrazione finiscono con il rimanere semplici cose.

Facciamo un esempio: abbiamo detto che la lotta di Italpizza presenta assonanze non distanti dai fatti di Valdagno ma che a differenza di questi hanno lasciato un po’ il tempo che avevano trovato. Perché Valdagno sì e Italpizza, no? Che cosa differenzia i due momenti? La risposta la possiamo facilmente trovare confrontando gli ordini discorsivi che fanno da sfondo ai due fatti. Nel primo caso abbiamo, da parte della quasi totalità del ceto politico intellettuale e militante una attenzione costante sul mondo operaio e le sue lotte, poiché la centralità operaia è l’ordine discorsivo che egemonizza per intero il dibattito politico, teorico e culturale. Sulla scia di ciò, allora, un fatto come quello di Valdagno assume velocemente i tratti di un paradigma: ecco le donne operaie in atto e questo inizia a essere ripetuto, da nord a sud, dentro tutte le realtà operaie, ma non solo. Il paradigma Valdagno attraversa la scuola, l’università, i quartieri. Quel fatto viene amplificato all’inverosimile tanto che, con quella realtà, tutti saranno obbligati a misurarsi. Le parole non si sono inventate nulla, non si sono sostituire alle cose hanno però permesso alle cose di raccontarsi.

Quello che vale per Valdagno vale un po’ per ogni contesto di lotta più o meno radicale, le parole ne consentono la immediata socializzazione. Con ogni probabilità senza la presenza di un ceto politico–intellettuale in grado di farsi carico di ciò ben difficilmente, non solo i fatti di Valdagno, ma la stessa centralità operaia avrebbe potuto diventare l’elemento intorno al quale tutte le agende politiche finirono con il doversi misurare. Oggi, invece, neppure gli omicidi riescono a trovare le parole. In questi anni non pochi operai sono caduti nel corso di scioperi e picchetti, ma le loro morti sono cadute nel silenzio e la stessa cosa vale per la quantità impressionante di morti sul lavoro, morti che, come non poche inchieste ufficiali confermano, hanno ben poco dell’incidente casuale ma sono il frutto maturo di una organizzazione del lavoro tutta declinata alla massima estrazione di profitto a scapito della protezione della vita operaia. A conti fatti non sono le cose a mancare, sono le parole a essere assenti, ma questo è esattamente il frutto di un interesse delle parole verso altri ambiti i quali hanno finito con l’occupare ed egemonizzare l’agenda politica e culturale dei vari ceti politici e intellettuali.

Mentre le retoriche dominanti nei mondi militanti oscillano tra la narrazione di tutta l’area post operaista e della nuova sinistra, che hanno decretato la fine del lavoro operaio e la morte della classe operaia o quella reducista, tutte le aree vetero-comuniste capaci solo di vivere del e nel ricordo della mitica classe operaia delle grosse concentrazioni di questi e che, mentre ne loda e incensa i fasti, riesce solo, mentre si piange addosso, ad andare alla ricerca del tempo perduto, le lotte operaie continuano a esistere, però, purtroppo, nel più totale isolamento. Con isolamento, nel contesto, si intende la dimensione politica e culturale in cui queste si danno e l’obiettiva incapacità di imporre la centralità operaia come elemento cardine dell’agenda politica. Esattamente qui sembra delinearsi la principale differenza con l’epoca presa in considerazione da questa trattazione della quale, con ogni probabilità, “La classe” ne ha rappresentato uno degli aspetti più interessanti e significativi.

Nelle osservazioni precedenti si è molto insistito sul rapporto classe operaia/ceto politico–intellettuale mostrando come detta relazione rimanga sostanzialmente indispensabile per la messa in atto di un ordine discorsivo in grado di esercitare egemonia e direzione politica. “Senza teoria rivoluzionaria, niente movimento rivoluzionario.”, con ciò si vuole ribadire che il Che fare? mantiene inalterata tutta la sua freschezza e continua a essere l’unico orizzonte possibile e realistico intorno al quale rideterminare il partito dell’insurrezione nel presente ma, una volta detto ciò, occorre comprendere come questo passaggio sia possibile.

Intanto dobbiamo prendere atto di come, sicuramente in questo paese e in buona parte del mondo occidentale, il novecento sia del tutto finito. Quel tipo di organizzazione del lavoro che presupponeva sempre più massicce concentrazioni operaie è andato in archivio tanto che, osservatori a dir poco superficiali, sulla scia di ciò hanno decretato la fine del lavoro operaio. In realtà ciò che è accaduto veramente è il cambiamento di pelle del lavoro operaio e della sua condizione. Una condizione che nella giungla delle disparità contrattuali ha trovato la sua forma fenomenica maggiormente significativa. A fronte di ciò il proliferare, ormai come condizione normale, del lavoro irregolare per quote non secondarie di operai o, per altro verso, l’obbligo di diventare imprenditori di sé stessi attraverso la massificazione delle partite IVA è una condizione operaia e proletaria sempre più maggioritaria. Il novecento è stato archiviato e non pochi tratti della cosiddetta post modernità, per quanto riguarda la condizione operaia, hanno non poche assonanze con la condizione subalterna ottocentesca e questo è il dato dal quale occorre partire.

Come nell’Ottocento, per altro verso, classe operaia e proletariato sono politicamente esclusi, non bisogna infatti dimenticare che l’inclusione politica delle masse inizia a delinearsi nel corso della Prima guerra mondiale e occorrerà attendere la Costituzione di Weimar6 perché, sul piano giuridico formale, tale inclusione diventi legittima.

Oggi possiamo dire che il Trattato di Weimar è stato stralciato insieme a tutta quella costruzione che Keynes e lo stato–piano avevano messo in forma dopo il crack del ’297. Ciò che in realtà è successo è stata la ricollocazione dei subalterni nell’ambito della marginalità ed esclusione sociale e conseguente privazione della loro legittimazione storico–politica tanto che, per molti versi, la loro condizione si approssima a quell’essere massa senza volto propria dei colonizzati. Occorre riconoscere che nei confronti di queste masse non vi è alcuna empatia da parte dei ceti politici–intellettuali. In altre parole sembra veramente impensabile che, all’orizzonte, si possa paventare una operazione in qualche modo simile ai Quaderni rossi e a tutto ciò che li ha seguiti, se classe operaia e proletariato romperanno l’isolamento, questa volta, potranno contare solo su sé stessi e direttamente dal suo interno si dovrà formare un ceto politico–intellettuale, almeno per tutta una fase.

Se la centralità operaia riconquisterà il cuore dell’agenda politica lo potrà fare solo partendo da sé stessa ma, una volta preso atto di ciò, l’ipotesi di un giornale operaio, un “La classe” del presente, è utile o no, è fattibile o meno, assume una valenza strategica o è un’ipotesi del tutto peregrina? Un luogo deputato anche alla teoria della classe operaia rimane o meno un aspetto strategico della lotta operaia? Un luogo dove provare a far vivere l’ordine discorsivo della centralità e direzione operaia rimane o no un aspetto ineludibile per la costituzione dell’organizzazione operaia? Gli operai hanno o no bisogno di elaborazione teorico–politica o possono farne tranquillamente a meno? Dobbiamo tentare una nuova ritraduzione di Lenin o possiamo considerare il pensiero strategico leniniano del tutto inutile nel presente? Dobbiamo imparare a essere anche ceto politico–intellettuale o rimanere quelli dei picchetti? Dobbiamo essere in grado, contando solo sulle nostre forze, di riattivare la triade marxiana prassi/teoria/prassi o limitarci a una sorta di prassi in permanenza tanto eroica e volenterosa ma sicuramente poco capace di caricarsi sulle spalle tutto il peso dei passaggi politici che la lotta operaia si porta appresso? Dobbiamo essere in grado di agire e funzionare anche come supplenza politica nei confronti della classe o inibirci per intero la dimensione del politico? Dobbiamo tentare una battaglia per riconquistare l’egemonia politica o accontentarci di vivere tra le marginalità del presente? Queste le domande e le sfide che dobbiamo provare ad affrontare oggi.

Per rispondere cominciamo con il dire, intanto, che il giornale è uno strumento di organizzazione, non certamente l’organizzazione operaia ma sicuramente un passaggio importante, perché mette in collegamento le lotte operaie, ponendo in primo piano i punti di vista di queste. Dal momento che sviluppa dibattito tra gli operai, costruisce una serie di tasselli non secondari dell’organizzazione e dell’insieme di problematiche che questa indubbiamente si porta appresso. Dentro la classe questa funzione diventa strategica, perché, infatti, bisogna tener presente che, in non pochi casi, le numerose lotte esistenti non comunicano tra loro, così come è del tutto impossibile trovare un luogo comune dove esplicitare il punto di vista operaio e per la classe questo è un limite che contribuisce non poco, a renderla monca.

Non è difficile da immaginare che un giornale operaio andrebbe a ricoprire un ruolo essenziale dentro la classe; pensiamo all’impatto che potrebbero avere delle semplici cronache operaie tra gli operai in lotta, pensiamo alle pagine fitte di corrispondenze operaie de “La classe” negli scenari di lotta attuali. Forse che nel ’69 il coordinamento e la socializzazione delle lotte era un qualcosa che si raccoglieva sugli alberi? Forse che la classe operaia viveva una condizione di minor isolamento di oggi? Gli operai della fabbrica X conoscevano ciò che accadeva nella fabbrica Y per volontà divina e ancora gli operai di Torino cosa sapevano di quelli di Porto Torres se non ci fosse stata l’organizzazione di una narrazione. Certo, le notizie di notevole spessore non potevano essere eluse, Avola e Battipaglia non potevano essere ignorate dalla stessa informazione di regime, ma non è questo il punto, ciò che rimaneva costantemente celato era il livello di lotta e conflittualità che attraversava le fabbriche, gli obiettivi che gli operai perseguivano, le forme di lotta adottate. Il giornale, quindi, è in prima istanza uno strumento del dibattito operaio che consente sia di fissare i punti delle varie situazioni, sia di individuare collettivamente i passaggi necessari per il loro prosieguo. Va anche detto che il giornale, oltre che funzionare come elemento di organizzazione della classe, rimane uno strumento, non secondario, in grado di rompere la sensazione di isolamento e accerchiamento in cui, in non pochi casi, la classe ritiene di trovarsi. Percezione non così fantasiosa come chiunque abbia un minimo di familiarità con le lotte, può testimoniare.

Pensiamo, ad esempio, ai conflitti nel settore della logistica: i magazzini sono dislocati in autentici territori del nulla dove per chilometri si dipanano attività produttive che non hanno alcuna comunicazione l’una con l’altra. Il magazzino X sciopera e picchetta i cancelli, ma intorno a questo nessuno si accorge di niente. Se, come in non pochi casi avviene, si arriva allo scontro con i guardiani o alle cariche della polizia, tutto rimane circoscritto a quel contesto e può accadere che, il giorno seguente, si ripeta uno scenario simile a un paio di chilometri di distanza, anche questo in maniera del tutto isolata. L’assenza di comunicazione produce isolamento e inibisce non poco l’attività di agitazione e propaganda. Andare davanti a una fabbrica o un magazzino con un giornale operaio non è proprio come andarci a mani vuote e questo è un aspetto importante della questione.

Accanto a questo ve ne è un secondo, non meno rilevante e anzi, per alcuni versi, forse più decisivo: la funzione che il giornale può e deve assolvere dentro le aree politiche antagoniste, rivoluzionarie e comuniste, in altre parole il giornale è uno strumento essenziale per la conduzione della battaglia politica al fine di portare sul terreno della centralità operaia un ceto politico–intellettuale in grado di entrare in relazione dialettica con le lotte operaie, assumerle come centrali dell’agenda politica del presente, imporre la questione operaia come asse portante del dibattito di tutto il movimento antagonista. Compito titanico? Forse. Ciò non toglie che è una partita che occorre tentare. Se ci guardiamo intorno possiamo facilmente osservare come, ad esempio, nei mondi studenteschi e intellettuali vi sia un dibattito politico e culturale sui più svariati temi tranne che sulla classe operaia e le sue lotte. Questo è certamente il frutto di tutta una serie di retoriche che hanno preso campo negli ultimi decenni ma, occorre riconoscerlo, è anche e soprattutto il frutto di una assenza. Come si fa a parlare di classe operaia, di lotte operaie se queste non sono in grado di produrre uno straccio di narrazione? Su quali basi diventa possibile provare a forzare una situazione se per le mani non si ha nulla di teoricamente consistente? Pensiamo alla quantità non proprio irrisoria di giovani che si avvicinano, con intenti radicali e rivoluzionari, alla politica. Che occasione hanno di conoscere il mondo operaio se questo, sul piano organizzativo e comunicativo, si avvicina di molto al modello carbonaro?

È ovvio che, in uno scenario simile, queste migliaia di possibili militanti verranno cooptati dagli unici ordini discorsivi che hanno visibilità. Occorre sia dare visibilità alle lotte operaie ma non solo bisogna far sì che, intorno a queste lotte, si focalizzi l’attenzione e l’azione di tutto ciò che si considera e autorappresenta come ambito antagonista e conflittuale e questo è possibile solo se la centralità delle lotte operaie ritorna a essere il punto di riferimento del punto di rottura del rapporto sociale capitalista. Senza questo passaggio le lotte operaie corrono il concreto rischio di una endemicità priva di qualunque prospettiva e, nostro malgrado, torneremo a non essere troppo diversi da quell’operaismo che aveva bellamente eluso il rapporto delle lotte con il momento di rottura ignorando così la dimensione propria della politica. Questa l’ottica nella quale dovrebbe collocarsi l’ipotesi di un nuovo giornale, da “La classe” a “La classe”, per una nuova stagione del potere operaio.

(8Fine)


  1. L’esperienza di «Linea di condotta» è riportata per intero in, E., Quadrelli, Autonomia operaia, cit. Sull’esperienza di Rosso si veda: T. De Lorenzis, V. Guizzardi, M. Mita, Avete pagato caro non avete pagato tutto. Antologia della rivista Rosso (1973–1979), Derive Approdi, Roma 1979.  

  2. Al proposito si veda, «Il Manifesto», 120 operai di Italpizza a processo, 13/9/2020.  

  3. Il 19 aprile 1968 gli operai, ma soprattutto le operaie della Marzotto entrarono autonomamente in lotta contro il padrone Marzotto il quale gestiva la fabbrica apertamente patriarcale e paternalista. Tra le prime cose che le operaie fecero fu distruggere la statua del padre–padrone. Nonostante i duecento arresti e i violenti scontri con le forze dell’ordine la lotta continuò in maniera sempre più dura e determinata. Le donne furono la testa del movimento, dall’inizio alla fine. L’evento, in un batter d’occhio, diventò il simbolo della nuova stagione delle donne operaie e della loro radicalità. Sugli eventi di Valdagno si veda, L. Guiotto, La fabbrica totale. Paternalismo e città sociali in Italia, Feltrinelli, Milano 1979.  

  4. Una buona documentazione di ciò è reperibile sul sito di “Campagne in lotta”, campagneinlotta.org.  

  5. Una rara eccezione è data dal testo scritto dal Si.Cobas, Carne da macello, Red Star Press, Roma 2016.  

  6. Su questo passaggio si veda il fondamentale lavoro di S. Mezzadra, La costituzione del sociale. Il pensiero politico e giuridico di Hugo Preuss, Il Mulino, Bologna 1999.  

  7. In particolare, John, M. Keynes, La fine del laissez–faire e altri scritti, Bollati Boringhieri, Torino 1991.  

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Tra soggetto e oggetto, la classe operaia di Panzieri https://www.carmillaonline.com/2021/02/10/tra-soggetto-e-oggetto-la-classe-operaia-di-panzieri/ Tue, 09 Feb 2021 23:01:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64791 di Fabio Ciabatti

Marco Cerotto, Raniero Panzieri e i “Quaderni rossi”. Alle radici del neomarxismo italiano, DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 138, € 10,00

L’opera intellettuale e l’attività di organizzatore culturale di Raniero Panzieri (Roma 1921 – Torino 1964) sono il punto di avvio del marxismo italiano che si sviluppa al di fuori delle organizzazioni storiche della classe operaia negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e in particolare dell’operaismo, grazie soprattutto alla fondazione della rivista “Quaderni Rossi”, pubblicata dal 1961 al 1966. L’operaismo sarà successivamente associato principalmente ad altre figure intellettuali come Mario Tronti e Toni Negri, anche a causa [...]]]> di Fabio Ciabatti

Marco Cerotto, Raniero Panzieri e i “Quaderni rossi”. Alle radici del neomarxismo italiano, DeriveApprodi, Roma 2021, pp. 138, € 10,00

L’opera intellettuale e l’attività di organizzatore culturale di Raniero Panzieri (Roma 1921 – Torino 1964) sono il punto di avvio del marxismo italiano che si sviluppa al di fuori delle organizzazioni storiche della classe operaia negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso e in particolare dell’operaismo, grazie soprattutto alla fondazione della rivista “Quaderni Rossi”, pubblicata dal 1961 al 1966. L’operaismo sarà successivamente associato principalmente ad altre figure intellettuali come Mario Tronti e Toni Negri, anche a causa della prematura scomparsa di Panzieri, avvenuta all’età di 43 anni. A cento anni dalla sua nascita vale la pena recuperare il contributo originale del pensatore romano, troppo spesso relegato al ruolo di semplice precursore. A tal fine torna utile il libro scritto da Marco Cerotto, Raniero Panzieri e i “Quaderni Rossi”. Alle origini del neomarxismo italiano, pubblicato da DeriveApprodi.
Dirigente del Partito Socialista, direttore della rivista Mondo operaio, traduttore del secondo libro de Il capitale di Marx, Panzieri si caratterizza da subito per un marxismo non ortodosso, sostenendo l’idea della democrazia diretta e la concezione del partito-strumento. La pubblicazione delle Sette tesi sul controllo operaio, scritte nel 1958 con Lucio Libertini, segna il punto di svolta nella biografia intellettuale di Panzieri e avvia il suo allontanamento dal Partito Socialista. Si trasferisce l’anno successivo a Torino dove lavora fino al 1963 per la casa Editrice Einaudi e dà vita alla rivista cui il suo nome è indissolubilmente associato. La vecchia capitale sabauda rappresenta un osservatorio privilegiato per studiare il cuore del “neocapitalismo” italiano: la grande fabbrica fordista-taylorista e la nuova composizione di classe formata da quello che sarà successivamente definito operaio massa.

Il libro di Cerotto, dopo aver delineato la biografia politico-intellettuale del pensatore romano e la storia redazionale dei “Quaderni rossi”, dedica un lungo capitolo alla ricostruzione del dibattito teorico-politico nell’ambito del marxismo italiano del dopoguerra fino alla fine degli anni Cinquanta. Il panorama è dominato dallo storicismo marxista del Partito Comunista di Togliatti che, utilizzando il pensiero di Gramsci, vuole ricongiungersi all’eredità del neoidealismo italiano per mostrare la politica della classe operaia come continuatrice e innovatrice della cultura nazionale, operazione funzionale alla predisposizione di una politica di alleanze. L’analisi del modo di produzione capitalistico e delle sue leggi segna il passo a favore della ricerca di una egemonia politica tarata sulle particolarità economico-sociali e culturali italiane. Tra le conseguenze, sul piano teorico, ci sono la sottovalutazione del grado tecnico-scientifico raggiunto dal processo di produzione e l’indifferenza verso i possibili contributi della sociologia e delle nuove scienze sociali. Lo forze produttive, nel loro sviluppo, sono considerate senz’altro il polo positivo, razionale, oggettivo, mentre i rapporti di proprietà costituiscono il polo negativo che, attraverso l’anarchia del mercato, limita e perverte le potenzialità dei progressi tecnico-produttivi. A questo si può porre rimedio con le riforme di struttura ovviando all’incapacità del capitalismo nazionale di realizzare autonomamente uno sviluppo economico accessibile a larghi strati della popolazione. Si delinea così la via italiana al socialismo.
Come si pone Panzieri nei confronti di questo articolato panorama teorico-politico?  Possiamo partire da una sua citazione, tratta da Plusvalore e pianificazione, opportunamente riportata da Cerotto.

Di fronte all’intreccio capitalistico di tecnica e potere, la prospettiva di un uso alternativo (operaio) delle macchine non può, evidentemente, fondarsi sul rovesciamento puro e semplice dei rapporti di produzione (di proprietà), concepiti come involucro che a un certo grado dell’espansione delle forze produttive sarebbe destinato a cadere perché semplicemente divenuto troppo ristretto: i rapporti di produzione sono dentro le forze produttive, queste sono state ‘plasmate’ dal capitale. E ciò consente allo sviluppo capitalistico di perpetuarsi anche dopo che l’espansione delle forze produttive ha raggiunto il suo massimo livello. 

Insomma, il dispotismo capitalistico è inestricabilmente intrecciato con esigenze razionali di tipo tecnico-produttivo. Questo rapporto si materializza concretamente nelle macchine. Esse non si sviluppano esclusivamente con il fine di aumentare la produttività del lavoro, ma con quello di aumentare lo sfruttamento dei lavoratori. Esse sono portatrici certamente di una razionalità nell’ambito dei processi produttivi, ma di una razionalità specificamente capitalistica. In breve ogni stadio dello sviluppo tecnologico costituisce un rafforzamento del potere del capitale, del suo dispotismo sulla forza-lavoro vivente.

Questo rafforzamento significa anche, secondo Panzieri, la progressiva estensione del principio di pianificazione non solo all’interno della fabbrica, che si ingigantisce grazie ai fenomeni di concentrazione e centralizzazione del capitale, ma anche all’esterno del processo produttivo vero e proprio. La pianificazione capitalistica, sostiene Panzieri, diventa un elemento basilare per il mantenimento della struttura di potere capitalistico, superando le contraddizioni derivanti dall’anarchia del mercato, tipica della fase concorrenziale del capitalismo. Anche a discapito della ricerca immediata del massimo profitto, ciò implica la necessità di aumentare notevolmente investimenti e produttività. Questo a sua volta richiede la più completa disponibilità della forza lavoro che può essere garantita da un accordo con i sindacati e con le altre organizzazioni della classe operaia.
Secondo le elaborazioni dei “Quaderni Rossi”, la politica di piano che si sviluppa nei primi anni Sessanta del Novecento non mira a subordinare le scelte economiche al potere politico, ma assegna allo stato la responsabilità di stimolare certi investimenti privati tramite un apposito sistema di incentivi. Le punte più avanzate del capitalismo italiano, pubblico e privato, convergono a grandi linee sugli obiettivi della pianificazione e non a caso sostengono la costituzione del centro-sinistra (nel 1962 il PSI entra nell’area di governo e a fine 1963 per la prima volta partecipa direttamente all’esecutivo). I settori più arretrati si oppongono ad entrambi. La conflittualità interna al fronte capitalistico contribuisce a mascherare il riformismo subalterno delle organizzazioni operaie da politica rivoluzionaria. Anche la conflittualità operaia, se mantenuta entro un certo livello, può giovare allo sviluppo capitalistico perché impedisce ai suoi settori più arretrati di fare affidamento esclusivamente sul basso costo della forza-lavoro costringendoli a investire e innovare.
La strategia delle riforme di struttura, secondo Panzieri, non prevedendo un intervento diretto nella sfera produttiva esclude la rottura rivoluzionaria del sistema favorendo soltanto catene più dorate per tutta la classe operaia. Già nelle Sette tesi Panzieri, ponendo in evidenza i caratteri innovativi del recente sviluppo del capitalismo italiano, sostiene la necessità di spostare l’asse dell’intervento politico nei luoghi della produzione dove hanno origine le principali contraddizioni della dicotomia classista e dove risiede la reale fonte del potere. In altri termini, solo prendendo di petto il luogo dove si svelano le reali contraddizioni del sistema capitalistico, la lotta in fabbrica innalza i lavoratori a reali protagonisti della politica.

Questo spostamento comporta un doppio movimento. Da una parte, infatti, si deve indagare la sfera della produzione capitalistica che non è al suo interno indifferenziata. Essa presenta un’articolazione gerarchica. Esistono dei punti di maggior sviluppo che sono trainanti rispetto a tutto il resto. E tale articolazione del processo produttivo complessivo non è indifferente rispetto alle sorti politiche della lotta di classe. D’altra parte, con altrettanta forza, si deve affermare che il comportamento operaio non è una mera riflessione passiva della struttura del capitale. Quest’ultima condiziona lo sviluppo dell’antagonismo operaio, pone le condizioni e i limiti del suo possibile esplicarsi, ma non lo determina meccanicamente. Per questo è necessaria, utilizzando le parole di Panzieri riportate da Cerotto, “un’osservazione scientifica assolutamente a parte” sulla classe operaia. Assume cioè importanza l’inchiesta operaia, non solo come strumento di conoscenza, ma anche come strumento di intervento politico. La realtà osservata attraverso l’inchiesta non è un oggetto passivo, ma un’unità vivente che va colta nei suoi momenti di svolta, di repentino mutamento, soprattutto attraverso l’inchiesta “a caldo”, cioè quella effettuata durante i momenti più aspri del conflitto.
Proprio sulla necessità di tenere insieme questi due livelli dell’analisi e dell’intervento politico si consuma la frattura, nell’ambito della redazione dei Quaderni Rossi, tra i “sociologi di Torino”, raggruppati attorno a Panzieri, e i “filosofi di Roma”, guidati da Mario Tronti. Una rottura, argomento dell’ultimo capitolo del libro di Cerotto, che ha come oggetto immediato la valutazione degli eventi del luglio 1962 e le prospettive che si aprivano dopo la manifestazione esplicita di un elevato grado di insubordinazione della nuova classe operaia al piano del neocapitalismo.1 Per Panzieri le rivendicazioni operaie espresse nel fuoco acceso dello scontro, così come rilevate dall’inchiesta “a caldo”, contengono il massimo spirito anticapitalistico che, però, non può essere immediatamente generalizzato all’insieme della classe. Come si legge in una citazione riportata in epigrafe all’ultimo capitolo del libro di Cerotto, Panzieri accusa Tronti di sostenere una filosofia della storia hegeliana, una filosofia della classe operaia quando utilizza questi momenti alti dell’antagonismo per supportare la sua rivoluzione copernicana. Rivoluzione che consiste nella tesi, opposta a quella del marxismo classico, che è l’antagonismo della classe operaia a determinare lo sviluppo del capitale. Una tesi che giustificava la necessità di dare immediatamente espressione politica a questo nuovo soggetto operaio. Panzieri, invece, resiste all’idea di trasformare la rivista in un gruppo militante, in un nuovo partito, volendo limitare il suo contributo politico alla costruzione di un’“avanguardia interna” alla classe, dal momento che solo il susseguirsi delle lotte operaie avrebbe potuto determinare la loro progressiva organizzazione.

Personalmente sono convinto che ancora oggi sia necessario tenere insieme i due livelli di cui si è parlato a proposito di Panzieri: da una parte l’analisi della struttura del capitale quale fondamento materiale della soggettività proletaria; dall’altra la continua attenzione allo sviluppo del lato soggettivo che mantiene rispetto a questo fondamento un livello di indeterminatezza. La specifica riflessione sulle dinamiche di soggettivazione dei subalterni, aggiungo, può risultare tanto più feconda quanto più il punto di osservazione è interno ai conflitti e ai movimenti. In assenza del primo livello possiamo ottenere soltanto una una fenomenologia del conflitto che, per quanto preziosa possa risultare sul piano descrittivo, difficilmente può aiutarci a prefigurare un processo generale di ricomposizione delle disperse soggettività in campo. In assenza del secondo, invece, risorge immancabilmente lo spettro dell’autonomia del politico in cui non si dà ricomposizione, ma solo subordinazione, reale o immaginaria, delle concrete soggettività antagonistiche a una guida esterna.
Certo, se essere comunisti vuol dire essere la parte più risoluta dei partiti operai come indicava Marx nel 1848, questo significa porsi sulla frontiera più avanzata dell’antagonismo di classe, laddove si può dare la confluenza fra dimensione oggettiva e soggettiva; una frontiera a partire dalla quale, in altri termini, un soggetto collettivo è potenzialmente in grado di farsi mondo, di produrre una nuova oggettività. Da questo punto di vista è comprensibile il senso del gesto teorico di Tronti che, con la sua rivoluzione copernicana, mette al centro la classe operaia, come “motore mobile del capitale”. Gesto ripetuto in forme diverse dal successivo operaismo e post-operaismo. Ma se dimentichiamo che la tendenziale confluenza tra soggetto e oggetto si dà soltanto nei momenti più alti dell’antagonismo e pretendiamo di ritrovarla sempre e comunque nel nostro mondo dominato dal capitale, i costrutti teorico-politici che ne derivano rischiano di assomigliare sempre più a visioni lisergiche, come la moltitudine dell’ultimo Toni Negri.
Se vogliamo mantenere una presa sulla realtà e al tempo stesso non rassegnarci alla triste virtù del realismo con annessa autonomia del politico, come ben presto fece Tronti, non ci rimane che l’ostinata ricerca, pratica e teorica, delle vie sotterranee di una possibile ricomposizione delle molteplici forme di conflittualità sociali. Forme conflittuali che nella realtà continuano a darsi perché il capitalismo è un sistema basato necessariamente sull’incessante e crescente ricerca dello sfruttamento e perciò intrinsecamente antagonistico. E in questa ricerca la lezione di Panzieri ci può tornare ancora utile, 
anche ritornando a riflettere su cosa rimane oggi di una delle sue tesi fondamentali e cioè che una lotta generale contro il capitalismo non può prescindere dai conflitti che si verificano nella sfera della produzione e in particolare nei punti più avanzati dello sviluppo capitalistico.


  1. Il 7 luglio 1962, nel corso di uno sciopero dei metalmeccanici a Torino, si diffonde la voce che UIL e SIDA hanno firmato un accordo separato con la FIAT. Alcune migliaia di operai si dirigono a Piazza Statuto dove ha sede la UIL dando inizio a tre giorni di violenti scontri con la polizia. 

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La classe operaia che non volle farsi Stato: Linea di condotta https://www.carmillaonline.com/2020/04/06/la-classe-operaia-che-non-volle-farsi-stato-linea-di-condotta/ Mon, 06 Apr 2020 21:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59202 di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, Autonomia Operaia. Scienza della politica, arte della guerra, dal ’68 ai movimenti globali, in appendice la ristampa anastatica del numero unico della rivista Linea di condotta del 1975 con una introduzione inedita, Interno 4, 2020, pp. 352, 20 euro

“Cos’è un grimaldello di fronte a un titolo azionario? Che cos’è la rapina di una banca confronto alla fondazione di una banca? Che cos’è l’omicidio di fronte al lavoro?” (L’opera da tre soldi – Bertolt Brecht)

Credo sia giusto, in questo quarantunesimo anniversario del 7 aprile e del teorema [...]]]> di Sandro Moiso

Emilio Quadrelli, Autonomia Operaia. Scienza della politica, arte della guerra, dal ’68 ai movimenti globali, in appendice la ristampa anastatica del numero unico della rivista Linea di condotta del 1975 con una introduzione inedita, Interno 4, 2020, pp. 352, 20 euro

“Cos’è un grimaldello di fronte a un titolo azionario? Che cos’è la rapina di una banca confronto alla fondazione di una banca? Che cos’è l’omicidio di fronte al lavoro?” (L’opera da tre soldi – Bertolt Brecht)

Credo sia giusto, in questo quarantunesimo anniversario del 7 aprile e del teorema Kalogero, tornare a parlare di un’opera giunta alla sua terza edizione. A quattro anni dalla seconda (2016) e a dodici dalla prima (2008). Un’opera, quella di Emilio Quadrelli, che non soltanto ripercorre la storia dell’autonomia operaia italiana, dai primi anni Sessanta fino alla metà degli anni Ottanta, a partire dal conflitto e dall’iniziativa di classe che la fondarono e le diedero le gambe su cui marciare, ma che, in questa nuova edizione, aggiunge un dato di tutto rispetto: la ristampa anastatica del numero unico della rivista Linea di condotta uscito nel 1975, accompagnata da un’esauriente Introduzione a cura dello stesso Quadrelli.

Una rivista uscita in numero unico, con datazione di copertina luglio-ottobre 1975, che avrebbe preceduto di poco «Senza tregua. Giornale degli operai comunisti», uscito poi in nove numeri tra l’autunno di quello stesso anno e il settembre del 1977, di cui si è occupato recentemente sempre Emilio Quadrelli per Red Star Press (qui) proprio per riportare alla luce un’esperienza di analisi e pratica politica militante troppo a lungo rimossa dalla ‘storia ufficiale’ di ciò che è entrato nella memoria collettivaa come Autonomia Operaia.

Azzeccatissimo appare subito il titolo del primo paragrafo dell’introduzione alla rivista, Fuori dalle linee, proprio perché quel numero unico oltre che allontanarsi dal discorso marxista o marxista-leninista imbalsamato nelle varie forme dei gruppuscoli e dei partiti, grandi o piccoli, che ancora a tali esperienze formali si richiamavano, così come l’esperienza dell’Autonomia Operaia aveva già messo in pratica, prendeva anche le distanze dalla stessa Autonomia così come si era andata definendo, organizzativamente e politicamente, in un contesto in cui le formulazioni dei più importanti intellettuali di quell’area e la pratica posta in essere si sarebbe allontanata sempre più dalla centralità dell’azione operaia opponendo a questa la ricerca di un nuovo, e mai completamente definito, soggetto politico.

Se gran parte dell’esperienza e del nuovo programma politico espresso dall’autonomia, così come si era andata formando intorno alla rivista Rosso, derivavano dall’esperienza già ‘eretica’ di Potere Operaio, Linea di condotta e, successivamente, Senza tregua avrebbero aggiunto a questa l’esperienza dei militanti fuorusciti da Lotta Continua dopo la svolta capitolarda, istituzionalizzante e filo-PCI della sua direzione proprio nel 1975 e che avrebbe portato al definitivo scioglimento di quell’organizzazione, avvenuto nel contesto del congresso di Rimini, nell’autunno del 1976. Proprio quel congresso che il leader di quella formazione ormai allo sbando avrebbe aperto con parole involontariamente profetiche: C’è stato un terremoto…

Entrambe le esperienze, quella di Rosso e di Linea di condotta, affondavano le loro radici in un rifiuto del lavoro salariato che all’interno delle frange più avanzate della classe operaia di fabbrica si era andato accompagnando al rifiuto di farsi Stato, così come invece proponevano il segretario del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, il partito che continuava a definirsi come il più grande partito comunista dell’Occidente e la CGIL, nel tentativo di separare non solo la classe dalle sue avanguardie più combattive, ma anche da una critica radicale delle condizioni di lavoro, produzione e riproduzione della vita che si era manifestata in maniera sempre più ampia e decisa non soltanto nel pensiero critico degli intellettuali militanti che avevano dato vita alle riviste più importanti degli anni Sessanta (Quaderni rossi, Classe operaia, Classe, Quaderni piacentini), ma che proprio a partire dalle manifestazioni di piazza e nelle lotte di fabbrica degli operai, da piazza Statuto in avanti, aveva trovato le gambe su cui marciare.

Veniva così nettamente alla luce uno scontro, voluto e gestito da una sinistra istituzionale sempre più coinvolta nella gestione dell’economia, della società e dell’ordine pubblico, in nome di un superiore interesse nazionale, destinato non solo a dividere la classe al suo interno e davanti al nemico, ma anche e soprattutto in nome di una presunta oggettività economicistica di ispirazione marxista, destinata a privare la classe di una delle sue armi più importanti e decisive: la teoria rivoluzionaria.

Paradossalmente non solo il PCI, che pur si richiamava ancora al marxismo e al socialismo di cui traboccavano ancora formalmente le pagine delle sue riviste e i discorsi degli intellettuali che ne avevano comunque da tempo sposato linea e strategia, ma anche i vari partitini di ispirazione trotzkista, stalinista, marxista-leninista filo-cinese e bordighista non erano riusciti a cogliere le novità insite nell’esplosione di lotte che avevano caratterizzato soprattutto il periodo compreso tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70. Anzi, pur con modalità diverse e diverso intendimento, quegli stessi erano spesso diventati di intralcio allo sviluppo delle lotte di classe che si erano andate sviluppando nelle fabbriche, nei quartieri e nelle scuole.

Così, invece, non era stato, come nota giustamente Quadrelli nella sua ricostruzione, per i due raggruppamenti che più si erano smarcati da qualsiasi richiamo alla tradizione formale dei partiti di derivazione cominternista, ovvero Potere operaio e Lotta continua. Entrambi coinvolti fin dal loro primo apparire nelle lotte prodotte spontaneamente dal basso; sia che si trattasse dalle lotte in fabbrica che dell’occupazione di case, di riduzione degli affitti e delle bollette oppure delle rivolte popolari come quella di Reggio Calabria, indicata fin da subito, tranne che per i due gruppi in questione e dai situazionisti, come manifestazione di stampo fascista da tutti gli altri.

In questa differente interpretazione della realtà delle lotte giocava non tanto, come i principali rappresentanti del marxismo ‘ortodosso’ avrebbero fin da subito affermato, l’avventurismo delle nuove formazioni politiche, ma piuttosto una più corretta e consona ai tempi interpretazione della capacità di analisi dialettica contenuta nelle formulazioni di Marx e di Lenin. Troppo spesso citate mnemonicamente e/o opportunisticamente dalle altre forze politiche e troppo spesso stravolte oppure semplicemente non comprese nella loro essenza.

Si può affermare, come fa Quadrelli, che la prassi rivoluzionaria riprese spunto in quegli anni non tanto dagli archivi polverosi, dai testi salvati dalla critica roditrice dei topi o dalla novella intellighentsia formatasi nelle scuole di partito o nelle università, ma direttamente dalle lotte nate spontaneamente dalle condizioni di lavoro e di vita con cui si barcamenavano gran parte dei lavoratori (occupati e non), dei giovani (studenti e non), delle donne (lavoratrici e non), in un momento di grandi trasformazioni socio-economiche che avevano accompagnato o erano derivate dal cosiddetto boom economico.

Un boom economico che aveva visto, come sempre, accumularsi una gran parte della ricchezza socialmente prodotta nelle mani di un’imprenditoria audace e aggressiva, a discapito di un proletariato di fabbrica o marginale che aveva potuto accedere a ben pochi vantaggi sociali, pagati con uno sfruttamento del lavoro sempre più intenso e allargato anche alle sfere dell’esistenza quotidiana. Così come l’allargamento dell’istruzione superiore a fasce giovanili sempre più ampie era stata accompagnata dallo sviluppo di istituzioni scolastiche sempre più destinate alla formazione di una manodopera maggiormente alfabetizzata ma indirizzata a una specializzazione lavorativa che più che altro avrebbe contribuito ad una più generale abitudine al lavoro alienato, e domato preventivamente, dall’abitudine alla disciplina dell’orario e dell’obbedienza.

Tutto questo era però esploso, non in grazia di una preventiva azione comunicativa e di formazione condotta dai partiti e partitini di sinistra all’interno delle differenti frazioni di classe, ma proprio a causa di una realtà sociale che aveva finito con lo spingere al parossismo le contraddizioni di un modo di produzione che aveva fatto delle sue esigenze di accumulazione ed estorsione del valore il metro di misura di qualsiasi attività umana: lavorativa, intellettuale, collettiva, individuale, artistica o sessuale e riproduttiva che fosse.
Così proprio chi stava in basso aveva saputo raccogliere la sfida e ribellarsi.

Potere operaio e Lotta continua seppero far proprie le lezioni di chi dal basso aveva iniziato a ribellarsi e liberarsi e, per un breve e intenso periodo, farsene portavoce. Ricreando quella dialettica tra spontaneità dell’azione delle masse, teoria e prassi politica che sola poteva servire a confrontarsi vittoriosamente con il capitale e i suoi funzionari. Il partito rivoluzionario insomma tornava idealmente, ma non soltanto, a rinascere proprio là dove non era stato direttamente teorizzato o non aveva tratto ispirazione dalle forme mummificate del passato terzinternazionalista e non.

Tornava a rinascere ma non a formarsi, poiché le varie componenti dei due movimenti finivano col favorire un altalenarsi di tendenze ora allo spontaneismo ora all’organizzativismo e ora all’istituzionalizzazione, quest’ultimo aspetto soprattutto per quanto riguarda la leadership di L.C., che non permisero il formarsi di una organizzazione politica capace di trarre linfa e capacità direzionale dalla indicazioni che pur provenivano in tal senso dalle lotte proletarie e dal basso e neppure dalle trasformazioni in atto a livello di riorganizzazione industriale, finanziaria, amministrativa e giuridico-militare dell’apparato economico e statuale capitalistico.

Fu proprio questa difficoltà a portare alla fine delle due esperienze con una, quella di Pot Op, che avrebbe però costituito la componente ‘teorica’ più importante della fase politica successiva, mentre l’altra, quella di L.C., avrebbe fornito, proprio in virtù dell’essere stata l’organizzazione militante più diffusa all’interno del proletariato metropolitano e di fabbrica fino al 1975, la principale componente operaia e proletaria di un’esperienza politica, militante e, successivamente, militare che non ebbe eguali nel resto del mondo occidentale.

Non bisogna infatti mai dimenticare che in Italia sono stati 20.000 gli inquisiti per i fatti di lotta armata; 4200 sono stati incarcerati a seguito dell’accusa di banda armata o associazione sovversiva; 300 hanno avuto pene con meno di dieci anni, oltre 3100 più di dieci anni, quasi 600 più di quindici anni, centinaia gli ergastoli. Questi dati, che se analizzati da un punto di vista sociologico vedrebbero altissima la componente proletaria tra coloro che furono inquisiti e altrettanto alta quella delle presenze femminili, ci dicono di un’irruzione nella Storia, di un autentico balzo di tigre all’interno di contraddizioni sociali altrimenti irrisolvibili, che proprio a partire dal 1975 ebbe inizio su una scala più vasta di quella già teorizzata e immaginata, con rigida logica partitica tradizionale (la coscienza instillata nella classe da un partito di militanti di professione), dalle Brigate Rosse.

Proprio al centro di queste fratture, esperienze politiche e organizzative e riflessioni teoriche si situa la cristallina esperienza di Linea di condotta, tanto ispirata dalla riflessione politica di alcuni militanti che si erano divisi dagli altri esponenti di Potere Operaio dopo la sua fine, quanto dalle energia, dalla rabbia e dalla delusione che aveva spinto alla ricerca di nuove modalità operative e organizzative una giovane classe operaia uscita fortemente delusa dalla precedente militanza in Lotta Continua, nelle sue strutture di fabbrica, territoriali e di servizio d’ordine.

Sfogliando le più di 160 pagine di Linea di condotta si osserva la presenza di una notevole mole di articoli: riflessioni teoriche e analisi marxiane destinate ad esplorare le trasformazioni dell’assetto politico-istituzionale italiano(con particolare attenzione al ruolo del PCI e della manovalanza fascista), la teoria del valore, lo scontro operante anche all’interno della crisi economica di quegli anni tra rivendicazioni della classe e volontà di ristrutturazione capitalistica, la ridefinizione dell’importanza dello scontro intorno al salario e la sua funzione politica ancor più che sindacale, oltre che i due documenti in cui l’ala più radicale degli operai di L.C. aveva detto addio alla formazione precedente, ormai impastoiata dalle paure e dalle scelte riformistiche della sua direzione, in aperto contrastato con la pratica militante degli anni precedenti.

Sono pagine che annunciano l’inevitabilità di una guerra civile, magari a bassa intensità, che avrebbe attraversato la società italiana e animato lo scontro di classe negli anni a venire. Un annuncio della necessità di un partito formale che, pur rimanendo sul filo del tempo, avrebbe dovuto saper interpretare una rivoluzione anonima e tremenda guidandola su traiettorie non ancora sperimentate. Proprio come dovrebbero fare ogni autentica rivoluzione e ogni autentico partito rivoluzionario, che per esser tale deve saper rivoluzionare anche le proprie forme, senza voler far rientrare le novità dello scontro di classe all’interno di forme già superate o sconfitte (probabilmente le due cose si accompagnano sempre) finendo col riuscire soltanto a castrare le iniziative e le indicazioni di lotta e organizzazione provenienti da una società in rivolta.

Indicazioni che proprio a partire dall’esperienza operaia ponevano al centro la questione del potere politico. Ma la “questione del potere” non poteva e non può che chiamare in cau­sa la “questione militare”. Se, infatti il “politico” presuppone sempre la messa in forma della guerra, la “questione militare” non poteva e non può essere altro che parte costitutiva del “politico” medesimo.

Una scelta che avrebbe visto ancora alcuni degli intellettuali presenti nei ranghi redazionali del numero unico allontanarsi negli anni successivi, ma che avrebbe dato i suoi frutti, magari immaturi e forieri di indicazioni per il futuro allo stesso tempo, nelle lotte degli anni successivi.
Una lettura che si rivela particolarmente utile ancora e forse soprattutto oggi, quando di fronte alla pandemia che ci avvolge, alla crisi economica e alla probabile guerra che verrà, l’assenza di prospettive è causa, per molti militanti antagonisti, di una condizione di impotenza e smarrimento cui le iniziative spontanee di lotta dal basso (dalle fabbriche alle carceri fino ai territori) iniziano a fornire modalità di risposta non ancora pienamente colte nella loro intima essenza.
Così come non è ancora stato colto in pieno l’assetto politico-militare che il capitale si è dato negli ultimi anni, in funzione di una guerra civile già annunciata e di cui la militarizzazione legata all’attuale crisi sanitaria ed economica non è che uno dei più prevedibili aspetti.

N.B.
Il testo è fin da ora disponibile on line in ebook e anche in cartaceo, sul sito dell’editore, su amazon, su ibs e per le librerie che vorranno ordinarlo presso il distributore (Messaggerie) che comunque anche se operativo a mezzo servizio avrà disponibile il libro.

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LUDD ovvero dell’insurrezione permanente https://www.carmillaonline.com/2018/07/26/ludd-ovvero-dellinsurrezione-permanente/ Wed, 25 Jul 2018 22:01:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47303 di Sandro Moiso

La critica radicale in Italia. LUDD 1967-1970, con una Introduzione e una memoria di Paolo Ranieri e una ricostruzione storico-politica a cura di Leonardo Lippolis, NAUTILUS, Torino 2018, pp. 570, € 25,00

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta [...]]]> di Sandro Moiso

La critica radicale in Italia. LUDD 1967-1970, con una Introduzione e una memoria di Paolo Ranieri e una ricostruzione storico-politica a cura di Leonardo Lippolis, NAUTILUS, Torino 2018, pp. 570, € 25,00

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta costituisce un’autentica boccata d’aria pura. Un po’ come aprire una finestra di un appartamento situato al centro di una grigia e inquinata metropoli per scoprire, inaspettatamente, che questa si affaccia su un magnifico paesaggio montano di nevi eterne, dirupi scoscesi e boschi verdissimi e selvaggi.

Le edizioni Nautilus che fin dai loro inizi pubblicano e ripubblicano testi di quel pensiero radicale che ha avuto nel Situazionismo una delle sue massime espressioni ma che, prima di tutto, affonda le sue radici nella insorgenza giovanile e proletaria che ha contraddistinto da sempre e, in particolare, fin dal secondo dopoguerra la “naturale” reazione di classe rivoluzionaria sia al capitalismo occidentale che al suo mostruoso alter ego rappresentato dal cosiddetto “socialismo reale”, con questo volume iniziano un’operazione che più che d’archivio pare essere più di riscoperta (per i lettori più giovani) e rivendicazione di un pensiero e di una pratica che dell’insorgenza continua contro ogni forma di potere costituito e ogni formulazione teorica tesa alla conservazione dell’esistente hanno fatto la propria ragione d’essere.

I due volumi che sono annunciati per il prosieguo dell’opera si occuperanno successivamente dei testi, giornali, bollettini e volantini prodotti all’interno del Comontismo, di Puzz, Insurrezione e Azione Rivoluzionaria e si intitoleranno Comontismo 1971-1974 e Insurrezione 1975-1981 e andranno ad affiancarsi ai due testi già precedentemente editi che raccoglievano tutti i numeri della rivista prodotta dall’Internazionale Situazionista1 e tutti i bollettini pubblicati dalla precedente Internazionale lettrista.2

Se, però, l’esperienza dell’Internazionale Situazionista è stata in qualche modo parzialmente digerita dal sistema mediatico e politico attuale, ben diversamente potrà avvenire per una produzione testuale e, lo ripeto ancora una volta, per una pratica militante che fin dagli esordi furono tacciate sia dal PCI che dai gruppuscoli nati alla sua sinistra (in primis l’orrido Movimento Studentesco di Mario Capanna) come provocatorie, irresponsabili e, in alcuni casi, “fasciste”.

Anche se l’opera non intende affatto costituire una celebrazione di pratiche e militanti come Giorgio Cesarano, Riccardo D’Este, Eddie Ginosa, Gianfranco Faina, Mario Perniola e molti altri ancora, senza dimenticare la vicinanza con Danilo Montaldi, poiché come afferma Paolo Ranieri nella sua introduzione:

“E’ ora, infatti, di dire basta alla moltiplicazione incessante e interessata di manifestazioni “in memoria”. Come il Primo Maggio […] ideato per essere l’appuntamento annuale con quel vagheggiato sciopero generale che spostava la presenza potenziale dell’insurrezione possibile insieme con l’assenza di rivoluzione attuale: da quando, con l’iterazione e la corrosione del tempo passato e il sequestro della produzione di memoria da parte delle istituzioni, ci si è scordati di questo, si è definitivamente degradato in una sorta di Pentecoste, rito lagnoso di una neo-religione per schiavi, aspiranti schiavi e liberti, meritevole di essere fuggito come la peste […] E lo stesso si può affermare senza esitazioni per il 25 aprile, il 12 dicembre, il 14 luglio […] ciascuno con le precise specificità che gli valgono un posto in questo martirologio della laica religione della disfatta, celebrata senza posa e senza vergogna dai voltagabbana incartapecoriti dalla nostalgia e dai militanti del conformismo”.3

Come si può ben comprendere fin da queste poche righe, che danno la cifra esatta del discorso anti-retorico e di rottura che la critica radicale italiana ha portato avanti fin dai suoi albori, non vi è possibilità di mediazione, di reciproco seppur parziale coinvolgimento e neppure di pace armata tra una miserabile concezione della politica di “sinistra” che ha fatto della sconfitta e della collaborazione di classe la sua terra d’adozione ed una visione che dell’iniziativa rivoluzionaria ed insurrezionale dal basso, proletaria e giovanile, ha fatto la sua ragione di esistere.

Continua, anzi anticipa, poi ancora Ranieri:

“Non possiamo nascondere a noi stessi che operazioni-memoria come la presente – intese a isolare una vicenda del passato raccogliendone i documenti in un’edizione che, elaborata dai superstiti stessi, aspira a mostrarsi critica, completa, definitiva, TOMBALE – rappresentano uno dei mille espedienti che l’universo delle merci adotta per frenare la propria inarrestabile entropia”.4

Sì, perché è proprio l’universo mercantile, con la rapida diffusione della sua capacità di affascinare e addomesticare l’immaginario proletario e sociale, l’altro obiettivo della critica radicale che, però, non intende semplicemente destrutturarne le basi e i principi ma, molto più semplicemente, distruggerlo insieme ai rapporti sociali e di produzione che lo alimentano. La necessità potrebbe rivelarsi essere proprio quella, già enunciata da De Sade, che l’insurrezione debba costituire la condizione permanente di ogni repubblica.

La sintetica ricostruzione storica della formazione, a Genova, prima del Circolo Rosa Luxemburg e poi di LUDD – Consigli proletari fatta da Leonardo Lippolis permette al lettore-militante di riscoprire le origini di tali formulazioni ed ipotesi non solo a partire dalle occupazioni studentesche delle Facoltà universitarie fin dal 1967, che impressero una spinta decisiva in quella direzione, ma fin dalle insurrezioni operaie e proletarie di Berlino Est nel 1953, dell’Ungheria nel 1956 e nelle rivolte italiane del luglio del 1960 e di Piazza Statuto nel 1962 a Torino.

Insieme alle interpretazioni che sorgevano dalle riletture dell’esperienza rivoluzionaria sulle pagine di “Socialisme ou Barbarie”, nei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e successivamente dell’Internazionale Situazionista si evidenziava però sempre il fatto di come l’insorgenza proletaria fosse una costante, dalla Comune di Parigi in poi e allo stesso tempo come le trame “partitiche” finissero sempre con l’ingabbiare e limitare l’espressione del desiderio di rivoluzione e superamento dell’esistente compreso all’interno dell’esperienza dei Consigli.

Anche se proprio la scelta del nome del gruppo di cui sono raccolti principalmente i materiali in questo primo volume, LUDD, rinvia ad esperienze precedenti ed egualmente radicali. E’ proprio sulla tracci dell’interpretazione data dallo storico inglese Edward P. Thompson, nella sua opera più importante,5 del luddismo che si forma la convinzione che la rivolta spontanea del lavoratori delle campagne inglesi contro l’introduzione delle macchine fosse tutt’altro che una forma primitiva, arretrata e tutto sommato conservatrice di lotta di classe. Negando così un’interpretazione “progressista” del capitalismo che nelle sue conseguenze ha finito col trasformare i partiti “socialisti” o “comunisti” che la sostenevano in strumenti di conservazione politica, economica e sociale. Insomma i proletari inglesi dell’epoca delle guerre napoleoniche erano già più avanti di coloro, ad esempio i cartisti, che si sarebbero poi fatti loro portavoce e rappresentanti come tutta la deriva tradunionista, socialdemocratica e infine stalinista che ne sarebbe poi conseguita.

E’ proprio per questo motivo che i fondatori del movimento andarono progressivamente allontanandosi da quella componente operaistica di cui avevano inizialmente condiviso una parte del cammino. E che contribuì ad allontanare alcuni di loro anche da Raniero Panzieri che, proprio a proposito della rivolta di Piazza Statuto, in un primo momento aveva commentato la giovanile rivolta operaia come “quattro meridionali che tirano le pietre”. Questa memoria, contenuta nella ricostruzione di Lippolis, mi fa ha fatto tornare in mente che fu proprio in occasione di quella rivolta, e degli atteggiamenti assunti nei suoi confronti da Pajetta e dal PCI, che due proletari come Sante Notarnicola e Giuseppe Cavallero decisero di stracciare la tessera del Partito. Mentre esponenti dell’operaismo come Antonio Negri e Mario Tronti decidevano in quegli stessi anni di praticare una forma di entrismo nello stesso. Come dire che l’istinto proletario batte la riflessione filosofica 1 a 0.

“La Lega operai-studenti, che rivendicava l’eredità dei Consigli operai, insisteva invece sulla necessità di trovare nuovi canali di insubordinazione, non necessariamente legati alla fabbrica, rigettando l’impostazione gerarchica e centralizzatrice leninista. La Lega operai-studenti negava ogni valore alla lotta rivendicativa di natura economica a scapito di una critica radicale del lavoro salariato, bollato come inumano e assurdo […] «La critica rivoluzionaria – recita il significativo passaggio di un manifesto del gruppo – deve interessarsi di tutti gli aspetti della vita. Denunciare la disintegrazione delle comunità, la disumanizzazione dei rapporti umani, il contenuto e i metodi dell’educazione capitalistica, la mostruosità delle città moderne» (I 14 punti della Lega degli operai e degli studenti)”.6

I documenti riportati in più di trecento pagine sono innumerevoli ed interessanti: dai testi prodotti dalla Lega degli operai e degli studenti che si andò formando nella cerchia di militanti del Circolo Rosa Luxemburg a quelli prodotti dal Comitato d’azione di Lettere fino ai tre bollettini prodotti da LUDD e all’Appello al proletariato infantile contro l’infantilismo borghese passando per il testo di critica ai gruppuscoli scritto da Jean Barrot: Sull’ideologia ultrasinsitra.

Non costituiscono però tutto il materiale raccolto nel sito Nel Vento, nato a partire da un progetto contenuto nel preambolo a Psicopatologia del non vissuto quotidiano di Piero Coppo nel settembre del 2006. In cui si affermava:

“Dalla metà degli anni ’60 si è sviluppato in Italia un movimento che, sotto diversi nomi e sfumature differenti, ha condotto una battaglia teorico-pratica per l’affermazione di una rivoluzione che, nella propria concezione, non poteva che avere come base la critica della vita quotidiana. Precursori dei tempi, questi gruppi inquadrarono la questione della rivoluzione in termini anti-ideologici fuori e contro il militantismo caratteristico di quegli anni e del decennio successivo.
Le donne e gli uomini che si unirono in questi gruppi sono stati i primi e gli unici a porre come criterio, per cogliere il senso di un vissuto rivoluzionario diversi concetti che oggi sembrano evidenti […] Il Progetto Critica Radicale è di raccogliere e pubblicare i materiali prodotti dai gruppi e dagli individui che si sono riconosciuti in quelle idee”.

Idee, non dimentichiamolo mai, che non si espressero in spazi angusti o in eburnee ed intellettualistiche torri, ma sempre direttamente sul fronte del cambiamento esistenziale e politico, giorno per giorno nelle lotte e in una pratica che vedeva nel PRESENTE e non in un lontano passato oppure in un altro ancor più lontano futuro la possibilità di realizzare il cambiamento sociale necessario alla piena realizzazione dell’essere umano. Sia come singolo individuo, sia come specie.

Indispensabili, a parere di chi scrive, ancora oggi, nonostante alcune iperboli linguistiche ed alcune ammaccature dovute al trascorrere del tempo, per una discussione ed una pratica sociale e politica che non voglia rimanere chiusa all’interno della rappresentazione spettacolare dei valori borghesi travestiti da antagonismo e delle merci ideologiche che ne derivano.


  1. Internazionale Situazionista 1958-1969, Nautilus, Torino 1994  

  2. Potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, Nautilus, Torino 1999  

  3. Paolo Ranieri, CRITICA RADICALE. GLI ANNI DI LUDD 1967-1970. Introduzione in La critica radicale in Italia, pag. 7  

  4. P. Ranieri, op.cit. pag. 5  

  5. Edward P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, Milano 1969  

  6. Leonardo Lippolis, L’occupazione definitiva del nostro tempo, in La critica radicale in Italia, pag. 35  

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A/traverso (a suo modo) una pratica dell’obiettivo https://www.carmillaonline.com/2017/05/12/38008/ Thu, 11 May 2017 22:01:42 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38008 di Gioacchino Toni

cover_Chiurchiù_La rivoluzione_è_finita_Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”, Derive Approdi, Roma, 2017, pp. 208, € 18,00

«Le categorie vecchio-socialiste dei gruppi, come le categorie democratico-partecipative del revisionismo e della borghesia, cercano di dare un volto a questo soggetto indefinibile: i giovani, gli operai, gli studenti, le donne, soggetto di trasformazione, inafferrabile ieri per la sua ostilità e lotta aperta, oggi per il suo stare altrove, per l’estraneità, debbono essere catalogati, debbono avere un nome, stare dentro qualche ordine. Ordine. Perché solo nell’ordine si può costringere [...]]]> di Gioacchino Toni

cover_Chiurchiù_La rivoluzione_è_finita_Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. Storia della rivista “A/traverso”, Derive Approdi, Roma, 2017, pp. 208, € 18,00

«Le categorie vecchio-socialiste dei gruppi, come le categorie democratico-partecipative del revisionismo e della borghesia, cercano di dare un volto a questo soggetto indefinibile: i giovani, gli operai, gli studenti, le donne, soggetto di trasformazione, inafferrabile ieri per la sua ostilità e lotta aperta, oggi per il suo stare altrove, per l’estraneità, debbono essere catalogati, debbono avere un nome, stare dentro qualche ordine.
Ordine. Perché solo nell’ordine si può costringere la gente a lavorare»

“Piccolo gruppo in moltiplicazione”, “A/traverso”, maggio 1975

La rivista nacque nel 1975, dall’eredità della controcultura e dell’operaismo degli anni Sessanta, ma al contempo si presentò come il simbolo di uno scarto nel mondo antagonista della sinistra extraparlamentare di allora. Una frattura sghemba, obliqua e anche ambigua, proprio come quella della barra che spaccava il titolo a metà e che si insinuava nel mezzo delle cose. La proposta era quella di mettere in moto la rivoluzione dal linguaggio, di rideterminare l’ordine del reale utilizzando la scrittura […]
“A/traverso” è un oggetto alieno, oltre che per le sue fattezze anticipatrici delle fanzine punk, anche e soprattutto per il modo in cui, nelle sue pagine forma e contenuti si influenzano a vicenda, andando a costituire un messaggio che riesce sempre a travalicare la semplice trasmissione dell’informazione. È come se fosse in atto un instancabile tentativo di evasione, una costante, ostinata (e inattuale) spinta centripeta volta alla dissoluzione delle norme imposte dal discorso dell’ordine (pp. 5-7).

Nelle intenzioni di Luca Chiurchiù, autore del lavoro recentemente edito da Derive Approdi, il libro non vuole “tradurre” e “spiegare” i testi apparsi sulla rivista bolognese, quanto piuttosto capire se e quanto

i progetti della rivista abbiano trovato un vero riscontro, o meglio, se e fin dove essi siano stati capaci di promuovere il cambiamento che si prefissavano di operare in ambito espressivo e, per suo tramite, in ambito politico. Sconvolgere e rifondare il linguaggio per sconvolgere e rifondare la vita, scoprendo le sue infinite possibilità di libertà e di liberazione dal destino impostoci dall’alto del potere. Questo è stato il principale, utopico e impossibile obiettivo di “A/traverso” (p. 7).

L’analisi della rivista bolognese proposta da Chiurchiù prende il via dai debiti che essa palesa nei confronti delle esperienze delle avanguardie artistiche di inizio Novecento tanto per l’importanza assegnata da esse alla pubblicazione di riviste quanto per il loro aver rivoluzionato il periodico

affrancandolo per la prima volta dal suo specifico fine comunicativo. La rivista si è così trasformata in un supporto dove poter portare fino alle estreme conseguenze la loro sperimentazione programmatica. Da semplice contenitore, neutro e impersonale, essa è stata elevata a oggetto d’arte da plasmare e colorare, smembrare e riassemblare in continuazione. […] Le avanguardie hanno stravolto il periodico dall’interno, spodestando l’informazione dal suo ruolo di fulcro, mettendo in secondo piano il significato. […] La sovversione della gerarchia segnica, il rovesciamento e la confusione tra significante e significato sono le cifre identitarie di questi fogli (pp. 10-11).

Se da un certo punto di vista queste sperimentazioni di rottura nei confronti del linguaggio della stampa borghese, hanno permesso alle avanguardie storiche di infrangere il confine tra arte e vita, dall’altro hanno comportato un allontanamento delle riviste dal lettore. É da questo stallo che alcune esperienze maturate in quella sorta di “lungo Sessantotto”, protrattosi dalla fine degli anni Sessanta al termine dei Settanta, sono ripartite ricorrendo a modalità produttive e distributive autonome rispetto al sistema dominante. Si parla a tal proposito di “esoeditoria” indicando con tale neologismo, introdotto ad inizio anni Settanta, quelle esperienze editoriali autoprodotte circolanti negli ambienti politici ed artistici di movimento.

Chiurchiù passa dunque in rassegna alcune riviste che ritiene, in qualche modo, si possano collocare a monte dell’esperienza di “A/traverso”. “Quaderni rossi”, “Classe operaia”, “Contropiano”, “Quaderni Piacentini”, per fare alcuni esempi, vengono annoverate dallo studioso tra le esperienze editoriali espressione di “un luogo autonomo” di elaborazione politica al di fuori del circuito politico istituzionale.

Con il primo operaismo si sviluppa la pratica della “con-ricerca”, ossia dell’inchiesta nella quale le esperienze personali degli operai e le loro testimonianze dirette diventano parte integrante della comprensione “dal di dentro” dei processi di produzione e di sfruttamento. Seppur strutturate su un linguaggio ancora tutto intellettuale, e chiuse in un circuito distributivo ristretto, queste pratiche innovative di analisi in presa diretta […] trovarono seguito e sviluppo nelle riviste degli anni a venire, in favore di un sempre maggior interesse nei riguardi della soggettività operaia (p. 15).

Negli anni Settanta la soggettività del “qui ed ora” tende a sostituirsi in molti casi all’utopia di una società da trasformarsi in data a venire e le pubblicazioni periodiche provano a dare spazio in presa diretta a settori del proletariato giovanile. L’esperienza di “A/traverso” e di Radio Alice, secondo l’autore, rientrano in tale dinamica di riappropriazione della parola.

a_traverso___3446Non vengono tralasciate dallo studioso le riviste sorte attorno alla metà degli anni Sessanta nell’ambiente beat milanese come “Mondo Beat” e “Pianeta Fresco”, capaci di dar voce ad un immaginario altrimenti celato o distorto dalla stampa ufficiale. La rivista “Quindici” del Gruppo 63 viene invece indicata come esempio importante volto a rinnovare la scena letterario-culturale italiana altrimenti piegata – ed attardata – attorno ai canoni neorealisti cari al Pci.

Le pubblicazioni di Potere operaio e Lotta continua rappresentano una trasformazione importante all’interno dell’editoria della sinistra radicale. In particolare “Lotta Continua” viene indicata come esempio di sperimentazione e di rinnovamento linguistico teso tanto a rendere il linguaggio politico accessibile a larghi strati sociali, quanto ad assolvere ad una funzione di controinformazione in opposizione al monopolio informativo del potere. Nell’ambito delle esperienze editoriali alternative, il saggio affronta anche la parabola della rivista milanese “Re Nudo”, nata nel 1970, esempio di pubblicazione tesa al superamento della scissione tra politico e privato.

Da una parte, dunque, si fanno strada le voci delle nuove generazioni, sempre più insistenti riguardo i loro bisogni individuali e privati, in un processo simile a quello che si sarebbe concretizzato nella sezione epistolare di “Lotta Continua”. Dall’altra, in maniera opposta, trovano spazio nelle pagine di “Re Nudo” anche i primi comunicati delle Brigate rosse (p. 29).

Dopo aver ricostruito il panorama editoriale del periodo, Chiurchiù ripercorre la nascita e lo sviluppo nel corso degli anni Settanta di quell’autonomia operaia diffusa – entro la quale deve essere collocata l’esperienza del collettivo bolognese – ed il dilagare a livello sociale di fenomeni di “pratica dell’obiettivo”. Il bisogno di “autorappresentazione” di esperienze specifiche di lotta conduce non di rado alla creazione di pubblicazioni sostanzialmente autoreferenziali, volte non più a raggiungere il numero più alto possibile di lettori ma ad esprimere un’urgenza di comunicare con i “propri simili”.

“L’erba voglio”, “Rosso” e “A/traverso” rappresentano, secondo l’autore, alcune importanti novità nel panorama delle pubblicazioni degli anni Settanta. Della prima di queste pubblicazioni, che non appartiene all’area autonoma anche per motivi cronologici, viene messa in evidenza la capacità di dare spazio ad una pluralità di voci derivanti da ambiti decisamente differenziati. Del periodico milanese “Rosso” viene evidenziata la modalità comunicativa decisamente diretta e rude.

Chiurchiù giunge così, dopo una panoramica sull’editoria alternativa e sul mondo politico della sinistra radiale, ad affrontare la storia della pubblicazione bolognese “A/traverso” i cui animatori «si propongono di operare mediante il linguaggio, di trasformare il reale attraverso una pratica scrittoria liberata e liberante da qualsiasi schema preordinato. La prassi da testuale vuole farsi concreta, politica e quindi rivoluzionaria» (p. 39).

Se la maggior parte degli studi sistematici sulla rivista si sono concentrati quasi esclusivamente sul versante artistico/letterario, il saggio di Chiurchiù intende invece, e qua sta la vera novità proposta dal volume, di

riservare un’attenzione particolare ai fatti che segnano anche la vita della rivista bolognese, la modificano, le fanno prendere una determinata direzione durante il corso dei suoi numeri. Questo giornale è uno dei testimoni alternativi di ciò che accade in Italia nella seconda metà degli anni Settanta, ed è necessario inserire la sua analisi in un contesto storico il più possibile ben definito. La ricostruzione storiografica procederà quindi di pari passo con lo studio degli aspetti più innovativi, quelli legati all’anima avanguardistica del progetto, alla sua inedita concezione della pratica scrittoria e dei mezzi comunicativi, alla sua lettura semiotica del mondo e del potere. A fare da filo conduttore saranno le diverse tematiche in campo estetico e politico affrontate dal giornale e il loro sviluppo nel succedersi degli anni di pubblicazione (p. 41).

Il “piccolo gruppo in moltiplicazione” da cui nasce la rivista si colloca, come detto, all’interno di quella magmatica area dell’autonomia diffusa che, in quel di Bologna, si trova a fare i conti direttamente con la gestione del potere da parte del Pci. Nata nel 1975, presentandosi come supplemento a “Rosso”, la testata ha un’uscita estremamente irregolare e, secondo l’analisi proposta dal saggio, è nel 1979, in seguito agli eventi repressivi del 7 aprile calogeriano, che l’attività della rivista va pian piano spegnendosi. Sebbene il “periodo eroico” resti quello compreso tra il 1975 ed il 1979, l’ultimo numero esce nell’estate del 1981, salvo poi riapparire qualche tempo dopo sotto diverso formato prolungando la pubblicazione fino al 1988 a cui si deve, inoltre, aggiungere un’appendice in forma di piccoli quaderni in concomitanza all’esplosione del movimento studentesco della Pantera nel 1990.

La veste grafica ed il linguaggio di “A/traverso” riprendono sperimentazioni delle avanguardie di inizio Novecento, la tecnica del cut up e le fanzine punk anglosassoni. La scritta “A/traverso”, composta da Claudio Cappi, che assembla lettere ritagliate da testate giornalistiche come “L’Unità”, “il manifesto”, “Lotta Continua” e “Rosso”, ha nella barra divisoria diagonale l’elemento di maggior interesse come ha ben evidenziato Claudia Salaris nel suo libro Il movimento del Settantasette (1997); con essa, attraverso essa, viene scardinato il discorso a senso unico, si sabota l’univocità del linguaggio ufficiale. Per certi versi si apre il discorso in direzione polisemica rifiutando la grigia e servile monosemia propria del linguaggio strettamente funzionale.

Nel solco del rifiuto del lavoro praticato in fabbrica e fuori da essa da parte di quel proletariato giovanile reso/resosi estraneo al ciclo produttivo, l’innovazione tecnologica portata nelle fabbriche al fine di piegare la ribellione operaia, secondo il gruppo bolognese, sull’onda di un certo operaismo che recupera il Marx dei Grundrisse, può essere rovesciata al fine di limitare il più possibile il tempo in cui si resta confinati in fabbrica trasformando il (falso) tempo libero in libertà reale. Lavorare tutti ma lavorare poco, anzi pochissimo e magari lentamente.

Lavorare con lentezza / Senza fare alcuno sforzo / Chi è veloce si fa male / E finisce in ospedale / in ospedale non c’è posto / e si può morire presto / Lavorare con lentezza / senza fare alcuno sforzo / la salute non ha prezzo, / quindi rallentare il ritmo / pausa pausa ritmo lento, / pausa pausa ritmo lento (Lavorare con lentezza, 1974, Enzo Del Re)

Secondo Chiurchiù il linguaggio di “A/traverso” insiste sulla necessità di «rilevare il meccanismo di espropriazione che il sistema compie nei confronti della produzione testuale e sovvertirlo, rimpossessarsi di ciò che ci viene tolto ogni volta in cui crediamo di comunicare […] Il mondo in cui viviamo è costruito su segni e simulacri, e il modo linguistico e logico con cui pensiamo è il solo modo con cui possiamo (ci è dato di) leggere (ma non scrivere) la realtà» (p. 87). É alla ricerca di un’alternativa a ciò che si impegna la rivista.

Nel 1976 il sottotitolo della testata si trasforma; da «giornale dell’autonomia» a «giornale PER l’autonomia» e ciò potrebbe essere letto, a parere di chi scrive, come l’intenzione di praticare l’obiettivo della liberazione del linguaggio, l’intenzione della rivista di farsi agente di autonomia e non portavoce di un’esigenza. «Distruggere il linguaggio codificato è dunque un modo per restituire parola al rimosso e a quei bisogni materiali che le istituzioni della politica stanno contraffacendo e mettendo da parte affinché non destabilizzino l’ordine delle cose» (p. 91). Un editoriale del 1976 è intitolato “Leggere nella merda”, riprendendo l’invito di Antonin Artuad di “leggere nella merda”, in tutto ciò che il sistema nasconde nell’emarginazione attraverso strutture come i manicomi, la scuola e la famiglia. La scrittura trasversale che intende praticare la rivista pare voler indagare ciò che la ragione capitalistica rifiuta in quanto contraddittorio; «è il nonsenso, è la gratuità, una sostanza che pulsa e non può né vuole essere resa valore, il corpo sottratto alla prestazione e al ricatto salariale, il desiderio che produce soltanto se stesso. Tuttavia, è solo là dove si odora la merda che si sente l’essere» (p. 91).

Chiurchiù si sofferma anche sul ruolo esercitato dell’Antiedipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari (uscito in Francia nel 1972) sul ragionamento portato avanti dal gruppo bolognese a proposito dell’occultamento

compiuto dalla psicanalisi e dal sistema in generale della macchina desiderante che è proprio un occultamento di di tipo codificante, significante, formalizzante. […] Il desiderio è schizofrenico, senza direzione né freni, il sistema capitalistico è paranoico, in quanto per esso tutto deve essere necessariamente ridotto a segno, a valore, a simbolo da poter ipostatizzare, immobilizzare nelle sue reti. Il desiderio è molecolare, scomposto e scontornato, le macchine paranoiche del capitale sono invece molari, compatte e strutturate (p. 93).

Occorre pertanto, secondo il “Piccolo gruppo in moltiplicazione” ridare voce al desiderio, rifiutando di uniformarsi alle macchine paranoiche, occorre delirare fino in fondo.

a_traverso___3456Se da un lato risultano evidenti i debiti nei confronti delle avanguardie storiche, secondo Chiurchiù il gruppo bolognese ne individua lucidamente anche i limiti; certo queste hanno operato per abolire la distanza tra pratica artistica e vita ma il loro sabotaggio nei confronti della società e della sua cultura ufficiale è ancora, tutto sommato, di matrice romantica in quanto gli esponenti delle avanguardie di inizio Novecento ritengono la loro attività ancora «indipendente rispetto ai processi di valorizzazione e, soprattutto, rispetto alla progressiva sussunzione di qualsiasi lavoro o produzione intellettuale da parte del capitale» (p. 96).

In sostanza le avanguardie storiche non comprendono che la loro azione resta comunque coinvolta nel generale processo di alienazione. Le stesse pur meritorie neoavanguardie degli anni Sessanta vengono accusate di non aver saputo uscire dal “laboratorio artistico” e “stilistico formale”. Nelle loro pratiche il mondo risulta comunque essere messo tra parentesi. É dal fallimento di quelle esperienze che occorre ripartire secondo “A/traverso”, dall’abbandono dell’illusorio laboratorio artistico e della pretesa indipendenza rispetto alla sussunzione della produzione creativa ed intellettuale da parte del capitale.

È su questa strada si arriva al mao-dadaismo ed a Vladímir Vladímirovič Majakovskij. Nel manifesto del mao-dadaismo, letto polemicamente nell’estate del 1976 in occasione del convegno di Orvieto della Cooperativa scrittori, all’ottavo punto è scritto: «Ripartiamo dalla lezione del dadaismo; ma quella separazione fra arte e vita che il dadaismo vuole abolire nel regno (illusorio) dell’arte, il trasversalismo la abolisce sul terreno pratico dell’esistenza, del rifiuto del lavoro, dell’appropriazione. Trasformazione del tempo, del corpo, del linguaggio» (p. 101).

Majakovskij è preso come punto di riferimento dal gruppo bolognese, sostiene l’autore, per il suo farsi promotore di una poesia capace di divenire pratica di massa, per il suo non essersi integrato al potere, per il fatto che è proprio nella sua partecipazione al processo rivoluzionario che

ha trovato il punto in cui la separazione veniva praticamente superata: tutta la forza-intelligenza che il capitale sottrae agli operai e cristallizza in forma di lavoro, tutta una creatività che il capitale riduce a spettacolo di fronte alla miseria del quotidiano delle masse, in quel movimento di massa che era l’ottobre Rosso esplodeva e travolgeva in cinto dentro cui la letteratura voleva stare rinchiusa. Produrre testi in piazza, dipingere di rosso la trasformazione della vita. Trasformare il colore della metropoli e il linguaggio di tutti rapporti, per rendere insopportabile la schiavitù capitalistica. Questa è l’indicazione di Majakovskij. La pratica testuale è così, in quei momenti, pratica creativa. Pratica creativa significa superamento reale (e non mera predicazione su questo superamento, o lamento della separatezza) della spettacolarità del testo e della miseria del quotidiano. Nel processo rivoluzionario, di liberazione della vita operaia dal lavoro salariato, diventa centrale la trasformazione collettiva del tempo liberato, dello spazio in cui si vive, del linguaggio (p. 103).

Nel volume si riportano anche le celebri letture proposte da Umberto Eco e Maurizio Calvesi del linguaggio del movimento della seconda metà degli anni Settanta e degli evidenti debiti di Bifo e compagni nei confronti di Guy Debord e di Jean Baudrillard. Nel saggio viene, inoltre, ricostruita la collaborazione romano-bolognese tra “Zut” e “A/traverso” che porta alla pubblicazione nel 1977 di “La rivoluzione. Finalmente il cielo è caduto sulla terra”. Nell’analizzare l’esperienza di Radio Alice Chiurchiù mette in risalto il suo aprirsi al flusso sociale, il suo lasciarsi attraversare da esso, il suo esserne parte.

Poi si arriva alla Bologna del marzo 1977, ai “fatti nostri”, come recita il titolo di un noto libro bolognese (“autori molti compagni”), ai blindati all’università, alla morte di Francesco Lorusso, alle barricate, ai botti ed alle botte, all’irruzione a Radio Alice. Poi è epoca di fughe precipitose verso il confine o verso la baiaffa, verso la solitudine e verso l’eroina. Poi è anche storia di oblio e di memorie selettive, di nostalgie reduciste e di silenzi assordanti calati su chi non ha finito di pagare il conto, di portavoce sempre in servizio e di riciclati facenti capolino negli anniversari comandati, di chi si è spento sul lavoro e di chi si è spento avendolo perso senza avere in cambio libertà, di chi è tornato a  chinare il capo ma anche di chi ha continuato a non farlo. La rivoluzione (è) in/finita (?)

 

 

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A proposito di Franco Fortini https://www.carmillaonline.com/2015/01/07/proposito-franco-fortini/ Tue, 06 Jan 2015 23:31:40 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=19879 Operaismo, traduzione e luoghi fortiniani. Un’intervista con Luca Lenzini

di Alberto Prunetti

220px-Franco_FortiniA.P. Quando, ormai più di venti anni fa, sono arrivato a Siena per studiare all’università, Franco Fortini era morto da poco. Negli anni Ottanta, terminato il suo incarico di docenza, Fortini tornava ogni anno nella città toscana almeno per un seminario. Pur non avendolo mai incrociato di persona, la sua immagine mi è subito diventata familiare perché in certo modo gli passavo davanti ogni giorno, entrando nei locali della biblioteca di Lettere nei pressi di Porta Romana: qua risiede infatti l’archivio Fortini e una gigantografia del poeta presiede l’entrata della biblioteca. [...]]]> Operaismo, traduzione e luoghi fortiniani. Un’intervista con Luca Lenzini

di Alberto Prunetti

220px-Franco_FortiniA.P. Quando, ormai più di venti anni fa, sono arrivato a Siena per studiare all’università, Franco Fortini era morto da poco. Negli anni Ottanta, terminato il suo incarico di docenza, Fortini tornava ogni anno nella città toscana almeno per un seminario. Pur non avendolo mai incrociato di persona, la sua immagine mi è subito diventata familiare perché in certo modo gli passavo davanti ogni giorno, entrando nei locali della biblioteca di Lettere nei pressi di Porta Romana: qua risiede infatti l’archivio Fortini e una gigantografia del poeta presiede l’entrata della biblioteca. Quella foto è ancora lì, nonostante negli anni si siano succedute le voci di un possibile spostamento della biblioteca di Lettere in locali più angusti. Resiste la biblioteca, resistono la fotografia di Fortini, l’archivio Franco Fortini e Luca Lenzini, che è il direttore della biblioteca e dell’archivio e il curatore dell’opera poetica fortiniana, appena raccolta in un paperback di 858 pagine dalla Mondadori (Tutte le poesie 1935 – 1994).

Colgo così l’occasione per porre alcune domande a Luca Lenzini. Vorrei partire dall’operaismo di Fortini. Siena è stata un luogo importante per una certa visione critica e militante del marxismo. A Siena insegnavano importanti critici marxisti, c’erano alcuni dei redattori di Officina, aveva un incarico di docenza Mario Tronti. Fuori da Siena, Fortini è stato coinvolto in altre frequentazioni operaiste, come il rapporto con Panzieri e i «Quaderni rossi». Ti chiederei allora di provare a collegare Fortini, nella vita o nell’opera, come preferisci tu, a due realtà spesso non coincidenti tra loro: gli intellettuali operaisti, che spesso erano persone in carne e ossa, frequentati da Fortini, e gli operai, che troviamo talvolta rappresentati in alcune sue poesie, e che lui probabilmente frequentò nell’esperienza aziendale di Ivrea. E qui penso ai versi di “A un’operaia milanese”, alla poesia “L’officina”, o al “Sonetto dei sette cinesi”, che però sta ne L’ospite ingrato. Insomma, Luca, ti chiederei in primo luogo di parlarci dei rapporti di Fortini con gli operai e gli operaisti.

Luca Lenzini: Per rispondere a questa domanda, mi sembra vada messo in evidenza, prima, il fatto che quando Fortini si forma, l’orizzonte della “lotta di classe”, quale si definisce nella tradizione marxista e nei partiti che ad essa si richiamavano, in sostanza era estraneo alla sua cultura. Gli anni fiorentini, anche quelli dell’università, nonostante l’antifascismo che gli derivava dal padre e dal contesto delle frequentazioni, erano segnati piuttosto da idealismo e spiritualismo; lui stesso ha parlato persino di estetismo. È quando affronta il servizio militare e poi la guerra, l’esilio in Svizzera e il breve periodo con i partigiani dell’Ossola, che per Fortini cambia la prospettiva. Dunque l’importanza della classe operaia nel quadro di una prospettiva rivoluzionaria è una conquista, un’acquisizione che passa sì attraverso letture di capitale importanza (quelle, in primo luogo, compiute in Svizzera tra il ’43 e il ’45), ma anche attraverso il vissuto, cioè attraverso l’incontro con i ceti popolari, con i profughi d’Europa, nell’esercito, nelle città devastate dalla guerra, e nell’esperienza della Liberazione dal Fascismo, ovvero dentro un reale processo di emancipazione. Questa premessa da una parte vale per segnare la distanza di Fortini dall’elemento “dottrinario”, da una visione precostituita, che invece ha caratterizzato un ampio ambito della sinistra, ma anche per sottolineare che proprio in quanto inerente al percorso esistenziale, tale acquisizione segna un discrimine nella storia di Fortini intellettuale e scrittore. Di qui anche il significato, il “peso specifico” delle poesie che tu citi.

L’incontro con Panzieri e gli intellettuali che gravitavano intorno a «Quaderni rossi» appartiene ad una fase di molto successiva a quella appena delineata (cioè il periodo della guerra e della Liberazione). Esaurita la fase del “Politecnico”, finiti i “dieci inverni” del dopoguerra, dopo l’Ungheria, Fortini ha lasciato il Partito Socialista e cerca interlocutori tra i più giovani, sganciati dagli ambienti intellettuali della sinistra ufficiale e della “società letteraria”. L’importanza di Panzieri per Fortini, al di là dei dissensi e delle diverse posizioni su questo o quell’aspetto della società del tempo, è espressa a chiare lettere nella prosa in morte dell’Ospite ingrato e nelle poesie di Questo muro e Paesaggio con serpente; si tratta di una figura decisiva (di anticipatore, di apertura al futuro) in quanto lo stesso Panzieri si muoveva, con straordinaria lucidità, fuori dalle formazioni politiche tradizionali, sia sindacali sia partitiche, in una prospettiva che poneva i più raffinati strumenti della cultura critica al servizio dell’analisi diretta del lavoro nel mondo del neocapitalismo, in un tornante storico decisivo (oggi si vede anche meglio). Del gruppo allora attivo e in generale per quegli anni, oltre a Panzieri, la personalità più prossima a Fortini fu in primo luogo Edoarda Masi, e poi Sergio Bologna; non direi altrettanto per Mario Tronti o Asor Rosa. Ma ripeto, quel che conta di quel momento è la prospettiva “dal basso”, a contatto con i fenomeni in atto nella società, quale fu propria dell’esperienza di «Quaderni Rossi», e che in qualche modo si ricollega sul piano storico all’esperienza dei “consigli” e a Brecht, anticipando temi e nodi critici poi assunti dal Sessantotto (per intendersi). Di queste esperienze, è vero, nella Facoltà di Lettere di Siena c’era una traccia precisa, e soprattutto un modo di vivere la cultura che adesso è impensabile, a dir poco.

Ma a questa  sintesi molto brutale e parziale, aggiungerei due punti su cui riflettere.

Se la centralità della classe operaia è un dato incontestabile nel quadro culturale ora accennato, bisogna altresì rammentare un passaggio di Verifica dei poteri in cui Fortini osserva: «… se il proletariato industriale è stato, per una età, la coscienza del mondo, non è certo debba esserlo necessariamente oggi, né che lo siano altri ceti o classi, fuor di quella classe che tuttavia si definisce dal grado di diniego di essenza cui le altri classi la sottopongono.» (corsivo del testo). Sono parole scritte nel 1963 e dicono molto, mi sembra, di quale sia stato l’atteggiamento di Fortini al riguardo; e dicono anche quanto egli possa essere, ancora oggi, una voce indispensabile per il nostro presente.

L’altra osservazione è di diverso ordine e di tipo, se vuoi, aneddotico. Ha raccontato una volta Goffredo Fofi che uno dei compagni di «Quaderni Rossi», non ricordo ora quale, chiese un giorno a Panzieri, con qualche insofferenza, perché desse tanto ascolto a Fortini, che era in fin dei conti un poeta. Panzieri allora prese tra i suoi libri la Vita di Marx di Franz Mehring, e lesse il passaggio in cui si parla dei rapporti tra Marx e Heine. Si tratta del capitolo sull’Esilio a Parigi e vi si dice come per Marx i poeti non potessero essere misurati «con la misura degli uomini comuni e anche non comuni», e inoltre che egli vedeva in Heine non solo il poeta «ma anche il lottatore» e uno spirito libero, per questo capace di intendere i «più profondi nessi della vita storica». Non saprei dirti per quali poeti di oggi vadano bene queste parole, ma per Fortini davvero non avrei dubbi. E Panzieri aveva ben visto.

A.P.: L’altro punto che ti chiederei di affrontare brevemente, anche se merita pagine e pagine, è quella del lavoro di Fortini come traduttore. Quella di Fortini non è certo la traduzione del traduttore condannato all’invisibilità, è una traduzione d’autore. In certo modo è anche una posizione privilegiata, perché Fortini si può permettere di diventare interprete senza paura di incrociare la bacchetta o la penna blu di una “segretarietta secca” bianciardiana o di un moderno editor. Oppure forse anche lui ha avuto delle grane, come traduttore, nella macchina editoriale? Altro punto eccezionale secondo me è scrivere sull’impalcatura di un altro autore che ti fa ombra o ti dà luce… spesso capita di leggere un autore che diventa così importante da spostarti quasi sul suo spartito musicale… E’ successo anche a Fortini, traducendo Brecht?

Luca Lenzini: Se guardiamo all’insieme del lavoro di Fortini traduttore, non si può non rimanere impressionati. Contando solo le traduzioni in volume, si hanno una cinquantina di titoli, con nomi che vanno da Flaubert a Proust, da Eluard a Brecht, Kafka, Queneau, Goethe, Simone Weil. Si tratta cioè di autori di primissimo piano, non solo del Novecento. Che le sue siano poi  traduzioni “d’autore”, questo è senz’altro vero; anche se non va trascurata l’importanza che quel lavoro poteva avere sul piano economico, per quanto limitata: i libri di saggi o le poesie non gli assicuravano certo introiti di rilievo. Si spiegano così certi titoli inaspettati, come per esempio Einstein. Un’altra cosa da non dimenticare è poi l’aiuto costante che ebbe dalla moglie Ruth Leiser, svizzera di lingua madre tedesca (ma conosceva anche il russo), donna intelligentissima, tanto sensibile quanto generosa, e del tutto priva di snobismi. Le versioni da Brecht costituiscono da sole un capitolo a parte della cultura italiana novecentesca; per non parlare del Faust di Goethe, al cui lavoro contribuì in modo decisivo il nostro germanista più grande (in tutti i sensi), Cesare Cases. Quindi nel suo caso non parlerei di “segretarie” (che ci saranno anche state), ma della fattiva presenza di Ruth, invece, e di collaborazioni di altissimo livello.

Quanto al rapporto con alcuni degli autori citati, è certo che Brecht prima, Goethe poi (ma in una certa fase anche Eluard) ebbero un influsso significativo sulla sua scrittura poetica, e non solo in senso stilistico ma anche come posizione rispetto al mondo circostante. E a partire da questa considerazione, mi preme osservare che il lavoro del traduttore, del critico e del poeta sono strettamente correlati tra loro: c’è un dare e ricevere continuativo, un trapasso dalla pratica linguistica – con l’annesso uso della memoria poetica, in Fortini straordinaria – alla riflessione critica, dalla dimensione sperimentale a quella  teorica. Ora, non solo alcuni saggi dedicati al tema della traduzione poetica ebbero una funzione innovativa molto importante nel quadro della critica, ma la sua attenzione ai poeti-traduttori all’interno della produzione novecentesca ha aperto la strada a tutto un “genere” di studi, oggi persino inflazionato ma all’epoca trattato in modo marginale o molto settoriale. Ebbene, se non si ha presente questo scambio fecondissimo, radicato in una cultura dialogante e di apertura a tutto campo, s’intende poco o nulla di Fortini traduttore e dello specialissimo ruolo che la traduzione ha nella sua opera.

A.P.: Infine, dato che immagino tu abbia frequentato Fortini nei suoi anni di docenza a Siena, vorrei chiederti di parlare dei luoghi fortiniani a Siena. Siena è una città che assomiglia a un labirinto a forma di y: per muoversi a Siena bisogna continuamente darsi dei punti di ancoraggio, la logica del cardo e del decumano qui non funziona. I miei luoghi a lungo sono stati quelli di Pantaneto e via Roma, il giardino di Lettere, la trattoria dello Gnudo ai Pispini, e poi l’ospedale delle Scotte, per ragioni belle e brutte. Potrei fissare altre coordinate, ovviamente, ma qui non si parla di me: il mio è solo un esempio illustrativo per chiederti quali sono, a tua memoria, i luoghi fortiniani di Siena. I luoghi dove lui abitava, passeggiava, lavorava, scriveva, leggeva…

Fortini e Siena: è un tema che è stato ben trattato da un caro amico senese di Fortini, Carlo Fini, in uno scritto apparso su «Trasparenze», la rivista di Giorgio Devoto, nel 2000, tema di recente ripreso da Valentina Tinacci in una monografia su Fortini docente. Del resto lui stesso, in una lezione magistrale tenuta nel 1989 in quella che al tempo si chiamava “Scuola di lingua e cultura italiana per stranieri”, ebbe a parlare del proprio rapporto con la città, dandone un ritratto molto personale, ricco di notazioni storiche e non solo storiche. Certo Siena non è più la stessa, rispetto a quella conosciuta e descritta da Fortini, per esempio quando parlava del «rappresentante di farmaceutici all’ultimo piano dell’albergo Toscana, l’ultimo spettatore di cineclub di ritorno a casa picchiando i tacchi sul selciato e l’oste bisunto sull’ultimo conto della sua giornata tra fiaschi e salumi», i quali «possono credere davvero di sentir passare in aria, volanti, i diavoli che sulle tavole della Pinacoteca straziano i santi e duellano con gli angeli.» Ma credo molto abbia contato, per lui, una prima scoperta di Siena fatta in gioventù, quando girava per chiese e musei al tempo in cui era studente, alla cerca dei pittori amati e studiati. C’è una prosa molto bella pubblicata nel ’45 in cui descrive quell’esperienza, legata a un amore giovanile  – mi viene da citare in materia un poeta che Fortini ebbe caro, Sereni, quando scrive (di Barcellona): «solo un amore che si fosse acceso in noi da quelle parti ci avrebbe immessi con tanta forza dentro una città e ne avrebbe dilatato i contorni»… – , con una Piazza del Mercato piena di buoi e cavalli e la città invernale «spolpata come una reliquia dal freddo e dal tramontano.»

Parlando dei luoghi, bisognerebbe dire – oltre al già citato albergo Toscana – soprattutto di Fieravecchia, che tu giustamente rammenti. Ma qui il discorso sarebbe lungo e temo di scivolare troppo nell’autobiografico, per cui oltre a rinviare ai lavori di Fini e Tinacci mi limiterò a ricordare un passo dell’intervista di Paolo Jachia (Leggere e scrivere, 1993) in cui Fortini parla dei «seminari senesi, in certe serate di gran silenzio, la campagna nera oltre le vetrate della facoltà, tra gli studenti, ragionando insieme sui nessi sottili di un’ottava o di un inno, l’improvviso luccichío di fosforo sulla pagina, che annulla secoli e fa sorridere la cerchia degli attenti.»

Importanti furono anche i soggiorni alla Certosa di Maggiano: c’è un paesaggio con Siena sullo sfondo, disegnato da quei luoghi, che ha un corrispettivo in un brano di Ricordo di Firenze (1982), in Insistenze («Dalla mia finestra senese vedo un orto fratino ben zappettato, un muretto di cotto che pare cinese, colombe e tortore tra nespolo, pesco e limone. Poi un largo pendio di vigna netta e di ulivi, sul crinale della poggiata le case in fila, e più oltre lo stendardo delle mura, da Porta Romana a Porta Pispini.») – e quanto a trattorie, naturalmente Le Logge, per gli ultimi anni: c’è al riguardo un sonetto divertito e divertente, dedicato a Gianni Brunelli, la cui prima strofa recita: «Figlio della città che fu del giglio / e vecchio ormai lombardo – voce e vena / cercai quaggiù, gli anni fuggendo, Siena / tu, stretta noce, tartuca, gheriglio…» Per il resto, credo che – come documentano anche foto e carte dell’archivio – quanto a “coordinate”, un luogo essenziale delle permanenze fortiniane a Siena, ricco di stimoli intellettuali e fecondo anche sul piano editoriale, fu proprio la casa di Carlo Fini in via della Galluzza, dove insieme a Maria Luisa Meoni , ad Attilio Lolini e sua moglie Loredana Montomoli, Romano Luperini e tanti altri amici e colleghi Fortini poteva non solo improvvisare versi e imitazioni, ma progettare libri e trovare solidarietà e conforto nei suoi «inverni di guarnigione», quegli inverni che per tanti suoi studenti e amici furono un momento decisivo della propria esistenza, in quella forse troppo «stretta noce» ma che allora sapeva almeno guardare oltre se stessa.

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