primavere arabe – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 14 Apr 2026 20:00:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Appunti sull’insurrezione algerina https://www.carmillaonline.com/2019/03/28/appunti-sullinsurrezione-algerina/ Wed, 27 Mar 2019 23:01:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51770 di Giacomo Marchetti

Ciò che sta avvenendo in Algeria da più di un mese – precisamente dal 22 febbraio – determina una rottura irreversibile con il “sistema Bouteflika” che ha governato il Paese dal 1999. Anche se questo movimento politico-sociale, inedito dalla conquista dell’indipendenza nel 1962, ha un carattere intergenerazionale, la spinta della fascia giovanile è fortissima. Più del 50% degli algerini – che sono poco più di 40 milioni e per il 70% vivono in realtà urbane – ha meno di trent’anni, il paese conta un milione e settecento mila studenti [...]]]> di Giacomo Marchetti

Ciò che sta avvenendo in Algeria da più di un mese – precisamente dal 22 febbraio – determina una rottura irreversibile con il “sistema Bouteflika” che ha governato il Paese dal 1999.
Anche se questo movimento politico-sociale, inedito dalla conquista dell’indipendenza nel 1962, ha un carattere intergenerazionale, la spinta della fascia giovanile è fortissima.
Più del 50% degli algerini – che sono poco più di 40 milioni e per il 70% vivono in realtà urbane – ha meno di trent’anni, il paese conta un milione e settecento mila studenti – di cui un milione sono donne – che non trovano sbocco nel mercato del lavoro dominato dall’economia informale e dal precariato sociale diffuso ed in buona parte sono costretti a vivere tra le mura domestiche dei genitori talvolta fino ai 30 anni circa.

Questi giovani che nella storica visita di Chirac circa quindici anni fa chiedevano al presidente francese “più visti” per potersi recare nell’Esagono, ora esprimono fieramente la volontà di voler rimanere nel proprio Paese contribuendo a cambiare radicalmente le condizioni di esistenza come recitano molti cartelli e riportano numerose testimonianze, alla faccia della paura di una “invasione” degli algerini prospettata da Marie Le Pen dopo lo scoppio della crisi.
L’immigrazione “clandestina” via mare e la possibilità di studiare all’estero erano le uniche vie di fuga che fino ad ora dominavano l’immaginario giovanile, ma da un lato l’ulteriore inasprimento delle politiche immigratorie dell’Unione Europea e dall’altro l’aumento (di più di 10 volte!) delle tasse d’iscrizione per un corso ordinario universitario in Francia così come per i master annunciati dall’esecutivo francese per gli studenti non-UE (gli algerini sono il terzo gruppo universitario dopo coloro che arrivano dal Marocco e dalla Cina) hanno ridotto ulteriormente le già aleatorie possibilità di cambiare orizzonte di vita.

Questa fascia della popolazione non ha vissuto direttamente il “decennio nero” – cioè l’epoca che ha contrapposto l’esercito alle milizie jihadiste degli anni Novanta – un periodo in cui sono perite dalle 150.000 alle 200.000 persone a seconda delle stime, 20.000 sono scomparse e circa 400.000 hanno lasciato il loro paese.
È una generazione che non ha conosciuto a maggior ragione le mobilitazioni della seconda metà degli anni Ottanta duramente represse e i primi tentativi frustrati di trasformazione del sistema politico congelati dopo la vittoria elettorale del FIS poi annullata, e l’inizio della guerra civile.

Da allora lo jihadismo non è stato sconfitto solo “militarmente” ma è stato neutralizzato all’interno di una politica di riconciliazione nazionale – propugnata da Bouteflika – sostanziata da una redistribuzione della rendita degli idrocarburi – unica ricchezza del paese, ma ora in forte declino per una serie di ragioni non solo legate all’abbassamento del prezzo del petrolio – nel mentre si procedeva comunque ad una politica di privatizzazione che ha creato una oligarchia di rentier la cui fortuna – o la caduta in disgrazia – dipendeva dalla capacità di accaparrarsi pezzi di beni ex-pubblici con il bene placido del potere politico.

Non sono naturalmente mancati momenti di forte mobilitazione in questi anni, comunque duramente repressi, come in Kabylia con la cosiddetta “primavera nera”.
E proprio questa importante componente della popolazione – e dell’esilio – è molto attiva e fortemente presente nelle mobilitazioni, e predilige ribadire il suo carattere “nazionale” e le richieste politiche di cambiamento sistemico neutralizzando la consolidata strategia di divisione portata avanti dall’establishment.

Ma non sono solo i giovani a “ribellarsi” riempiendo con manifestazioni oceaniche le strade e le piazze di Algeri e delle altre realtà del Paese, accanto a loro ci sono state continue mobilitazioni di medici, avvocati, insegnanti, magistrati(!) e di parti del movimento operaio organizzato in rotta di collisione con la dirigenza sindacale dell’UGTA, e il piccolo commercio di prossimità che in occasione dello sciopero generale “spontaneo” ha chiuso (a seconda della città) i propri esercizi.
Le mobilitazioni sono state pacifiche, cariche di una ironia particolare, e con cori che riprendevano la tradizione “patriottica” della lotta di liberazione nazionale (1954-62) insieme a famose canzoni delle tifoserie calcistiche popolarizzate da youtube di aperta critica al sistema di cui la più famosa è la “Casa del Mouradia” dei supporters del USM d’Algeri.

Le manifestazioni prima si opponevano alla possibilità che l’ottuagenario presidente si candidasse per il quinto mandato consecutivo ed ora vista la rinuncia si oppongono ad una transizione gestita di fatto dalla classe dirigente attuale, si oppongono sempre più chiaramente al “sistema” tout court, venendo disilluse le più banali richieste di realizzazione della sovranità popolare che anche la Costituzione teoricamente garantirebbe.
Come ha detto un manifestante: “volevamo le elezioni senza Bouteflika, ora abbiamo Bouteflika senza elezioni” riferendosi al fatto che le elezioni sono state rimandate sine die, dovranno essere precedute dal una conferenza nazionale che senza margini temporali definiti dovrà varare una nuova costituzione che sarà poi sottoposta a referendum e poi si procederà a nuove elezioni.
Nel frattempo il presidente resta in carica…

I due uomini designati per la formazione del nuovo governo – entrambi espressione del vecchio entourage – stanno cercando all’estero il consenso di cui in patria non godono per attuare la loro strategia di “transizione” con il bene placido delle cancellerie occidentali – tra cui quella italiana – e dei partner strategici con cui intrattengono rapporti come la Russia (maggiore esportatrice di armi verso l’Algeria ed ora importatrice anche di grano) e la Cina, uno dei partner economici privilegiati che ha una notevole presenza “umana” (40.000 cinesi vivono in Algeria), oltreché economica e per cui l’Algeria è uno snodo centrale della “Nuova via della Seta”, nonché pivot per la rete infrastrutturale verso l’Africa sub-sahariana.

La comunità algerina all’estero sta sostenendo le mobilitazioni algerine.
In Francia dove vivono 760.000 algerini recensiti, nelle città dove la loro presenza è maggiore, come Parigi e Marsiglia per esempio, si stanno succedendo partecipatissime mobilitazioni domenicali che sono una sorta di contro-coro alle oceaniche mobilitazioni del dopo-preghiera del venerdì dove milioni di algerini invadono le strade e le piazza di tutte le città del paese.
Certamente la mobilitazione algerina più che in continuità con le cosiddette “Primavere Arabe” è contigua alle manifestazioni di insofferenza che una nuova generazione di militanti africani sta portando avanti nei loro paesi contro il neo-colonialismo francese benedetto dall’Unione Europeo di cui il Franco CFA e la presenza militare francese sono i segni più tangibili, nonostante il tentativo di depotenziamento e di cooptazione messo in atto da molte ONG occidentali che agiscono in profondità nel tessuto degli attivisti più giovani per annacquare le richieste e le pratiche dei nuovi “dannati della terra”.

Numerose sono state le dimostrazioni di astio nei confronti di Macron e del suo entourage teso ad una nuova politica di ingerenza che supporta la transizione in stile gattopardesco promossa dall’establishment.
Per altri versi la mobilitazione algerina ricorda quella che da dicembre sta scuotendo il Sudan contro la dittatura di Bashir, anche se in questo paese africano si è partiti da mobilitazioni scaturite dall’aumento sui generi di prima necessità a dicembre che hanno incontrato una durissima repressione a differenza di ciò che succede in Algeria, dove Esercito e Forze dell’Ordine che sono le parti dello stato che godono di maggiore fiducia in buona parte della mobilitazione e che hanno avuto sempre un ruolo di garante ultimo dell’assetto politico in periodo di grave crisi non sono minimamente intervenuti, tranne alcuni episodi irrilevanti che non hanno dato luogo ad un escalation della violenza da nessuna delle parti.

È una situazione molto delicata, quella algerina, ma che può essere gravida di risposte sia per la possibilità riappropriarsi di una rappresentanza politica istituzionale aliena dalla cricca di oligarchi che fino a qui ha governato il paese dopo il “decennio nero” arricchendosi alle spalle degli algerini, sia per la sua possibilità di sganciamento dai tentacoli del neo-colonialismo occidentale, sperimentando una organizzazione economica che si distacchi dal modello attuale di paese esportatore di idrocarburi ed importatore di beni di prima necessità, rendendolo “dipendente” da fattori che non fanno che impoverire la popolazione ed “in declino” vista l’agguerrita concorrenza internazionale, la riduzione delle capacità produttive e l’oscillazione del prezzo al barile.

In questo senso sono molto interessanti le esperienze di discussione e di organizzazione che si stanno sviluppando a livello territoriale e di settore – come i campus universitari – che costituiscono una preziosissima esperienza di educazione politica di massa. È nell’ampliamento e nel consolidamento di queste esperienze di democrazia di base che si gioca anche il futuro del movimento; esperienze che sono propedeutiche sia ad una ipotesi di trasformazione che bandisca la peste jihadista sia ai tentativi di recupero dei vari cavalli di troia della tendenza ultra-liberale collegata a doppio filo con i poli imperialistici internazionali che vorrebbe “sfruttare” le mobilitazioni per imporre una agenda più marcatamente liberista sotto le mentite spoglie della “democrazia aperta”.

Per tutti questi motivi le parole di Frantz Fanon nei Dannati della Terra trovano un valore profetico quando affermava quali fossero i compiti immensi dopo l’acquisizione dell’indipendenza: “il popolo verifica che la vita è combattimento interminabile”.
Ed il popolo algerino sta vivendo una seconda indipendenza.

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Antimitologia del tema Mediterraneo https://www.carmillaonline.com/2018/05/11/antimitologia-del-tema-mediterraneo/ Thu, 10 May 2018 22:01:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45462 di Neil Novello

Francescomaria Tedesco, Mediterraneismo, Meltemi, 2017, pp. 195, 15.00 euro

Fin dal titolo dell’ultimo libro di Francescomaria Tedesco il lettore incontra una categoria, o meglio si trova dinanzi a un oggetto culturale, il Mediterraneo, osservato da un inedito angolo di visione, una mediterraneologia critica – giusto il duplice innesco dell’Introduzione – volta a rovesciare un paradigma, da un lato determinato da «approcci orientalizzanti», dall’altro da «concilianti visioni estetizzanti». Con il Nietzsche della seconda Inattuale, verrebbe quasi da sospettare che la lettura critica di Tedesco ambisca a cancellare un persistente sedimento ermeneutico, per così dire una vulgata antiquaria. Calabrese [...]]]> di Neil Novello

Francescomaria Tedesco, Mediterraneismo, Meltemi, 2017, pp. 195, 15.00 euro

Fin dal titolo dell’ultimo libro di Francescomaria Tedesco il lettore incontra una categoria, o meglio si trova dinanzi a un oggetto culturale, il Mediterraneo, osservato da un inedito angolo di visione, una mediterraneologia critica – giusto il duplice innesco dell’Introduzione – volta a rovesciare un paradigma, da un lato determinato da «approcci orientalizzanti», dall’altro da «concilianti visioni estetizzanti». Con il Nietzsche della seconda Inattuale, verrebbe quasi da sospettare che la lettura critica di Tedesco ambisca a cancellare un persistente sedimento ermeneutico, per così dire una vulgata antiquaria. Calabrese di origine, e vissuto in Calabria, ma emigrato in seguito in Toscana, Tedesco ha quindi vissuto e tuttora vive il Mediterraneo, e la mediterraneità, secondo due maniere, la prima endogena o propria a chi nasce in un luogo mediterraneo, la seconda esogena o di chi vive altrove ma continua a osservare la propria origine, continua accanitamente a pensare, soprattutto a ri-pensare propriamente il pensato culturale sul luogo della propria Bildung. Un doppio cervello e un doppio sentimento sono dunque in attività, il primo ragiona e costruisce un archivio di pensiero dominante, paradigmatico, il secondo lavora a decostruire, a rileggere, a rimeditare il pensato schiudendo il pensiero stesso ad altro orizzonte epistemologico.

Il pensiero antimeridiano è il sottotitolo dell’opera, qualcosa di paragonabile a una clavis hermeneutica in cui l’antimeridianismo incontra il mediterraneismo, incontra cioè proprio la vulgata, l’immagine dominante, lo stereotipo culturale, con una categoria di Gramsci, il senso comune. Ma il senso comune, appena cristallizzato, diviene senso culturale, in altri termini concorre a formare la cultura dominante, egemonica. Ne consegue di trovarsi dinanzi a un vero e proprio blocco del senso, o meglio il senso stesso è stato incanalato entro una prospettiva rovesciata, un imbuto dal quale risalire verso l’aperto della «decostruzione». Ciò tuttavia non vuole dire rovesciare l’asse del mondo, non vuole dire invertire le assiologie egemoniche (Nord/Sud, centro/periferia, Europa/Mediterraneo), essenzialmente vuole dire domandare al tema del Mediterraneo la sua autentica identità emancipando la stessa domanda da possibili derive astoriche, pregiudiziali o finanche metafisiche. Se è vero che la «stigmatizzazione dell’alterità mediterranea» – così scrive Tedesco – in parte tende a ricavare da un «giudizio assiologicamente negativo un elemento positivo», o meglio a esporre la «rivendicazione di una differenza positiva e contestativa», allora qui è in gioco non l’identità (che pure è l’essenza primaria del gioco dialettico e culturale) ma la sua lettura. Anzi, qui si tratta di imprimere al discorso una perentoria sterzata per affermare l’esigenza di una controlettura, poiché l’imperativo è intus legere, leggere cioè dentro o al di là di ogni sospettoso mito ideologico sul mediterraneismo. E ancora capire che una cosa è la complessità per così dire innominabile del Mediterraneo, un’altra è la nominabilità spesso forviante proprio della parola-cognizione mediterraneismo. La stella polare di Mediterraneismo, la pars construens del discorso è allora «invertire lo stigma», cioè provare a ragionare sullo «stereotipo» culturalista riportando il ragionamento stesso entro un alveo di ridefinizione culturale. La lettura di tipo mediterraneista, spesso non scevra, a livello di senso comune, da qualunquismo intellettuale, è un diffusa ideologia. Essa matura nella fondazione di un vero e proprio patrimonio culturale, se un patrimonio culturale è per esempio il fenomeno dell’«orientalizzazione interna», la mentalità entro il cui ingranaggio appare coinvolta l’identità del meridione in genere e della Calabria (in specie). Orientalizzare è un verbo dell’egemonia, un verbo dell’egemonia che egemonizza partendo proprio dall’intepretazione politica della lingua, della parola. La parola ‘orientalizzare’ pertanto è equiparabile a un organismo vivente, poiché adempie per l’appunto a una funzione di tipo (bio)politico, la funzione dell’egemone in relazione all’alterità. Essa è sempre il prodotto di uno sviluppo culturale, la costruzione a tappe di un immaginario collettivo, la cui prima pietra ritroviamo in un’altra parola, l’«esotizzazione» del Sud e la creazione politica della sua diversità. Nel libro di Tedesco vi è però da cogliere una dimensione controapologica. Mediterraneismo figura anche come j’accuse, poiché esso è il referto, se così si può dire, non soltanto di una realtà del pensiero, soprattutto di un pensiero della realtà, specie nella critica ad autori che nelle loro opere o iniziative culturali forniscono un’interpretazione – così scrive Tedesco – del «pensiero meridiano secondo una chiave che qui abbiamo trattato nei termini del mediterraneismo». In altre parole, rovesciare lo «stigma» potrà significare la caduta in una forra filosofica più insidiosa, affidarsi all’immagine dell’alterità o della diversità senza avvedersi di camminare entro il tracciato di un cosiddetto «mediterraneismo dell’alternativa». Per scansare tale deriva o da essa eventualmente emanciparsi, il pensiero meridiano dovrà allora rovesciarsi non tanto nel suo contrario formale quanto operare nella ricerca di un radicalmente nuovo contenuto di discorso. Qui si cerca un antidoto critico-culturale in grado di sovvertire l’«ipostatizzazione del Sud» neutralizzando in tale maniera l’effetto di anamorfismo artificiale causato dalle cosiddette «lenti deformanti» dell’orientalizzazione. Varrà allora intendere che lo spirito antimeridiano che filigrana il libro potrà essere spiegato nel quadro di una lettura ritrovata – come avrebbe scritto Benjamin – contropelo, a questo punto una controlettura non scevra da pericolose conseguenze epistemologiche, l’unica però foriera di vincenti euresi proprio nel campo della ridefinizione non solo nominale di quella cosa che è – al di là della sua dimensione marina – il Mediterraneo.

Ipostatizzare il Sud, questo è alla fine il mito resistente. Per capire ancora di più il fenomeno, anzi per affinare la teoria critica, Tedesco richiama a dialogo la categoria gramsciana di subalterno. In relazione al problema, le domande sono consequenziali: i «subalterni possono parlare?», «Essi possono conoscere forme di organizzazione politica?», «Che rapporto sussiste tra la subalternità e la coscienza di essa?». Le domande costituiscono la premessa generale a uno sviluppo del discorso, anzi a un superamento delle posizioni analizzate, per compiere uno scatto ulteriore, cioè valicare il confine orient-estetizzante o «lirico e poetico» per «discutere di quelle forze sociali che al Sud cercarono di dare corpo all’alternativa». In altre parole, con l’esempio di un Sud resistente e politico, provare a penetrare nell’organismo vivente del meridione rivelando finalmente un ingranaggio realmente diverso sia dall’immaginario collettivo sia dalla cosa-meridione, ora però dotata di un nome de-orientalizzato e de-estetizzato. Sulla falsariga di spontaneità e coscienza storica, la partita politica del subalterno in Calabria, cioè la lotta dei contadini per la conquista della terra nel decennio 1943-1953, alla fine costituisce un esempio storico teso a scardinare anche le metafisiche letture mediterraneistiche. A tale riguardo, Tedesco scrive:

Quello che interessa è segnalare come quelle rivendicazioni da parte dei contadini meridionali fossero la spia di una coscienza antica, legata a risalenti modalità di vivere il rapporto uomo-terra ben prima che la cultura comunista calasse dal Nord per capeggiare il movimento e guidare le rivolte attraverso un’opera di formazione della coscienza collettiva. E che quel movimento si saldò con rivendicazioni moderne che pretendevano di dar corpo al dettato costituzionale sulla funzione sociale della proprietà.

Chiarire dunque che i «protagonisti di quelle lotte erano in agitazione per la rivendicazione di antichi diritti», al discorso di Tedesco apporta in certa maniera un’autenticazione antimeridiana, o meglio figura il richiamo ad hoc di un evento – citato e spiegato nella sua grande importanza anche “civile” -, diviene cioè utile per rileggere in chiave antimediterraneista questa pagina storica del meridione e in specie della Calabria. Ricercare e trovare nell’esempio storico le ragioni che contraddicono normative linee di pensiero, spesso errori di valutazione culturale dei fenomeni sociali, se per il Meridione e la Calabria costituisce un sovvertimento di visione, anzi un rovesciamento di cognizione meridiana e mediterraneista, nel caso della cosiddetta Primavera araba, da un lato allarga l’orizzonte della tesi, dall’altro addiziona a esso e alla sua spiegazione specifica le «ragioni profonde di dissenso e malcontento che attraversavano da tempo la società in questione». Niente dunque di «mollemente adagiato, femmineo, passivo», «disposto a subire prono e inerte», e nessuna «massa informe relegata a un medioevo di oscurantismo anti-tecnologico, femminicida e liberticida», nel Mediterraneo si sono invece agitate (e ancora si agitano) società e culture mosse da una cosciente idealità e progettualità politica e culturale. Riportare l’esempio delle “primavere” riportando al centro del discorso il significato profondo dell’azione politica subalterna, dalla Libia alla Turchia alla Tunisia (con esempi, nel caso tunisino di Amina, anche eterodossi ma comunque riconducibili al tema dominante), in Mediterraneismo significa anche leggere fuori di mitologia fenomeni, casi, eventi, proteste da includere all’interno di un più ampio orizzonte, il risveglio sociale e culturale, soprattutto però, anche nel caso del risveglio, la comprensione – da parte dell’Occidente che guarda l’Oriente – non di un’identità criticabile, solamente, icasticamente di un’identità (non ascrivibile né rubricabile). Decostruire l’immaginario occidentale significa anzitutto cogliere questa identità, non assegnarne una, non falsificarla costruendo un simulacro culturale.

Sotto tale profilo, la lingua del mediterraneismo e della visione mediterraneista, tra le letture mitologiche e adulterate, nella doppia distinzione di stigma dell’arretratezza e stigma dell’alternativa e del riscatto, nello studio di Tedesco riguardano anche alcune merci librarie come l’orientalizzante Terroni di Giancarlo De Cataldo o una merce cine-televisiva come Il capo dei capi, senza dimenticare un cult iper-mediterraneista come Anime nere, il libro (di Gioacchino Criaco) e il film (di Francesco Munzi), entrambi, anche se a diversi livelli di profondità (e anche di dolo), esiti di una spaventosa e desolante falsificazione culturale. La lettura critica (non antiquaria), la decostruzione del senso comune, la lettura contropelo di questa storia mediterraneista, nel segno ideale di Nietzsche, Gramsci e Benjamin, che segretamente popolano il libro di Tedesco, esibiscono allora una funzione di grimaldello culturale. Mediterraneismo si qualifica pertanto entro il quadro di un’immagine aurorale, insieme un segnavia del pensiero contemporaneo sul Mediterraneo e forse già la costruzione (a futura memoria e uso) di un’eredità culturale.

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