Qatar – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 17 Sep 2026 20:00:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso https://www.carmillaonline.com/2025/11/12/il-nuovo-disordine-mondiale-30-israele-sullorlo-dellabisso/ Wed, 12 Nov 2025 21:00:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91456 di Sandro Moiso

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 287, 18,50 euro

In occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni [...]]]> di Sandro Moiso

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 287, 18,50 euro

In occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni o con le allusioni». Affermazione fatta in un contesto in cui Bibi Netanyahu, da sempre indicato come uno degli sponsor dell’odio che portò al più importante omicidio politico della storia dello stato ebraico per mano di un ebreo di origini yemenite, si è tenuto lontano dalle celebrazioni molto probabilmente per timore delle contestazioni nei suoi confronti.

Ma ciò che qui è interessante annotare, più che il ricordo di un uomo che quando era «ministro della Difesa – poi beatificato dall’Occidente in seguito al suo assassinio ad opera di fanatici oggi al governo in Israele – impiegò tutto il peso dell’IDF sui Territori rivelandone pienamente il carattere coloniale e di forza d’occupazione. Già nel 1987 il pugno della repressione – spari sulla folla, rastrellamenti, demolizioni e detenzione di massa – fu spietato, anche a fronte di un sollevamento prevalentemente civile e non armato», come ha giustamente ricordato Giovanni Iozzoli su Carmilla il 4 novembre di quest’anno, è costituito dal fatto che l’”abisso” evocato dall’attuale presidente israeliano è prossimo a quel “precipizio” indicato per il futuro di Israele da un altro ebreo israeliano, Michel Warschawski, fondatore del movimento anti-sionista Alternative Information Center fin dal 1984:

Il misto di nazionalismo offensivo e di vittimismo provoca all’interno della società israeliana una violenza che non è facile misurare dall’esterno. Eppure basta ascoltare le trasmissioni dei dibattiti alla Knesset per rendersene conto: [dove] si fa a gara a chi presenta il progetto di legge più drastico non solo contro i «terroristi» ma contro ogni forma di dissidenza in Israele. La Corte suprema e i media, ma spesso anche la polizia e la Procura, pur facendo parte delle strutture di polizia o militari., vengono regolarmente denunciati come anti-ebraici, e persino come «mafia di sinistra». […] La povertà intellettuale di un Benyamin Netanyahu, il provincialismo culturale di un Ariel Sharon li rende ciechi: credendo di servirsi degli Stati Uniti per il loro progetto coloniale, essi non sono in realtà, che lo strumento di un progetto molto più ambizioso che ha , fra l’altro, come obiettivo la rovina del popolo di Israele.
[…] Questa scelta rischia, d’altro canto, di trascinare nella tormenta una parte importante delle comunità ebraiche sparse nel mondo. Il comportamento di Israele sulla scena internazionale rende odioso lo Stato ebraico in ogni parte del mondo, senza parlare dei pretesti forniti agli antisemiti di ogni sorta […] L’identificazione incondizionata, nel Nordamerica e in Europa, dei dirigenti delle comunità ebraiche con Israele rischia di avere conseguenze fatali per le comunità che essi pretendono di rappresentare. […] Nella catastrofe che si preannuncia, i portavoce spesso autoproclamati delle comunità ebraiche sparse nel mondo avranno anch’essi la loro parte di responsabilità. Anziché utilizzare l’esperienza accumulata in secoli di vita diasporica per mettere in guardia il giovane Stato ebraico, sono affascinati dalla forza. dall’immagine del parà ebreo che sa essere altrettanto brutale del legionario francese e del marine americano. Godono vedendo degli ebrei che, una volta tanto, non sono esclusi dal diritto, ma hanno finalmente l’occasione di escludere il diritto dalla loro esistenza1.

In poche righe Warschawski, in quel testo di vent’anni or sono, anticipava ancor più che i timori espressi da Herzog i temi e le tesi esposte da Ilan Pappé nel suo testo più recente, edito da Fazi, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina.

L’autore è professore di Storia all’Istituto di studi arabi e islamici e direttore del Centro europeo per gli studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter, e fa parte di quel consesso di storici israeliani (Tom Segev, Shlomo Sand, Norman Finkelstein e, un tempo, Benny Morris) che per anni, spesso a rischio della vita per mano degli estremisti sionisti, hanno messo in discussione una narrazione storiografica tutta intrisa di messianismo e revanscismo basato sulla necessaria riscossione del credito politico e coloniale accumulato attraverso le sofferenze inferte al popolo ebraico dalla Shoa; tutto a danno dei diritti degli arabi palestinesi a vivere sulla propria terra in pace e con gli stessi diritti degli altri cittadini di Israele.

Oltre che del presente testo, Pappé è stato anche autore di più di una dozzina di libri tra cui La pulizia etnica della Palestina (Fazi Editore, 2008), mentre per il medesimo editore ha anche pubblicato Palestina e Israele: che fare?, scritto insieme a Noam Chomsky (2015), La prigione più grande del mondo. Storia dei Territori Occupati (2022) e Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina (2024). Mentre per Einaudi ha pubblicato Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli (2014) e per Temu: Dieci miti su Israele (2022). Cui vanno ancora aggiunti: Ultima fermata Gaza. La guerra senza fine tra Israele e la Palestina, sempre con Noam Chomsky (Ponte alle grazie, 2023); Israele-Palestina. La retorica della coesistenza (Nottetempo, 2011) e Controcorrente. La lotta per la libertà accademica in Israele (Zambon, 2012).

Sempre attento, presente nel dibattito e schierato per tutto quanto riguarda la causa palestinese, Ilan Pappé non ha mai, però, separato le ragioni del popolo palestinese dalla necessità di trovare un punto di incontro con quelle frange, minoritarie ma non del tutto secondarie, del mondo ebraico, fuori e dentro Israele che da sempre o almeno fin dalla fondazione dello Stato hanno contestato l’assurdità del colonialismo sionista e proposto strade diverse per una comune convivenza su quelle stesse terre oggi totalmente rivendicate dal sionismo messianico di Bibi Netanyahu, Itamar Ben-Gvir o Bezalel Smotrich. Comunque senza mai illudersi che questo possa avvenire in mancanza di un cambiamento radicale all’interno della stessa società israeliana.
Da qui l’attenzione per la possibile “fine” di Israele.

Il passo da uno Stato in crisi alla sua fine può essere breve.
[…] Non prendo con leggerezza il processo che potrebbe portare alla fine di uno Stato di cui sono cittadino e in cui vivono milioni di persone. Gli Stati in realtà non finiscono come se niente fosse, e da questo punto di vista parlare di “fine” potrebbe essere esagerato; nella maggior parte dei casi gli Stati cambiano e a volte lo fanno in modo drastico. [Motivo per cui] Quando si auspica la fine dello Stato o se ne teme l’idea, bisognerebbe avere ben presente, alla luce dei precedenti storici, che questi processi sono sempre caratterizzati d auna violenza estrema.
[…] Sebbene io sostenga la visione di un unico Stato democratico per Israele e Palestina, il mio non vuole essere un appello perché si arrivi alla fine di Israele. Da storico, evidenzio che la fine di Israele sembra essere già cominciata. E la morte di uno Stato o il collasso di un’entità geopolitica creano un vuoto.[…] E quanto prima il vuoto sarà riempito, tanto meno violento sarà il processo di disintegrazione2.

L’ottica scelta pertanto è quella di individuare non soltanto le cause, ormai evidenti, del processo di disgregazione dello stato israeliano, ma anche le possibili soluzioni di una crisi quasi secolare che non potrà trovare risposta soltanto nel revanscismo arabo o nella continuazione e riaffermazione dell’espansionismo coloniale sionista. Entrambi forieri soltanto di guerre e sofferenze senza fine. Entrambi tunnel in cui, come per i soldati dell’Idf in quelli di Hamas nel sottosuolo di Gaza, sarebbe meglio non infilarsi.

La fine di Israele di cui parla Pappè nel suo libro è già da tempo stata individuata anche da molti altri osservatori, non obbligatoriamente di parte. Come si afferma ad esempio in un recente editoriale di «Limes»: «Lo Stato ebraico rischia la pelle perché cercando di scongiurare o ritardare la resa dei conti fra le sue fazioni, estesa alle istituzioni civili, militari e di intelligence, si è cacciato in conflitti infinibili mascherati da prologhi alla Vittoria Decisiva»3. Un’affermazione cui, sullo stesso numero della rivista di geopolitica, Giuseppe De Ruvo può aggiungere:

Nonostante Israele stia combattendo una guerra su sette fronti – Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Qatar, Iran – il più scottante continua ad essere quello domestico. Netanyahu ne è perfettamente consapevole, dunque agisce secondo un principio paradossale: per non perdere la guerra, quella che per gli ebrei realmente conta e che riguarda l’esistenza dello Stato di Israele, è necessario prolungare e allargare ad infinitum il conflitto che dall’ottobre 2023 vede Gerusalemme opporsi a mezzo Medio Oriente. Altro che vittoria definitiva.
[…] Solo Israele può fermare Israele. O completarne l’autodistruzione. A ritenere pericoloso il piano di Netanyahu e dei suoi alleati sono infatti interi pezzi di Stato ebraico, che vanno dalle Forze armate al Mossad. Apparati che ormai esplicitano a mezzo stampa le loro critiche, rifiutandosi di compiere operazioni che ritengono insensate e che sanno contribuire al crollo della credibilità internazionale di Israele. Autentica assicurazione sulla vita di un paese minuscolo, la cui legittimità deriva(va) dall’essere garante della sicurezza degli ebrei. Anche di quelli che non vi risiedono.
Queste tensioni, sempre meno latenti, non sono ancora esplose. L’esercito israeliano, nonostante gli scontri e i cambi al vertice, continua infatti a eseguire gli ordini di Netanyahu. E tuttavia ciò non significa che la situazione sia sotto controllo. Molto peggio. Quello cui stiamo assistendo non è infatti uno strappo dovuto al disaccordo tra Bibi e i suoi generali, ma il risultato del progressivo sfilacciamento dei rapporti di fiducia tra leadership politica, militare e securitaria. Per lo Stato ebraico, il fronte decisivo è dunque quello interno, l’ottavo. attorno al quale si combatte per l’anima e il futuro del paese [mentre] la sfiducia reciproca tra leadership civile e militare non è effetto ma causa della guerra4.

Situazione che in altra parte dell’articolo l’autore non esita a definire come un redde rationem interno o come autentiche prove di “guerra civile”. Una situazione che sottolinea la fragilità della forza e del progetto espansivo sionista, al contrario di ciò che molti analisti dell’antagonismo sociale e palestinese troppo spesso intendono come univoco e vincente. Eliminando dunque dal quadro di riferimento critico tutte le crepe e le enormi contraddizioni che ne minano gli intenti.

Compreso l’ingresso a gamba tesa di Donald Trump e della sua “politica di pace” nella Striscia di Gaza. Che, come si afferma ancora nell’editoriale di «Limes» citato più sopra, fa vincere al presidente americano, a mani basse, il premio per la migliore “fiction geopolitica” volta a redimere il Caos in Cosmo, disordine in ordine, guerra in pace. Piano che, pur essendo definito per la pace eterna e «che scioglie nodi plurimillenari in Medio Oriente a partire dal martirio dei palestinesi della Striscia da volgere in Riviera, non pare avviato a redimere la regione».

Fa bene la rivista a definire “fiction geopolitica” il piano trumpiano (?) per la Striscia poiché da diverso tempo a questa parte tutte le narrazioni che si susseguono, sia attraverso la voce o i messaggi postati da Trump su Truth oppure quelle recitate a soggetto dagli infiniti esperti solipsisti che si accorgono che la Storia volge in altra direzione da quella auspicata soltanto, e forse nemmeno allora, quando vanno a sbatterci contro, magari violentemente, ricordano sempre più quel “romanzo scritto male” di cui parlava Francesco Guccini in una sua canzone5. Oppure, rimanendo nel campo della fiction televisiva, quelle serie senza capo né coda in cui gli autori si ostinano ad andare avanti con stratagemmi sempre più banali e ripetitivi destinati a risvegliare l’attenzione di un pubblico sempre più sfinito e disattento.

Una narrazione che finge potenza e determinazione là dove tutto sembra smentire, a livello di ordine internazionale, quel nuovo ordine mondiale che l’Occidente e gli Stati Uniti si immaginavano di aver instaurato, o poter instaurare, a partire dalla fine dell’URSS e dalla globalizzazione intensiva dei commerci e dei rapporti finanziari su scala planetaria.
Una narrazione ormai fallita e rimasta farlocca proprio a partire dal centro dell’impero. Là dove un biondo (tinto) imperatore finge di poter fare ciò che vuole e rispondere a tutte le difficoltà mentre, di volta in volta, è costretto a smentirsi quasi quotidianamente per non subire del tutto le conseguenze degli eventi che hanno segnato la strada in altre direzioni da quelle previste.

Non cogliere questo elemento di forzatura rappresentativa del potere americano o sionista significherebbe soltanto accettare una narrazione tutta tesa a nascondere le difficoltà militari, economiche politiche, esterne e interne, che ne contraddistinguono ormai l’andatura sbilenca. Un’andatura sbilenca per cui, come era facile prevedere da molto tempo a questa parte, gli Stati Uniti di Trump, ma anche del futuro, non potranno più appoggiarsi soltanto su Israele per difendere i propri interessi mediorientali.

Una zoppia politico-militare che fa sì che i paesi musulmani, e non solo quelli del Golfo, debbano sostenere i bisogni americani sia geo-strategici che economici. I miliardi promessi da Qatar e Arabia Saudita indicano che questi nuovi possibili attori della scena internazionale potrebbero avere un ruolo importante per l’economia americana e non soltanto per i fondi di investimento di Trump e Kushner che già ne hanno incassato una parte. Potrebbero indicare che mentre l’attenzione nei loro confronti può costituire davvero un investimento conveniente, anche in vista di un progressivo disinvestimento cinese nei titoli di stato americani, la spesa militare per l’aiuto ad Israele potrebbe costituire in prospettiva soltanto più una perdita.

Da qui gli accordi di Abramo e il tentativo, già messo in atto durante il primo mandato di Trump, di chetare i rapporti tra tutti paesi dell’area, Iran compreso. Ma tutto ciò ha un costo, che la guerra di Gaza ha messo in rilievo: gli emirati, il Qatar, l’Egitto, la Turchia e la stessa Arabia Saudita, solo per citare alcuni dei possibili “alleati” hanno bisogno di ricevere in cambio qualcosa di consistente. Sia in termini economici che strategici, come guadagno diretto di un contratto che ha anche un suo versante politico, quello di tenere a bada masse popolari, arabe ma non solo, messe in agitazione da ciò che avviene a Gaza. In cui riconoscono il proprio destino e la necessità di giungere un giorno a rovesciare Stati e governi.

Ma lo Stato di Israele non può più, nonostante i suoi bombardamenti, le sue operazioni militari mirate, le sue stragi, costituire il garante dell’ordine sociale locale, anzi rischia di diventare con la sua sconsiderata azione il detonatore di rivolgimenti ben più vasti e incontrollabili. E anche gli Stati Uniti, dopo essersi illusi di rappresentare i garanti dell’ordine capitalistico occidentale, se non mondiale, devono oggi ammettere per bocca dello stesso Trump che «non possono più agire come gendarme internazionale».

Gli imperi declinano, poi crollano. L’impero americano è crollato prima di finir di declinare. Giacché nessun impero esiste per moto proprio ma a due condizioni: se può volerlo e se è riconosciuto tale dagli altri imperi e dalle potenze che contano. Oggi l’egemone che si ostentava globale, garante degli amici e nemesi per i nemici, non si vuole più tale perché stanco di mondo e nostalgico di nazione. Fra la vita e la morte gli americani scelgono l’America. Per conseguenza, né i suoi imbaldanziti avversari né i satelliti in panico abbandonico lo considerano più superiore gestore dell’ordine planetario6.

Fatto rilevabile nella crescente sfiducia che gli alleati arabi del Golfo hanno nei confronti di entrambi, soprattutto dopo l’attacco, fallimentare negli intenti dichiarati, condotto dall’IDF in Qatar. Una sfiducia apertamente manifestata dal principe saudita Mohammad bin Salman che non ha esitato a rivolgersi al Pakistan, altro paese musulmano, per mettersi al riparo di un ombrello nucleare che gli Stati Uniti sembrano non poter più garantire7. E anche se quest’ultimo fatto potrebbe fare parte di una strategia volta ad ottenere di più dal governo americano in occasione del prossimo viaggio del principe saudita a Washington, certamente è uno dei fattori che hanno “costretto” Trump a dichiarare la possibile ripresa dei test nucleari (soprattutto dopo il fallimento dell’azione militare americana nei confronti dei siti nucleari iraniani, confermato anche dalla stessa intelligence statunitense).

Ma tutto ciò non basta ancora: se è vero, infatti, che gli investimenti a Gaza per la ricostruzione rappresentano per le finanze arabe una magnifica occasione di guadagno, è altresì vero che tali investimenti dovranno essere “garantiti”. Senza inoltre contare che gli stessi paesi arabi stanno opponendo forti resistenze a una proposta sostenuta dagli Stati Uniti di ricostruire una ‘nuova’ Gaza esclusivamente nella metà dell’enclave attualmente posta sotto il controllo di Israele, visto che sia Israele che Washington hanno escluso che i fondi possano essere destinati alle aree sotto Hamas.

I sauditi sono abituati a mescolare assieme politica e affari, proprio nello stile preferito dal presidente Usa. Hanno anche un’innata simpatia per quest’ultimo che ha sempre scelto il loro paese per i suoi interventi e le sue prime visite ufficiali. Ma ora il vento è cambiato e la “parentela” Usa-Israele pare a Riad troppo limitante e senza garanzie di successo (o di guadagno). Basta far riferimento all’Ue: quanti milioni ha buttato in Cisgiordana e a Gaza che Israele non si è affrettata a distruggere in tante guerre? L’Israele di Netanyahu e della destra estrema oggi al potere è un paese spaccato, intriso d’odio e diviso al suo interno. E’ anche un paese imprevedibile: troppi luoghi di potere contrapposti e in competizione permanente fra di loro [e] certamente gli americani faranno fatica a spiegare ai sauditi chi comanda davvero a Tel Aviv. La fiducia dei sauditi si è notevolmente ridotta con possibili lunghe e amare ripercussioni8.

Ecco allora che la presenza di un contingente internazionale a Gaza, magari di paesi islamici, più che al disarmo di Hamas sarebbe rivolto, prima di tutto a garantire gli investimenti arabi nella Striscia. Come già ha ben compreso il governo israeliano, tutto rivolto ad evitare una governance mandataria americana nei confronti delle sue azioni e ad impedire la presenza dei militari turchi a Gaza. Considerato che la Turchia, proprio grazie all’azione disgregatrice di Israele, è giunta alle porte dello Stato ebraico attraverso la Siria oggi governata da Mohammed al-Bashir, l’ex-jihadista fortemente sponsorizzato dallo stesso Recep Tayyip Erdoğan, capo dello stato turco e teorico del rilancio degli interessi ottomani in tutta l’area mediorientale.

Una politica che negli ultimi tempi ha fatto sì che la Procura generale di Istanbul abbia emesso 37 mandati di arresto per altrettanti dirigenti politici e militari israeliani con l’accusa, documentata, di genocidio nei confronti della popolazione di Gaza. Tra i trentasette spiccano i nome di Bibi Netanyahu, di Itamar Ben-Gvir, di quello del Capo di stato maggiore Eyal Zamir e del ministro della Difesa Israel Katz. Questa provocazione causerà sicuramente qualche problema per Trump, considerata la sua predilezione per il capo di stato turco. Il quale ha anche ospitato ad Istanbul un vertice dei ministri degli Esteri di dieci paesi musulmani per coordinare la pressione per la forza multinazionale di stabilizzazione per Gaza, con il chiaro intento di mettersi a capo della stessa9.

E’ in mezzo a questo mare tempestoso che si deve muovere Donald Trump che, in un non lontano futuro, potrebbe scegliere di abbandonare oppure di affidarsi decisamente di meno alle scelte di un governo condannato, per non affondare insieme ad esso e mantenere quel minimo di influenza politica nei confronti degli alleati arabi. E se qualcuno, in un tale contesto, volesse ancora fare riferimento esclusivamente alla volontà di potenza sionista o alla determinazione imperialista statunitense per comprendere ciò che avviene sul campo, lo faccia pure, ma sapendo che gli errori, soprattutto di valutazione, prima o poi si pagano sempre.

E’ allora forse utile ricordare un’affermazione di Hannah Arendt, espressa nel 1948, ma ancora valida oggi a giudizio di chi scrive, secondo la quale: «Il modo più realistico per valutare il costo degli avvenimenti […] per i popoli del Vicino Oriente, non è costituito dalla perdita di vite umane, dai danni economici, dalla distruzione provocata dalla guerra o dalle vittorie militari, ma dai mutamenti politici». Quei mutamenti politici, ieri, erano rappresentati, sempre secondo la filosofa ebrea, dalla « creazione di una nuova categoria di persone senzapatria, i profughi arabi», cosa che non faceva altro che confermare l’assunto secondo il quale «gli ebrei miravano semplicemente a cacciare gli arabi dalle loro case».

Oggi, pur rimanendo evidente l’intento colonialista e liquidazionista della destra ebraica, i mutamenti politici si sono fatti più evidenti su scala mondiale, in un contesto in cui, come si è già detto prima lo Stato di Israele, con la sua azione spintasi ben oltre Gaza, sembra aver perso qualsiasi aspetto di legittimità davanti agli occhi della maggioranza della popolazione mondiale. Ben oltre i confini del mondo arabo in cui tale percezione condivisa era principalmente limitata prima del conflitto degli ultimi due anni. Una rimessa in discussione non solo dei principi che ne hanno validato l’esistenza per decenni, ma che costringono anche ad una progressiva, ancor che lenta agli occhi di molti, revisione delle alleanze che ne hanno garantito la sopravvivenza fino ad ora. Ed è a questo punto che occorre ritornare al testo di Pappé, là dove afferma, ad esempio:

Non sorprende che la guerra scoppiata nel 2023 tra Israele e Hamas sia vista da alcuni come preludio dell’Armageddon. Ma è possibile andare oltre la semplice visione apocalittica e presentare invece una valutazione più ottimistica di un potenziale esito di quello che sembra essere una disintegrazione inevitabile, caotica e violenta dello Stato ebraico.
[Infatti] diversi processi che si svolgevano davanti ai miei occhi mi hanno portato a concludere, non come attivista politico o visionario bensì come accademico, che stiamo assistendo alla fine dello Stato di Israele, o se non altro del progetto sionista come lo conosciamo. Benché promossi dalle azioni di gruppi di individui e organizzazioni, oggi questi processi hanno raggiunto una dimensione tale che la loro spinta è inarrestabile e condurrà a un cambiamento sul campo davvero fondamentale, rivoluzionario, in quelli che attualmente sono Israele, la Cisgiordania occupata e la striscia di Gaza distrutta10.

Però, per fare sì che queste affermazioni non rappresentino soltanto delle semplici e utopiche speranze, l’autore si preoccupa di aggiungere subito dopo:

Come molti miei amici palestinesi, anch’io mi riferisco alla fine di Israele come a un processo di decolonizzazione. In qualità di storico so bene dei casi del passato in cui la decolonizzazione è avvenuta attraverso trasformazioni violente e brutali. La storia, la migliore maestra che abbiamo, ci fornisce anche innumerevoli esempi in cui le lotte di per la liberazione e la decolonizzazione sono sfociate nella creazione di nuovi sistemi di ingiustizia, per usare un eufemismo.
Realisticamente, sarebbe ingenuo immaginare la fine del progetto sionista o dello Stato di Israele come una felice e rapida trasformazione da un luogo di occupazione, oppressione e, da ultimo, di genocidio in un paese dove le libertà sono garantite a tutti e dove viene ristabilita la giustizia per chi in passato abbia subito dei torti. Ma è importante aspirare a una transizione […] che vada innanzitutto a beneficio delle vittime dell’oppressione e degli spargimenti di sangue, ma anche di coloro che temono che perdere la propria posizione di privilegio e superiorità li trasformerà in vittime, da agiati oppressori quali sono attualmente..
Per riassumere quanto detto fin qui: il progetto sionista si sta sbriciolando e con esso lo Stato di Israele come uno Stato ebraico. E questa non è una pia illusione né lo scenatio cui si potrebbe arrivare nel peggiore dei casi. E’ qualcosa di inevitabile, non perché io stia adottando una prospettiva determinista sulla storia o perché possieda una sfera di cristallo, ma perché è una situazione già in essere, anche se non se ne parla11.

Spesso anche negli ambienti dell’antagonismo, abituati da decenni di vittimizzazione a non aspirare ad altro che ad una vendetta. Dimenticando che il dio della vendetta è esattamente quello esaltato dalla destra israeliana ed evangelica e che la vendetta non può mai costituire un buon metro di giudizio o di programmazione per il futuro. Una cecità che impedisce di cogliere crepe importanti non soltanto ai vertici dell’intelligence e delle forze di difesa dello Stato di Israele, come la mancata riuscita del bombardamento dei vertici di Hamas a Doha oppure la vicenda dell’avvocato generale militare, Yifat Tomer-Yerushalmi, arrestata per aver diffuso un video che mostra gli abusi dei soldati su un detenuto palestinese e ancora rinchiusa in carcere per aver fatto tale scelta, già mettono in evidenza .

Crepe che si manifestano nel rifiuto dei riservisti di tornare sul fronte di Gaza oppure nelle manifestazioni dei parenti degli ostaggi che, anche se spesso sono state rivolte soltanto alla salvezza dei propri cari oppure alla richiesta di un’azione più energica nei confronti di Hamas, talvolta sono sfociate in dichiarazioni individuali o collettive tese alla ricerca di un nuovo modus vivendi con la popolazione arabo-palestinese12.

Le fondamenta dell’Israele sionista hanno crepe così grosse che nessuna opera di manutenzione potrà ripararle. Non si tratta di stabilire se l’edificio crollerà, ma quando ciò avverà.
[…] Per riassumere, il collasso di Israele non è una posizione politica, qualcosa che si possa ccettare o rifiutare. E’ un processo oggettivo che è già cominciato. La sua probabilità dovrebbe essere discussa come argomento principale nella conversazione a lungo termine sul futuro di Israele e della Palestina, anziché concentrarsi -come facciamo noi- sul futuro dei palestinesi. La sorte dei palestinesi nei prossimi anni è comprensibilmente la nostra più grande preoccupazione, ma nel lungo periodo sarà la sorte degli ebrei nella Palestina storica la questione da risolvere.
Il tentativo secolare dell’Occidente, Regno Unito in testa, di imporre uno Stato ebraico su un paese arabo sembra essere arrivato alla fine. E’ riuscito a creare una società organica di milioni di colonizzatori, molti dei quali ormai di seconda o terza generazione, ma la cui sorte dipende ancora, come quando sono arrivati, dalla capacità di imporre con la forza violenta la loro volontà su milioni di palestinesi indigeni che non hanno mai rinunciato al proprio diritto all’autodeterminazione e alla libertà sulla propria terra natia. L’unica speranza per il futuro degli ebrei sarà data dalla loro disponibilità a vivere da cittadini con pari diritti in una Palestina liberata e decolonizzata. Sono convinto che molti lo faranno13.

Tutto il testo di Pappé, diviso in tre parti, è teso a individuare le contraddizioni e le formule politiche e sociali che potranno contribuire al raggiungimento di un tale risultato, ben diverso e lontano dalla tanto sbandierata ed inefficace soluzione dei “due popoli due stati”. Formula che conviene tanto ai sionisti quanto ai paesi occidentali e arabi e ai loro governi per mantenere divisi e in stato di inimicizia costante palestinesi ed ebrei.

Anche se, per chi scrive, un percorso di guerra civile sembra delinearsi come un passaggio obbligato all’interno della società israeliana, sarà comunque soltanto cercando un’unità di lotta dal basso tra i due popoli che si potrebbe giungere al superamento dell’oppressione di tutti coloro che vivono in Palestina, al di là delle troppo facili retoriche della lotta di classe e dei suoi miracolosi effetti sulla psiche collettiva oppure, ancor peggio, di quelle vuote, pericolose e razziste della vendetta antisemita.


  1. M. Warschawski, A precipizio. La crisi della società israeliana, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp. 115-124.  

  2. I. Pappé, Prefazione a I. Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 11-13.  

  3. Zero Stati?, editoriale del n°9, 2025 di «Limes» dal titolo Gli Stati di Israele, p. 10.  

  4. G. De Ruvo, L’ottavo fronte di Israele in «Limes» n°9/2025, pp. 41-42.  

  5. F. Guccini, Incontro, nell’album Radici del 1972.  

  6. L. Caracciolo, Il declino dell’impero americano, “la Repubblica”, 8 novembre 2025.  

  7. Si veda: M. Giro, Il tycoon e la variabile saudita. Riad non si fida più degli Usa, «Domani» 4 novembre 2025.  

  8. M. Giro, Riad non si fida più degli Usa, cit.  

  9. F. Magri, Nuovo mandato d’arresto per Netanyahu. La Turchia accusa Israele di genocidio, “La Stampa”, 8 novembre 2025.  

  10. I. Pappé, op. cit., p.14.  

  11. Ibidem, pp. 15-16. 

  12. Si veda su tutto questo: F. Borri, Israele contro Israele, in «Limes» n°9/2025, pp. 97-101.  

  13. Ivi, pp. 16-18.  

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Ora che la guerra sta accadendo https://www.carmillaonline.com/2015/11/24/paradossi-di-una-guerra/ Tue, 24 Nov 2015 17:00:06 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=26796 di Sandro Moiso

Made_in_France_posterParigi – Londra, patto di guerra. Così titolava in prima pagina il “Corriere della sera” ieri mattina. Poi, nella stessa giornata, un caccia russo Sukhoi 24 è stato abbattuto nei cieli turco-siriani su ordine del premier Ahmet Davutoglu e la Russia ha schierato le proprie navi davanti alla costa turca. L’esplodere dei grandi conflitti è sempre stato preceduto dal manifestarsi di una grande “voglia di guerra”. Voglia che si manifesta nelle dichiarazioni pubbliche e nei discorsi privati, nei quotidiani e, oggi, nei media di ogni genere. Nelle scelte della politica e dell’economia. Nella preparazione delle azioni militari e [...]]]> di Sandro Moiso

Made_in_France_posterParigi – Londra, patto di guerra. Così titolava in prima pagina il “Corriere della sera” ieri mattina. Poi, nella stessa giornata, un caccia russo Sukhoi 24 è stato abbattuto nei cieli turco-siriani su ordine del premier Ahmet Davutoglu e la Russia ha schierato le proprie navi davanti alla costa turca. L’esplodere dei grandi conflitti è sempre stato preceduto dal manifestarsi di una grande “voglia di guerra”. Voglia che si manifesta nelle dichiarazioni pubbliche e nei discorsi privati, nei quotidiani e, oggi, nei media di ogni genere. Nelle scelte della politica e dell’economia. Nella preparazione delle azioni militari e in quelle repressive. Nella designazione di un nemico disumano, meritevole di ogni violenza e di ogni atto di vendetta.

Voglia di armi
“Energia e difesa trainano le borse”. Non erano ancora passati cinque giorni dai fatti di Parigi che, mercoledì 18 novembre, “il Sole 24 Ore” poteva trionfalmente dichiarare in prima pagina la felicità degli investitori per la situazione venutasi a creare per le conseguenze poltico-militari degli attentati messi in atto dai militanti dell’Isis . Come se ciò non bastasse sulla colonna di sinistra un altro articolo dichiarava, quasi spudoratamente: “Europa e conti. Più che la stabilità poté la sicurezza”.

L’appello di lunedì 16 novembre del Presidente della Repubblica francese alla clausola dell’articolo 42, punto 7, del Trattato di Lisbona, riferito al mutuo soccorso europeo, ha aperto di fatto la porta alla possibilità di uscire dai vincoli dei trattati europei, riguardanti la spesa degli stati, per tutto ciò che riguarda la sicurezza ovvero uomini, armi e tecnologie securitarie. Il taglio della spesa pubblica, tanto richiamato da tutti i partiti di governo e di opposizione, in un solo colpo può quindi essere aggirato, grazie sostanzialmente all’appello di François Hollande, a favore delle imprese fornitici di armamenti per gli eserciti e servizi all’intelligence.

Da qui la gioia delle Borse, per le quali, evidentemente, i morti, parigini o siriani che siano, della guerra in atto non sono altro che una forma di interesse da pagare per il buon funzionamento e la ripresa dei mercati. Una specie di keynesismo del sangue che andrebbe di diritto inserito tra i crimini dei potenti e dell’economia di recente analizzati da Vincenzo Ruggiero in alcuni suoi testi.1

Sabato 21 novembre “Repubblica.it” titolava “L’affare della guerra all’Is: boom di Borsa e vendita di armi, l’Italia c’è”, affermando chiaramente che “Domandare, offrire; vendere, comprare. Le regole del mercato sono poche e semplici. E la guerra aperta dalla Francia e dalla Russia dopo gli attentati terroristici ad opera dell’IS non fa eccezione. Per chi domanda sicurezza, c’è chi offre strumenti di difesa; per chi vende armi, c’è chi le compera. Gli stanziamenti degli Stati per armarsi contro la minaccia terroristica cresceranno, questa è una delle poche certezze di questi giorni: Francois Hollande ha già ottenuto da Bruxelles di fare più deficit del previsto e anche la Stabilità italiana si prepara a trovare 120 milioni di nuove risorse.2

Per poi proseguire “Con i lampeggianti delle sirene parigine ancora accese, già si sapeva che gli Usa avevano venduto migliaia di bombe intelligenti all’Arabia Saudita, per 1,29 miliardi di dollari di valore. Per chi avesse dubbi, basta guardare all’andamento di Borsa, dove fiutare l’affare è la regola: aziende come la leader delle armi Lockheed Martin, ma anche altri colossi come Bae System, la Airbus e la Boeing (che non producono solo aerei passeggeri) e la nostra Finmeccanica hanno registrato un balzo in avanti sui mercati. L’indice Bloomberg del settore aero-spaziale e della difesa, dagli attentati di Parigi ha guadagnato il 4,5%, Finmeccanica più dell’8%”.

Per essere bipartisan occorre poi ricordare che Carlo Pelanda, su “Libero” di domenica 22 novembre, non dimenticando che “La grande depressione americana degli anni ’30 finì per la svolta espansiva e mobilitante data dall’entrata in guerra nel 1941”, ha sottolineato come non si veda “una mobilitazione pacifista contro i bombardamenti, manco tanto selettivi, di Raqqa o una condanna morale di Hollande perché, oltre alla parola «guerra», ha anche aggiunto «vendetta». Pare che la percezione sia quella di una Pearl Harbour europea caricata di una forte caratterizzazione del nemico come indegno e non meritevole di pietà”.3 Sintetizzando: il clima favorevole alla guerra c’è, vediamo solo di sfruttarlo al meglio.

Il paradosso sta nei fatti: finita quella che si potrebbe definire come la terza guerra mondiale, con cui sostanzialmente, tra il 1991 e, indicativamente, l’eliminazione di Osama Bin Laden, gli Stati Uniti hanno cercato di ridisegnare a proprio vantaggio il panorama geo-politico venutosi a creare nel quarantennio di divisione condominiale del mondo con l’URSS dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha avuto inizio, proprio dall’imbarbarimento di consuetudini e stati seguito alla (fallimentare) balcanizzazione dell’Europa Orientale e del Vicino Oriente voluta e perseguita dai vertici politico-militari ed economici statunitensi, la quarta.

Mentre la terza, però, aveva visto ancora una parte consistente del mondo, sviluppato e non, adattarsi al comando americano sperando di trarre vantaggio sia dal rafforzamento imperialista statunitense che dall’indebolimento e dalla scomparsa dell’imperialismo sovietico in nome di un Nuovo Ordine Mondiale, oggi a seguito della crisi economica, dello sviluppo e della affermazione di varie potenze regionali e mondiali, della debolezza della strategia americana e delle sue possibili prospettive, si ha uno scontro di tutti contro tutti. In cui tutti gli attori sono contemporaneamente possibili alleati e possibili nemici. Dal punto di vista capitalistico, mercantile e finanziario è una situazione magnifica: tutti possono vendere armi a tutti in attesa che i fronti si definiscano meglio e le popolazioni, soprattutto in Occidente, si abituino all’idea dell’inevitabilità dei sacrifici determinati dal clima bellico e della giustezza delle ragioni della propria “patria” o del proprio schieramento di riferimento.

Così la Francia può ballare tra Stati uniti e Russia e l’Italia vendere armi agli Emirati del Golfo e alla Turchia (solo per citare due esempi) continuando a gridare, sempre più forte “Al lupo! Al lupo!” per il nemico alle porte. Quando il vero nemico, il più importante, è costituito proprio da quei governi che ci stanno portando al macello. Così mentre gli Stati Uniti, nel corso della terza, avevano pensato di preparare una situazione utile sia a contenere gli alleati/concorrenti occidentali, sia a circondare strategicamente il colosso cinese, ora si trovano impantanati in una situazione in cui ad ogni falso movimento rischiano di calpestare pericolosamente i piedi di possibili alleati e possibili avversari (ancora una volta i balletti di Kerry e Obama tra Iran, Israele, Turchia, Russia ed Arabia Saudita possono servire da esempio).

Ballando sull’orlo del baratro qualcuno inizierà a scivolare, trascinando con sè tutti gli altri. In Turchia, in Siria, sulle coste del Mediterraneo: dove sarà, sarà. Il luogo non sarà così importante alla fine.4 Per questo ho detto e ripeto ancora che il 13 novembre non corrisponde all’11 settembre 2001 (tutto americano), ma al 28 giugno 1914.

L’italietta, intanto, corre gioiosa incontro al proprio destino: soddisfatta degli investimenti arabi sul territorio nazionale e nella sua linea aerea di bandiera, spera di continuare a vendere armi a tutti, facendo girare a mille gli stabilimenti di Finmeccanica e della Beretta e facendo finta che il decreto legge che proroga la partecipazione militare italiana a missioni internazionali approvato alla Camera, con la norma che consentirà agli “007” di avvalersi dei corpi speciali per le operazioni all’estero, non costituisca ancora un atto di guerra.5

In che modo la lotta al terrorismo sia un affare interessante per le aziende del comparto è scritto anche nella relazione al bilancio 2014 di Finmeccanica, portabandiera italiana della Difesa. Già in chiusura dello scorso esercizio, ad assalto a Charlie Hebdo concluso, si registrava che «la spesa per nuovi investimenti tenderà nei prossimi anni a crescere con un ritmo intorno al 2% annuo, grazie al lancio di programmi per lo sviluppo di nuovi sistemi di armamento e allo stanziamento di fondi per operazioni contro il terrorismo organizzato internazionale (circa 40 miliardi di euro tra il 2015 e il 2017)» […]L’azienda della Difesa è presente con dodici siti tra Arabia, Emirati arabi uniti e aree circostanti. Con gli Eau, in particolare, nel bilancio di sostenibilità Finmeccanica ricorda che c’è un interesse «testimoniato dalla più che quarantennale presenza sul territorio degli Eau, con i quali sono stati avviati importanti programmi di sviluppo che hanno condotto alla creazione di una sede ad Abu Dhabi, con funzione di coordinamento di tutte le attività nell’area. Finmeccanica intende rafforzare la partnership con gli Emirati Arabi Uniti mediante la definizione di ulteriori alleanze con il settore pubblico e privato e con importanti enti di ricerca governativi, ampliando la rete di collaborazione con i player di settore locali». A scanso di equivoci, proprio in questi giorni l’ad Mauro Moretti è tornato a chiarire che l’interesse è rivolto in tutte le direzioni: «Fornire armamenti a paesi come Arabia Saudita e Qatar che sono considerati controversi? Sono paesi che sono legittimati dagli Usa ed entrano a far parte del fronte Occidentale in questa vicenda»“.6 Continuando a far finta che un comune fronte Occidentale ancora esista.

… e di petrolio
L’euforia borsistica, come si diceva all’inizio, si è estesa anche all’altro grande protagonista dei drammi mediorientali presenti e passati: il petrolio.
Protagonista indiscusso dello scontro sia mondiale che locale tra potenze imperiali, ma anche tra potenze regionali con aspirazioni globali come ben dimostra il coinvolgimento nel dramma siriano di Arabia Saudita, Stati del Golfo e Turchia, più o meno, dallo stesso lato e Iran dall’altro.7 Petrolio che costituisce anche una delle fonti dirette di finanziamento dello stesso Stato islamico e uno, se non l’unico, dei principali motivi della sua azione nel Vicino Oriente e in Africa.

I proventi vengono per il 27 per cento dalla vendita di petrolio” sostiene in un articolo, sull’Espresso on line del 20 novembre, Gianluca Di Feo a proposito delle finanze dell’Is.8 Mentre Maurizio Ricci, in una più dettagliata analisi, sostiene che, pur essendo limitate le capacità estrattive dei miliziani, lo Stato islamico ha potuto contare sull’estrazione di 50.000 barili giornalieri nei territori occupati in Siria. nella zona orientale di Deir al-Zour, e altri 30.000 nella regione di Mosul.

Una parte di questo petrolio è avviato attraverso mezzi di fortuna, asini compresi, verso la Turchia dove, nel terminale petrolifero di Ceyhan può essere mescolato con il greggio ”proveniente da fonti legittime”. “Di fatto, l’Is può vendere il suo greggio, in condizioni di monopolio, nella regione che controlla, […]Gli esperti calcolano che questo flusso porti oggi l’equivalente di un milione, un milione e mezzo di dollari al giorno nelle casse del Califfato. In prospettiva, un tesoro di 4-500 milioni di dollari l’anno […]L’Is gestisce, però, solo in parte il traffico. I jihadisti hanno il controllo diretto dei giacimenti e quello, diretto o indiretto, di alcune delle maggiori raffinerie.
Ma il trasporto del greggio verso queste raffinerie e le molte piccole e piccolissime, quasi casalinghe, è assicurato da centinaia di operatori indipendenti. Chi ha potuto girare nelle aree controllate dall’Is dice che, fuori dai giacimenti, ci sono code fino a 6 chilometri di camion che aspettano di poter riempire le loro cisterne
”. 9

Solo recentemente, però, l’aviazione americana, forse seguendo l’esempio di quella russa, ha iniziato a bombardare tali raffinerie, spesso mobili, dislocate principalmente lungo il corso dell’Eufrate. Una delle fonti di finaziamento è stata dunque per lungo tempo operativa e, nonostante tutto, continua ad esserlo tutt’ora. Così come il Qatar, che è tra i maggiori indiziati per il sostegno allo Stato islamico (presente probabilmente nella lista dei quaranta paesi finaziatori dell’Isis cui ha recentemente accennato Putin), continua a godere di una fitta rete di relazioni in Europa e in Italia grazie a investimenti milionari nei settori chiave: dalla moda al turismo fino all’alimentare.

Pur essendo noto che la sua ostilità nei confronti del regime di Assad, secondo una ricostruzione del giornale britannico The Guardian, , è dovuta al fatto che nel 2009 “il presidente siriano Assad rifiutò la proposta dell’emirato di costruire un gasdotto che si sarebbe collegato all’Europa in concorrenza con il gasdotto della Russia di Vladimir Putin, alleato dei siriani.
Non solo: l’anno successivo Damasco strinse un accordo per un’altro gasdotto con l’Iran, sciita, che avrebbe permesso a quest’ultimo di rifornire l’Europa attraversando Siria e Iraq. […] Il Qatar possiede un terzo delle riserve mondiali di gas, ma ha un bisogno disperato di un mercato come l’Europa per venderle. E la Siria avrebbe ostacolato un possibile sbocco
”.10

Anche in questo caso, non vi è dubbio, tutti vendono a tutti e tutti sono disponibili a comperare. L’unico problema, a Est come a Ovest oppure per gli stati del Middle East, è costituito dal determinare, manu militari, chi gestirà e dove passerà il fiume di petrolio e quello di dollari che porta con sé.

Ora che la guerra sta accadendo ancora tarda a formarsi una coscienza anti-militarista. Per ora ancora niente “guerra alla guerra!“, mentre soltanto qualche debole proposizione di principio sembra costituire la risposta antagonista (?) alla carneficina che si avvicina. Basterà a dar vita ad un movimento unitario o sarà sopraffatta anch’essa dallo sciame sismico della paura e del perbenismo nazionalista ed identitario prodotto e alimentato dall’imperialismo?

N.B.
L’immagine scelta per accompagnare l’articolo costituiva il manifesto pubblicitario di un film francese sul terrorismo islamico nelle banlieu, la cui uscita nelle sale cinematografiche era stata programmata per il 18 novembre. A seguito dei fatti di Parigi l’uscita del film è stata rinviata a data da definire così come anche il poster sarà sostituito da altra immagine (anch’essa ancora da definire)


  1. Vincenzo Ruggiero, I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico, Feltrinelli 2013 e Vincenzo Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Feltrinelli 2015 (Quest’ultimo recensito su Carmillaonline il 28 ottobre 2015 https://www.carmillaonline.com/2015/10/28/lessenza-criminale-del-potere-v-ruggiero-perche-i-potenti-delinquono-recensione-ed-intervista-allautore/)  

  2. http://www.repubblica.it/economia/2015/11/21/news/armi_isis_guerra_borsa_emirati_arabi-127849393/?ref=HREC1-8  

  3. Carlo Pelanda, La guerra all’Isis può farci guadagnare, Libero, 22/11/2015, pag. 9  

  4. Si veda anche: https://www.carmillaonline.com/2013/09/10/war/  

  5. Il decreto prevede quasi 59 milioni di euro fino al 31 dicembre prossimo per la missione in Afghanistan, 42.820.407 euro per la partecipazione ad Unifil in Libano e 64.987.552 euro per attività della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica dell’Isis. Per quanto riguarda le missioni in Europa, il provvedimento destina, tra l’altro, 4.213.777 euro per la proroga della di Active Endeavour; 33.486.740 euro per la proroga di EUNAVFOR MED, 25.602.210 euro per le missioni nei Balcani, e quasi 70mila euro per la partecipazione di personale militare alla missione dell’Unione europea in Bosnia-Erzegovina, denominata EUFOR ALTHEA“ https://www.lastampa.it/2015/11/19/italia/politica/alla-camera-via-libera-per-la-proroga-delle-missioni-allestero-corpi-speciali-a-supporto-degli-qWwuz8EYSTXIIgVGurvb8I/pagina.html  

  6. Si veda ancora http://www.repubblica.it/economia/2015/11/21/news/armi_isis_guerra_borsa_emirati_arabi-127849393/?ref=HREC1-8  

  7. Si veda in proposito https://www.carmillaonline.com/?s=la+bomba+iraniana  

  8. http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/11/20/news/terrorismo-da-dove-vengono-i-soldi-del-califfo-1.240236?ref=HRBZ-1  

  9. http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/19/news/bombe_sul_petrolio_dello_stato_islamico_la_guerra_di_usa_e_russia_al_tesoro_di_al_baghdadi-127679597/  

  10. http://www.repubblica.it/economia/2015/11/20/news/qatar_isis_italia-127717794/  

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La guerra delle ombre di Obama https://www.carmillaonline.com/2014/09/18/guerra-delle-ombre-obama/ Wed, 17 Sep 2014 22:05:59 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=17464 di Sandro Moiso

mickey mouse 6La locuzione latina “divide et impera” è stata per lungo tempo alla base delle politiche di indebolimento degli avversari da parte degli imperi e dei regimi di classe. Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro storia politica, coloniale e imperiale l’hanno tenuta in gran conto, non soltanto per dividere tra di loro i proletari divisi per identità nazionale, colore della pelle e religione sul suolo americano, ma anche per trarre vantaggio dall’indebolimento dei concorrenti europei oppure in America latina, in Medio Oriente, nei confronti dei paesi satelliti dell’ex-Unione sovietica e nelle aree ex-coloniali.

Ma [...]]]> di Sandro Moiso

mickey mouse 6La locuzione latina “divide et impera” è stata per lungo tempo alla base delle politiche di indebolimento degli avversari da parte degli imperi e dei regimi di classe.
Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro storia politica, coloniale e imperiale l’hanno tenuta in gran conto, non soltanto per dividere tra di loro i proletari divisi per identità nazionale, colore della pelle e religione sul suolo americano, ma anche per trarre vantaggio dall’indebolimento dei concorrenti europei oppure in America latina, in Medio Oriente, nei confronti dei paesi satelliti dell’ex-Unione sovietica e nelle aree ex-coloniali.

Ma tale politica, che funziona particolarmente bene soltanto quando gli imperi sono giovani oppure all’apice della loro potenza, sembra aver oggi raggiunto i suoi limiti di reale efficacia poiché le perplessità e le rivalità che l’attuale debolezza dell’impero americano fa sorgere, tra suoi alleati, ex-alleati e potenziali rivali, sembrano condurre sempre di più verso una catastrofe in direzione della quale le incertezze statunitensi sembrano, allo stesso tempo, spingere sia sul pedale dell’acceleratore che su quello del freno.

Mickey Mouse Obama si è trovato a dover gestire, con il ritiro delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, quella che agli occhi di gran parte del mondo, soprattutto musulmano, ha avuto tutto il sapore di una sconfitta e, contemporaneamente, iniziative di carattere politico, economico e militare di alcuni alleati che, pur parzialmente concordate, hanno scatenato fattori di rischio che hanno incrinato ancora di più l’effettiva capacità di governance planetaria da parte di Washington.

Tutto ciò che da parte degli infaticabili “democratici” occidentali era stato esaltato nelle azioni e parole del leader americano (ritiro delle truppe, promessa di difesa e sviluppo della democrazia in Medio Oriente) è stato pertanto rapidamente e drasticamente modificato dalla crisi politica ed economica in atto e si è rivelato per quello che realmente era: un pensiero piuttosto vacuo, le cui affermazioni erano dettate soltanto dalla debolezza in cui si trovavano (e tuttora si trovano) il governo della superpotenza wasp (nonostante il presidente di colore) e la sua diplomazia che, nella dinamica della crisi attuale difficilmente riesce a far convivere bastone e carota.
Infatti il bastone non può essere troppo grande e la carota risulta di dimensioni troppo poco appetibili per molti degli attori chiamati in scena.

obama bush Le guerre, come ha ben dimostrato Paul Kennedy in un suo importante saggio (Paul Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti 1989), costano, soprattutto per le potenze il cui corso sta volgendo verso il tramonto. Costano in termini politici, economici, militari e, soprattutto, di immagine. In particolare se non sono vinte rapidamente. E negli annali recenti della storia americana nessuna guerra è stata vinta brillantemente e, ancora meno, in tempi rapidi.

D’altra parte per un colosso come quello statunitense, da anni foraggiato da un sistema di dominio e sfruttamento basato sia sulla potenza finanziaria che su quella del proprio apparato militar-industriale, anche la pace ha un costo. Occorrerebbe, almeno ogni tanto, “saper perdere”. Ma Shel Shapiro e i Rokes non sono certo annoverati tra i consiglieri politici della Casa Bianca.
Anzi, sembra che ad ogni sconfitta segua un periodo di ulteriori involuzioni destinate soltanto a cercare un’ipotetica rivincita militare in altre aree.

Una logica politica più vicina alla mentalità del giocatore accanito che ad ogni perdita è costretto a chiedere prestiti sempre più difficili da rimborsare e destinati ad ingrandirne ulteriormente il debito.
Indirizzandolo verso puntate e giocate sempre più azzardate e rischiose.
E oggi, intorno allo stesso tavolo di casinò, si sono ammassati non solo gli Stati Uniti e il loro sistema economico ed imperiale, ma alcuni dei giocatori più azzardati e “indebitati” (politicamente, economicamente e diplomaticamente alias militarmente) del pianeta.

Pensare che tutto oggi stia seguendo una certa inderogabile logica oppure che tutti gli avvenimenti drammatici che stanno avvenendo tra la Siria, l’Iraq, la Libia e l’Ucraina, passando per quella macelleria a cielo aperto costituita ormai da anni dai Territori palestinesi occupati o stretti d’assedio dagli israeliani, siano ferreamente governati dalla volontà statunitense è un grave errore. Perché non ci permette di cogliere la gravità e le possibili conseguenze dell’attuale momento dell’imperialismo mondiale.

Un’Europa in crisi economica, sociale politica ed identitaria; paesi del Golfo timorosi di finire le riserve petrolifere e di vedere modificati i propri arcaici assetti istituzionali; la Russia di Putin stretta tra delirio di grandezza imperiale e limiti di sviluppo ereditati dal passato; una Turchia avvolta in una spirale di ammodernamento economico e sociale e conservazione politica e religiosa tesi entrambi a garantire l’ordine interno e allo stesso tempo un diverso ruolo degli eredi dell’impero ottomano nella geopolitica planetaria; Israele sempre più schiacciata tra il desiderio di ampliare i propri confini all’infinito e la paura di perdere l’alleato americano: tutti questi fattori concorrono, insieme all’incertezza americana, a creare una miscela fortemente instabile ed altamente esplosiva. Cui, per paradosso attuale, non può nemmeno opporsi una significativa forza antagonista ancora troppo debole e divisa dal trionfo dei nazionalismi e delle identità etniche e religiose e dalle preoccupazioni di carattere economico ed occupazionale.

Lo Stato Islamico ed integralista installatosi a cavallo di Siria ed Iraq sembra, nonostante le atrocità ivi perpetrate, sempre più una parodia di regime del terrore; in cui le immagini delle azioni diffuse attraverso la rete e i network televisivi sembrano rispondere più a logiche dello spettacolo che politiche. E’ però proprio, e sempre di più, la regia di questo teatro del Grand Guignol ad essere nebulosa, evanescente e confusa.

Logiche che sì rispondono alla necessità americana di riaprire un fronte là dove si era appena chiuso, ma, allo stesso tempo, rischiano di riaprire anche questioni delicate ed indesiderate. Come quella curda (che vedrebbe Turchia ed Iran uniti dal comune rigetto di uno stato curdo indipendente), tanto per dirne una. Insieme alla questione dei finanziatori “occulti” del nuovo terrorismo “globale”.

Iniziamo dallo spettacolo in sé. Le immagini delle decapitazioni sono accompagnate, come risposta, dall’uso di aggettivi e sostantivi, indirizzati al fantomatico nemico o a “John l’Inglese”, come mostri, belve, tagliagole, etc. Oppure, ancora una volta, da dichiarazioni sulla nuova minaccia globale che, come ai bei tempi di Saddam, potrebbe ricorrere a terribili armi di distruzione di massa. Ovvero da tutta quella terminologia che serve, in questi casi, a riscaldare gli animi dei benpensanti e i motori dei caccia-bombardieri e dei carri armati.

In compenso le scene di guerra, viste in Tv, non sono adeguate allo sforzo: gente che spara per aria, qualche cadavere qua e là, qualche testimonianza tradotta direttamente nella lingua delle nazioni occidentali, qualche mezzo lanciato in corsa in aree desertiche, qualche altra di mezzi fatti esplodere dai droni o dai missili americani ( che potrebbe provenire da qualsiasi conflitto degli ultimi anni), qualche funerale. Poco, troppo poco per essere un vero kolossal come quello che media e governi ci vorrebbero propinare.

Sia ben chiaro: non si può provare alcuna simpatia o empatia con i militanti delle varie formazioni che si riuniscono intorno allo Stato islamico. Anche se è chiaro che quei militanti, pochi o tanti che siano (volontari delle mille guerre iniziate da quelle balcaniche in poi, sottoproletari delle periferie occidentali stufi della condizione di disagio in cui si trovano a vivere milioni di immigrati di prima, seconda o terza generazione, soldati del disciolto esercito irakeno, sunniti infiammati dalla predicazione di imām radicali in Europa e in Africa) provengono in gran parte da situazioni di disagio e disperazione che sono il risultato delle guerre degli ultimi vent’anni e il prodotto della spartizione imperialistica e capitalistica del globo e del prodotto sociale.

Obama ha chiamato alla mobilitazione generale gli alleati e il dado sarebbe tratto se non che gli alleati, come molti commentatori tendono a sottolineare, sono piuttosto refrattari e recalcitranti ad assumersi decisamente i costi di una guerra che gli Stati Uniti, mai come questa volta, non vogliono affrontare da soli.

Durante il periplo mediorientale il segretario di Stato, John Kerry, ha raccolto l’aperta adesione di dieci paesi arabi favorevoli all’operazione tesa a “distruggere” lo Stato islamico. Questo non significa che siano tutti pronti a mandare la propria fanteria o a bombardare le province siriane e irachene controllate dai jihadisti del califfato autoproclamato da Al-Baghdadi” così scrive Bernardo Valli su La Repubblica del 15 settembre.1 Così alla conferenza di Parigi tenutasi il 15 settembre, dove dei 40 possibili alleati annunciati ne sono intervenuti 30 circa, la disponibilità dei vari governi a condividere i rischi del conflitto contro lo Stato islamico è stata diversa, ed incerta, da caso a caso.

Rischi che non sono soltanto di natura militare. Sul piano religioso o semplicemente emotivo l’alleanza con l’Occidente contro il califfato, sia pur poco credibile secondo le grandi istituzioni islamiche, può urtare la sensibilità di parte della popolazione araba2 In quanto ai dubbi, poi, la stessa Francia, così come altri paesi europei, si è dimostrata incerta sulla possibilità di estendere le incursioni aeree sulla Siria. Più prudenti altri europei che hanno studiato partecipazioni non troppo compromettenti, come il governo di Berlino che ha escluso ogni partecipazione diretta. Mentre la stessa Gran Bretagna ha visto, nei giorni precedenti la conferenza, il governo dividersi tra chi escludeva i bombardamenti in Siria e chi li appoggiava.

Eh sì, perché, guarda caso, un importante pomo della discordia continua ad essere costituito proprio dalla Siria e dal destino futuro del regime di Assad.3 Che, a quanto pare, gli Stati Uniti preferiscono ancora indebolire ed aggredire per fare un piacere all’Arabia Saudita e ad Israele per cercare di indebolire, allo stesso tempo, la presenza russa nel Mediterraneo.

mickey mouse 3 Provare, anche qui, qualsiasi empatia con le politiche di Assad o di Putin è assolutamente fuori luogo, ma, allo stesso tempo, è chiaro che l’ostinazione americana a voler colpire in Siria rivela una parte del gioco mediatico, militare e diplomatico attuale. Alla faccia degli ostaggi, dei cristiani perseguitati, delle minoranze etniche e religiose, delle violenze sulle donne e della salvaguardia della democrazia e della libertà. Ciò che conta continua ad essere contenere la Russia e prepararsi a fronteggiare l’Iran.

Già…gli ostaggi, verso cui sembra volersi estendere il divieto americano ed inglese di trattativa. Anche per quelli europei, francesi ed italiani. Così il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, dopo aver dichiarato in un’intervista a Sky Tg24, che “riporteremo a casa gli ostaggi, non importa come“, che qualche sito ha sintetizzato usando il termine “trattare”, ha dovuto immediata precisare che: “Non ho mai detto ‘non importa come’ a riguardo del modo di riportare a casa i nostri rapiti, né ho utilizzato il termine ‘trattare’. Ho detto invece che l’Italia farà di tutto per riportare a casa i 6 rapiti, perché la nostra politica è di non abbandonare nessuno e per raggiungere questo obiettivo studiamo tutti i mezzi possibili e leciti”.4

Gli ostaggi servono alla causa della guerra, soprattutto se morti o uccisi barbaramente, e questi distinguo non sono che la prova della tensione e dell’indecisione che si vive negli uffici dell’intelligence e nei palazzi del governo di fronte alla drastica richiesta di Obama. Purtroppo l’uccisione ad opera di “fuoco amico” di Nicola Calipari, il numero uno dell’antiterrorismo dell’allora SISMI, avvenuto a Baghdad nel 2005 in occasione della liberazione di Giuliana Sgrena ancora insegna.

L’Italia, persa ormai qualsiasi autonomia politica, incapace persino di dar seguito a quella strategia politica che uno dei maggiori rappresentanti della Democrazia Cristiana, Paolo Emilio Taviani, aveva sintetizzo nella formula “la moglie americana e l’amante libica”, finge di tenersi ai margini del conflitto fornendo soltanto armi ai Curdi, addestratori per gli eserciti mediorientali coinvolti e rifornimenti in volo per i cacciabombardieri alleati.

Mettendo così definitivamente a rischio le vite degli ostaggi e i fragili equilibri mediterranei un tempo raggiunti ed oggi denunciati come errori o peggio. Mentre il direttore del quotidiano “democratico” per eccellenza chiama alla difesa dell’Occidente e dei suoi “sacri” valori e alla vera e propria guerra, contro Putin e contro l’Is, con un linguaggio che non si vedeva dai tempi della guerra, almeno allora, fredda.5

Nel frattempo, però, non è escluso che la Russia possa porre un veto al Consiglio di Sicurezza sull’estensione del conflitto alla Siria. Mosca è alleata del regime siriano di Bashar Al Assad e quindi si oppone allo Stato islamico suo nemico, non esitando a offrire aiuti al governo di Bagdad. Ma il presidente russo è pronto, come dimostra l’ordine di mobilitazione e di “pronti al combattimento” dato alle truppe stanziate sul fronte orientale nei giorni scorsi,6 ad opporsi anche muscolarmente a qualsiasi ingerenza americana sul territorio siriano. In un confronto che dall’Ucraina al Mediterraneo si va facendo sempre meno “freddo”.

Che per alcuni “alleati” il vero obiettivo, poi, sia l’Iran non vi possono più essere dubbi. Israele e Arabia Saudita, in particolare, spingono con forza in quella direzione da tempo. Da quando, cioè, la disastrosa campagna irachena condotta dagli Stati Uniti ha rafforzato i governi di Teheran, regalando di fatto agli sciiti il controllo di una vasta parte dell’Iraq medesimo. Ed una delle “colpe” principali del governo di Al Maliki, sciita, è stata forse quella di favorire un riavvicinamento del paese a Russia e Cina ed un allontanamento dagli USA. Mentre il governo di Obama si trova in una posizione altalenante in cui, da una parte chiede alle milizie sciite presenti sul territorio iracheno di collaborare alla guerra contro lo Stato islamico e, dall’altra, rifiuta di far sedere l’Iran allo stesso tavolo di trattative militari e politiche cui siedono anche i suoi due principali nemici (ed alleati degli USA).

Un altro paese che ha opposto un netto rifiuto all’uso delle proprie basi per operazioni di ordine militare in Siria è la Turchia di Erdogan. La scusa ufficialmente addotta è, in questo caso, quella dei 46 ostaggi turchi in mano alle milizie integraliste, ma è chiaro che l’opposizione all’intervento militare nell’area è dettato dal timore della realizzazione di uno stato autonomo curdo in Iraq, che potrebbe portare ad una richiesta di distacco della regione curda dalla Turchia stessa, alla fine o durante il conflitto stesso. In questo Ankara si trova a condividere gli stessi timori regionali di Siria, Iran e Iraq e quindi a propendere più in direzione di accordi con due nazioni (Siria e Iran) che attualmente la politica americana vorrebbe escludere, forse definitivamente, dai giochi politico-economici dell’area.

In tutto questo c’è da chiedersi come il popolo curdo non si sia ancora stancato di dipendere dalle decisioni dei principali clan famigliari (ad esempio il clan Barzani) che si spartiscono il potere nella regione e che, negli ultimi decenni, hanno contribuito a coinvolgerlo in tutti i conflitti dell’area, solo e sempre a vantaggio dell’imperialismo statunitense e delle speranze di arricchimento di alcuni leader attraverso lo sfruttamento delle aree petrolifere presenti sul territorio kurdo. Così come c’è da chiedersi come dopo il tradimento di Abdullah Öcalan, messo in atto dal governo D’Alema nel 1999, il PKK possa ancor a sperare di raggiungere qualche soluzione vantaggiosa attraverso la collaborazione con gli imperi d’Occidente. Una situazione di confusione politica, religiosa e clanica che ha portato anche diversi giovani curdi ad arruolarsi nelle file dell’Isis in Siria fin dal 2012.7

Se il Kurdistan, a differenza di quanto affermano i media occidentali, non è solo abitato da peshmerga è altresì vero che dei circa 30 paesi intervenuti alla conferenza di Parigi quasi il 20% di questi ( Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar) non possono essere considerati pienamente affidabili, poiché tutte le indagini volte ad individuare i possibili finanziatori dell’Isis portano nella direzione degli stati del Golfo e dell’Arabia Saudita in particolare.

Già, perché gli eserciti del califfato islamico si muovono non solo sotto la bandiera nera che tutti abbiamo visto sventolare nelle immagini televisive. Soprattutto dal punto di vista finanziario.
La frottola che tali gruppi si finanzino principalmente con il “contrabbando” di petrolio, i rapimenti e le trattative per la liberazione degli ostaggi alla lunga non regge. Infatti il pagamento di 20 milioni di dollari al Fronte al-Nusra da parte del Qatar per il rilascio dei 45 caschi blu originari delle Isole Fiji rapiti sulle alture del Golan, puzza di bruciato lontano un miglio e ha tutta l’aria di un finanziamento diretto travestito da intervento umanitario. Nei confronti, oltre tutto, di un gruppo da sempre vicino ad Al Qaeda e all’Isis ed oggi ben accetto a Washington per la sua partecipazione al fronte anti-Assad.8

Un funzionario dell’intelligence degli Stati Uniti sostiene che le risorse dell’Is superano quelle di qualsiasi altro gruppo terroristico della storia.9 Ma tale ipotesi si accompagna al tentativo di negare che tali gruppi non si servano più dei finanziamenti dei ricchi sceiccati arabi. Ora, però, se anche tale ipotesi fosse vera, vorrebbe dire che in passato tali formazioni terroristiche sono state coltivate e cresciute dalle ricche casate petrolifere arabe ovvero dai “fedeli alleati degli USA”. Torniamo dunque in quel teatro di ombre che sempre di più assomiglia alla nota caverna di Platone in cui le ombre proiettate dall’esterno sulle pareti confondono le idee degli uomini. In particolare del bue borghese, come avrebbe detto Marx, ma, troppo spesso, anche di quello pseudo-antagonista.

In un recente articolo, pubblicato sull’Huffington Post, Alastair Crooke , agente ed esperto di cose mediorientali per conto del britannico M-6, ha affermato: ” Con l’avvento della manna petrolifera gli obiettivi dei sauditi erano diventati quelli di “espandersi, diffondendo il wahhabismo10 in tutto il mondo musulmano”… di ‘wahhabizzare’ l’Islam, riducendo così “la pluralità delle voci all’interno di questa religione” in un “unico credo” — un movimento che avrebbe trasceso le divisioni nazionali. Miliardi di dollari furono – e continuano tutt’ora – ad essere investiti in questa manifestazione di soft power.Fu quest’esaltante combinazione di miliardi di dollari d’investimento nell’esercizio di soft power – e la disponibilità manifestata dai sauditi a orientare l’Islam sunnita secondo gli interessi americani, pur innestandovi il Wahhabismo attraverso le istituzioni scolastiche, la società e la cultura in tutti i paesi musulmani – che generò la politica occidentale di dipendenza dall’Arabia Saudita, una dipendenza che dura già dall’incontro di Abd-al Aziz con Roosevelt a bordo di una nave da guerra statunitense (di ritorno dalla Conferenza di Yalta) fino ad oggi […]Dopotutto, i movimenti islamisti più radicali venivano visti dai servizi segreti occidentali come strumenti utili per abbattere l’URSS in Afghanistan – e combattere leader e stati mediorientali che non godevano più del loro favore.

Perché sentirsi così sorpresi, allora, se dal mandato saudita-occidentale del Principe Bandar di gestire l’insorgenza siriana contro il Presidente Assad sia poi emerso un tipo movimento d’avanguardia neo-Ikhwan, violento e spaventoso: l’ISIS? E perché mai dovremmo sentirci tanto sorpresi – sapendone un po’ sul Wahhabismo – del fatto che gli insorgenti siriani “moderati” siano finiti col diventare più rari del mitico unicorno? Perché mai avremmo dovuto immaginare che il wahhabismo avrebbe generato dei moderati? Oppure, perché mai avremmo dovuto immaginare che la dottrina di “Un Leader, Un’Autorità, Una Moschea: sottomettetevi o morirete” potesse mai in ultima istanza condurre alla moderazione o alla tolleranza?
Oppure, forse, non ci siamo mai sforzati d’immaginare
11 Ma qui occorre per ora fermarsi.

mickey mouse 4 L’Is o, meglio, le varie milizie jihadiste costituiscono, inoltre, un mosaico molto composito in cui si manifestano anche i differenti interessi dei vari paesi del Golfo che, in alcuni, casi (Arabia Saudita e Qatar) hanno spesso interessi contrapposti in Siria e in Egitto. Quando, addirittura, non arrivano ad avere posizioni differenti a seconda che agiscano in Siria o in Iraq. Come il già citato Fronte al-Nusra.

L’unica cosa certa per ora è che si sta andando verso una guerra, i cui contorni, obiettivi e limiti, se ne avrà, non sono ancora ben definiti. Obama non sembra avere una road map che vada oltre il momento12 e la necessità di mantenere in vita lo sfiancatissimo cavallo imperiale statunitense. A qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Per ora con scarso impegno militare sul terreno, qualche bombardamento e il tentativo di costringere tutti gli attori regionali e occidentali a dichiararsi o a stringersi in un blocco sostanzialmente anti-russo ( a partire dalle sparate retoriche sull’indipendenza ucraina) e anti-iraniano. Tutto ciò mentre gli europei sono scoordinati, divisi e confusi e una parte significativa dei giocatori seduti al tavolo sta evidentemente barando.

Per di più, all’ombra di questo gioco e sulla pelle di centinaia di migliaia di civili, Israele sta tranquillamente preparando un’ennesima aggressione al Libano, paventando la pericolosità di Hezbollah (che in realtà ha sempre combattuto contro le forze integraliste sunnite); l’Egitto può continuare nella sua politica di normalizzazione dei beduini del Sinai, accampando la scusa di una presenza tra le varie tribù di una componente jihadista, e di messa al bando dei Fratelli Musulmani e gli Stati Uniti arrivano a lanciare l’allarme per una pericolosa presenza dell’Is anche in Estremo Oriente, preparandosi ad ammassare truppe in quel quadrante in funzione anti-cinese. Cosa cui non è rimasta indifferente la Cina che si è schierata con la Russia sulla questione dei possibili bombardamenti americani in Siria.

ombre di guerra1 Ma la cosa più grave, da un punto di vista anti-imperialista e anti-militarista, non è nemmeno costituita tanto dall’assenza di un qualsiasi movimento contrario alla guerra di qualche peso, quanto piuttosto dal fatto che, nel disastro generale, i disperati, i giovani proletari e i sotto proletari delle aree coinvolte dai massacri e delle periferie dell’impero siano diventati succubi dei nazionalismi e del fanatismo religioso oppure dei vacui discorsi democratici e progressisti; insomma di tutte le trappole ideologiche di cui si sono serviti gli imperialismi, potenti o straccioni non importa che siano, per affermare le loro logiche di dominio a partire dai due conflitti mondiali. Tutto ciò grazie anche al totale abbandono di qualsiasi riferimento alla lotta di classe da parte delle sedicenti sinistre occidentali. Che, in ultima istanza, nascoste dietro alla fasulla maschera dell’umanitarismo e della non violenza hanno abbandonato al proprio destino proprio coloro che tale stato di cose (i lavoratori, i giovani, gli sfruttati di ogni sesso e nazionalità) avrebbero potuto rovesciare, tanto in Occidente quanto in Oriente.


  1. Bernardo Valli, Raid contro l’Is, sì dei paesi arabi. A Obama l’appoggio degli “alleati riluttanti”  

  2. Bernardo Valli, art. cit.  

  3. Definito, ancora su La Stampa, “macellaio”. Domenico Quirico, Fra i tagliagole e il macellaio Assad in Siria non c’è più posto per i buoni, 15 settembre 2014  

  4. Claudia Fusani, Terrorismo, l’Italia ha ancora sei ostaggi. Barack Obama chiede agli alleati di non trattare, L’Huffington Post 14 settembre 2014  

  5. Ma nel momento in cui due parti del mondo lo designano contemporaneamente come il nemico finale e l’avversario eterno, l’Occidente ha una nozione e una coscienza di sé all’altezza della sfida? Ha almeno la consapevolezza che quel pugnale islamista è puntato alla sua gola, mentre Putin sta rialzando un muro politico e diplomatico che fermi l’America, delimiti l’Europa e blocchi la libertà di destino dei popoli?[…]Per tutto il breve spazio “di pace” che va dalla caduta del Muro all’11 settembre abbiamo lasciato deperire nelle nostre stesse mani il concetto di Occidente, mentre altri lavoravano per costruirlo come bersaglio immobile. Lo abbiamo svalutato come un reperto della guerra fredda e non come un elemento della nostra identità culturale, istituzionale e politica, quasi che fossimo definiti soltanto dall’avversario sovietico, e solo per lo spazio della sua durata.[…]Oggi noi dobbiamo vedere (se non fosse bastato l’11 settembre) che non è l’America soltanto il bersaglio, ma è questo nostro insieme di valori e questo nostro sistema di vita, fatto di libertà, di istituzioni, di controlli, di regole, di parlamenti, di diritti. E contemporaneamente, certo, di nostre inadeguatezze, miserie, errori, abusi e violenze, perché siamo umani e perché la tentazione del potere è l’abuso della forza. Ma la differenza della democrazia è l’oggetto dell’attacco, il potenziale di liberazione e di dignità e di uguaglianza che porta in sé anche coi nostri tradimenti, e proprio per questo il suo carattere universale, che può parlare ad ogni latitudine ogni volta che siamo capaci di comporre le nostre verità con quelle degli altri rinunciando a pretese di assoluto, ogni volta che dividiamo le fedi dallo Stato, ogni volta che dubitiamo del potere – sia pur riconoscendo la sua legittimità – e coltiviamo la libertà del dubbio.
    Hanno il terrore di tutto questo, nonostante la nostra testimonianza infedele della democrazia e il cattivo uso delle nostre libertà. Lo ha Putin, con la sua sovranità oligarchica. E lo ha radicalmente l’Is. Ma noi, siamo in grado di difendere questi nostri principi e di credere alla loro universalità almeno potenziale, oppure siamo disponibili ad ammettere che per realpolitik diritti e libertà devono essere proclamati universali in questa parte del mondo, ma possono essere banditi come relativi altrove? In sostanza, siamo disposti a difendere davvero la democrazia sotto attacco?
    ” in Ezio Mauro, L’Occidente da difendere, La Repubblica 5 settembre 2014  

  6. L’ordine di verificare le capacità combattive delle truppe russe sembrerebbe essere legato all’imminente avvio della campagna americana contro l’Is in Iraq e in Siria. Il ministero della Difesa russo, infatti, ha ribadito oggi che qualunque azione aerea delle forze armate americane sul territorio siriano senza un preciso mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sarà interpretato dalla Russia come un atto di aggressione unilaterale” in Putin ordina alle Forze armate russe: “Pronti al combattimento in Oriente”, La Repubblica 13 settembre 2014  

  7. i focolai jihadisti non sono una realtà nuova per il Kurdistan iracheno. Basti pensare che il 23 maggio scorso è stato sventato un attacco terroristico a Suleimani ordito ai danni di esponenti governativi dell’Unione patriottica del Kurdistan da parte di Aram Ozair, ventenne originario di Halabja che era tornato in Kurdistan dopo aver combattuto per 8 mesi tra le file dell’Isis in Siria. Originari di Halabja erano pure i 9 ragazzi curdi che nel novembre 2013 sono morti in Siria durante feroci scontri tra i miliziani dell’Isis e l’esercito di Asad. I giovani, tutti di età compresa tra i 17 e i 24 anni, erano stati assoldati dalle milizie dell’Isis nel 2011 e si erano uniti alla guerriglia jihadista in Siria. […]Secondo Mariwan Naqshbandi, ministro degli Affari religiosi del Kurdistan iracheno, molti uomini che si sono uniti all’Isis e combattono oggi in Siria sono stati membri attivi dell’organizzazione salafita curda Ansar al Islam. Questo gruppo terroristico ha cominciato a operare in tutto il Kurdistan iracheno a partire dal 2001; tra le azioni più note, si ricorda l’assassinio nel febbraio 2002 di Franso Hariri, governatore di Erbil. Nel 2003, Ansar al-Islam fu bombardata durante un’azione militare congiunta tra peshmerga e Forze speciali americane. L’organizzazione si è sfaldata in più fazioni, la principale delle quali è Ansar al-Sunna, autrice di decine di attacchi suicidi, di cui il più clamoroso è stato quello all’interno della mensa di una base americana a Mosul il 21 dicembre 2004 che causò la morte di 14 militari americani.
    Alcuni giovani curdi di Halabja si sono arruolati tra le file dell’Isisper per via dell’alto tasso di disoccupazione giovanile (7,7% nel 2012) e dell’analfabetismo (20,8% dei residenti sopra i 10 anni). Anche l’eredità ideologica di Ansar al-Islam e la glorificazione del jihad da parte di mullah curdi che avverrebbe tramite i canali televisivi locali sono ottimi volani per il reclutamento. Non vi è competizione con altre ideologie, perché non convincono in un Kurdistan in cui la tradizione curda, per certi versi più secolare rispetto all’islam saudita, resta comunque ancorata a valori predefiniti che lasciano poco spazio a iniziative autonome individuali.
    La pressione ideologica nelle scuole e nelle università è forte e volta alla formazione di personalità standardizzate. Per questo i non pochi religiosi curdi che incoraggiano il jihad in Siria presentandolo come un valore coranico raccolgono proseliti. Salim Shushkay, esponente di spicco dell’islam curdo, è stato recentemente accusato dai servizi segreti del Kurdistan di aver spinto ragazzi curdi ad arruolarsi tra le fila dell’Isis in Siria, accuse respinte fermamente. L’intelligence curda continua a indagare tra le moschee soprattutto della provincia di Halabja, che è considerata l’hub principale del fondamentalismo religioso in Kurdistan. È vero però che, tra i rifugiati siriani, alcuni giovani uomini che si sono trasferiti nel Kurdistan iracheno perché disertori o obiettori di coscienza vengono reclutati e addestrati in campi militari nella regione già dal 2012. La differenza sta non nella finalità ma nella mentalità
    ”, in Emanuela C. Del Re, Guerra a Isis, tregua con Baghdad: la strategia dei curdi d’Iraq, Limes Oggi on Line del 24 giugno 2014  

  8. Opposizione siriana, Qatar ha pagato riscatto di 20 milioni di dollari per rilascio caschi blu da al-Nusra”, La Repubblica 13 settembre 2014  

  9. Petrolio, tratta, rapimenti: Is è il gruppo terroristico più ricco della storia”, La Repubblica 14 settembre 2014  

  10. una forma di puritanesimo islamico radicale ed esclusionista – N.d. A.  

  11. Alastair Crooke, Non si può capire l’ISIS senza conoscere la storia del Wahhabismo in Arabia Saudita, traduzione di Stefano Pitrelli, Huffington Post 3 settembre 2014  

  12. Massimo Gaggi, “Ma Obama non ha una road map per quando il Califfato sarà sconfitto”, Corriere della sera 15 settembre 2015  

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World War Zombie https://www.carmillaonline.com/2014/08/22/world-war-zombie/ Thu, 21 Aug 2014 22:04:33 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16855 di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

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di Sandro Moiso papa1

Ogni volta che vedo un Papa non posso fare a meno di pensare ad una vecchia canzone di Edoardo Bennato: “Affacciati affacciati / coi tuoi gesti larghi / e con i tuoi vestiti bianchi…/ Affacciati affacciati / e facci uno dei tuoi discorsi / sulla pace universale…/ Affacciati affacciati / dicci che va a finire male”. Era il 1975 e uno dei più radicali e sottovalutati cantautori italiani coglieva in pochi versi e con molta ironia la “sostanza” delle comparsate papali: “Affacciati affacciati / non ti stancare…/ tanto sono quasi duemila anni / che stai a guardare...”

Le recenti esternazioni di Papa Francesco pertanto non mi hanno colpito più del dovuto, anche se, a dire il vero, il papa argentino ha avuto il pregio di anticipare almeno una parziale verità, costantemente rimossa dai governi e dai media, soprattutto a casa nostra: la Terza guerra mondiale si avvicina a passi da gigante. Nella più completa incoscienza dei politici, dei popoli e anche, bisogna dirlo forte e chiaro, di vasti settori dell’antagonismo sociale occidentale.

Ora, Papa Francesco non ha fatto una gran scoperta e non è uscito nemmeno troppo dal canone vaticano perché, se proprio si vuol guardare alla situazione internazionale senza preclusioni o bende ideologiche sugli occhi, dentro ai prodromi di un nuovo conflitto mondiale ci stiamo almeno fin dai tempi della prima guerra del Golfo. Dal 1991, da ventitre anni. Eppure, eppure…

Poiché la scuola ha insegnato a tutti che la Seconda Guerra Mondiale si è svolta dal 1939 al 1945, quasi nessuno osa pensare che le campagne africane del Duce, l’espansione giapponese in Estremo Oriente, le annessioni territoriali tedesche, la guerra civile spagnola, le politiche economiche degli stati dopo la Grande Crisi fossero già, di fatto, guerra mondiale. Così come oggi nessuno sembra voler intendere che dalla riunificazione tedesca in avanti, e non soltanto per colpa della Germania, le guerre prima già ampiamente diffuse nel mondo si sono riavvicinate sempre più pericolosamente a quello che era, e per certi fatti rimane, il cuore del capitalismo e, soprattutto, alle aree e alle situazioni irrisolte dei due precedenti conflitti globali.

Oltre a ciò va sottolineato che, da un punto di vista generale, soltanto una certa scarsa conoscenza della storia e dei processi economici reali può far sì che ancora si creda in alcuni ambienti che siano state le manovre keynesiane di intervento statale a far uscire il capitalismo dalla grande crisi degli anni ’30 e non, al contrario, le distruzioni, i massacri e l’intensificazione dello sforzo bellico-economico che lo accompagnò, insieme allo sfruttamento più che intensivo della manodopera dell’industria, coatta e/o schiava durante il conflitto e oltre. Per esempio durante i “gloriosi anni della Ricostruzione” (oggi assai più santificata della Resistenza anti-fascista). guerra_morte

La guerra oggi riparte esattamente da lì, dove il secondo conflitto mondiale l’aveva lasciata. Dai problemi irrisolti di allora (la spartizione territoriale dell’area centro-europea e del Medio Oriente), dalla necessaria ed inevitabile ridistribuzione in ambito imperialista dei ruoli economici e politici oltre che dei mercati (finanziari e commerciali) e delle materie prime (prima tra tutte, come allora, il petrolio). Con alcune aggravanti dovute all’indebolimento storico degli attori principali di allora (USA, Russia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Giappone e Italia) e al sorgere di nuovi ed agguerriti competitori economico-militari e diplomatici che al tempo contarono,invece, ben poco (prima di tutto la Cina, seguita però dall’India, dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia, dall’Iran e da un sempre più agguerrito, seppur apparentemente defilato, Sud Africa, solo per citarne alcuni).

Ripercorrere ancora una volta, qui, tutti i motivi di conflitto locale dal Nord Africa all’Ucraina sarebbe soltanto un noioso e ripetitivo esercizio scolastico, ma il viaggio del nostro Pinocchio fiorentino in Iraq rende obbligatorie alcune considerazioni legate nello specifico, ancora una volta, al Medio Oriente e al Nord Africa.
E proprio qui su Carmilla si è già accennato in tempi recenti ad un prevedibile e farsesco, oltre che pericoloso, esercizio muscolare di stampo mussoliniano che il governo degli incapaci avrebbe dovuto mettere in atto per far vedere all’Europa e al mondo (oltre che al tremebondo elettorato interno) le proprie capacità di iniziativa.

D’altra parte, dovremmo saperlo bene tutti, le guerre sono spesso state anche delle momentanee uscite di sicurezza per regimi e governi in difficoltà. Naturalmente la nostra genia di incapaci (con una Ministra della Difesa che afferma che uno scontro tra due caccia-bombardieri Tornado in volo si è svolto tutto “rispettando gli standard di sicurezza” e una ministra degli Esteri che parla alle Camere più per convincere se stessa di essere una candidata accettabile per una poltrona europea più che per esporre fatti e propositi dotati di un minimo di coerenza) non poteva far altro che infilarsi, a caccia di onori e gloria, in uno dei peggiori gineprai del pianeta. Quello siro-curdo-iracheno con contorno di jihad islamica finanziata dalle monarchie del Golfo e dall’Arabia Saudita.

Roba che fino ad ora ha fatto tremare i polsi a gente poco pratica di guerra come americani, francesi, inglesi; incapaci di decidere quale scelta possa essere la meno costosa ed errata per l’imperialismo occidentale dopo i clamorosi passi falsi fatti nel corso degli ultimi anni dalla Libia alla Siria ( come ha dovuto velatamente ammettere pochi giorni or sono lo stesso David Cameron).
Continuare a chiudere un occhio sull’invasiva presenza saudita dalla Libia all’Iraq oppure mandare a carte quarantotto gli equilibri raggiunti in quell’area grazie, anche alla spartizione del Kurdistan tra Turchia, Siria, Iraq?
Continuare a trattare come demone l’Iran oppure cogliere l’occasione di attrarlo nei giochi occidentali inimicandosi, però, Israele e Arabia Saudita? E, soprattutto, aprendo una diversa trattativa sul nucleare di Teheran?1
Inviare armi, soldati e ulteriori “aiuti” economici nell’area ( e a fianco di chi poi, visto che fino a qualche mese fa il principale nemico era il regime di Assad in Siria) oppure astenersi pilatescamente ed aspettare di vedere chi potrebbe essere il candidato più forte a cui affidare il governo di una delle aree del pianeta più ricche di petrolio?

Ma, come nella classica barzelletta in cui all’idiota di turno viene detto: “Vai avanti tu che a me vien da ridere”, il Sindaco d’Italia si è fatto perniciosamente avanti e, come per altre mille questioni irrisolte o aggravate dai perentori interventi del suo esecutivo, ha deciso che avrebbe smosso le acque…bisogna fare in fretta! L’Italia, l’Europa, il Mondo ce lo chiedono!!

Mancano solo i milioni di baionette promesse da Mussolini, sostituite però dalle migliaia di kalashnikov sequestrati ad una nave ucraina durante le guerre balcaniche. Come dire: poca spesa, molta resa! annuncio_guerra
E infatti c’è da chiedersi quale sarà la “rendita” a cui mira l’improvvida ed avventuristica uscita del nostro presidente del consiglio. Recuperare in Iraq le forniture di petrolio perse con l’affaire libico? Affermare che la diplomazia italiana, e quindi la Mogherini, è degna di rappresentare gli interessi europei su scala internazionale? Ma, quali sono gli interessi europei? Siamo proprio sicuri che dalla Germania al Regno Unito passando per la Francia gli interessi siano davvero comuni?

Oppure solamente aprire la strada ad un intervento occidentale che, per ragioni di equilibrio interno ed internazionale, Obama può soltanto indicare ma non garantire e definire di più?
Basta guardare ad alcuni dei principali quotidiani nazionali degli ultimi giorni per capire la confusione in cui versa tutta l’iniziativa politica italiana. La Stampa, come al solito filo-israeliana ed imbeccata dai servizi del Mossad, indica nel Qatar il principale finanziatore dello Stato Islamico e per fare ciò ricollega questo sia ai Fratelli Musulmani che ad Hamas, nel tentativo di suggerire una fragile equazione in cui il progetto dei jihadisti siriaco-iracheni è parallelo a quello di Hamas e quindi, quest’ultima formazione politica deve essere bombardata ed annichilita insieme a tutti i Palestinesi, nemici di Israele.2

Posizione il cui primo risultato sembra essere quello delle rivelazioni derivanti dalla desecretazione dei documenti riguardanti i legami e i patti intercorsi tra l’OLP di Arafat, il Sismi e la Dc.3 Una “tempestiva” iniziativa che rompe definitivamente con la tradizione politica seguita per decenni nell’area mediorientale e mediterranea dai governi italiani e che consegna definitivamente ogni iniziativa politica di Roma nelle mani dei servizi anglo-americani ed israeliani.

La Repubblica, invece, tende a cogliere nel coacervo di rivalità e mire espansionistiche, almeno dal punto di vista finanziario, petrolifero ed anti-iraniano, presenti tra gli stati del Golfo (Arabia Saudita e Kuwait in testa) l’origine dell’attuale situazione in Medio Oriente e in Nord Africa ed indica nell’Egitto uno degli “attrattori fatali” degli attuali contrasti. Ma ha almeno il buon gusto di far risalire l’attuale groviglio medio orientale all’arroganza coloniale espressa, dopo il primo conflitto mondiale, dall’Asia Minor Agreement firmato e voluto dal francese Francois Georges-Picot e dall’inglese Mark Sykes che ridisegnò i confini dei territori dell’ex-impero ottomano.4 Mentre uno strano incidente, verificatosi a Parigi nei giorni scorsi e riferito da Repubblica il 18 agosto, sembra avvallare una certa attenzione dei servizi segreti di varie nazioni nei confronti di possibili trame saudite. Infatti un corteo di automobili di un principe saudita è stato attaccato da un commando armato di kalashnikov a Parigi. Non vi sono vittime, ma sono stati rubati almeno 250.000 euro in contanti e documenti definiti “sensibili” dalla polizia francese. Il corteo aveva lasciato l’ambasciata saudita e si stava dirigendo verso l’aeroporto di Le Bourget. Si è trattato, ha riferito una fonte della polizia, di “un modo di agire inusuale e raro. Sicuramente erano ben informati” sulla composizione del corteo e sul contenuto stipato nelle auto che lo formavano.

L’unica cosa certa è che la questione non si risolverà troppo in fretta, che non sarà poco costosa e che chi si sta attualmente precipitando disordinatamente nel centro dell’arena rischia soltanto di anticipare i tempi di apertura delle porte dell’inferno. Sembra rendersene conto perfino Lucia Annunziata che in un recente articolo sull’Huffington Post afferma: “Le decisioni che l’Europa e l’Italia stanno maturando in queste ore contengono un passaggio tremendamente nuovo e definitorio: dare armi ai curdi significa infatti oggi rientrare appieno, sia pur indirettamente per ora, nel conflitto iracheno e mediorientale in generale. Spero che le nostre classi dirigenti vorranno parlarcene senza veli[…] Ma ci diranno tutti loro questa verità? Intervenire in Medio Oriente (e sulla Russia, e in Libia,dove operiamo già con nostre operazioni “segrete”) è più che mai urgente […] Ma sicuramente non rimandabile è un chiarimento con le nostre opinioni pubbliche sulle conseguenze delle decisioni che la classe dirigente sta prendendo“.5

Gli appelli a salvare cristiani e yazidi nascondono soltanto le mire imperialistiche diverse dei vari attori. I civili, ci dispiace ancora una volta per tutte le anime belle che, dalla Serbia all’Afghanistan al Kurdistan di oggi, hanno sempre giustificato come “umanitari” i bombardamenti e gli interventi militari occidentali, non interessano realmente a nessuno. Dalla striscia di Gaza a Mosul, passando attraverso tutta la storia delle guerre del XX e del XXI secolo, nessuno si preoccupa realmente di loro o della loro sorte. Tutti potenziali ostaggi della guerra, degli imperi e degli scoop mediatici.
Perché, oggi, la crisi economica e politica internazionale grida: “Guerra!”
Mentre i nostri politici irresponsabili sanno soltanto rispondere: “E così sia”.

ROUSSEAU - La guerraLa guerra si avvicina a passi da gigante.
Il capitale deve rigenerarsi come un vampiro attraverso le distruzioni, i massacri e le ricostruzioni in grande scala, ma
l’antagonismo di classe non può che avere una posizione anti-imperialista e anti-bellicista.
Ma se ho parlato a lungo delle irresponsabili scelte italiane è soltanto perché il nostro vero nemico è, prima di tutto, qui. In casa.

Una classe dirigente acefala, in grado soltanto di straparlare tenendo le mani in tasca e di cercare di trarre profitto dalle sofferenze altrui, sia che si tratti di lavoratori, giovani e pensionati italiani soffocati dalla crisi, sia che si tratti dei palestinesi o dei popoli soffocati dalle guerre, dai nazionalismi e dalle religioni in ogni parte del mondo.

La guerra potrebbe servire a prolungare ancora una volta (altro che keynesismo!) la vita di un morto vivente chiamato capitale. Trasformiamola, con le nostre lotte, in una guerra contro gli zombie del profitto e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di una classe su un’altra e di alcune nazioni (qualsiasi esse siano) su tutte le altre. Fino alla loro definitiva scomparsa dagli orizzonti futuri della specie.


  1. cfr.Iraq, Iran: “Pronti ad agire contro Isis in cambio di progressi sul nucleare”, Huffington Post 21 agosto 2014  

  2. Maurizio Molinari, Ecco chi finanzia il califfato del terrore, La Stampa 21 agosto 2014  

  3. Andrea Palladino, Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi, L’Espresso 21 agosto 2014  

  4. Bernardo Valli, L’inganno feroce del califfato, La Repubblica 21 agosto 2014  

  5. Lucia Annunziata, Dare armi ai curdi è un’operazione militare, parliamone senza ipocrisia, Huffington Post 19 agosto 2014  

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Chi vince e chi perde a Gaza https://www.carmillaonline.com/2014/08/01/vince-perde-gaza/ Fri, 01 Aug 2014 21:40:57 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=16523 di Sandro Moiso

gazaE’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.

A Gaza si combatte e si muore non solo perché il popolo palestinese possa affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome. A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del [...]]]> di Sandro Moiso

gazaE’ sicuramente difficile da fare in momenti in cui l’orrore e la rabbia per il massacro dei palestinesi rischiano di prendere il sopravvento sulla riflessione, ma occorre mantenere il necessario distacco dall’immanenza degli eventi per poter meglio comprenderli ed inquadrarli nel loro reale contesto storico e politico.

A Gaza si combatte e si muore non solo perché il popolo palestinese possa affermare il proprio diritto all’esistenza e a quella di uno stato degno di questo nome.
A Gaza non agiscono soltanto lo stato fascista di Israele e i rappresentanti del sionismo più aggressivo.
A Gaza non si può guardare soltanto con gli occhi dell’umanitarismo becero del cattolicesimo e del generico pacifismo.
A Gaza si sta giocando una partita mondiale.

Partita che si è aperta ormai da molti anni e che, con buona pace di chi predicava circa vent’anni fa la fine della storia, vede venire al pettine tutti i nodi della storia del novecento e della crisi del dominio occidentale (economico, politico e militare) sul globo.
Gli Stati Uniti non sono più credibili e l’Europa Unita è un puro concetto filosofico di scarso valore ed entrambe questa realtà non hanno più la forza di risolvere le crisi internazionali. Né con la diplomazia, né e tanto meno con gli eserciti.

Su questo non c’è alcun motivo per versare lacrime, come alcuni infausti democratici ed intellettuali più sinistri che di sinistra, vorrebbero forse fare.
Il capitalismo e l’imperialismo occidentali stanno declinando rapidamente dopo essersi illusi di aver sconfitto la lotta di classe e dei popoli soltanto perché alcune sigle e definizioni sono scomparse essendo diventate obsolete e prive di significati reali.

Ma la lotta di classe, all’interno di un sistema diviso ed organizzato per trarre profitto dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, non può scomparire. Così come non possono sparire a comando, e nemmeno in seguito alla più terribile repressione, le richieste dei popoli oppressi di veder riconosciuti i propri diritti inalienabili. Poiché, in ultima analisi, la lotta di classe e l’anti-imperialismo non sono soltanto patrimonio del marxismo, del comunismo o dell’anarchismo, ma delle contraddizioni reali, radicate nella storia e nell’economia del sistema mondo.

Allo stesso tempo le contraddizioni del dominio e della spartizione imperialistica del globo stanno venendo a galla. In maniera sempre più evidente e proprio grazie all’indebolimento, non solo di immagine, dell’imperialismo occidentale.
Costretto ormai a delegare, anche contro voglia, ad altri il proprio ruolo di controllore planetario.
Il falso trionfo del 1989 mostra ora le sue drammatiche conseguenze e la spartizione del mondo tra due sole superpotenze è stata sostituita da un intricatissimo gioco di grandi e medie potenze locali con aspirazioni planetarie.

Ma tagliamo subito la testa al toro: oggi a Gaza non sta vincendo Israele.
Come già non aveva vinto nella guerra libanese del 2006, condotta con lo stesso dispiegamento di forze, mezzi e violenza distruttiva. Anzi, l’immagine dello stato ebraico ha iniziato a sfaldarsi anche là dove, per esempio presso l’opinione pubblica americana, era sempre risultata più convincente e vincente.

Non vince l’ebraismo che, sempre di più, viene accomunato alla responsabilità dei massacri perpetrati in Palestina, nonostante le voci critiche nei confronti del sionismo armato israeliano che provengono, sempre più numerose, dall’ambito della comunità ebraica internazionale e anche, seppure in maniera minore, dall’interno della stessa Israele.

Nel corso degli anni il governo sionista ha spinto il paese tra le braccia dei peggiori avversari e dei più acerrimi nemici dell’ebraismo: le destre di governo occidentali (dal Partito Repubblicano negli USA a Forza Italia qui da noi) e l’Arabia Saudita. Nemica di ogni emancipazione sociale, politica e nazionale in tutto il Medio Oriente e nel Nord Africa e, soprattutto, dell’Iran.

Ne abbiamo già parlato altre volte su Carmilla: non si può capire cosa è avvenuto in Nord Africa e Medio Oriente, dalla caduta del regime di Gheddafi alla guerra in Siria e fino all’attuale “califfato iracheno”, se non si considera l’azione lenta ed inesorabile dell’Arabia Saudita e di alcuni suoi concorrenti degli Emirati per accaparrarsi le riserve petrolifere dell’area e il controllo politico e militare delle aree geografiche interessate

Infatti tra i vincitori dell’attuale scontro a Gaza vanno annoverati, in primo luogo, i sauditi.
Dalla Libia alla Siria, giù forse fino al Mali e alla Nigeria, le milizie integraliste che si scontrano tra di loro e con i rimasugli del potere statale superstite, lo fanno in nome dell’Arabia Saudita e del Qatar ovvero del petrolio. Occorre dirlo: Al Qaeda di Osama Bin Laden era al confronto una sorta di internazionale progressista, con l’idea di rovesciare il regime saudita, nazionalizzarne le risorse e le ricchezze e non abbandonare, almeno a parole, i vari popoli in lotta al loro destino.

Il progetto visionario, e per molti versi reazionario di Bin Laden, era, nonostante tutto, altra cosa da quello che si sta realizzando tra Iraq e Siria. Da quest’ultimo e dalle milizie jihadiste presenti in Libia e Siria non è mai giunta nemmeno una voce a difesa dei palestinesi. Anzi nei primi giorni del dramma si è cercato di distrarre l’attenzione degli arabi da Gaza attraverso la distruzione della moschea e del mausoleo di Giona.

Certo se si segue con attenzione lo sviluppo degli avvenimenti dal 2010 in avanti ci si accorge che lentamente ed inesorabilmente le milizie jihadiste si sono progressivamente impegnate, non solo nelle aree petrolifere del continente africano e del Medio Oriente, a coinvolgere in uno scontro militare senza fine tutte quelle forze che, in un conflitto locale o allargato, avrebbero potuto prestare il loro appoggio all’Iran: Hezbollah, Siria e Hamas.

L’obiettivo di indebolire i potenziali alleati del principale nemico comune di Israele e Arabia Saudita è stato infatti raggiunto con l’aggravante, se vogliamo così dire, di aver diviso tra di loro anche alcune di queste forze. Per esempio proprio Hamas e Fratelli musulmani che dopo aver preso le distanze, in maniera opportunistica e becera, dal regime di Assad, sperando in un riconoscimento occidentale, si sono trovati poi alla mercé del colpo di stato militare egiziano (di cui il principale sponsor è stata proprio il capitale saudita) e dell’attacco israeliano (con poco o nessun appoggio militare dai cugini di Hezbollah, già fin troppo impegnati sul fronte siriano).

Cosa quest’ultima che ha spinto e spinge i militanti di Hamas ad intensificare l’azione di “bombardamento” del territorio israeliano per dimostrare la propria esistenza in vita.
Certo la resistenza dei militanti del suo braccio militare ha dell’eroico e il fatto stesso che Israele abbia dovuto richiamare altri 16.000 riservisti, facendo arrivare a quasi 100.000 i militari impegnati nell’operazione di invasione e controllo territoriale della striscia di Gaza, lo dimostra.

D’altra parte fino ad ora le truppe di terra sono state maggiormente impegnate nelle aree agricole e più scoperte della Striscia. Le aree urbane possono essere devastate , distrutte e massacrate, ma difficilmente conquistate come dimostra tutta la storia del ‘900 da Leningrado a Varsavia fino a Grozny. Le vittime dell’esercito di Israele aumenterebbero in maniera sproporzionata e il costo potrebbe risultare troppo alto anche per i più famigerati sostenitori israeliani dell’operazione.

Ma, nonostante ciò e a differenza di Hezbollah nel 2006, molto probabilmente anche Hamas non risulterà nel novero dei vincitori di questo conflitto: troppi morti e troppi sacrifici costerà il tutto ai Palestinesi di Gaza e questo sicuramente significherà un indebolimento delle sue posizioni, politiche e militari.
Mentre l’ipocrisia pacifista ed umanitaria che finge ancora che si possano fare guerre senza coinvolgere i civili e le strutture pubbliche (scuole, ospedali, abitazioni civili, infrastrutture di vario genere) nella distruzione, raggiungerà sicuramente il risultato di confondere ulteriormente le idee sul conflitto e sulle sue cause.

ONU, Ban Ki Moon, Obama, democratici di sinistra e di vario genere, pacifisti cattolici e mille altri pensano che sia possibile limitare i danni, pur mantenendosi equidistanti e riconoscendo il diritto all’autodifesa di Israele. Stupidi, arroganti e ignoranti che pensano, con parole di cordoglio, di nascondere che ogni difesa non può essere che attacco e che, nel caso di Israele, tale difesa può usufruire di mezzi di offesa straordinariamente efficaci e distruttivi.

Dimenticano, tutti e senza distinzione, che già nel 1921 proprio un teorico italiano, Giulio Douhet, nel suo testo “Il dominio dell’aria” (poi divenuto a livello internazionale una vera bibbia della guerra aerea) teorizzava l’uso dell’arma aerea come strumento di distruzione totale delle infrastrutture economiche e civili e di vero e proprio terrorismo nei confronti della popolazione soggetta ai bombardamenti. Infatti l’aviazione militare, dalla guerra civile spagnola alla seconda guerra mondiale e dal Vietnam all’Iraq e a Gaza non è stata mai utilizzata per la guerra intelligente (che già di per sé costituisce un curioso ossimoro), ma solo e sempre in chiave terroristica.

Scoprirlo ogni volta, con pianti e strepiti istituzionali e privi di conseguenze, è assolutamente ridicolo e fuorviante. La guerra è la guerra ed è diritto degli oppressi denunciarlo ed opporsi ad essa con ogni mezzo necessario. Altrimenti si rischia di tornare ancora una volta a giustificarla sotto forma di “operazioni di polizia” oppure di “pacificazione” oppure, ancora, con le mille altre formule elaborate dall’opportunismo immarcescibile nel corso degli anni.

Israele, l’abbiamo già detto, anche se dovesse radere al suolo la striscia di Gaza e massacrare tutti i suoi abitanti non vincerà mai questa guerra. Non solo per l’immagine, ma anche perché attraverso di essa e, soprattutto, con una possibile futura guerra all’Iran si sarà totalmente messa nelle mani dei suoi peggiori nemici/amici. Prima di tutto l’Arabia Saudita che, quando avrà acquisito il controllo di quasi tutte le aree petrolifere più importanti dell’Africa e del Medio Oriente avrà buon gioco a ricattare gli USA e ad utilizzare i regimi jihadisti e califfati vari contro Israele stessa.

Nel disastro del Medio Oriente, dopo aver distrutto i movimenti classisti e laici e gli stati nazionali nati da moti anti-coloniali, gli occidentali non hanno più che una carta: la forza militare di Israele.
Dopo aver alimentato il mostro integralista pur di troncare qualsiasi appartenenza di classe e dichiaratamente anti-imperialista dei movimenti in Africa del Nord e Medio Oriente oggi scoprono che dal califfato islamico iracheno e siriano, giù fino alla Palestina, passando per il Libano, e fino a gran parte dell’Africa essi hanno coltivato, da un lato, forze incontrollabili legate agli interessi e agli investimenti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi e dall’altra, e questa la cosa più interessante per l’antagonismo sociale, dei momentanei contenitori per una rabbia che non può più essere ulteriormente compressa.

Una rabbia che affonda le sue radici nelle contraddizioni di classe e nella miseria, ma anche, e forse soprattutto, in quelle ridicole divisioni territoriali legate agli interessi, prima, europei e, poi, americani che, a partite dalla spartizione dell’impero ottomano, dopo la prima guerra mondiale, e dalla dichiarazione Balfour del 1917 hanno riempito il Medio Oriente di linee di confine verticali ed orizzontali che non hanno mai tenuto conto delle reali esigenze dei popoli coinvolti. Come già il Congresso di Berlino del 1885 aveva fatto con il continente africano.

Lasciamo pure piangere i filistei, soprattutto di sinistra, sugli orrori della guerra. Lasciamoli scoprire che ad ogni tornata di guerra l’antisionismo si trasforma, troppo spesso, nel più bieco e volgare antisemitismo. Lasciamoli credere che il sionismo sia divenuta l’unica espressione possibile dell’ebraismo. Tutti uniti nel dire che non è più possibile schierarsi in questo conflitto, ma lasciateli perdere perché sono già politicamente e socialmente morti.

Tutti i nodi stanno venendo al pettine e l’Occidente è debole come non mai. Mickey Mouse Obama ne è la migliore esemplificazione. E tutti, ma proprio tutti, corrono a mettersi al riparo delle bombe israeliane, sperando che queste li salvino un giorno da ben altri missili sparati contro di loro e da ben altri conflitti, militari e di classe.

Ma i calcoli degli “occidentalisti”, quelli che sventolano in questo contesto le bandiere della democrazia greca, del femminismo di facciata e del cristianesimo di papa Francesco, sono errati e nascondono solo il vuoto politico, esattamente come i discorsi del bulletto di Firenze, e la paura. Di perdere. Tutto.

Anni fa, quando cominciarono le guerre afgane, chi scrive ebbe modo di affermare che la potenza militare statunitense si sarebbe rivelata un colosso d’argilla nei confronti dei combattenti che portavano solo sandali ai piedi e un kalashnikov a tracolla. Mi sembra che nulla abbia contraddetto quella affermazione. Anzi.
Oggi a Gaza è lo stesso. Gli israeliani potranno uccidere migliaia di palestinesi: combattenti, donne e bambini. Ma non vinceranno mai.

La specie nel suo insieme vuole continuare a vivere e non potrà sopportare in eterno una suddivisione dei beni, dei territori e delle risorse che implica una condanna alla miseria e alla morte per miliardi di individui da Sud a Nord e da Est a Ovest.
Nelle sue sempre più spaventose convulsioni il modo di produzione capitalistico, soprattutto qui in Occidente, non ha più altre risposte che la repressione, lo strozzinaggio finanziario e i bombardamenti. Così oggi, non solo per scelta ma neanche solo per necessità, siamo tutti Palestinesi davanti alle forze del capitale.
Ma alla fine la risposta di “quei piccoli uomini e di quelle piccole donne”, di cui ha parlato recentemente Valerio Evangelisti in un articolo, “chiamati a compiti molto più grandi di loro e delle loro capacità”, sarà adeguata e giustificata e ne decreterà la fine insieme a quella di tutti i suoi servi.

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