Primo Maggio – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 18 Jun 2026 20:00:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Schiacciati per aver deciso di combattere. Ancora su Haymarket Square, Chicago e la memoria di classe https://www.carmillaonline.com/2025/06/11/schiacciati-per-aver-deciso-di-combattere-ancora-haymarket-square-ancora-chicago-ancora-la-memoria-della-lotta-di-classe/ Wed, 11 Jun 2025 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88777 di Sandro Moiso

Martin Cennevitz, Verrà il giorno. La origini del Primo maggio, Elèuthera 2025, pp. 200, 18 euro

Right behind you, I see the millions On you, I see the glory From you, I get opinion From you, I get the story (Tommy – Pete Townshend & the Who, 1968)

In tempi di insignificanti concertoni per il Primo Maggio, in cui la miseria culturale e musicale si traveste da impegno politico e sindacale, vale la pena di girare ancora il coltello nella piaga per ricordare gli eventi da cui lo show televisivo nazionale trae origine, probabilmente senza nemmeno lontanamente [...]]]> di Sandro Moiso

Martin Cennevitz, Verrà il giorno. La origini del Primo maggio, Elèuthera 2025, pp. 200, 18 euro

Right behind you, I see the millions
On you, I see the glory
From you, I get opinion
From you, I get the story

(Tommy – Pete Townshend & the Who, 1968)

In tempi di insignificanti concertoni per il Primo Maggio, in cui la miseria culturale e musicale si traveste da impegno politico e sindacale, vale la pena di girare ancora il coltello nella piaga per ricordare gli eventi da cui lo show televisivo nazionale trae origine, probabilmente senza nemmeno lontanamente conoscerli.

Una giornata di lotta e mobilitazione più che una festa, quale almeno dovrebbe essere, che affonda le sue radici nella radicale determinazione degli operai immigrati, quasi tutti di origine tedesca o irlandese, che alla fine dell’Ottocento si opposero, con ogni mezzo necessario, ad uno sfruttamento capitalistico che disvelava il vero volto di quella che avrebbe dovuto essere la Land of Freedom.

Il romanzo saggio, o il saggio “romanzato”, di Martin Cennevitz appena pubblicato da Elèuthera, ma uscito in Francia nel 2023 con il titolo Haymarket. Récit des origines du 1er Mai che rende meglio l’idea di racconto che lo pervade, porta il lettore a toccare con mano sia i presupposti che lo sviluppo degli avvenimenti che portarono alla condanna e all’esecuzione di coloro che sarebbero passati alla storia come i “martiri di Chicago”: Albert Parsons, Louis Lingg, August Spies, Adolph Fischer e George Engel. Ai quali occorre aggiungere i tre condannati all’ergastolo, e in seguito graziati: Michael Schwab, Oscar Neebe e Samuel Fielden.

Per raggiungere questo obiettivo, l’autore, che lavora come insegnante a Tours, in Francia, si è avvalso degli appunti autobiografici scritti in carcere dagli stessi condannati mentre erano in attesa dell’esecuzione, oltre che di un’attenta ricostruzione dei fatti storici che formano l’ossatura della sua ricerca, dando in questo modo vita ad una narrazione corale che inizia ben prima dei fatti di Haymarkket.

La storia della città fenice, come Chicago è stata denominata dopo la sua ricostruzione in seguito al grande incendio del 1871 che ne distrusse gran parte, affonda le sue radici in un processo di spossessamento che ha inizio con la cacciata dei nativi Potawatomi che abitavano quei territori da ben prima che i Wasi’chu, gli uomini bianchi, si affacciassero sulle rive dei lago Michigan sulle cui sponda sudoccidentale sarebbe sorta.

Nel 1833 Chicago contava trecentocinquanta abitanti. Sette anni dopo, ce ne sono quattromila in più […] Nel 1850 a Chicago risiedono trentamila persone, e in città cominciano ad arrivare immigrati tedeschi […] Nel 1860, piu di centomila persone abitano in città. Ventimila sono tedeschi. Chicago è sempre più rumorosa […] Via via che il paese si copre di binari, strade, ponti, veicoli, manifatture e fabbriche, le foreste arretrano e la selvaggina scompare. La città si libera ogni giorno di tonnellate di rifiuti che discendono su chiatte i fiumi Chicago e Calumet per essere gettati nel lago Michigan. Nel porto galleggiano pesci morti.
[…] Potawatomi significa «Coloro che conservano il fuoco». Il fuoco, quell’antichissimo segreto che aveva illuminato il cuore della nazione amerindia, che ora brucia nei forni e nelle caldaie di Chicago. Il fuoco che portando a ebollizione l’acqua produce il vapore e aziona le turbine. Il fuoco che aggregando le particelle di argilla in mattoni permette di erigere edifici. Il fuoco che fondendo il minerale dà forma ai ponti, alle ferrovie, agli attrezzi, alle macchine. Le acciaierie hanno bisogno del fuoco primordiale. Ma hanno bisogno anche dell’acqua. E del carbone che si estrae dalla terra. Occorrono sempre più fabbriche, acqua e miniere per fondere, trasformare, edificare, produrre, vendere…per plasmare un nuovo mondo.
Siamo nel 1870. La città si è espansa ancora. Ora raggiunge le trecentomila persone. E questa crescita sembra inarrestabile. Ma nell’ottobre 1871 Chicago si trasforma in un immenso braciere. Le case di legno bruciano come fiammiferi. La popolazione fugge precipitosamente davanti alle fiamme. L’incendio devasta la citta, uccide un centinaio di persone e ne lascia piu di centomila in mezzo alla strada, perlopiù lavoratori poveri. Il sindaco Roswell B. Mason dichiara la legge marziale per impedire sommosse e saccheggi. La solidarietà si mobilita, soprattutto in Europa. La Chicago Relief and Aid Society raccoglie 5 milioni di dollari. Ma alcuni ricchi industriali, come George Pullman o Marshall Field, vengono accusati di distoglierne una parte a profitto delle loro imprese. Il cinismo trionfa. Chicago e il grande Athanor1 del capitalismo. Vi si forgiano le più grandi fortune. E proprio come la fenice, Chicago non puo perire. Il fuoco l’ha fatta nascere. Il fuoco la farà rinascere.
La città diventa un immenso cantiere. Verrà ricostruita in pochi anni. Attenendosi alla loro concezione igienista e razionalista, gli urbanisti tracciano le strade a scacchiera, lasciandosi alle spalle la sporcizia dei vecchi quartieri. Ma i venti, gli stessi che avevano attizzato le fiamme del grande incendio, si ingolfano in quelle strade e sembra che non facciano altro se non portare freddo. Perché l’aria di Chicago rimane viziata. I porti e i macelli fanno planare sulla citta un odore nauseabondo. Il fumo grigiastro e la fuliggine hanno nuovamente invaso la città, sporcando tutto, ingrigendo le facciate, ostruendo i polmoni. Nel 1873 una nuova crisi colpisce il paese. La banca Jay Cooke & Co. fallisce, migliaia di fabbriche chiudono, la disoccupazione esplode. Con 5 centesimi al giorno, a malapena gli operai riescono a sopravvivere. Talvolta i salari non vengono neppure versati. E quelli che sbuffano vengono immediatamente rimpiazzati. L’inverno del 1873 è particolarmente rigido. Un vento glaciale soffia sull’Illinois. Ma un altro vento spazza Chicago. A dicembre, quasi ventimila persone convergono verso il municipio per reclamare il denaro della Chicago Relief and Aid Society che è stato rubato. Alcuni striscioni minacciano: «Pane o sangue». Vogliono cibo, vestiti, alloggi… riceveranno manganellate. Il sindaco manda la polizia e la manifestazione viene dispersa con la violenza. Gli operai comprendono ben presto che non ci si può limitare a chiedere quella dignità e quel futuro migliore che reclamano2.

È un quadro, quello tratteggiato da Cennevitz, che non può non rinviare immediatamente a La situazione della classe operaia in Inghilterra di Friedrich Engels (1845), al di là delle differenti posizioni teoriche del francese e del sodale di Karl Marx e in cui al posto di Chicago si parla di Manchester. Ma occorre partire da questa ricostruzione, in cui la distruzione dell’ambiente, che quasi sempre ricade principalmente sulle spalle dei poveri, si accompagna a quella dei nativi e delle vite dei proletari immigrati in nome dell’accumulazione capitalistica, per comprendere le origini di un movimento operaio combattivo e determinato cui sia lo Stato che i padroni e i loro infami giornali dichiararono una guerra spietata e senza quartiere ec he proprio con i fatti di Haymarket Square raggiunse il culmine.

Gli operai e i loro rappresentanti coinvolti e condannati in seguito erano tutti, escluso Albert Parsons, immigrati giunti negli Stati Uniti dopo la Guerra di secessione, forse attratti, oltre che dalla promessa di trovar lavoro, anche dalla diffusione di un’idea di libertà individuale e sociale che una volta giunti sul suolo americano avrebbero rapidamente scoperto essere nient’altro che una miserabile invenzione, un’autentica, con linguaggio odierno, fake news.

Mentre Marx ed Engels avevano chiesto ai rappresentanti dei lavoratori e agli operai tedeschi emigrati in America del Nord di combattere in funzione dell’evoluzione di un più moderno sistema di relazioni sociali e di lavoro3, questa non aveva fatto altro che ingigantire gli appetiti degli industriali del Nord senza l’obbligo di mantenere in seguito alcuna promessa. Compresa quella, fatta agli schiavi “liberati” di donare loro «quaranta acri di terra e un mulo» per dare inizio ad una nuova vita come piccoli proprietari e coltivatori di terre, di cui invece si sarebbero appropriati i carpetbagger4. Come scoprirà Samuel Fielden, dopo aver percorso in lungo e in largo gli stati del Sud alla ricerca di un lavoro giornaliero.

Le sue speranze si scontrano rapidamente con la dura realtà. Dopo aver lavorato per qualche tempo in una fabbrica di cappelli di Brooklyn e in un’officina tessile di Providence, finisce poi in una fattoria dell’Ohio per raggiungere infine Chicago, dove partecipa alla costruzione dell’Illinois and Michigan Canal. […] Nell’autunno successivo, s’imbarca su un battello a ruota e scende lungo il Mississippi verso sud, dove l’inverno offre più opportunità di guadagnare un po’ di denaro come
lavoratore giornaliero. Missouri, Tennessee, Arkansas, Mississippi, Louisiana… quello che era un fervente antischiavista scopre che da nessuna parte l’ex schiavo ha ottenuto i 40 acri e il mulo promessi dagli unionisti. Molti anni dopo, racconterà l’esperienza di un nero da poco liberato che aveva incrociato in Tennessee. Come molti altri, anche lui aveva proposto i suoi servizi a un proprietario terriero nella speranza di una giusta remunerazione. Una volta effettuato il lavoro, l’ex schiavo aveva dovuto rimborsare il prestito e il cibo degli animali da tiro, la locazione del terreno e gli attrezzi, così che si era ritrovato debitore ed era stato costretto a lavorare gratuitamente per il suo ex padrone. Il mito della grande nazione libera e fraterna crolla. Samuel Fielden riparte per Chicago. Al suo ritorno, lavora alla ricostruzione della città in gran parte devastata dall’incendio del 18715.

I miti di giustizia, uguaglianza e libertà connessi all’immagina dell’America si sgretolano in fretta agli occhi di chi debba sopportarne leggi (inique) e rapporti e orari di lavoro. Ed è in questo contesto che si svilupperà un vasto movimento di richiesta dela giornata lavorativa di otto ore che sarà uno dei primi ad unificare una classe operaia ancora divisa per nazionalità, categorie e sindacati di mestiere più simili alle corporazioni medievali che a quelli moderni, che da lì prenderanno le mosse. Nulla da stupirsi quindi se tra i “martiri” l’americano Parsons6 sarà anche membro della Massoneria cui erano collegati i Knights of Labor, una delle prime organizzazioni dei lavoratori americani, di cui faceva parte.

Durante la guerra di Secessione, dal 1861 al 1865, Chicago diventa un centro nevralgico dell’economia e le sue fabbriche si dimostrano indispensabili per sostenere lo sforzo bellico degli unionisti. Il Nord ha bisogno di viveri e di armi per le sue truppe; di carne e di acciaio. Ha bisogno della carne dei mattatoi di Chicago per arrivare alla vittoria. E gli stabilimenti Armour lo aiuteranno. In tempi rapidi, l’uomo d’affari Philip Armour mette in piedi un sistema che assicurera una redditività massima alla sua impresa.
[…] Le mobilitazioni operaie si vanno addensando in varie fabbriche, ma soprattutto in questi mattatoi. Grazie alla guerra di Secessione e al suo imperioso bisogno di viveri, i padroni hanno ceduto qualche acro di terra. Bisogna pur mostrare che la guerra non serve solo ad arricchire i Vanderbilt, gli Armour, i Carnegie, i Rockfeller o i Morgan. Occorre provare che non si muore per niente sui campi di battaglia. E’ necessario che la vittoria dell’Unione sia quella del popolo che lavora per una certa idea di America, per una certa idea di giustizia e libertà. Così, dopo la vittoria del Nord, molti Stati adottano ufficialmente la giornata di otto ore, incluso il Congresso per tutti i dipendenti statali. Ma queste misure non diventeranno mai esecutive7.

Il riferimento ai macelli di Chicago è importante sia dal punto di vista economico che politico e, forse soprattutto, simbolico. Non soltanto lì si sviluppò nei fatti il lavoro “a catena” che poi avrebbe raggiunto la sua forma più smagliante con la catena di montaggio di Taylor e Ford, ma anche perché da lì sarebbero scaturite le mobilitazioni, e la repressione poliziesca, che avrebbero portato ai fatti di Haymarket Square del 4 maggio 1886. Ma il fatto che ancora oggi rappresentino uno dei luoghi di lavoro più pericolosi per numero di incidenti tra i dipendenti di tutto il territorio degli Stati Uniti non fa altro che rafforzare l’immagine di uno sviluppo capitalistico che è sempre passato come un rullo compressore su ogni forma di vita, umana e animale, senza alcun rispetto per l’ambiente e la società.

Anche per questa chiarezza di visione, forse, il movimento de lavoratori statunitensi, ancor prima di darsi organizzazioni politiche e sindacali comuni, si attrezzò militarmente dando vita a milizie armate aventi il compito sia di proteggere le manifestazioni e gli scioperi che di reagire adeguatamente alla violenza dello Stato, delle milizie private e della polizia.

Negli Stati Uniti, l’appartenenza a una milizia era una cosa piuttosto comune dopo la guerra d’Indipendenza e testimoniava del patriottismo dei suoi aderenti. A Chicago, le milizie operaie tedesche, irlandesi o ceche prendono slancio dopo il grande sciopero del 1877, in risposta alla repressione feroce condotta dalle guardie private assoldate da Marshall Field o George Pullman. Soltanto a Chicago, la Lehr und Wehr Verein8 conta diverse centinaia di membri suddivisi in quattro sezioni che si riuniscono ogni settimana per la formazione, per le esercitazioni e talvolta persino per le simulazioni di scontri. Su pressione degli imprenditori piu ricchi, la Corte suprema dell’Illinois vieta le sfilate armate che non abbiano avuto l’autorizzazione del governatore. Alcuni gruppi vengono sciolti e altri passano alla clandestinità9.

E’ anche per questo che i giornali di Chicago più vicini agli interessi degli industriali si scatenano, in ogni occasione, nell’indicare i militanti rivoluzionari come individui da eliminare oppure giungendo a suggerire di avvelenare i poveri per superare la crisi suscitata dall’eccessiva disponibilità di manodopera impossibilitata a trovare impiego.

Così, ogni volta, l’azione degli agenti della Pinkerton, della polizia o della guardia nazionale si fa sempre più violenta, causando morti e feriti tra i manifestanti, Che pure vanno avanti con le loro richieste, adeguandosi al livello di scontro messo in atto dalla parte avversa. Ma anche se tra le differenti organizzazioni politiche e sindacali non c’è sempre accordo sull’uso o meno della violenza, non sarà questo a guidare i giudici nel condannare gli otto militanti cicagoani.

Perché per il padronato non si tratta soltanto di una questione di posizioni politiche espresse o di azioni effettivamente svolte, ma solo ed esclusivamente di classe. E chi appartiene a quella proletaria, se resiste agli abusi anche soltanto esprimendo le proprie idee, deve essere punito duramente, schiacciato, eliminato una volta per tutte. Come già era successo ai contadini tedeschi e al loro capo riconosciuto: Thomas Muntzer.

August Spies, ad esempio, secondo il procuratore che conduce l’accusa «sarebbe un “barbaro”, un “selvaggio”, un “analfabeta”, un “anarchico ignorante dell’Europa centrale” incapace di “comprendere lo spirito delle libere istituzioni americane”», così nella sua risposta, il militante di origini tedesche, oltre a citare Goethe, Paine, Jefferson ed Esopo «Fa riferimento anche a Muntzer che, accusato di aver capeggiato una “banda di contadini saccheggiatori e assassini”, pagò con la vita l’essere insorto contro l’ingiustizia. A distanza di secoli, gli stessi epiteti vengono ancora utilizzati dai potenti per calunniare coloro che hanno osato sfidarli»10.

Così il processo, condotta iniquamente e vergognosamente sotto lo sguardo attento dei maggiori imprenditori di Chicago, potrà avere un solo finale, nonostante i rinvii, gli appelli e le mobilitazioni oltre che lo sforzo degli avvocati difensori e in particolare dell’avvocato Black, eroe rispettato della Guerra di secessione. Forse, come oggi a Gaza, per aver per un attimo smascherato i potenti e i loro vili scherani.

Dopo l’esplosione dell’ordigno e la susseguente sparatoria su Haymarket Square: «I poliziotti sono scioccati. Quasi settanta agenti colpiti, sei dei quali gravemente, e uno di loro e morto sul posto. Sono stati colti di sorpresa. Sono andati in panico e hanno sparato in ogni direzione, colpendo anche i loro colleghi. Alcuni sono persino fuggiti. E ora, dopo l’umiliazione, in questi uomini abituati a essere temuti cresce il risentimento»11.

Fermiamoci qui, anche se la ricchezza di dati e di personaggi che circondano i protagonisti degli avvenimenti sono davvero tanti ed occorre ricordare come la lotta per la liberazione delle donne e la lotta di classe siano necessariamente e indissolubilmente intrecciate, come ha modo di riflettere Emma Goldman in una delle pagine di Cennevitz in cui viene descritta la sua visita, nel settembre del 1898, all’ormai morente Schwab, per la tubercolosi contratta durante la detenzione.

Sono ormai molti minuti che Emma Goldman tace. Anche lei ripensa alla sua giovinezza, quando all’età di tredici anni deve cominciare a lavorare, mentre avrebbe dovuto studiare […] Dovunque ritrova l’atmosfera feudale dei laboratori di manifattura nei quali le donne diventano prede. Quando, davanti agli occhi servili degli operai, che subito abbassano lo sguardo sul loro lavoro, qualche ragazzina viene trascinata via dal padrone, tutti sanno bene cosa significa. Una madre trattiene le lacrime sotto le palpebre affaticate, la mascella di un padre si contrae, un fratello stringe i pugni nelle tasche. Emma Goldman ha quindici anni quando un caporeparto la violenta. Lei pensa con disgusto a quell’ «incontro fisico brutale e doloroso»12.

La forma di romanzo-saggio permette a Cennevitz di dare vita a una ricostruzione storica di parte che non ha bisogno della presunta obiettività di una ricerca scientifica che troppo spesso ha dimostrato la sua parzialità e neppure di una oggettività paralizzante per il pensiero e per l’azione, contro la quale ha strenuamente lottato Emilio Quadrelli nel corso del suo lavoro13. Suggerendo così, indirettamente, che la storiografia di oggi e domani o sarà radicale e destrutturante oppure altro non potrà fare che certificare l’irrimediabile continuità del modo di produzione dominante. Una radicalità che non va, però, confusa con la semplificazione di carattere ideologico, ma rappresentare un punto di vista “altro” rispetto al discorso scientifico dominante. Anche nei confronti di quello che si pensa essere di “sinistra”.

Da questo punto di vista vale la pena di sottolineare, all’interno del libro di Cennevitz e dei fatti storici narrati, come i tre “ergastolani”, che tali furono per aver accettato di scrivere una lettera in cui prendevano le distanze non solo dall’attentati, cui tutti si dichiararono comunque estranei, ma soprattutto dalla professione di violenza esercitata in alcuni articolo e volantini pubblicati nei giorni precedenti il 4 maggio, mai furono visti dagli altri condannati e da buona parte del movimento anarchico dell’epoca come dei traditori. Prova ne sia la commossa visita di Emma Goldman al capezzale di Michael Schwab di cui si è già parlato poc’anzi. All’interno di un proletariato che ancora ricordava come fosse “l’arte della dissimulazione tanto necessaria nella vita” dei poveri14, motivo per cui una posizione intransigente nei confronti dell’avversario, ma ben diversa da quelle espresse frettolosamente dalle ideologie degli ultimi decenni per separare i “puri” dai traditori”, non poteva dimenticare che la militanza politica soggiace a leggi che sfuggono materialmente a quelle dell’ideologia e al suo preteso e freddo razionalismo etico.

Così, più che il Primo Maggio ufficiale, oggi devastato e prostituito dall’azione dei sindacati ufficiali e dai media, a ricordare i martiri di Chicago possono essere piuttosto azioni come quelle citate, tra le tante altre, alla fine del libro.

5 ottobre 1970. In piena notte, una violenta detonazione frantuma centinaia di vetri nella zona intorno a Union Park. Un anno dopo un precedente attentato con caratteristiche simili, i Weathermen attaccano di nuovo a colpi di dinamite la statua che omaggia i poliziotti caduti a Haymarket Square. L’esplosivo recide di netto una gamba di bronzo che viene ritrovata cento metri piu in la, mentre la statua giace sul dorso lungo la strada, rivolgendo il suo ridicolo gesto di autorità alle impassibili stelle.

1° maggio 2020. A Islamabad i manifestanti non sono numerosi quel giorno. A causa della pandemia di coronavirus, ma anche perché ci vuole molto coraggio per scendere in strada in Pakistan. Alla testa del raduno, una decina di donne rimangono immobili in un piccolo cerchio di gesso bianco tracciato sull’asfalto. Alcune sono velate, altre no. Tutte indossano un’ampia djellaba e una mascherina chirurgica, e inalberano un cartello su cui campeggia uno slogan o il ritratto di un prigioniero politico del quale chiedono la liberazione. Una di quelle donne brandisce un grande pannello rosso sul quale compaiono otto volti che vengono dal passato, quelli di Parsons, Spies, Schwab, Fielden, Neebe, Fischer, Engel e Lingg.
Perché anche nel crepuscolo di un venerdi nero appare sempre un orizzonte luminoso su cui s’intravedono forme di vita piu degne ancora da conquistare.


  1. Athanor (o Atanor) in alchimia è il termine che viene usato per designare il forno il cui calore serve a eseguire il procedimento della digestione alchemica [N.d.T.].  

  2. M. Cennevitz, Verrà il giorno. La origini del Primo maggio, Elèuthera 2025, pp. 12-16  

  3. In proposito si vedano: K.Marx, F. Engels, De America vol.1°. La guerra civile, a cura di E. Forni, Silva Editore, Roma 1971; K. Oberman, Joseph Weydemeyer. Pioniere del socialismo in America 1851- 1866, Edizioni Pantarei, Milano 2002; F. A. Sorge, Il movimento operaio negli Stati Uniti d’America 1783–1892, Edizioni Pantarei, Milano 2002 e H. Schlüter, La prima internazionale in America. Un contributo alla storia del movimento operiao negli Stati Uniti, edizioni Lotta Comunista, Milano 2015.  

  4. Carpetbagger, letteralmente colui che porta una borsa di tessuto dozzinale, è un peggiorativo usato dagli abitanti del Sud degli Stati Uniti per descrivere gli opportunisti e i profittatori che dopo la guerra civile calarono come avvoltoi dal Nord e che furono percepiti come sfruttatori della popolazione locale per il proprio guadagno finanziario, politico o sociale, approfittando dello stato caotico dell’economia locale dopo la guerra. Di fatto, il termine carpetbagger fu spesso applicato a tutti i “nordisti” che erano presenti nel sud durante l’era della Ricostruzione (1865-1877).  

  5. M. Cennevitz, op. cit., pp. 178-179.  

  6. Albert «era fiero dei suoi antenati, passeggeri del secondo viaggio del Mayflower, e dei suoi avi eroi della guerra di Indipendenza. Suo padre dirigeva una modesta fabbrica di scarpe a Montgomery, in Alabama, e aveva sposato una metodista devota che gli avrebbe dato dieci figli. Albert era il più giovane, e quando all’età di cinque anni diventerà orfano, sarà suo fratello William, di vent’anni più vecchio, ad accoglierlo nella sua casa. Sarà l’amorevole zia Esther, una schiava che lo alleva come una madre, a occuparsi di lui,[…] ed è dunque in Texas che Albert crescerà.» (Cennevitz, p. 20)  

  7. Ibidem, pp. 55-57.  

  8. Milizia composta da operai di origine tedesca e militanza socialista o anarchica  

  9. Cennevitz, op. cit., p. 114.  

  10. Ibidem, pp. 135-136.  

  11. Ivi, p. 122.  

  12. Ibid., pp. 88-89.  

  13. Si veda in particolare: E. Quadrelli, György Lukács, un’eresia ortodossa introduzione a G. Lukács, Lenin, DeriveApprodi, Bologna 2025.  

  14. Citazione tratta dalle memorie di un affittuario agricolo francese del diciannovesimo secolo ora in J. C. Scott, Il dominio e l’arte della resistenza, elèuthera editrice 2021, p. 17.  

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Haymarket, Chicago https://www.carmillaonline.com/2025/06/11/88630/ Wed, 11 Jun 2025 05:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88630 di Ferdinando Fasce

Stefano Gallo, Primo maggio, il Mulino, Bologna, 2025, pp. 176, euro 14,00.

Non tutti sanno che le prime manifestazioni per il Primo maggio si tennero un po’ il tutto il mondo l’11 novembre 1888. Fa bene a ricordarlo questa efficace sintesi che ci restituisce la travagliata vicenda della festa del lavoro a 140 anni dal tragico evento che la originò, l’impiccagione di quattro anarchici, l’11 novembre 1887, ritenuti responsabili della bomba lanciata, a conclusione di una pacifica manifestazione a Haymarket, a Chicago, parte a sua volta di una più ampia mobilitazione per le otto ore lavorative, il 4 maggio [...]]]> di Ferdinando Fasce

Stefano Gallo, Primo maggio, il Mulino, Bologna, 2025, pp. 176, euro 14,00.

Non tutti sanno che le prime manifestazioni per il Primo maggio si tennero un po’ il tutto il mondo l’11 novembre 1888. Fa bene a ricordarlo questa efficace sintesi che ci restituisce la travagliata vicenda della festa del lavoro a 140 anni dal tragico evento che la originò, l’impiccagione di quattro anarchici, l’11 novembre 1887, ritenuti responsabili della bomba lanciata, a conclusione di una pacifica manifestazione a Haymarket, a Chicago, parte a sua volta di una più ampia mobilitazione per le otto ore lavorative, il 4 maggio 1886. Da questa storia americana parte il libro di Gallo, uno dei nostri migliori storici del lavoro. Quel comizio del 4 maggio 1886 era stato indetto per protestare contro la brutale repressione antioperaia attuata il giorno prima dalla polizia, che aveva aperto il fuoco sulla folla, provocando quattro morti fra i lavoratori che protestavano contro i licenziamenti della grande fabbrica di macchine agricole McCormick. Il comizio di protesta del giorno seguente, il 4, in Haymarket Square, terminò con un attacco delle forze dell’ordine verso il palco quando l’evento si era praticamente concluso. Ne seguì un’esplosione che uccise un poliziotto e provocò una sparatoria da parte degli agenti, con un bilancio di sette poliziotti morti (in gran parte vittime del fuoco amico), quattro lavoratori deceduti e una settantina di feriti. La repressione, ricorda Gallo sulle orme del superbo affresco delineato vent’anni fa dal grande e compianto storico americano James R. Green[1], fu immediata ed esemplare. Vennero arrestati duecento tra anarchici, socialisti e sindacalisti. Otto tra gli esponenti più in vista delle mobilitazioni, tutti militanti anarchici dell’agguerrita International Working People’s Association e quasi tutti immigrati, furono portati in giudizio: i tedeschi August Spies, Louis Lingg, Michael Schwab, Adolph Fischer e George Engel, l’inglese Samuel Fielden, Oscar Neebe, nato a New York da genitori tedeschi, tornato negli Stati Uniti dopo aver trascorso gran parte della gioventù in Germania, e infine Albert Parsons, nato in Alabama. Cinque di loro non erano neppure presenti alla manifestazione, i presenti erano sicuramente disarmati. Negli anni e nei giorni più vicini al fatto questi anarchici non avevano mancato di incitare a più riprese i loro colleghi ad adottare forme risolute di autodifesa, se occorreva armata, e avevano minacciato il ricorso a soluzioni estreme. Ma l’accusa non riuscì a provare in alcun modo un legame fra nessuno degli accusati e la bomba.  Piuttosto cavalcò l’ondata emotiva del terribile momento, con il procuratore generale Julius S. Grinnell, che, nell’appello finale alla giuria, disse che gli imputati non erano in fondo “più colpevoli delle migliaia di persone che li seguono” e proprio per questo, aggiunse, rivolto ai giurati, “date un esempio, impiccateli e salverete le nostre istituzioni”.

L’esito fu la condanna a morte di sette degli imputati, poi commutata in carcere a vita per quei due di loro che fecero richiesta di grazia. Solo quattro, però, furono impiccati perché Louis Lingg morì, nella sua cella, in circostanze mai chiarite. La corte di Chicago, sottolinea opportunamente Gallo, mise dunque sotto giudizio la condotta politica degli imputati, la propaganda di idee anarchiche, l’incitamento alla lotta – anche violenta – contro un sistema economico e sociale oppressivo. Un processo politico, quindi, che mirava a colpire il sindacalismo più radicale della città, capace di mobilitare ampi segmenti della vasta colonia tedesca locale (un quinto della popolazione cittadina). Sarebbe stata Lucy Parsons, moglie di Albert, nata schiava in Texas, con sangue misto indiano, latino e afroamericano, a dedicarsi con straordinaria energia a sostenere l’innocenza degli accusati, sia nel suo paese che all’estero. E a difenderne, con altrettanta dedizione, la memoria. La ritroveremo, vent’anni dopo, a uno degli eventi-chiave della storia del mondo del lavoro, statunitense e mondiale, la fondazione, sempre a Chicago, degli Industrial Workers of the World, una delle più coraggiose espressioni di solidarietà operaia del Novecento[2].

Ma bisogna leggere le lucide pagine di Gallo per capire come dalle manifestazioni prevalentemente anarchiche dell’11 novembre 1888 (ne parla, fra gli altri, l’intrepido “Nuovo combattiamo”, stampato a Sampierdarena, vicino agli stabilimenti Ansaldo, fra censure e repressioni incessanti), si sia passati alla festa del 1 maggio. E come questa data sia stata oggetto di battaglie sulla memoria che hanno visto già a fine Ottocento negli Stati Uniti, con il consenso del Congresso, il radicale Primo maggio venir sostituito dal più moderato Labor Day, indetto sin dal 1882, del primo lunedì di settembre[3]. Ma che non hanno potuto impedire un uso militante del Labor Day e la ripresa dello stesso May Day, in varie occasioni, nel corso del Novecento. Sino ai nostri travagliati giorni e alle recentissime marce anti-Trump del Primo maggio 2025. Parlando dei nostri tempi, al termine di una serrata ricostruzione dell’evoluzione della festa in Europa e a casa nostra in una prospettiva internazionale, Gallo conclude come “i volti del Primo maggio, espressi e in potenza, sono innumerevoli e riflettono un bisogno insopprimibile di mettere al centro ciò che continua a tormentare e a realizzare l’umanità: il lavoro”.

[1] Death in the Haymarket. A Story of Chicago, the First Labor Movement and the Bombing that Divided Gilded Age America, Pantheon Books, New York, 2006.

[2] L. Costaguta, Workers of All Colors Unite: Race and the Origins of American Socialism, University of Illinois Press, Urbana, 2023, pp. 123-126.

[3] J. R. Green, Taking History to Heart. The Power of the Past in Building Social Movements, University of Massachusetts Press, Amherst, 2000, pp. 121-146; A. Testi, I fastidi della storia. Quale America raccontano i monumenti, il Mulino, Bologna, 2023, pp. 236-242.

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Apologia della storia militante. Sergio Bologna, la rivista “Primo Maggio” e la storiografia militante https://www.carmillaonline.com/2023/10/31/apologia-della-storia-militante-sergio-bologna-la-rivista-primo-maggio-e-la-storiografia-militante/ Tue, 31 Oct 2023 21:00:51 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79726 di Francesco Festa

Sergio Fontegher Bologna, Tre lezioni sulla storia. Milano, Casa della Cultura, 9, 16, 23 febbraio 2022, Presentazione di Vittorio Morfino, Mimesis, Milano-Udine, 2023, pp. 174, € 12.00

Il concetto di storia di Walter Benjamin dai tratti folgoranti, densissimi, non finiti eppur integri, è enucleato in una sua potente intuizione: lo studio della storia è l’osservazione del “futuro del passato”, un “ricordare il futuro”, dove l’attualità di ciò che è stato, proprio perché non ancora giunta a compimento e non ancora onorata dalla storia, ci attende, viva più che mai, al presente.

Sergio Fontegher Bologna, l’autore di questo libro [...]]]> di Francesco Festa

Sergio Fontegher Bologna, Tre lezioni sulla storia. Milano, Casa della Cultura, 9, 16, 23 febbraio 2022, Presentazione di Vittorio Morfino, Mimesis, Milano-Udine, 2023, pp. 174, € 12.00

Il concetto di storia di Walter Benjamin dai tratti folgoranti, densissimi, non finiti eppur integri, è enucleato in una sua potente intuizione: lo studio della storia è l’osservazione del “futuro del passato”, un “ricordare il futuro”, dove l’attualità di ciò che è stato, proprio perché non ancora giunta a compimento e non ancora onorata dalla storia, ci attende, viva più che mai, al presente.

Sergio Fontegher Bologna, l’autore di questo libro di cristallina chiarezza e di agile lettura mai a scapito della densità, a un certo punto della sua ricostruzione di un lungo percorso – apertosi con le rivolte genovesi del 30 giugno 1960 contro il congresso del MSI – si interroga sul cambio di paradigma nella ricerca storica a cavallo dei due secoli: l’oggetto della ricerca non è più la “realtà storica” e, simmetricamente, si impone un registro ermeneutico e linguistico che fa leva sull’accezione di memoria in luogo del concetto di storia: entrambi sintomi dell’impossibilità di incidere sulla realtà, cioè, sul presente quale matrice del “pensiero storico”.

Quando noi parliamo di crisi o di eclissi della storia militante – scrive Fontegher Bologna – non ci riferiamo soltanto alla fine dell’etica della partecipazione ai movimenti sociali contemporanei, né soltanto alla ‘crisi della politica’ e al progressivo ritirarsi nel privato, né alla ricerca di nuove strade diverse dalla labour history, ci riferiamo a un modo di ragionare e di discutere tra storici che esclude, cancella, il presente, nella storia militante il presente era la fonte delle domande che lo storico si pone all’inizio della ricerca. Il combinato disposto della diffusione del termine “memoria” e della concezione della storiografia come narrative come forma di creazione letteraria, portano alla cancellazione del presente come fonte del pensiero storico. (p. 142)

In poche righe è racchiuso pregnantemente il senso del discorso di Sergio Fontegher Bologna (che per la prima volta si firma anche con il cognome della madre), autore di Tre lezioni sulla storia, con la presentazione di Vittorio Morfino. La sua biografia è fondamentale per chi voglia coltivare un punto di vista di parte nello studio della historia rerum gestarum. “Quaderni rossi”, “Classe operaia”, “Quaderni piacentini” sono alcune delle riviste collettive alle quali ha partecipato.

Alcune sue opere sono intramontabili nello studio del movimento operaio internazionale, quali Nazismo e classe operaia 1933-1993, per dedicarsi allo studio delle molteplici figure del precariato, fra cui, non da ultimi i freelance.

Questo libro raccoglie tre lezioni tenute presso la Casa della Cultura di Milano nel febbraio del 2022 e ripercorrono proprio la sua biografia: non mancano tratti e frammenti di vita emozionanti, vividi, di un tempo ormai lontano, in cui la classe lavoratrice, le donne e gli uomini in carne e ossa, riuscivano a dettare il corso della storia. Le tre lezioni, dopo una veloce carrellata sugli anni Sessanta, si concentrano sugli anni Settanta, su quella “grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale” – com’ebbero a scriverne, Nanni Balestrini e Primo Moroni – per poi attraversare i vent’anni a seguire, giungere a Genova 2001 e al decennio successivo.

Quel decennio coincide per il nostro autore con l’esperienza della rivista “Primo Maggio”, nata in un anno cruciale, il 1973, ed editata fino al 1989. Un consiglio, prima di imbatterci nella rivista: a corredo di questo libro, vale la pena di affiancare la lettura della raccolta curata da Cesare Bermani, La rivista “Primo Maggio” (1973-1989) (DeriveApprodi, Roma, 2010), con tutti i numeri della rivista in Dvd; e il saggio di Damiano Palano, Nel cervello della crisi. La “storia militante” di Sergio Bologna tra passato e presente (“tysm literary review”, 6, 9, 2013).

“Primo Maggio”, dunque, è stata una rivista illuminante per la sinistra di classe. È stata una scuola di formazione e un laboratorio dove gli arnesi dell’operaismo italiano sono stati adoperati per osservare, indagare e narrare non la fabbrica fordista, bensì la sua trasformazione, anticipandone la polverizzazione nelle filiere territoriali con l’affermazione di quella che è stata poi chiamata dalla sociologia accademica “terza Italia”: l’Italia delle fabbrichette e delle famiglie prima contadine, poi operaie e infine piccole imprenditrici; e, mutatis mutandis, la trasformazione dell’operaio massa in operaio sociale e imprenditore di sé stesso. “Primo Maggio” ha studiato anzitempo le soggettività, la cultura e il territorio che andavano modellandosi sui primi segni del neoliberismo, affrontando con intuito argomenti complessi come la gestione capitalistica della moneta, l’emergere di nuove figure sociali, la trasmissione della memoria, l’avvento della logistica. Con collaborazioni internazionali, ha riscoperto pagine straordinarie di storia del proletariato migrante, ricostruendo immaginari e modelli di comportamento e offrendo una diversa rappresentazione dell’America. Sergio Bologna l’ha fondata e diretta fino al 1981, succeduto poi da Cesare Bermani e Bruno Cartosio. Mentre Primo Moroni, libraio della Calusca di Milano e inventore di un modo nuovo di fare cultura, ne è stato l’editore.

“Primo Maggio” è stata soprattutto una “Rivista di storia militante”, come recita la sua dizione. E “storia militante” voleva dire

una storia strettamente intrecciata con i movimenti sociali di quel tempo scritta per i movimenti sociali, scritta con i movimenti sociali e in particolare con le figure più rappresentative, scritta con gli operai e i tecnici. (p. 63)

Ecco la matrice operaista: per un verso, la scrittura quale esito di intervento collettivo (“conricerca”); e per un altro, il punto di vista di parte e la posizione in cui si situa il motore della storia, vale a dire, la classe lavoratrice o, per dirla con Gramsci, i “gruppi sociali subalterni”. Metodologicamente: storia militante voleva dire ricerca nel passato, scavare nei modelli di accumulazione capitalistici e nella sua composizione di classe, per individuare gli “obiettivi di lotta, le parole d’ordine e le forme organizzative” da tradurre in “lotta politica”. Questi strumenti diventano così “categorie di interpretazione del passato e, viceversa, la storia passata del movimento operaio diventa modello per la tattica di oggi”. Per intenderci, tale approccio storico è alla base delle ricerche del keynesismo e del capitalismo di Stato in Italia, costruito tanto dalla Dc quanto dal Pci nel dopoguerra, e sintetizzato nella formula “Stato-piano”, tramite lo studio degli anni Venti e Trenta negli Stati Uniti, i cui esiti sono nel volume collettaneo di “Materiali marxisti” (collana a cura di Sergio Bologna e Toni Negri), Operai e Stato. Lotte operaie e riforma dello stato capitalistico tra rivoluzione d’Ottobre e New Deal (Feltrinelli, Milano 1972). E conclude il nostro autore:

una rivista di storiografia militante non solo sceglie i temi entro periodi ben definiti della lotta di classe, ma scopre in quelli un filo conduttore che li porta immediatamente ai problemi del presente. (p. 63)

Prima di trattare di “Primo Maggio”, Fontegher Bologna individua i luoghi e i nomi che hanno strutturato il modo di fare storia militante. Due paesi, in particolare, corrispondono anche ai contatti intrattenuti negli anni e agli ambiti formativi, l’Italia e la Germania. E tre libri o meglio tre officine del pensiero: i Quaderni del carcere di Gramsci, Sul concetto di storia di Walter Benjiamin e Apologia della storia o Mestiere di storico di Marc Bloch. Sono questi i capisaldi da cui muovere i passi per chi voglia fare storia o riempire il tempo dell’adesso, incarnarlo attraverso quei soggetti che scrivono la storia e sono il motore del progresso, che camminano contrariamente al tempo “omogeneo e vuoto” costruito dal capitale.

Il fare storia militante significa anche utilizzare differenti registri metodologici, e nel libro sono analizzati la storia orale così come la public history – in Italia sostenuta dalla breve eppur prolifica vita di Nicola Gallerano – oppure dalla microstoria e dalla labour history. Mentre, i luoghi e le istituzioni dal basso che hanno funto da laboratori di formazione sono stati in Germania, la Fondazione per la storia sociale del XX e del XXI secolo di Brema, il cui ideatore è stato Karl Heinz Roth, autore del seminale lavoro del 1976, L’altro movimento operaio: storia della repressione capitalistica in Germania del 1880 a oggi; e in Italia, la libreria Calusca, prima, e poi, la LUMHI (Libera Università di Milano e del suo Hinterland “Franco Fortini”). La LUMHI, su cui si sofferma ampiamente il nostro autore, è stata anche un osservatorio straordinario e lungimirante delle trasformazioni del lavoro, una ricerca fra le tante, anch’essa, seminale nella bibliografia dei movimenti sociali e della composizione di classe è Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, curato da Sergio Bologna e Andrea Fumagalli. Venuta via via meno la centralità dell’osservazione del lavoro, in primis salariato, sono avanzate le posizioni revisionistiche in campo storico e storiografico. La tesi sostenuta dall’autore – assai convincente anche dal punto di vista politico delle lotte sociali è che, venuta meno la centralità delle lotte lavorative, con una parabola discendente i cui primi segnali furono ravvisabili nella “sconfitta alla Fiat” del 1980, anche la storia militante, sia a causa dei rapporti di forza politici, sia a causa della scarsità di risorse economiche, è andata ritirandosi. Restano un’eccezione le pochissime tesi di laurea e dottorali che riescono a trovare fondi ed essere pubblicate e ad uscire dall’anonimato degli ambiti specialistici.

Tuttavia, nel dopo Genova 2001, vi è stato un quinquennio di ripresa dell’intervento nel mondo del lavoro precario. L’autore ricostruisce stenograficamente il percorso della May Day: movimento composto da figure lavorative precarie che hanno organizzato in occasione del primo maggio, ma con modi di partecipazione e di lotta distribuite in tutto l’anno, cortei partecipatissimi il cui scopo, fra gli altri, era dare visibilità agli invisibili dei diritti del lavoro, ossia ai lavoratori di seconda e terza generazione, e al contempo una visibilità a piattaforme e programmi fino ad allora completamente ignorati dall’agenda politica della sinistra istituzionale e dei sindacati. I cortei a mo’ di street parade erano veicoli di messaggi dai tratti straordinariamente comunicativi e creativi, ricalcando di fatto la vita funambolicamente precaria delle molteplici figure lavorative che si rappresentavano in piazza. Quel movimento nacque, infatti, da alcune figure del mercato del lavoro, sotto la categoria di Chain Workers (lavoratori delle catene commerciali), in realtà, un eufemismo, poiché molte, ma molte di più erano le soggettività della May Day. Da Milano si estese in numerose metropoli italiane ed europee. Quelli sono anche gli anni di una ripresa degli studi di “storia militante”, gli anni della nascita dell’associazione Storie in movimento e del suo appello “per la creazione di una rivista” volta allo “studio dei movimenti e dei conflitti sociali”, conducendo, nel 2003, alla rivista quadrimestrale “Zapruder: rivista di storia della conflittualità sociale”.

Di contro, gli anni successivi al 2001, al movimento no global, sono stati anni di inarrestabile decadenza dell’intervento politico delle lotte sociali, con tentativi talvolta esiziali, talaltra minoritari se non sempre più inconsistenti. Certo, la repressione ha prima ucciso Carlo Giuliani e massacrato con metodi cileni nelle piazze genovesi; poi, ha operato nelle preture e nei tribunali e infine ha prosciugato l’acqua da cui attingeva il consenso quel movimento, che seppur con tante ambivalenze era egemone nell’opinione pubblica: muoveva il senso comune. Dopo, con alcune eccezioni di lotte territoriali e lotte studentesche, anche se episodiche o sintomatiche, la lenta discesa nell’anonimato delle lotte delle sociali e, in particolare, delle classi lavoratrici è stata direttamente proporzionale alla scarsità di risorse e progetti a disposizione della storia militante e, allo stesso modo, inversamente proporzionale al moltiplicarsi di culture, partiti, gruppi, stampa ed editoria revisionisti. E sono divenuti maggioritari, così, nel rileggere la storia del XX secolo, anche intellettuali moderati o affettivamente in sintonia con una idealizzata sinistra laburista o socialdemocratica, hanno prodotto discorsi impregnati di categorie astratte – quali libertà, buon senso, fare, famiglia, ecc. – e conditi da paranoia e paura, che hanno riabilitano nel senso comune, grazie a risorse economiche e comunicative spropositate, linguaggi e paradigmi profondamente fascisti, dai modelli unitari, totalizzanti e gerarchici. Ipso facto: la storia è stata riletta. Il che ha riguardato, la storia della resistenza, prim’ancora, del Risorgimento, per non parlare degli anni Settanta e della storia ormai riabilitata per le formazioni neofasciste i cui esponenti sono addirittura al governo in questo paese. La realtà storica ci dice che tali discorsi hanno una grossa presa sul senso comune, largamente maggioritari nelle vendite di libri e giornali. Mentre, da questa parte, dalla nostra parte, passano dinanzi agli occhi gli oceanici cortei del “movimento dei movimenti”. Cioè: di una ventina di anni fa. Forse, vale la pena di prendere contezza e rimettere mano alla lotta di classe, anche in campo storico. Ché, se è vero, come disse l’“oracolo di Obama”, il multimiliardario Warren Buffet: “la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”. È pur vero, però, che non è finita.

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Cronache marsigliesi / 3: a che punto è la notte? https://www.carmillaonline.com/2023/05/07/cronache-marsigliesi-3-a-che-punto-e-la-notte/ Sun, 07 May 2023 20:00:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77138 di Emilio Quadrelli

Eppur si muove! B. Brecht , Vita di Galileo

Ci siamo lasciati il 30 aprile in attesa del Primo maggio, al fine di verificare che cosa avesse in serbo la situazione francese. Nei due precedenti articoli avevamo evidenziato come non fosse proprio tutto oro ciò che brillava insieme alla quantità di ombre e abbagli che le pur non secondarie luci provenienti dalla Francia finivano per celare. Il Primo maggio è passato e, a sto punto, diventa forse possibile iniziare a trarre un primo, per quanto provvisorio, [...]]]> di Emilio Quadrelli

Eppur si muove! B. Brecht , Vita di Galileo

Ci siamo lasciati il 30 aprile in attesa del Primo maggio, al fine di verificare che cosa avesse in serbo la situazione francese. Nei due precedenti articoli avevamo evidenziato come non fosse proprio tutto oro ciò che brillava insieme alla quantità di ombre e abbagli che le pur non secondarie luci provenienti dalla Francia finivano per celare. Il Primo maggio è passato e, a sto punto, diventa forse possibile iniziare a trarre un primo, per quanto provvisorio, bilancio sul movimento francese. Lo facciamo attraverso le parole di M. L., un uomo del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille il quale è sicuramente una delle figure politiche maggiormente significative del Collectif e quella di S. D., del Collectif Boxe Marseilles ma attiva, soprattutto, nel lavoro territoriale la quale, almeno a parere di chi scrive, incarna al meglio quella figura della “avanguardia di lotta” fuoriuscita direttamente dalle esperienze del conflitto proletario. Le interviste possono essere considerate come significative esemplificazioni sia dello “astratto” e del “concreto” sia del “generale” e del “particolare”. Per questi motivi è sembrato più utile e funzionale farle interagire alternandole. Detto ciò partiamo con la prima domanda a M.L.

Per prima cosa vorrei chiederti un giudizio complessivo, quindi tenendo conto di quanto accaduto in tutta la Francia, della giornata del Primo maggio, Parto da qua perché le immagini e i filmati di Parigi ma anche di Lione, in Italia, hanno dato addito a non pochi entusiasmi tanto che, in non pochi casi, si è parlato apertamente di rivolta generalizzata. Questo giudizio, da Marsiglia e dalla Francia, è condivisibile?

No, nella maniera più assoluta. Il Primo maggio francese del 2023 è stato pressoché identico ai normali primi maggi francesi anzi, per molti versi, vi è stato anche un arretramento. Ora provo a spiegarmi. Ci sono stati i soliti scontri con la polizia, le solite vetrine infrante e qualche incendio di auto, una o due a Lione non molte di più. Questa è una cosa che in Francia rientra, e da tempo, in qualcosa che è diventato un rituale. Se prendi i filmati degli altri anni ti accorgerai che sono praticamente sovrapponibili. Dopo poche ore era tutto finito e quindi parlare di rivolta generalizzata mi pare veramente fuori luogo. Mi sembra che siamo completamente dentro alla logica dell’evento e dello spettacolo nello spettacolo. In Francia ci sono gruppi e aree, anche consistenti, che hanno fatto dell’estetica del conflitto il loro orizzonte. In ogni circostanza il problema diventa fare gli scontri, attaccare simbolicamente qualche simulacro del potere per ottenere il massimo effetto mediatico. Queste cose, alle quali noi siamo ormai abituati da anni, lasciano comunque il tempo che trovano perché hanno ben poco a che vedere con la costruzione della forza operaia e proletaria. Del resto questo è un problema che loro neanche si pongono. Il loro agire non è rivolto alla costruzione effettiva di una forza politico – militare operaia e proletaria perché, alla fine, la classe non gli interessa del resto, non per caso, si definiscono ribelli piuttosto che rivoluzionari. Rivolta generalizzata? Il 2 maggio tutta la Francia era al lavoro, ci vuole molta fantasia per chiamare tutto questo rivolta generalizzata. Rendetevi conto, in Italia, che siamo del tutto dentro al mondo del simbolico, un mondo che è proprio del potere e che ha finito con il contaminare anche gran parte del movimento. Se vogliamo, queste cose, almeno come senso non sono molto diverse da quello che si è visto andare in scena in parlamento. L’opposizione si è alzata in piedi a cantare la Marsigliese peccato che si sia guardata bene dal marciare verso Versailles, prendere la Bastiglia e tagliare la testa al re. Mi sembra che Macron non solo goda di ottima salute ma sia anche saldamente in sella. Poi certo c’è anche tutta una parte del movimento che è contro la violenza per principio e che aspira a farsi nuova polizia. Di questi non mi sembra neppure il caso di parlare. Quindi chiudiamo qui la leggenda della e sulla rivolta.

Mi dicevi che, secondo te, vi è stato addirittura un arretramento, perché?

Il fatto che il corteo di Parigi sia stato aperto insieme da CGT e CFDT (Confédération française démocratique du travail)1, è molto significativo. Anche su questo, da quello che leggo, in Italia sono in molti a prendere un abbaglio colossale. Questa esaltazione della CGT, contrapposta alla CGIL, non si può sentire. Ciò a cui punta la CGT è diventare come la visto molto bene nell’ultimo congresso . L’obiettivo, al di là di qualche frase di circostanza, era asfaltare la sinistra e estromettere tutti quei compagni che, sfruttando il vuoto di quadri intermedi che si era prodotto, avevano utilizzato le strutture della CGT per portare avanti pratiche e discorsi che con la linea ufficiale della CGT non c’entravano nulla. Anche noi, quelli che adesso hanno messo in piedi l’organizzazione dei precari, dei disoccupati, delle donne proletarie e le diverse reti interni ai quartieriCGIL e l’abbraccio alla CFDT, sotto questo aspetto, dice tanto. Questo, per chi magari poteva avere ancora dei dubbi, lo si è, per un certo periodo abbiamo sfruttato l’opportunità che nella CGT si era creata ma è stata una esperienza durata solo qualche mese. Sino a quando ci siamo limitati al lavoro sociale, cioè la sala boxe e poco più, abbiamo potuto usufruire dei loro spazi, infatti il Collectif boxe era in una sede della CGT, ma quando abbiamo iniziato a fare un lavoro più politico e sindacale, organizzando appunto i precari e i disoccupati oppure abbiamo iniziato a porre alcune questioni sui quartieri, non ultimo il problema della e con la polizia, siamo arrivati ai ferri corti e per essere del tutto chiari, alle mani. Tra noi e loro non è finita con una espulsione ma con una rissa dove oltre che ai pugni sono volate le sedie e i tavoli. Quello che è successo con noi, in questi giorni, è successo un po’ ovunque. La sinistra è stata fatta fuori e il riallineamento intorno alla CFDT è il dato che emerge. In qualche modo diventa evidente come la CGT intenda accettare il dialogo proposto da Macron il quale, con ogni probabilità, concederà qualcosa ma non certo sulle pensioni e tutto in qualche modo potrà rientrare. D’altra parte credo che sia un passaggio abbastanza obbligato perché vi è una sproporzione enorme tra, chiamiamolo, il “piano di Macron” e le possibilità di risposte che i settori di classe colpiti sono in grado di dare.

In che senso? La cosa non mi è chiara?

Inutile tornare su cosa già dette. Questa lotta è una lotta di un determinato settore operaio e proletario che possiamo definire garantito o aristocrazia operaia. Per sua natura, questo settore di classe, è del tutto interno al modello capitalista anche se, la sua condizione, se la è conquistata dentro lotte e battaglie anche dure ma senza oltrepassare mai un certo limite. La linea di confine di questo settore di classe è ed era la legalità. Per legalità intendo che non si è mai posto il problema del conflitto con lo stato il che non vuol dire che, in termini diciamo sindacali, non abbiano espresso lotte anche molto dure. Però questo è un limite che cozza non poco con ciò che ha in grembo, per semplificare, Macron. Macron vuole azzerare e polverizzare tutte le posizioni di forza e di rendita di questo segmento di classe e, come ha ampiamente mostrato, è disposto a giocare in maniera particolarmente dura. È evidente che la risposta dovrebbe essere di pari livello, ma è proprio qua che nascono i problemi. Può un segmento di classe come questo, che tra l’altro si percepisce come ceto medio, portare lo scontro al livello di Macron? Dovrebbe utilizzare forme, mezzi e strumenti che non stanno assolutamente nella sua ottica. Certo, ed è una cosa importante, anche all’interno di questi settori si vanno delineando alcune piccole fratture le quali, però, al momento non sembrano in grado di contrastare sul serio la gran massa scesa nelle piazze. Tornando al Primo maggio è abbastanza facile osservare come la stragrande maggioranza sia scesa in piazza come se andasse a una festa, una sfilata non certo a innescare una rivolta.

Quindi, a tuo avviso, il settore operaio e proletario strategico è esattamente quello che voi state organizzando?

Sì e anche su questo occorre essere chiari. Molti ci accusano di avere una sorta di innamoramento verso quello che loro chiamano sottoproletariato non capendo che, quello che loro chiamano sottoproletariato facendosi vanto delle categorie marxiste, in realtà è il nuovo proletariato ed è questa condizione proletaria che il comando capitalista tende a generalizzare. Il sottoproletariato ha sempre rappresentato i residui dei processi di modernizzazione tanto che, al suo interno, sono finiti con il confluire sia pezzi di classi sociali stritolate dai salti organici del capitale, sia comparti operai superati dalla composizione tecnica del capitale ma tutto questo cosa c’entra con la condizione del nuovo soggetto operaio e proletario? Questo soggetto è il frutto più avanzato del modello capitalista non certo un residuo del passato. Sotto questo aspetto anche la tradizionale categoria marxista di “esercito industriale di riserva” va svecchiata. La condizione di disoccupato, oggi, ha ben poco di momentaneo e transitorio, ma è una condizione permanente per almeno due buoni motivi: da una parte vi è sicuramente una parte di classe operaia definitivamente espulsa dalla produzione ma la maggior parte dei disoccupati sono, in realtà, lavoratori che alternano costantemente lavoro e non lavoro a seconda delle esigenze del ciclo economico. Ti faccio un esempio molto concreto. Marsiglia sta diventando sempre più una città turistica. Qua apro una parentesi che mi sembra importante. Questo fenomeno non è solo di Marsiglia ma è abbastanza generalizzato. In Italia questa è una cosa che dovreste conoscere molto bene. Tu sei di Genova, una città che conosco abbastanza bene, e avrai ben chiaro quanto il turismo giochi un ruolo centrale nell’economia della città. Il turismo funziona a ondate e quindi è normale che attragga forza lavoro in maniera diversa a secondo dei periodi. In più, il turismo, presuppone una forza lavoro con scarsissima professionalità, continuamente intercambiabile e a costi moto bassi. Diventa evidente, allora, come questo ciclo produttivo impieghi forza lavoro che oscilla costantemente tra lavoro e non lavoro la cui occupazione inteso come luogo fisico, tra l’altro, muta in continuazione. Il ragionamento mi pare semplice. Questa condizione che troviamo nel turismo è in gran parte analoga a quella che possiamo trovare nell’edilizia ma anche tra i metalmeccanici. Noi, come Collectif, abbiamo compagni inseriti in questi ambiti e anche loro attraversano continuamente la condizione di lavoro e non lavoro. Dopo questa breve descrizione torniamo al Primo maggio e a tutto ciò che si sta muovendo in Francia. Torniamo, soprattutto, a quello che per semplificare abbiamo definito come “progetto Macron”. Non ci vuole molto a capire, anche se i più non sembrano in grado di farlo, che Macron vuole allineare la condizione di tutti quei settori di classe garantiti a quella del nuovo proletariato. L’iniziativa sulle pensioni è il cuneo attraverso il quale questo progetto può dilagare. Una volta infranto il tabù il processo andrà avanti e lo farà, questo è molto chiaro, attraverso la costante contrattazione con la CGT. Probabilmente prima che tutto ciò diventi una vera e propria valanga ci vorrà un po’ di tempo, lotte e resistenze ve ne saranno, ma il percorso è tracciato.

Questo vuol dire che la vittoria del “piano Macron” è scontata?

No, per niente tutto però dipenderà da chi, in termini di settore di classe, sarà in grado di prendere in mano la lotta e esercitare egemonia sull’intero corpo di classe. Questa, poi, non è una grossa novità e, almeno per voi italiani dovrebbe essere decisamente scontato. Se l’Italia, almeno per un periodo, è stata la punta più avanzata della rivoluzione in Europa lo ha dovuto al fatto che determinati settori operai sono stati in grado di esercitare egemonia e direzione politica su tutto il corpo di classe. Se il movimento rimane in mano ai settori garantiti Macron non avrà grosse difficoltà a portare a casa il risultato se, al contrario, quella che possiamo chiamare la nuova composizione di classe riuscirà a imporre il suo punto di vista le cose potrebbero cambiare ma, anche su questo, occorre cautela perché questa classe, diciamolo, è abbastanza un casino.

Proprio su quest’ultima affermazione che fa intravvedere come il lavoro all’interno della nuova composizione di classe sia tutto tranne che una passeggiata, lasciamo momentaneamente da parte M. L., per ascoltare S. D. la quale, attualmente, è particolarmente attiva nelle occupazioni abitative del Terzo.

A te vorrei chiedere che tipo di mobilitazione vi è stata nel Terzo a proposito del Primo maggio e quanto il lavoro organizzativo che state svolgendo nel quartiere ha avuto delle risposte tra gli abitanti ?

Molto realisticamente diciamo che vi è stata una risposta a metà, sicuramente delle luci ma anche molte ombre. In piazza abbiamo portato un buon numero di persone, se tieni a mente che questo settore di classe è rimato sempre quasi del tutto estraneo a questo tipo di manifestazioni e, ed è la cosa che a mio avviso risulta più importante, il numero delle donne scese in piazza è stato considerevole. Ovviamente tenuto conto dell’invisibilità abituale a cui queste donne sono costrette. Potremmo anche cantare vittoria, ma farlo sarebbe stupido. Nel Terzo, come sai, abbiamo in piedi questa occupazione che sta dando sicuramente dei buoni frutti e intorno a questa si è costruita una realtà militante importante. L’occupazione è gestita e difesa dagli abitanti in prima persona ed è diventata un momento di socializzazione e punto di riferimento costante della vita del quartiere. Possiamo anche dire che, grazie alla occupazione, nel quartiere vi è vita politica. Ma questo è solo un lato della questione. In realtà, e qua si capisce la difficoltà reale che c’è a costruire un movimento politico dei precari, dei disoccupati e io non mi farei problemi nel dire anche degli illegali, siamo riusciti a portare in piazza neppure la metà di coloro che, invece, stanno attivamente nell’occupazione e, pur con modalità diverse, partecipano all’attività del Collectif. Questo perché, per loro, queste manifestazioni rimangono estranee, non fanno parte della loro storia, della loro vita e non ne capiscono il senso. Ma è anche vero che, nella lotta, le cose si trasformano ma, questo mi sembra il punto centrale, si trasformano e prendono delle pieghe che non devono per forza di cose seguire vecchi percorsi. Siamo di fronte all’emergere di un nuovo proletariato il quale, per forza di cose, avrà modelli, schemi e immaginari diversi dal passato. Questo è ciò che dobbiamo capire. In fondo si tratta di andare sempre a scuola dalle masse. Poi, ti ripeto, possiamo cogliere anche delle cose molto positive, soprattutto a partire dalla presenza importante delle donne.

Vorrei approfondire due aspetti delle cose che hai detto. Partiamo con gli illegali. Che tipo di intervento è possibile ipotizzare nei loro confronti?

Partiamo da una considerazione che serve per comprendere meglio la situazione. Quando parliamo di illegalità parliamo di una situazione la quale, a parte piccole quote, non è stabile. Potrebbe far ridere, ma anche l’illegalità ha la sua precarietà. La maggior parte degli illegali lo è temporaneamente e per il resto tira avanti con lavoretti, spesso in nero. Sono molti, per esempio, i manovali dell’edilizia che stanno in questa condizione. È anche vero che, in molti casi, a prevalere è l’illegalità sul resto ma questo non è un buon motivo per ignorarli anche perché, il farlo, vorrebbe dire tagliare fuori non proprio una piccola fetta di questo proletariato e, per di più, lasciarlo in mano a strutture criminali organizzate che rappresentano esattamente l’altra faccia del potere statale. I rapporti tra polizia e organizzazioni criminali, del resto, non è certo una novità. Nei confronti di queste situazioni molte realtà, mi riferisco in particolare ai compagni che operano nella banlieue parigina con i quali ho un certo rapporto e confronto, hanno cercato, sicuramente in piena buona fede, con un’ottica chiamiamola da assistenti sociali. Hanno formato collettivi sociali, cercando finanziamenti pubblici, al fine di trovare un modo per legarsi ai petit, sono loro quelli maggiormente interni ai mondi illegali, ma non hanno avuto alcun successo. Il motivo è anche semplice, alla fine, dopo tanti bei discorsi l’unica cosa che potevano offrire ai petit era una qualche forma di lavoro precario e sotto pagato. Esattamente la realtà che avevano abitualmente. Non è un caso, quindi, che i petit, per lo più, continuino per la loro strada. I petit continuano a fare gli illegali, a scontrarsi con i flic, a finire in carcere e spesso a morire o per mano delle BAC (Brigade anti-criminalité, create nel 1994) o per dei regolamenti di conti tra loro. Questo approccio, quindi, non funziona e neppure può funzionare poiché, la condizione dei petit, non è una anomalia ma il modello attraverso il quale il capitale governa sulla forza lavoro. Il problema non è trovare delle soluzioni compatibili con questo modello socio – economico, ma lottarvi contro. Lottare contro vuol dire organizzare delle lotte in grado di garantire, sia in forma diretta che indiretta, il salario. Casa e bollette, ne sono una semplice ma significativa esemplificazione ma anche imporre l’abbassamento dei prezzi per quanto riguarda cibo e vestiti rappresentano un ulteriore passaggio. Queste sono le cose che, sin da subito, è possibile organizzare dentro i quartieri. Dopo di che, ovviamente, esiste la questione del salario diretto e della fine della condizione precaria. Questi sono gli elementi unificanti per la gente dei quartieri. Questo il terreno sul quale dobbiamo muoverci, perché solo con e nella lotta possiamo costruire un’organizzazione operaia e proletaria che faccia ottenere dei risultati. Con questo torno un attimo sul Primo maggio. È normale che a questo proletariato che è figlio diretto delle mutazioni radicali del presente, queste ricorrenze dicano poco a questi interessa cosa e quanto una azione, una partecipazione può modificare le loro condizioni, le sfilate commemorative dicono poco. Occorre sempre dare delle prospettive, delle ipotesi, degli obiettivi. Ci sarebbero ancora centinaia di cose da dire ma voglio solo focalizzarmi sulla questione del carcere. Il carcere, non possiamo nascondercelo, è un luogo normale per questo proletariato e lì noi siamo del tutto assenti, lasciando ampiamente spazio al fondamentalismo il quale, invece, dentro le carceri lavora costantemente. A noi, rispetto al carcere, manca una attività come quella delle Black Panther o delle organizzazioni nate dalle lotte nelle carceri italiane negli anni Settanta.

Veniamo alle donne. Mi sembra che questo sia un ambito che offra, a fronte delle indubbie difficoltà, notevoli prospettive. Me ne parli?

Più che volentieri. Nei quartieri le donne sono, per strano che possa sembrare, il vero anello forte. Mentre la popolazione maschile è più prossima alla disgregazione le donne sono quelle che mantengono, o almeno ci provano, i legami familiari e di gruppo. Sono anche quelle che più lavorano e che, proprio in quanto donne e, nel nostro caso, di donne arabe soffrono maggiormente i vari tipi di discriminazione. Questo fa sì che siano proprio loro a svolgere il ruolo di avanguardie di massa e che mostrano di avere più fame di politica oltre a mostrare di saper ragionare in termini politici e organizzativi. Mentre gli uomini vedono tutto e solo in termini di scontro le donne ragionano sull’accumulo di forza, sulla necessità di costruire delle basi solide e durature senza affidarsi agli entusiasmi del momento. Mi sembra importante sottolineare come queste donne proletarie siano del tutto estranee ai discorsi dei vari femminismi che, nei quartieri, non hanno alcuna presa anche perché questi femminismi puzzano di République e loro sanno benissimo quanto la République le sia nemica. Quindi, non è un caso che, proprio sulle donne stiamo concentrando un grosso sforzo organizzativo e politico non solo come ambiti territoriali ma anche come organizzazione dei precari e dei disoccupati.

Sulla scia di quanto ascoltato torniamo a parlare con M. L. Il “concreto” ha messo sul campo non poche questioni che occorre provare a affrontare.

Hai sentito S. D. che ha posto una serie di questioni importanti. In che maniera, come Collectif, ipotizzate di affrontarli?

Cercherò di essere il più sintetico possibile anche se, sulla base delle cose che hai sentito, sarebbe necessario uno spazio maggiore. Bene, veniamo al dunque. La prima cosa che dobbiamo chiarire è che andiamo incontro a una lotta di lunga durata ed è questa lotta che occorre saper organizzare tenendo a mente che la lotta di lunga durata nella metropoli imperialista attuale ha caratteristiche che non possono essere riprese dalle esperienze del passato. Sotto questo aspetto il maoismo è utile, ma sicuramente non riproducibile. Dire questo è però importante perché fa piazza pulita di tutte quelle ipotesi diciamo insurrezionali che vanno sempre alla ricerca di una qualche spallata decisiva. Queste spallate non ci sono e non ci saranno potranno esserci sicuramente dei momenti di altissimo conflitto ma pensare che su quello, e solo su quello, lo stato e il comando crollino è pura illusione. Dobbiamo pensare, quindi, a una lotta di lunga durata dove la forza organizzata operaia e proletaria esercita il suo potere in contrapposizione al potere borghese e statale. Per capirci e pur con tutte le tare del caso possiamo forse parlare di qualcosa di simile al modello irlandese. Quindi centrale è l’organizzazione, ma di quale organizzazione parliamo? Ci sono due modi di concepire l’organizzazione il primo, ed è quello con cui solitamente abbiamo a che fare, mette insieme un gruppo di militanti i quali, seduti intorno a un tavolo e dopo aver formulato tutta una serie di analisi, dicono: Ecco l’organizzazione. Insomma l’ennesimo piccolo gruppo compatto che scimmiotta Lenin. Di queste organizzazioni ne nascono almeno tre al giorno, ma nessuno se ne accorge. L’altro modo di costruire l’organizzazione è quello che non parte dal tavolino ma dalle lotte. È dalla prassi delle masse che diventa possibile costruire organizzazione. Molti diranno che questo è spontaneismo ma, a noi, questo sembra il solo modo per fare interamente nostra la dialettica di Marx, prassi, teoria, prassi. Con ciò, ed è evidente, non sminuiamo il ruolo dei comunisti e dell’avanguardia politica ma questo ruolo ha senso, e funziona perché questo alla fine è ciò che conta, solo se in costante relazione con ciò che la classe esprime. A partire da ciò stiamo cercando di fare un salto tanto politico, quanto organizzativo. Sabato 6 maggio abbiamo organizzato qua a Marsiglia un incontro con una serie di realtà che, in diverse parti della Francia, si stanno muovendo su un percorso simile al nostro. Non pensiamo, e neppure lo vogliamo, uscire da questo incontro dichiarando al mondo: ecco l’Organizzazione, ma costruire dei legami che ci consentano, nell’immediato, di costruire delle campagne di mobilitazione unitarie. Sicuramente il fronte delle donne e anche quello del carcere rientra fortemente nei nostri orizzonti ma, di tutto questo, spero di potertene parlare con più precisione in futuro. Abbiamo lavorato molto per costruire questo momento e vediamo che cosa siamo in grado di raccogliere.

Chiudiamo così questa “Corrispondenza”. Sono troppe le cose sulle quali, in base a ciò che abbiamo ascoltato, occorrerebbe soffermarsi e riflettere. Ci auguriamo di farlo al più presto.


  1. La Confédération française démocratique du travail, o CFDT (in italiano: Confederazione francese democratica del lavoro) è uno dei più grandi sindacati nazionali francesi. Conta il maggior numero di iscritti, e alle elezioni sindacali è secondo dietro alla Confédération générale du travail (CGT).  

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Cronache marsigliesi / 2: qualche luce, molte ombre e tanti abbagli. In attesa del Primo Maggio e dell’arrivo dei “siberiani”. https://www.carmillaonline.com/2023/04/29/cronache-marsigliesi-2-qualche-luce-molte-ombre-e-tanti-abbagli-in-attesa-del-primo-maggio-e-dellarrivo-dei-siberiani/ Sat, 29 Apr 2023 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77004 di Emilio Quadrelli

Il mondo coloniale è un mondo a scomparti. (F. Fanon, I dannati della terra)

Ci siamo lasciati i primi giorni di aprile evidenziando come, a proposito di quanto stava andando in scena in Francia, vi fosse sicuramente della luce ma anche molte ombre e come, proprio l’insieme di queste ombre, obbligassero a una serie di interrogativi. Interrogativi che, nelle mobilitazioni dal 6 aprile in poi, avrebbero dovuto trovare una qualche risposta. Dal 6 aprile a oggi vi sono stati due nuovi scioperi generali mentre, il 15 [...]]]> di Emilio Quadrelli

Il mondo coloniale è un mondo a scomparti. (F. Fanon, I dannati della terra)

Ci siamo lasciati i primi giorni di aprile evidenziando come, a proposito di quanto stava andando in scena in Francia, vi fosse sicuramente della luce ma anche molte ombre e come, proprio l’insieme di queste ombre, obbligassero a una serie di interrogativi. Interrogativi che, nelle mobilitazioni dal 6 aprile in poi, avrebbero dovuto trovare una qualche risposta. Dal 6 aprile a oggi vi sono stati due nuovi scioperi generali mentre, il 15 aprile, il presidente Macron non ha fatto alcun passo indietro, firmando la legge che, dall’autunno prossimo, vedrà i francesi andare in pensione con due anni di ritardo rispetto a ora. In un articolo precedente (“Cronache marsigliesi. Non è tutto oro ciò che brilla” – Carmillaonline, 3 aprile 2023) avevamo evidenziato come il movimento contro il prolungamento dell’età pensionabile fosse, a conti fatti, molto circoscritto e come, nei suoi confronti, gran parte della classe operaia e del proletariato francese si mostrasse a dir poco tiepida. A uno sguardo minimamente attento era evidente come a scendere in piazza fosse quella quota, in Francia assai corposa, di classe operaia e proletariato garantito occupato nel settore pubblico mentre gli operai del settore privato, i precari e i disoccupati osservassero tutto ciò rimanendo alla finestra. La stessa adesione studentesca vedeva una sostanziale spaccatura tra gli studenti del ceto medio, entrati massicciamente in lotta al fianco dei lavoratori, e gli studenti proletari i quali, con questa lotta, hanno ben poco interagito.

Anche in questo caso, come la volta precedente, i nostri interlocutori sono stati V. R., una ragazza del Collectif Boxe Marseilles, M. L., un uomo del Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille e una ragazza, S. D., del Collectif Boxe Marseilles ma attiva, soprattutto, nel lavoro territoriale. A questi abbiamo aggiunto M. C, una donna precaria ex gilets jaunes, oggi attiva nel Collectif Autonome Précaires et Chȏmeurs Marseille con la quale ci è parso interessante porre a confronto il movimento odierno con quello dei gilets jaunes.

Iniziamo, pertanto, ascoltando V. R. operaia precaria delle pulizie e abitante nel quartiere Fèlix Pyat notoriamente noto come uno dei quartieri più malfamati di Marsiglia. Ciò che ci sembrava importante capire era il tipo e il grado di coinvolgimento sia dei precari, sia degli abitanti del suo quartiere nelle mobilitazioni e se, dal 6 aprile in poi, vi fossero stati significative modifiche rispetto alle mobilitazioni precedenti.

Eravamo rimasti evidenziando quanto a dir poco tiepida fosse la partecipazione dei precari, dei disoccupati e in generale degli abitanti dei “quartieri malfamati” nei confronti della lotta sulle pensioni. Questo lo constatavamo prima del nuovo sciopero generale del 6 aprile al quale ha fatto seguito quello del 12. Macron, da parte sua, ha tirato dritto e ha firmato la legge che proroga di due anni l’accesso al pensionamento. Tutto ciò ha cambiato qualcosa tra di voi?
Come è facile constatare il movimento si è abbastanza ridotto. Qua a Marsiglia la cosa è stata quanto mai evidente. Questo è anche facilmente comprensibile se consideri il fatto che la città di Marsiglia ha circa 900.000 abitanti dei quali almeno 400.000 vivono nei quartieri segregati e quindi sono precari, disoccupati, illegali o, come spesso succede, tutte e tre le cose messe insieme. Io sono un’operaia precaria delle pulizie, mia madre precaria nella ristorazione, mio fratello è un po’ qua e un po’ là e mio padre, per fortuna, non lo vediamo da anni. Questa mia condizione non ha nulla di speciale ma riflette la condizione media dei nostri quartieri. I nostri problemi chiaramente sono altri, la polizia tanto per incominciare che con noi non simula lo scontro ma ci va giù pesante per qualunque cazzata. Il razzismo della polizia e delle istituzioni e la vita di merda che dobbiamo fare. Io vivo dentro questa realtà e con me la vivono almeno altri 400.000 marsigliesi ed è abbastanza chiaro che questa condizione ha ben poco a che fare con quella di chi è sceso in piazza o meglio il nesso c’è ma non è così facile farlo capire e soprattutto trovare delle convergenze in grado di unificare queste due condizioni proletarie.

Voi, come collettivi precari, di quartiere ma anche come collettivo boxe in questo periodo come vi siete mossi, che bilancio potete fare della vostra attività?
Noi siamo stati dentro a tutte le manifestazioni e agli scioperi organizzando dei nostri spezzoni ma, soprattutto, abbiamo continuato il nostro lavoro di organizzazione e di lotta sui posti di lavoro e nei quartieri. Nel terzo stiamo facendo molto bene soprattutto sul fronte delle occupazioni di case ma di questo è meglio che ne parli con un’altra compagna che dentro a questa cosa ci sta dentro direttamente. Sicuramente possiamo rilevare una nostra crescita perché le lotte che stiamo mettendo in piedi hanno sicuramente un seguito e quindi stiamo portando in piazza anche un certo numero di persone ma, questo bisogna dirlo, rispetto alla gran massa sono solo avanguardie anche se, questo mi sembra importante dirlo, non sono avanguardie politiche in senso generico ma avanguardie di lotta ossia compagne e compagni del tutto interni alle realtà operaie e proletarie. Questo ci permette di guardare all’immediato futuro con un po’ di ottimismo.

Quanto ascoltato offre già un quadro abbastanza preciso della realtà marsigliese. Sulla scia di ciò proseguiamo ascoltando S. D. proveniente anche lei dall’ambito del Collectif boxe e attiva soprattutto nel lavoro di quartiere. Questo ci è sembrato particolarmente importante perché, proprio per le caratteristiche che la nuova composizione di classe riveste, l’ambito territoriale assume un aspetto spesso strategico. Questo per almeno tre buoni motivi. Per un verso l’obiettiva debolezza che le attuali condizioni di lavoro impongono dentro la produzione possono essere ribaltati sul territorio così che, a differenza del passato dove il “potere operaio” di fabbrica si espandeva sul territorio, l’organizzazione della forza operaia e proletaria sul territorio può riversarsi dentro i posti di lavoro del resto, avendo a mente l’Italia, non si tratterebbe di un fenomeno poi così nuovo. Negli anni Settanta furono proprio le ronde e le squadre operaie a supportare dall’esterno le lotte operaie delle piccole fabbriche e aziende dove il controllo padronale e poliziesco inibiva ogni forma di organizzazione autonoma operaia. In seconda battuta, la lotta territoriale, consente di articolare una lotta sul salario indiretto che non è sicuramente meno importante della battaglia salariale sui posti di lavoro. Infine, e certamente non per ultimo, la lotta sul territorio consente di costruire spazi di contropotere effettivo e dare vita a “zone liberate” dove la gestione dello spazio pubblico sfugge al controllo statale. Molto sinteticamente abbiamo parlato di questo con la nostra pugile.

Voi, come precari e disoccupati, pur stando dentro al movimento che sta agitando la Francia avete svolto una attività parallela specificamente rivolta a quel settore di classe che non sembra particolarmente interessato alla lotta sulle pensioni. Potresti spiegarmi, molto sinteticamente, come avete maturato questa scelta e quali tipi di risposte avete ricevuto?
Abbiamo aperto un intervento all’interno del terzo, che è anche il mio quartiere, il quale è considerato uno dei quartieri più poveri d’Europa. È un quartiere prevalentemente arabo dove disoccupazione e illegalità sono ciò che Marsiglia offre ai suoi abitanti. Credo che sia persino inutile ricordare la violenza quotidiana che i suoi abitanti subiscono da parte della polizia, il razzismo che circonda questo quartiere insieme alla sua povertà. Chiaramente in questo quartiere una lotta come quella sulle pensioni non ha senso così come le modalità sostanzialmente pacifiche di questo movimento non hanno molto da dire agli abitanti del quartiere. Qua gli scontri con la polizia hanno ben altro tenore e non sono certo paragonabili a quelli che si sono visti nel corso degli scioperi generali. Insieme agli altri del collettivo di quartiere abbiamo individuato nel problema abitativo uno dei problemi essenziali delle persone che abitano qua. Su questo abbiamo deciso di muoverci. Chiaramente lo abbiamo fatto attraverso un lavoro di inchiesta, cioè non siamo arrivati dall’alto dicendo: “Occupiamo le casa” ma costruendo l’occupazione con le reti che abbiamo all’interno del quartiere. Abbiamo così individuato due stabili e li abbiamo occupati. Sarebbe interessante, e anche utile, raccontare la storia e le dinamiche di questa occupazione ma non è questo il luogo. Ciò che mi preme dire è come la gestione dell’occupazione sia stata ed è una vera e propria “scuola politica” per il quartiere. La sua gestione e la sua difesa è interamente in mano agli abitanti e molti di loro sono già, a tutti gli effetti, delle avanguardie di lotta. Questa prassi consente di costruire quadri e organizzazione. Vorrei aggiungere ancora una cosa che mi sembra veramente importante: il rapporto con le varie gang di zona. Anche qua si apre un capitolo che andrebbe affrontato in altro modo ma, anche se in poche battute, mi preme dire che proprio grazie al lavoro che stiamo facendo siamo riusciti a instaurare un buon rapporto con queste. Queste sono realtà che non si possono ignorare perché migliaia di ragazzi vi sono dentro e si tratta di gente nostra che non può e non deve essere abbandonata al suo destino. Dobbiamo, e lo stiamo facendo, lavorare con il proletariato a partire dalle sue forme concrete e le gang, piaccia o meno, ne sono una sua forma.

Questo, molto sinteticamente, l’aria che si respira tra le fila di quel proletariato che, sino a ora, è rimasto sostanzialmente alla finestra. Sulla scia di ciò passiamo a ascoltare M. C. focalizzando l’attenzione, in particolare, sull’esperienza dei gilet jaunes ponendole a confronto con quanto sta andando in scena in questi giorni.

Per prima cosa, anche se in maniera estremamente stringata, vorrei chiederti cosa ti ha portato dai gilet jaunes al movimento dei precari e dei disoccupati.
L’esperienza con i gilet jaunes è stata molto utile e importante ma aveva un limite la sua incapacità di costruire organizzazione e programma politico tra gli operai e i proletari. In poche parole non aveva, e per sua natura neppure poteva averla, una linea di classe. Questo è abbastanza normale in movimenti che mettono insieme diversi settori e strati sociali e, almeno all’inizio, questo ci sta. Nelle situazioni di crisi entrano in gioco tutti quelli che della crisi sono vittime per cui la genericità del movimento è più che comprensibile, ma se questa genericità si perpetua allora diventa un limite enorme. Questo è ciò che è accaduto con i gilet jaunes. Bisogna rilevare, infatti, che non si è stati in grado di bloccare la produzione, di organizzare uno sciopero generale nonostante, nel movimento la presenza di operai, precari e disoccupati fosse notevole. È indicativo il fatto che le nostre manifestazioni si tenessero il sabato e non avessimo mai neppure pensato di bloccare la Francia in un qualche altro giorno. Inevitabilmente quel movimento, privo di una chiara linea di classe, si è spento. Personalmente avevo iniziato a distaccarmene, nel senso che non avevo più un ruolo attivo e militante, già prima che il movimento si esaurisse e mi sono indirizzata verso l’attività del Collectif Chomeurs Precaires che qua a Marsiglia iniziava a muovere i suoi primi passi. Ho fatto questo perché, come ti ho detto, ciò che ho riscontrato dentro l’esperienza dei gilet jaunes è stata proprio l’assenza di un programma operaio e proletario ma vorrei anche precisare meglio quanto detto proprio perché il collegamento tra l’esperienza dei gilet jaunes e l’approdo al Collectif ha una sua continuità. Come ti ho detto dentro i gilet jaunes vi era una componente proletaria rilevante ma di quale proletariato stiamo parlando? La componente proletaria presente tra i gilet jaunes era proprio quel proletariato precario, disoccupato e quella classe operaia impiegata nel settore privato, cioè la nuova composizione di classe la quale vive una condizione di marginalizzazione ed esclusione politica e sociale. Una condizione che, tra l’altro, mi appartiene. Questo il motivo per cui, dopo l’esperienza dei gilet jaunes, mi sono collocata in una realtà formata essenzialmente da precari e disoccupati. Una condizione che, qua a Marsiglia, è quella ormai maggioritaria.

Sulla base della tua esperienza ci sono, e nel caso di che tipo, delle differenze tra il movimento che sta scuotendo la Francia in questi giorni e i gilet jaunes?
Sicuramente sì, le differenze ci sono e neppure di poco conto. Per prima cosa la composizione di classe. Il movimento sulle pensioni è essenzialmente un movimento legato al lavoro subordinato pubblico le cui condizioni sono del tutto diverse da quelle degli altri operai e proletari. Per capirsi ormai c’è una grossa fetta di proletariato per il quale la pensione è solo un miraggio per cui è ovvio che nei confronti di questa lotta è abbastanza tiepido. Nella loro confusione i gilet jaunes esprimevano una loro radicalità, generica, indistinta, tanto è vero che dentro c’era un po’ di tutto, anche molta frustrazione propria delle classi sociali che più che in via di proletarizzazione sono in via di pauperizzazione anche se, questa è una cosa che in molti non notano, oggi proletarizzazione e pauperizzazione tendono a essere la stessa cosa, insomma per quanto caotico e senza alcuna prospettiva, era un movimento carico di una notevole radicalità. Tutto ciò, nel movimento attuale, non c’è. Basta vedere le dinamiche di piazza e i comportamenti della polizia.

Cioè?
Se guardi a quello che succedeva nel corso dei sabati dei gilet jaunes e a ciò che accade nelle manifestazioni attuali, la cosa è evidente. Il livello di scontro è imparagonabile e teniamo presente, perché è fondamentale, che in quel caso la pratica della violenza aveva veramente una dimensione di massa con anche forme di auto organizzazione non proprio trascurabili. Nel movimento di oggi questo non c’è e i rari episodi di scontri e attacchi, continuamente sovra esposti dai media, sono soprattutto il frutto di alcuni gruppi con l’estetica del conflitto che battaglie di strada vere e proprie. Dei gilet jaunes si può dire tutto, e io non credo di essermi sottratta a una critica anche piuttosto dura nei loro confronti, ma non che avessero l’estetica o la simbologia del conflitto. Nei sabati dei gilet jaunes la battaglia di strada c’è stata a tutti gli effetti. Il comportamento della polizia mi sembra abbastanza eloquente. Oggi la polizia, nei confronti di questo movimento, si muove con il freno a mano tirato sapendo benissimo che, in fondo, siamo di fronte a delle scaramucce e nulla di più. Al proposito basta confrontare il modus operandi della polizia a Sainte – Soline a quello che si è visto nelle piazze recenti. Il livello di scontro è decisamente basso e la polizia, o meglio il governo, si guarda bene dall’innalzarlo. A Sainte – Soline la polizia ha operato dentro uno scenario di guerra perché di fronte aveva un movimento con determinate caratteristiche non certamente prono a una qualche forma di mediazione cosa che, invece, mi sembra si possa tranquillamente dire della stragrande maggioranza dell’attuale movimento sulle pensioni.

Quindi, secondo te, questo movimento non è in grado di radicalizzare lo scontro e non ne ha neppure l’intenzione poiché, alla fine, immagina di poter giungere a una qualche forma di accordo?
La cosa non è così scontata perché la situazione è in movimento e tante tensioni sono nell’aria. Certo è che se a dominare la scena sarà la composizione di classe che ha condotto la lotta sino a questo momento le prospettive non sono delle migliori basta pensare che, il massimo che c’è stato dopo la firma di Macron sono state le battiture delle pentole ma, come ti ho appena detto, la partita è tutt’altro che chiusa perché la possibilità che nell’immediato futuro a scendere in campo siano anche gli altri settori operai e proletari non è così impensabile. Mi auguro che non sia solo una mia speranza.

Giunti a questo punto chiudiamo la seconda puntata delle nostre “Cronache marsigliesi” ascoltando M. L. al quale abbiamo chiesto un approccio maggiormente politico e analitico.

Ciao, la prima cosa che vorrei domandarti è una valutazione complessiva su quanto sta accadendo in Francia e, ovviamente, con un occhio particolare sulla realtà marsigliese. Hai avuto modo di sentire quanto raccontato nelle precedenti interviste per cui ti chiederei, per capirsi, più astratto che concreto.
Intanto cominciamo con il dire che tanto la giornata del 6 quanto quella del 12 hanno visto un certo riflusso. Inutile nasconderlo i numeri sono calati. Il Congresso della CGT ha visto l’affermazione della sua ala più destra che, nell’immediato, ha comportato l’epurazione di tutte quelle situazioni dove militanti di estrema sinistra avevano raggiunto un qualche ruolo organizzativo. La CGT ha asfaltato la sinistra e tutti quegli spazi che per un certo periodo si erano aperti al suo interno si sono chiusi. Vedo che in Italia in molti guardano alla CGT bé dalla Francia posso dire che è un abbaglio clamoroso e lo dice uno che, comunque, non si è fatto problemi a interagire con questa organizzazione. Qua a Marsiglia dove, per la sua composizione sociale, questa lotta è di fatto una lotta di minoranza l’entusiasmo è stato notevolmente ridotto. Gli altri settori di classe non sono entrati in gioco e quindi, tutto quello che quel movimento poteva dare lo ha dato. La natura sociale di questo movimento è per sua natura riformista poiché si tratta di quella composizione di classe che ha il “patto socialdemocratico” nel suo DNA. Quindi, il suo orizzonte, è sempre stato tutto interno al sistema capitalistico il che non significa che questo settore di classe non abbia fatto, almeno in passato, lotte di notevole spessore e radicalità. Sicuramente il “patto socialdemocratico” è stato anche nelle corde della borghesia che su quello ha costruito interi decenni di dominio ma occorre anche ricordare che i termini di questo “patto” sono sempre stati oggetto di una lotta serrata perché la borghesia mirava a costruire un patto al ribasso, concedendo il minimo, mentre gli operai miravano al massimo. Le condizioni di vita di questo proletariato garantito sono state il frutto di lotte e battaglie e, usando un termine che a voi italiani piace molto, una forma non proprio irrilevante di esercizio di potere operaio. Tutto ciò, ovviamente, appartiene alla storia di ieri perché il modello capitalistico attuale non prevede alcuna possibilità di “patto”. L’attacco di Macron mira esattamente a questo, destrutturare del tutto le postazioni di forza di ciò che, in qualche modo, possiamo definire come aristocrazia operaia. Si tratta di un progetto non solo francese tanto che, qualcosa di simile, lo stiamo osservando anche in Inghilterra e Germania. Anche in quei paesi tutto ciò che rimanda a forme di rigidità operaia, postazioni di forza, esercizio di potere sui posti di lavoro è sotto attacco. A fronte di ciò mi sembra che si possa parlare di offensiva unitaria del comando capitalista contro le vecchie fortezze operaie. Questo movimento, se rimane all’interno delle coordinate attuali, non può che essere sconfitto poiché non si rende conto che i padroni hanno completamente cambiato le regole di gioco.

Quindi consideri questa battaglia inesorabilmente persa?
Non sarei così drastico o meglio credo che questa situazione sia in movimento e alcuni inizi di rottura all’interno di questo fronte iniziano a manifestarsi. Per dire, qua a Marsiglia, l’occupazione spontanea della stazione ferroviaria e il blocco dei treni è stata opera dei ferrovieri, cioè di quella composizione di classe che è scesa in piazza dietro alla CGT. Dobbiamo tenere presente che Macron vuole spazzare via e destrutturare le condizioni di vita di questo proletariato e che non vi sarà mediazione possibile. Qualcuno lo sta capendo, bisogna vedere se il fenomeno sarà limitato o assumerà connotati di massa.

Secondo te, questo movimento potrebbe cambiare pelle?
Cambiare proprio pelle non credo perché è difficile pensare che un settore sociale abituato a vivere in un certo modo, diciamo da ceto medio, possa approdare a modalità di lotta e di scontro di un certo tipo ed è anche difficile che, in tempi brevi, metabolizzi il fatto che è la borghesia a imporre un determinato livello di scontro. Quello che può succedere è che inizino a esserci delle contaminazioni tra questo settore di classe e il resto del proletariato, in questo caso lo scenario inizierebbe a cambiare ma anche in questo caso dobbiamo andare cauti con i facili entusiasmi. Per essere chiari, capisco l’entusiasmo che in molti nutrono per la banlieue ma se tutto quel potenziale non trova una forma politica organizzata rischia di essere, come già sta accadendo, semplice materiale per la saggistica sociologica.

Ma voi, come precari, disoccupati, organismi di quartiere come vi state muovendo?
Intanto stiamo preparando, attraverso continue iniziative di lotta, il Primo Maggio che potrebbe essere già un primo banco di prova di tutto ciò che si sta muovendo. Per il resto lavoriamo alla costruzione di forme di organizzazione stabili perché lotta e organizzazione non possono che marciare unite. Le lotte senza organizzazione non vanno da nessuna parte, l’organizzazione senza le lotte è solo micro burocrazia.

Chiudiamo qua, in attesa del Primo Maggio, la seconda puntata delle “Cronache marsigliesi”. Sono molti i nodi che queste corrispondenze stanno portando al pettine per questo, dopo il Primo Maggio, cercheremo di ragionare, sulla base di quanto i “materiali empirici” ci hanno fornito, in termini decisamente più analitici per il momento auguriamoci solo che i “siberiani” non rimangano alla finestra.

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LUDD ovvero dell’insurrezione permanente https://www.carmillaonline.com/2018/07/26/ludd-ovvero-dellinsurrezione-permanente/ Wed, 25 Jul 2018 22:01:27 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47303 di Sandro Moiso

La critica radicale in Italia. LUDD 1967-1970, con una Introduzione e una memoria di Paolo Ranieri e una ricostruzione storico-politica a cura di Leonardo Lippolis, NAUTILUS, Torino 2018, pp. 570, € 25,00

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta [...]]]> di Sandro Moiso

La critica radicale in Italia. LUDD 1967-1970, con una Introduzione e una memoria di Paolo Ranieri e una ricostruzione storico-politica a cura di Leonardo Lippolis, NAUTILUS, Torino 2018, pp. 570, € 25,00

In questi giorni bui, in cui di fronte al riproporsi di un governo reazionario e razzista l’antagonismo sociale non sembra saper far altro che riproporre modelli di azione politica e di organizzazione ripescati pari pari dai vecchi Fronti popolari e dalla peggiore tradizione catto-comunista e stalinista, questo primo volume del progetto destinato a ripercorrere le vicende della critica radicale italiana dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta costituisce un’autentica boccata d’aria pura. Un po’ come aprire una finestra di un appartamento situato al centro di una grigia e inquinata metropoli per scoprire, inaspettatamente, che questa si affaccia su un magnifico paesaggio montano di nevi eterne, dirupi scoscesi e boschi verdissimi e selvaggi.

Le edizioni Nautilus che fin dai loro inizi pubblicano e ripubblicano testi di quel pensiero radicale che ha avuto nel Situazionismo una delle sue massime espressioni ma che, prima di tutto, affonda le sue radici nella insorgenza giovanile e proletaria che ha contraddistinto da sempre e, in particolare, fin dal secondo dopoguerra la “naturale” reazione di classe rivoluzionaria sia al capitalismo occidentale che al suo mostruoso alter ego rappresentato dal cosiddetto “socialismo reale”, con questo volume iniziano un’operazione che più che d’archivio pare essere più di riscoperta (per i lettori più giovani) e rivendicazione di un pensiero e di una pratica che dell’insorgenza continua contro ogni forma di potere costituito e ogni formulazione teorica tesa alla conservazione dell’esistente hanno fatto la propria ragione d’essere.

I due volumi che sono annunciati per il prosieguo dell’opera si occuperanno successivamente dei testi, giornali, bollettini e volantini prodotti all’interno del Comontismo, di Puzz, Insurrezione e Azione Rivoluzionaria e si intitoleranno Comontismo 1971-1974 e Insurrezione 1975-1981 e andranno ad affiancarsi ai due testi già precedentemente editi che raccoglievano tutti i numeri della rivista prodotta dall’Internazionale Situazionista1 e tutti i bollettini pubblicati dalla precedente Internazionale lettrista.2

Se, però, l’esperienza dell’Internazionale Situazionista è stata in qualche modo parzialmente digerita dal sistema mediatico e politico attuale, ben diversamente potrà avvenire per una produzione testuale e, lo ripeto ancora una volta, per una pratica militante che fin dagli esordi furono tacciate sia dal PCI che dai gruppuscoli nati alla sua sinistra (in primis l’orrido Movimento Studentesco di Mario Capanna) come provocatorie, irresponsabili e, in alcuni casi, “fasciste”.

Anche se l’opera non intende affatto costituire una celebrazione di pratiche e militanti come Giorgio Cesarano, Riccardo D’Este, Eddie Ginosa, Gianfranco Faina, Mario Perniola e molti altri ancora, senza dimenticare la vicinanza con Danilo Montaldi, poiché come afferma Paolo Ranieri nella sua introduzione:

“E’ ora, infatti, di dire basta alla moltiplicazione incessante e interessata di manifestazioni “in memoria”. Come il Primo Maggio […] ideato per essere l’appuntamento annuale con quel vagheggiato sciopero generale che spostava la presenza potenziale dell’insurrezione possibile insieme con l’assenza di rivoluzione attuale: da quando, con l’iterazione e la corrosione del tempo passato e il sequestro della produzione di memoria da parte delle istituzioni, ci si è scordati di questo, si è definitivamente degradato in una sorta di Pentecoste, rito lagnoso di una neo-religione per schiavi, aspiranti schiavi e liberti, meritevole di essere fuggito come la peste […] E lo stesso si può affermare senza esitazioni per il 25 aprile, il 12 dicembre, il 14 luglio […] ciascuno con le precise specificità che gli valgono un posto in questo martirologio della laica religione della disfatta, celebrata senza posa e senza vergogna dai voltagabbana incartapecoriti dalla nostalgia e dai militanti del conformismo”.3

Come si può ben comprendere fin da queste poche righe, che danno la cifra esatta del discorso anti-retorico e di rottura che la critica radicale italiana ha portato avanti fin dai suoi albori, non vi è possibilità di mediazione, di reciproco seppur parziale coinvolgimento e neppure di pace armata tra una miserabile concezione della politica di “sinistra” che ha fatto della sconfitta e della collaborazione di classe la sua terra d’adozione ed una visione che dell’iniziativa rivoluzionaria ed insurrezionale dal basso, proletaria e giovanile, ha fatto la sua ragione di esistere.

Continua, anzi anticipa, poi ancora Ranieri:

“Non possiamo nascondere a noi stessi che operazioni-memoria come la presente – intese a isolare una vicenda del passato raccogliendone i documenti in un’edizione che, elaborata dai superstiti stessi, aspira a mostrarsi critica, completa, definitiva, TOMBALE – rappresentano uno dei mille espedienti che l’universo delle merci adotta per frenare la propria inarrestabile entropia”.4

Sì, perché è proprio l’universo mercantile, con la rapida diffusione della sua capacità di affascinare e addomesticare l’immaginario proletario e sociale, l’altro obiettivo della critica radicale che, però, non intende semplicemente destrutturarne le basi e i principi ma, molto più semplicemente, distruggerlo insieme ai rapporti sociali e di produzione che lo alimentano. La necessità potrebbe rivelarsi essere proprio quella, già enunciata da De Sade, che l’insurrezione debba costituire la condizione permanente di ogni repubblica.

La sintetica ricostruzione storica della formazione, a Genova, prima del Circolo Rosa Luxemburg e poi di LUDD – Consigli proletari fatta da Leonardo Lippolis permette al lettore-militante di riscoprire le origini di tali formulazioni ed ipotesi non solo a partire dalle occupazioni studentesche delle Facoltà universitarie fin dal 1967, che impressero una spinta decisiva in quella direzione, ma fin dalle insurrezioni operaie e proletarie di Berlino Est nel 1953, dell’Ungheria nel 1956 e nelle rivolte italiane del luglio del 1960 e di Piazza Statuto nel 1962 a Torino.

Insieme alle interpretazioni che sorgevano dalle riletture dell’esperienza rivoluzionaria sulle pagine di “Socialisme ou Barbarie”, nei primi numeri dei “Quaderni Rossi” e successivamente dell’Internazionale Situazionista si evidenziava però sempre il fatto di come l’insorgenza proletaria fosse una costante, dalla Comune di Parigi in poi e allo stesso tempo come le trame “partitiche” finissero sempre con l’ingabbiare e limitare l’espressione del desiderio di rivoluzione e superamento dell’esistente compreso all’interno dell’esperienza dei Consigli.

Anche se proprio la scelta del nome del gruppo di cui sono raccolti principalmente i materiali in questo primo volume, LUDD, rinvia ad esperienze precedenti ed egualmente radicali. E’ proprio sulla tracci dell’interpretazione data dallo storico inglese Edward P. Thompson, nella sua opera più importante,5 del luddismo che si forma la convinzione che la rivolta spontanea del lavoratori delle campagne inglesi contro l’introduzione delle macchine fosse tutt’altro che una forma primitiva, arretrata e tutto sommato conservatrice di lotta di classe. Negando così un’interpretazione “progressista” del capitalismo che nelle sue conseguenze ha finito col trasformare i partiti “socialisti” o “comunisti” che la sostenevano in strumenti di conservazione politica, economica e sociale. Insomma i proletari inglesi dell’epoca delle guerre napoleoniche erano già più avanti di coloro, ad esempio i cartisti, che si sarebbero poi fatti loro portavoce e rappresentanti come tutta la deriva tradunionista, socialdemocratica e infine stalinista che ne sarebbe poi conseguita.

E’ proprio per questo motivo che i fondatori del movimento andarono progressivamente allontanandosi da quella componente operaistica di cui avevano inizialmente condiviso una parte del cammino. E che contribuì ad allontanare alcuni di loro anche da Raniero Panzieri che, proprio a proposito della rivolta di Piazza Statuto, in un primo momento aveva commentato la giovanile rivolta operaia come “quattro meridionali che tirano le pietre”. Questa memoria, contenuta nella ricostruzione di Lippolis, mi fa ha fatto tornare in mente che fu proprio in occasione di quella rivolta, e degli atteggiamenti assunti nei suoi confronti da Pajetta e dal PCI, che due proletari come Sante Notarnicola e Giuseppe Cavallero decisero di stracciare la tessera del Partito. Mentre esponenti dell’operaismo come Antonio Negri e Mario Tronti decidevano in quegli stessi anni di praticare una forma di entrismo nello stesso. Come dire che l’istinto proletario batte la riflessione filosofica 1 a 0.

“La Lega operai-studenti, che rivendicava l’eredità dei Consigli operai, insisteva invece sulla necessità di trovare nuovi canali di insubordinazione, non necessariamente legati alla fabbrica, rigettando l’impostazione gerarchica e centralizzatrice leninista. La Lega operai-studenti negava ogni valore alla lotta rivendicativa di natura economica a scapito di una critica radicale del lavoro salariato, bollato come inumano e assurdo […] «La critica rivoluzionaria – recita il significativo passaggio di un manifesto del gruppo – deve interessarsi di tutti gli aspetti della vita. Denunciare la disintegrazione delle comunità, la disumanizzazione dei rapporti umani, il contenuto e i metodi dell’educazione capitalistica, la mostruosità delle città moderne» (I 14 punti della Lega degli operai e degli studenti)”.6

I documenti riportati in più di trecento pagine sono innumerevoli ed interessanti: dai testi prodotti dalla Lega degli operai e degli studenti che si andò formando nella cerchia di militanti del Circolo Rosa Luxemburg a quelli prodotti dal Comitato d’azione di Lettere fino ai tre bollettini prodotti da LUDD e all’Appello al proletariato infantile contro l’infantilismo borghese passando per il testo di critica ai gruppuscoli scritto da Jean Barrot: Sull’ideologia ultrasinsitra.

Non costituiscono però tutto il materiale raccolto nel sito Nel Vento, nato a partire da un progetto contenuto nel preambolo a Psicopatologia del non vissuto quotidiano di Piero Coppo nel settembre del 2006. In cui si affermava:

“Dalla metà degli anni ’60 si è sviluppato in Italia un movimento che, sotto diversi nomi e sfumature differenti, ha condotto una battaglia teorico-pratica per l’affermazione di una rivoluzione che, nella propria concezione, non poteva che avere come base la critica della vita quotidiana. Precursori dei tempi, questi gruppi inquadrarono la questione della rivoluzione in termini anti-ideologici fuori e contro il militantismo caratteristico di quegli anni e del decennio successivo.
Le donne e gli uomini che si unirono in questi gruppi sono stati i primi e gli unici a porre come criterio, per cogliere il senso di un vissuto rivoluzionario diversi concetti che oggi sembrano evidenti […] Il Progetto Critica Radicale è di raccogliere e pubblicare i materiali prodotti dai gruppi e dagli individui che si sono riconosciuti in quelle idee”.

Idee, non dimentichiamolo mai, che non si espressero in spazi angusti o in eburnee ed intellettualistiche torri, ma sempre direttamente sul fronte del cambiamento esistenziale e politico, giorno per giorno nelle lotte e in una pratica che vedeva nel PRESENTE e non in un lontano passato oppure in un altro ancor più lontano futuro la possibilità di realizzare il cambiamento sociale necessario alla piena realizzazione dell’essere umano. Sia come singolo individuo, sia come specie.

Indispensabili, a parere di chi scrive, ancora oggi, nonostante alcune iperboli linguistiche ed alcune ammaccature dovute al trascorrere del tempo, per una discussione ed una pratica sociale e politica che non voglia rimanere chiusa all’interno della rappresentazione spettacolare dei valori borghesi travestiti da antagonismo e delle merci ideologiche che ne derivano.


  1. Internazionale Situazionista 1958-1969, Nautilus, Torino 1994  

  2. Potlatch. Bollettino dell’Internazionale lettrista 1954-57, Nautilus, Torino 1999  

  3. Paolo Ranieri, CRITICA RADICALE. GLI ANNI DI LUDD 1967-1970. Introduzione in La critica radicale in Italia, pag. 7  

  4. P. Ranieri, op.cit. pag. 5  

  5. Edward P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, Milano 1969  

  6. Leonardo Lippolis, L’occupazione definitiva del nostro tempo, in La critica radicale in Italia, pag. 35  

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Al Ticinese, il vicolo con una casa losca e un libraio sovversivo https://www.carmillaonline.com/2018/07/24/al-ticinese-il-vicolo-con-una-casa-losca-e-un-libraio-sovversivo/ Tue, 24 Jul 2018 20:40:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=47498 di Fiorenzo Angoscini

Umberto Lucarelli, Vicolo Calusca, prefazione di Tommaso Spazzali, Edizioni Bietti, Milano, maggio 2018, pag.106, € 12,00

Il titolo potrebbe sviare l’attenzione e far pensare a qualcosa di relativo alla toponomastica e circoscritto ad un vicolo, piccolo e secondario, ma quel luogo, proprio per una particolare libreria, è stato molto di più, sicuramente un posto importante, forse anche grande e, come scrive Tommaso Spazzali nella prefazione «…un denso spaccato di un pezzo di storia recente». Magari non nel senso che gli attribuisce l’ufficialità delle cose, della storia accademica ingessata ed istituzionalizzata. La lettura dello scritto confermerà e giustificherà [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Umberto Lucarelli, Vicolo Calusca, prefazione di Tommaso Spazzali, Edizioni Bietti, Milano, maggio 2018, pag.106, € 12,00

Il titolo potrebbe sviare l’attenzione e far pensare a qualcosa di relativo alla toponomastica e circoscritto ad un vicolo, piccolo e secondario, ma quel luogo, proprio per una particolare libreria, è stato molto di più, sicuramente un posto importante, forse anche grande e, come scrive Tommaso Spazzali nella prefazione «…un denso spaccato di un pezzo di storia recente».
Magari non nel senso che gli attribuisce l’ufficialità delle cose, della storia accademica ingessata ed istituzionalizzata. La lettura dello scritto confermerà e giustificherà questa affermazione.

Ma, già un’analisi più attenta della copertina lascia intendere che il contenuto della pubblicazione è particolare. Si intravede, a sinistra, proprio sotto l’intestazione, quasi in filigrana, una falce e martello e, nonostante il chiaro/scuro che un po’ confonde e nasconde, si coglie la presenza di un magnetofono (registratore portatile) con ben visibile al suo interno un’audiocassetta. Si tratta di storia orale, naturalmente di parte, vissuta e raccontata. Anzi, di tante storie che si sviluppano ed intersecano in una porzione particolare di Milano, il quartiere (anche se, forse, è limitativo definirlo così) del Ticinese. Quel grande agglomerato di monumenti, costruzioni e canali che l’attraversano, cresciuto attorno a

“Porta Ticinese, Porta Cicca, dal masticare tabacco, ciccà: dallo spagnolo Chica, ragazza, in quanto era zona di postriboli a buon mercato per operai e soldati. Il più noto era nel vicolo Cà Lusca, Cà Losca, oggi Calusca. Porta Cicca, con la variante di Porta Cina altro nome che la mala, una vecchia malavita che non esiste più, dava a Porta Ticinese dal dialetto cinès.
L’antica porta medioevale è ancora visibile all’angolo di via De Amicis-Molino Delle Armi: fu restaurata e in parte ricostruita,con variazioni non consone all’originale, da Camillo Boito. Alle spalle della porta medioevale vi sono le colonne di San Lorenzo che sono il più significativo resto delle opere milanesi in epoca romana.[…] Alla fine del Corso di Porta Ticinese, nel Piazzale XXIV maggio, vi è l’Arco di Porta Ticinese denominato di Porta Marengo e iniziato nel 1801 dall’architetto Luigi Cagnola per festeggiare la vittoria di Napoleone, nella battaglia svoltasi nella cittadina alle porte di Alessandria…Originariamente la porta era posta sopra un ponte del canale Ticinello, ora coperto, svetta sopra la confluenza di tre vie d’acqua, Olona, Naviglio Grande e Naviglio Pavese”.1

Sempre Spazzali, ricorda che le parole scritte in questo libro «occupano quarant’anni di storia». Parte all’inizio dei settanta e arriva fino ad oggi «attraversando quel lasso di tempo che ha portato la città, Milano, a trasformarsi da teatro di un conflitto sociale2 aspro ma al contempo espressione di grandissima vitalità ed energia, in simulacri di locali dove, come proprio Primo (Moroni) diceva, ‘si vendono vino e panini senza amore e senza memoria’».
Anche l’autore di questo promemoria scritto lo sottolinea: «Il Ticinese è una fiera e un fracasso con migliaia di persone che si aggirano come ebeti lungo il Naviglio verde e torbido immaginandosi d’essere lungo la Senna a Parigi…»

Quegli stessi luoghi già a metà degli anni sessanta erano stati un crocevia di incontri, di consolidate amicizie e germogli di cultura. Simili, ma diversi, da altre zone, come Brera e i suoi bar (Jamaica il più famoso) ‘templi’ della vita mondana di allora, dove artisti stravaganti, pittori, fotografi-paparazzi, attrici e registi famosi facevano sfoggio di eccentricità. Al Ticinese, scrittori partigiani come Salvatore Quasimodo e intellettuali dissidenti come Elio Vittorini, condividevano idee, esperienze e difficoltà con cantautori militanti e controcorrente come Ivan Della Mea.

“La sera (Elio Vittorini) gioca a carte in una crota3 di ligera4 all’inizio di Alzaia Naviglio Pavese, con Salvatore Quasimodo e Ivan Della Mea,5 che gli dedicherà la canzone ‘A quell’omm’” .6

Quello che è stato una fucina di cultura, arte e politica, deve sopportare lo scempio attuale «intorno alle Colonne di San Lorenzo impera la ‘movida’, coi suoi riti intesi ad occultare le sgradevoli condizioni sociali e a illudere che sia sempre festa…».7

L’estensore dell’elaborato, Umberto Lucarelli8 che sin da giovane aveva una passione ed un’ambizione: fare lo scrittore,9 tanto da meritarsi il soprannome di il Werther della Barona, si è deciso ed è riuscito dopo anni di rinvii e di oblio involontario, a sbobinare decine di audiocassette con la registrazione dei ‘racconti’ di Primo Moroni.

“Ricordo di aver ritrovato finalmente in cantina le audiocassette con la voce di Moroni, registrate fra la metà e il finire degli anni ottanta del secolo scorso, avvoltolate in un foglio di carta ingiallita con una scritta vergata con la stilografica che dice Intervista a Moroni per Una vita di carta… ascoltare quelle registrazioni è stato faticoso anche se Moroni sembrava vivo vicino a me”.

Nel libro non c’è solo Moroni, non solo i suoi ricordi, e «non si tratta solamente di una biografia» si precisa nella prefazione, «è un libro sulla memoria». E’ vero: c’è tratteggiata gran parte della vita dell’ Ho Chi Min meneghino, come veniva anche chiamato Primo Moroni (altri soprannomi erano, ‘l’autodidatta di grande cultura’ e lo storico del Ticinese) ma ci sono anche le esperienze politiche, intime e personali dell’autore e, senza presunzione, intromissioni e invadenza, la lettura di queste pagine ha fatto riaffiorare anche i miei ricordi, per quei luoghi e di quei periodi. Inoltre, sono, a volte solo ricordati, altre volte vengono tratteggiati, i profili dei tanti uomini e donne che, per ragioni e motivi diversi, hanno popolato le strade, le case, le botteghe e gli spazi culturali di quella parte di Milano. Forse, l’unica dimenticanza che ho colto, naturalmente tra le più significative in ambito artistico-culturale, magari voluta, riguarda Paolo Baratella, pittore che, nel Ticinese, aveva bottega e galleria espositiva. Da alcuni suoi quadri sono state realizzate copertine per la rivista CONTROInformazione.

Così, oltre ai già citati Quasimodo e Vittorini, a cui Primo, in veste di cameriere, serviva pranzo oppure cena ai tavoli delle trattorie gestite da suo padre, attraversavano il quartiere attori come Gian Maria Volontè, ci abitavano letterate come Ada Merini, la poetessa dei Navigli, abituale frequentratrice della «libreria Pontremoli con i suoi libri antichi e costosi». Stazionavano militanti politci come Andrea Bellini (del Collettivo del Casoretto) e Oreste Scalzone (Comitati Comunisti Rivoluzionari). Ancora, tra via Cicco Simonetta, via Marco D’ Oggiono e via Ascanio Sforza vagava il poeta bandito, voce della ligera, Bruno Brancher, autore, tra gli altri, di Disamori e di L’ultimo Picaro10 oltre a vantare di aver conosciuto Martino Zicchitella, appartenente ai Nuclei Armati Proletari, rimasto ucciso durante un’azione armata. «Personaggi particolari di una Milano ai margini, osannati a tratti e poi dimenticati e poi ancora ricordati, si parlava di loro come dei geni, dei cialtroni, dei matti…».
E quanti panini si sono mangiati (autore di queste righe compreso) al bar Rattazzo, quando era ancora in Corso di Porta Ticinese, proprio in parte all’ingresso della redazione della rivista CONTROinformazione.

Come ricorda anche la pubblicazione, in zona Ticinese-Genova, ci sono state numerose sedi politiche, di diverse organizzazioni: dal MS-MLS, agli anarchici; da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia, poi Democrazia Proletaria, Rosso, altri vari collettivi di Autonomia Operaia organizzata e anche organismi autonomi meno ortodossi. Alcuni centri sociali autorganizzati ed occupati.
Da un certo periodo della sua vita, dopo aver abitato in ‘centro’ (via Larga) Primo Moroni11 si è trasferito ad abitare, vivere, lavorare, lottare a Porta Cica.

Precedentemente, era stato un militante della Federazione Giovanile Comunista Italiana e del Pci; è un ‘ragazzo con le magliette a strisce’ durante gli scontri di Genova del giugno 1960,12 partecipa alla manifestazione a favore di Cuba del 27 ottobre 1962, quando viene ucciso Giovanni Ardizzone e a quella per la liberazione del comunista spagnolo Juliàn Grimau, cameriere nei ristoranti-trattorie del padre, poi commis, demi-chef. A Cannes si merita la promozione a chef de rang. Ballerino ed investigatore privato, agente librario e direttore editoriale. Sul finire del 1967 abbandona la carriera dirigenziale e, con la liquidazione, apre un club, il “Sì o Sì” che «non era un club politicizzato, ma soltanto largamente democratico, per l’occupazione del tempo libero, aperto dalle nove del mattino alle quattro del mattino successivo».13

Quando intraprende la ‘nuova vita’, oltre ad essere il sovraintendente della Calusca, è anche editore (Primo Maggio14 ), collaboratore di riviste (tra le tante CONTROinformazione, Altreragioni, Millepiani, Il de Martino, DeriveApprodi, Alfabeta, Metroperaio, Solidarietà Militante, 150 ore, Decoder, lo stesso Primo Maggio), autore di ricerche, 15 studi e pubblicazioni organiche,16 scritti vari.17 .

La prima sede della libreria Calusca è stata inaugurata in Corso di Porta Ticinese n.106, angolo Vicolo Calusca, nell’ inverno 1971-1972 poi, nel 1978 si trasferisce al civico 48 (verso via Molino delle Armi) dello stesso Corso. Vi rimane fino all’estate del 1986 quando «chiude a causa dell’esaurimento delle energie soggettive, della sostanziale scomparsa della produzione editoriale legata alla ‘stagione dei movimenti’ e di gravi problemi economici, cagionati anche dalla repressione (la libreria conta sei o settecento arrestati tra la sua clientela più stretta)».18

Nel suo primo periodo, più precisamente tra il 1975 e i primi quattro mesi del 1978, le mie visite alla libreria, sono state abbastanza frequenti. In una sola occasione ho anche incrociato il compagno-avvocato Sergio Spazzali, il genitore dell’autore della prefazione di questo Vicolo Calusca. In quegli anni ero iscritto (più che assiduo frequentatore di corsi e lezioni…) all’Università degli Studi di Milano, facoltà di Lettere, in via Festa del Perdono. Sfruttavo i pochi e piccoli vantaggi del mio stato di studente universitario, in particolare l’abbonamento agevolato alle Ferrovie di Stato. Così, partivo dalla città di provincia (Brescia) e mi dirigevo nella metropoli, capitale morale, in quegli anni anche politica. I miei interessi, però, mi portavano a visitare le varie librerie e depositi librari, piuttosto che seguire seminari ed insegnamenti. In una sorta di percorso obbligato, le tappe erano queste: Centro Libri (un ingrosso non proprio aperto al pubblico ma a cui, grazie ad un amico e compagno, avevo libero accesso) dove acquistai le opere complete di Ernesto Che Guevara ; proseguivo per la Feltrinelli di via Santa Tecla-via Larga per, poi, approdare alla Statale, quasi sempre solo per un’ occhiata alla libreria della Cooperativa Universitaria Editrice Milanese (la casa editrice-libreria del Movimento Studentesco). Una rapida colazione in mensa e via, a piedi, verso via Molino delle Armi e la libreria Sapere. Infine, l’approdo da Primo alla Calusca.

A questo percorso classico, qualche volta aggiungevo una capatina alla Feltrinelli di via Manzoni, alla Ringhiera di viale Padova e alla Libreria Proletaria di via Spallanzani (Buenos Aires). Dall’inverno 1976 ho anche iniziato a frequentare la sede del ‘Consorzio Punti Rossi’19 di via Cicco Simonetta n.11, sempre zona Ticinese, gestito da Renato Varani. Se qualche mese non rinnovavo (causa ristrettezze economiche…) l’abbonamento alla ‘ferrovia’, il sabato pomeriggio, con Lidia, la compagna di una vita, andavo in bottega e sequestravo l’automobile a mio padre: una 1100 bianca, con cambio al volante e le portiere che non erano ancora controvento, antica, ma non nel senso di auto storica, oppure d’epoca, bensì asfittica e sempre in procinto di cedere, esalando l’ultimo respiro. Mio padre, conoscendo le nostre abitudini, ce la faceva trovare sempre con il serbatoio pieno, o quasi. Partivamo dalla ‘Leonessa d’Italia’ e raggiungevamo la città meneghina percorrendo la SS 11, niente autostrada, mancanza fondi. Meglio, preferivamo investire quelli (pochi) che avevamo a disposizioni per acquistare libri, opuscoli e pubblicazioni varie.

Proprio in una di queste occasioni, davanti la seconda sede della Calusca in Corso di Porta Ticinese, risaliti in auto dopo il nostro ‘shopping’ culturale, la 1100 non voleva saperne di ripartire. Con Lidia provvisoriamente al volante, la vettura in direzione S.Eustorgio (leggerissima discesa), spinsi a mano il ferrovecchio finché, ruggendo, riuscì ad accendersi, permettendoci così di riprendere la strada di casa. Alè, spediti (?) verso Brescia senza fermarsi né farla spegnere. Esperienze simili anche in direzione nord-est, quando andavamo dall’editore Giorgio Bertani, a Verona.

Dal maggio 1978 iniziai l’attività lavorativa, abbandonando, anche burocraticamente, l’Università e le visite alla Calusca diventarono molto rare. Solo quando, per motivi professionali transitavo per Milano, oppure ero nelle vicinanze, cercai di concedermi dei ritagli di tempo per tornare ai vecchi amori. Proprio in una di queste occasioni, dopo la riapertura di fine 1987 in piazza Sant’ Eustorgio, andai da Primo. Erano i primi giorni di marzo del 1988. Era mattina, in libreria c’era solo lui e stava ‘sballando’ un bancalino pieno del suo libro: L’Orda d’ Oro. Sulla parete di fondo campeggiava il grande quadro, a semicerchio, di Paolo Baratella: L’Internazionale futura umanità, con in primo piano un soldato dell’Armata Rossa che, pistola in pugno, va all’assalto; sullo sfondo, davanti ad una testa-teschio in decomposizione di Benito Mussolini, Paperon de’ Paperoni legge un libro dalla copertina rossa con sopra impressa la S di dollari, e dal titolo ‘Il Capitale’, ma non è quello di Carlo Marx…
Naturalmente chiesi di acquistarne una copia, Primo me la porse, non senza aver prima scritto un’osservazione: «Marzo ’88. E’ un po’ noioso qua e la, però ci sono quasi tutti i ‘MEGLIO’ di quegli anni», seguita dalla sua firma autografa.

Purtroppo, anche la terza gestione viene interrotta, la libreria chiude di nuovo nel settembre del 1990. Cerca di concretizzare una nuova esperienza di attività libraria all’interno dell’occupazione ‘Acquario’, nel piazzale Stazione di Porta Genova, ma gli sforzi vengono vanificati a causa di un incendio doloso.
Infine, nel febbraio 1992, trasferisce la libreria all’interno del Centro Sociale Occupato Autogestito di via Conchetta 18 e la ribattezza ‘Calusca City Lights’, in onore del poeta-libraio-editore, di origini bresciane, Lawrence Ferlinghetti.
In COX 18 20 ha sede anche l’Archivio Primo Moroni.
La narrazione di Lucarelli non racconta solo il lato politico-militante, di libraio diffusore ed organizzatore21 di cultura dello ‘storico del Ticinese’, ma mette in risalto, come già accennato, anche aspetti e risvolti meno conosciuti, più intimi, direi privati se fossi sicuro di non essere frainteso. Parla di sua moglie, della seconda compagna, delle figlie che ha generato con loro, di qualche amore passionale e relazione ‘clandestina’. Del tentativo di suicidio della prima moglie. Descrive la cattiveria e le botte ricevute da sua madre. Moroni parla anche di altri: dei morti ammazzati da mano poliziotta,22 dei compagni suicidati, di quelli che si sono uccisi indirettamente iniettandosi eroina o altre sostanze, degli esuli e di quelli in galera.. «Degli avventori della sua libreria, un micromondo di individui che passavano di lì per nutrirsi di un’ altra storia».
Ma, Moroni (qui), seduto sulla sua sedia rossa da barbiere,

“non parlava mai di se stesso intimamente, non si apriva mai veramente…Metteva sempre davanti il suo personaggio, parlava della sua storia, di cosa aveva fatto e detto incrociando gli avvenimenti storici, era un gran affabulatore, spaziava, faceva digressioni, riprendeva il tema da cui era partito, inseriva storie su storie”.

Credo in molti,come me, ti ricordino ancora così.
Anche quella mattina del 31 marzo 1998 quando, davanti alla basilica di Sant’ Eustorgio, ai tuoi funerali laici, si sono sparati fuochi d’artificio.
Condividendo le ultime righe della prefazione di Tommaso Spazzali dobbiamo, tutti, consapevolmente e convintamente sapere che «…è la vita delle persone e la loro memoria a far girare la ruota del tempo».


  1. Marco Caccamo, Milano, il dialetto nelle parole, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano-Milano, novembre 2005, pag. 112  

  2. “Milano allora era un bel posto per chi credeva nella rivoluzione”, Rossella Simone, anch’ella frequentatrice del Ticinese  

  3. bettola, osteria di basso rango, nda  

  4. leggera: per il modo di camminare leggero e furtivo; Gadda nell’Adalgisa dice: “La lingèra è la teppa, la malavita: in una sfumatura espressiva piuttosto blanda e scherzosa” , Marco Caccamo, op.cit., pag. 112  

  5. Giancarlo Ascari, Matteo Guarnaccia, Quelli che Milano: Storie, leggende, misteri e varietà. Un viaggio ironico e curioso nello spazio e nel tempo. Luoghi celebri e sconosciuti, personaggi famosi e gente comune, storie incredibili e aneddoti buffi, giochi, canzoni, curiosità, primati, segreti e spigolature, BUR Extra-Rizzoli, Milano, novembre 2010  

  6. A quel omm, che incuntravi de nott in vial Gorizia, là sul Navili, quand i viv dormen, sognen tranquili e per i strad giren quei ch’inn mort – Quell’uomo, che incontravo di notte in viale Gorizia, là sul Naviglio, quando i vivi dormono, sognano tranquilli e per le strade girano quelli che sono morti. Ivan Della Mea, A quell’omm, 1965  

  7. Marco Caccamo, op.cit., pag. 110  

  8. Militante del Collettivo Autonomo Barona, viene arrestato, insieme ad altri, il 18 febbraio 1979. L’accusa, infondata, è di essere responsabile dell’assalto ad un gioielleria, con conseguente morte del titolare, Pier Luigi Torreggiani. Lucarelli, con altri due compagni, sarà scarcerato il 24 febbraio “per assoluta mancanza di indizi” . Purtroppo, in quei ‘Sei giorni troppo lunghi’, subirà pestaggi e torture psico-fisiche che gli cambieranno la vita. Per approfondire si veda: Paolo Bertella Farnetti-Primo Moroni, Collettivo Autonomo Barona: appunti per una storia impossibile, Primo Maggio n. 21, primavera 1984  

  9. Non vendere i tuoi sogni: mai, Tracce, 1987 e Bietti, 2009; Ser Abel va alla guerra, Tranchida, 1991 e Bietti, 2009; Il quaderno di Manuel, Tranchida, 1994; Fossimo fatti d’aria, BFS, 1995; Nulla, BFS, 1999; Pavimento a mattonella, BFS, 2001; Sangiorgio il drago, IBS, 2008; Rivotrill, Bietti, 2011; Commiato, Bietti, 2014  

  10. Disamori, Squilibri Edizioni, Milano, 1977; L’ultimo Picaro, l’uomo delle biciclette gialle, All’Insegna del Pesce D’Oro di Vanni Scheiwiller, Milano, 1991  

  11. Da “Don Lisander” alla Calusca . Autobiografia di Primo Moroni, [raccolta e redatta da Cesare Bermani], in Primo Maggio, Saggi e documenti per una storia di classe, Milano, n. 18, autunno inverno 1982-83 poi Da “Don Lisander” alla “Calusca”. Autobiografia di Primo Moroni, postfazione di Cesare Bermani e profilo biografico a cura dell’Archivio Primo Moroni, Archivio Primo Moroni – CSOA Cox 18-Calusca City Lights – Cox 18 Books, Milano, 2006  

  12. Il Movimento Sociale Italiano, voleva svolgere il proprio congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. I partiti della sinistra: Pci e Psi, la CGIL, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, i camalli-portuali genovesi, i giovani e la popolazione della città della lanterna, si opposero e ingaggiarono duri scontri di piazza con le forze dell’ordine. Il congresso venne vietato. In molte città d’Italia ci furono proteste, manifestazioni e violenti scontri con carabinieri e polizia. Purtroppo molti morti: solo tra gli antifascisti. Cinque a Reggio Emilia, quattro a Palermo, due a Catania, uno a Licata, centinaia i feriti da armi di polizia  

  13. Da “Don Lisander” alla Calusca, cit.  

  14. Cesare Bermani (a cura di) La rivista Primo Maggio. Saggi e documenti per una storia di classe. (1973-1989), Dvd con la raccolta completa della rivista, DeriveApprodi, Roma, maggio 2010. Un numero speciale della rivista è stato pubblicato nel marzo 2018, per iniziativa della Fondazione Micheletti di Brescia, a vent’anni dalla scomparsa di Primo, ed è a lui dedicato  

  15. John N. Martin, Primo Moroni, La luna sotto casa. Milano tra rivolta esistenziale e movimento politico, Editore ShaKe, Milano, 2007  

  16. Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’Orda d’Oro, 1968-1967. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Editore SugarCo, Milano, febbraio 1988  

  17. Cà Lusca. Scritti e interventi di Primo Moroni, Archivio Primo Moroni – CSOA Cox 18-Calusca City Lights – Cox 18 Books, Milano, marzo 2001; seconda edizione, riveduta e aumentata. Contiene il dvd del film Malamilano (1977) di Tonino Curagi e Anna Gorio, Milano, marzo 2016  

  18. “E’l Primin l’è on che legg” in Da “Don Lisander” alla Calusca, cit.  

  19. P. Moroni e Bruna Miorelli, Dieci anni all’inferno. Storia dell’altra editoria, in Pasquale Alfieri e Giacomo Mazzone (a cura di), I fiori di Gutenberg. Analisi e prospettive dell’editoria alternativa, marginale, pirata in Italia e Europa, Arcana, Roma, 1979  

  20. Cox 18. Archivio Primo Moroni. Calusca City Lights. Storia di un’autogestione, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (Mi) marzo 2010  

  21. Primo Moroni e IG Rote Fabrik, Konzeptburo (a cura di), Le Parole e la lotta armata. Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e Svizzera. Materiali tratti dal Convegno di Zurigo “Zwischenberichte”, 1997, Shake Edizioni, Milano, 1999  

  22. Francesco Guccini, Libera nos domine, 1978  

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Bridge over troubled water https://www.carmillaonline.com/2018/04/22/bridge-over-troubled-water/ Sun, 22 Apr 2018 17:50:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45193 di Alessandra Daniele

Sono fattorini di Foodora. Li chiamano rider. Li trattano da schiavi. A cottimo, in bicicletta sotto la pioggia e sotto controllo via GPS, come droni telecomandati della Gig Economy. Gig Robot. Hanno chiesto il diritto di essere riconosciuti come lavoratori dipendenti. Il tribunale gli ha dato torto. Erano operai dell’Olivetti. Respiravano amianto. Senza sapere che ciò che gli dava da vivere li stava uccidendo. Sono morti di mesotelioma. Le loro famiglie hanno chiesto giustizia. Il tribunale gli ha dato torto. E c’è chi ancora promette la via giudiziaria al Cambiamento. Come se la sola causa delle mostruosità del capitalismo [...]]]> di Alessandra Daniele

Sono fattorini di Foodora. Li chiamano rider. Li trattano da schiavi. A cottimo, in bicicletta sotto la pioggia e sotto controllo via GPS, come droni telecomandati della Gig Economy. Gig Robot. Hanno chiesto il diritto di essere riconosciuti come lavoratori dipendenti.
Il tribunale gli ha dato torto.
Erano operai dell’Olivetti. Respiravano amianto. Senza sapere che ciò che gli dava da vivere li stava uccidendo. Sono morti di mesotelioma. Le loro famiglie hanno chiesto giustizia.
Il tribunale gli ha dato torto.
E c’è chi ancora promette la via giudiziaria al Cambiamento. Come se la sola causa delle mostruosità del capitalismo fosse la corruzione, e quindi potesse esistere un capitalismo buono perché “sano”.
La mostruosità è connaturata al capitalismo, che produce solo “giustizia” classista.
Fra una settimana ritorna il Primo Maggio, ma i lavoratori non hanno niente da festeggiare.
Questa settimana ritorna il 25 Aprile, ma la guerra continua.
La lotta di classe è una guerra, che il Capitale sta vincendo con la sistematica disumanizzazione dell’avversario da sfruttare.
È una guerra che devasta i territori e deporta i popoli, che mette le sue vittime l’una contro l’altra per annientarle entrambe.
È una guerra di dominio e di sterminio, che fa milioni di morti più o meno “bianche”, e distrugge speranze e dignità di intere generazioni.
È una guerra nella quale è consentito l’uso di qualsiasi arma chimica, dai lacrimogeni ai cancerogeni, e dalla quale non c’è rifugio, perché se scappi dalla fame sei un “migrante economico”, cioè un clandestino. E uno schiavo.
È la madre di tutte le invasioni coloniali, e di tutti i regimi fascisti, torvi, farseschi, o entrambe le cose, più o meno camuffati da democrazie.
La lotta di classe è la guerra, e si combatte ogni giorno in ogni angolo del mondo.
La guerra per il predominio delle cose sulle persone.

Per chi potrà permetterselo, il ponte fra il 25 Aprile e il Primo Maggio s’avvicina. La liberazione dei lavoratori però è ancora lontana.

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La Festa dei Laboratori https://www.carmillaonline.com/2017/05/01/la-festa-dei-laboratori/ Sun, 30 Apr 2017 22:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37955 di Alessandra Daniele

dnaDa quando negli anni venti del nuovo millennio la flessibilità genetica ha risollevato le sorti dell’economia e dell’occupazione, la Festa del Primo Maggio è dedicata alla preziosa opera dei Laboratori di Ingegneria che ogni giorno modificano migliaia di risorse umane secondo le richieste del mercato, sempre operando sul DNA di soggetti adulti e mai di embrioni, nel pieno rispetto dei dettami della Chiesa Cattolica Gli operai multibraccia, i centralinisti multiorecchie, gli edili dallo scheletro gommoso che cadendo dalle impalcature rimbalzano al loro posto, i petrolchimici che respirano metano, le badanti poliocchiute e quelle multifiga, i metalmeccanici metallizzati, ormai sono [...]]]> di Alessandra Daniele

dnaDa quando negli anni venti del nuovo millennio la flessibilità genetica ha risollevato le sorti dell’economia e dell’occupazione, la Festa del Primo Maggio è dedicata alla preziosa opera dei Laboratori di Ingegneria che ogni giorno modificano migliaia di risorse umane secondo le richieste del mercato, sempre operando sul DNA di soggetti adulti e mai di embrioni, nel pieno rispetto dei dettami della Chiesa Cattolica
Gli operai multibraccia, i centralinisti multiorecchie, gli edili dallo scheletro gommoso che cadendo dalle impalcature rimbalzano al loro posto, i petrolchimici che respirano metano, le badanti poliocchiute e quelle multifiga, i metalmeccanici metallizzati, ormai sono milioni coloro che devono il loro posto di lavoro alla geniale opera dei Laboratori, e ai relativi nuovi Contratti Mutanti.
Oggi gli imprenditori non devono più preoccuparsi di arcaiche assurdità come le norme di sicurezza, gli operai ignifughi non necessitano di misure antincendio, e non c’è turno che un operaio auto-anfetaminico possa considerare troppo usurante.
Non più una fabbrica a misura d’uomo, ma un uomo a misura di fabbrica, letteralmente.
La disoccupazione non è più una condizione avvilente che grava sulla collettività, ma solo una breve transizione fra una riconversione genetica e l’altra. Gli impiegati polidattili in esubero possono farsi crescere le branchie, e spostarsi nel settore marittimo come polpoperai, le maestranze dell’obsoleto mondo della cultura possono rimpiazzare le parti del loro cervello ormai inutili con wetware contabile, e ricollocarsi come registratori di cassa viventi.
Tutte le nostre imprese sono tornate competitive, compresa Alitalia, i cui piloti alati sono in grado di trasportare cargo passeggeri in tutto il mondo senza l’ausilio d’ingombranti e dispendiosi motori meccanici.
La nuova era è cominciata.
Buona Festa dei Laboratori a tutti.

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L’autonomia di classe…innanzitutto! https://www.carmillaonline.com/2016/05/16/lautonomia-classe-innanzitutto/ Mon, 16 May 2016 20:24:31 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=30537 di Sandro Moiso

MontaldiSaggioCopertina Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia. 1919 – 1970, Edito per conto del Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) dalla Cooperativa Colibrì, 2016, pp. 480, € 29,00

A quarant’anni di distanza dalla sua prima pubblicazione1 torna disponibile, per l’opera meritoria del Centro d’Iniziativa Luca Rossi di Milano, un testo imprescindibile per la comprensione dell’evoluzione del movimento operaio italiano e del suo, o almeno presunto tale, partito più rappresentativo. Attenzione però, il [...]]]> di Sandro Moiso

MontaldiSaggioCopertina Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia. 1919 – 1970, Edito per conto del Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) dalla Cooperativa Colibrì, 2016, pp. 480, € 29,00

A quarant’anni di distanza dalla sua prima pubblicazione1 torna disponibile, per l’opera meritoria del Centro d’Iniziativa Luca Rossi di Milano, un testo imprescindibile per la comprensione dell’evoluzione del movimento operaio italiano e del suo, o almeno presunto tale, partito più rappresentativo. Attenzione però, il lettore non si troverà davanti ad un testo di “Storia” del Partito Comunista Italiano, ma piuttosto ad un’opera militante tesa ad aiutare l’opposizione di classe ad uscire, soprattutto all’epoca della sua redazione, dall’impasse troppo spesso rappresentata dalla separazione tra una sinistra istituzionale, ormai interamente rivolta ad un’attività di tipo parlamentare ed amministrativo, e una sinistra extra-parlamentare, presunta rivoluzionaria, che della prima non faceva altro che ricalcare i passi.

Il testo di Montaldi quindi si distanziava per impostazione sia dalla monumentale e canonica Storia dello stesso partito che a partire dal 1967 e fino al 1975 la casa editrice Einaudi era andata pubblicando per opera di Paolo Spriano, sia dalla più “eretica”, ma pur sempre tradizionale per impianto, storia pubblicata in un primo tempo, subito dopo la crisi ungherese e l’avvio del processo di “destalinizzazione”, nel 1957 da Giorgio Galli (poi rivista e ampliata nel 19762 ).

Purtroppo l’opera di Montaldi, che aveva avuto una lunghissima e tormentata gestazione, veniva già all’epoca pubblicata postuma, poiché l’autore, nato nel 1929 a Cremona, era drammaticamente scomparso un anno prima nelle acque del fiume Roia, presso il confine italo-francese. Da questo fatto derivava, forse, una struttura del testo divisa in 82 capitoli privi di titoli che aiutassero il lettore ad individuare velocemente gli argomenti e gli eventi trattati nelle sua pagine. L’edizione attuale, però, ha supplito a questa “carenza” con un ricchissimo indice analitico. Cui, sempre nella stessa vanno aggiunti un importante carteggio tra l’autore e vari corrispondenti proprio sul lavoro fatto in preparazione del testo ed una più che ampia ed esaustiva bibliografia oltre che un sostanziale ampliamento dell’apparato di note già presente nella prima edizione.

L’opera veniva così a chiudere, forzatamente, il percorso di un intellettuale militante che dopo essere entrato nel PCI nel 1944 lo aveva abbandonato appena due anni dopo, sull’onda dell’espulsione dalla sezione cremonese del partito di quella componente internazionalista, legata ancora a Amadeo Bordiga, che avrebbe voluto spronare il proletariato a portare a compimento, armi alla mano, il processo “rivoluzionario” iniziatosi con la Resistenza.

Questa esperienza in giovane età aveva contribuito a spingere l’autore verso una ricerca militante e politica che nel volgere di pochi anni lo avrebbero portato a produrre una discreta mole di articoli e saggi destinati a segnare in maniera esemplare il rinnovamento del discorso sull’interpretazione da dare dei comportamenti e dell’azione politica e sindacale determinata dall’autonomia di classe e sull’inchiesta operaia (che egli contribuì a rinnovare sensibilmente dal punto di vista metodologico).3

Una metodologia che da un lato lo avrebbe avvicinato a Gianni Bosio nel campo della storia orale, mentre dall’altro lo avrebbe portato a dare vita a quella che sarebbe poi stata successivamente meglio definita da Romano Alquati come “conricerca”. Sergio Bologna avrebbe poi affermato, nella primavera del 1975, nel necrologio scritto in occasione della morte di Montaldi sulla rivista Primo Maggio che: “non c’è vigliaccata peggiore che dargli del sociologo, di attribuirgli uno sforzo di identificazione o di traduzione delle sue «storie dirette»”.

Montaldi non voleva essere inquadrato in una parrocchia politica. Forse non voleva nemmeno essere considerato un intellettuale. Usava gli spazi disponibili (libri, giornali, riviste, dibattiti) per portare avanti e affinare la sua ricerca e la sua visione dell’azione di classe, proprio come pensava che il proletariato avrebbe saputo fare, in piena autonomia, senza il bisogno di qualcuno che lo guidasse o che ne raccontasse la storia dall’esterno. L’autonoma azione politica doveva infatti preludere anche ad una autonoma ricostruzione della propria storia, non mediata da altri interessi che non fossero quelli della liberazione dalla servitù salariale e capitalistica.

Tali presupposti e tale metodo sono presenti, per forza di cose, anche nel “Saggio”, dove nelle parti più indirizzate alla critica ideologica delle posizioni assunte dal Partito attraverso lo stalinismo e il togliattismo l’autore si basa principalmente su documenti e testi della tradizione e della storiografia comunista “di vertice”, mentre in quelle destinate all’esplorazione delle possibilità insite nell’utilizzo, o nel ribaltamento, proletario dello strumento “partito” utilizza principalmente testimonianze dirette o materiali prodotti dalla “base” e dai suoi movimenti spontanei.

L’obiettivo del saggio di Montaldi sembra dovere e volere coincidere con quello della ripresa delle lotte che dal 1968 in avanti avevano rivitalizzato la classe operaia e il proletariato nel suo insieme. E l’autore lo sintetizza proprio nelle pagine finali del testo: “Una classe operaia che ha vissuto in modo dialettico il rapporto con il partito della burocrazia, saprà certamente condizionarlo e liberarsi dalla sua ipoteca fallimentare. La profonda secessione che si è verificata dal ’68 in avanti racchiude entro di sé il rifiuto di un passato che è stato anche di alienazione […] Un vasto processo di ricomposizione organizzativa del corpo rivoluzionario tende a rompere il vincolo nel quale, dal 1945, in Europa, il proletariato può vivere, dibattere, crescere, invecchiare, ringiovanire senza però poter mai uscire dalla condizione nella quale si trova ristretto. La condizione perché venga infranto tale giro vizioso […] è di spezzare l’accordo che lega i partiti tradizionali del movimento operaio alle forze della guerra e dell’imperialismo. Nella fabbrica e nella società certe premesse sono già state poste […] Il lungo lavoro della Direzione del PCI non è mai riuscito a stringere in uno schema di comodo la lotta di classe. Non si è tratto unicamente, come nel vecchio PSI, di una crescente influenza del sistema sul partito; con il PCI si è trattato, dal 1944, di un patto nazionale in rapporto con gli altri patti, tra gli Stati maggiori e i blocchi mondiali, a togliere indipendenza e autonomi a al proletariato” (pag. 346)

Nella interpretazione dell’autore in quella funzione contro-rivoluzionario Togliattismo e stalinismo avevano cercato di stringere, non sempre riuscendoci, in un abbraccio mortale la classe, cercando di impedirle qualsiasi autonomia di azione, tanto da far dire a Nicola Gallerano, nella nota introduttiva alla prima edizione, riportata anche nell’attuale, che il memoriale di Yalta, autentico testamento politico di Togliatti, “appare a Montaldi come il punto di arrivo e il suggello di tutta la storia politica del dirigente italiano, esempio di coerenza stalinista «strategica» proprio nel momento in cui è costretto a negarne più decisamente il corollario «tattico» (la dipendenza dall’URSS). Si comprende allora il senso del lavoro sul PC italiano e sulla figura di Togliatti, il dirigente che ne ha segnato di più profondamente il ruolo politico. «Stalinismo cosciente», «nazionale e statale» è quello di Togliatti; e la «continuità», la «staticità», anche, di Togliatti […] consiste nel suo discorrere da «statista», di «Paesi e nazioni, non di classi»” (pag.405)

Ecco allora rivelarsi tutta l’importanza della ricostruzione militante della politica comunista in Italia dal 1919 al 1970, validissima ancora oggi per comprendere come l’attuale Partito della Nazione finisca col coronare, e non tradire, lo spirito di un partito che dalla “svolta di Salerno” in poi non ha perseguito altro che il disarmo dell’autonomia di classe e la difesa degli interessi del capitale nazionale e sovranazionale. La cui la traiettoria, che avrebbe poi portato fino a Renzi e al suo PD, era già tutta compresa in quel giudizio e in quella prospettiva.

Un testo che se rivelava agli occhi dei lettori dell’epoca della sua prima uscita, tra cui mi annovero volentieri, la lotta all’ultimo sangue che si era svolta tra classe e stalinismo nell’URSS, anche con episodi di durissima resistenza operaia allo stakanovismo, e fuori dai suoi confini (dalla Spagna del ’36 all’Ungheria del ’56 e oltre), oggi si rivela ancora enormemente utile per una riflessione non solo sul divenire del rapporto tra classe e partito, ma anche sull’inutilità e la pericolosità di strutture politico-organizzative che tendano a rinchiudere le contraddizioni di classe in un ambito puramente parlamentare ed amministrativo.

Riflessione che accompagnò e costituì, quasi sempre, la base dell’irrequietezza politica e di tutto il lavoro di ricerca di Danilo Montaldi, dalla sua esperienza con gli internazionalisti della Sinistra Comunista, ancora ben radicata all’epoca della sua gioventù nel cremonese e nella Bassa Padana, agli incontri con i rappresentati degli Zengakuren giapponesi e da Socialisme ou barbarie fino ai prodromi dell’Autonomia operaia. Uno studioso militante tutto da riscoprire a partire, magari, proprio da questo fondamentale testo.

montaldi-feltrinelli N.B.
Per approfondire ulteriormente il discorso sulla figura di Montaldi (ritratto nella fotografia pubblicata qui a lato, è il primo da sinistra, con Giangiacomo Feltrinelli durante un dibattito a Cremona) si consigliano ancora i seguenti testi:

Danilo Montaldi e la cultura di sinistra del secondo dopoguerra, a cura di Luigi Parente, La Città del Sole, 1988, Napoli

Enzo Campelli, Note sulla sociologia di Danilo Montaldi. Alle origini di una proposta metodologica (in La Critica Sociologica n. 49, 1979)

Stefano Merli, L’altra storia. Bosio, Montaldi e le origini della nuova sinistra, Feltrinelli (1977)


  1. Edizioni Quaderni Piacentini, Piacenza 1976 (allora stampata in circa quattrocento copie)  

  2. Giorgio Galli, Storia del PCI, Bompiani 1976  

  3. Si vedano: Franco Alasia-Danilo Montaldi ( a cura di), Milano Corea. Inchiesta sugli immigrati, Feltrinelli prima edizione 1960, seconda accresciuta 1975; D.Montaldi, Autobiografie della leggera, Einaudi 1961; D.Montaldi, Militanti politici di base, Einaudi 1971; D.Montaldi, Korsch e i comunisti italiani. Contro un facile spirito di assimilazione, Savelli1975; D.Montaldi, Esperienza operaia o spontaneità, in Ombre Rosse n° 13, Savelli 1976; D.Montaldi, Bisogna sognare. Scritti 1952 – 1975, Edito per conto dell’Associazione culturale Centro d’iniziativa Luca Rossi – Milano – dalla Cooperativa Colibrì, 1994  

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