profeti – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 22 Jul 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il poeta che cantò la gravitazione universale e la caduta (degli angeli e degli uomini) https://www.carmillaonline.com/2026/07/22/il-poeta-dalla-brutta-voce-che-canto-la-gravitazione-universale-e-la-caduta-degli-angeli-e-degli-uomini/ Wed, 22 Jul 2026 20:00:11 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=95113 di Sandro Moiso

Christophe Lebold, Leonard Cohen. L’uomo che ha visto cadere gli angeli, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 618 (di cui 32 di immagini e fotografie), 26 euro

Definire monumentale l’opera dedicata da Christophe Lebold a Leonard Cohen, di cui è stato ammiratore e amico, è ancora poco. Non tanto per le dimensioni del volume e per il numero delle pagine ma, soprattutto, per la cura e l’attenzione che l’autore dedica ad una delle figure più complesse della musica e della poesia, se non della letteratura, degli ultimi sessant’anni.

Inseguendo, infatti, l’artista canadese tra i suoi romanzi, [...]]]> di Sandro Moiso

Christophe Lebold, Leonard Cohen. L’uomo che ha visto cadere gli angeli, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 618 (di cui 32 di immagini e fotografie), 26 euro

Definire monumentale l’opera dedicata da Christophe Lebold a Leonard Cohen, di cui è stato ammiratore e amico, è ancora poco. Non tanto per le dimensioni del volume e per il numero delle pagine ma, soprattutto, per la cura e l’attenzione che l’autore dedica ad una delle figure più complesse della musica e della poesia, se non della letteratura, degli ultimi sessant’anni.

Inseguendo, infatti, l’artista canadese tra i suoi romanzi, nella sua poesia, nei testi delle sue canzoni, e dopo aver ascoltato il suo incessante dialogo con la religione ebraica, il Buddhismo e la filosofia zen oppure con le stanze d’albergo e nei luoghi della sua vita errante, con estrema attenzione Lebold, che è professore associato all’Università di Strasburgo dove insegna letteratura, storia dello spettacolo e storia della musica rock, ha saputo, attraverso un’imponente mole di materiale, dare vita non solo ad una biografia appassionata, ma anche a un saggio critico estremamente erudito.

In una ricostruzione in cui filosofia, religiosità e letteratura si fondono attraverso le canzoni dello stesso, a giudizio di chi qui scrive, soprattutto nei primi nove album in studio registrati in un periodo di tempo che va dal 1967 (Songs of Leonard Cohen) al 1992 (The Future), anche se la sua carriera artistica, di cui Lebold tiene perfettamente conto, sarebbe proseguita con altre numerose incisioni dal vivo e altri sei album tra il 2001 e il 2019. Considerato l’ultimo uscito postumo, tre anni dopo la sua morte, proprio in quell’anno: Thanks for the Dance.

Cohen, che nell’ultima parte della sua vita aveva contribuito, collaborando con lo studioso francese, alla stesura finale di questa biografia, era nato a Montreal nel 1954 in una famiglia di ebrei ortodossi immigrata in Canada, il cui cognome sembrava già anticipare il suo stesso destino, visto che gli israeliti che portano il cognome Cohen, si ritengono discendente in linea diretta maschile da Aronne, fratello di Mosè.

E’ però inevitabile, giunti a questo punto, accennare a ciò che avvicina e allontana il cantautore canadese dall’altro grande innovatore della musica folk statunitense, anche lui di origine ebraica e figlio di madre nata, come quella di Leonard in una famiglia lituana di origine: Robert Allen Zimmerman, meglio noto come Bob Dylan.

A partire dal nome pienamente accettato anche sulla scena dal primo, Leonard Norman Eliezer Cohen, e dal cambiamento della propria immagine pubblica attraverso l’assunzione del nome Bob Dylan del secondo nato, sette anni dopo il canadese, a Duluth nel Minnesota, ma arrivato nella Grande Mela, quando le cose per la musica folk americana iniziavano a cambiare, nel 1961, intorno ai vent’anni, e dove Cohen giunse, attirato proprio da quella nouvelle vague di poeti armati di chitarre che si riunivano in luoghi e locali del Greenwich Village, qualche anno più tardi, nel 1966, a trentadue anni.

Prima di giungere a New York, Cohen aveva già pubblicato poesie, sia in raccolte a stampa che su disco, sotto forma di reading, in Canada fin dal 1957; cosa che aveva contribuito a farlo definire da una parte della critica come «il migliore giovane poeta contemporaneo del Canada anglofono»1. Arrivò, insomma, già con l’allure dell’intellettuale e del poeta che, a differenza di Dylan, non aveva bisogno di abbeverarsi alle fonti della musica tradizionale, del blues e del rock’n’roll per giungere a dar forma al suo personale discorso/percorso artistico.

Così, mentre Bob dopo l’incontro con Woody Guthrie, Pete Seeger, Dave Van Ronk e Joan Baez inizierà a stravolgere la musica folk tradizionale, giungendo poi ad elettrificarla proprio nell’anno in cui Leonard giungeva a New York, il secondo avrebbe trovato nelle vie della metropoli quegli angeli caduti e quegli amori delusi e infranti che abiteranno gran parte dei suoi testi, in versi e in prosa, e delle sue canzoni. Arrivando così a unire la sua poesia con il suono di una società in movimento, verso il futuro ma con solide radici nel passato.

A caratterizzare le canzoni di Cohen, però non sarà l’invenzione musicale, anzi si può dire che il suono di quegli anni, ma anche dei decenni successivi, sarà sempre molto stringato e semplice, con qualche scarso riferimento alla musica country o a un folk più “internazionale” che esclusivamente statunitense (come invece fu sempre quello di Dylan) e certo, agli inizi, non la sua voce che, come ci racconta Lebold, fu considerata brutta e inadatta a cantare. Saranno invece i temi trattati e in particolare quello della caduta a colpire pubblico e critica:

L’arte di Leonard Cohen scaturisce da un’acutezza visiva estremamente specifica: vede gli uomini cadere. E insieme a loro le donne, i santi e gli angeli. Ci troviamo quindi davanti a una fascinazione per i corpi che cadono e a una carriera dedicata a un’esplorazione metodica, pressoché sensuale, delle leggi di gravita. Il suo oggetto: come e perché cadiamo, da quali altezze, seguendo quali traiettorie. Il suo obiettivo dichiarato: affermare con il necessario rigore la bellezza insondabile dei corpi che cadono e spiegare perché gli uomini cadono, incessantemente.
Dapprima nelle vesti di poeta e romanziere e poi in quelle di troubadour internazionale, Cohen ha osservato ovunque – a Montreal, sull’isola greca di Idra, negli alberghi di New York e nei vigneti del Luberon– le infinite variazioni della gravità all’opera: tragici tracolli da una parte, salti negli abissi interiori dall’altra, e dappertutto comici scivoloni sulle bucce di banana della vita2.

E’ chiaro che la caduta ha a che fare innanzitutto con la perdita della grazia o dello stato di grazia, un tema che riavvicina, o meglio rivela la vicinanza dei suoi testi al tema biblico della salvezza, di cui però non può esservi certezza. Una visione biblica, legata all’Antico Testamento e ai dubbi della riflessione rabbinica sulla Torah che farà sì che Leonard Cohen, nonostante sia diventato in seguito monaco zen, dopo anni di studio e isolato raccoglimento, non si allontani mai dal suo intimo essere “ebreo”.

Altra cosa che lo differenzia da Dylan, che pur nel suo percorso si avvicinerà a tratti e si allontanerà in altri periodi a quella stessa radice religiosa, sarà data dal fatto che l’attenzione del secondo per le scritture sembra derivare più dalle “storie” in esse narrate che dal vero e proprio contenuto “sacro”3. Differenza certificata anche dalle dichiarazioni dello stesso Zimmerman/Dylan che, nel 1984, in occasione di una domanda riguardante la sua appartenenza ai “cristiani rinati” o se fosse affiliato a qualche chiesa o sinagoga,avrebbe risposto a Kurt Loder di «Rolling Stone»: «No davvero. Uh, forse la “Chiesa della Mente Avvelenata”».

Mentre in un’intervista rilasciata a David Gates per «Newsweek» del 6 ottobre 1997, avrebbe aggiunto: «Ecco come stanno le cose tra me e la religione. Questa è la pura verità: trovo la religiosità e la filosofia nella musica. Non la trovo da nessuna altra parte. Canzoni come Let Me Rest on a Peaceful Mountain o I Saw the Light — questa è la mia religione. Non aderisco a nessun rabbino, prete, evangelista, ecc… Ho imparato di più da queste canzoni che da qualsiasi altro tipo di entità. Le canzoni sono il mio lessico. Io credo nelle canzoni».
Non altrettanto avrebbe potuto invece dire il cantautore canadese che, sempre secondo il suo biografo francese:

Armato della forza visionaria che permette di vedere il mondo esattamente per quello che è, ha affilato i suoi strumenti lungo il cammino: una voce talmente profonda da bruciare l’ascoltatore, uno stile di scrittura nitido e sempre più letale e la sua miscela unica di angoscia, misticismo ebraico e interesse per il cristianesimo e il buddismo. […] Il risultato, com’era prevedibile, e di un’intensità feroce: canzoni che ci confortano a ritmo di valzer ma sono anche armi spirituali che puntano al cuore e non mancano mai il bersaglio. Che cosa dicono? Quello che sappiamo già: l’irriducibile gravità dell’esistenza. Che moriamo. Che il nostro cuore cuoce e sfrigola come uno shish kebab nel petto. Che l’apocalisse è iniziata e il Diluvio e già avvenuto. Che Dio ci ha convocati per giocare a nascondino e chiaramente ha intenzione di vincere. Che uomini e donne sono per sempre attratti gli uni dagli altri ma che il loro abbraccio è un fuoco che si lascia alle spalle soltanto cenere. In poche parole: che siamo pericolosamente sospesi tra la gravità e la grazia. Il nostro destino è precipitare dall’alto. Il nostro santo patrono: Icaro. Il vangelo secondo Leonard (( C. Lebold, op. cit., p.12. )).

Le canzoni, e più in generale tutte le opere di Cohen, sono sicuramente ammantate di misticismo, ma di un misticismo che non abbandona mai la materialità della vita e della legge della gravitazione universale che, a sua volta, mai l’abbandona.

Già da giovane Leonard aveva avvertito la stretta della gravità e scoprì ben presto di avere un grande talento per la caduta. Innanzitutto il talento per innamorarsi, cosa che fece senza sosta. A volte per una notte, altre per un decennio, spesso di sante. Di Santa Kateri Tekakwitha, una vergine irochese del diciassettesimo secolo. Di Santa Suzanne, per la quale scrisse una celebre ode. Di Santa Nico di Colonia, di cui sopportò il gelo4. Di Giovanna d’Arco, che venne arsa sul rogo. E di migliaia di altre5.

Ma la forza di gravità per Cohen non riguardò mai soltanto il contenuto delle sue opere ma, come ci racconta ancora Lebold, il suo stesso essere fisico, il suo corpo, e la sua mente.

Durante l’adolescenza, Cohen cominciò anche a cadere negli abissi, con le crisi depressive che lo iniziarono agli aspetti più oscuri della vita e poi gli garantirono la reputazione di grande poeta della tragedia personale. Qualche volta, inoltre, cadeva a terra, semplicemente. Nel documentario di Tony Palmer Bird on a Wire lo si vede steso sul palco della Jahrhunderthalle di Francoforte, il 6 aprile del 1972, rannicchiato tra le braccia degli spettatori in prima fila. Era l’ultimo giorno della Pasqua ebraica, in cui gli ebrei di tutto il mondo celebrano la divisione delle acque del Mar Rosso, una separazione che per lui, evidentemente, non era avvenuta. Il giorno dopo commentò con una frase eloquente: «Sono un disgraziato». In altri termini, «sono caduto in disgrazia». Un’altra caduta, che ha scatenato il panico tra il pubblico, è avvenuta quasi quarant’anni dopo durante un concerto a Valencia, in Spagna, il 18 settembre del 2009, tre giorni prima del suo settantacinquesimo compleanno. Il filmato è penoso a vedersi: pochi minuti dopo l’inizio dello show, Leonard Cohen è crollato a terra. Prima in ginocchio, poi di faccia, sconfitto dalla gravità. Sette anni più tardi morirà pacificamente nel sonno, per i postumi di una caduta nel suo appartamento, il suo ultimo assaggio della gravità6.

Una vita fatta di tentativi di ascesa verso la grazia, sempre irraggiungibile, e di cadute, sempre a portata di mano o di “tentazione”, tipica di quelle dei santi e dei profeti. Così Leonard Cohen, come Giacobbe, ha combattuto con gli angeli, come Davide, ha cantato salmi e sedotto le donne e, come Abramo, si è spostato di luogo in luogo, restando ovunque uno straniero. Ma anche una vita fatta di colpe e di errori, di illusioni e innamoramenti, come quella di tutti gli esseri umani e che ci avvicina, attraverso le intense pagine di Lebold all’essenza di un autentico poeta. E alla sua più intima e fondamentale pietà e misericordia.


  1. Come riportato in I. B. Nadel, Una vita di Leonard Cohen, Firenze, Giunti, 2011.  

  2. C. Lebold, Leonard Cohen. L’uomo che ha visto cadere gli angeli, Edizioni minimum fax, Roma 2025, pp. 11-12.  

  3. Si veda in proposito R. Giovannoli, La Bibbia di Bob Dylan. Volume I. Dalle canzoni di protesta alla vigilia della conversione (1961-1978), Editrice Ancora, Milano 2017; Volume II. Il “periodo cristiano” e la crisi spirituale (1978-1988), Ancora, Milano 2018 e Volume III. Un nuovo inizio e la maturità (1988-2012), Ancora, Milano 2018. Sulla Bibbia come grande raccolta universale di “storie” si veda invece: R. Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi Edizioni, Milano 2019.  

  4. Si accenna in questo caso alla complessa e tormentata storia d’amore di Leonard Cohen con Christa Päffgen alias Nico (1938-1988) modella, attrice e chanteuse, scoperta prima da Federico Fellini per il film La dolce vita e poi da Andy Warhol che la fece cantare nel primo album dei Velvet Underground (1966), e in seguito erratica interprete di drammatiche e visionarie canzoni spesso sospese tra cabaret tedesco dell’epoca precedente il nazismo e la musica sperimentale ed elettronica. Personaggio oscuro e complesso, con una vita segnata dall’uso di droghe e amata da Lou Reed, John Cale, Jim Morrison e Alain Delon (dal quale ebbe un figlio mai riconosciuto), tra gli altri.  

  5. C. Lebold, op. cit., pp. 12-13.  

  6. Ivi, p. 13.  

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