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Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 425, 25 euro

Se è esistito in Italia un letterato scomodo ed eccessivo nelle sue manifestazioni va sicuramente individuato in Curzio Malaparte (1898-1957). Il suo essere stato, nel corso di una vita durata appena 59 anni, poeta, saggista, romanziere, giornalista, militare, diplomatico, agente segreto e regista cinematografico lo avvicina per certi versi ad un altro intellettuale scomodo dell’Italia del’900: Pier Paolo Pasolini. Anche se il paragone tra i due deve fermarsi quasi immediatamente, poiché la sfera [...]]]> di Sandro Moiso

Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 425, 25 euro

Se è esistito in Italia un letterato scomodo ed eccessivo nelle sue manifestazioni va sicuramente individuato in Curzio Malaparte (1898-1957). Il suo essere stato, nel corso di una vita durata appena 59 anni, poeta, saggista, romanziere, giornalista, militare, diplomatico, agente segreto e regista cinematografico lo avvicina per certi versi ad un altro intellettuale scomodo dell’Italia del’900: Pier Paolo Pasolini. Anche se il paragone tra i due deve fermarsi quasi immediatamente, poiché la sfera di riferimento culturale e letterario del primo, più che a quella dello scrittore friulano, era vicina alle esperienze di altri due autori e uomini di cultura europei quali Ernst Jünger (1895-1998) e André Malraux (1901-1976). Intellettuali colti e raffinati che, però, avevano tutti nascosto, sotto un tappeto di intuizioni spesso geniali e una patina di anticonformismo elitario, una contraddittorietà in materia politico-culturale talvolta disorientante e talaltra indisponente non solo per i semplici lettori, ma anche per i loro estimatori.

Interventista dalle radici anarco-nietzschiane nella Prima guerra mondiale e fascista della prima ora l’italiano che, però, alla fine della sua vita, dopo un soggiorno nella Cina di Mao, lasciò in eredità alla Repubblica Popolare la sua villa di Capri; giovanissimo volontario nella Legione straniera, autentico esteta e aedo della guerra che osservò e descrisse con lo sguardo di un entomologo, il tedesco, spesso avvicinato (forse a torto) al nazismo; avventuriero e ladro di tesori nelle colonie francesi dell’Estremo Oriente, poi militante anti-colonialista e comunista in Cina, combattente repubblicano in Spagna e, per finire, ammiratore e seguace di De Gaulle, fino a diventare Ministro della Cultura nel suo governo, il francese. Vite al limite si potrebbe dire, condotte da abili funamboli tutti attenti a non perdere mai la presa su una corda tesa nel vuoto, al di sopra delle catastrofi politiche e militari del XX secolo.

Nessuno dei tre poteva vantare le nobili origini che forse tutti avrebbero voluto poter rivendicare. Il più fortunato, dal punto di vista famigliare, fu forse Jünger, figlio di un imprenditore e chimico tedesco, mentre Malraux non avrebbe mai parlato con nessuno o avrebbe diffuso notizie inesatte su un’ infanzia passata in provincia con la madre e la nonna. Cosa cui avrebbe cercato di provvedere sposandosi nel 1921 con una ricca ereditiera di una famiglia ebraica di origini tedesche, la cui fortuna fu però rapidamente dilapidata da errati investimenti in borsa.

Erich Suckert, vero nome di Curzio Malaparte che aveva rinnegato in età adulta il cognome paterno, nacque invece a Prato da Edda Perelli e dal tintore sassone Erwin Suckert. Come terzogenito di sette fratelli, poco dopo la nascita fu affidato a balia alla famiglia dell’operaio tessile Milziade Baldi e di sua moglie, che lui avrebbe poi considerato come i suoi autentici genitori, mentre i pessimi rapporti con il padre tedesco avrebbero influenzato per tutta la sua vita una particolare antipatia verso la nazione e la cultura germaniche. Spingendolo così tra le braccia di quella francese. Un amore poi deluso, come dimostra il diario appena pubblicato da Adelphi, ma che lo spinse fin dalla dichiarazione di guerra del 1914 ad arruolarsi ancora sedicenne nelle fila, anch’egli, della Legione straniera.

Se queste sono, per così dire le origini del viaggio di Malaparte attraverso la Storia del ‘900. il Giornale di uno straniero a Parigi trasmette al lettore le impressioni dell’autore successive alla fine del secondo conflitto mondiale, al ritorno da un soggiorno in Francia tra l’estate del 1947 e la fine del 1949. Ma come lo stesso Malaparte ci avverte nel suo Abbozzo di una prefazione:

Ogni “giornale” è ritratto, cronaca, racconto, ricordo, storia. Delle note prese giorno per giorno non sono un giornale: sono momenti presi a caso nello scorrere del tempo, nel fiume del giorno, che passa. Un “giornale” è un racconto: il racconto di una tranche de vie (definizione di romanzo di una famosa scuola), di un periodo, un anno, più anni, della nostra vita. E poiché la vita segue la logica di un racconto, ha un inizio, uno sviluppo, una conclusione (una vita umana è una serie di inizi, di sviluppi, di conclusioni, all’interno del cerchio chiuso dell’inizio, dello sviluppo, della conclusione della vita, nel cerchio della vita). Non è vero che un “giornale” comincia a caso, si sviluppa a caso, non si conclude, se non con la fine della vita. Un giornale, come ogni racconto, comporta un inizio, un intreccio, uno scioglimento. L’argomento del Giornale di uno straniero a Parigi è il mio ritorno a Parigi dopo quattordici anni d’assenza, è la scoperta di una Francia nuova, di un popolo francese nuovo, è il ritratto di un momento, nella storia della nazione francese, della civiltà francese, che coincide con un momento particolare della mia vita, della storia della mia vita. Non pretendo di rinnovare il genere del “giornale”. Suggerisco soltanto che un giornale è un racconto, come è un racconto il teatro. E qui tocco il punto importante: un “giornale” è un’opera teatrale portata sulla scena della pagina. È il punto in cui il racconto si avvicina di più al teatro. Tutto vi tende a un fine, a una conclusione, secondo le leggi classiche dell’unità, ma attorno al personaggio che si chiama « io »1.

Le poche righe appena citate non servono soltanto come viatico per la comprensione del “diario” parigino di Malaparte, ma anche per quella di tutta la sua opera che, per quanto suddivisa tra articoli di giornale, cronache, diari, “romanzi”, sempre avrebbe rappresentato una sorta di palcoscenico sul quale intrecciare le vicende drammatiche oppure mondane comprese tra il primo conflitto mondiale e gli anni ‘50 del XX secolo con la vita dell’autore e le sue personali opinioni.

Si potrebbe, infatti, dire che se nell’opera di Ernst Jünger ogni evento ed osservazione si trasforma in distaccato giornale di osservazioni di carattere entomologico2, in Malraux ogni evento doveva per forza essere “romanzato”. Tanto da far rimettere spesso in discussione, da parte della critica o dei suoi avversari “politici”, molti aspetti delle sua presunta o autentica partecipazione agli eventi narrati con estrema dovizia di particolare (battaglie, massacri, insurrezioni, eroismi nelle guerre nell’aria e per terra). Una reinvenzione letteraria dell’esperienza personale che avrebbe spinto lo scrittore francese ad intitolare Antimemorie la sua autobiografia, pubblicata nel 1967, un abile e spregiudicato gioco letterario in cui la vita, gli incontri e le vicende di Malraux sono spesso nascosti o distorti ad arte, mascherati sotto l’immagine che di se stesso voleva dare al pubblico3.

Il testo di Malaparte, oggi edito da Adelphi, era invece rimasto tra le sue carte e fu pubblicato postumo nel 1966, a cura di Enrico Falqui, da Vallecchi nelle «Opere complete». Come afferma Monica Zanardo, in quella che può essere considerata come una postfazione all’edizione attuale, il Journal:

offre un sottile e disincantato spaccato della Francia del dopoguerra, dove l’autore aveva soggiornato tra il giugno del 1947 e la fine del 1949. Pensato per essere pubblicato in Francia e scritto per lo più in francese, il ‘diario’ malapartiano si ricostruisce cucendo una serie di fogli sciolti che denunciano stadi diversi di elaborazione [..]. È difficile dunque stabilire con certezza con quali tempi e modi Malaparte si sia dedicato alla composizione di questa sua opera, ma possiamo rilevare che, a dispetto del titolo, non ci troviamo di fronte a un journal in senso stretto.
Siamo ad esempio molto lontani da quel Giornale segreto dove, tra l’aprile del 1941 e l’ottobre del 1944, aveva registrato dialoghi e fatti di cui era stato testimone come corrispondente di guerra e che poi, opportunamente finzionalizzati, avevano nutrito la stesura di Kaputt.
[…] I materiali relativi al Giornale di uno straniero a Parigi, invece, non hanno nulla dell’annotazione cursoria ed estemporanea: le varie entrate si depositano in forma dattiloscritta a un livello di rielaborazione già avanzato, con un notevole scarto rispetto alla registrazione del dato puramente evenemenziale. Non si tratta per Malaparte – né mai è così per questo autore – di offrire un mero referto testimoniale o un affondo introspettivo: luoghi, date, persone e fatti sono per lui la materia grezza che solo l’arte del romanziere può rendere a tutti gli effetti viva e parlante; come già ricordava Falqui, nel Giornale parigino non v’è dunque « nulla di affidato unicamente alla trascrizione o rievocazione, cronachistica e basta, dell’episodio: incontro, invito, visita, conversazione, spettacolo o incidente che sia stato ». È del resto lo stesso Malaparte a sottolinearlo nella prefazione: « Un “giornale” è un racconto » dichiara, e del racconto assume di conseguenza tutti gli elementi di costruzione e narrativizzazione4.

Il tema conduttore del testo rimasto incompiuto è quello dell’estraneità vissuta dall’autore in quella che riteneva la sua seconda se non autentica patria, la Francia, dopo i cambiamenti intervenuti successivamente alla seconda guerra mondiale. Guerra che, comunque, lo avevano reso meno interessante per quelli che credeva essere gli “amici francesi”. E anche se non tutti lo avrebbero rifiutato, spesso nei suoi confronti avrebbero dimostrato la freddezza che si manifesta nei confronti di un nemico o ex-amico, proprio a causa della guerra scatenata nel giugno del 1940 dal regime fascista nei confronti del paese d’oltralpe, già sotto attacco da parte delle forze armate tedesche.

Così un Malaparte che, nonostante la partecipazione alla marcia su Roma e la firma apposta sul manifesto degli intellettuali fascisti, era sempre rimasto un elemento scomodo per il regime, come egli stesso afferma nel Journal – «Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia»5 – si ritrova apolide, lontano da quelle sponde che sperava volessero ancora accoglierlo e allo stesso tempo rifiutato da quell’Italia che, prima in armi poi sotto le bandiere mussoliniane e infine al servizio degli occupanti anglo-americani6, egli aveva sempre creduto di servire.

Un opportunista, certo e in maniera evidente, ma che per le sue idee era stato allontanato dal quotidiano «La Stampa» di cui era stato direttore, espulso del Partito Nazionale Fascista e condannato a cinque anni di confino all’isola di Lipari, anche se già nel 1934 il confino era stato commutato in soggiorno obbligato a Forte dei Marmi.

In particolare a disturbare, per così dire, il regime era stata, oltre che la sua vicinanza al fascismo cosiddetto di sinistra e a Giuseppe Bottai, la pubblicazione in Francia nel 1931 di un testo che in Italia sarebbe stato tradotto soltanto nel 1948: Technique du Coup d’État (Tecnica del colpo di Stato), sostanzialmente un manuale per la conquista del potere attraverso il rovesciamento dello Stato.

Nel libro, bruciato sulla pubblica piazza per volontà di Hitler ma che giunse a ventisette edizioni in Francia e fu tradotto anche in inglese, spagnolo, polacco e cecoslovacco, si analizza e critica sia l’ascesa al potere del Partito bolscevico in Unione Sovietica che di quello nazionalsocialista in Germania. Come ebbe modo di affermare lo stesso autore nel Memoriale scritto nel 1946:

Nel 1930, mentre ero direttore della «Stampa» […] invece di scrivere per il giornale articoli laudativi e cortigianeschi, dedicai il poco tempo che mi rimaneva libero a scrivere la Technique du Coup d’État per l’editore francese Bernard Grasset. […] Quando lasciai la «Stampa» nel gennaio del 1931, il libro era pronto ad andare in stampa e, conoscendo, la natura del libro, decisi di recarmi in Francia perché la sua pubblicazione non mi sorprendesse in Italia. […] L’edizione italiana fu proibita da Mussolini sia per il tono del libro, sia per il capitolo su Hitler e il nazismo. Esso è il primo libro apparso in Europa contro Hitler. Il successo del libro mi portò di colpo alla ribalta di celebrità internazionale. Furono pubblicati su di me centinaia di articoli, concesse centinaia e centinaia di interviste, ebbi inviti per conferenze, per collaborazioni, offerte per contratti editoriali, molte università, fra cui l’Università americana di Yale, mi invitarono a tenere corsi di lezioni sulla letteratura moderna europea. In Italia i giornali fascisti attaccarono il mio libro e io fui accusato di fuoruscitismo. Non sto a ridire le ingiurie di cui fui coperto7.

Affermazioni in cui si può riscontrare l’attitudine del Malaparte a mettersi al “centro del mondo”, in un senso molto prossimo a Malraux, ma anche la volontà di rimarcare le distanze “prese per tempo” dal regime. Come sottolinea ancora Giorgio Luti nella medesima introduzione:

Sta di fatto che l’opera nelle sue linee generali era già stata progettata prima della improvvisa «defenestrazione» dalla «Stampa» dovuta sicuramente all’atteggiamento di fiancheggiamento che Malaparte aveva assunto nei confronti delle rivendicazioni operaie in tutta l’Europa (si pensi alle corrispondenze dall’estero sullo scottante argomento a cui il giornale torinese concedeva larga ospitalità) e in particolare nella città sede della FIAT, cioè dell’industria i cui proprietari finanziavano il giornale8.

Quest’ultima osservazione induce a rilevare la complessità di una figura e di un percorso politico e intellettuale in cui, comunque, hanno sempre avuto un ruolo di rilievo i comportamenti contraddittori che spesso hanno caratterizzato molte personalità della cultura del ‘900, ma non solo. Motivo per cui occorre ancora ricordare come Enrico Falqui, in occasione della pubblicazione per Vallecchi, nel 1971, dell’allora ancora inedito Ballo del Cremlino dello stesso Malaparte9, si augurasse:

che finalmente fosse scaduto per lo scrittore pratese il tempo del «purgatorio» in cui lo aveva ingiustamente relegato la cultura italiana dell’epoca ormai lontana della repentina scomparsa nel luglio del 1957. Era tempo che nascesse – scriveva Falqui – l’occasione di impostare su altre basi un incontro che per troppo tempo e non certo per colpa di Malaparte, era stato rimandato sotto la spinta di equivoci e risentimenti che poco avevano a che fare con la cultura, con la letterartura e con l’arte. Cose che del resto capitano quando ci si incontra con uno scrittore che prima di tutto è stato un personaggio pubblico, un protagonista di primo piano della vita politica italiana del ventennio fascista e nei primi anni del dopoguerra: un intellettuale inquieto sempre in bilico tra «rosso» e «nero»10.

La riproposta delle opere di Malaparte, il cui elenco si potrebbe definire sterminato, intrapresa da diversi anni dalle Edizioni Adelphi forse risponde a questa necessità di riscoperta auspicata da Falqui ed è, come spesso accade per questo editore, sicuramente meritoria11. Tipica comunque di una casa editrice il cui principale artefice, Roberto Calasso (1941-2021), si era rivelato spesso altrettanto scomodo per la bigotteria culturale italiana, sia di destra che di sinistra.

Poiché quasi tutte le opere di Malaparte richiederebbero un’analisi ben più lunga di quello che lo spazio di una recensione come questa potrebbe loro dedicare, è necessario ritornare in chiusura al diario parigino del 1947-1949. Senza però dimenticare di ricordare che, tra i tanti passaggi di fronte che caratterizzarono sempre la vita dello scrittore, negli anni successivi al conflitto non poté mancare, come per tanti altri transfughi del fascismo di sinistra o del fascismo tout court, un tentativo di avvicinamento dello stesso al Partito comunista.

Con cui, per sollecitazione dello stesso Togliatti, avrebbe dovuto collaborare attraverso le pagine della rivista settimanale «Vie Nuove», cui inviò gli appunti redatti nel 1957, in occasione di un viaggio nella Cina comunista, dove, osservando la vita nelle città e soprattutto nel campagne, era rimasto affascinato dai fermenti rivoluzionari in atto e aveva avuto anche modo di intervistare Mao Zedong. Appunti che, però, non vennero pubblicati a causa dell’opposizione di Calvino, Moravia, e altri intellettuali, che avevano sottoscritto una petizione affinché “il fascista Malaparte” non potesse pubblicare su una ”rivista comunista”12.

Il diario francese è sicuramente di altro tenore e riporta immediatamente il lettore in quel mondo intellettuale, e spesso salottiero, che da sempre e non soltanto in Francia, aveva attratto lo scrittore per le storie infinite che ne potevano derivare. Come, ad esempio, quelle narrate dall’ambasciatore italiano in Francia, Quaroni, ma un tempo Ministro d’Italia in Afghanistan di cui conservava, come si trattasse di un viaggiatore del XVIII secolo, memorie straordinarie.

[Quaroni] mescola l’erudizione allo spirito della scoperta, la meraviglia dell’esploratore al diplomatico dotato di uno spirito d’osservazione nutrito di letture e di esperienze. Mi parla dei cavalli e dei cani del re dell’Afghanistan, della caccia reale, dei ricordi, ancora vividi, che Alessandro Magno ha lasciato in quelle contrade misteriose. Mi parla della straordinaria popolarità del poeta persiano ****, che ogni contadino afgano conosce a memoria. Ama l’Afghanistan, e quando gli dico che c’è una sola contrada al mondo che eccita la mia immaginazione, che c’è una sola contrada che vorrei visitare, dove vorrei vivere, ed è l’Asia centrale, l’altopiano dell’Altai, e le immense solitudini delle steppe persiane e afgane, del Turkmenistan, donde si vede all’orizzonte la linea di matita azzurra dell’Himalaya, sorride, deliziato. Amo i diplomatici, amo la loro compagnia, la loro conversazione. Solo i diplomatici, ai giorni nostri, possono prendere nella società il posto dei dotti gesuiti del XVII secolo, che tornavano dall’Oriente, dall’Africa, dall’America centrale, e che portavano con sé tutto un tesoro di conoscenza, la cui fragilità, la cui delicatezza, davano alle loro parole, quando parlavano di una montagna o di un fiume immenso, o di un deserto, o di un forte, o di un castello, l’impressione che parlassero di minuscoli, fragili, trasparenti oggetti di porcellana13.

Un giornale in cui alle intuizioni fulminanti, «Il cinema è la patria degli stranieri» (a proposito del cinema di Roberto Rossellini, p. 14), si accompagnano ricordi che riportano al clima successivo al primo grande macello imperialista di cui Malaparte fu attento cronista e magnifico cantore in un’opera, che nel 1921 costituì anche il suo battesimo letterario e che si spera le Edizioni Adelphi, in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo, vogliano al più presto riproporre al pubblico: Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti14.

La prima opera a prendere una posizione decisamente opposta alla leggenda militarista e perbenista fondata sulla presunta viltà dei soldati italiani al fronte e che in realtà, come lo stesso Malaparte sottolinea facendone un’apologia, diedero vita ad una enorme ribellione disfattista che soltanto l’assenza di un partito volto al rovesciamento dell’ordine monarchico e borghese impedì che si trasformasse in autentica rivoluzione, così come era invece accaduto sul fronte russo nell’inverno tra il 1916 e il 1917. Un tema, quello dei patimenti dei militari al fronte e successivi alla guerra, che viene ripreso, come s’è detto poc’anzi, nelle pagine del Giornale là dove viene ricordato un episodio successivo alla fine della guerra, nel 1919.

Voglio bene a questi uomini, a questi Francesi: sono della mia stessa razza. Anch’io sono un uomo del 1914. Ma mi si stringe il cuore, al ricordo di come li vidi tornare a casa, dopo la guerra, dopo la vittoria, nel 1919. Tutte le volte che incontro di questi uomini, non posso difendermi dal ricordare quell’episodio. Era il primo maggio 1919, un grande comizio di protesta per la vita cara, per non so che, era stato organizzato in Piazza della Concordia. Da tutte le parti dell’immensa città, giungevano colonne e colonne di uomini ancora in uniforme bleu horizon, migliaia e migliaia di mutilati sorretti dai compagni, e folle enormi di anciens combattants, tutti in uniforme terrosa, stinta, sgualcita delle trincee. Nelle prime ore del pomeriggio, la Place de la Concorde era occupata da un immenso esercito di antichi soldati, da migliaia e migliaia di soldati fra i più valorosi del mondo. […] Erano i migliori soldati del mondo, i più tenaci, i più duri, i più ostinati, i più coraggiosi. Cantavano i loro canti di guerra, […] qua e là, sventolavano su quell’esercito bandiere rosse; i mutilati, ammassati sotto l’Hotel Crillon, agitavano le loro grucce, i loro bastoni. Era un esercito di veterani, pronto alla lotta, invincibile e vittorioso. Dalla terrazza dell’Hotel Crillon, mescolato alla piccola folla di spettatori delle delegazioni straniere per la pace, io contemplavo quell’immenso esercito, col quale avevo sofferto, combattuto. Erano i miei compagni di guerra, ero fiero di loro. A un tratto, dal giardino delle Tuileries, dalla Rue Boissy-d’Anglas, dalla Rue de Rivoli, dai Champs-Élysées, dal ponte, sbucarono folti gruppi di agenti, armati di sfollagente, che si gettarono su quell’invincibile esercito di veterani, li massacrarono, li bastonarono, li dispersero, li inseguirono a calci nel sedere. Quell’immenso, invincibile esercito di veterani fuggì, si disperse, sul pavé della sterminata Piazza rimasero abbandonati, tristi e lugubri, berretti, grucce, bandiere. Addossato a una colonna, io frenavo a stento le lacrime. Fu quel giorno che io sentii oscuramente che la mia generazione aveva perso la guerra15.

Ma se l’autore sentiva ancora di essere vicino a quei francesi con cui aveva combattuto in passato, una fascia consistente di (ex-) amici e conoscenti non provava invece più lo stesso sentimento nei suoi confronti.

A sorprendermi un po’, e a turbarmi, è l’aria con cui mi guarda François Mauriac. Con uno sguardo di rimprovero, dall’alto, come se, dal nostro ultimo incontro, fossero accadute delle cose che mi si possano rimproverare. Faccio un rapido esame di coscienza. Non ho fatto niente di male, niente che mi si possa rimproverare, niente contro la Francia e i francesi, niente contro l’onore, la giustizia, la verità, la libertà, niente contro François Mauriac. In tutti questi anni, ho sofferto come tutti, ho passato diversi anni in carcere, come molti. Per me, François Mauriac è rimasto lo stesso. Perché io non sono lo stesso per François Mauriac? Ah, sono italiano. Il mio paese ha dichiarato guerra alla Francia, i soldati del mio paese hanno occupato dei territori francesi. Ecco. Ma quando ero nel carcere di Regina Coeli, quando ero a Lipari, quanti francesi salivano la scalinata di Palazzo Venezia e andavano a rendere omaggio a Mussolini. Politici, scrittori, francesi di ogni sorta. Comunque sia, non serbo loro rancore, erano nel loro diritto16.

Come il personaggio di un romanzo di Robert Heinlein, Malaparte, pur ispirato da buoni propositi e nostalgici sentimenti si sente “straniero in terra straniera”, ormai sia in Italia che in Francia17. Un destino che lo accomuna a molti profughi e superstiti della catastrofe del ‘900 europeo che determinò la fine del predominio delle culture e delle economie europee sul resto del mondo, nonostante lo sforzo di estenderlo e difenderlo con una seconda guerra mondiale che, però, finì soltanto col determinare la fine del colonialismo europeo; mentre la successiva lunga pausa illusoria di pace e prosperità globale, almeno dall’inizio del XXI secolo, sembra essersi fatta sempre più labile e incerta.

Per comprendere molti aspetti di un presente dalle radici molto profonde e sparse la lettura di molte opere di Malaparte, tra cui quest’ultima, si rivela illuminante e necessaria, nonostante lo stigma che, come per Céline, non a caso lo colpì, come si è già detto, negli anni del secondo dopoguerra.

Céline e Malaparte furono scrittori emblematici per la singolarità delle loro esistenze e il carattere peculiare della loro letteratura che si situa al centro dei dibattiti socio-ideologici della loro epoca; scrivere è un modo per definirsi attraverso il rifiuto e la solitudine, è il desiderio di un io che rigetta la società e vuole esprimere la propria denuncia attraverso la letteratura. Gli autori riusciranno quindi con questa loro pretesa di verità, di critica continua espressa senza alcuna moderazione, a farsi criticare, censurare e addirittura esiliare. Il pensiero di Malaparte e Céline si basa su un’osservazione critica e attenta della società in cui vivono, osservazione che i due scrittori riescono a rendere attraverso una scrittura molto elaborata e personale. La loro critica va alla storia scritta dai potenti, nel tentativo di mettere in scena la tragedia della povertà e della sottomissione ai poteri invisibili, lasciando spazio a chi nella storia non ha nessuna autorità, buttando giù le false verità e la facile retorica. I due autori, di cui non è immediato trovare la chiave di interpretazione, propongono quindi una riflessione sul rapporto tra gli uomini, sulla relazione tra l’individuo e il potere politico-economico, sempre mostrando una coscienza della lingua e del loro ruolo di scrittori che li rende estremamente interessanti nel contesto letterario del primo Novecento e che non ha smesso di affascinare i critici sino ai giorni nostri. Céline e Malaparte, come molti romanzieri loro contemporanei, esprimono il rifiuto del mondo, coscienti dell’impossibilità di salvarsi dal disastro che la guerra ha lasciato: l’uomo ha mostrato la sua crudeltà, si è denudato ed ogni forma di coesione e di unione è crollata. In tale contesto disastrato i due letterati si mostrano solitari, individualisti nelle loro scelte, avversari di ogni chiesa e partito. La loro è anche scrittura di immersione nel marcio della società, tra gli sventurati, attraverso uno stile singolare ed un lessico aspro e dirompente18.

Una poetica che, per quanto riguarda lo scrittore italiano, si manifestò violentemente e visionariamente nelle sue due opere più celebri: Kaputt (1944) e La pelle (1949). La prima delle quali fu definita dallo stesso Malaparte come «un libro crudele. La [cui] crudeltà è la più straordinaria esperienza che io abbia tratto dallo spettacolo dell’Europa in questi anni di guerra».

Maria Antonietta Macciocchi, iniziale destinataria degli appunti sulla Cina cui si è accennato più sopra e che gli fu vicina negli ultimi momenti della vita, ha ricordato in un convegno tenutosi a Prato nel 1987, a trent’anni dalla scomparsa dello scrittore, che almeno in Francia l’«anno malapartiano» aveva ricevute cospicue e convinte adesioni da parte di molti intellettuali e tre intere pagine dedicate allo stesso dal quotidiano «Le Monde», tutte tese a rompere il silenzio ufficiale intorno all’«infame Malaparte»19.

La Macciocchi può avere ragione nell’estendere a tutti o quasi gli intellettuali italiani il cliché di fascisti pentiti dopo il colpo di bacchetta magica del 25 luglio, e pentiti senza esami di coscienza, ma con opportunistici colpi di spugna, che escludevano per l’intelligenza italiana esiti tragici come quelli di Drieu de la Rochelle, di Brasillach o di Céline, donde il «regolamento di conti» della società dei colti ai danni di un suo adepto, che «rompeva tutti gli schemi del vecchi provincialismo, e si ricollegava a grandi momenti complessi del pensiero e della vita, talora contraddittori, fatti di abiure e di speranze, di negazione della fede e di fede, vale a dire di un uomo che riassumeva in sé la fantastica razionalità dell’europeo e l’irrazionalità del «maledetto toscano». In altre parole Malaparte amplificava in modi addirittura spettacolari il percorso […] che era stato di molti, quasi di tutti, «oberato in patria di tutti i “vizi” della sua generazione, e dell’intero ceto intellettuale italiano», e si attirava perciò i fulmini dalla corporazione delle lettere e delle scritture20.

Con buona pace di Alberto Moravia che con il suo “stile” velenoso lo aveva invece definito scrittore strumentale perché lo scrivere libri «gli consentiva di brillare con le donne nei salotti», mettendosi «in smoking»21.


  1. C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, a cura di Michelangelo Fagotti e Monica Zanardo, Adelphi Edizioni, Milano 2025, pp. 9-10.  

  2. L’entomologia fu una grande passione dello scrittore tedesco che alle osservazioni degli insetti dedicò numerose pagine e momenti della sua vita “privata”. Nel testo Cacce sottili (Guanda, 2022) è riassunta la storia di questa passione cui Jünger non cesserà di dedicarsi per tutta la vita: negli anni della guerra come nel corso di viaggi in Italia, nel Medio Oriente, in Asia. Gli insetti offrirono sempre allo scrittore occasione di riflessione sul tempo e sul mutare del volto della natura, sui desideri umani, sulla ricerca inesausta, infaticabile, del sapere e del piacere. Il mondo sottile degli insetti, scenario di bellezza e crudeltà, diventava così una metafora del cosmo. E dei suoi drammi.  

  3. A. Malraux, Antimemorie, Bompiani, Milano 2022.  

  4. M. Zanardo, Straniero in due patrie: Curzio Malaparte a Parigi, in C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, op. cit., pp. 415-416.  

  5. C. Malaparte, op. cit., p. 14.  

  6. Dopo aver rifiutato nel settembre del 1943 l’adesione alla RSI, nel novembre dello stesso anno era stato arrestato dal Counter Intelligence Corps (CIC), il controspionaggio alleato, per le sue attività diplomatiche e da allora aveva iniziato a collaborare col CIC.  

  7. Cit. in G. Luti, Il cronista dell’Europa «catilinaria», Introduzione a C. Malaparte, Tecnica del colpo di stato, Vallecchi Editore, Firenze 1994, pp. 22-23.  

  8. G. Luti, op. cit., p. 23.  

  9. C. Malaparte, Il ballo al Kremlino (Materiale per un romanzo), Adelphi Edizioni, Milano 2012.  

  10. G. Luti, op. cit., p. 19.  

  11. Di Curzio Malaparte fino ad oggi le Edizioni Adelphi hanno ripubblicato, oltre al già citato Ballo al Kremlino: Il buonuomo Lenin (2018), Maledetti toscani (2017), La pelle (2015), Kaputt (2014), Tecnica del colpo di Stato (2011) e Coppi e Bartali (2009).  

  12. In realtà le note dei viaggi in Russia e in Cina di Malaparte, furono pubblicate, a cura di Giancarlo Vigorelli, l’anno successivo alla sua morte da Vallecchi Editore: C. Malaparte, Io, in Russia e in Cina, Firenze 1958.  

  13. C. Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi, pp. 17-18.  

  14. C. Malaparte, Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti (secondo il testo della prima edizione del 1921),Vallecchi Editore, Firenze 1995.  

  15. C. Malaparte, Giornale, op. cit., pp. 38-39.  

  16. Ivi, pp. 22-23.  

  17. R. Heinlein, Straniero in terra straniera (titolo originale Stranger in a Strange Land, prima edizione 1961), Fanucci, Roma 2025.  

  18. L. Libeccio, Céline, Malaparte. Malaparte, Céline: una poetica del disincanto, «Cahiers d’études italiennes», 24/2017.  

  19. M. A. Macciocchi, Ricordo di Malaparte scrittore europeo, in Malaparte scrittore d’Europa. Atti del convegno (Prato 1987) e altri contributi, Marzorati Editore- Comune di Prato, 1991. 

  20. M. Biondi, I giorni dell’ira: «Viva Caporetto!» Apologia di una disfatta, Inroduzione a C. Malaparte, Viva Caporetto!, op. cit., pp. 10-11.  

  21. Cit. in G. Grana, Il «camaleonte» e il sistema letterario italiano, in Malaparte scrittore d’Europa, op. cit., p. 2.  

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Il sogno di una archeologia beauty-free. Conversazione con Franco Nicolis (parte due) https://www.carmillaonline.com/2025/05/20/il-sogno-di-una-archeologia-beauty-free-conversazione-con-franco-nicolis-parte-due/ Tue, 20 May 2025 05:00:23 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88297 di Valentina Cabiale

A causa del riscaldamento climatico le masse glaciali si riducono di decine di metri e lasciano affiorare tutto quello che hanno conservato e nascosto per decenni: i corpi dei soldati, resti di apprestamenti e di baracche, reperti mobili e molte cose di cui forse neppure ci si accorge, in luoghi ad alte quote non tanto frequentati. C’è la possibilità di conservare tutto questo o il grosso è destinato a deteriorarsi rapidamente una volta esposto?

Dipende dalle condizioni. I ghiacciai sono contesti dinamici, il ghiaccio si muove, avanza e retrocede, si spacca e butta fuori cose. Quello che sta dentro [...]]]> di Valentina Cabiale

A causa del riscaldamento climatico le masse glaciali si riducono di decine di metri e lasciano affiorare tutto quello che hanno conservato e nascosto per decenni: i corpi dei soldati, resti di apprestamenti e di baracche, reperti mobili e molte cose di cui forse neppure ci si accorge, in luoghi ad alte quote non tanto frequentati. C’è la possibilità di conservare tutto questo o il grosso è destinato a deteriorarsi rapidamente una volta esposto?

Dipende dalle condizioni. I ghiacciai sono contesti dinamici, il ghiaccio si muove, avanza e retrocede, si spacca e butta fuori cose. Quello che sta dentro un po’ alla volta tornerà fuori, ma anche in tutt’altro punto rispetto a dov’era. Magari a fondovalle finiscono elmetti e altri reperti della Prima Guerra mondiale, insieme a pezzi di vecchi impianti sciistici. Fino a un po’ di anni fa il ghiacciaio e i crepacci erano un immondezzaio, si buttava roba dentro pensando che tanto non l’avrebbe più vista nessuno. Così, dentro il ghiacciaio c’è immondizia di tutti i tipi e tutti i tempi. Su un ghiacciaio nella zona dell’Adamello, ad esempio, sono emersi pezzi di eternit, che durante la Prima guerra mondiale si usava per le costruzioni, insieme a resti di esplosivi. A volte è il crepaccio, dove il ghiaccio è più stabile, a buttare fuori i resti delle strutture, e dei soldati che sono caduti o sono stati buttati dentro. Succede ogni anno. Il problema è che come escono, poi questi resti ritornano nel ghiacciaio, da dove ne riescono nuovamente magari non l’anno successivo ma quello dopo ancora – e questa continua uscita e rientrata li riduce drammaticamente. Quindi tutto dipende dai tempi degli avvistamenti e delle segnalazioni.

Il recupero e la tumulazione dei resti umani sono competenza specifica del Ministero della difesa ma qui in Trentino sono riuscito a gestire una collaborazione con l’ufficio Onorcaduti così da fare, quando si tratta dei resti di soldati, un recupero di tipo archeologico. Chiunque trovi dei resti deve avvisare le forze pubbliche che avvisano il magistrato, perché ci potrebbe essere evidenza di reato; se durante il sopralluogo con i carabinieri si nota che i corpi hanno, ad esempio, le uniformi della Prima guerra mondiale, il magistrato dà il nulla osta e procediamo noi con il recupero archeologico. Recuperiamo con cautela i resti annotando tutti gli elementi che possono essere utili, controlliamo anche l’area circostante e poi portiamo la salma al cimitero di Trento dove io e l’antropologo Daniel Gaudio facciamo l’indagine autoptica: lui bioantropologica, io archeologica.

Una segnalazione può arrivare giorni dopo che i resti sono usciti dal ghiaccio. A volte inoltre non è così facile raggiungere il luogo – sulle alte quote si arriva in elicottero – possono passare alcuni giorni, e le condizioni dei resti cambiano rapidamente.

Il corpo di Rodolfo Beretta era molto ben riconoscibile, rannicchiato vicino a una roccia: non sapremo mai se era in quella posizione perché rotolando sotto la valanga aveva istintivamente messo le braccia a protezione del viso, oppure se avesse trovato una bolla d’aria. La prima ipotesi sembra più probabile: era completamente svestito nella parte inferiore del corpo, aveva solo la giacca e gli indumenti intimi, il resto lo deve aver perso quando è stato trascinato dalla valanga. Ma l’anno successivo, mentre ero sul posto per la realizzazione di un video-documentario, vicino a dove era stato trovato il suo corpo (lo scopritore ha lasciato, in quella pietraia, un fiore di plastica, a segnalare il luogo esatto) abbiamo ritrovato alcuni frammenti di tessuto, che poi ricomposti in laboratorio si sono rivelati essere quello che restava del suo cappotto.

Questo ti fa capire che il ghiacciaio restituisce quello che vuole quando vuole. È come il mare. Non ci sono regole. E noi recuperiamo quello che possiamo. Senz’altro i ghiacciai stanno regredendo in maniera drammatica, per quanto in modo diverso. Ci sono dei percorsi dove fino a qualche decennio fa dovevi fare dei passaggi sulla neve e sul ghiaccio, mentre adesso ti devi arrampicare sulla roccia per decine di metri. Il ghiacciaio della Marmolada sta sparendo. Anche il ghiacciaio dei Forni è molto calato. Calano le coltri, si ritirano le lingue. Il destino è segnato per molti ghiacciai delle Alpi, alcuni tra 30-40 anni non ci saranno più, chi vive sulle montagne ne è consapevole e vive una forte ansia ecologica. Chi vedeva negli anni ‘80 il ghiacciaio in un certo modo e oggi non lo vede più, capisce che sta succedendo qualcosa di brutto, perché in buona parte è causato da noi. Sopra la piazza dove siamo ora, in passato si sono alternati tre ghiacciai alti mille metri; quindi, il punto non è il futuro della Terra: il punto è come la Terra diventerà per noi. Poi è anche un discorso di tempistiche: da un periodo glaciale a uno interglaciale passavano decine di migliaia di anni, adesso vediamo nel breve tempo umano dei cambiamenti enormi e questo destabilizza le nostre certezze, ci rende fragili.

Tornando ai ghiacciai, probabilmente riusciremo a recuperare in quantità minima quello che uscirà, perché come il ghiaccio conserva perfettamente anche l’odore e i materiali organici, appena il materiale esce da quello stato di equilibrio e viene esposto, si degrada molto rapidamente. A Punta Linke lavoravamo quotidianamente con i restauratori, che mettevano subito i reperti in una grande sala aerata con tutti gli accorgimenti per la conservazione. Se prendi uno delle decine di copriscarponi ritrovati a Punta Linke e li metti al sole, dopo due ore hai solo paglia tritata.

Quindi tutto dipende dai tempi delle segnalazioni. In Svizzera hanno fatto una app, si chiama IceWatcher, prodotta dall’Ufficio Archeologico Cantonale del Vallese, tramite la quale si può fare la foto del rinvenimento, mettere le coordinate del luogo e in automatico segnalare il ritrovamento. Temo però che se lo facessimo qui da noi, arriverebbero centinaia di segnalazioni al giorno, non gestibili. Ci vorrebbe una task force, qualcuno che riceva le segnalazioni e delle guide alpine che salgano ogni volta a controllare. Ho ricevuto per anni la stessa telefonata in cui mi dicevano che avevano trovato i resti del capitano Arnaldo Berni su Punta San Matteo – sappiamo che morì lì nella battaglia del 1918. Ogni anno in realtà erano sempre le stesse ossa di animali.

Punta Linke, banco da lavoro

In Trentino, in questo mi sento un po’ sfortunato, sui ghiacci non abbiamo trovato nulla di età pre- e protostorica. In Alto Adige, invece, in area glaciale e periglaciale sono stati ritrovati resti di tessuti dell’età del Ferro, delle scandole – ovvero tegole di legno – molto antiche, una ciaspola del Neolitico. Qui nulla. Non sappiamo come mai, stiamo cercando di ricostruire, con dei colleghi glaciologici, qual era la morfologia dei luoghi in quelle epoche antiche, per sapere dove andare a cercare queste tracce.

Sulle vette molto alte non ha senso cercare resti antropici, a meno che non si sia sull’Everest, dove di recente hanno ritrovato uno scarpone di Sandy Irvine, che scomparve con George Mallory nel 1924 mentre tentavano di raggiungere per primi la vetta. In quello scarpone c’era ancora un calzino con il suo nome cucito sopra. Il corpo di Mallory era già stato trovato una ventina di anni fa. In realtà non si sa se siano arrivati alla cima e stessero già scendendo, oppure se fossero ancora in fase di salita; quello che ora si cerca è la loro famosa macchina fotografica, che potrebbe conservare le prove del loro percorso.

Ma qui in Trentino, per ritrovare le tracce più antiche, dovremmo cercare quali erano i percorsi e quali passi potessero essere frequentati in antico. In Svizzera, ad esempio, lo Schnidejoch è un passo che nei momenti più caldi era transitabile e dove hanno trovato resti del tardo Neolitico, di età romana, medievale e le pallottole dell’esercito svizzero degli anni ‘50. Tra i reperti poco più recenti dell’età di Ötzi hanno trovato alcune cose molto interessanti, tra le quali una faretra in legno di betulla alta più di un metro e mezzo, un arco e dei pantaloni: speravano di rinvenire anche un corpo, gli avevano anche già preparato un nome (Schnidi), ma non l’hanno trovato. Non credo che di Ötzi ce ne siano tanti.

In ogni caso, per quanto i ghiacciai abbiano costituito una parte limitata degli ambienti frequentati dall’uomo, certamente sono stati frequentati da epoche molto antiche e quello che è rimasto dentro si è conservato. I due ragazzi austro-ungarici ritrovati sul ghiacciaio del Presena, intorno ai 3000 m di altezza, erano stati sepolti insieme dentro un crepaccio: nel 1918 il ghiacciaio era 100 metri più alto, eppure i due corpi sono scesi di quota insieme al ghiacciaio e sono riapparsi, ancora uno accanto all’altro, nei primi anni Duemila.

Riguardo a questo fatto che il ghiacciaio sfalsa un po’ la stratigrafia, ti pongo una domanda su Ötzi, che abbiamo già citato più volte, la mummia di un uomo vissuto 5000 anni fa ritrovata nel 1991 sul ghiacciaio del Similaun in Alto Adige. L’ipotesi che sia stato rinvenuto sul luogo del suo omicidio ti convince del tutto? Soprattutto rispetto all’ipotesi, formulata da alcuni studiosi, che egli sia invece stato sepolto con un ricco corredo (quindi i tantissimi manufatti esposti nel museo non sarebbero quelli che Ötzi portava con sé al momento della morte, ma quelli che sono stati deposti come corredo nella sua tomba). Il museo segue esclusivamente l’ipotesi che il corpo sia stato trovato dove è caduto colpito dalla freccia.

Il recupero di Ötzi e dei suoi oggetti non è stato archeologico; quindi, le notizie che abbiamo ci sono state riferite da coloro che l’hanno ritrovato. Personalmente non credo che sia stato sepolto. È più probabile che si sia accasciato lì, in quella conca, e sia morto. L’ipotesi del seppellimento non ha convinto me come molti altri. Gli oggetti sembrano più funzionali che da corredo, nel senso che molti di essi generalmente non compaiono nelle sepolture. E senz’altro la freccia gli ha causato la morte.

Secondo me Ötzi è un caso straordinario di conservazione, che ci ha dato la possibilità di lavorare su un essere umano come se fosse praticamente ancora vivo. Credo che nessuno abbia ricevuto le attenzioni cliniche, analitiche, che ha avuto lui con tac su ogni millimetro del corpo. Sappiamo tantissimo di lui. Non è stato fatto uno scavo archeologico ma grossomodo la situazione è nota: il contesto era quello di una buca, lui era lì dentro e il ghiaccio gli è passato sopra, altrimenti sarebbe stato ritrovato disperso su una superficie molto più ampia. Un caso più unico che raro.

In un tuo recente articolo sul museo archeologico di Bolzano (che è quasi interamente dedicato a Ötzi) citi marginalmente la questione etica. La mummia, com’è noto, è visibile da una sorta di finestrella che dà sulla cella frigorifera nella quale è conservata. Però riporti una citazione da un articolo di John Robb che definisce Ötzi “an example of “re-socialization” that takes place in the Museum. He is an “object” that deserves anthropological consideration—not only as a uniquely preserved fourth-millennium body which can tell us much about prehistoric Europe, but also as a construction of modern imagination which can tell us much about how contemporary, but usually implicit, understandings of the human body permeate visions of the past….. the Ice Man’s body reveals much about how we understand our own bodies”. [“un esempio di ‘ri-socializzazione’ che ha luogo nel museo. È un ‘oggetto’ che merita una considerazione antropologica – non solo come un corpo del IV millennio a.C. straordinariamente conservato che può dirci molto riguardo all’Europa preistorica, ma anche come costruzione dell’immaginazione moderna che può raccontarci tanto riguardo a come la comprensione contemporanea, di solito implicita, del corpo umano, permei le visioni del passato. Il corpo dell’Uomo del Ghiaccio rivela molto di come noi comprendiamo i nostri corpi”]

È John Robb, tra l’altro, che ha parlato di Ötziography e detto che un corpo deve ricevere un nome per poter diventare una biografia.

Lo esponiamo – cosa che ovviamente non faremmo mai con un soldato della Prima guerra mondiale – perché è un costrutto dell’immaginazione moderna più di quanto sia un uomo della preistoria?

Lo esponiamo semplicemente perché fa soldi. Se in quel museo non ci fosse Ötzi, sarebbe visitato molto di meno. Aver scelto di esporlo non è una colpa. Il cadavere ha due nature: una tremenda, naturale, che è quella della decomposizione; l’altra è quella altamente simbolica della reliquia. Ötzi è una reliquia, è diventato un corpo sacro, perché in lui vediamo noi stessi. Quello di Bolzano è il museo di noi che vediamo la morte, ovvero il pensiero unico che sta dietro a tutte le nostre domande. Non c’è nient’altro che non conosciamo così come non conosciamo la morte. Quindi guardandolo, avendolo lì davanti, ci poniamo ancora domande. È la stessa questione di cui parlavamo prima riguardo al futuro anteriore. E se dovessimo finire anche noi in un museo? Ötzi non era Napoleone, non era un personaggio noto, ma uno delle migliaia di persone che sono vissute sulle montagne ed è morto, e per caso l’abbiamo trovato. Il fatto di vedere un corpo umano in quelle condizioni ci colpisce molto, non ci aspettiamo che racconti così tante cose. Di recente, ad esempio, gli hanno rifatto l’analisi del DNA e degli isotopi, dalla quale si è capito che proveniva probabilmente dalla val Venosta.

Il fatto che gli sia stato dato un nome ancora di più è uno strumento per renderlo vivo. Ma se non ci fosse il corpo, il museo sarebbe un’altra cosa. Il corpo è attraente e repellente nello stesso tempo, e le due sensazioni non sono distinguibili. Inoltre, nella nostra cultura il corpo è poco esposto. C’è un’etica dell’esposizione dei resti umani, che in parte risente delle nostre culture: quella mediterranea è più pudica nell’esposizione rispetto al nord dell’Europa. Ad esempio, ho visto una mostra a Dublino sui bog bodies ovvero sui corpi delle torbiere e ho trovato molto impressionante vedere queste persone uccise e poi buttate nelle torbiere, tra cui un corpo con il solo busto, senza testa, le braccia alzate. In questi casi, di corpi mostrati nella posizione in cui sono morti, ci si interroga riguardo al rispetto. Divago un attimo da Ötzi, per dire che di solito gli archeologi trovano una sepoltura, ovvero le tracce fossilizzate di gesti e rituali che qualcuno ha compiuto deponendo il defunto. Diverso è il caso di Rodolfo Beretta e probabilmente anche quello di Ötzi, dove noi vediamo il corpo nel momento e nella posizione in cui è morto: come i morti di Pompei, e come le persone che si lanciavano dalle Torri Gemelle in fiamme e sono state fotografate. È una cosa diversa. È come se tu fossi lì con loro nel momento in cui stanno morendo, c’è la partecipazione.

Negli ultimi anni si discute tra gli archeologi, anche in Italia, di etica dei resti umani e delle modalità di esposizione. Gli archeologi hanno sempre scavato tombe. L’archeologia funeraria è una delle componenti principali di tutte le archeologie. È difficile immaginare cosa sarebbero i musei e la ricostruzione della storia delle civiltà antiche senza i manufatti prelevati nelle tombe. Di etica molto si dibatte ma non viene mai messa in dubbio, tra gli archeologi, la liceità dello scavare tombe. Si dice, si sottintende: scavare tombe è una pratica scientifica, necessaria per la comprensione dell’antichità. Probabilmente è vero, del resto anche l’idea della profanazione è un fatto culturale e profanazione è legittima, in nome della scienza, finché non compare qualcuno che rivendica quei resti.

Il tema è molto complesso ma vorrei porti una domanda più personale. Ho ripensato a Bruce Chatwin che a un certo punto della sua vita si mise a studiare archeologia ad Edimburgo e poi scrisse che un giorno, durante lo scavo di un sepolcro dell’Età del Bronzo, mentre stava per ripulire uno scheletro, fu assillato da un vecchio verso (che aveva letto sulla lapide della tomba di Shakespeare): “Maledetto colui che muove le mie ossa”. Mollò tutto e abbandonò per sempre l’archeologia. È una domanda un po’ ingenua: sinceramente, tu hai mai avuto dubbi?

No, mai. Con tutto il “rispetto”. Anche se penso che sia giusto porsi questo problema. La relazione che abbiamo con i resti delle persone non è mai equilibrata. Noi in quel momento interveniamo su di loro con una azione monodirezionale. Non possiamo chiedere loro cosa volessero. Quindi, come archeologo, cerco di fare quello che in quel momento mi sembra giusto e rispettoso. Ma ripeto: non so cosa si debba intendere con rispetto. Quando parlo pubblicamente di etica, a volte faccio vedere delle fotografie di un cranio di un ragazzino ritrovato a Mezzocorona, che ho scattato tanti anni fa quando ero un giovane archeologo: in una il cranio ha una sigaretta in bocca, nell’altra gli occhiali da sole. Sono foto irrispettose? Certo che lo sono. Adesso non le farei più. Però io non conosco la categoria del rispetto in queste situazioni perché non so cosa loro si aspettassero. Non si aspettavano niente, probabilmente. Però mi sono domandato se noi in qualche modo li stiamo disturbando. Sai che Paul Bahn ha scritto quell’articolo, “Do Not Disturb? Archaeology and the Rights of the Dead”, sulla opportunità di andarli a disturbare. Sinceramente non lo so.

Le tendenze che ci sono adesso nella costruzione di codici etici in cui si rivendicano le identità diverse dei nativi-americani, degli aborigeni, delle varie confessioni religiose, le trovo difficili da valutare. Credo che il valore più alto che dobbiamo dare a questi resti sia quello dell’umanità, se crediamo che gli uomini siano tutti uguali e non ci siano distinzioni di razze, nazionali, religiose. Quindi credo che anche le rivendicazioni di quelli che, secondo me, sono valori – o meglio, interessi – di comunità identitarie siano comunque meno alte del valore dell’umanità che ci accomuna tutti. Dal mio punto di vista, come archeologo, non ci sono differenze, tra un ebreo medievale, un nativo americano e uno schiavo di età romana. Non mi trovo molto d’accordo con le comunità di patrimonio (heritage communities, come sono chiamate). Per loro l’interesse principale non sta nel fatto che ci troviamo di fronte ai resti di persone, ma a persone di una determinata comunità e con una determinata identità sociale. Per me il valore più importante è quello della natura umana, e quello che conta – in questo vedo il rispetto – è ridare dignità a quei resti ricostruendo il più possibile di quella che è stata la loro vita

Di recente ho fatto il referaggio dell’articolo, per una rivista specialistica, di uno studioso dell’Alberta, in Canada, che ha messo a confronto tutto quello che sappiamo su Ötzi con quanto sappiamo relativamente ai resti di un nativo americano rinvenuti qualche anno fa in Alberta. Di quest’ultimo nell’articolo non compare una fotografia, perché non si può mettere; non sono noti i dati antropologici di base, perché è stato subito ri-sepolto; i discorsi che si possono fare sono molto generici, perché non è stato possibile fare nessuna analisi scientifica. Insomma, su di lui non sappiamo nulla perché i suoi resti sono stati rivendicati dalla presunta comunità di appartenenza e subito restituiti.

Restituzioni di questo tipo, secondo me, rientrano più nel politicamente corretto che nell’eticamente corretto. Tutte le tendenze post-coloniali, relative ad esempio alla restituzione dei reperti archeologici conservati in Europa, sono portate avanti soprattutto da stati che sono ancora colonialisti, ad esempio in Africa, seppure in forme diverse rispetto a un tempo, come Francia e Inghilterra. È un politicamente corretto che maschera un agire diverso, e quindi è ipocrita.

Molti chiedono un codice etico per sentirsi tranquilli e per avere delle regole su come comportarsi. Ma un codice etico non può essere una legge; l’etica sta in mezzo tra la norma e quello che puoi fare liberamente, sei tu che devi capire qual è il comportamento corretto.

Le comunità hanno il diritto di fare tutte le rivendicazioni che vogliono, ma dal mio punto di vista, non appartenendo io a una comunità che è stata emarginata e non avendo credenze religiose, penso che il valore di questi resti umani sia solo e unicamente quello di contenere ancora la natura umana. Forse la natura umana è solo un’idea, però per me è l’unico approccio possibile che accomuna quello che trovi in cima alle Alpi, nell’Alberta canadese o altrove.

Un collega di quello che era il Museo Pigorini di Roma mi ha mostrato una volta delle teste tagliate Maori, tatuate, portate in Italia a fine Ottocento. Alcuni rappresentanti della cultura Maori sono andate a vederle, e quelli del museo credevano che le richiedessero indietro; invece, i Maori hanno fatto le loro cerimonie a porte chiuse e poi se ne sono andati. Hanno spiegato che queste teste mozzate erano di tribù Maori ed erano state tagliate da altre tribù Maori, su indicazioni dei bianchi, e poi erano state tatuate post-mortem perché così i bianchi le avrebbero pagato di più.

Cosa servirebbe riportare le teste in Nuova Zelanda? Se invece trovi il modo di raccontare la loro storia, forse riacquistano un po’ della loro dignità. Il rispetto, secondo me, sta nel ridare un senso alla vita e morte di queste persone. Mostrando anche le nostre azioni negative. Il nostro approccio, credo, sia connaturato all’idea di peccato e penitenza: pensiamo che facendo una penitenza, riportando indietro le cose, è come se il peccato non l’avessimo mai commesso. Ma così alteriamo la memoria. Il passato è quello che è, non bisogna edulcorarlo nascondendolo sotto il tappeto. È fondamentale che noi conosciamo quello che è stato fatto. Nascondere il passato è una delle prove più chiare che non abbiamo capito nulla della storia. La storia è ancora maestra di vita, il problema è che noi siamo dei cattivi alunni.

Sono stata ieri al Museo Etnografico Trentino (METS) di San Michele all’Adige, a pochi chilometri da Trento, uno dei più importanti musei etnografici italiani di ambito regionale. Prima era noto come Museo degli Usi e dei Costumi della Gente Trentina. Nel suo genere è uno dei principali d’Europa. Sparsi per l’Italia ci sono decine e decine di musei di civiltà contadina, spesso nati in modo spontaneo, su iniziativa di un privato che ha raccolto una collezione; espongono reperti databili di solito tra fine XIX e prima metà del XX secolo, espressione di una civiltà pre-industriale che è stata definitivamente surclassata a partire dal Secondo dopoguerra.

Gli archeologi non si occupano di questo tipo di cultura materiale. L’archeologia del moderno e del contemporaneo, che sta prendendo piede e diventando una disciplina accademica, non sembra interessata – almeno in Italia – a questo tipo di materialità che è “vecchia” ma non “antica”.

Perché secondo te gli archeologi ne stanno distanti?

Hai ragione, ma non è, credo, una questione di tempi diversi, dipende da come si osservano le cose. Quello dell’archeologo è uno sguardo diverso da quello dell’etnografo.

Sì, è che paradossalmente l’archeologia del contemporaneo si interessa a una materialità più recente di quella esposta in questi musei. Se ad esempio si guardano i reperti considerati nel recente e interessante libro di Giuliano de Felice, L’archeologia del contemporaneo in 10 oggetti (Laterza 2024), essi sono tutti di età post-moderna, dalla pennetta usb alla lattina. Oppure gli archeologi studiano i contesti drammatici quali quelle delle guerre o delle migrazioni in corso (da Lampedusa al Messico), ma non questa materialità che come quella archeologica è ormai priva di funzione però non è ancor finita sotto terra e vive la sua longue durée tra di noi: nelle case, nelle soffitte, nei fienili, nei mercatini d’antiquariato.

Il rischio, molto forte, dell’archeologia del contemporaneo è in effetti quello di diventare l’archeologia del trauma. Senz’altro c’è una archeologia del passato molto recente che guarda a resti materiali che non sono quelli esposti nei musei etnografici. Non ho mai fatto questa riflessione, è interessante. Bisogna ragionare anche sulle etichette che sono state date.

Sì, il nome stesso di questi musei è ambiguo, perché quando parli di musei etnografici il primo pensiero va all’etnografia dei paesi extra europei. Invece quella dei musei di civiltà contadina è una etnografia del noi.

Le Soprintendenze, del resto, prima erano definite dei Beni “demo-etno-antropologici”, una dicitura che comprendeva vari aspetti che non hanno in sé una natura molto diversa, ma vengono visti con occhi diversi. Gli oggetti conservati nel museo di S. Michele all’Adige sono stati raccolti e sistemati grazie al lavoro di Giuseppe Šebesta, un personaggio geniale, che ha collezionato i manufatti quando erano ancora quasi vivi e li ha portati lì, inserendoli in un discorso sulle modalità del lavoro e della produzione. Che gli archeologi abbiano pochissimo interesse per tutto questo è certamente un dato interessante sul quale bisognerebbe riflettere.

Mi ritorna in mente la domanda di prima sugli oggetti di Rodolfo Beretta, qui su una scala diversa e più grande: quale sarà il futuro di questi musei etnografici?

Col tempo le modalità di esposizione si faranno simili a quelle dei musei archeologici? I musei verranno assimilati dalle istituzioni? Gli oggetti diventeranno “cose” di interesse culturale, archeologico, e quindi entreranno in una sfera di tutela che oggi non li include?

Tutto cambierà ma non so come. Poco tempo fa ho riletto le conclusioni di “Il gesto e la parola” di André Leroi-Gourhan. È stato scritto nel 1965 e a tratti mi sembra profetico. Homo sapiens ha avuto un processo evolutivo enorme da un punto di vista mentale, e anche della mente immaginativa, però lui dice: questo sviluppo è stato fatto con un apparato fisiologico che è quello del cacciatore di renne e di mammuth. Noi siamo ancora quelli là, ma la nostra mente sta andando molto avanti, e come si evolverà non è dato sapere. La nostra strada è senza ritorno. Forse a un certo punto arriverà il momento di cambiare il nome al genere e trovare qualcos’altro al posto di Sapiens.

Leroi-Gourhan è stato un paleo-etnografo e archeologo di grande rilevanza e per lui l’archeologia e la paleontologia erano funzionali per capire cosa è successo e cercare di fare qualcosa per il futuro. Prima ci chiedevamo perché facciamo archeologia nel III millennio A.D. Perché ci piace, perché è bello? Perché – come diceva Kent Flannery – è la cosa più divertente che si fa con i pantaloni addosso? Non credo. Ognuno la fa per motivi diversi, ma qual è la sua principale funzione sociale? A cosa serve? Il termine che detesto di più quando lavoriamo nei cantieri è il termine bonifica. Ci chiedono di fare la “bonifica archeologica”. Finché si tratta di esplosivi va bene, bonifichiamo, ma noi non siamo artificieri. Non dobbiamo rendere innocuo il patrimonio. Oggi archeologia e patrimonio sono visti soltanto come potenziali fattori a favore dell’economia e del turismo. Secondo me l’archeologia è invece una disciplina strumentale a capire noi, non per comprendere come vivevamo un tempo ma cosa ci serve per vivere meglio oggi.

Ringrazio l’archeologia perché mi ha suscitato molte domande, alcune delle quali non mi sarei certamente mai posto se avessi fatto un altro lavoro. Per questo, non sono mai riuscito a distinguere tra la mia vita professionale e la mia vita personale, per me sono la stessa cosa. La parte bella del mio lavoro è la riflessione senza fine che genera, e che spero di continuare a portare avanti ora che sono in pensione.

Descrivi il tuo museo archeologico ideale.

Un museo archeologico ideale, secondo me, è quello uscito dal quale dovresti avere in testa più domande di quelle che avevi quando sei entrato. Vorrei che un museo sviluppasse lo spirito critico. La risposta sta nella domanda.

E questo non accade?

Quasi mai, ma non solo nei musei. Siamo carichi di informazioni e immagini sulle quali non possiamo intervenire, ma informazione non è conoscenza. Quello che manca è proprio la capacità di esaminare. Abbiamo carenze di attenzione, riflettiamo poco e i pensieri sono molto veloci. La velocità dell’informazione è una cosa terribile. Sono riflessioni molto terra terra, le mie. Il pericolo, se ce n’è uno, nell’intelligenza artificiale, non è che l’intelligenza artificiale (ovvero un meccanismo che elabora informazioni e dati a velocità altissima, senza capacità critica, per cui il termine intelligenza è sbagliato) diventi come la nostra, ma che noi diventiamo come l’intelligenza artificiale, ovvero che elaboriamo informazioni senza ricavarne nulla.

Quello che manca, secondo me, all’intelligenza artificiale, è l’esperienza. Toccare questo tavolo, ad esempio. Visto che io sono un po’ fissato con l’idea della morte, mi piacerebbe chiedere a una intelligenza artificiale che cos’è la morte. Probabilmente risponderà citando il pensiero di Heidegger, di Tizio e di Caio, tutti i testi filosofici dai Sumeri a Giorgio Agamben. Può essere utile avere queste informazioni ma non è questo il punto.

Noi dovremmo riuscire ad essere sempre dei bambini che continuano a chiedere perché. Mi piace l’idea, che sembra aver detto il filosofo greco Protagora, che l’uomo è la misura di tutte le cose, per quelle che sono in quanto sono e quelle che non sono in quanto non sono. Siamo l’unico animale che può pensare anche a quello che non c’è. Quello che noi pensiamo essere il mondo e la realtà è il mondo e la realtà secondo il nostro metro, cioè noi siamo la misura, non possiamo pensare come una quercia o un cane. Questo lo vedi chiaramente in tutte le forme antropomorfe che continuamente produciamo. I cartoni animati sono pieni di animali antropomorfi. Non possiamo vedere le cose diversamente. Il mondo non è antropocentrico, lo è per noi.

Non voglio sembrare qualunquista ma penso che farsi domande sia il nostro compito più importante proprio perché non avremo mai risposte definitive. Diciamo che la Natura ha delle leggi, ma queste leggi sono una interpretazione umana. Non saremo mai in grado di comprendere completamente la Natura che ci circonda, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Se guardiamo il cielo stellato quello che vediamo è come una superficie archeologica, tutte le stelle rimandano a un passato diverso: è come uno strato archeologico (un tempo statico, non dinamico) dove vedi uno accanto all’altro un muro di età romana e una buca medievale.

“Nostalgia della luce”, Patricio Guzmán, 2010

Di recente ho riguardato un documentario di Patricio Guzmán, un regista cileno, “Nostalgia della luce”, ambientato nel deserto di Atacama dove non ci sono umidità e inquinamento luminoso e hanno installato dei grandissimi telescopi. Il documentario confronta astronomia e archeologia. L’astronomo come l’archeologo osserva il passato, da qualche secondo dopo il Big Bang ad oggi. Vede l’esplosione di una supernova avvenuta migliaia di anni prima, e non può sapere cosa ci sia in quel punto oggi. Quando ero giovane avrei voluto fare l’astronomo, in effetti. Nel deserto di Atacama ci sono anche le tracce di antiche civiltà e i resti dei corpi dei desaparecidos della dittatura di Pinochet, che le donne (figlie, sorelle) vanno ancora a cercare. Una di queste donne dice una frase che mi ha molto colpito: “come ci sono i telescopi che guardano il passato delle stelle, vorrei che ci fosse un telescopio che guardasse verso il basso, per scoprire cosa è accaduto e dove sono i resti dei nostri cari”. Secondo me l’archeologia un po’ quel telescopio ce l’ha.

Ma se non ci facciamo domande, rimarremo sempre fermi sulle stesse conoscenze effimere. Per andare avanti è necessario porsi domande. E guardare il futuro significa guardarsi indietro. Ci sono delle lingue semitiche dove una stessa parola è usata per dire passato e futuro. È un po’ come l’Angelus Novus di Walter Benjamin, l’angelo della storia, che vorrebbe “destare i morti e ricomporre l’infranto”, ma che è spinto irresistibilmente nel futuro con lo sguardo rivolto verso il passato.

Nel libro di Alain Schnapp, Storia universale delle rovine (Einaudi, 2023), ho letto qualcosa riguardo a questo, sul gusto antiquario dei sovrani dell’antica Mesopotamia che andavano alla ricerca dei templi, dei palazzi dei loro predecessori. Non per mera curiosità ma perché erano portatori di una ideologia nella quale il passato svolgeva un ruolo importante nella costruzione del futuro (il cui termine nella loro lingua letteralmente è traducibile con “quello che ci sta alle spalle”).

Esatto, anch’io l’ho letto lì. Come dice Schnapp, abbiamo guardato il passato in tante maniere diverse, per tanti motivi, le nostre esigenze non sono quelle dei re e dei faraoni passati, tra 10.000 anni le persone avranno altre esigenze ancora per guardare il passato o non le avranno più. Tornando alla tua domanda sul museo archeologico, io sono un grande amante della Grecia e quando vado al Museo dell’Acropoli ad Atene provo davvero delle sensazioni uniche, non tanto per la parte classica ma per quella più antica: ad esempio i resti dell’Hekatompedon, l’antico tempio che c’era prima del Partenone, sono meravigliosi. Prima non volevo sentire parlare di bellezza ma quelle cose lì non sono belle, rientrano piuttosto nella categoria del sublime dove accanto alla bellezza c’è anche un certo timore di quello che ti fanno percepire e capire. Mi succede anche con certi territori, ad esempio con Creta. Incute rispetto, a volte anche paura, non è un paesaggio rilassante ma la sento come casa mia. È molto ancestrale. Riconoscendomi come frutto di una civiltà occidentale, sento le mie radici lì. La cultura occidentale nasce da quella greca, che a sua volta ha le sue origini a Creta, che è un’isola, in mezzo al mare color del vino come diceva Omero, dove si sono incontrati Oriente e Occidente, è una sorta di pietra nello stagno dove devi appoggiare il piede per poter passare oltre. Non a caso vi sono nati alcuni dei miti e degli archetipi più importanti per noi, come il labirinto, il Minotauro, Europa. A Creta mi sento in una culla, non so come mai, e l’archeologia c’entra fino a un certo punto. È stato il mio primo amore, poi un episodio di sliding doors mi ha portato dall’Egeo preistorico alla Prima guerra mondiale sui ghiacciai alpini, ma è andata bene così.

A proposito di domande: l’ultima che ti pongo non c’entra niente, la prendo da un libro di Max Frisch, Diario di coscienza, dove ogni capitolo inizia con una sequenza di domande su vari temi della vita. Talvolta sono un po’ spiazzanti. Per te ho scelto questa:

Posto che tu non abbia mai ucciso nessuno: come ti spieghi di non essere mai giunto a farlo?”

Bella domanda. Non me la sarei mai fatta, e non l’avrei mai fatta a nessun altro. Ci devo pensare.

In alternativa puoi confessare un omicidio…

(ride) Posto che non ho mai ucciso nessuno, se non forse con il pensiero, credo che sia solo una questione di fortuna. Il killer vive dentro di me e lo sento sorridere, cantava una canzone degli anni Settanta dei Van der Graaf Generator; c’è qualcuno nella mia testa, ma non sono io, cantavano invece i Pink Floyd. Non è così impensabile ammazzare, l’uomo l’ha sempre fatto con le motivazioni più diverse e più ipocrite. Anche noi, quando intoniamo il nostro inno nazionale e cantiamo “Siam pronti alla morte”, vuol dire che siamo pronti alla nostra morte ma anche a darla agli altri. Come vedi, solo fortuna. Ma la fortuna è un lusso permesso a pochi.

 

Le foto di Punta Linke sono fornite da “Punta Linke. Archivio Ufficio beni archeologici UMSt Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Provincia autonoma di Trento”.

La prima puntata dell’intervista a Franco Nicols di Valentina Cabiale è stata pubblicata il giorno 13 maggio 2025.

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Il sogno di una archeologia beauty-free. Conversazione con Franco Nicolis (parte uno) https://www.carmillaonline.com/2025/05/13/il-sogno-di-una-archeologia-beauty-free-conversazione-con-franco-nicolis-parte-uno/ Tue, 13 May 2025 05:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88296 di Valentina Cabiale

Sei un archeologo atipico, con un percorso professionale curioso: di formazione preistorico, hai lavorato per trent’anni a Trento, dove negli ultimi anni, fino al 2023, sei stato direttore dell’Ufficio Beni Archeologici della provincia; in quel contesto sei approdato, o sei stato trascinato, nell’archeologia del moderno e contemporaneo, in particolare della Prima guerra mondiale. Come riassumeresti in breve la tua biografia?

Beh, come prima cosa ho avuto una esperienza di sliding doors: avrei voluto fare l’archeologo preistorico nell’Egeo, poi un giorno, tanti anni fa, ho perso il traghetto che mi doveva portare a Creta e ho cambiato i programmi, [...]]]> di Valentina Cabiale

Sei un archeologo atipico, con un percorso professionale curioso: di formazione preistorico, hai lavorato per trent’anni a Trento, dove negli ultimi anni, fino al 2023, sei stato direttore dell’Ufficio Beni Archeologici della provincia; in quel contesto sei approdato, o sei stato trascinato, nell’archeologia del moderno e contemporaneo, in particolare della Prima guerra mondiale. Come riassumeresti in breve la tua biografia?

Beh, come prima cosa ho avuto una esperienza di sliding doors: avrei voluto fare l’archeologo preistorico nell’Egeo, poi un giorno, tanti anni fa, ho perso il traghetto che mi doveva portare a Creta e ho cambiato i programmi, dall’Egeo sono passato alle Alpi. Ho fatto il concorso a Trento e sono arrivato nell’Ufficio Beni Archeologici nel 1991. Prima avevo fatto la scuola di specializzazione a Pisa, perfezionandomi in archeologia preistorica. Tuttora tra i miei maggiori interessi c’è una fase particolare della preistoria chiamata età del Rame, il III millennio a.C., molto particolare rispetto a quello che viene prima (le grandi culture neolitiche) e dopo (le solide e molto estese strutture culturali dell’età del Bronzo). L’età del Rame è molto complessa, con una grande frammentazione culturale. Questo è quello che mi interessava, però arrivato a Trento ho dovuto occuparmi un po’ di tutto, dalla preistoria all’età romana, e a un certo punto è successo qualcosa che mi ha cambiato la prospettiva e sono passato, come dico io, dalla clava al missile.

Stavo seguendo lo scavo di un sito protostorico di produzione del rame sull’altopiano di Luserna. È un altopiano, come altri da queste parti, molto ricco di minerali di rame, un metallo che durante le fasi finali dell’età del Bronzo veniva esportato un po’ dappertutto, dalla Grecia alla Scandinavia. E in questo sito le stratigrafie protostoriche sono state tagliate dalle trincee della Prima Guerra mondiale. Era un palinsesto appassionante, dove vedevi le scorie metalliche dell’età del Bronzo insieme ai paletti e al filo spinato delle trincee. Mi ha fatto percepire qualcosa di particolare. Illuminante, per me, è stata inoltre la conoscenza dell’archeologo Armando de Guio che mi ha fatto comprendere, in maniera direi geniale, che cos’è l’archeologia. A livello accademico rimane quella disciplina che si interessa dell’antichità ma gradualmente ho capito che qualsiasi genere di passato è indagabile con metodo archeologico.

A partire da quello scavo è iniziato un mio interesse particolare per la Prima guerra mondiale, che in Trentino ha lasciato delle tracce ancora oggi impattanti e ben visibili, sia sul terreno (i forti austro-ungarici, resti di opere murarie, campali e trincee) sia nelle stratigrafie sepolte. Qui passava il confine tra impero d’Italia e quello austro-ungarico, il Trentino è stato austro-ungarico sino alla fine della Prima guerra mondiale. E qui è stata combattuta la cosiddetta Guerra Bianca: i generali pensavano che conquistando le cime si sarebbero controllate anche le vallate; pertanto, hanno quasi urbanizzato le cime più alte (sino a quasi 4000 m, come l’Ortles). Vi hanno portato materiali e soldati, in buona parte uomini capaci di andare a quelle altitudini, in parte gente che veniva da tutta Italia e non aveva alcuna esperienza delle condizioni di vita sulle alte quote.

Mi sono così trovato a lavorare in un contesto ambientale completamente diverso, in quanto si scava nel ghiaccio e non nella terra. In quel contesto, una esperienza molto forte a livello personale è stata quella di sentire l’odore degli oggetti. È una esperienza che ti fa capire che quello che generalmente trovi, negli altri siti archeologici, è solo una minima parte di quello che è rimasto. Questo tipo particolare di “archeologia glaciale” mi ha poi portato ad occuparmi anche di un altro aspetto, che non è di competenza dell’Ufficio Beni Archeologici ma del Ministero della Difesa, ovvero il recupero dei corpi dei soldati. Anche questo è un capitolo della mia vita professionale che mi ha stimolato molte domande, con quasi nessuna risposta. Il trattamento dei resti umani per l’archeologo è una cosa normale, ma quando hai a che fare con resti umani di età così recenti, che in alcuni casi tornano ad avere un nome, un cognome e dei parenti, è molto diverso. Non si tratta di archeologia forense, perché non ci può essere evidenza di reato; il reato è quello della guerra e ormai è andato in prescrizione… Tutto questo mi ha portato a riflettere sull’etica dei resti umani, di qualsiasi epoca, e mi ha fatto crescere molto umanamente. Mi sono posto e mi pongo domande che vanno al di là della sfera professionale e che riguardano “cosa resta in quel che resta”. Di quello che siamo stati, qualcosa resta a livello materiale, ma cosa c’è in quel che resta? Su questo che è il problema di tutti gli uomini, ovvero la riflessione sulla morte, continuo a pormi interrogativi, del tutto laici, ai quali non trovo e non voglio trovare risposta.

Ecco, questa è un po’ la mia storia. Negli ultimi anni sono ritornato anche agli studi preistorici. Nel 1998 avevo organizzato un convegno sul fenomeno del “bicchiere campaniforme” (in inglese Bell Beaker) nell’età del Rame. Sin da fine Ottocento si discute su questo vaso campaniforme che è stato ritrovato in mezza Europa, a macchia di leopardo, ma che non si sa come interpretare: se è parte di una cultura, di una moda, se è stato portato dai cavalieri nomadi, ecc. Non si è ancora capito. Oggi, con le scienze applicate all’archeologia, e soprattutto con lo studio del DNA, con la genetica, la genomica, la proteomica, i dati iniziano a farsi non più chiari ma più complessi, e la complessità è una cosa positiva: si iniziano a comprendere alcune storie delle persone che portavano con sé il vaso campaniforme. Con un collega di Helsinky e una di Budapest, Volker Heyd e Gariella Kulcsar, abbiamo organizzato due convegni, una prima parte a Riva del Garda, 25 anni dopo quel 1998, incentrato sulla seconda parte del III millennio, e un secondo a Budapest, sulla prima parte del III millennio (intorno al 3100-3000 a.C.) quando c’è una grande migrazione di popolazioni che dalle steppe russe-ucraine si spostano abbastanza velocemente – erano cavalieri – verso l’Europa centrale. Una migrazione ricostruibile sulla base dei dati della genetica, molto utili anche per studiare il genoma attuale. Nel gennaio dello scorso anno su Nature è uscito un articolo in cui si dice che la presenza del gene delle steppe, che si trova ancora soprattutto nelle popolazioni dell’Europa centro-settentrionale, sembra essere correlato alla maggiore presenza delle malattie auto-immuni quali la sclerosi multipla.

A livello archeologico comprendere questi movimenti di persone è più complicato. Solitamente le migrazioni lasciano poche tracce materiali, se non nessuna. Lo spostamento dei Cimbri e dei Teutoni, che conosciamo a livello letterario, non ha lasciato evidenze. Con la genetica invece si riconoscono legami parentelari tra persone distanti migliaia di chilometri. Il problema è che i processi evolutivi genetici non sono direttamente connessi, secondo me, a processi di sviluppo culturale. La mobilità è molto differenziata, e oltre alle migrazioni bisogna tenere in conto i matrimoni misti e gli scambi commerciali. In Gran Bretagna il vaso campaniforme arriva con una migrazione di queste persone con il gene delle steppe, che portano anche la metallurgia, ma in altri posti succedono cose completamente diverse.

Com’è fatto questo vaso campaniforme e a cosa serviva?

È un vaso a forma di campana rovesciata, con un profilo a “S”, di solito con bande orizzontali decorate a incisione o a pettine o a cordicella; solitamente ha un colore rossastro e si ritrova spesso nelle tombe, generalmente insieme ad altri manufatti che compongono un “kit campaniforme”: ad esempio il bracciale da arciere, ovvero una placca di osso o di pietra che doveva proteggere il polso dalla corda dell’arco, alcuni tipi di ornamento e di frecce.

Vaso campaniforme dalla Repubblica Ceca (Wikipedia)

Il vaso campaniforme lo si trova dal Portogallo alla Polonia, dal Marocco alla Danimarca, in modo discontinuo, e dovremmo anche cercare di capire perché c’è ma anche perché non c’è, in certe zone. Credo che la ricerca sia ancora molto lunga e non sia facile, anche perché ragioniamo sempre per categorie: conosciamo la cultura neolitica dei “vasi a bocca quadrata”, la cultura palafitticola “di Polada” nell’età del Bronzo, altre “culture” e in mezzo ci sono tutti questi fenomeni che non hanno le caratteristiche a cui l’archeologo dà il nome di “cultura” ma sono il segno di meccanismi culturali più complicati.

In mezzo c’è molto che non appartiene a nessuna delle “culture” note.

Esatto, o ci sono “gruppi culturali”, “sub-culture”, la nomenclatura è varia e indicativa del fatto che non sappiamo bene di cosa stiamo parlando. Il fenomeno del vaso campaniforme dura circa 500 anni ma ancora non comprendiamo che cos’è e dove è nato. Ci sono state tantissime ipotesi, ad esempio che si tratti di una moda legata a dei riti come quella del peyote nell’America centrale (dove c’è effettivamente un kit di oggetti funzionali a un rituale). L’ipotesi sarebbe sostenuta dal fatto che all’interno dei vasi si sono ritrovate tracce di bevande alcoliche, in particolare birra, in altri c’erano dei pollini di Filipendula che viene utilizzata per aromatizzare l’idromele. Le analisi chimico-fisiche permettono in effetti di comprendere storie che sarebbero inattingibili dall’archeologia tradizionale. Ad esempio, la storia dell’arciere di Amesbury, un ragazzo sepolto (con alcuni bicchieri campaniformi) vicino a Stonenhenge, intorno al 2400 a.C., dunque nel periodo in cui Stonehenge acquisisce l’aspetto monumentale che vediamo oggi. Con l’analisi degli isotopi dell’ossigeno nei denti si è visto che questo ragazzo non era cresciuto bevendo acqua di quella zona ma proveniva probabilmente dalla Germania o dalla Svizzera, quindi era migrato attraversando il canale della Manica.

È evidente che dobbiamo riuscire a costruire un quadro meno schematico, meno legato alla definizione di cultura, e più connesso alla capacità di questi individui di muoversi in maniera individuale o in piccoli o grandi gruppi. Le migrazioni dei portatori dei geni delle steppe, c.d. “cultura di Yamnaya”, sono ben riconoscibili, ed è possibile che siano state agevolate dalla diffusione di malattie: ad esempio nel periodo delle migrazioni sembrano comparire in diverse aree le prime tracce di Yersinia pestis, il batterio della peste. Quindi è possibile che queste popolazioni abbiamo trovato dei vuoti demografici, che hanno agevolato i loro spostamenti.

Ma, ripeto, le migrazioni sono molto difficili da percepire dal punto di vista archeologico. Spesso inoltre viaggiano le idee (l’idea di un vaso, ad esempio) piuttosto che le persone e gli oggetti. Però l’uomo non è un albero e ha sempre cercato posti migliori dove vivere, o a volte è migrato per necessità, per motivi di sicurezza, o ambientali. Quando sugli altopiani di Lavarone e di Luserna, e presso val dei Mocheni, intorno al 1200 a.C., hanno iniziato a sfruttare i minerali per ottenere rame, andavano sulle alte quote perché lì c’era il legname necessario per fare andare i forni. In quel periodo dobbiamo immaginare decine, centinaia di forni e di siti produttivi. La conseguenza è che hanno probabilmente pelato queste montagne come delle patate, causando un disastro ambientale. Spesso su quegli altopiani trovi i mucchi di scorie metalliche protostoriche accumulati a lato delle trincee scavate nella Prima Guerra mondiale: un palinsesto difficile da far capire a chi non è archeologo. L’archeologo è ancora percepito come quello che trova oggetti, mentre la sintassi di un contesto archeologico è ben più complessa. Provo a raccontarlo negli incontri pubblici quando cerco di spiegare perché chi va a raccogliere in giro oggetti della Prima Guerra mondiale sbaglia. Conosciamo perfettamente la storia di quella guerra, ma in mezzo a quella Storia grande ci sono tante storie di persone, soldati, che non conosciamo affatto. Quei soldati di cui ritroviamo i corpi, è come se non fossero mai esistiti. Quindi se raccolgo in maniera non corretta i loro resti, perdo la possibilità di dare loro un nome. Ci riusciamo raramente, ma qualche volta sì. E per me è un risultato importante a livello non professionale ma etico e umano.

A Trento nel 2018, in occasione del centenario della Prima Guerra, hai organizzato una mostra presso Cappella Vantini di Palazzo Thun, che si intitolava storie senza Storia. Tracce di uomini in guerra (1914-1918). Tra il 2012 e il 2017, a causa dei cambiamenti climatici, sono riemersi i resti di alcuni soldati caduti durante la guerra e in particolare due soldati dell’esercito austroungarico, dentro un crepaccio a circa 3000 m sul ghiacciaio del Presena, e due alpini italiani nel gruppo dell’Adamello.

storie senza Storia, Trento 2018

Nella mostra erano esposti i vestiti e i pochi oggetti personali che questi uomini portavano con sé, tra cui alcuni documenti cartacei che hanno permesso l’identificazione di uno di loro, Rodolfo Beretta. Gli altri tre restano anonimi. I due austriaci sono morti giovanissimi probabilmente durante un combattimento, i cappotti e le giubbe presentano tagli netti e verticali fatti per portare via i loro oggetti personali. I due italiani, invece, avevano del filo telefonico attorcigliato intorno alla vita ed erano probabilmente in cordata quando sono stati travolti da una valanga.

Quella piccola mostra trasudava umanità. È evidente che il primo obiettivo dell’archeologia di quel genere di contesti è di natura etica, in primis ridare sepoltura a corpi insepolti e un nome, dove possibile, all’individuo, e restituire il corpo a una famiglia.

Ma questa archeologia è anche un modo di andare contro alla Storia che li ha travolti, negando la formazione delle loro storie personali? Evidenziare la amoralità di quella Storia.

Senz’altro. Difatti mi piacerebbe fare alcune riflessioni a partire da una suggestione, da un titolo che ho in mente, che è “Siam pronti alla morte?”. Questi ragazzi erano pronti alla morte? Chi è pronto alla morte? È una domanda che ti poni quando ti avvicini ai resti di questi ragazzi spesso giovanissimi, a volte non hanno neanche 18 anni – gli austro-ungarici hanno arruolato non solo i ragazzi del ‘99 ma anche quelli del 1900.

Credo che l’archeologia sia una disciplina strumentale a una riflessione sul nostro passato, perché anche durante questa conversazione mi viene spontanea una domanda, ovvero: Perché facciamo archeologia oggi? Per tutelare un patrimonio? E perché lo tuteliamo? È una domanda che per il momento resta lì. Ma nel caso dei contesti della guerra ho una risposta, che è quella di dare dignità a questi resti. Quello che rimane in quei resti è proprio l’umanità, nel senso di natura umana (in inglese humanness, non humanity). I resti umani, anche il più piccolo frammento di osso, hanno due caratteristiche, secondo me, apparentemente discordanti: ogni frammento di tessuto umano contiene dentro di sé l’intera natura umana, ma al contempo è il segno (e il senso) di una individualità, perché ogni persona è unica. Queste caratteristiche rendono fondamentale qualsiasi resto umano nella nostra storia, e tutti di pari dignità. In tutti i codici etici riguardanti il trattamento dei resti umani – ne sono stati scritti diversi – si specifica che bisogna avere rispetto: ma cosa vuol dire? Lo tocco con i guanti? Per me rispetto significa ridare la dignità a questi resti, mostrare che sono vissuti: questo è il modo per dare un senso alla loro presenza nel nostro contemporaneo. Quando parlo di queste cose mi viene spesso la voglia di citare delle poesie. C’è, ad esempio, una poesia dove Ungaretti racconta di un suo amico africano che si è suicidato perché non aveva più patria. Alla fine dice “E forse io solo so ancora che visse”. Per me questo, riconoscere che qualcun altro è vissuto, significa dare un significato.

Come diceva Mortimer Wheeler, noi archeologi non scaviamo cose ma persone. Ma le persone, quando le troviamo, sono persone. Io sono più dell’idea che scaviamo parole, tutti gli oggetti sono parole che dobbiamo mettere in ordine per creare un discorso e se non lo facciamo in maniera corretta non capiremo nulla. Un fisico, Guido Tonelli, ha detto: se tu prendi le parole dell’Infinito e le metti in un computer, quello te le combina nelle migliaia di possibilità, una diversa dall’altra. Ma c’è un solo testo che è quella poesia di Leopardi: “Sempre caro mi fu quell’ermo colle”. L’ordine è importante; la successione, la grammatica, la sintassi. È la stessa cosa che facciamo noi. Non si tratta solo di raccogliere oggetti. Ogni oggetto ha una sua luce ma getta luce anche sugli oggetti accanto, e questo è il contesto. Così il nostro metodo può aiutare anche a ricostruire quelle vite che Michel Foucault chiamerebbe infami: uomini infami, gente che non è mai stata conosciuta. Preferisco scrivere biografie più che storie. Umberto Eco diceva che nelle biblioteche c’è la nostra memoria; secondo me anche nei cimiteri, dove non ci sono libri ma ogni tomba è un testo. Adoro le biblioteche ma lì non c’è tutta la nostra storia. I resti materiali sono muti ma spesso più attendibili di quelli scritti. Chi scrive lettere, diari, libri, lo fa come vuole e quando vuole. La storia recente della Prima guerra mondiale, così come tante altre, è fatta anche da persone che non hanno lasciato nulla di scritto, ma sono testimoni muti, come le loro uniformi. Bisogna sforzarsi di sentire la loro voce flebile.

Questo è uno degli aspetti che più mi ha appassionato negli ultimi anni, queste “storie senza Storia”. Pensiamo a Napoleone, che ha conquistato il mondo con un esercito che non aveva un nome, perché è soltanto dalla Prima Guerra mondiale che i soldati sono stati registrati. Battaglia di Waterloo, 1815, in una giornata muoiono tra i 10 e i 20.000 soldati, e decine di migliaia di cavalli. I colleghi che si occupano di Battlefield Archaeology hanno fatto delle ricerche sul campo di battaglia, e cos’hanno trovato? Niente. Pochissimi scheletri, di uomini e di cavalli. Dove sono finiti? Andando negli archivi si è visto che in quel periodo nella zona c’è stato un grande sviluppo di zuccherifici. Andavano a raccogliere le ossa per usarle nella raffinazione dello zucchero.

Orazio diceva Dulce et decorum est pro patria mori. Dulce senz’altro, in questo caso. Decorum, non molto. Queste persone sono scomparse, di loro non si sa più nulla. Qual è la dignità di un uomo rispetto a un altro? Io cerco chi non ha lasciato alcun segno di vita, qualcuno che è come se non fosse esistito, gli uomini infami di Foucault ricordati soltanto nei testi dei tribunali francesi dove si diceva quale crimine avevano commesso. Quelle dei milioni di soldati e di civili morti in tutte le guerre sono in qualche modo “vite infami”. Ecco, mi piacerebbe ridare un po’ di dignità a queste persone. So che propriamente il mio lavoro non è questo, ma ho una visione dell’archeologia diversa da quella dove tutto è bello e immaginifico. Vorrei una archeologia beauty-free, perché della bellezza non ne posso più. Questo è il motivo per cui, secondo me, su qualsiasi resto umano, ad esempio anche sulla sepoltura isolata, medievale, che trovi in un contesto urbano e che ovviamente non è identificabile con nome e cognome, bisognerebbe fare le indagini antropologiche, biologiche, genetiche. Per me, da non credente, è il modo per ridare la dignità umana a quei resti. Ricostruire parte della loro vita, il curriculum vitae ma anche il curriculim mortis (pensiamo a quei soldati austriaci con i tagli sulle giacche).

Articolo di Dino Buzzati, Corriere della Sera 13 agosto 1952

Lasciarlì lì, sulle alte vette, come chiedeva Dino Buzzati in un articolo sul Corriere della Sera dei primi anni Cinquanta, non si può più fare sia perché le “bare di cristallo” (il ghiaccio) si stanno sciogliendo, sia perché sono a rischio di vilipendio: ci sono persone, rapaci dal volto umano, che rubano la piastrina e altri oggetti ai cadaveri che affiorano. È chiaro che non basta riportarli giù con le fanfare, e poi dimenticarci di loro.

Qualche settimana fa sono andato alla scuola Gandhi di Villa Raverio, il paese dove è nato Rodolfo Beretta. Ho parlato agli studenti, c’erano anche i pronipoti di Beretta. Sono felice di poter fare questo e lo considero importante. Scoprire l’identità è fondamentale, anche se si riesce raramente. Il nome ha una grande forza. Non è un caso che Ötzi abbia ricevuto un nome: all’inizio lo chiamavano Iceman, l’uomo del Similaun, l’uomo venuto dai ghiacci, alla fine ha ricevuto un vero nome, senza il quale sarebbe restato un oggetto.

Prima parlavi di Waterloo, hai letto Il colonnello Chabert di Balzac? È la storia di questo colonnello che viene colpito da una sciabolata al cranio durante la battaglia napoleonica di Eylau e viene gettato in una fossa comune. Solo che non era morto e dopo qualche ora si risveglia. Esce dalla fossa, passa attraverso tutta una serie di peripezie e finalmente dopo un po’ ritorna a casa, dalla famiglia. Ma molte cose sono cambiate, perché tutti lo credevano morto. È un racconto che fa riflettere sul fatto che, quando qualcuno è dato per defunto, è sparito, non esiste più, può dare un po’ fastidio se poi ricompare, perché scombina il corso delle vite degli altri che dopo il lutto si sono ricomposte.

Non conosco questo racconto però recentemente ho letto il libro di Pete Flamm dal titolo Io?, pubblicato da Adelphi: è la storia di un soldato semplice che torna dalla Prima Guerra mondiale e, in un intreccio espressionista (il libro è del 1926), si rende conto un po’ alla volta di aver rubato l’identità di un ufficiale morto in battaglia. Quel punto di domanda dopo l’Io del titolo fa intuire il vortice psicanalitico a cui va incontro il protagonista.

Tra l’altro, tutto questo mi fa venire in mente un aneddoto, ancora a proposito di Rodolfo Beretta. Dopo averlo identificato, grazie al restauro del materiale cartaceo che portava nella giacca, ho chiamato l’ufficio di Onorcaduti (oggi si chiama Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa) per dire che eravamo risaliti al nome. La prima cosa che mi hanno chiesto è stata: lei come fa ad essere sicuro che quella sia la sua giacca? È una osservazione molto importante. Tempo dopo ho scoperto ad esempio che in Valsugana, dopo la Seconda Guerra mondiale, un tale tornato dalla guerra era stato preso per un fantasma, perché nel frattempo era stato ritrovato un corpo che indossava la sua giacca, con i suoi documenti. In realtà lui aveva imprestato la giacca a un commilitone. Si tratta di situazioni probabilmente non così infrequenti. Su Rodolfo Beretta i dubbi si sono poi sciolti perché abbiamo trovato il certificato di morte, i documenti che parlavano della valanga e quindi abbiamo avuto la certezza dell’identificazione. Ma le biografie di chi torna dalla guerra sono spesso estremamente interessanti.

Gli oggetti di Rodolfo Beretta, tanto più perché appartenenti a un individuo di cui conosciamo nome e cognome, sono commoventi: gli scarponi, una pipa, un pettine, un bossolo di proiettile trasformato in penna stilografica (finta), un anellino femminile forse di una fidanzata, la ricevuta di un pacco che gli era stato spedito e che conservava il suo nome. Sono una materia memoriale stabile, che non muterà; però potranno cambiarne l’interpretazione e le modalità di percezione, perché la memoria è un processo in continuo divenire. Che futuro immagini per questi reperti? Entreranno prima o poi in un museo, non usciranno mai più dai magazzini, tra qualche decennio chi li recupererà da qualche cassetta non sentirà più alcuna prossimità emotiva con essi?

Non so. A me ha fatto piacere che i familiari abbiano concesso gli oggetti per quella mostra, cosa non scontata. Mi piacerebbe molto che andassero a finire da qualche parte, ad esempio al Museo degli Alpini al Doss Trento, però se presentati come un contesto particolare, non come parte del mondo degli alpini, della guerra, dei militaria. Non come oggetti, ma come biografie. Le divise che abbiamo esposto nella mostra non sono le divise o gli scarponi che si trovano nei musei della guerra, di cui si specifica modello, anno ecc., ma contengono ancora le persone che li hanno indossati, sono quelle persone.

Mostra storie senza Storia, Trento 2018 (da www.cultura.trentino.it)

Una cosa che vorrei fare è una pubblicazione completa su tutti i recuperi di resti umani che abbiamo fatto. I contesti di ritrovamento, dagli altopiani sino ai 3200 m di quota, sono di vario genere: scene di battaglia, sepolture opera di altri soldati, caduti sotto valanghe, fosse comuni. Vorrei presentare i risultati delle analisi bioantropologiche e tutti i materiali rinvenuti; raccontare le storie singole, laddove riusciamo. Ad esempio, stiamo studiando una fossa comune austro-ungarica rinvenuta al passo del Tonale. Il rinvenimento deriva dalla notizia che un signore bresciano ha trovato nel diario di suo nonno, dove si dice che una notte, dopo l’“Operazione valanga” (gli austro-ungarici al passo del Tonale volevano infilarsi nelle linee italiane e scendere verso Milano ma non ci sono riusciti, in una notte sono morti migliaia di uomini), in una fossa di granata sono stati buttati 94 soldati austro-ungarici. Abbiamo fatto uno scavo e abbiamo trovato una fossa contenente 12 uomini, gli altri non sappiamo dove siano. I corpi sono stati deposti uno sopra l’altro, su quattro strati, sepolti in fretta con poca terra sopra (infatti abbiamo trovato le tracce di insetti di superficie, non di quelli fossatori). Intrecciando i dati derivati dalle analisi bioarcheologiche e degli isotopi con quelli degli archivi viennesi e con gli elenchi dei dispersi, stiamo cercando di identificare almeno alcuni individui. Se riuscissimo a identificarne anche solo uno, sarei una persona più felice.

Se penso a questi ragazzi che avevano ancora addosso i contenitori con le maschere antigas e i ramponi, morti a cataste e buttati in una fossa comune: cosa rimane di loro? Quello che resta ci dovrebbe dire non solo chi erano, cosa mangiavano, se soffrivano il mal di denti, ma dovrebbe anche farci riflettere. Dovremmo domandarci se fossero pronti alla morte oppure no. In una delle scuole superiori dove sono stato, uno dei ragazzi mi ha chiesto: “Pensa che siano morti per qualcosa?”. I ragazzi riescono a guardare al di là. Qualche anno fa, un insegnante ha fatto scrivere agli studenti delle poesie a partire dal mio racconto, ed è molto interessante che alcune di queste poesie o piccoli racconti vadano molto oltre rispetto a quello che facciamo noi. Noi inseriamo Rodolfo Beretta o quello che è il nostro oggetto di ricerca nel contesto storico. I ragazzi giovani, che hanno la virtù poetica dell’immaginazione, riescono ad attualizzarlo, a farlo arrivare qua, nell’oggi, a farlo diventare uno di loro. Alcuni di questi scritti, per quanto a volte naïf, mi hanno davvero commosso. Questo è uno dei modi per far capire che queste vite non sono finite ma continuano. Il nostro compito è di non dimenticare. La memoria non è un fatto, è un atto. La Storia ha smontato tutte queste vite, noi dobbiamo rimetterle in azione. Altrimenti, come per quell’amico di Ungaretti, soltanto qualcuno saprà che sono esistite.

Nell’atto della memoria, gli oggetti sono fondamentali. Hai scritto, riguardo alla mostra, che la scelta di esporre gli oggetti personali voleva essere una sorta di liturgia laica per celebrare la vita, il loro non essere stati: questo era possibile facendo diventare quegli oggetti personali, quei cappotti esposti sui manichini, soggetti e non oggetti, presenza invece che rappresentazione. Ma questo forse è l’intento che molte comunità e società del passato, anche non troppo lontano, hanno tentato di mettere in pratica seppellendo i loro defunti con un corredo, ad esempio il “kit campaniforme” dell’età del Rame di cui parlavi prima: una scelta di oggetti che in qualche modo assumono funzione vicaria e permettono la continuazione della vita. Quelli esposti componevano un corredo laico, per quanto in differita di un secolo dalla morte?

Sì, il corredo ha un valore molto importante. Però c’è anche da dire che nella sepoltura non c’è solo la persona fisica, ma soprattutto la persona sociale. Come diceva Robert Hertz, la morte è una rappresentazione collettiva. Non è il morto che si auto-rappresenta e si mette il corredo; chi lo fa sono i parenti, che gli mettono quello che, secondo loro, identifica e rappresenta la sua natura. È un rituale collettivo che deve dimostrare a tutta la comunità il valore sociale di quella persona. Quindi quando in una sepoltura neolitica trovi dei vasi bellissimi, le punte delle frecce che erano nella faretra, una ascia in pietra levigata, è tutto parte della rappresentazione collettiva della morte di quell’individuo. Noi conosciamo sempre e solo la morte degli altri e generalmente non prendiamo decisioni sulla nostra.

Gli oggetti di Rodolfo Beretta e degli altri soldati compongono invece un “corredo” che si erano scelti. Le scelte legate alla materialità sono estremamente complesse. La signora che dopo il crollo delle Torri Gemelle ritrova del marito soltanto le scarpe, e tuttavia decide di fargli un funerale, non è una cosa banale: per lei, quelle scarpe sono il marito. Dal punto di vista della percezione gli oggetti sono le persone. Quando c’è stata la mostra a Rovereto sulla Prima guerra mondiale, hanno fatto una installazione di arte contemporanea con molti oggetti provenienti da Punta Linke (una postazione austro-ungarica della Guerra Bianca), disposti in file verticali, come delle colonne. Subito non ne avevo capito il senso. Poi quando hanno finito l’opera, alla base di ogni fila hanno messo un paio di corpiscarponi. Quella era la presenza, per me: non la rappresentazione ma la presenza. Che è cosa del tutto diversa da quella che si può vedere a Redipuglia dove c’è scritto “presente”: quella è una rappresentazione. Le mie sono suggestioni, ma sono convinto che gli oggetti che troviamo con questi soldati e anche in altri contesti archeologici raccontino e incorporino molto di più di quello che solitamente comprendiamo.

Mucchio di soprascarponi in paglia, Punta Linke

Tra i contesti più interessanti della Prima guerra mondiale in cui ho lavorato c’è stato quello presso il Passo del Menderle, dove ci siamo trovati di fronte a una scena di battaglia, vicino a una trincea austro-ungarica, verso la Vallarsa. Ci erano stati segnalati i resti scheletrici di un individuo, recuperati da qualcuno e abbandonati in un sacchetto di plastica. Abbiamo deciso di scavare un tratto della trincea, che era ancora riconoscibile sul terreno. La trincea era vuota ma all’esterno c’erano i resti di tre soldati italiani, uccisi da una granata italiana. Attraverso gli studi degli archivi storici siamo riusciti a ricostruire bene l’accaduto. I resoconti storici dicono solo che gli attacchi italiani avvennero nel luglio del 1916 e fallirono. Non abbiamo nomi dei caduti. Possiamo ricostruire che questi soldati sono arrivati lì di notte, quando si svolgevano operazioni di questo tipo, e si sono appostati all’esterno della trincea mentre gli austro-ungarici si ritiravano in quelle poste più in alto. La mattina dopo aspettavano il contrattacco austro-ungarico da est, perché uno dei tre aveva già indossato gli occhiali anti-riflesso, quindi era pronto a combattere con il sole in fronte. Però con una granata italiana, di cui è stata ritrovata una parte, sono stati uccisi. Siro Orfelli, che ha fatto l’indagine archivistica, ha scoperto che qualche settimana prima gli austriaci avevano catturato un pezzo di artiglieria agli italiani, comprese le munizioni. Facendo il calcolo della gittata, non era possibile che i tre fossero stati colpiti da fuoco amico. Erano gli austro-ungarici che stavano usando l’artiglieria italiana.

Sembra che sul versante della Vallarsa si vedessero sul terreno, fino agli Ottanta-Novanta, diversi elmetti italiani. Sono stati falciati come le mosche. Vedendo queste cose uno non può non domandarsi: a cosa è servito? Quando i ragazzi me lo chiedono, rispondo che non è servito a nulla.

Però questi contesti saranno recenti ancora per qualche generazione, e poi? La memoria è destinata a mutare in fretta e la prossimità emotiva a diluirsi. Non hai l’impressione che questa sia una archeologia provvisoria, temporanea?

Sì, però il contemporaneo diventerà qualcos’altro. Mi sono avvicinato alla Prima Guerra mondiale ma ci sono molti altri passati recenti importanti, ad esempio per me lo sono tutti quei luoghi che sono abbandonati, dimenticati, isolati perché non si devono vedere. Mi interessano perché c’è l’intenzione di volerli abbandonare, non sono ancora sottoterra ma sono messi in disparte, perché non servono più. Il relitto in questo caso non è quello che sta sotto, ma quello che sta fuori da noi. Può essere un contesto anche di pochi anni fa. Un approccio archeologico verso questi contesti è molto più vivo nelle culture dove non c’è una grande archeologia dell’antichità, mentre noi soffriamo, paradossalmente, di un patrimonio antico enorme.

Un altro tema che mi interessa è quello del passato che noi lasceremo: il tempo del futuro anteriore, quando tutto sarà stato, noi non ci saremo più ma sarà restato qualcosa di noi, cosa? Sicuramente sarà qualcosa di diverso da quello che abbiamo trovato noi del passato perché oggi c’è il sistema della tabula rasa. Quando costruiamo qualcosa non manteniamo le fondamenta di quello che c’era prima. Qui dove siamo [Piazza Cesare Battisti, Trento], sotto i nostri piedi c’è la città romana, ci sono le cantine medievali di questo quartiere che si chiamava Sas e che è stato abbattuto negli anni Trenta per realizzare questa piazza. Oggi, invece, quando costruiamo edifici e infrastrutture demoliamo completamente le strutture degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta, Sessanta, a meno che non siano entrate in un regime vincolistico. Quello che potrà vedere l’archeologo del futuro sarà la traccia in negativo dell’azione dell’uomo. Tra qualche decennio, chi farà l’archeologo del mondo contemporaneo probabilmente dovrà ragionare in modo diverso da noi, perché ci saranno molti di questi contesti dove a prevalere sarà l’assenza, quello che manca.

Questa è la ragione, peraltro, per cui in molti cantieri ci sono gli archeologi che fanno l’assistenza agli scavi dei mezzi meccanici: per documentare eventuali tracce antiche che saranno del tutto cancellate dalle nuove costruzioni. Ti pongo ora una domanda che riguarda, invece, il livello individuale. L’archeologia come la conosciamo e pratichiamo è una disciplina moderna. Noi che sappiamo che esiste, ne siamo in qualche modo condizionati? Giochiamo di più a fare i morti di quanto facessero i nostri avi? Siamo più attenti alla eredità materiale che lasciamo, sapendo che qualcuno potrà ritrovarla nel futuro?

Non credo. Personalmente non penso di comportarmi nella consapevolezza che qualcuno vedrà cosa lascerò. Ma un esercizio psicologico che mi piacerebbe fare è proprio questo: chiedere a un gruppo di persone quali cose personali vorrebbero che venissero ritrovate dopo la loro morte. Gli oggetti ma anche i contesti. A ognuno di noi può succedere di uscire di casa la mattina pensando “questa cosa la sistemo stasera”, poi di avere un incidente e morire. Ed entrare nel mondo di una persona morta è davvero straziante. C’è un romanzo di Paul Auster, L’invenzione della solitudine, che parla proprio di questo, riguardo alla morte di suo padre. Di cosa significa entrare nella casa, nella cucina, nel bagno, nella camera di una persona che è morta e non sapeva di morire e quindi pensava di tornare a sistemare tutto: la bottiglia di vino lasciata a metà, il bicchiere sporco, i piatti ancora nel lavandino. Questo è il contesto che noi lasciamo senza sapere che lo lasciamo. Mi piacerebbe sapere cosa le persone vorrebbero che rimanesse dopo che loro non ci saranno più.

Risponderebbero onestamente?

Forse sì, e in ogni caso sarebbe interessante. È un esercizio di futuro anteriore. Cosa sarà quando tutto sarà stato, quando il mondo per noi sarà finito ma ci sarà ancora? Me lo sono chiesto più volte. Credo che tutti noi vorremmo che rimanesse qualcosa. Magari non il corpo. Però ognuno ha un desiderio di permanenza e permanere vuol dire lasciare qualche traccia. Cosa si desidera che permanga di noi? Il ricordo prima o poi scompare, quello che rimane è proprio la traccia materiale. E qualcuno, trovandola, ci potrà tirare fuori.

Ho scritto un articolo su tre contabili che lavoravano in un palazzo qui vicino negli anni Cinquanta. Prima parlavi di giocare a morire. Loro hanno fatto proprio questo, secondo me. Hanno scritto una lettera riportando i loro nomi, dove sono nati – come se fosse una lapide – l’hanno chiusa nella stagnola e messa nell’interno di un muro in corso di costruzione. Sapevano perfettamente che qualcuno prima o poi li avrebbe tirati fuori. Sulla busta c’era scritto “Ai posteri”, non era un message in a bottle senza destinatario. Quello che dà idea del loro desiderio di permanenza è che iniziano la lettera con una domanda: “Perché avete abbattuto il muro?”. Il quel momento si ripresentano, sono lì, e tu li tiri fuori. Ecco qual è il nostro ruolo, come archeologi. Li rendiamo per un po’ permanenti. Nella lettera spiegano che scrivono nel maggio del 1951, che c’è stata la guerra, che non si sa se la Russia abbia la bomba atomica, e dicono “voi sapete com’è andata e noi no”. E alla fine scrivono: siamo tre contabili, un contabile capo (sottolineato tre volte) e due signore, arrivederci. Nella naïveté di questa storia c’è proprio il gioco della morte, è come se avessero inscenato la propria sepoltura, i loro corpi trasformati in nome, messi dentro una busta e poi “sepolti”. Solo se ti seppellisci poi puoi tornare, non sarebbe stato lo stesso se avessero lasciato quella busta in un cassetto della scrivania. Quel muro ha funzionato da tomba. Il gioco della morte finisce quando qualcuno ti trova. E qualcuno li ha trovati. Magari erano ancora vivi quando è stata trovata la busta. Ho provato a fare qualche ricerca, poi mi sono fermato. Ovviamente nell’articolo i nomi sono stati oscurati.

Mostra Futur Antérieur

Mi ha affascinato molto quel desiderio di non finire. La scrittura di una lapide su carta. Il discorso del futuro anteriore sta tutto nell’immaginare. E immaginare può aiutare anche gli archeologi. C’è il catalogo di una piccola mostra molto intelligente fatta alcuni anni fa al Museo Romano di Losanna, Futur Antérieur, dove si immagina che gli archeologi del 4000 d.C. (il futuro anteriore) guardino i reperti che abbiamo lasciato noi.

Questi immaginari archeologi del futuro hanno ritrovato, ad esempio, un ritaglio di giornale con la foto di un calciatore con le braccia aperte, e per analogia ci accostano la figura di Cristo senza la croce, che viene interpretato come uno sportivo. L’analogia è uno degli strumenti più utilizzati in archeologia ma è anche rischioso. Proiettarsi in avanti e da lì guardare quello che sarà il futuro anteriore mette anche noi nelle condizioni di capire quali sono le difficoltà che abbiamo, gli sbagli che possiamo fare, i meccanismi mentali ed epistemologici che mettiamo in campo.

Tra il 2009 e il 2013 hai diretto lo scavo archeologico a Punta Linke, effettuato nel ghiaccio, invece che nella terra. Punta Linke, durante la Prima guerra mondiale, è stata una delle più importanti postazioni austriache del fronte alpino, a 3629 m di altitudine, nel gruppo Ortles-Cividale, oggi in Trentino al confine con la Lombardia. I resti della postazione sono stati riportati alla luce, restaurati e oggi sono visitabili in estate: è il luogo della memoria più alto d’Europa.

A Punta Linke la guerra, e il passato, si possono annusare. Hai spesso parlato dell’odore che oggi ancora emanano gli oggetti ritrovati (il legno della baracca, il vaso con i crauti, i soprascarponi in paglia, il motore della teleferica, ….) e hai scritto in modo molto efficace che a Punta Linke “non siamo noi ad essere portati indietro nel tempo, è il passato che ci viene addosso”. La sensazione del “passato che ci viene addosso” l’hai provata solo a Punta Linke, e nei contesti dell’archeologia che si occupa del passato recente, o anche in qualche contesto archeologico “tradizionale”?

Una percezione simile l’ho provata quando abbiamo trovato una sepoltura del Mesolitico, di quasi 8000 fa, a Mezzocorona, a venti chilometri da Trento. Sono rarissime le sepolture di quel periodo in Trentino, ne abbiamo due in tutto. Abbiamo scavato la tomba con estrema cura, lavorando senza sosta, di giorno e di notte, è in una zona isolata e temevamo potesse essere depredata. E quando mi sono trovato da solo davanti a questa signora – era una donna piuttosto matura per quei tempi – ho avuto un po’ la sensazione che non fossi io ad andare da lei ma lei che venisse da me. Lo so, può sembrare un po’ naïf, ma ho percepito in modo particolare la profondità del tempo e anche un senso di destino e nello stesso tempo di spaesamento. Dopo quasi 8000 anni, uno dei pochissimi individui del Mesolitico l’ho incrociato io nella mia vita, con tutto il mondo e i suoi miliardi di persone che nel frattempo ci sono girati attorno. Per questo ho avuto la sensazione, a livello psicologico, che sia stata lei a venirmi incontro, e che il passato mi sia piombato addosso.

A Punta Linke invece è stato soprattutto per via dell’odore. Quando sei lì il passato ti sovrasta, a livello epidermico e di suggestione. Non è un escamotage museale con il quale ti fanno sentire l’odore ricostruito, o i suoni, è proprio una sensazione materiale. L’odore lì è un reperto archeologico, è materia. Quando l’ho sentito per la prima volta mi ha spiazzato, e la prima volta non è stata a Punta Linke ma a Punta Cadini: stavo mangiando un piatto di pasta dentro una vecchia baracca, e sentivo l’odore della pasta e nello stesso tempo quello della carta catramata e del legno di cento anni prima. È una delle sensazioni più forti che abbia mai avuto nel mio lavoro. L’odore è il senso della memoria. C’è un odore che, quando lo sento, raramente ma capita, lo collego automaticamente alla morte di mio padre. Ma anche l’odore di Punta Linke è diventato un odore della mia memoria. Una memoria che ho creato.

 

Crediti foto Punta Linke: “Punta Linke. Archivio Ufficio beni archeologici UMSt Soprintendenza per i beni e le attività culturali della Provincia autonoma di Trento”

La seconda puntata dell’intervista sarà pubblicata il 20 maggio 2025

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Guerra alla guerra. Da Remarque a Echenoz https://www.carmillaonline.com/2024/06/14/guerra-alla-guerra-da-remarque-a-echenoz/ Fri, 14 Jun 2024 05:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82853    di Marco Sommariva

Un paio d’anni fa, durante un’inchiesta sulle forniture di armi all’Ucraina da parte dei paesi occidentali, condotta dall’emittente statunitense CBS ed esposta nel documentario Arming Ukrain (8 agosto 2022) emergeva che solo il 30% delle forniture d’armi arrivava effettivamente in Donbass, lungo la linea del fronte, mentre il restante 70% era fermo – nella migliore delle ipotesi – nei centri di smistamento allestiti in Europa o – nella peggiore – addirittura sparito, con la possibilità di ricomparire sul mercato nero ucraino che già prosperava “grazie all’intensificarsi della corruzione”, come riportato su L’Indipendente (9 agosto 2022). [...]]]>    di Marco Sommariva

Un paio d’anni fa, durante un’inchiesta sulle forniture di armi all’Ucraina da parte dei paesi occidentali, condotta dall’emittente statunitense CBS ed esposta nel documentario Arming Ukrain (8 agosto 2022) emergeva che solo il 30% delle forniture d’armi arrivava effettivamente in Donbass, lungo la linea del fronte, mentre il restante 70% era fermo – nella migliore delle ipotesi – nei centri di smistamento allestiti in Europa o – nella peggiore – addirittura sparito, con la possibilità di ricomparire sul mercato nero ucraino che già prosperava “grazie all’intensificarsi della corruzione”, come riportato su L’Indipendente (9 agosto 2022). In termini di onestà, pare che da quelle parti la situazione non sia un granché cambiata, visto che nei giorni scorsi mi è capitato di leggere che “soldi destinati alla costruzione delle trincee ucraine sarebbero stati rubati tramite schemi di società fittizie” e che questa truffa “avrebbe impedito la creazione di fortificazioni nella regione di Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina, proprio lì dove l’esercito russo sta avanzando con maggiore determinazione”. Questa denuncia è stata pubblicata sulla testata Ukrainska Pravda (13 marzo 2024), all’interno di un articolo dove si spiega come i contratti per la costruzione di fortificazioni – per cui sono stati spesi il corrispettivo di 163 milioni di euro – sarebbero stati trasferiti dall’amministrazione militare regionale di Kharkiv, appunto, a società che non avrebbero poi eseguito i lavori. Leggo anche che l’indagine è stata svolta da un’esperta di anti-corruzione, la quale specifica che i proprietari di queste aziende non sarebbe neppure esperti imprenditori e che sarebbero coinvolti in “dozzine di casi giudiziari, dal furto di whisky alla violenza domestica e hanno procedimenti esecutivi per prestiti bancari”.

Tranquilli, non sono qui a maledire l’inesperienza di questi imprenditori perché “ci stanno” impedendo di frenare l’avanzata russa o, magari perché filorusso, di esultare per questo: la penso esattamente come il compianto Valerio Evangelisti, sono personalmente antimilitarista – anche se per nulla pacifista – e mi fanno sicuramente schifo le guerre di potere, non le guerre civili che a volte sono sacrosante, e questo perché il nemico non è di fianco a noi, ma sopra di noi, e tutto quello che va a colpire le classi subalterne è un atto di guerra contro il proletariato mondiale; dove, al giorno d’oggi, per classi subalterne intendo, sì, quella operaia ma anche disoccupati, precari, lavoratori in nero, operatori di call center, piccoli imprenditori (falliti e non), dipendenti di multinazionali e mi fermo qui, anche se l’elenco di certo non è completo, facendo però una doverosa precisazione: nessuna importanza ha quale sia la scelta sessuale di ognuno di questi nuovi proletari, se sono uomini o donne, se hanno diverso colore della pelle, se credono in un qualche dio o no – sono caratteristiche che nulla c’entrano con l’appartenenza di classe.

Quando si leggono articoli come quello pubblicato dalla Ukrainska Pravda, sono molti coloro che provano a consolarsi raccontandosi che, la nostra, è un’epoca del magna-magna dove non si ha più rispetto neppure per i soldati mandati a difendere la patria – la “p” resti pure minuscola. All’eventuale domanda perché minuscola, rispondo con un passaggio estratto da La via del ritorno del tedesco Erich Maria Remarque, opera pubblicata nel 1931, messa al bando dai nazisti e simbolo di un’intera generazione che ha creduto di tornare a casa e dimenticare l’inferno delle trincee mentre, invece, ne è rimasta sopraffatta: “ci hanno ingannati, ingannati come forse non sospettiamo nemmeno. Perché si è orribilmente abusato di noi! Ci dissero patria e intendevano i progetti di occupazione di un’industria famelica; ci dissero onore e intendevano i litigi e i desideri di potenza di un pugno di diplomatici ambiziosi e di principi; ci dissero nazione e intendevano il bisogno di attività di alcuni generali disoccupati! […] Nella parola patriottismo hanno pigiato tutte le loro frasi, la loro ambizione, la loro avidità di potenza, il loro romanticismo bugiardo, la loro stupidità, il loro affarismo, e ce l’hanno presentato poi come un ideale radioso. O ancora, sempre dallo stesso titolo: […] laggiù abbiamo perso tutte le misure e nessuno ci è venuto in aiuto! Patriottismo, dovere, patria: tutto ciò ce lo siamo ripetuto anche noi continuamente per resistere e giustificarci. Ma erano soltanto concetti, c’era troppo sangue laggiù e questo li spazzò via!”

In realtà, il rispetto per i soldati mandati a difendere la patria non è mai esistito perché le ragioni del capitalismo non necessitano di un declino della violenza ma di uno sviluppo di questa, hanno bisogno di più conflitti sanguinosi, di armi sempre più distruttive, di un numero sempre maggiore di vittime, e in uno scenario del genere la parola “rispetto”, va da sé, non può essere contemplata. E sul fatto che il rispetto per il soldato non sia mai esistito lo scrive ancora il buon Remarque, questa volta in Niente di nuovo sul fronte occidentale, pubblicato nel 1929: “siamo magri e spossati dalla fame. Il nostro vitto è tanto cattivo e in tanta parte composto di surrogati, che ne siamo malati. I fabbricanti in Germania si sono fatti ricchi signori; ma a noi la dissenteria brucia le budella. Le latrine da campo sono sempre piene zeppe: bisognerebbe mostrare a quelli di casa queste facce grigie, gialle, miserabili, rassegnate, queste figure curve a cui la colica spreme il sangue dal corpo, e che si contentano di ghignarsi l’un l’altro in faccia, con le labbra ancora tremanti dal dolore: «Non vale neppure la pena di tirar su le brache…»”.

Ricordo che Remarque – nel 1916, in piena Grande Guerra – fu spinto ad arruolarsi volontariamente, che nel 1917 fu spedito sul fronte occidentale dove rimase gravemente ferito e che, nel 1933, i nazisti bruciarono e misero al bando le sue opere. Insomma, nessuno è immune alla propaganda militaresca che si nutre, in primis, della disinformazione generalizzata: anche lo scrittore finì col farsi convincere che era giusto rischiare la pelle per andare a uccidere uomini che avevano il suo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore. Ma, a guerra terminata, avrà cambiato idea e, nel 1936, scriverà ne I tre camerati che lui e i suoi compagni d’armi, erano tornati dalla guerra “senza fede, quasi dei minatori usciti da una galleria crollata perché avevano voluto marciare contro la menzogna, l’egoismo” tutte giustificazioni a ciò che si erano lasciati alle spalle, domandandosi “cosa ne era sortito visto che tutto era andato in pezzi, falsato e dimenticato e che a chi non riusciva a dimenticare non rimaneva altro che lo stordimento, l’incredulità, l’indifferenza e l’alcol perché il tempo dei grandi sogni umani e virili era finito per sempre”.

Che la guerra faccia bene agli affari lo dicono gli stessi addetti ai lavori: “La guerra fa bene agli affari. […] faccio un esempio: la Russia fa saltare i depositi di grano ucraini. Il prezzo del grano aumenterà. L’economia ucraina è legata in gran parte al mercato globale del grano. Il prezzo del pane e tutto il resto va su e giù. Questo è fantastico se fai trading. La volatilità crea opportunità per fare profitti. La guerra fa fottutamente bene agli affari. Noi non vogliamo che la guerra finisca”. Dove il “noi”, in questo caso, sta per la grande società d’investimento con sede a New York, BlackRock – le parole sono del responsabile delle risorse umane di questa Azienda.

Non saprei cosa suggerire per invertire la rotta sempre più guerrafondaia intrapresa in quest’ultimi anni, ma ho un consiglio su come non partecipare a questo lercio teatrino: evolversi, ergo, disertare. Su questo, sempre Remarque s’è espresso molto chiaramente in Niente di nuovo sul fronte occidentale: “La vita qui sui confini della morte ha una linea straordinariamente semplice, si limita all’indispensabile: tutto il resto è addormentato e sordo: in ciò sta la nostra primitività, e in pari tempo la nostra salvezza. Se fossimo più evoluti, da un pezzo saremmo pazzi, o disertori, o morti”. Diserzione che mise in pratica il mio conterraneo don Andrea Gallo: “la mia classe di nascita, 1928, mi faceva rientrare fra i richiamati dal famoso manifesto del 1944, che era appeso un po’ dappertutto, a Genova. Mi ricordo come fosse oggi quando mi ci imbattei, un pomeriggio. Era appiccicato sul muro di un palazzo del centro e diceva: TUTTI I MILITARI DEVONO PRESENTARSI. CHI NON SI PRESENTERA’ ENTRO LA TAL DATA SARA’ PASSATO PER LE ARMI. Quella stessa notte disertai”. Così scrive in Angelicamente anarchico.

Io stesso fui processato per diserzione nel 1984 quando – durante il servizio di leva che non ero riuscito a evitare perché, all’epoca, non venivano accettate richieste da obiettori di coscienza che avessero un parente di primo grado col porto d’armi, e io avevo mio padre – dicevo… fui processato per diserzione perché non rientrai da una licenza in quanto preferii andarmene al mare con gli amici essendo, proprio quel giorno, ferragosto; non voglio mancare di rispetto a nessuno, quindi preciso che l’unica guerra che combattei all’epoca, si sa, fu contro il tempo che non passava mai e l’ignoranza e la prepotenza del nonnismo, ma è quest’idea della diserzione che spero accompagni e animi tutti i ragazzi del mondo nel momento in cui verrà sventolata loro in faccia una qualsiasi bandiera da difendere o un pezzo di terra da conquistare: un disertore è senza dubbio più utile di un cadavere.

E che la diserzione sia un’ottima arma che abbiamo in pugno, lo dimostra il fatto che ultimamente si siano allertati gli Stati: Lettonia e Polonia si sono dette disponibili a individuare le condizioni di rientro dei disertori ucraini fuggiti entro i loro confini, come forma di sostegno a Kiev; lo dimostra anche l’opera capillare che sta svolgendo il TCC, acronimo sulla bocca di tutti gli ucraini che sta per “Centro di reclutamento territoriale”, con agenti in mimetica – né poliziotti né militari, spesso ex soldati – che girano chiedendo i documenti ai giovani e arrivano anche a trascinarli a forza fuori da un autobus se il ragazzo è “buono” per il fronte. Chissà per quanto andranno avanti così, molto probabilmente sino a raggiungere quella situazione raccontataci da Jean Echenoz in ’14, romanzo che decide di scrivere dopo aver trovato il diario di un suo lontano parente che aveva partecipato a tutta la Prima guerra mondiale, annotando giorno per giorno quello che stava vivendo: “Dopo quasi due anni di conflitto, con il reclutamento che salassava senza tregua il Paese, nelle strade c’era ancora meno gente, fosse o non fosse domenica. Anche donne e bambini ormai erano pochi, perché la vita era cara e si stentava a fare la spesa: le donne, che al massimo percepivano il sussidio di guerra, in assenza di mariti e fratelli si erano dovute trovare un lavoro: manifesti da affiggere, posta da distribuire, biglietti da obliterare o locomotive da guidare sempre che non finissero in fabbrica, in particolare in quelle di armi. E i bambini, che non andavano più a scuola, avevano a loro volta un bel daffare: ricercatissimi sin dagli undici anni, sostituivano i fratelli maggiori nelle aziende e, tutt’intorno alla città, nei campi – condurre i cavalli, battere i cereali o sorvegliare il bestiame”.

Chiudo con un altro estratto dell’interessantissimo libro di Echenoz citato prima che, oltre a riprendere il discorso iniziale, ritengo spieghi a meraviglia a chi giova questa enorme quantità di soldati che da sempre viene “consumata” sui campi di battaglia; ossia, a tutti coloro che guadagnano su qualsiasi genere di fornitura agli eserciti, senza mai dimenticare che non si sta parlando solo di armi e munizioni: “Nel corso del quarto anno di guerra, le offensive di primavera hanno consumato in due mesi una enorme quantità di soldati. Poiché la dottrina dell’esercito di massa imponeva che venissero continuamente ricostituiti grossi battaglioni e che il reclutamento garantisse un rendimento sempre più elevato, le chiamate delle classi di leva si sono susseguite senza tregua, il che implicava non solo un cospicuo rinnovamento del materiale e delle uniformi – dunque anche moltissime scarpe – ma anche importanti ordinazioni alle fabbriche che assicuravano l’approvvigionamento […]. Il ritmo e l’urgenza di queste ordinazioni, associati agli scarsi scrupoli dei responsabili della produzione, hanno rapidamente condotto alla fabbricazione di scarponi mediocri. Le aziende hanno cominciato a chiudere un occhio su un cuoio andante, optando spesso per un montone a concia rapida, meno caro ma anche meno spesso e duraturo – quasi del cartone, per dirla tutta. Hanno sistematizzato la produzione di stringhe a sezione quadrata, più facili da fabbricare ma più fragili di quelle a sezione circolare, tirando via sulla rifinitura dei puntali. Allo stesso modo hanno lesinato sul filo per cucire e hanno rimpiazzato il rame degli occhielli con un ferro più ossidabile e il più possibile economico, e lo stesso hanno fatto con i rivetti, le brocche, i chiodi. Insomma, hanno ridotto all’osso il costo dei materiali, a detrimento della robustezza e dell’impermeabilità. Ben presto l’intendenza militare ha deprecato il troppo frequente rinnovo di questi scarponi che, lasciando passare l’acqua e sformandosi rapidamente, non reggevano due settimane nel fango del fronte: troppo spesso le cuciture della suola cedevano nel giro di tre giorni. E siccome alla fine lo Stato maggiore aveva protestato, è stata promossa una scrupolosa inchiesta: esaminando i conti dei fornitori dell’esercito […] hanno subito rivelato uno scarto abissale fra l’importo delle ordinazioni e il prezzo di costo di quelle ciabatte.”

E se letta quest’ultima frase, con tutti i richiami a quello che oggi i manager chiamano “saving”, vi fosse venuto in mente il crollo del ponte Morandi di Genova o l’incidente ferroviario di Viareggio o i due/tre morti al giorno sul lavoro in Italia o… sappiate che non siete i soli.

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Quel brutto pasticcio della guerra (e della prigionia) https://www.carmillaonline.com/2023/02/01/quel-brutto-pasticcio-della-guerra-e-della-prigionia/ Wed, 01 Feb 2023 21:00:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75802 di Sandro Moiso

Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, a cura di Paola Italia, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 626, euro 35,00

Carlo Emilio Gadda (1893-1973) è stato uno straordinario innovatore nell’uso della lingua nella prosa italiana. Autore di romanzi, racconti, saggi e traduzioni, soprattutto quest’ultime di testi del Siglo de Oro spagnolo, ha visto, però, la straordinaria varietà e ricchezza linguistica e l’ironia, spinta in taluni casi fin quasi al sarcasmo, che hanno connotato le sue opere maggiori trasformate in ostacoli che hanno reso talvolta più difficile l’approccio [...]]]> di Sandro Moiso

Carlo Emilio Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, a cura di Paola Italia, Adelphi Edizioni, Milano 2023, pp. 626, euro 35,00

Carlo Emilio Gadda (1893-1973) è stato uno straordinario innovatore nell’uso della lingua nella prosa italiana. Autore di romanzi, racconti, saggi e traduzioni, soprattutto quest’ultime di testi del Siglo de Oro spagnolo, ha visto, però, la straordinaria varietà e ricchezza linguistica e l’ironia, spinta in taluni casi fin quasi al sarcasmo, che hanno connotato le sue opere maggiori trasformate in ostacoli che hanno reso talvolta più difficile l’approccio del grande pubblico ai suoi testi.

Testi che, soprattutto dal punto di vista linguistico, è infatti possibile avvicinare alle avanguardie letterarie, non solo italiane, più che alla letteratura tradizionale dell’Italia moderna, caratterizzata, fin dall’Ottocento, da certi scadimenti nazionalpopolari e melodrammatici che non sono migliorati nemmeno oggi, quando a tale tendenza si è affiancato, in tanta produzione letteraria degli ultimi decenni, un eccesso d’intimismo che non ha fatto altro che rafforzarne il sentimentalismo.

Tra gli autori italiani del ‘900 sono stati Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini a concentrare maggiormente l’attenzione sull’uso della lingua che lo scrittore, ingegnere di professione come ricordano le sue biografie, spesso dilatava in tutti i suoi infiniti registri stilistici nei suoi romanzi e racconti. Ma se Calvino, che può essere considerato insieme allo stesso Gadda e a Primo Levi uno degli autori italiani più attenti a ibridare il linguaggio tecnico-scientifico con la ricerca letteraria, non abbandonò mai la sponda illuministica della facoltà raziocinante e razionalizzatrice della creazione letteraria, Gadda invece, con un uso smodato della lingua in ogni sua forma tendeva a costringere la ragione, di cui lui, ingegnere, doveva esser portatore in ogni progetto, a fare i conti con una realtà magmatica, la cui oggettività poteva espandersi fino a diventare inafferrabile nei suoi sviluppi. Come affermò lo stesso Calvino, nella introduzione all’edizione americana del Pasticciaccio nel 1984:

È il ribollente calderone della vita, è la stratificazione infinita della realtà, è il groviglio inestricabile della conoscenza ciò che Gadda vuole rappresentare. […] La vera cosa che Gadda aveva da dire è la congestionata sovrabbondanza di queste pagine attraverso la quale prende forma un unico complesso oggetto, organismo e simbolo che è la città di Roma.
[…] La Roma stracciona e sbraitante del cinema neorealistico (che proprio in quegli anni viveva la sua età dell’oro) acquista nel libro di Gadda uno spessore culturale, storico, mitico che il neorealismo ignorava1.

In occasione di una conferenza tenuta a Buenos Aires e pubblicata nel 1984 con il titolo Il libro, i libri, Calvino avrebbe ancora affermato: «In Italia il romanziere enciclopedico per eccellenza è Carlo Emilio Gadda, che nel Pasticciaccio brutto di Via Merulana condensa in un intreccio poliziesco i dialetti di Roma e di mezza Italia, l’arte barocca e l’epopea di Virgilio, la psicologia e la fisiologia, e soprattutto una filosofia della conoscenza»2. Mentre nella quinta delle Lezioni americane, avrebbe ancora sostenuto: «Carlo Emilio Gadda cercò per tutta la sua vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento»3.

Durante il suo primo viaggio in America, Calvino aveva avuto occasione, nel 1959, di mettere a confronto Gadda e Pasolini, proprio sul tema del linguaggio, in un discorso che sarebbe stato pubblicato in seguito con il titolo Tre correnti del romanzo italiano d’oggi:

Pasolini scrive i suoi romanzi nel dialetto o meglio nel gergo del sottoproletariato dei sobborghi di Roma […] Con ostinata volontà razionale, Pasolini contrappone nei suoi romanzi e soprattutto nelle sue poesie in lingua […] una sua idea di popolo come istintiva gioia sensuale e una sua idea di severa morale politica di riscatto sociale. Nell’una e nell’altra idea e soprattutto nella loro contrapposizione, c’è ancora una buona parte di ostinazione intellettuale e una buona parte di fervore romantico. […] Il maestro a cui Pasolini si richiama nei suoi esperimenti linguistici è uno scrittore ora già anziano, Carlo Emilio Gadda, che pur rappresenta nella letteratura italiana quasi direi l’unica punta d’avanguardia nella ricerca formale, che possa affiancarsi a consimili esempi stranieri. Il linguaggio di Gadda è la Babele, o meglio la stratificazione, di tutti i linguaggi: dialetti (milanese e romanesco soprattutto), linguaggio dell’antica tradizione letteraria, formule burocratiche, con mille modulazioni e riflessioni che paiono i virtuosismi d’un grande musicista e gli scatti d’insofferenza d’un nevrastenico. Più che a Joyce, a cui molti lo paragonano, Gadda può essere avvicinato a Rabelais. Il suo romanzo maggiore Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, a cui lavora da vent’anni, è una specie di storia poliziesca a cui tutta Roma ribolle come un immenso calderone. In modo paradossale e ossessionato, si compone in Gadda un’immagine dell’Italia d’oggi, sospesa tra umore popolaresco, tradizione, razionalità e nevrosi.

La lingua di Gadda, in cui il realismo si mescola con una fervida fantasia e una satira spesso violenta sembra infatti prendere spunto da quella di Rabelais; un’efficace mistura che avrebbe fatto sì che lo stesso Pasolini definisse Gadda come un «grosso anarchico buono come un ragazzo». I due si erano conosciuti nel 1955 e fin dal 1956 l’Ingegnere aveva collaborato alla rivista «Officina» fondata nel 1955 a Bologna da Pasolini insieme a Francesco Leonetti e Roberto Roversi. Per poi vedere separate le loro strade sul finire degli anni ’50, quando Pasolini iniziò il progressivo avvicinamento a nuove amicizie e sodalizi artistici (con Sergio Citti, Elsa Morante e Alberto Moravia) 4.

Il testo appena ripubblicato da Adelphi, apparso per la prima volta nel 1955, viene ora proposto, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte dell’autore, in una nuova edizione accresciuta da sei taccuini inediti, e ci permette, forse, di individuare l’origine di quella babele linguistica e di quello scontro tra volontà di mantenere fermo un punto di vista positivo e la realtà caotica della società moderna di cui hanno parlato comunque sia Calvino che Pasolini a proposito di Gadda.

Il giornale di guerra e di prigionia, infatti, ci consegna, non solo, il primo lungo esercizio di scrittura di un giovane Gadda arruolatosi come volontario e interventista nel Regio esercito italiano fin dai primi giorni di guerra, ma anche il tentativo di riporre ordine in un’esperienza caotica, disordinata, deludente e tutto sommato inafferrabile come quella della guerra (dall’agosto del 1915 all’ottobre del 1917), prima, e della prigionia (dal novembre 1917 al 29 dicembre 1918), poi.

Per il sottotenente Gadda, che l’aveva auspicata come «necessaria e santa», la Grande Guerra si rivela uno scontro durissimo. Più ancora che con il nemico, con ciò che scatenava in lui un’indignazione così violenta da sfiorare la «volontà omicida»: la meschinità della «vita pantanosa» di caserma; l’incompetenza dei grandi generali; l’indegnità morale dei vigliacchi, degli imboscati e dei profittatori, che costringevano gli alpini a marciare con scarpe rotte: « se ieri avessi avuto innanzi un fabbricatore di calzature, l’avrei provocato a una rissa, per finirlo a coltellate » confessa.
Come afferma la curatrice, Paola Italia, nella Nota al testo:

Questa nuova edizione dei diari di guerra che Gadda tiene dal 24 agosto 1915, due mesi dopo l’inizio, a Parma, della sua milizia, alla fine del 1919 […] – edizione resa possibile dalla scoperta di sei quaderni inediti, di proprietà degli eredi Bonsanti – […] si rivela un’opera profonda e potente: pur difforme dai più celebri, e letterariamente atteggiati, diari di Soffici, Stuparich e Comisso, appartiene a pieno titolo alla grande letteratura di guerra, e basterebbe da solo ad assicurare a Gadda un posto nel nostro Novecento. Non si tratta, come inizialmente si è ritenuto, di una prova generale della sua narrativa (che prende avvio proprio durante la prigionia), ma di un’opera in sé, originalissima e autonoma. Un’opera che è anche un eccezionale documento storico. Gadda ha vissuto infatti non una, ma una pluralità di guerre, combattute su vari fronti e da lui registrate in maniera accurata e veridica: i diari ce lo mostrano dapprima a Edolo, dove, destinato al 5˚ Reggimento Alpini, giunge il 18 agosto 1915, e a Ponte di Legno, dove trascorre gli ultimi mesi del 1915 fino al gennaio 1916; poi, al termine dell’addestramento a Torino nel maggio 1916, lo seguono a Vicenza, nelle trincee dell’Altopiano dei Sette Comuni, sul monte Zovetto, a Cesuna, a Campiello e in Val d’Assa, dal giugno all’ottobre 1916. Il vuoto dal novembre 1916 all’ottobre 1917 è una voragine aperta nell’anima di Gadda, che, smarrito a Caporetto il prezioso quaderno di «Torino Carso Clodig» e fatto prigioniero il 25 ottobre 1917, ricomincia a scrivere su un quaderno – «acquistato nel Gefangenenlager presso Celle, (provincia di Hannover), alla Kantine del Block C» – che testimonia la sua vita di prigioniero nella «baracca dei poeti », dal maggio all’inizio del novembre 19185.

E forse qui, in questa autentica officina, il lettore attento potrà trovare tutte le inquietudini dell’autore: lo sconforto di non poter inquadrare secondo una logica efficace i fatti, la sconfitta, lo sfondamento delle linee a Caporetto, i cedimenti dei soldati e gli errori e la superficialità degli ufficiali e dei comandi. Il tentativo di descrivere ciò che fino ad allora nessuna aveva osato o saputo immaginare: una guerra devastante che avrebbe irrimediabilmente proiettato la sua ombra sul XX secolo e forse, come oggi purtroppo possiamo constatare, anche oltre.

Un’esperienza che, naturalmente non fu solo di Gadda6. Ma che spesso, proprio negli interventisti convinti scatenò le più forti delusioni ed emozioni. Come ad esempio dimostrano le poesie scritte dall’”interventista” Ungaretti durante la guerra, anch’esse datate come se si trattasse di un diario, certamente tra le più belle e significative dell’intera sua produzione.

Lì, nel fango delle trincee, nella confusione delle ritirate e delle sconfitte, nel sangue dei commilitoni, nel dolore per la scomparsa degli amici oppure, come nel caso di Gadda, di un fratello e nella scoperta della debolezza e insignificanza del singolo, nasceva la necessità di nuovi linguaggi, di nuove formule affabulatorie che potessero rendere l’idea di un caos che non si sarebbe mai potuto immaginare prima.

I soldati d’altri reparti, profughi e randagi, si frammischiavano alla nostra colonna, l’accompagnavano, la sorpassavano, facendomi inviperire per il disordine che ingeneravano. Il marciare uno per uno, in fila indiana e bene ordinata, divenne difficile. Nel scendere il breve tratto di china ripida e boscosa di arbusti, un 100 metri di pendio circa, con un dislivello di 50, infatti dovevamo perdere il collegamento. Cola aveva visto che in un certo punto alcuni ufficiali e soldati tentavano di costruire una passerella, in un punto in cui un masso emergente restringeva la larghezza del fiume. Era sceso lì: sopraggiunto anch’io, in coda alla colonna, vidi e approvai. Ma appena arrivato in fondo, Cola s’avvide che prima che l’incerta passerella fosse costruita occorreva tempo; e piegò subito verso Ternova, seguito dai primi soldati della 3.a Sez. che gli stavano appresso, e risalendo il corso dell’Isonzo (sempre s’intende sulla sinistra orografica). Ma i soldati in coda della 3.a sezione, stanchissimi, con le mitragliatrici a spalla, non poterono seguitare il passo troppo rapido e nervoso di Cola (Cola aveva un passo troppo nervoso, saltellante, irrequieto come il suo carattere, già altre volte riscontratogli), e s’accasciarono lì, pochi metri sopra l’acqua, nel gran disordine. Quando io sopraggiunsi poco dopo trovai i soldati lì, mezzo istupiditi dalla stanchezza, con le armi allato. Qualcuno già aveva smarrito un nastro o due; naturalmente li rimproverai, li copersi di rimproveri, ecc. e mi diedi a cercar Cola e gli altri, nella folla dei soldati e degli ufficiali di tutte le armi che s’affollavano presso la passerella. Cercai, chiamai, mi stancai andando su e giù: e potei radunare i soldati e le mitragliatrici che ancor rimanevano, e cioè la mia sezione e 1’arma della 3.a col Serg. Gandola. L’inquietudine e la responsabilità essendo rimasto solo, la situazione difficilissima, cominciarono a mettermi in gravi angustie. Ero inoltre arrabbiato con Cola e coi soldati per il distacco. Tuttavia mi raccolsi, nell’amarezza, e misurai la situazione: un migliaio circa di fuggiaschi disordinati e privi d’armi, cioè totalmente liberi da ogni peso, si pigiavano, a rischio di precipitare nel fiume verso la passerella; il fiume non poteva guadarsi in alcun modo; l’Isonzo, sopra Tolmino, e anche ad Auzza, Canale, ecc. ha un letto stretto (20 m circa) a rive precipiti, e profondo (5-6 e più metri). Il fondo non è visibile, ma l’azzurro cupo testimonia della profondità: la corrente è velocissima, torrentizia. Insomma esso ha un carattere affatto diverso dagli altri fiumi della pianura veneta, larghi, ghiaiosi, lenti, e dal corso suo stesso ai piedi del S. Michele. Un tal fiume, in tal punto, non è guadabile in nessun modo, neppure a un nuotatore; tanto meno poi vestiti o con armi. – D’altra parte il tempo stringeva e l’affanno cresceva; sentivo ormai a poco a poco delinearsi il pericolo. Non in linea, non in posizione, dove avremmo potuto batterci con onore e infliggere anche ad un nemico preponderante terribili perdite; ma dispersi in ritirata fra una folla di soldati sbandati! Come la sorte s’era atrocemente giocata di me! Non l’onore del combattimento e della lotta, ma l’umiliazione della ritirata, l’abbandono di tanta roba, e ora questo maledetto Isonzo! questi ponti saltati7.

Sono le ore che seguono la ritirata di Caporetto e precedono la resa al nemico, mentre le pagine sono completate nel campo di prigionia di Rastatt nel novembre dello stesso anno. I luoghi e i fiumi (Monte San Michele, Isonzo) sono gli stessi descritti nei versi di Ungaretti. Qui la ricerca di senso mescola la stanchezza dei vinti con la descrizione morfologica e idrogeologica del territorio, mentre nelle poesie di Ungaretti il senso cerca di esprimersi attraverso il minor numero di parole possibile e una scelta precisa delle stesse come in un haiku.

Un rituale della parola, che cerca di dare senso ad una realtà che sembra perderlo ad ogni passo, che avrebbe accompagnato l’esperienza letteraria di chi quella guerra visse sulla propria pelle e attraverso i propri occhi e le proprie orecchie, ben distante dai salotti letterari, che cercarono in seguito di dar voce alle classi subalterne guardandole da lontano, sempre immaginando scenari di redenzione e senza mai provare davvero il senso della sconfitta e della perdita di ogni riferimento.
Come ha affermato Antonio Gibelli:

Che una guerra con queste caratteristiche, fuori e oltre ogni tradizione culturale, ogni esperienza percettiva precedente e soprattutto ogni previsione, costituisse un elemento di rottura profonda e mettesse a dura prova ogni genere di linguaggi acquisiti, è evidente: sia i linguaggi verbali, sia i linguaggi non verbali […] La guerra fu così smisurata che persino gli esponenti delle avanguardie, i quali in genere l’avevano prevista, attesa e non di rado affrontata con entusiasmo come clamoroso inveramento delle loro estetiche, finirono in gran parte per ammutolire di fronte ad essa […] La realtà aveva insomma superato l’immaginazione, aveva chiamato a una sfida estrema il modernismo della visione artistica e spuntato più di una lancia nel campo della rappresentazione dell’orrore8.

Una scoperta e cognizione del dolore che si sarebbe manifestata in tante opere di Gadda, in cui il linguaggio della scienza e della tecnica e quello dell’accademia non sarebbero più bastati a descrivere il mondo. Motivo per cui, ancora oggi, si rende necessario tornare a Gadda e alla sua ricerca linguistica senza accontentarsi di tanto “populismo”, letterario e non, che travestendosi da progressismo non ha fatto altro che avvallare la realtà senza davvero cercare di coglierne l’essenza.


  1. R. Ceserani, Calvino e Gadda. Le tappe e i modi di un incontro, in «The Edimburgh Journal of Gadda Studies», Supplement no. 8, EJGS 7/2011-2017  

  2. Cit. in R. Ceserani, op. cit.  

  3. Ibidem.  

  4. Cfr: S. Corso, Gadda e Pasolini, in «The Edimburgh Journal of Gadda Studies» (EJGS 4/2004). EJGS Supplement no. 1, second edition (2004)  

  5. P. Italia, Nota al testo in C. E. Gadda, Giornale di guerra e di prigionia, Edizioni Adelphi, Milano 2023, pp. 555-556  

  6. Si pensi a quanto analizzato negli studi di Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna (il Mulino, 1984 e 2000), Eric J. Leed, Terra di nessuno (il Mulino 1985 e 2014), Paola Tonussi, War Poets. Nelle trincee della Prima guerra mondiale (Edizioni Ares 2022), solo per fare pochi esempi. 

  7. C. E. Gadda, op. cit., pp.317-319. 

  8. A. Gibelli, Introduzione all’edizione italiana di P. Fussell, op. cit., pp. XXII-XXIII  

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Guerra e rivoluzione nell’immaginario cinematografico contemporaneo https://www.carmillaonline.com/2022/11/12/rivoluzione-e-controrivoluzione-nellimmaginario-tedesco-contemporaneo-note-a-proposito-di-un-recente-film/ Sat, 12 Nov 2022 21:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74704 di Sandro Moiso

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (pseudonimo di Erich Paul Remark, 1898–1970) costituisce sicuramente una delle pietre miliari della letteratura anti-militarista del ‘900 e ancora oggi, in tempi di nuove guerre che sembrano ripetere scenari e motivazioni ideologiche e geo-politiche del primo macello imperialista, potrebbe lasciare un segno indelebile in chi volesse leggerlo.

Pubblicato per la prima volta sul giornale tedesco «Vossische Zeitung» nel novembre e dicembre 1928 e in volume alla fine di gennaio del 1929, ebbe subito grande successo e venne successivamente tradotto [...]]]> di Sandro Moiso

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque (pseudonimo di Erich Paul Remark, 1898–1970) costituisce sicuramente una delle pietre miliari della letteratura anti-militarista del ‘900 e ancora oggi, in tempi di nuove guerre che sembrano ripetere scenari e motivazioni ideologiche e geo-politiche del primo macello imperialista, potrebbe lasciare un segno indelebile in chi volesse leggerlo.

Pubblicato per la prima volta sul giornale tedesco «Vossische Zeitung» nel novembre e dicembre 1928 e in volume alla fine di gennaio del 1929, ebbe subito grande successo e venne successivamente tradotto in 44 lingue. Mentre per il cinema ha visto realizzate tre versioni, uscite grosso modo a quarant’anni di distanza l’una dall’altra: «All’ovest niente di nuovo» (All Quiet on the Western Front) diretto da Lewis Milestone (1930); «Niente di nuovo sul fronte occidentale» (All Quiet on the Western Front), film TV diretto da Delbert Mann (1979) e, per finire, «Niente di nuovo sul fronte occidentale» (Im Westen nichts Neues) diretto da Edward Berger (2022) e attualmente disponibile su Netflix.

Ed è proprio su quest’ultimo che vale la pena di tornare a riflettere, dopo la recensione già pubblicata su Carmilla domenica 6 novembre. Unico dei tre ad essere di produzione tedesca, mentre i primi due erano di produzione americana e anglo-americana, porta con sé alcuni elementi di indubbio valore, insieme ad altri che ne limitano l’efficacia, indirizzandone i contenuti più su problematiche di battaglia politica interne alla Germania attuale che alla sottolineatura dell’originario antimilitarismo voluto da Remarque nel suo libro. Vediamo ora perché.

Il romanzo descriveva l’inumanità della guerra in ogni suo aspetto, attraverso la prospettiva di un soldato diciannovenne, Paul Bäumer e si basava, almeno in parte sull’esperienza di guerra dell’autore che, dopo il compimento dei 18 anni, fu chiamato alle armi nell’Esercito imperiale tedesco con la sua classe di leva, nel novembre 1916, ed inquadrato inizialmente nel 78º Reggimento di fanteria.

Nel giugno 1917 fu assegnato al 15º Reggimento di fanteria della riserva e inviato nelle trincee delle Fiandre Occidentali. Il 31 luglio 1917 rimase ferito abbastanza gravemente e dopo essere stato dimesso il 31 ottobre 1918, venne infine congedato il 5 gennaio 1919.
Nella sua opera più famosa, Im Westen nichts Neues, con un linguaggio semplice e toccante descrisse in modo realistico la vita durante la guerra. Nel 1933 i nazisti bruciarono e misero al bando le opere di Remarque, mentre la propaganda di regime faceva circolare la voce che discendesse da ebrei francesi e che il suo cognome fosse Kramer, cioè il suo vero nome al contrario.

Il film di Edward Berger rispetta in parte la trama del romanzo e, va detto subito, è certamente uno dei film più realistici, insieme a Uomini contro di Francesco Rosi (1970) e Torneranno i prati di Ermanno Olmi (2014), a sua volta tratto da un racconto di Federico De Roberto (La paura) del 1921, sulle condizioni in cui si svolse la guerra di trincea che caratterizzò il primo conflitto mondiale, soprattutto sui fronti europei.

Un film che gronda letteralmente sangue, fango, violenza, paura, fame, orrore e merda. Sia fisica, quest’ultima, che ideologica. Ma che non sa sottrarsi alla vita politica della Germania odierna. E alle sue menzogne. Così, mentre la parte realistica patisce a tratti un eccesso di effetti drammatici che allontanano la narrazione da quella più stringata e per questo più efficace del libro, quella storico-politica, ben poco presente nell’opera di Remarque, avanza giustificazioni sul comportamento della socialdemocrazia tedesca che possono forse far piacere all’attuale cancelliere Olaf Scholz, ma che sicuramente non rispettano gli eventi accaduti in Germani sul finire di quel conflitto. E anche al suo inizio, che segnò la catastrofe della Seconda Internazionale con il tradimento degli ideali internazionalisti e antimilitaristi che avrebbero dovuto caratterizzare il movimento operaio e i partiti socialisti.

Il troppo umanitarismo, soprattutto mostrato nella figura del ministro che firma l’armistizio con gli alleati, nasconde e ignora gli eventi, prossimi all’esplosione rivoluzionaria, che spinsero nel 1918 il governo tedesco (e probabilmente anche quelli alleati) a cercare una rapida, anche se costosa, soluzione del conflitto. Dimostrando così come nell’immaginario collettivo odierno, pilotato dagli interessi nazionali e dall’ordine costituito, ogni riferimento alla rivoluzione o all’azione dal basso in direzione di un governo dei consigli costituisca il vero, inviolabile tabù.

Come ha scritto lo storico Fritz Fischer, a proposito di quegli eventi:

Con la richiesta di inoltrare immediatamente domanda di armistizio, presentata dal Comando supremo dell’esercito al governo del Reich, la Germania doveva rinunciare alla lotta; non si poteva più parlare seriamente di mire belliche tedesche. La Germania ormai poteva considerarsi fortunata se fosse riuscita a salvare ancora almeno la sua posizione di grande potenz europea e semplicemente cavarsela liscia dall’inevitabile sconfitta […] Come via d’uscita [il ministro degli esteri Paul von Hintze il 29 settembre 1918] fissò la «fusione di tutte le energie della nazione per la battaglia difensiva finale» per mezzo della dittatura o della democratizzazione, della «rivoluzione dall’alto». Il Kaiser e i generali rifiutarono la «dittatura» – per poterla realizzare era necessaria la vittoria – e si dichiararono favorevoli a «incanalare» la democratizzazione secondo laproposta di Hintze. Questa mobilitazione delle ultime forze doveva servire a estorcere un armistizio ed una pace fondati sulle proposte del presidente americano Wilson […] Il Kaiser, il Comando supremo, il governo del Reich erano d’accordo sia con la «rivoluzione dall’alto», sia con i principi di Wilson.[…]
Da questo momento tutti gli sforzi tedeschi per la pace si concentrarono sugli Stati Uniti d’America. In conformità con gli accordi del 29 settembre, il nuovo governo tedesco presieduto dal principe Max del Baden pregò pertanto il presidente Wilson nelle prime de note del 3 ottobre 1918 «di prendere l’iniziativa per stabilire la pace» e per addivenire a un armistizio immediato, dichiarando la volontà della Germania di accettare una pace fondata sui 14 punti1.
Contemporaneamente procedeva la «democratizzazione». Ma nella Germania imperiale la vittoria delle istituzioni parlamentari e democratiche [era] il frutto di una premeditata «rivoluzione dall’alto», per prevenire la «rivoluzione dal basso» e porsi al tempo stesso in una posizione il più possibile favorevole ai fini delle trattative con le potenze vincitrici […] Per la prima volta nella storia tedesca l’ingresso nel governo di capi partito della fama di Erzberger [leader della sinistra del partito cattolico] e Scheidemann [principale esponente parlamentare della Socialdemocrazia tedesca] conferì al gabinetto carattere parlamentare. Il Reichstag sanzionò molto più tardi, il 27 ottobre, con l’approvazione accordata alle leggi di modifica costituzionale presentate dal governo, dietro pressioni di Wilson, la nuova evoluzione che doveva rendere il parlamento titolare della sovranità. Comunque, troppo tardi per arrestare la rivoluzione, che arrivò ancora a scoppiare per via degli indugi nelle trattative d’armistizio e del timore che la guerra avesse a continuare.
Al tempo stesso, la vittoria sulla rivoluzione conseguita grazie all’alleanza tra il capo della socialdemocrazia maggioritaria Ebert e Hindenburg, che era rimasto alla testa dell’esercito dopo l’abdicazione di Guglielmo II, doveva costituire agli occhi delle potenze occidentali la migliore raccomanzazione della giovane repubblica, che sperava di veder mitigare le condizioni di pace per via della sua qualifica di antesignana della lotta contro il bolscevismo. In effetti gli alleati, proprio per via della funzione stabilizzatrice che il governo Ebert- Noske esercitava nel cuore dell’Europa2, permisero con le loro condizioni di armistizio che la Germania continuasse a tenere le sue truppe all’Est contro la rivoluzione rossa, fino a quando non fossero sostituite da forze alleate3.

Certo, anche nel testo di Remarque mancano queste riflessioni ma, in compenso, in maniera asciutta ed efficace, i veri mostri si dimostrano essere quelli del nazionalismo o della disciplina militare prussiana, e sono mostrati nella figura del docente liceale che convince gli studenti ad arruolarsi e negli ufficiali rigidi esecutori degli ordini. E ciò basta a delineare il clima in cui Paul, Albert, Haie, Müller e Kat recitano gli ultimi imponderabili atti delle loro esistenze, prima studentesche o proletarie. Mentre uno solo sarà destinato a salvarsi, Tjaden.

Ed è proprio il finale del libro a mostrare tutta la distanza, tra il film di oggi e la scrittura di allora, nel descrivere la morte, un mese prima della fine della guerra, di Paul che ha narrato le vicende in prima persona fino a poche righe prima.

Egli cadde nell’ottobre 1918, in una giornata così calma e silenziosa su tutto il fronte, che il bollettino del Comando Supremo si limitava a queste parole: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Era caduto con la testa in avanti e giaceva sulla sul terra, come se dormisse. Quando lo voltarono si vide che non doveva aver sofferto a lungo: il suo volto aveva un’espressione così serena, quasi che fosse contento di finire così 4.

Ma se le differenze a livello di narrazione e drammatizzazione possono essere pienamente comprensibili e spesso condivisibili, soprattutto quando il film mette particolarmente in risalto la miseria della vita dei soldati nelle retrovie e al fronte, in special modo la fame5 e il desiderio di una donna, niente affatto comprensibile e ancor meno condivisibile è la scelta di “esaltare” la figura dei rappresentanti del nascente governo parlamentare e dei socialdemocratici.

Sia per la funzione avuta da questi ultimi, soprattutto all’inizio della guerra, nel votare i crediti governativi in appoggio al nazionalismo tedesco, sia per la funzione autenticamente controrivoluzionaria svolta da quel governo al momento della sua nascita, con la decapitazione del movimento spartachista anche per mezzo dei Freikorps6, l’instaurazione di una politica volta allo stesso tempo a garantire, per la borghesia tedesca, una “pacifica” transizione dall’Impero alla repubblica parlamentare e la sostituzione delle istanze di classe, avanzate dai consigli degli operai, dei soldati e dei marinai che si andavano formando nelle settimane a cavallo della fine della guerra, con le richieste di stabilità e continuità avanzate dalla borghesia industriale, dal comando dell’esercito e dai rappresentanti degli junker e della aristocrazia terriera e militare.

Come il nascente nazismo abbia poi ripagato i rappresentati di quell’esperienza governativa è stata la storia degli anni successivi, fino dall’elezione a cancelliere di Hitler nel 1933, a dimostrarlo. Quello che infastidisce, perciò, ancor di più nel film è il maldestro tentativo di separare con una improbabile linea netta le responsabilità politiche, militari e, perché no, morali della socialdemocrazia tedesca da quelle dell’esercito e dei governi precedenti, creando una figura di riferimento “ideale” dal punto di vista del “male” nella figura del generale che invia a poche ore dalla fine della guerra i propri soldati al massacro, In un’azione insensata, così come si vorrebbe sostenere da sempre che il nazismo non affondasse le sue radici nel nazionalismo, negli interessi economici e militari della borghesia e dell’aristocrazia tedesca, ma soltanto in una distorta e malata concezione del mondo.

Ecco allora che anche i soldati devono essere dipinti come pecoroni, ancor più che pecore, disposti ad obbedire a qualsiasi ordine, anche il più assurdo. Dimenticando, però, che proprio nei giorni finali del conflitto, durante i quali si svolge la maggior parte degli avvenimenti della seconda parte del film, i soldati e i marinai stavano insorgendo, ribellandosi proprio contro quegli ordini, quei generali e quello Stato che la socialdemocrazia fu chiamata a difendere, giuste le considerazioni svolte prima da Fischer. Ancor più, e soprattutto, dopo l’abdicazione del Kaiser e la proclamazione della Repubblica il 9 novembre 1918.

Proiettato sul momento attuale, quel fraintendimento non appare affatto casuale o non voluto. Da una parte la socialdemocrazia odierna, guidata da Olaf Scholz, dall’altra i cattivi dell’AFL, in mezzo la Germania con tutte le sue difficoltà (economiche, energetiche, militari…) che, per senso del dovere e della patria i socialdemocratici di oggi, come quelli di ieri, devono affrontare e risolvere. A costo di far precipitare ancora una volta il paese in una guerra (se a fianco della Nato o meno è ancora da decidere) indiscutibilmente “mondiale” oltre che europea.

Ecco perché allora l’opera di Berger appare non solo ambigua, ma anche servile nei confronti di interessi che sono ancora gli stessi di quelli che contribuirono a scatenare il primo e, anche, il secondo conflitto mondiale. Autentiche lacrime di coccodrillo che coprono, cercando di annebbiare lo sguardo dello spettatore, quell’atto di eroismo collettivo che andò dalle prime rivolte dei soldati e dei marinai del novembre 1918, che costrinsero governo e comandi militari ad accelerare i tempi dell’armistizio, all’insurrezione di Berlino tra il 5 e il 12 gennaio 19197. Unico, autentico barbaglio di luce in un tempo che oggi, per opportunismo intellettuale o per semplice ignoranza della Storia, si vorrebbe rappresentare soltanto come nero e oscuro.


  1. Si veda qui per i 14 punti di Wilson – NdR.  

  2. Reprimendo l’insurrezione spartachista del gennaio 1919 e ordinando l’eliminazione fisica, poi avvenuta in quei giorni, di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht- NdR.  

  3. F. Fischer, Assalto al potere mondiale. La Germania nella guerra 1914-1918, Einaudi, Torino 1965, pp. 813-815  

  4. E. M. Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Oscar Mondadori, novembre 1965, p. 237  

  5. Ad esempio, nel romanzo di Remarque, Kat muore per una scheggia di shrapnel nel cervello invece che per aver rubato delle uova in una cascina.  

  6. Corpi franchi o milizie volontarie irregolari in cui erano arruolati ex- militari e combattenti dall’indirizzo decisamente anti-bolscevico e nazionalista  

  7. Per il susseguirsi degli eventi rivoluzionari in Germania fino al 1923, si consultino: Pierre Broué, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi, Torino 1977; P. Frolich-R.Lindau-A. Schreiner-J. Walcher, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania 1918-1920, Edizioni Pantarei, Milano 2001; P. Frolich, Guerra e politica in Germania 1914-1918, Edizioni Pantarei, Milano 1995; A. Rosemberg, Origini della Repubblica di Weimar, Sansoni, Firenze 1972; D. Authier-J. Barrot, La Sinistra Comunista in Germania, La Salamandra, Milano 1981; E. Rutigliano, Linkskommunismus e rivoluzione in Occidente, Dedalo Libri, Bari 1974; V. Serge, Germania 1923. La mancata rivoluzione, Graphos, Genova 2003  

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Il volto di Marte e le sue forme. Note su guerra asimmetrica e guerra simmetrica / 3 https://www.carmillaonline.com/2022/10/15/il-volto-di-marte-e-le-sue-forme-note-su-guerra-asimmetrica-e-guerra-simmetrica-3/ Sat, 15 Oct 2022 20:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=73969 di Emilio Quadrelli

L’asimmetria della guerra

Abbiamo detto, all’inizio del testo, che quanto accaduto in Val Susa non è altro che il rimpatrio di un modello ampiamente sperimentato in una serie di territori, ai quali è stata sottratta la dignità della dimensione statuale, e posti sotto sicurezza attraverso una serie di operazioni di polizia. Ma tutto ciò cosa ci racconta? Cosa significa la compenetrazione di militare e poliziesco? Perché affidare al militare compiti polizieschi e alla polizia ruoli propri dell’esercito? Evidentemente nella messa in forma della guerra deve essere accaduto qualcosa. [...]]]> di Emilio Quadrelli

L’asimmetria della guerra

Abbiamo detto, all’inizio del testo, che quanto accaduto in Val Susa non è altro che il rimpatrio di un modello ampiamente sperimentato in una serie di territori, ai quali è stata sottratta la dignità della dimensione statuale, e posti sotto sicurezza attraverso una serie di operazioni di polizia. Ma tutto ciò cosa ci racconta? Cosa significa la compenetrazione di militare e poliziesco? Perché affidare al militare compiti polizieschi e alla polizia ruoli propri dell’esercito? Evidentemente nella messa in forma della guerra deve essere accaduto qualcosa. Ma se qualcosa è accaduto nella messa in forma della guerra significa che dentro il “politico” qualcosa di non secondario si è modificato. Significa che la relazione simmetrica che faceva da sfondo all’agire della politica ha conosciuto una sostanziale modifica. In altre parole si è passati da un modello simmetrico a uno asimmetrico. Ma tutto ciò rappresenta una novità assoluta oppure, a conti fatti, non si tratta d’altro che di una nuova attualizzazione di un modello, quello coloniale, che ha a lungo accompagnato la nostra storia? La relazione politica asimmetrica e il conseguente modello che si porta appresso non è esattamente la rimessa in circolo di quanto ampiamente sperimentato nei confronti delle colonie? Questo, a conti fatti, sembra essere il cuore della questione. Per molti versi, infatti, sembra di essere precipitati, subito dopo la fine della “Guerra fredda”, all’interno di uno scenario internazionale che ha forzatamente accantonato uno degli aspetti centrali della storia novecentesca: la decolonizzazione. Ora, indipendentemente da qualunque giudizio si possa dare sulla decolonizzazione, una cosa appare comunemente accertabile: la decolonizzazione ha fatto sì che, i popoli senza storia, entrassero prepotentemente nello scenario politico internazionale.

A partire dalla Prima guerra mondiale, attraverso un processo che si prolunga sino agli anni Settanta del secolo scorso, le popolazioni non occidentali si conquistano, armi in pugno, il diritto a esistere in quanto entità politiche. Il “Movimento dei Paesi non allineati”, con ogni probabilità, ne ha rappresentato la sintesi politica per eccellenza. Si tratta di un moto storico senza precedenti poiché rompe drasticamente tutti gli equilibri politici e culturali che, pur in condizioni storiche profondamente diverse e modificate, parevano darsi come storicamente immodificabili. Più che significativa la regolarizzazione politica a cui, proprio in tale contesto, perviene la figura del partigiano. Si tratta di un passaggio importante e che, per molti versi, mostra tutta la forza politica che l’Ottobre è stato in grado, prima di porre in campo, quindi di scatenare. È con l’Ottobre infatti che i “popoli senza” storia acquistano dignità di linguaggio e, con questa, accedono a pieno titolo al mondo della politica. Ciò che con la Grande rivoluzione era stato posto come semplice principio astratto nell’Ottobre trova la sua piena concretezza. Le conseguenze pratiche della legittimità delle guerre anticoloniali comportano ricadute non secondarie sulla concettualizzazione della guerra e la sua conduzione. Le guerre anticoloniali sono, in prevalenza, guerre di tipo partigiano. Anche quando, come nel caso del conflitto vietnamita, è presente un esercito regolare la lotta nei territori occupati dal fronte imperialista è condotta da forze partigiane politicamente organizzate nel fronte di liberazione nazionale. Il fatto che, queste forze, abbiano ottenuto, non solo di fatto ma formalmente, un riconoscimento politico non è qualcosa di poco rilevante. Basti pensare a come nel corso della Seconda guerra mondiale, dove pur la guerra partigiana assunse ruoli e dimensioni considerevoli, non si pervenne mai a un suo riconoscimento giuridico formale e il partigiano continuò a essere ascritto all’ambito del fuorilegge.

La decolonizzazione interrompe quell’ordine del discorso fondato sulla “civiltà bianca ed europea” che aveva consentito di considerare gran parte dell’umanità come qualcosa di antropologicamente diverso e inferiore. Un dato “obiettivo” che nessuna frattura storica interna al mondo europeo era stata in grado di porre radicalmente in discussione. Su ciò la stessa Grande rivoluzione si era vista costretta a fare marcia indietro. Neppure l’ala più estrema e progressista della borghesia era riuscita a estendere l’uguaglianza oltre la “linea del colore”. Questa linea si mostrava invalicabile e l’universalismo dei diritti rimaneva pur sempre confinato tra quei popoli e quelle nazioni che potevano vantare “storia, linguaggio e cultura” mentre, tutti gli altri, rimanevano ascritti, senza soluzione di continuità, all’ambito dell’indistinto. A fronte di popoli e nazioni certe si stagliavano le miriadi di etnie senza nome e senza volto. I diritti dell’Uomo erano sì universali ma non tutti gli esseri umani erano, in quanto tali, immediatamente Uomo e quindi portatori di diritti universali. Un’aporia che, in realtà, la Grande rivoluzione eredita dall’Umanesimo il quale, fin dalla sua nascita, coltiva tale ambiguità come le guerre di conquista extra europee, pre – moderne, sono lì a ricordare.

In poche parole l’eguaglianza è cosa che va riconosciuta ed elargita con parsimonia. La borghesia rivoluzionaria non è in grado di spingersi oltre tanto che, quando le suggestioni dell’89 approderanno tra i popoli di colore, per i giacobini neri non vi sarà altra soluzione che la forca. A imporsi è un ordine discorsivo il quale finisce con il diventare banale retorica di senso comune all’interno di tutti gli ambiti sociali. La differenza obiettiva e “naturalista” esistente tra noi e loro si sedimenta in profondità tanto da diventare “ciò che tutti sanno”. Un razzismo che, a differenza di quanto accade tra i teorici della razza tout court, non ha bisogno di essere teorizzato e continuamente rafforzato. La vera forza di questo ordine discorsivo sta, piuttosto, nella sua debolezza. È questo razzismo debole, e proprio per questo difficilmente estirpabile, ad attraversare per intero le formazioni economiche e sociali prima europee, poi occidentali. Di ciò, anche se è storia di oggi, ne si avrà una facile conferma quando, con l’irrompere prepotente dei nuovi flussi migratori, le retoriche xenofobe e razziste non troveranno troppi ostacoli a conquistarsi un certo protagonismo politico nelle nostre società così come, in maniera del tutto speculare e complementare, gran parte di questo razzismo, nuovo e arcaico al contempo, troverà la sua migliore sistematizzazione nelle retoriche multiculturaliste.
Ma non anticipiamo e riprendiamo il filo del nostro discorso.

Abbiamo detto dei limiti che la stessa Grande rivoluzione si porta appresso. Su questa scia l’aveva seguita, almeno tacitamente, lo stesso movimento operaio organizzato nella Seconda internazionale. Sino a Lenin e ai bolscevichi, sino alla costruzione dell’Internazionale comunista, i popoli di colore, rimangono popoli senza storia e senza linguaggio. Un retaggio che, in Occidente, continuerà a essere a lungo il non detto di parte del movimento operaio. Di fronte alle lotte di liberazione dei Paesi sottoposti al giogo coloniale le titubanze degli stessi partiti comunisti occidentali non saranno proprio impasse da nulla basti pensare al comportamento del PCF nei confronti della guerra di liberazione algerina o alle dichiarazioni del PCI, attraverso il suo leader Palmiro Togliatti, rispetto alla legittimità dei possedimenti coloniali italiani per non parlare dei Partiti socialisti i quali, in non pochi casi, hanno condotto in prima persona la guerra contro i moti emancipatori dei popoli coloniali. In poche parole, la guerra fuori dai confini del “mondo civile”, è sempre stata qualcosa la cui messa in forma rimandava a uno scenario non commensurabile a quello abitualmente vigente tra entità politiche che si riconoscevano appartenenti al medesimo campo. Anche in guerra, come su tutti gli altri piani della vita, il principio di eguaglianza valeva solo all’interno di un ambito ristretto di popoli e nazioni.

La rottura epocale dell’Ottobre consiste proprio nell’aver universalizzato non tanto i Diritti dell’Uomo ma la dimensione politica dei popoli. Con l’Ottobre la “civiltà bianca” è costretta a riconoscere che tutti gli abitanti del globo hanno il diritto di organizzarsi politicamente e, pertanto, di essere posti su un piano di pari grado e dignità. Alla fine, pur se a denti stretti, USA e Francia (tanto per citare casi ampiamente noti) devono trattare con il FLN del Vietnam e con il FLN algerino considerandoli entità politiche a tutti gli effetti. Non per caso l’ONU è stato un terreno di battaglia, simbolico ma non secondario, di questo esercizio di diritto. Il riconoscimento legittimo presso l’ONU ratificava esattamente la dimensione politico – statuale alla quale una popolazione era pervenuta. Una parentesi, alla scala della storia, che si è protratta, all’incirca, per una sessantina d’anni e che da più di trenta anni è stata nuovamente posta al bando e che, non per caso, ha, di fatto, delegittimato l’ONU stesso diventato sempre più, da istituzione internazionale deputata a equilibrare i conflitti internazionali, a strumento delle politiche imperialiste. Basti pensare a come l’ONU ascrivi ormai abitualmente le lotte partigiane delle popolazioni sotto occupazioni, nell’ambito del terrorismo. Un modo neppure troppo raffinato per ascrivere all’ambito della criminalità ogni forma di resistenza e sottrarla così alla dimensione propria del “politico” e ricondurla nella più malleabile categoria del nemico privato. Con ciò il senso delle operazioni di polizia internazionale comincia a farsi più chiaro. A essersi ormai decisamente incrinato è tutto il quadro politico affermatosi con la fine della Seconda guerra mondiale.

Dal 1989 in poi, nei confronti delle popolazioni non appartenenti al Primo mondo, a riemergere è esattamente una linea di condotta che rimanda appieno alla situazione vigente prima dell’Ottobre. Tutto ciò è stato messo in atto attraverso una serie di operazioni anche culturali delle quali è opportuno occuparsi. Uno degli effetti immediati del post ’89 è stata la messa in mora di tale universalizzazione mentre, di pari passo, prendevano forma tutte quell’insieme di retoriche incentrate sul culturalismo così come, al posto delle entità statuali e nazionali, a emergere erano le singolarità etniche e l’insieme di conflittualità che, inevitabilmente, queste si portano appresso.

Subito dopo l’89 il mondo è stato oggetto di un nuovo bipolarismo solo che, questa volta, la divisione non nasceva sulla adesione alla forza militare della NATO o a quella del Patto di Varsavia ma su basi del tutto diverse. Da una parte, la sfera Occidentale e i cosiddetti Paesi emergenti, raggruppavano Stati politicamente organizzati mentre, il resto del mondo, sommava in maniera abbastanza confusa e caotica etnie e culture le quali non potevano far altro che essere nuovamente oggetto di un “processo di civilizzazione”. Le differenze non sono secondarie. Mentre nel primo caso, per forza di cose, a emergere non poteva essere altro che un conflitto tra eguali nel secondo, a emergere, era un non luogo privo di qualunque ordinamento politico a fronte di realtà statuali politicamente certe e organizzate. La distanza tra i due mondi diventava pertanto incommensurabile. Una nuova epopea coloniale si faceva non solo possibile ma necessaria. A emergere, in tale contesto, diventa l’esistenza di un nuovo forte noi contrapposto a un altrettanto forte loro. Di tale formazione è opportuno trarne la genealogia.

Questo noi ha preso forma all’interno di due contenitori più che diversi complementari. Da un lato il razzismo tout court delle formazioni di destra. Un razzismo un po’ sempre uguale a se stesso sul quale vi è ben poco da dire. In questo caso, il noi, ha funzionato come collante identitario attraverso il quale si ribadisce la “naturalità” della supremazia dell’occidentale nei confronti del resto del mondo. In questo caso, infatti, la “linea del colore” attraversa anche tutte quelle popolazioni che, pur bianche, risultano estranee alle retoriche politiche e culturali del mondo occidentale. Si tratta di un noi che, per molti versi, rimanda a una enfatizzazione e declinazione nazionalista dello Stato/Nazione e dei suoi perimetri e che, in non pochi casi, entra in rotta di collisione con le trasformazioni “post/nazionali” proprie dell’attuale fase imperialista globale. Comunemente questo modello politico/concettuale è ascrivibile al mondo dei populismi i quali si oppongono, o almeno su questo trovano la linfa del loro successo, alla costruzione di un blocco politico su base Continentale governato dalle frazioni transnazionali della borghesia imperialista finanziaria. Il costante richiamo a quell’entità mai chiaramente definibile come “popolo” ne rappresenta, insieme all’inconsistenza e indeterminatezza, tanto l’ambiguità quanto la sua capacità di catturare consensi non secondari tra quote di classe operaia impoverita o piccola borghesia proletarizzata. Questo ordine discorsivo, pur quantitativamente non irrilevante, non è stato però l’ordine discorsivo dominante delle nostre società. Accanto a questo razzismo becero e bifolco ha fatto prepotentemente capolino un altro tipo di discorso, quello che per comodità possiamo definire l’ordine del discorso multiculturale, che ha organizzato e declinato le retoriche razziste su basi completamente diverse.

Andando al sodo l’ordine discorsivo multiculturale aveva un unico e sostanziale progetto strategico: deprivare della dimensione del “politico” tutte quelle popolazioni esterne ed estranee non solo al mondo occidentale, questo è qualcosa che hanno sempre fatto tutte le variabili del discorso colonialista, ma alla “concreta” forma politica assunta dall’Occidente. Questo il vero punto della questione. In apparente contrapposizione alle retoriche della destra il discorso multiculturale spostava le differenze tra noi e loro dal piano della “naturalità” a quello delle culture. L’ordine discorsivo proprio del multiculturalismo spostava la differenza dal colore della pelle, della razza o dell’etnia sul piano delle gerarchie culturali. A fronte di un Cultura, con la c maiuscola e dal portato immediatamente globale, propria delle classi dominanti internazionali si stagliavano le infinite piccole culture particolari e locali proprie di quelle popolazioni non coscientemente globalizzate.

Una gerarchia obiettivamente immodificabile il cui riconoscimento doveva dar vita a un modello sociale all’interno del quale, le piccole culture (sotto l’attenta vigilanza della Cultura), trovavano un proprio spazio sia di legittimazione che di libertà. Mente la destra, un po’ goffamente, chiedeva insistentaltroemente l’omologazione e l’omogeneizzazione culturale, reiterando le retoriche proprie dell’assimilazione, la società “civile e democratica” optava per un modello che, a conti fatti, riportava in auge le retoriche proprie della “riserva indiana”. Non diversamente dalla destra non poneva in discussione il valore indiscusso dello “stile di vita” occidentale ma, mentre ribadiva con forza ciò, riconosceva ai popoli non occidentali o non occidentalizzati il diritto a conservare, negli appositi spazi a questi assegnati, i propri “riti” e le coeve “usanze”. In questo modo, oltre a rendere visibile, soddisfacendo in tal modo quella sete di orientalismo proprio delle società coloniali, l’ agli occhi curiosi e morbosi delle popolazioni locali, confinava le popolazioni non occidentali all’interno di codici culturali dai quali non avrebbero più potuto emanciparsi. Nel riconoscimento della cultura altra si realizzava un sostanziale processo di imprigionamento politico e sociale. Una prassi, a dire il vero, neppure troppo nuova poiché, qualcosa di simile, le nostre società lo avevano già ampiamente sperimentato, pochi anni addietro, nei confronti delle proprie classi subalterne. Un passaggio intorno al quale vale la pena di soffermarsi.

(fine terza parte – continua)

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Il mezzo più sicuro per perdere una guerra è impegnarsi su due fronti. (Karl von Clausewitz, Della guerra)

La fine dei confini politici

Le tensioni Russia – Usa in merito alla “questione Ucraina”e nel Mediterraneo riporta la guerra al centro dell’interesse politico, ciò ci offre l’occasione per affrontare la “questione guerra” nelle diverse sfaccettature che ha assunto, a tal fine cercheremo di analizzarne i vari volti. Non occorre essere degli specialisti di cose militari per comprendere come le forme della guerra siano radicalmente mutate e di come, nel [...]]]> di Emilio Quadrelli

Il mezzo più sicuro per perdere una guerra è impegnarsi su due fronti. (Karl von Clausewitz, Della guerra)

La fine dei confini politici

Le tensioni Russia – Usa in merito alla “questione Ucraina”e nel Mediterraneo riporta la guerra al centro dell’interesse politico, ciò ci offre l’occasione per affrontare la “questione guerra” nelle diverse sfaccettature che ha assunto, a tal fine cercheremo di analizzarne i vari volti. Non occorre essere degli specialisti di cose militari per comprendere come le forme della guerra siano radicalmente mutate e di come, nel presente, parlare di guerra significa, per prima cosa,cogliere il nesso tra guerra esterna e guerra interna. Questa la principale differenza rispetto al passato quando la prima cosa di cui si preoccupavano gli stati era la più completa pacificazione interna e la ricerca di una sostanziale adesione della popolazione alle logiche di guerra. Oggi, al contrario, guerra interna e guerra esterna sono continuamente intrecciate e gli stati tendono a combattere senza alcuna preoccupazione su entrambi i fronti. In passato, non per caso,si è sempre parlato di “nazione in guerra” mentre, nel presente è lo stato e non la nazione a essere in guerra. Ciò implica, di fatto, una radicale frattura tra stato e nazione, dove con nazione si intende popolazione, e il delinearsi di un fronte, per quanto di gradi e intensità diversi, che vede guerra eterna e guerra interna come un continuum. Partiamo, pertanto, da quest’ultima poiché è proprio lì che è possibile cogliere come il paradigma della guerra si sia modificato. A differenza del passato il “fronte interno” riveste un ruolo non meno importante di quello esterno per cui una disamina su questo appare estremamente necessaria ma non dilunghiamoci ed entriamo subito nel merito delle cose.

La notizia è di qualche tempo addietro ed passata pressoché inosservata. Una parte dei militari impegnati tra le montagne dell’Afghanistan è stata spostata in Val Susa con compiti pressoché analoghi: la pacificazione del territorio. Un’operazione intorno alla quale è opportuno ragionare poiché, attraverso un dato empirico, è possibile cogliere per intero un paradigma politico. Tutto ciò, ovviamente, non è frutto di una improvvisazione né, tanto meno, l’effetto di una decisione estemporanea priva di razionalità e progettualità bensì il naturale e ovvio approdo di una linea di condotta che affonda le sue radici dentro l’insieme delle trasformazioni che hanno caratterizzato il “politico” nella fase imperialista globale e dei modi in cui, la tendenza alla guerra, o almeno un suo aspetto, prende concretamente forma nel mondo contemporaneo. I tratti di tale tendenza appare sensato investigare poiché, la loro decifrazione, sono in grado di raccontare con non poca esattezza la cornice entro la quale siamo immessi.

Notoriamente, a partire dal post ’89, il nemico in quanto entità politica legittima, almeno nell’utopia coltivata nei mondi occidentali, è scomparso. Da quel momento in poi contendenti di pari grado e dignità hanno cessato di esistere. Repentinamente abbiamo assistito alla messa in circolo di un ordine discorsivo il cui cuore strategico era esattamente rappresentato dalla svalutazione del nemico e, pertanto, della sua dimensione politica. Un passaggio intorno al quale è bene interrogarsi poiché è proprio l’analisi di tale trasformazione a consentirci di entrare per intero negli arcani del presente. Parlare del modo in cui la guerra, o almeno un suo aspetto non secondario, è messa in forma ha ben poco di specialistico così come, per altro verso, non denota una particolare propensione verso le cose militari ma, al contrario, significa entrare direttamente nelle prosaiche cose di tutti i giorni poiché la guerra, in quanto sintesi massima del “politico”, non può che informare e governare per intero tutti gli ambiti di una formazione economica e sociale. Il modo in cui la guerra è pensata, organizzata, pianificata e condotta indica esattamente il tipo di società entro cui siamo immessi.

Della sequela di guerre che hanno preso l’avvio dal 1991 in poi si è perso persino il conto. Queste, indipendentemente dalla loro particolarità e specificità, erano unite da un comune elemento: la dimensione impolitica dell’avversario di turno. Non per caso la stessa parola guerra, dal 1991 in poi, non è più stata pronunciata se non accompagnata da un qualche aggettivo. Nasce proprio in quel contesto la dicitura di guerra umanitaria mentre il termine guerra tout court comincia a essere bandito dal lessico comune. Perché? Per quale motivo, a un certo punto, non è più possibile parlare di guerra? Per quale motivo, il termine guerra senza aggettivi, crea non pochi imbarazzi? Perché le varie coalizioni statuali che, volta per volta, hanno dato il la a una qualche operazione bellica si sono sentite in dovere, di fatto, di scongiurare la guerra proprio mentre davano fuoco alle polveri? A un primo sguardo, tutto ciò, potrebbe sembrare la semplice reiterazione di un modus operandi che, nelle vicende storiche, è stato più volte utilizzato. In ciò i nazisti sono stati autentici maestri.

L’Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia sono state operazioni di guerra diversamente nominate. In quei contesti, però, a delinearsi non era un modello teorico/concettuale ma la più prosaica esigenza di occupare nazioni e territori facendo in modo che, agli occhi delle compiacenti e impaurite democrazie imperialiste europee, la legalità internazionale non risultasse sovvertita più di tanto. Questione contingente dettata dal più cinico dei tatticismi senza alcun altro tipo di rimando. Uno scenario, pertanto, del tutto diverso da quello inaugurato a partire dalla Prima guerra del Golfo.
Nessun tatticismo, nessun problema di ordine legale è stato posto alla base del “nuovo corso” in cui la forma guerra ha iniziato a essere ascritta bensì un modello teorico concettuale ex novo del quale è opportuno coglierne il senso.

Per quanto strano possa apparire, e con buona pace dei pacifisti, se c’è qualcosa che non è mai uguale a se stessa è la guerra. La guerra non è, come gli stolti solitamente immaginano, pensano e proclamano, l’elemento irrazionale che sovverte l’ordinato e razionale mondo della pace bensì il massimo della razionalità, storicamente determinata, che una forma politica “concreta” è in grado di mettere in campo. Guerra e pace sono, e non potrebbe essere altrimenti, comprese nella medesima forma politica la quale non può darsi, pena la sua estinzione, escludendo uno dei suoi poli. In altre parole ogni “forma guerra” non può che essere già compresa nella sua “forma pace”. La guerra, quindi, non presenta alcuna invarianza come se, questo, fosse un mondo astorico e avulso dalla formazione economica e sociale perché di questa, invece, ne è la massima espressione. Non esiste la guerra ma le guerre le quali sono sempre il frutto di formazioni politiche storicamente determinate. A decidere della e sulla guerra sono classi storiche concrete, espressioni di determinati rapporti di forza e di potere e, soprattutto, di una determinata base strutturale.

La Prima guerra mondiale è stata qualcosa di assolutamente incommensurabile rispetto alla guerra franco/prussiana così come, il Secondo conflitto mondiale, è stato ben diverso dal Primo. E questo, per essere chiari, non tanto per le obiettive trasformazioni che scienza e tecnica hanno apportato al modo di combattere ma per la differenza dei sistemi politici ed economici che facevano da sfondo al conflitto. Nessun “dominio della tecnica” è in grado di sovvertire le ragioni politiche della guerra così come, l’irrompere prepotente della “battaglia dei materiali”, non è altro che il modo in cui, un determinato sviluppo delle forze produttive, determina “concretamente” la forma guerra. Non vi è mai stata una guerra bella, onorevole e cavalleresca bensì una guerra che poggiava per intero sulle possibilità che una base strutturale le consentiva di porre in campo. Ogni fase storica ha il suo modello bellico e questo va compreso e analizzato.

Non è possibile, pertanto, comprendere la forma guerra contemporanea se non si affronta la questione della fase imperialista globale che ne rappresenta il cuore politico. Difficile, infatti, spiegare la presenza dei militari in val Susa se non si comprende il modo in cui, la fase imperialista globale, ha ridefinito l’idea stessa di confine, di Stato e il rapporto di questi con le popolazioni interne a questi perimetri. Allo stesso modo, senza comprendere che cosa è mutato nel rapporto tra stato e popolazione nelle nostre società, diventa di difficile comprensione la presenza ormai abituale dei militari in servizio di ordine pubblico nelle nostre città. Non si possono decifrare i volti di Marte se non si comprende di quali trasformazioni questi ne sono gli effetti. Ricorrere alla facile, e buona per tutte le stagioni, categoria della repressione è un modo per spiegare tutto e non spiegare nulla. Così come la guerra è sempre l’effetto di una condizione storicamente determinata, la repressione è sempre il frutto di un modello politico “concreto” e il risultato di rapporti di forza “concreti”. Per quanto possa essere in qualche modo vero che: “I Governi cambiano, le polizie restano”, i modelli polizieschi, al pari della guerra, non sono astorici bensì il frutto maturo di una determinata formazione economica e sociale.

La compenetrazione di polizia e militare, perché di ciò stiamo parlando, non è un semplice fatto repressivo ma un passaggio strategico nella messa in forma della guerra. Ciò ha ricadute a trecentosessanta gradi su tutta la formazione economica e sociale. Capirne il senso è qualcosa di più di un vezzo intellettuale. Decifrarne il portato e il significato significa, almeno sul piano della teoria e dell’analisi politica, fare già un passo dentro la guerra, la sua forma, le sue dinamiche. Sicuramente non è tutto, ma certamente è qualcosa.

Quanto accade in Val Susa, e in forma apparentemente più mesta si è manifestato poco tempo addietro attraverso l’impiego dei militari in servizi di ordine pubblico nelle metropoli, rappresenta esattamente il rimpatrio di un modello bellico la cui genealogia è possibile rintracciare nel momento stesso in cui, il crollo del “Blocco sovietico” e il dispiegarsi della fase imperialista globale, hanno inaugurato non solo un nuovo modo di combattere ma, ed è questo il punto che proveremo ad argomentare, hanno declinato la forma guerra all’interno di un paradigma nuovo e distante da quello ampiamente conosciuto in quelle che, ormai, possiamo definire come fasi classiche dell’imperialismo. Fasi sicuramente non del tutto identiche e omogenee tra loro ma assai più simili e affini rispetto alle rotture prodotte dalla fase imperialista globale. Il senso di queste rotture, delle quali la forma guerra ne incarna l’aspetto più puro e cristallino, segnano e modellano per intero la formazione economica e sociale contemporanea. Ciò è quanto è necessario comprendere.

Poche righe sopra abbiamo parlato di compenetrazione di poliziesco e militare come aspetto centrale assunto nel mondo contemporaneo dalla forma guerra. Non ci stiamo inventando nulla poiché, proprio una delle diciture in cui le operazioni belliche odierne sono state ascritte, sono denominate operazioni di polizia internazionale. Se guerra umanitaria è termine non solo ambiguo ma indeterminato e indistinto operazione di polizia internazionale ha sicuramente il merito di essere chiara ed esplicita poiché consente di comprendere appieno il modo in cui, dentro la fase imperialista globale, il conflitto è stato, prima agito, poi concettualizzato.

Classicamente, polizia ed esercito, rimandano a due mondi ben distinti tra loro. Non è certo un caso che, nelle classiche guerre tra entità statuali, quando un Paese veniva occupato le forze di polizia autoctone rimanevano al loro posto. La polizia continuava a occuparsi di crimini comuni i quali, grosso modo, rimangono identici sotto tutte le latitudini. Il nemico, proprio in quanto nemico pubblico, poteva e doveva essere combattuto solo da forze militari regolari. Un qualche problema, sotto tale profilo, è stato rappresentato dalla figura del partigiano rispetto alla quale, il riconoscimento di nemico pubblico, è stato oggetto di non poche resistenze. Aspetto importante, sul quale torneremo, ma che per il momento poniamo tra parentesi.

Ciò che vogliamo evidenziare è il fatto che, nelle guerre che ci hanno preceduto, la compenetrazione di poliziesco e militare non è mai stata presa in considerazione. La polizia, in sostanza, non era deputata ad altro che alla messa in sicurezza di colui o coloro i quali, proprio in virtù dei loro comportamenti, non potevano andare oltre, rispetto alla società, alla figura del nemico privato. Un nemico che, per definizione, non è assolutamente e legittimamente fisicamente eliminabile. Ciò è facilmente dimostrabile. Un soldato nemico placidamente addormentato sotto una pianta può essere tranquillamente fatto fuori, da chi porta una divisa di altro colore, senza che la cosa susciti o possa suscitare una qualche forma di riprovazione. Il fatto stesso di indossare una divisa nemica lo espone a un pericolo mortale. Per meritarsi la morte, il soldato, non deve compiere una qualche azione riprovevole. La sua stessa esistenza, sotto quelle vesti, gli procura la concreta possibilità di essere ucciso. Allo stesso modo il soldato che cogliendo di sorpresa uno o più militi nemici arricchisce di un certo numero di tacche il suo fucile mitragliatore oltre a non essere passibile di incriminazione può aspirare a una qualche menzione al valore. Del tutto diverso si mostra lo scenario quando si entra alle prese con un nemico privato.

Le “regole di ingaggio”, nel contesto, cambiano completamente. Legalmente nessun poliziotto è autorizzato a eliminare un bandito. Solo nel caso in cui, il bandito, metta a repentaglio la vita del poliziotto o di qualche altro la sua uccisione diventa possibile altrimenti, poiché la sua esistenza rimane rigidamente ascritta nell’ambito del privato, nessuno è autorizzato a estirparne la vita. Del resto la stessa linea di condotta del nemico privato si modella esattamente dentro questa cornice. Nessun fuorilegge, infatti, attacca apertamente le forze di polizia ma, per lo più, tende a starne alla larga. Da ciò ne consegue che esercito e polizia rimandano a mondi e procedure assai diversi tra loro tanto che trasformare la guerra in operazione di polizia internazionale appare, sotto il profilo concettuale, un’operazione più che ardita impossibile a meno che non intervenga qualcosa che sovverta per intero la cornice entro cui la guerra è pensata e agita. La messa in forma della guerra contemporanea ha segnato esattamente questo passaggio. Ciò è quanto è necessario investigare.

(fine prima parte – continua)

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La guerra: una questione divisiva, ma dirimente https://www.carmillaonline.com/2022/07/20/la-guerra-una-questione-divisiva-ma-dirimente/ Wed, 20 Jul 2022 20:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72976 di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini… Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano [...]]]> di Sandro Moiso

Mirella Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 540, 15 euro

Milano dell’Expo, Milano del Leoncavallo, Milano di “mani pulite”, Milano da bere, Milano dell’Autonomia operaia, Milano “nera”, Milano di via Mancini e dei compagni morti ammazzati nella primavera del 1975, Milano del Cub della Pirelli, Milano della strage di piazza Fontana e dell’assassinio di Giuseppe Pinelli, Milano ultima sede delle trattative prima della caduta di Mussolini…
Poi la memoria pubblica e l’immaginario storico-politico sembrano fermarsi, a meno di non risalire alle cannonate del 1898 e a Bava Beccaris, saltando a piè pari, o quasi, una stagione straordinaria di lotte e contraddizioni di classe e nella classe: quella intercorsa nel secondo decennio del ‘900, tra l’avvento di Mussolini alla direzione dell’«Avanti», la Prima guerra mondiale e la formazione del nucleo giovane e intransigente che avrebbe costituito una delle componenti più radicali della Sinistra socialista.

Bene hanno dunque fatto i compagni di «pagine marxiste» a ripubblicare in un unico volume due testi di Mirella Mingardo già precedentemente apparsi in altra edizione (Mussolini, Turati e Fortichiari. La formazione della sinistra socialista a Milano 1912-1918, edizioni Graphos, 1992 e 1919-1923. Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del Pcd’I all’ascesa del fascismo, pagine marxiste, 2011) rivolti a sottolineare l’importanza che la componente milanese di sinistra del Partito Socialista ebbe nelle lotte e nelle riflessioni che precedettero e accompagnarono lo sviluppo della frazione rivoluzionaria all’interno dello stesso. Fino e oltre la scissione di Livorno nel 1921 che diede vita al Partito Comunista d’Italia. Entrambi i testi erano da tempo esauriti e vengono oggi riproposti in un’edizione riveduta, ampliata, corretta e corredata da un vasto apparato di note biografiche cui hanno contribuito i redattori dell’Associazione Eguaglianza e Solidarietà.

La lettura si rivela immediatamente stimolante non soltanto dal punto di vista storico, ma anche propriamente politico, poiché quelle battaglie e quei fatti, soltanto apparentemente lontani nel tempo, servono ancora a mettere in evidenza carenze, errori e contraddizioni del nostro tempo. Così, anche se in precedenza non sono mancante le opere storiografiche destinate a ricostruire il travaglio politico e i conflitti sociali di quegli anni, i due testi di Mirella Mingardo permettono di ricostruire e collocare gli stessi temi ed avvenimenti in maniera tale da costituire ancora un termine di paragone per quelli attuali.

Prima di procedere nell’analisi dei contenuti, quello che occorre forse sottolineare è che la narrazione dei passaggi che portarono alla scissione del PSI e alla fondazione di un partito comunista rivoluzionario spesso ha privilegiato tre località “forti” per lo sviluppo della corrente più radicale del socialismo italiano di inizio ‘900 mettendo in risalto Torino, Napoli e Milano spesso nell’ordine qui appena esposto.

Se Napoli, descritta fin dall’Ottocento come la “polveriera d’Italia”1 e successivamente come uno dei principali centri di origine del Comunismo e del Fascismo2, aveva visto la presenza determinante di Amadeo Bordiga tra i giovani militanti che avrebbero intrapreso e guidato la lotta per la rivoluzione e il comunismo, curandone in particolare l’impostazione teorica, Torino, definita in un classico della storiografia del movimento operaio italiano come “operaia e socialista”3, ha fondato il suo primato, oltre che sulla combattività della sua classe operaia e del suo proletariato, sulla presenza di Antonio Gramsci, nonostante i tentennamenti che questi ebbe (insieme a Togliatti, all’epoca decisamente “interventista”) nei riguardi dell’opposizione ferma e radicale nei confronti del primo conflitto imperialista.

In entrambi i casi, però, le sezioni locali del partito socialista erano rimaste in mano alle posizioni riformistiche, mentre soltanto a Milano la sezione, fin da prima della guerra era stata diretta dalla frazione di Sinistra dello stesso partito. Il dubbio a cui si perviene, quindi, è che tale spostamento del baricentro della ricostruzione storiografica a favore di Torino sia stato dovuto, in un ambito di ricerca a lungo dominato dalla storiografia e dagli storici legati a doppio filo al PCI, alla necessità di far crescere a dismisura, dopo la sua morte, la figura e il ruolo svolta da Gramsci, e dall’«Ordine Nuovo», nella nascita e nella formazione del Pcd’I: sia per fornire a Togliatti una copertura autorevole per giustificare le sue infinite giravolte e tradimenti all’ombra della (tutt’altro che amichevole) figura di Gramsci4, sia per sminuire, se non proprio denigrare o rimuovere, le figure di Amadeo Bordiga e dell’ancor più odiato, se possibile, Bruno Fortichiari.

Bruno Fortichiari che si rivela essere, nell’ambito della ricerca di Mirella Mingardo, un autentico e intransigente promotore dell’organizzazione non soltanto del lavoro politico della sezione socialista milanese negli anni precedenti la prima guerra mondiale, ma anche dell’opposizione internazionalista alla stessa, una volta scoppiata. Insieme alla sua figura brilla, nell’ambito dell’ organizzazione e dell’agitazione svolta in senso internazionalista e antimilitarista, quella di Abigaille Zanetta (1875-1945), maestra socialista e agitatrice temutissima dalla prefettura milanese e dai vertici moderati e parlamentari socialisti dell’epoca.

Non a caso una donna, in una città e in un’epoca in cui, dall’Italia dei campi e delle fabbriche fino agli scioperi delle giovani operaie di Pietroburgo che diedero inizio alla rivoluzione di febbraio in Russia nel 1917, le donne lavoratrici di ogni età, con o senza famiglia, svilupparono azioni di lotta collettiva che pesarono enormemente sulle politiche dei partiti e le scelte, spesso repressive, degli Stati. Soprattutto prima e durante il primo vero macello imperialista che, oltre tutto, qui in Italia era stato già anticipata dalla guerra di Libia e dall’opposizione che nei confronti di questa si sviluppò in ambito socialista e anarchico.

Se tutta la ricerca sulla Sinistra socialista milanese è profondamente interessante nelle due parti che la compongono, per ragion di brevità, in questo contesto, si è valutato di soffermare maggiormente l’attenzione sulla prima parte, quella che si ferma al 1918 con la fine della guerra.
Periodo burrascoso che vedrà l’ascesa di Benito Mussolini e il suo conseguente allontanamento dal partito, l’affermazione di Fortichiari e dei compagni a lui più vicini alla guida della sezione socialista di Milano e, infine, anche il progressivo attestarsi della componente riformista, guidata da Filippo Turati e Anna Kuliscioff, su posizioni sempre più collaborazioniste con gli interessi del governo e del capitalismo italiano.

Il fatto veramente interessante, nella ricostruzione e analisi di quegli eventi e personaggi, è dato dal fatto che fino a quando la battaglia interna e sulle piazze sarà condotta sul piano della lotta economica e dei diritti dei lavoratori oppure della validità del suffragio universale o, ancora, della corruzione dei quadri parlamentari socialisti più orientati alla collaborazione filo-governativa o la loro appartenenza alla Massoneria, tutte le componenti riusciranno comunque a trovare un equilibrio, per quanto conflittuale, che permetterà alla struttura partito di procedere nel suo cammino. Anche se, come afferma l’autrice:

Sin dai primi mesi del 1912 la divisione già presente nell’ala destra del partito si rivelò insanabile, sia nel convegno nazionale contro la guerra organizzato a Milano dai riformisti di sinistra, che nel dibattito avvenuto alla Camera per ratificare il decreto reale di annessione della Libia. In questa sede i contrapposti interventi di Bissolati (che pur criticando l’impresa libica manteneva il suo appoggio al Ministero Giolitti) e di Turati (che espresse l’opposizione della sinistra alla politica governativa) sancirono pubblicamente la scissione fra i due riformismi5.

Di tale situazione poterono approfittare da una parte la Frazione rivoluzionaria, che nel giro di poco tempo riuscì a conquistare la maggioranza delle sezioni di un certo rilievo, anche se, come si afferma ancora nel testo, «l’ascesa dei rivoluzionari fu soprattutto “il frutto di uno sforzo di carattere organizzativo” che non corrispondeva ad un radicale rinnovamento “di idee e di programmi”»6. Dall’altra lo stesso Mussolini che, dopo esser da poco rientrato nelle fila del partito, al successivo XIII congresso del Partito Socialista, tenutosi a Reggio Emilia il 7 luglio del 1912, riuscì ad ottenere l’espulsione dal partito dei deputati Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca, individuati come rappresentanti della destra riformista.

Episodio che, dopo il tentativo fatto da Bonomi di presentare le scelte parlamentari della destra come sforzo di riconciliazione con lo Stato per «imbeverlo della forza operaia e popolare» in attesa di porre fine al «divorzio tra capitale e lavoro», sancì la prima significativa scissione nella storia del Partito Socialista7.
In tale contesto occorre cogliere l’affermazione delle forze più giovani e intransigenti del partito raccolte in buona parte nella federazione giovanile, ma anche «lo sviluppo di nuove forze sociali che la lunga depressione e la guerra libica avevano contribuito a creare»8.

Mentre già il primo conflitto mondiale andava accumulandosi a livello economico, militare e politico, fu possibile un breve periodo in cui le forze radicali interne al Partito socialista, il sindacalismo rivoluzionario e quello della Confederazione Generale del Lavoro poterono convivere, anche se in maniera spesso conflittuale, con l’ala riformistica del partito stesso.
Ma il colpo di pistola di Sarajevo del 28 giugno 1914 avrebbe significato non solo l’avvio di un conflitto tra imperi non più procrastinabile, ma anche il processo che avrebbe dato inizio al disfacimento della Seconda Internazionale e dello stesso partito socialista italiano.

Ed è proprio nel corso dell’anno che separò l’inizio delle ostilità tra le forze della Triplice Alleanza e della Triplice Intesa e l’entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, che tutti i nodi vennero al pettine, dimostrando come la questione dell’atteggiamento da tenersi nei confronti della guerra imperialista sia sicuramente estremamente divisiva ma, anche, dirimente più di qualsiasi altra sul piano delle politiche riformistiche, nazionaliste oppure rivoluzionarie.

Fa bene la Mingardo a sottolineare come Mussolini, indicato sempre come unico e vero traditore delle posizioni neutraliste del partito italiano, fosse in realtà in buona compagnia sia all’estero, dove i partiti socialisti tedesco e francese furono prontissimi ad approvare i crediti di guerra, sia in Italia dove sia all’interno del Partito che tra le altre forze di opposizione, sindacali e finanche anarchiche, furono tantissime le “conversioni” alla causa della guerra.

La prime contraddizioni inizieranno a manifestarsi proprio durante la cosiddetta “settimana rossa”, quando nel giugno del 1914, preceduta dagli scioperi dei ferrovieri e delle sigaraie, si sviluppò a partire da Ancora un movimento insurrezionale, che si estese in breve tempo ad altre regioni e che metteva insieme l’antimilitarismo con la protesta sociale per le condizioni salariali e di vita. Come annota la Mingardo:

Gli scontri sanguinosi della città marchigiana e la protesta spontanea che a macchia d’olio si estese in tutta la penisola non furono soltanto la reazione alla lunga serie di eccidi che distinsero l’Italia post-unitaria, ma rappresentarono nuovamente l’esplosione di una latente e disordinata carica rivoluzionaria delle forze proletarie.
Se sorprendente è l’assenza del partito, colto alla sprovvista dalla vastità del moto, ancor più sorprendente è l’assenza di Mussolini […] Il paese si rivolge al partito e al giornale, invoca una parola d’ordine, più volte preannunciata, “ma dietro la carta stampata dell’«Avanti!» non c’è niente”9

Citando Bozzetti, autore di Mussolini direttore dell’«Avanti!», aggiunge poi ancora: «Dopo aver predicato per anni la guerra, dopo aver identificato nel militarismo il nemico numero uno, dopo aver seminato l’odio contro le istituzioni militari […] quando scocca l’ora X Mussolini non è al suo posto»10.
L’ex-rodomonte socialista iniziava così a mostrare di che pasta fossero fatte le sue “radicali” affermazioni e a scivolare lungo il pendio che ben presto lo avrebbe portato tra le braccia dell’interventismo, del nazionalismo patriottardo e del militarismo stesso.

Il contesto in cui finirono col confrontarsi le differenti e irriducibili posizioni sulla guerra si rivela, attraverso le pagine del libro, non molto diverso da quello odierno, soprattutto per quanto riguarda il malessere che ben presto iniziò ad esplodere tra le classi popolari oltre che per il lento scivolamento verso la stessa proprio di quelle posizioni che pur volendosi “neutraliste” iniziarono a manifestare un atteggiamento decisamente anti-teutonico, pur dichiarandosi ancora non favorevoli ad un’entrata in guerra. Insomma un neutralismo che manifestava, nella sostanza una particolare avversione per uno dei contendenti del conflitto: quello austro-ungarico.

Posizione che iniziò a rivelare come le dichiarazioni indipendentiste e patriottiche di irredentisti come Cesare Battisti spingevano, inequivocabilmente, alla guerra nei confronti degli usurpatori delle “terre italiane”. Come afferma in un suo testo Luigi Cortesi, citato dall’autrice:

Questi atteggiamenti (anti-teutonici-NdR) ridimensionano qualitativamente la tradizionale leggenda di un PSI su posizioni coerentemente internazionalistiche. Il PSI – al di là del rigorismo formale di facciata – agì invece sul governo per evitare un possibile intervento a fianco degli Imperi Centrali e fin dall’inizio – esplicitamente o implicitamente – lasciò aperta la possibilità di un orientamento filio-intesista, differenziando in ogni caso subito le due parti belligeranti11

Mussolini nel frattempo, infiammando l’«Avanti!» con titoli come L’orda teutonica scatenata in tutta Europa, spingeva nella stessa direzione, oltre tutto rendendo ancora più evidente la sua tendenziosità nella cronaca bellica in cui, nonostante l’agosto del 1914 si fosse rivelato un mese di disfatte per gli eserciti dell’Intesa, i titoli del giornale socialista davano l’impressione che in realtà stessero vincendo. L’antitriplicismo però non era patrimonio del solo Mussolini poiché

da destra a sinistra il disorientamento percorreva il partito. Accanto alle dichiarazioni di alcuni riformisti (quali Treves12, Turati, Mondolfo, Graziadei) favorevoli alla “neutralità relativa”, emergevano le conversioni dei sindacalisti Alceste De Ambris, Filippo Corridoni, Decio Becchi, Livio Ciardi; dell’anarchica Maria Rygier13.

Mentre i partiti della cosiddetta sinistra finivano con lo schierarsi per un aiuto reale alle democrazie occidentali, l’unica voce a levarsi chiaramente contro la guerra fu quella di Amadeo Bordiga che, in un articolo pubblicato sull’«Avanti!»14, denunciava «le simpatie di “molti compagni” verso l’Intesa e demoliva le artificiose distinzioni tra guerra di offesa e guerra di difesa. La borghesia di tutti i paesi era la vera responsabile del conflitto o, meglio, lo era “il sistema capitalistico, che per le sue esigenze di espansione economica” aveva “ingenerato il sistema dei grandi armamenti”»15.

Bruno Fortichiari, collocandosi su altrettanto chiare posizioni intransigentemente antimilitariste e anti-imperialiste, poneva sullo stesso piano i blocchi contendenti, poiché l’Italia non doveva assolutamente lasciarsi «sedurre dalle sirene della Duplice Alleanza e della Triplice Intesa che indubbiamente prevedeva e attendeva l’aggressione per soffocare la Germania militarista e imperialista sì, ma anche forte concorrente nel campo industriale e coloniale»16.

Ma il testo edito da «pagine marxiste» ci rinvia al presente non soltanto dal punto di vista delle contrapposizioni ideologiche e politiche.

I paesi del vecchio continente non poterono sfuggire alla crisi generale che investì l’Europa allo scoppio della grande guerra. Sin dall’estate del 1914 l’economia italiana si trovò a fare i conti con il blocco navale inglese che impediva l’accesso nel Mediterraneo alla flotta della Triplice. Il provvedimento comportò l’aumento vertiginoso dei noli marittimi e “l’interruzione totale del traffico via mare da e per la Germania e l’Austria-Ungheria, e la più stretta dipendenza dall’Inghilterra per i rifornimenti”.
La mancanza di materie prime o il rallentamento nella loro fornitura, i provvedimenti governativi sulle restrizioni del credito e del commercio con l’estero, ebbero un’immediata ripercussione nell’economia: alle gravi carenze del mercato corrisposero il rialzo del costo della vita e l’aumento preoccupante della disoccupazione […] A peggiorare le condizioni di vita della sempre più numerosa popolazione disoccupata, contribuì la lievitazione del prezzo del pane. L’aumento incontrollato dell’alimento base fece scoppiare ovunque il grido di rivolta17.

Tumulti si ebbero a Bari, Caltanisetta, Napoli, Palermo, Catania, Pisa, Molfetta, Bitonto, Faenza con una forte presenza femminile all’interno delle stesse, spesso violente, manifestazioni affrontate con violenza superiore da parte dello Stato e con la dichiarazione dello stato d’assedio in alcune città coinvolte. Mentre, allo stesso tempo, il Governo e le forze di polizia permettevano e giustificavano le manifestazioni interventiste, spesso gonfiate artificialmente nei numeri ad uso della propaganda a favore della guerra.

Milano sia nel 1914 che nell’opposizione alle “radiose giornate di maggio” del 1915 fu spesso in prima linea con i suoi proletari, le lavoratrici e anche le donne della campagna circostante che protestavano sia per il peggioramento delle condizioni di vita che per il fatto che mariti e figli fossero stati richiamati o chiamati per la prima volta alle armi, aggravando così le già difficili condizioni economiche famigliari.

Di fronte all’inevitabile, la direzione del partito indirizzò al proletariato l’ultimo e drammatico manifesto inteso a separare le proprie responsabilità da quella delle correnti che avevano voluto la guerra. La lotta veniva rimandata al dopo, alla fine del conflitto. Il partito intanto si poneva “in disparte” – come scrisse l’«Avanti!» del 24 maggio 1915 – lasciando che la borghesia facesse la sua guerra18.

Fingendo una patina di nobiltà morale, la dirigenza socialista nazionale abbandonava definitivamente al suo destino un proletariato ancora combattivo che, però, avrebbe potuto essere indirizzato soltanto da un’organizzazione totalmente dedita al rovesciamento rivoluzionario dell’esistente, cosa che, certamente, il PSI non era e non voleva essere nella maggioranza della sua rappresentanza parlamentare e intellettuale.

Ma a gettare ancora benzina sul fuoco mai spento delle braci insurrezionali e rivoluzionarie giunsero nel 1917 le notizie provenienti dalla Russia e dalla rivoluzione che si era andata sviluppando colà. Fu così che nel maggio dello steso anno a Milano e poi ad agosto a Torino tornarono a svilupparsi violente azioni di massa contro la guerra, in cui la classe operaia, ancor prima dei militanti del partito fu in prima linea e sulle barricate.

E proprio a Milano, durante quelle manifestazioni portate avanti in maniera estremamente dura proprio dalle donne, Turati ebbe modo di osservare quaanta fosse la distanza che ormai separava l’ala riformista dalle masse che pretendeva di rappresentare in parlamento.
«Vogliono far la pelle ai signori – scrisse infatti ad Anna Kuliscioff – fra i quali, beninteso, siamo anche noi»19.

Prima della spesso e oggi fin troppo bistratta scissione del 1921 a Livorno, a rompere con il riformismo del PSI fu prima di tutto il proletariato delle grandi città industriali oppure trasferito al fronte e in divisa nel 1917.
Poi, nel novembre dello stesso anno, arrivò anche la risposta di migliaia di soldati italiani che autonomamente, e ancora una volta lasciati soli e privi di qualsiasi indicazione politica, abbandonarono il fronte e le trincee a Caporetto. Mettendo in pratica, senza magari neppure conoscerla, la parola d’ordine che era corsa lungo i fronti di guerra a partire dalla Francia: Facciamo come in Russia!

Ma la direzione nazionale del partito e Turati in particolare avrebbero continuato a procedere sulla linea di una sempre più stretta collaborazione col Governo in carica, sventolando la bandiera della “necessaria solidarietà” nei confronti dei profughi in fuga dal territorio profondo 70 chilometri in cui erano penetrate le truppe della Duplice, occupandolo. Un vero record nello sfondamento delle linee, visto che all’epoca la guerra permetteva di avanzare al massimo di qualche centinaio di metri al giorno.

La mobilitazione governativa e poliziesca affinché lo scontento interno non raggiungesse i soldati delle trincee si era già manifestata precedentemente, mentre i ferrovieri trasportavano verso le truppe al fronte i volantini inneggianti alla protesta e alla rivolta che la Sinistra intransigente cercava di diffondere a tutti i livelli. Nelle fabbriche, d’altra parte, il clima era diventato irrespirabile per le maestranze, poiché anche i lavoratori dovevano ormai rispondere ad un’autentica mobilitazione e militarizzazione del lavoro, in cui anche gli scioperi avrebbero potuto esser trattati come tradimento e diserzione.

Michele Fatica, citato dalla Mingardo, ha scritto in proposito:

Niente poteva essere più ben accetto alla borghesia industriale quanto la riduzione dell’operaio salariato alla condizione di lavoratore forzato. I dipendenti delle aziende dichiarate ausiliarie passano sotto la giurisdizione militare, quindi gli scioperi e le assenze ingiustificate vengono configurati come reati di ammutinamento o di diserzione20.

Dopo Caporetto alla vigilanza poliziesca e militare si aggiunse l’appello dei riformisti e di Turati alla collaborazione per un “governo di unità nazionale” per superare il ”difficile momento”. In antitesi con le affermazioni di Abigaille Zanetta, che aveva sostenuto che i socialisti dovevano «guardare a tutto ciò che si agita e si muove nelle masse, col proposito di assisterle, solidarizzare con esse, per averle collaboratrici al raggiungimento dei nostri ideali», Turati aveva già precedentemente affermato che «”solo l’isterismo e l’impulsività” potevano consigliare movimenti di folle, mentre l’azione del partito socialista doveva esser guidata “dalla riflessione e dalla ragione”»21.

Nell’estate precedente Caporetto, Lazzari (segretario del PSI dal 1912 al 1919) aveva rivendicato al partito “una tradizione di miglioramento sociale e di bontà” che non permetteva di contestare “il naturale sentimento di preferenza e di amore per il paese natio”, mentre dal fronte della futura frazione comunista la Zanetta

si soffermò sull’annoso dibattito riguardante il rapporto tra socialismo e patria e, negando a quest’ultima la propria “essenza”, sostenne “la necessità di demolirla”. L’oratrice inoltre affermò che la pace non doveva essere il fine ultimo del partito, anzi, a guerra conclusa, questo doveva “approfittare dei momenti di debolezza della classe capitalista per abbatterla” e facilitare l’avvento del socialismo22.

Bordiga già in precedenza aveva negato che compito del partito fosse quello di risolvere i problemi creati dal capitalismo stesso e che questo era impossibilitato, per proprie dinamiche, a risolvere.
Tutte queste affermazioni dimostrano che l’opposizione di sinistra era ormai passata ad una «matura scelta di classe che la guerra aveva contribuito a far emergere»23.

Lo spazio concesso da un articolo e da una recensione impediscono di approfondire maggiormente l’analisi di un testo che si rende indispensabile per chiunque voglia non solo approfondire la storia del movimento operaio e della Sinistra Comunista, ma anche per tutti coloro che, nella confusione oggi imperante sul tema della guerra, vogliano trovare un modello comportamentale e di analisi che superi con un subitaneo colpo d’ala tutte le inutili discussioni su guerra di aggressione o di difesa “dei patri confini”, diritti “umani” e tutte le altre infingardaggini liberal-democratiche che offuscano la reale funzione della guerra nella stagione, non ancora finita, degli imperialismi che già avevano infiammato i fronti europei di inizio ‘900, ottenendo però allora una ben diversa risposta politica e di classe. A Zimmerwald, Kienthal, Pietrogrado, Milano e Caporetto.

Poiché oggi come allora, la guerra tra stati e imperi, a differenza di quanto troppo spesso si afferma o si crede, non costituisce affatto un’eccezionalità in regime capitalistico, l’azione contro la stessa non può essere guidata ad un’impossibile unità di intenti tra forze agite da interessi diversi tra di loro, ma soltanto da una chiara visione del suo divenire e del necessario superamento delle contraddizioni insite nel modo di produzione che l’ha generata come inevitabile conseguenza della sua sfrenata ricerca di controllo delle ricchezze, dei mercati e delle risorse disponibili a livello planetario (lavoro umano compreso).


  1. Si veda: Giulio De Martino, Vincenza Simeoli, La polveriera d’Italia. Le origini del socialismo anarchico nel Regno di Napoli (1799-1877), Liguori Editore, Napoli 2004  

  2. Si veda ancora: Michele Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971  

  3. Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci, Einaudi, Torino 1958  

  4. Si vedano: Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, (a cura di Chiara Daniele), Einaudi, Torino 1999 e Giancarlo Lehner, La famiglia Gramsci in Russia, Mondadori, 2008  

  5. M. Mingardo, Cronache rivoluzionarie a Milano (1912-1923). Dalla Sinistra socialista alla Sinistra comunista, Quaderni di pagine marxiste – serie rossa, 2022, pp. 25-26  

  6. M. Mingardo, op. cit., p. 26  

  7. op. cit., p. 27  

  8. Ibidem, p. 26  

  9. Ibid., p.99  

  10. G. Bozzetti, Mussolini direttore dell’«Avanti!», Feltrinelli 1979, pp. 160-163 cit. in Mingardo, op.cit., p. 99  

  11. L. Cortesi, Le origini del PCI. Vol. I Il PSI dalla guerra di Libia alla scissione di Livorno, Laterza 1977, pp. 86-87, cit. in Mingardo, op. cit., p. 108  

  12. Che avrebbe dichiarato che la neutralità non era “un dogma, un imperativo categorico” e che “il vantaggio che oggi si conclama domani può non ravvisarsi più”. Non neutralità “passiva” dunque, ma “attiva ed energica” in La nostra neutralità, «Critica Sociale» (rivista teorica del partito diretta da Filippo Turati), 15-31 agosto 1914  

  13. M. Mingardo,op. Cit., p.109  

  14. A Bordiga, In tema di neutralità. Al nostro posto!, «Avanti!», 13 agosto 1914  

  15. M. Mingardo, op. cit., p. 111  

  16. B. Fortichiari, Abbasso la guerra!, «La Battaglia Socialista», 12 settembre 1914 cit. in Mingardo, op. cit., p.115  

  17. ibidem, pp140-141  

  18. ibid., p. 166  

  19. F. Turati-a. Kuliscioff, Carteggio, vol.IV. 1915-1918. La grande guerra e la rivoluzione, p. 501, lettera del 3 maggio 1917, cit. in Mingardo, op.cit., p. 206  

  20. M. Fatica, Origini del fascismo e del comunismo a Napoli (1911-1915), La Nuova Italia Editrice, Firenze 1971, p.428 cit. in Mingardo, op. cit, p.210  

  21. Mingardo, op. cit., p.213  

  22. ibidem, p.225  

  23. ibid., p.226  

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Il nuovo disordine mondiale / 13: Guerra e ipocrisia. Un’invettiva. https://www.carmillaonline.com/2022/05/02/il-nuovo-disordine-mondiale-13-guerra-e-ipocrisia-uninvettiva/ Mon, 02 May 2022 20:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71645 di Sandro Moiso

“Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine” (Ernest Hemingway) “Cosa preferiamo: la pace oppure star tranquilli con l’aria condizionata accesa tutta l’estate?” (Mario Draghi)

In tutte le guerre la prima a morire è la verità, così come hanno indirettamente dichiarato alcuni corrispondenti di guerra (qui) sulla falsariga di una ben più celebre e interessata frase di Winston Churchill (“in tempo di guerra la verità è così preziosa che dovrebbe essere circondata da un muro di bugie“), ma certamente il suo funerale è accompagnato dal [...]]]> di Sandro Moiso

“Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine” (Ernest Hemingway)
“Cosa preferiamo: la pace oppure star tranquilli con l’aria condizionata accesa tutta l’estate?” (Mario Draghi)

In tutte le guerre la prima a morire è la verità, così come hanno indirettamente dichiarato alcuni corrispondenti di guerra (qui) sulla falsariga di una ben più celebre e interessata frase di Winston Churchill (“in tempo di guerra la verità è così preziosa che dovrebbe essere circondata da un muro di bugie“), ma certamente il suo funerale è accompagnato dal trionfo dell’ipocrisia che la sostituisce con la propaganda intesa come unica fonte di informazione.

Il primo esempio di tale ipocrisia, forse il più importante e fuorviante, è proprio quello di voler definire, all’interno del ben più vasto crimine costituito dalla guerra, quelli che dovrebbero essere i crimini di guerra da addossare a qualcuno dei partecipanti a un conflitto. Una questione di lana caprina che trasforma le violenze odiose e i soprusi ignobili che accompagnano, inevitabilmente, i conflitti tra Stati e imperialismi in colpe specifiche di cui occorre accusare una delle parti in guerra. Possibilmente quella che la parte avversa spera destinata alla sconfitta.

Dalla prima guerra mondiale e dal congresso di Versailles e, in particolare, dal secondo dopoguerra in poi gli sconfitti del macello imperialista devono risultare colpevoli di “aggressione” e crimini indescrivibili, proprio per giustificare la parte svolta dei “buoni”, ovvero i vincitori, nel corso del conflitto. Motivo per cui la Germania, stato aggressore secondo i parametri individuati a Versailles nel corso del processo di risistemazione dei confini europei dopo il primo conflitto mondiale, fu condannata a pagare le riparazioni di guerra agli stati vincitori. Non importava se i generali di questi ultimi avevano mandato al macello, fatto fucilare o condannato alla follia milioni di giovani in divisa.

Dopo la seconda guerra mondiale furono i “criminali” di un’unica parte, quella sconfitta e nazista e possibilmente anche i più insignificanti sul piano politico ed economico, a sedere sui banchi del processo di Norimberga. Lo fecero rassegnati, spesso indossando occhiali scuri per nascondere gli occhi chiusi dei dormienti e degli annoiati, consapevoli che su quegli stessi banchi non avrebbero mai preso posto gli ideatori dei bombardamenti a tappeto sulle città tedesche, delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki oppure i generali sovietici che avevano mandato all’assalto le proprie fanterie senza alcun riguardo nel trattarle come autentica carne da cannone. La colpa doveva essere soltanto degli sconfitti. I buoni trionfavano, nelle ridefinizione del mondo e nell’immaginario.

Anche se a proprio in “casa” dei buoni alcuni dei principali esponenti dei cattivi avrebbero trovato riparo come scienziati (Wernher von Braun, ideatore delle V1 e V2 tedesche utilizzate per bombardare Londra e poi responsabile del primo programma spaziale americano), spie (tutti coloro che furono messi a capo di settori dei servizi occidentali nella Germania Ovest e in America Latina, dove avevano trovato rifugio, dopo aver accumulato “esperienze” negli apparati polizieschi e militari nazisti) e così via. Grazie anche all’aiutino fornito in molti casi dal Vaticano.

Già, crimini di guerra, ma solo quelli di una parte, e guai a sostenere, come fece Hemingway, che la guerra è un crimine in sé. Guai a sostenere che chi si oppone alla guerra, non si schiera, si dichiara antimilitarista, pacifista e antimperialista lo fa perché sa già in anticipo che la guerra porta con sé soltanto dolore, violenza, morte e distruzioni che ricadranno quasi sempre e principalmente sugli strati meno agiati della società, sulle donne, sui bambini, sui giovani, sugli anziani e sui lavoratori.

Domenico Quirico, in un testo già citato nella puntata precedente di questa serie di interventi sulla guerra, ha giustamente affermato:

Con leggerezza si parla della guerra, della sua necessità senza averne mai saggiato la pornografia della morte e la crudezza delle sue perversioni. Senza accorgersi che si lustra così la sua forza di attrazione, le si offre uno scopo, un senso, una dignità, una causa, un quarto di nobiltà. E’ un errore fatale1.

Spesso chi parla con troppa facilità e superficialità di “crimini di guerra” sembra voler far credere, oppure credere egli stesso, che esistano guerre pulite, senza ricadute sui civili. Ammaestrati da un immaginario cinematografico di stampo hollywoodiano in cui al massimo sono gli “eroi” a morire. Ignorano, i sostenitori della guerra pulita e intelligente, possibilmente democratica, che dal secondo conflitto mondiale e per tutta la seconda metà del secolo appena trascorso sono stati i civili a subire il maggior numero di perdite, violenze di ogni genere e patimenti. In un crescendo in cui dalla Palestina a tutto il Medio Oriente, dal Vietnam a tutte le tragedie asiatiche fino alle guerre balcaniche (di cui i media si dimenticano sempre, fingendo che prima della guerra in Ucraina non vi siano più state guerre sul territorio europeo fin dal 1945) e passando per le tragedie infinite del continente africano e del sub-continente latino-americano sono stati milioni i civili uccisi, mutilati, stuprati, torturati. Di ogni genere e età, ma non sempre appartenenza sociale, poiché in fondo alla scala stanno sempre i poveri, i lavoratori, i senza riserve. Vittime della violenza del capitale sia in guerra che in pace.

Se poi qualcuno osasse ricordare le bufale che accompagnarono la caduta di Ceausescu, senza per altro voler affatto difendere la sua dittatura personale, con i cadaveri tirati fuori dalle fosse per dimostrare una strage mai avvenuta a Timisoara nel 1989, oppure ricordare che sulle pagine del «Guardian», quotidiano britannico tutt’altro che filo-putiniano, sarebbe apparsa un’inchiesta in cui si rileverebbe che diverse vittime di Bucha sarebbero state abbattute da proiettili ucraini2 o, ancora, ricordare come tre ben noti salotti televisivi (Piazza Pulita, Controcorrente e Porta a porta) abbiano utilizzato immagini tratte da un videogioco per illustrare la “struttura inespugnabile” dei bunker sottostanti alle acciaierie Azovstal di Mariupol, allora apriti cielo e caccia all’untore filo-putiniano e creatore di fake news anti-occidentali.

Guai a dire che il diritto che riconosce la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e imperiali è un diritto che non è tale, che è nato morto per disseminare la Morte in nome degli interessi nazionali, geopolitici e proprietari. Guai a dire soltanto che, anche nel contesto di un diritto internazionale segnato dal marchio di produzione capitalistico e borghese, chi invia armi ad un paese in guerra è cobelligerante di fatto. Tanto poi ci penserà la propaganda a spiegare che era inevitabile finire in guerra a causa dell’aggressività del nemico. E che le armi servono a disseminare la Pace. Anche quando, nelle parole di leader come Boris Johnson e dei media occidentali, non servono più a difendere la nazione “offesa”, ma ad aggredire e colpire l’ avversario. In casa, sul “suo” territorio.

Un “nemico odioso” che ci obbliga a scegliere tra il nostro meritato benessere e la rinuncia a qualche grado di fresco in estate e di caldo in inverno, mentre i nostri democratici governanti si arrovellano tra l’accontentare le richieste del socio di maggioranza a stelle strisce e le necessità, non della popolazione civile e reale, dei soci di minoranza (impresari, investitori, compagnie petrolifere e del gas, banchieri e finanzieri) che potrebbero subire gravi perdite nei loro interessi economici e manifatturieri.

Già, ma non chiamateli oligarchi. Loro no, loro sono altra cosa. Si nutrono di carne umana e di lavoro vivo, di prebende statali e interessi politico-mafiosi ma, non scherziamo, son mica russi!
Hanno giornali e televisioni, si son comprati giornalisti, intellettuali e politici di ogni risma, colore, sesso, età e origine sociale. Controllano il mercato azionario e delle materie prime, magari rivendendo le scorte accumulate ad altri paesi per approfittare degli alti prezzi causati dalla speculazione ancor prima che dalla guerra, ma no chiamateli oligarchi. No, magari squali e profittatori, come furono definiti dopo il primo conflitto interimperialista da coloro che seppero ribellarsi alla prima carneficina su scala mondiale.

Un “nemico odioso” che, nella vulgata propagandistica a favore della guerra, si annida in ogni Stato che non abbia accolto a braccia aperte la predicazione liberal-democratica troppo spesso associata al biancore della pelle e alla religione cristiana. Stati canaglia che perseguono interessi contrastanti con quelli del ricco Occidente. Nemici sicuramente nazionalisti, autoritari, fascisti e imperialisti e per questi motivi, appunto, non troppo diversi dai governi che ci vogliono armare in difesa dei propri interessi che qui, come nei paesi “nemici”, non coincidono mai con quelli della maggioranza della popolazione e della specie.

E non importa che i governi dei paesi democratici, come l’Italia, possano agire in piena libertà extra-costituzionale per fornire armi di ogni genere al novello alleato. Senza sentire la necessità di informare, almeno formalmente, quel parlamento che nella narrazione democratico-liberale dovrebbe costituire il cuore della democrazia rappresentativa. Ma non preoccupiamocene, poiché ogni guerra è stata dichiarata sempre sopra e oltre il dibattito parlamentare. La centralizzazione del potere riguarda anche, e forse soprattutto, questo: lo stato d’eccezione. E cosa può esserci di più eccezionale di una guerra, magari mondiale?

Motivo per cui anche il piagnisteo del pacifismo generico o di chi vorrebbe salvare almeno la facciata di sinistra di partiti scaduti da tempo, appartiene, in fin dei conti alla stessa ipocrisia. Quella che non denuncia mai le reali radici della guerra, delle mafie, della distruzione ambientale e sociale, dell’impoverimento e dello sfruttamento esercitato da una classe sociale ristretta sul resto dell’umanità.

Umanità che, soprattutto nel continente africano e in Medio Oriente, sarebbe condannata soltanto ora, secondo la vulgata ipocrita della propaganda di guerra, alla fame, a causa del conflitto scatenato dall’”odioso nemico” in Ucraina3. Minaccia cui la gestione capitalistica e imperiale dell’esistente intende rispondere con quelle scelte e tecnologie che proprio hanno contribuito a creare quella fame e quella povertà diffusa soprattutto in Africa. Magari suggerendo, proprio per l’Africa sub-sahariana, strategie innovative basate sulla digitalizzazione e il “miglioramento genetico” delle colture tradizionali4.

Umanità che non è più costituita da proletari o poveri, ma da “persone fragili”, in modo da disconoscerle qualsiasi caratteristica sociale riconducibile alle classi e ai loro conflitti nei confronti di una sempre più diseguale ripartizione delle ricchezze e delle risorse. Umanità che là dove alza la testa e si ribella al giogo infame dell’imperialismo, del sionismo e dei corrotti governi locali, non ha mai potuto usufruire dell’appoggio militare dei paesi che oggi foraggiano abbondantemente la “resistenza” ucraina. Umanità per la quale il presidente Mattarella non ha mai speso parole di elogio, non soltanto quando era sottosegretario alla Difesa ai tempi dei bombardamenti sulla Serbia e i Balcani. Umanità che quando si arma e resiste è definita dai nostri governanti come dagli altri governi occidentali non “resistente”, ma “terrorista”. Motivo per cui, a differenza degli “eroici” volontari che accorrono in difesa dell’Ucraina, non importa se nazisti o membri effettivi delle forze speciali americane e inglesi, quelli che vanno a combatter sul fronte del Rojava, pur in qualche modo riconosciuto dagli Occidentali in funzione anti-turca, al ritorno in patria devono sottostare a pesanti misure di sicurezza preventive. Come nel caso di Eddi Marcucci e tanti altri militanti italiani.

Affermazioni che nel loro insieme rendono evidente la necessità dello spaccio dell’ipocrisia trionfante, parafrasando l’eretico Giordano Bruno e la sua opera intitolata Spaccio de la Bestia trionfante (1584), opera filosofica di cui uno degli intenti principali resta fondamentalmente quello della polemica di Bruno contro la Riforma protestante, che agli occhi del Nolano rappresentava il punto più basso di un ciclo di degenerazione iniziato col cristianesimo. E in cui il termine “spaccio” sta per “cacciata”. Unica e definitiva degli antichi vizi che da secoli accompagnano la vulgata occidentale, razziale e cristiana del mondo.

(13 – continua)


  1. Domenico Quirico, L’ebbrezza militarista che spinge al conflitto, «La Stampa» 28 aprile 2022  

  2. Si veda: Francesco Borgonovo, Intervista a Toni Capuozzo – «La propaganda non è da una parte sola: il dubbio è un dovere», «La Verità», 28 aprile 2022, p.9  

  3. Si veda, a solo titolo di esempio: La guerra mondiale del cibo. Gli effetti alimentari del conflitto in Ucraina minacciano miliardi di persone fragili, «Scenari» n°5, a29 aprile 2022  

  4. Ancora su «Scenari» n°5: Roberto Pretolani, La tecnologia alimentare può salvarci dalle crisi; Mario Enrico Pè e Leonardo Caproni, Il matrimonio fra genetica e tradizione contadina.  

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