precariato – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 28 Jul 2026 21:55:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La recessione interiore https://www.carmillaonline.com/2019/03/08/la-recessione-interiore/ Thu, 07 Mar 2019 23:01:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51473 di Giovanni Iozzoli

Avete presente i vecchi film di indiani in cui improbabili Apaches si mettevano a culo in aria, con un orecchio ben piantato per terra, onde avvertire in lontananza l’arrivo del treno o lo scalpiccio dei cavalli? Ecco, quella è la postura assunta da imprenditori ed economisti italiani negli ultimi cinque mesi – più o meno dall’ultimo trimestre del 2018. Solo che i pellerossa in fase di ascolto erano intrepidi e impassibili, mentre le nostre sedicenti classi dirigenti, appaiono tremebonde, spaesate, sempre sull’orlo della crisi di nervi. E quell’orecchio schiacciato sui [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Avete presente i vecchi film di indiani in cui improbabili Apaches si mettevano a culo in aria, con un orecchio ben piantato per terra, onde avvertire in lontananza l’arrivo del treno o lo scalpiccio dei cavalli? Ecco, quella è la postura assunta da imprenditori ed economisti italiani negli ultimi cinque mesi – più o meno dall’ultimo trimestre del 2018. Solo che i pellerossa in fase di ascolto erano intrepidi e impassibili, mentre le nostre sedicenti classi dirigenti, appaiono tremebonde, spaesate, sempre sull’orlo della crisi di nervi. E quell’orecchio schiacciato sui pavimenti dei loro eleganti uffici riceve solo segnali preoccupanti. Si sa che il nemico è in avvicinamento, se ne vedono tutti gli effetti già pienamente squadernati: fatturati, ordinativi, scorte, inflazione, tutti gli indicatori hanno il segno meno, e con persistente continuità.

In Italia siamo passati da un periodo di contenuta euforia – la crisi è passata, concentriamoci sulla terribile bellezza e la geometrica potenza dell’industria 4.0 –, all’attuale panico mal dissimulato. Il dio capricciosissimo del ciclo economico sta compilando nuovi elenchi di predestinati all’inferno: i fedeli non si salveranno mediante le opere – eppure ci danno dentro di brutto, attraverso l’intensificazione dei ritmi, le condizioni di sfruttamento, la compressione dei salari, il dumping contrattuale. Fanno il loro dovere, gli imprenditori italiani: piangono e fottono, soprattutto i lombardo-veneti – che dentro la crisi, con riflesso automatico, abbandonano le compassate velleità mitteleuropee e si riscoprono interpreti del più melodrammatico mammismo mediterraneo. Aiutateci, aiutateci tutti a stare in piedi, a rimanere sul mercato, compattiamoci, abbiamo bisogno.

Adesso la panacea di tutti i mali, il rimedio anticiclico per eccellenza, sono diventate le grandi opere – come se la realizzazione di una bretella stradale Sassuolo-Campogalliano, nel modenese, ad esempio, potesse invertire il corso della crisi globale. In una disperata assillante richiesta di risorse e intervento pubblico, il capitalista si scopre veterosocialista ogni volta che sente puzza di fallimento: bisogna sganciare soldi pubblici per la sostenibilità del sistema bancario, per incentivare l’innovazione, per lanciare le start-up, per stimolare nuove assunzioni, per coprire le carriere contributive dei precari-massa, per martoriare il paese solcandolo di nuove inutili lingue d’asfalto – soprattutto il catino padano, insalubre epicentro europeo del tumori, in cui la costruzione di nuove strade dovrebbe essere vietata per legge, come la circolazione di gran parte del parco veicoli. Volevi solo i soldi – canta Mahmoood e sembra un’invettiva contro l’imprenditore italiano. Cambierebbe il suo Keynes con due Friedman e un Adamo Smith? Nessun padrone italiano accetterebbe il cambio, perché il mercato è bello quando funziona e gonfia dividendi e compensi. Ma quando si inceppa, quando i suoi inafferrabili meccanismi interni smettono di valorizzare i capitali in circuito, allora il sistema si rivela farlocco, spericolato, distruttivo e insostenibile anche per i suoi cantori. E lo Stato – la potenza etica del Def – ridiventa imprescindibile. Del resto, non li abbiamo sempre tacciati di “ordo-liberismo”? Laddove ordo per loro vuol dire soldi pubblici alle imprese private. Lasciamole studiare ai ragazzi all’università, le favolette sui mercati. Chi “fa impresa” è dedito al pragmatismo.

Già, ma chi è che fa impresa nell’Italia del 2019? Siamo la seconda manifattura d’Europa, ma che peso specifico abbiamo come sistema industriale? Siamo consapevoli che il nostro manifatturiero è per il 95% formato da micro-aziende? È da qui che dovrebbe nascere il “partito degli industriali” che auspica disperatamente «Repubblica»? Come fa questa mucillagine a rivendicare un ruolo di moderna borghesia, di classe dirigente, ad avviare una qualsivoglia riflessione sui modelli di sviluppo o di consumo? Dice qualcosa il fatto che il presidente di Confindustria sia oggi un morto di fame salernitano con un’aziendina da quaranta milioni di fatturato? (E poi quel Boccia lì è una figura inquietante: non ha alcuna espressione o motilità facciale, sembra manchi di un vero volto, come Fantomas – e anche questo dato fisiognomico è una buona metafora dello stato dell’impresa italiana).

La crisi non è mai passata, assume semplicemente un andamento irregolare perché il ciclo è sottoposto a una moltitudine di condizionamenti, anche politico-militari, che ne modificano imprevedibilmente il corso. Cinque o sei anni sono un tempo storicamente irrisorio e ininfluente, per giudicare i cicli economici. Solo degli inguaribili ottimisti potevano pensare che “c’eravamo saltati fuori”: in base a cosa, a quale nuovo filone aureo di investimenti, in base quale forte domanda aggregata, sostenuta da quali redditi? Eravamo usciti dalla crisi per la benedizione dello Spirito Santo? Quali cause erano state poste – non dico nel mondo, ma almeno a livello europeo – per contrastare il rischio di inevitabili ricadute? Oggi si dà la colpa a Trump, al contenzioso commerciale con la Cina, alla persistente instabilità del Medio Oriente, mentre dieci anni fa si dava la colpa alla voracità dei grandi attori finanziari e ai mutui subprime. Come se il sistema fosse sano ma occasionalmente deviato dal peccato o dall’imperizia. Tutti sanno che le contese commerciali non sono cause di crisi, bensì sue manifestazioni epifenomeniche. Tra compari si litiga e ci si accoltella quando il bottino è scarso: le guerre daziarie di solito precedono quelle militari.

Quindi torniamo a noi, ai padroncini italiani, le seconde e terze generazioni di quelli che avevano fatto il boom. I nostri baldi capitani d’impresa sono lì accovacciati con un orecchio in terra, il «Sole 24 Ore» in mano, lo sguardo perso rivolto a consulenti e collaboratori. Il range di scelte che hanno davanti è obiettivamente ristretto: la maggior parte delle impresuccie italiane non ha capitali e know how per fare competizione “sui processi e sui prodotti”. Si tratta di aziende che in questi anni, nel migliore dei casi, sono tornate a fare i contoterzisti del sistema franco-tedesco, enormemente più solido. I più attrezzati continuano ad esportare, dentro settori in cui permane una vocazione specialistica, settoriale, nella quale mantengono il primato. Ma anche questa faccenda dell’export a tutti i costi, sta rivelando l’altra faccia della crisi italiana. Sta a galla chi esporta perché l’Italia è un mercato di consumo chiuso, saturo, esposto a ogni genere di penetrazione di prodotti low cost, a causa della caduta dei redditi. In questa condizione, Boccia-Fantomas accetterebbe di buon grado anche un piano quinquennale varato dal Gosplan.

E poi chi è in grado oggi di competere e aumentare i volumi, ha sempre qualche carta nascosta nella manica. A Modena ha destato clamore nazionale la vertenza Italpizza – azienda esportatrice in crescita, eccellenza dell’agroalimentare, ben ammanicata con la politica che la additava come esempio virtuoso. In seguito a una dura lotta ai cancelli, in cui sono volati decine di lacrimogeni (ed è stato utilizzato per la prima volta il decreto Salvini per denunciare penalmente gli operai che facevano i blocchi stradali) i lavoratori Italpizza hanno conquistato le prime pagine locali: e i modenesi hanno scoperto che in quell’azienda-goiello si vessano normalmente i dipendenti, gli orari sono impossibili e più dell’80% di loro sono precari, poveri, in mano alle solite cooperative, inquadrati con il più miserabile dei contratti – quello delle pulizie – anche se farciscono le pizze che poi troviamo nei banchi surgelati. Pure il benpensante medio modenese ha cominciato ad arricciare il naso: non è che si sta eccedendo, con queste robacce? Non è che a forza di impoverire e precarizzare, finisce che tagliamo il ramo sui cui siamo tutti seduti? Si, è proprio così. I rimedi alla caduta dei profitti ne accelerano il corso. Sembra un bignamino marxista. E poi in certi territori permane una memoria di mobilità sociale e di dignità del lavoro, un residuo dei tempi gloriosi in cui l’impiego operaio non era una condanna alla miseria e alla dequalificazione. La chiamavano “coesione sociale” e sembra un’antica leggenda.

Anche gli economisti cominciano a manifestare qualche perplessità. E i giornalisti economici – sottocategoria sfigata dell’ambient – annusano l’aria. Migliaia di accademici e studiosi continuamente impegnati a sfornare saggi e consulenze e mai nessuno che sia in grado di effettuare una qualche realistica previsione: anche questa fase della crisi, fino alla primavera scorsa, non era stata predetta da nessun economista maistream. Viene da pensare che davvero le facoltà economiche coltivino generazioni di falliti, nottole di Minerva che, con i loro grafici stretti nel becco, provano a spiegare ciò che già è in essere, sotto gli occhi di tutti. E comincia a manifestarsi qualche legittimo dubbio anche tra i sapienti. In tutto il mondo occidentale esiste un gigantesco problema di caduta dei redditi da lavoro (una quota crescente di americani non riescono a onorare i prestiti subprime per l’acquisto dell’auto, altro che i mutui casa del 2008). E qualcuno (vedi il pasdaran riformista Fubini) sta iniziando a nutrire il timido sospetto che ciò rappresenti un problemino rilevante, rispetto a ogni velleità di ripresa. A Parigi da 4 mesi migliaia di persone anziché impegnarsi nello shopping del sabato pomeriggio, vanno a spaccare vetrine in centro: c’è una qualche connessione macroenomica tra questi comportamenti sociali, l’andamento del ciclo e la distribuzione del reddito nazionale? Qualche studente del primo anno di Economia e Commercio, potrebbe spiegarlo ai suoi prof?

E i sindacati, cosa annusano nell’aria mentre la recessione si avvicina? Sono francamente terrorizzati anche loro. Il fatto è che il capitalismo è un sistema di oggettiva corruttela morale: cioè corrompe le menti, costringe alla complicità anche chi dovrebbe esserne contrappeso. Il sindacato dentro un sistema capitalistico che si destabilizza o si impoverisce, perde progressivamente peso. Perde cioè il potere di interdizione e di contrattazione, che rappresentano i suoi fondamenti: antico dilemma del movimento operaio, la “lotta economica” è efficace solo se il capitalista guadagna e la macchina gira. È dal 2008 che, con queste materialissime contraddizioni, il movimento sindacale tutto, in Italia e in Occidente, ci sta sbattendo il grugno: i posti di lavoro persi, le aziende chiuse o delocalizzate, i territori impoveriti; e a catena, meno scioperi da praticare o minacciare, meno quote-delega, meno risorse, meno delegati e attivisti disponibili. Non è un caso che negli ultimi dieci anni, l’unico settore in cui si siano sviluppati lotte e organizzazione, sia quello della logistica, settore fisiologicamente in crescita per i colossali cambiamenti dei mercati e dei consumi. I sindacati da un po’ di tempo stavano ricominciando a fare un po’ di contrattazione aziendale, finanche con qualche elemento “acquisitivo”, dopo che per lunghi anni avevano svolto essenzialmente il ruolo di enti di cogestione degli ammortizzatori sociali. Qualche azienda, qua e là, a macchia di leopardo, aveva ricominciato timidamente ad assumere, sbloccando il turn over. I milioni di ore di cassa integrazione si erano andati anno dopo anno riducendo. E l’ipotesi di tornare al punto di partenza – tra l’altro con uno strumentario di ammortizzatori sempre più povero – deprime oggi anche i più arditi.

E gli operai e le operaie, gli impiegati, i tecnici, i precari del lavoro privato italiano, come vivono questa quasi-recessione ormai conclamata? Dieci anni di crisi hanno colpito duramente consapevolezza e morale. È come se l’orizzonte della crisi fosse stato interiorizzato, come se rimanere senza lavoro o perdere fette consistenti di reddito, facesse parte dell’ordine naturale delle cose. Perché fasciarsi la testa? Se arriva arriva. Pazienza per i mutui da onorare, per le rate dell’università dei figli, per carriere che si trasformano in corse ad ostacoli verso la pensione. E questo è uno dei segreti della longevità del capitalismo: riuscire a convincere i proletari che le sue categorie – il mercato, la valorizzazione e appunto la crisi – siano elementi naturali. E nelle zone industriali la memoria del 2008 è ancora vivida e terrorizzante: le aziende che chiudevano, migliaia di interinali e partite Iva a casa dalla sera alla mattina senza preavviso, microimprenditori strangolati dalla stretta creditizia e dall’annullamento delle commesse. Nei baretti di periferia si attendevano con ansia i dati dell’indice Nikkei.

Torna in mente una vecchia intervista al professor Cacciari, nel 1989. Nei giorni convulsi della caduta del blocco socialista, l’esimio accademico ebbe a dire: «oggi non possiamo più definirci marxisti, perché altrimenti dovremmo andare davanti ai cancelli delle fabbriche a raccontare ai lavoratori che per loro nel capitalismo non c’è alcun futuro!». E lo diceva in modo paradossale, come a dire, «suvvia: siamo alla vigilia di una belle epoque, di un rinascimento globale, basta con gli antichi pessimismi dei nostri vecchi maestri». Oggi, invece, sarebbe proprio necessario farli quei due passi davanti ai cancelli e dire parole di cruda verità sul futuro nostro e del nostro mondo. Un giorno per le prossime generazioni che avranno conquistato la libertà di un nuovo discorso anticapitalista, il nostro modo di produrre sembrerà una vecchia irrazionale superstizione.

Esistono spesso, nelle brutte zone industriali della Padania, degli spazi abbandonati tra gli stabilimenti; là dove finisce il muro di cinta di un capannone, si apre uno spazio di terra abbandonato che termina trenta o cinquanta metri più in là, per lasciare il posto alla recinzione di un’altra azienda. Sono pezzi di campagna che nessuno cura, pieni di rovi, spine, arbusti storti e intricati; o brulli, senza vegetazione, con la terra nera e secca, che d’inverno è sempre ghiacciata. I comuni non hanno i soldi per pulire, le piccole aziende pure, e forse non si sa neanche bene di chi è la competenza. Forse quei pezzi di terra sono ancora di proprietà di vecchi contadini ormai morti, che quaranta o cinquant’anni fa vendettero le loro aree agricole a vecchi imprenditori, morti pure loro. Quelle zolle ghiacciate sono i testimoni muti di un passaggio, di una transizione, di un cambio d’epoca. A qualcuno danno inquietudine, evocano l’idea di una bocca sdentata e malandata. Rappresentano l’ombra della povertà rurale, che solo un paio di generazioni prima fu il nostro pane. Meglio non fissare troppo lo sguardo su quei vuoti, di questi tempi.

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“Tutti gli esseri umani sono imprenditori” https://www.carmillaonline.com/2019/02/28/tutti-gli-esseri-umani-sono-imprenditori/ Wed, 27 Feb 2019 23:01:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51115 di Sandro Moiso

Silvio Lorusso, ENTREPRECARIAT. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro. Prefazione di Geert Lovink. Postfazione di Raffaele Alberto Ventura. Progetto grafico e layout di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, Krisis Publishing, Brescia 2018, pp. 228, euro 18,00

Ancora una volta Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, con la loro Krisis Publishing, centrano l’obiettivo pubblicando un testo che è allo stesso tempo interessante, provocatorio, bello e graficamente elegante. Entreprecariat nasce dall’omonimo blog lanciato da Silvio Lorusso nel 2016. Da allora il termine imprendicariato e il suo corrispettivo inglese si sono man [...]]]> di Sandro Moiso

Silvio Lorusso, ENTREPRECARIAT. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro. Prefazione di Geert Lovink. Postfazione di Raffaele Alberto Ventura. Progetto grafico e layout di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, Krisis Publishing, Brescia 2018, pp. 228, euro 18,00

Ancora una volta Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, con la loro Krisis Publishing, centrano l’obiettivo pubblicando un testo che è allo stesso tempo interessante, provocatorio, bello e graficamente elegante. Entreprecariat nasce dall’omonimo blog lanciato da Silvio Lorusso nel 2016. Da allora il termine imprendicariato e il suo corrispettivo inglese si sono man mano diffusi in Italia e all’estero tra giornalisti, teorici e artisti. Oggi si parla di imprendicariato a proposito del disagio dei Millennials, dello sfruttamento creativo del popolo degli Hackathon, del logorio prodotto da una socialità ormai convertita in investimento.

Come il precedente Atlante dei classici padani, edito anch’esso dalla Krisis Publishing (qui), aveva contribuito a destrutturare l’immaginario leghista delle eccellenze padane, così l’attuale testo contribuisce alla demolizione di un immaginario lavorativo-imprenditoriale in cui, ancora una volta, il capitalismo e le sue regole sembrano costituire l’unico orizzonte possibile per il futuro, oltre che per il presente, della specie umana.

Imprenditore o precario? Sono questi i termini di una dissonanza cognitiva che fa apparire tutto come una mastodontica startup. Silvio Lorusso ci guida alla scoperta dell’“imprendicariato”, un universo fatto di strumenti per la produttività, di poster motivazionali e di tecniche di auto-aiuto per risultare ottimisti. Un mix di ideologia imprenditoriale e precarietà diffusa che regola social media, mercati online per il lavoro autonomo e piattaforme di crowdfunding.

La figura dell’imprenditore precario, autentico ossimoro fattosi carne attraverso una spericolata e sfacciata operazione di restyling dell’ideologia capitalista basata sull’esaltazione del lavoro, è posta al centro di un’analisi acuta che, suddivisa in tre parti ben distinte (Core Values, Assets e Platforms), affronta nella prima la definizione di cosa è un imprenditore e cosa significa l’esser precario.
Nella seconda la trasformazione antropologica e culturale che nel corso degli ultimi decenni, e in particolare dopo la crisi del 2008, ha portato il lavoratore, specialmente quello che un tempo si sarebbe detto “intellettuale”, ad essere più che occupato in un lavoro regolare ad essere busy (indaffarato) per la maggior parte del suo tempo di vita.
E, infine, nella terza lo sviluppo di alcune piattaforme molto diffuse nell’uso dei social network (come LinkedIn e Fiverr), destinate a costituire, in forme diverse, un’autentica “piazza” mondiale su cui porre in vendita, a costi sempre più ridotti, servizi e competenze prodotti da una forza lavoro disgregata e costantemente posta in competizione con tutti gli altri membri della stessa categoria.
Spesso riferibile a quella dei cosiddetti “creativi”, ma non solo.

Un’autentica corsa al ribasso e alla svalutazione di ogni competenza cognitiva e lavorativa travestita da concorrenza imprenditoriale che scarica sull’individuo solo, isolato e privo di “alleati”, il costo economico e psicologico di una crisi di valorizzazione dl capitale che soltanto dall’intensificazione dello sfruttamento del lavoro svolto dagli esseri umani e dalla sua contemporanea svalutazione economica (sempre più lavoro da svolger in tempi sempre più ridotti per retribuzioni sempre più contenute) può trarre momentaneo sollievo.

Entreprecariat parla quindi di imprenditorialità, ma non è un manuale di auto-aiuto per «farcela». E anche se sullo sfondo rimangono le immagini degli imprenditori di successo, oggi divenute autentiche icone anche della cultura di massa attraverso la diffusione di produzioni cinematografiche e televisive che ne esaltano le “imprese” e l’individuale capacità di affrontare le difficoltà, non si tratta nemmeno della solita agiografia di “visionari” del business come Steve Jobs o self-made man come Flavio Briatore. Al contrario, il libro descrive la realtà che circonda i cosiddetti «imprenditori di se stessi»: freelancer, disoccupati spinti o costretti a sviluppare una mentalità imprenditoriale per non soccombere alla precarietà crescente che coinvolge l’ambito professionale, quello economico nonché quello esistenziale.

Anche se la prima parte del testo sviscera completamente la problematica di cosa significa essere precari oggi, attraverso le analisi di autori e studiosi quali Guy Standing, Richard Sennett, Raffaele Alberto Ventura e Alex Foti, sono le due parti successive ad aprire, davanti agli occhi del lettore, un autentico oceano di manipolazioni del reale, delle coscienze e dell’idea di vita e di lavoro che lo costringono a riflettere su quali siano le autentiche e profonde trasformazioni in atto nella società a livello mondiale. Non solo sul piano economico ma anche, e forse soprattutto, antropologico.

Se infatti già il lavoratore salariato del tardo Ottocento e del Novecento era stato spinto a confondere l’esser salariato e sfruttato con una forma di orgoglio professionale che lo legava alla sue autentiche catene, rappresentando forse uno dei maggiori ostacoli ideologici all’affermazione della classe per sé in opposizione ai rapporti di produzione capitalistici1 , oggi lavoratori privi di qualsiasi certezza di continuità lavorativa sono spinti a vivere avvinghiati al lavoro anche quando questo, per periodi più o meno lunghi, non c’è oppure non è certo sufficiente per il loro sostentamento economico.

Costretti a lavorare in spazi e con strumenti che non sono forniti loro dal datore di lavoro, ma che devono procurarsi essi stessi nell’illusione di essere liberi.
Nomadi come spesso si sente dire. Ma questo nomadismo precario, caratterizzato spesso da uno zainetto in cui contenere tutti gli strumenti di lavoro trasportabili (PC, tablet, smartphone, cellulari di ultima o ultimissima generazione) spinge quegli stessi ad essere spesso i primi a sperare nel precariato altrui, sia per sfruttarlo come servizio a basso costo, sia come opportunità per una propria, e quasi sempre impossibile, affermazione individual-imprenditoriale. Ecco l’autentica magia, l’autentica fake fattasi verità incontestabile che si muove come un fantasma nella mentalità diffusa e devastante, soprattutto a causa dello stress psicologico che ne consegue, di milioni di giovani aspiranti a un lavoro sempre più proteiforme ed inafferrabile. Rovesciando la famosa affermazione di Warhol in cui si diceva che un giorno tutti sarebbero stati famosi per pochi minuti, oggi si potrebbe dire che tutti potranno essere prima o poi lavoratori creativi, oppure più drammaticamente semplicemente lavoratori, per poche ore.

Come è però possibile che tale drammatica realtà possa reggere su gambe così fragili come quella costituita dal possibile successo imprenditoriale futuro in cambio di una vita di stenti e quasi priva di pause dall’ossessione lavorativa?
Uno strumento importante e determinante è stato forse quello della diffusione di una generale visione positiva della vita, in cui ogni negatività deve essere rimossa perché potrebbe essere sinonimo dell’insuccesso personale e in cui ogni delusione e sconfitta dell’individuo è vista sostanzialmente come attribuibile ad errori pregressi del soggetto stesso.

Ecco allora, anche se Lorusso non ne parla, che si comincia a comprender l’importanza della diffusione fin dagli anni ’80 del secolo scorso delle ideologie New Age, di una visione positiva dell’esistente ispirata da fasulle meditazioni trascendentali tratte da filosofie asiatiche ricucinate in salsa occidentale, di canzoni con versi quali “penso positivo perché son vivo, perché son vivo”, oppure a collane editoriali come quella offerta in questo periodo dal Corriere della sera dedicate alla Mindfulness ovvero alla capacità di controllare e “sfruttare” appieno la propria mente.

Una gigantesca rimozione della teoria critica, e quindi negativa, dell’esistente e del capitalismo che oggi giunge a sfiorare i movimenti sedicenti antagonisti, oltre che aver impregnato le mentalità precarie, là dove si afferma che non si può sempre dire No, ma occorre saper essere propositivi. Dimenticando così che, ormai, qualsiasi proposta in positivo ma di segno contrario a quello dell’organizzazione sociale ed economica dominante non può che passare attraverso la negazione e/o la distruzione dell’esistente. Compresi i social di cui oggi si blatera tanto senza capire l’intrinseca funzione ultima di raccolta dati e profili individuali al fine dello sfruttamento commerciale e lavorativo degli utenti.

Come esempi imprenditoriali e filosofici estremi di tale fasulla positività l’autore cita una frase di Ayn Rand, teorica dell’Oggettivismo molto apprezzata in ambito imprenditoriale ma spesso sbeffeggiata in ambito filosofico, che in età avanzata, a proposito del la morte, dichiarò: “Io non morirò. Sarà il mondo a finire”.
E in seconda battuta, e forse ancora più significativa, la testimonianza di Jody Sherman, energico fondatore di una startup dedicata alla vendita di prodotti per l’infanzia, la cui ricetta per risollevare le sorti dell’economia era costituita dall’impedire ai media di dare notizie negative in modo da produrre un’iniezione di fiducia nei cittadini.

“« Devi in un certo senso alterare la tua realtà per far sì che alla fine diventi realtà», spiegava l’imprenditore. Certe volte però le cose si mettono davvero male e l’ottimismo diventa crudele, per usare il titolo di un fortunato libro di Lauren Berlant. Dopo qualche mese dall’intervista la startup di Jody è fallita a causa di un grosso buco finanziario. E quando il peso della realtà si è fatto schiacciante, questo imprenditore di mezza età si è tolto la vita.”2

Che si tratti di autentica fuffa ideologica, come tutto ciò che oggi circonda il mito delle startup oppure dei doers (coloro che fanno o che si danno da fare comunque), non vi è e non può esistere alcun dubbio, eppure tali visioni e dichiarazioni esercitano ancora sicuramente un peso determinante su tutti coloro che, più o meno fiduciosi e non sempre soltanto giovani come si potrebbe credere, si affidano a piattaforme come LinkedIn o Fiverr per individuare o reinventarsi, soprattutto tra i più anziani, un percorso lavorativo.

Piattaforme le cui modalità d’uso sottintendono, come sostiene Lorusso, una specifica visione del mondo di cui le interfacce vanno a comporre la superficie.
Una delle quali interfacce è proprio quella del diluire anche le specificità del lavoro creativo in lavoro in generale. Così mentre il lavoro di qualsiasi tipo si trasforma realmente nel marxiano lavoro astratto, perdendo definitivamente qualsiasi caratteristica e competenza specifica per affidarsi unicamente al basso costo oppure alla cifra più bassa per la quale si è disposti a fare o prestare qualsiasi servizio (ad esempio i 5 dollari minimi, di cui uno alla piattaforma, su cui si basava inizialmente la proposta della israeliana Fiverr), l’illusione che l’imprenditorialità sia il modo di esistere della specie, come ha affermato Muhammad Yunus, fin dalle sue origini trionfa, nascondendo il fatto che nella generale diffusione del lavoro astratto si afferma, per il capitale e suoi funzionari e/o detentori, la possibilità infinita di trarre profitto da qualsiasi tipo di skill, abilità, sia essa innata o acquisita, fisica o mentale.

Moltissimi sarebbero ancora i temi e le riflessioni da sottolineare e segnalare in un dei libri più interessanti e utili usciti negli ultimi anni, soprattutto qui in Italia, sui temi del lavoro, del precariato, dell’imprenditorialità, senza mai dimenticare però come un Marx già avanti negli anni, nel 1875, affermasse che :

“Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è tanto la fonte dei valori d’uso quanto il lavoro, che è esso stesso solo l’espressione di una forza naturale, della forza-lavoro umana.[…] Il lavoro dell’uomo diventa fonte di valori d’uso, e quindi anche di ricchezza, solo nella misura in cui l’uomo si comporta fin dal principio come proprietario nei confronti della natura, la fonte prima di tutti i mezzi e oggetti di lavoro, e la tratta come cosa di sua proprietà. I borghesi hanno i loro buoni motivi per affibbiare al lavoro una forza creativa soprannaturale, perché […] ne consegue che l’uomo, il quale non ha altra proprietà all’infuori della propria forza-lavoro, deve essere, in tutte le condizioni di società e di civiltà, lo schiavo di quegli altri uomini che si sono resi proprietari delle condizioni oggettive di lavoro. Egli può lavorare solo con il loro permesso e solo con il loro permesso può quindi vivere […] Questa è la legge di tutta la storia che si è avuta fino ad ora, Quindi, invece di offrire delle frasi fatte generiche su “il lavoro” e “la società”, si doveva dimostrare concretamente come si sono finalmente costituite, nell’attuale società capitalistica, le condizioni materiali ecc. che rendono capaci e costringono i lavoratori a spezzare quella maledizione storica.”3

N.B.
Tutte le immagini che accompagnano la presente recensione sono tratte dal libro di Silvio Lorusso edito da Krisis.


  1. Si veda S. Moiso, Dall’estremo occidente. Da John Henry a Trump passando per Mirafiori: il capitalismo e il suo riflesso nel Mito americano, in L. Cangianti, A. Daniele, S. Moiso, F. Pezzini, G. Toni, Immaginai alterati. Politico, fantastico e filosofia critica come territori dell’immaginario, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2018  

  2. S. Lorusso, Entreprecariat, p. 135  

  3. K. Marx, Critica del Programma di Gotha, Massari editore, Bolsena 2008, pp. 33-39, cit. in S. Moiso, op. cit., pp. 37-38  

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Miseria delle miniere e bellezza della natura https://www.carmillaonline.com/2018/08/29/miseria-delle-miniere-e-bellezza-della-natura/ Wed, 29 Aug 2018 21:20:26 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=48173 di Sandro Moiso

James Still, Fiume di terra, a cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, 2018, pp. 220, € 17,00

In un’intervista rilasciata a François Busnel, nel corso del programma televisivo America tra le righe, lo scrittore James Lee Burke ha dichiarato che molto probabilmente il patriottismo americano si fonda principalmente sull’amore che ogni cittadino degli States prova per il paesaggio, la natura, il territorio e i grandi spazi che lo circondano. Se questa affermazione fosse vera, sicuramente il romanzo di James Still appena tradotto in italiano per le edizioni Mattioli 1885 ne fornirebbe una prova consistente e significativa.

L’autore [...]]]> di Sandro Moiso

James Still, Fiume di terra, a cura di Livio Crescenzi, Mattioli 1885, 2018, pp. 220, € 17,00

In un’intervista rilasciata a François Busnel, nel corso del programma televisivo America tra le righe, lo scrittore James Lee Burke ha dichiarato che molto probabilmente il patriottismo americano si fonda principalmente sull’amore che ogni cittadino degli States prova per il paesaggio, la natura, il territorio e i grandi spazi che lo circondano. Se questa affermazione fosse vera, sicuramente il romanzo di James Still appena tradotto in italiano per le edizioni Mattioli 1885 ne fornirebbe una prova consistente e significativa.

L’autore originario dell’Alabama, nato nel 1906 e scomparso nel 2001, è stato romanziere, poeta e studioso del folklore, oltre che militante per i diritti civili, che ha vissuto per la maggior parte della sua vita in una contea del Kentucky che sembra essere stata la fonte di ispirazione per le sue storie e, in particolare, del suo romanzo più famoso: River of Earth.
Mentre le altre fonti di ispirazione per il romanzo sembrano essere stata la sua infanzia e quella del padre che, oltre alla attività di agricoltore, svolse anche quella di horse doctor (colui che si occupa della salute dei cavalli, soprattutto al momento del parto), proprio come l’io narrante del romanzo, un bambino non ancora adolescente, afferma più volte di voler fare.

Fiume di terra fu pubblicato negli Stati Uniti nel 1940, un anno dopo Furore di John Steinbeck, all’apice di quel New Deal roosveltiano che avrebbe dovuto risolvere i gravi problemi economici e sociali causati dalla Grande Crisi che aveva avuto inizio nel 1929. Ma mentre il romanzo di Steinbeck, pur importantissimo, prendeva spunto dall’indagine giornalistica che lo scrittore aveva condotta nel 1936 tra i profughi interni provenienti dall’Oklahoma e dalle aree rurali sconvolte dalla crisi e dalle tempeste di polvere1, l’opera di Still prende l’avvio, in maniera abbastanza evidente, dalle narrazioni e dalle memorie udite in famiglia e nell’ambiente che lo circondava sulle difficili condizioni di vita dei minatori del Kentucky e del West Virginia, negli anni a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX.

Lo stile letterario si pone a metà strada tra Mark Twain e William Faulkner, poiché dal primo Still trae la leggerezza della descrizione anche degli avvenimenti più drammatici e l’umorismo con cui vengono osservate dal piccolo narratore vicende e personaggi, mentre dal secondo la creazione di una contea povera e popolata da individui spesso ignoranti e analfabeti, come quella di Yoknapatawpha nel Mississippi inventata da Faulkner per ambientare le sue storie, che hanno spesso come unico riferimento culturale una Bibbia il cui discorso è conosciuto soltanto attraverso l’interpretazione datane da predicatori girovaghi e in odor di santità popolare, come il Fratello Sim Mobberly che attraversa le pagine del romanzo quasi soltanto per celebrare funerali o per presenziare a cerimonie improvvisate in mezzo alle campagne impoverite.

Il linguaggio utilizzato e messo in bocca ai personaggi oppure nella “penna” del piccolo narratore, di cui purtroppo una parte cospicua va persa per forza di cose nella pur attenta traduzione italiana a cura di Livio Crescenzi, è un misto tra la lingua degli individui che popolano i racconti di Mark Twain e la sperimentazione linguistica di Faulkner e da sola rende l’idea di un mondo e di una sottocultura locale in cui l’istruzione primaria e la scuola costituiscono un autentico, e talvolta violentemente respinto, lusso.

Lingua che però presenta enormi differenze tra le parti in cui è la vita miserabile degli esseri umani ad essere descritta e quelle in cui è la descrizione estremamente precisa di una natura minuta (alberi da frutto, cespugli, insetti, volatili selvatici e da cortile) oppure grandiosa di boschi e torrenti dalla acque ancor a cristalline a far da padrona. Dando vita in questo modo ad un autentico contrappunto, anche linguistico, tra le semplici meraviglie della Natura e le complesse vicende che definiscono le miserie degli uomini e delle donne che popolano la narrazione.

Una storia famigliare che assume anche, nel corso del suo svolgimento, le caratteristiche di uno studio antropologico sulla trasformazione di una società prevalentemente agricola in una società in cui sarà l’attività industriale e mineraria a caratterizzare le vite degli uomini. L’autore coglie infatti un momento decisivo della trasformazione delle strutture sociali, mentali e comportamentali avvenuta nel passaggio tra società agricola e industriale o, per lo meno, tra una vita spesa nel lavoro dei campi e nella relativa indipendenza dei nuclei famigliari e una in cui la dipendenza da un salario renderà gli individui sempre più schiavi e succubi del lavoro coatto e della produttività.

E’ uno scontro che attraversa tutto il romanzo e la famiglia stessa del narratore. Uno scontro che vedrà cadere più facilmente preda dell’illusione salariale gli uomini, disposti a scambiare la loro libera iniziativa con una promessa di continuità lavorativa che non verrà mai mantenuta. Mentre d’altro lato saranno le donne, madri e nonne, a difendere maggiormente l’autonomia famigliare e il legame con la terra, questo fiume possente sul quale tutti sono destinati a nascere, generare e morire senza sapere, come afferma il Fratello Sim Mobberly in una delle sue prediche, dove li sta portando. Ma a cui è inevitabile affidarsi, come a Dio.

Una commistione di fede biblica e di legame con la terra che rende le donne particolarmente forti all’interno delle vicende: soffrono, partoriscono, vedono morire i figli più piccoli, ubbidiscono a mariti un po’ troppo disponibili a scambiare la propria fatica in cambio di uno stipendio e l’indipendenza in cambio di un lavoro incerto, educano i figli, coltivano i campi, cucinano, muoiono sole e lontane dall’affetto di mariti che sono deceduti prima e di figli che non hanno più tempo per loro. Donne che, nonostante tutto, mantengono vivo dentro di sé la fiamma della memoria. E magari anche quella della vendetta, condotta però senza la brutalità tipica degli uomini.
Continuando a rappresentare la continuità delle famiglie e della specie, al di sopra di tutto ciò che una società maschile può ordire per andare incontro alla propria autodistruzione.

Fuori e dentro dalle miniere di carbone, con il lavoro e senza il lavoro; fuori e dentro il carcere, colpevoli o meno, questo sembra invece essere il destino riservato agli uomini ormai succubi del duro lavoro e della fiducia in un progresso soltanto apparente.

“Kell Haddix parlando sollevava le braccia. «Quelli lì avviarono la fonderia di Willardsborough con un tozzo di pane, un centinaio di dollari. Un affare d’oro. E’ così fratello…Cristo, la vidi funzionare io con i miei stessi occhi, e come bruciava.» […] Con il piede Papà colpì un gancio a tre punte appeso al bordo della griglia. «Sì, ma trent’anni fa» disse, volendo sminuire la cosa. «Sono quasi venticinque anni che ormai la fonderia sta cadendo in rovina. Oggigiorno non rende più scavare il minerale su per questi monti. Per ogni vagoncino, ci rimettono un sacco di soldi.»
Le labbra serrate, Kell sorrise, amaro. «E’ proprio quello che sto dicendo anch’io. Buttano via i soldi. Li bruciano. E si tratta della stessa società che possiede anche questa miniera. Quella è gente che è sempre stata ben attenta a non perdere nemmeno un centesimo dal portafoglio che hanno sul culo. E qui sprecano soldi, fratello, per cui, vedrai, lunedì inizieranno a tagliare una giornata lavorativa a settimana. E sì che in questo periodo dell’anno gli affari della miniera dovrebbero andare a gonfie vele.»
«Quando mi sono trasferito a Blackjack, mi figuravo che avrei lavorato regolarmente. Ma ho vissuto abbastanza a lungo stringendo la cinghia per cui non mi spaventa eccessivamente se mi riducono un po’ il salario.»
Kell si passò la mano tra i capelli, dandosi una grattata alla testa. Gli occhi gli fiammeggiavano nelle orbite. «E invece a me altrochè se mi preoccupa. E’ una faccenda che ho visto ripetersi altre volte, da queste parti. Prima riducono di una giornata lavorativa, poi due e poi tre. E poi chiudono le miniere, Gli scaffali dello spaccio vuoti e nessun credito per i viveri […] Poco dopo la gente se ne andò, solo Dio sa dove. Se poi trovarono lavoro, beh, io non l’ho mai sentito dire […] Una faccenda che ti dà da pensare.»” (pp. 168 – 169)

Unica consolazione alle disgrazie degli uomini e delle loro famiglie rimane, negli occhi del piccolo io narrante, la natura. Cosa che lo spinge a desiderare di diventare horse doctor per non dover mai occuparsi degli esseri umani. Così miseri, sfortunati e “brutti” ai suoi occhi. Uno stratagemma, quello di raccontare gli eventi attraverso lo sguardo di un bambino, che dona alla narrazione un senso straordinario di oggettività.

Un piccolo, grande romanzo sulle trasformazioni sociali, sulla condizione femminile, sulla crisi e sul lavoro che, senza per forza descrivere grandi tragedie, può tranquillamente essere riproposto ancora oggi, proprio per la sua estrema attualità fatta di miseria, ignoranza e precariato.

Con uno stile narrativo asciutto, lontano anni luce dal naturalismo europeo, sempre fin troppo carico di pathos, quanto dal realismo di stampo socialista, sempre troppo ideologico e didascalico, che avrebbe predominato negli anni successivi in altre parti del mondo, il romanzo di Still ci fa comprendere ancora una volta, caso mai ce ne fosse ancora bisogno, cosa fu a spingere i migliori autori italiani della generazione cresciuta nel fascismo ad abbracciare la letteratura americana.
Così come è successo anche al sottoscritto.


  1. Oggi in John Steinbeck, I nomadi, Il Saggiatore, Milano 2015  

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Teneri Violenti: lo sguardo di Ivan Carozzi https://www.carmillaonline.com/2016/11/05/teneri-violenti-lo-sguardo-ivan/ Fri, 04 Nov 2016 23:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=34073 di Marco Rovelli

carozzi_teneri-violentiIvan Carozzi, Teneri violenti, Einaudi, 2016, pp. 151, € 17.00

Il protagonista di Teneri violenti di Ivan Carozzi è uno sguardo. Uno sguardo “alieno” che tale si mantiene per tutto il racconto. Osserva Milano senza giudizio, perlustra la città, e in quella città il tempo presente. Lo perlustra due volte, il tempo presente, e da diverse prospettive: sia attraversando i luoghi della città, sia lavorando alla redazione di un quiz televisivo. Da una parte ci sono i luoghi di una Milano che sembra un puzzle da [...]]]> di Marco Rovelli

carozzi_teneri-violentiIvan Carozzi, Teneri violenti, Einaudi, 2016, pp. 151, € 17.00

Il protagonista di Teneri violenti di Ivan Carozzi è uno sguardo. Uno sguardo “alieno” che tale si mantiene per tutto il racconto. Osserva Milano senza giudizio, perlustra la città, e in quella città il tempo presente. Lo perlustra due volte, il tempo presente, e da diverse prospettive: sia attraversando i luoghi della città, sia lavorando alla redazione di un quiz televisivo.
Da una parte ci sono i luoghi di una Milano che sembra un puzzle da ricomporre ogni volta, con le sue tessere precarie; dall’altra, la fucina dell’immaginario contemporaneo, e della sua precaria futilità. Colto dalla vertigine di quell’equilibrismo, “Ivan” si profonda nel passato: il suo lavoro infatti è raccogliere dai giornali degli anni Settanta notizie di ogni tipo: dalla nera alla politica. E da quelle fantasmagorie del passato “Ivan” si fa cogliere, sedurre, conquistare: diventa un collezionista del passato, dei suoi squarci, dei suoi margini, che prendono corpo in storie di amanti suicidi, di fughe da casa, di follie.
Lo sguardo, dicevo, è il protagonista del romanzo: già, perché non si tratta di quello sguardo disincantato, o cinico, che ci si potrebbe aspettare in una vita la cui cifra è la precarietà. È, invece, uno sguardo che si fa illuminare dagli squarci di una tenerezza che viene da un altrove – forse lo stesso altrove da dove viene lo sguardo, o forse un altro ancora, chissà. “Tenerezza”, come ci indica lo stesso titolo del libro, è la parola chiave. Come per la trasmissione televisiva in cui “Ivan” lavora, è una “buffa tenerezza” che “si confonde ogni volta con la pietà”. Solo che l’occhio-Ivan non è satirico. Col programma condivide solo la sua grammatica, il suo “smontaggio” che in altri tempi si sarebbe detto postmoderno (“in altri tempi”: oggi il postmoderno è vintage, e fa tenerezza).
Quello sguardo perlustra Milano facendosi abbacinare dai particolari, e a disegnarsi non è una figura definita con dei contorni, ma un flusso infinito di singolarità tutte egualmente significative, e dunque tutte egualmente prive di senso. Cascate di nomi, di frammenti, si riversano in quello sguardo attento e equanime, che riflette la realtà senza catalogarla, che ne coglie la natura partendo dai margini delle cose, dai dettagli, dalle risonanze. E, sempre, con quella tenerezza che è la natura stessa di quello sguardo.
In quell’oceano, in quel flusso senza fine, lo sguardo cerca sempre delle fessure da cui farsi toccare da un possibile “altrove”. Così, quell’altrove barbaglia in un cinema semideserto, dove siedono “gruppi sparpagliati nella sala”, e “Ivan” si sente “accerchiato da un mormorio d’ossa, tenere e friabili”. E quell’altrove si fa presente negli archivi di notizie degli anni Settanta a cui “Ivan” lavora, per mettere insieme “pezzi minuti di un collage sbriciolato”. Facendosi “palombaro” in quell’oceano, “Ivan” sprofonda in un’altra dimensione, che lo chiama, in cui può esercitare “l’infinita dolcezza” dello sguardo. Brani di vita e storie, quelle che “Ivan” incontra, che lo catturano con la loro corporeità, la loro materialità, come a rappresentare un mondo corposo, non smaterializzato come quello in cui a lui accade di vivere: un mondo dove il corpo, e l’incontro (e lo scontro, e la violenza stessa), erano il solido fondamento di grandi narrazioni, della possibilità di trovare un senso, di stabilire un centro di gravità delle cose.
Si tratta, ovviamente, di un tentativo paradossale, visto che “Ivan” ha a che fare solo con le vestigia di quel tempo, e legge le cose che gli si presentano già declinate nel loro immaginario: la realtà, per lui, è già da sempre mediata. Dai giornali, dalla televisione, dagli stili, dai meme, dal web. Perciò questa rammemorazione delle vestigia non ricostruisce un senso, ma segue la seduzione di un ritorno a qualcosa che non è mai stato: perché è da sempre una rappresentazione. Non c’è temporalità concepibile per un figlio dell’epoca presente se non in chiave di spettacolo, di rappresentazione: una rappresentazione infinitamente rimodulabile, ricomponibile, in un gioco senza inizio né fine dove l’unico senso è quello soggettivo di una smisurata malinconia, di una mancanza.
Ma se è anche un tentativo paradossale, e probabilmente fallimentare, non importa: bisogna seguire quella “nostalgia cannibale”. Che è cannibale perché ha “fame di altri esseri umani”. È amore, tenerezza, dolcezza. È un inestinguibile “slancio amoroso per un paese scomparso”. È per questo amore che “Ivan” si fa affascinare da storie di passione estrema: storie di cronaca nera, prima che politiche (dove l’icona assoluta è quella di Moro). Come se cercare in quegli anfratti oscuri significasse cercare il fondo di quell’altrove che non è più. Per accorgersi, magari, che “forse l’affresco troppo fosco che ci si è formati di quegli anni è stato preparato e disegnato dai quotidiani del tempo”.
Questa storia dell’occhio-Ivan si incrocia con una storia d’amore con una certa Silvia: anch’essa, va da sé, storia iper-precaria e impossibile. Un incontro, quello con Silvia, che apre e chiude il romanzo: è per la sua seduzione che “Ivan” cercherà di sciogliere uno dei tanti enigmi incontrati nelle sue immersioni da palombaro, di dare un volto finalmente presente a una di quelle persone la cui storia lo hanno avvinto. Ma compiere le cose, nell’immenso flusso in cui a “Ivan” tocca vivere, non è dato.

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Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero https://www.carmillaonline.com/2014/04/03/docenti-di-lingua-cultura-italiana-precari-e-bistrattati-allestero/ Wed, 02 Apr 2014 22:00:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=13899 di Fabrizio Lorusso

Precari docenti[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Minima et Moralia e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà [...]]]> di Fabrizio Lorusso

Precari docenti[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Minima et Moralia e La poesia e lo spirito/Viva la scuola].

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

 Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014Due 2011Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC. 

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

]]> Expopolis 2015 https://www.carmillaonline.com/2014/01/07/expopolis-2015/ Mon, 06 Jan 2014 23:02:01 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=11845 di Roberto Maggioni

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[ExpoPolis è il libro collettivo di Off Topic e Roberto Maggioni (Agenzia X, 2013, pp. 176, € 11,10). Uscito in libreria lo scorso giugno (cerca qui la prossima presentazione), è l’unica pubblicazione non convenzionale sulla Milano che cambia con Expo 2015. Il testo che riportiamo di seguito è stato letto il 14 dicembre scorso da Roberto Maggioni allo Slam X @ Csoa Cox18 Milano].

Ok, allora, partiamo dall’inizio: Expo 2015 è un evento privato.

Ma come un evento privato? Expo 2015 [...]]]> di Roberto Maggioni

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[ExpoPolis è il libro collettivo di Off Topic e Roberto Maggioni (Agenzia X, 2013, pp. 176, € 11,10). Uscito in libreria lo scorso giugno (cerca qui la prossima presentazione), è l’unica pubblicazione non convenzionale sulla Milano che cambia con Expo 2015. Il testo che riportiamo di seguito è stato letto il 14 dicembre scorso da Roberto Maggioni allo Slam X @ Csoa Cox18 Milano].

Ok, allora, partiamo dall’inizio: Expo 2015 è un evento privato.

Ma come un evento privato? Expo 2015 è un evento privato.

E Comune, Regione, Governo? Pagano ed eseguono.

Expo nasce dal BIE, il comitato internazionale per le esposizioni, un ente privato non governativo. Il contesto dentro cui si muove Expo è di interessi privati, il BIE a questi risponde.

Interessi privati, investimenti pubblici, guadagni privati.

Paghi tu, voi, noi: 10 miliardi almeno. Destinati a salire nei prossimi due anni, perchè grandi-opere e mega-eventi funzionano così: ti chiedono 5 e si prendono 10.

Il BIE è nato nel 1928, l’anno di nascita di Topolino. Ha sede a Parigi e ogni 5 anni decide dove spostare il carrozzone di Expo, come e perchè.

Le Esposizione Universali sono operazioni di marketing. A livello internazionale si giustificano con la faccia presentabile dei temi nobili: nutrire il pianeta nel caso di Milano 2015. A livello nazionale e territoriale servono a muovere capitali e sperimentare forme di governo dei territori altrimenti difficili da far passare nell’ordinarietà della prassi cosiddetta democratica.

L’eccezione, come l’emergenza, giustifica l’ingiustificabile.

Dicono: “Expo è un evento eccezionale che capita, se capita, una volta ogni cento anni. Guai farsi sfuggire l’occasione”.

Per fare cosa?

Tra poco ci arriviamo.

Per capire Expo facciamo un passo indietro: Londra 1851, Parigi 1855.

Gli anni delle grandi invenzioni industriali, l’età dell’agricoltura meccanizzata e dell’industrializzazione, quando il capitale per raccontare e raccontarsi aveva bisogno di portare il suo sviluppo in giro per il mondo sotto forma di invenzioni, macchine, opere nuove.

Il lascito era diffuso e spalmato su città ancora da costruire, dove esserci significa esserci: essere lì, essere parte del cambiamento e vederlo con i propri occhi. Toccarlo.

Oggi, evidentemente, non è più così.

Per vedere, provare, acquistare, un nuovo modello di iPhone non ho bisogno di andare a Cupertino o a New York.

Expo è un evento anacronistico e come tale serve a giustificare altro.

Ci dice che vorrebbe migliorare il mondo in cui viviamo o quantomeno correggere le storture del capitalismo, loro, i capitalisti.

A Lisbona nel 1998 si parla di Oceani, una eredità per il futuro.

2005, Giappone, la saggezza della natura.

E via così. Fino ai nostri giorni.

Su Expo 2015 le intese sono larghissime.

Milano vince Expo nel 2008 con il centro sinistra di Prodi al Governo, la destra di Formigoni in Lombardia e quella della Moratti a Milano.

Expo 2015 accoglie tutti e c’è posto per tutti: per un appalto, per una poltrona, per uno scambio di favori, o anche solo per un pizzico di visibilità (come quei poveretti di Slow Food che dopo aver detto peste e corna di Expo tre settimane fa hanno deciso di rientrare nella partita perché “porteremo il tema della biodiversità”. Si certo, al festival della smart city che servirà a riportare gli OGM in Europa, perché questo è uno degli obiettivi non dichiarati di Expo: riportare l’agricoltura geneticamente modificata in Europa).

Per noi di Expopolis, Expo 2015 si riassume in sette parole chiave: debito, cemento, precarietà, poteri speciali, nemico pubblico, spartizione, mafie.

Debito, cemento, precarietà, poteri speciali, nemico pubblico, spartizione, mafie.

Dividiamo la faccenda in due tempi: il primo gli anni della Moratti, il secondo quelli di Pisapia.

Primo tempo. La scelta su “dove costruire Expo”.

Buona prassi vuole che le Esposizioni siano costruite su terreni di proprietà pubblica, e si capisce bene perché: sono già di proprietà del pubblico, non bisogna acquistarle da alcun privato e dopo l’esposizione l’area infrastrutturata è già di proprietà pubblica e non bisogna venderla a nessuno per rientrare dell’investimento. E’ tutto in house, tutto gestito dal pubblico.

No, a Milano si sceglie di fare diversamente.

expoSiamo tra il 2006 e il 2007, del comitato per Expo 2015 a Milano fanno parte: Regione, Comune, Provincia, Camera di Commercio, Fondazione Fiera.
Scelgono un area ex agricola di 1 milioni di metri quadri a nord-ovest di Milano, al confine con Rho e Pero. Aree quasi totalmente di proprietà di  Fondazione Fiera e del Gruppo Cabassi.
Sono gli anni in cui Fondazione Fiera, completamente in mano alla destra ciellina, è alle prese con un importante buco di bilancio. La costruzione della nuova Fiera a Rho è stata un mezzo fallimento: sempre vuota tranne che per due/tre fiere l’anno. Chi si sposta più per andare a vedere una fiera?

E per Expo allora? Eh, appunto.

Dicevamo, Fondazione Fiera è in rosso, così decidono che Expo si farà sui suoi terreni.

Il primo conflitto d’interessi è qui: fra chi sceglie dove fare l’esposizione c’è anche Fondazione Fiera, proprietaria di metà dei terreni su cui si costruirà con soldi pubblici. E così terreni agricoli che valevano 10-15 euro al metro quadro oggi ne valgono 164 di euro al metro quadro. A fine Expo varranno almeno tre volte tanto. Ulteriore magia è che Fondazione Fiera fa parte anche della società nata appositamente per comprare quei terreni, Arexpo: il proprietario che vende a se stesso per poi rivendere e incassare a Expo finita.

Il 31 marzo 2008 il BIE assegna l’Expo a Milano. Cominciano mesi di litigi tutti interni alla destra: spartizione delle poltrone, degli incarichi, della governance dell’evento. Stipendi, doppi stipendi, consulenze: quattro anni di soldi buttati e poteri rimescolati.

Il progetto dell’orto globale tanto caro all’archistar della Moratti e assessore di Pisapia, Stefano Boeri, viene cestinato nel 2011: spazio alla smart city, alle nuove tecnologie, al turismo.

Verranno 30 milioni di visitatori.

No 27.

Più realistico 24.

Oggi parlano di 20 milioni di visitatori: 160 mila persone al giorno di media.

Non ci crede nessuno, Milano collasserebbe.

160 mila persone. Facciamo finta che 40 mila di queste vogliano spostarsi coi mezzi pubblici.

Expo sarà raggiungibile con la vecchia linea rossa e con il vecchio passante ferroviario. La nuova linea 6 viene cancellata il giorno dopo dell’assegnazione di Expo a Milano. La 5 per il 2015 collegherà il nord di Milano al nuovo quartiere per ricchi City Life, ma con un sovra costo di 79 milioni di euro a carico del Comune. La linea 4 forse vedrà pronte le prime due fermate Linate-Forlanini (una cosa senza senso per chi conosce Milano) e poi se ne riparlerà dal 2018. Nessuna nuova metropolitana arriverà al sito di Expo, alla faccia dell’eredità green dell’evento.

E pensatele quelle 40 mila persone in più sulla linea rossa ogni giorno.

La maggioranza arancio di Pisapia appena eletta, a luglio 2011 vota l’accordo di programma sulle aree Expo che ricalca l’impostazione della Moratti.

L’indice di edificabilità scende dallo 0.60 allo 0.52%. Poca cosa perchè sigifica che si potrà costruire su metà dell’area una volta finita l’esposizione. Nella maggioranza votano contro solo Basilio Rizzo e Anita Sonego.
Quel voto è il vincolo al cemento e alla speculazione edilizia che sarà fatta su quell’area. Certo, con del verde tra un palazzo e l’altro, tra il parcheggio da 2.000 posti auto e il centro commerciale gestito dalla Coop e da Eataly, due tra i partner di sinistra di Expo 2015. Insieme a Banca Intesa.

Ma c’è di più, le sette parole magiche dell’Esposizione più sgangherata della storia.

Numero uno: debito.

Expo 2015 è un evento che nasce in debito e genera debito. Lo sono tutti i grandi eventi. A Torino le Olimpiadi hanno lasciato 4 miliardi di debiti. Oggi Torino è una delle città più impoverite del nord Italia.

Non vogliamo portar sfiga, ci mancherebbe, se la portano bene da soli. Ma le Esposizioni degli ultimi vent’anni sono state, nella buona sostanza, un fallimento e hanno generato debito nelle casse pubbliche.

Perchè è il pubblico che offre: 10 miliardi di cui solo 1.5 per il sito di Expo. Gli altri sono per nuove autostrade, comunicazione, consulenze, immagine. Lo abbiam visto, pochissimo per le nuove fermate delle metropolitane, ancora meno in eredità alla città pubblica.

Debito, perchè guardando solo al comune di Milano nel 2013 con un buco di bilancio di 420 milioni di euro ha speso 370 milioni per Expo.

420 di buco, 370 spesi in Expo. Quando pagate l’aumento del biglietto Atm, l’aumento dell’Irpef o della tassa sui rifiuti, i tagli dei servizi…..state pagando Expo. Sapevatelo.

Numero due: cemento.

Nulla inizia e finisce con Expo. Ma con Expo anche autostrade progettate negli anni 70, come la Pedemontana, hanno ritrovato un nuovo motivo di esistere.

8 miliardi pubblici spesi per nuovo cemento su cui far viaggiare automobili.

Gli acronimi:

-Tem, tangenziale est esterna Milano. Devasterà le ultime aree agricole tra Melegnano e Agrate Brianza, non sarà pronta per Expo 2015, favorirà la nascita di un nuovo polo della logistica e del movimento merci. Doveva essere pagata dai privati col project financing, la finanza di progetto. Sarà invece pagata (quasi) interamente dal pubblico, perchè i privati non sembrano avere soldi e le banche non credono si possa rientrare dell’investimento in tempi brevi. E dagli di pedaggio.

-Pedemontana, vecchia di cinquant’anni, non sarà pronta per Expo 2015.

-Brebemi, Brescia-Bergamo- Mlano, sarà pronta per Expo 2015 solo in alcuni tratti, quelli dove governa la Lega, per capirci.

E poi la nuova autostrada Rho-Monza: 14 corsie, neanche fossimo negli Stati Uniti degli anni ’50.

E tutta una serie di strade minori ma altrettanto nocive. Come la Zara-Rho, la vecchia gronda nord milanese, per cui il governo ha appena staccato un biglietto da 50 milioni di euro. Vecchie carte comunali dicono passerrà su terreni inquinati. Della bonifica al momento non c’è traccia.

E poi lei, quell’inutile, costoso e nocivo canale idraulico chiamato “Via d’Acqua”. Nel sogno iniziale di Expo c’era “Milano come Venezia”, tutta navigabile fino a Rho. Una grande cazzata.

E così le Vie d’Acqua sono diventate una: la Via d’Acqua. Un canale quasi tutto in cemento di 20 km che collegherà la Darsena di Milano con il canale Villoresi passando per il sito di Expo. Servirà a far uscire l’acqua dal laghetto che sarà costruito tra i padiglioni del sito e porterà 2 metri cubi al secondo, neanche 40 cm di acqua, ad alcuni terreni agricoli nel sud di Milano. Nulla se pensiamo che il Naviglio può portare fino a 40 di metri cubi al secondo.

Però questo canale in cemento spaccherà quattro parchi milanesi: parco delle Cave, Bosco in città, parco Pertini, parco di Trenno. E passerà su terreni inquinati da bonificare. Ma il commissario unico, Giuseppe Sala, che è anche amministratore delegato di Expo spa, ha usato i suoi poteri speciali per declassare gli inquinanti e, forse, evitare la bonifica. Che sappiamo essere lunga e costosa, e l’inaugurazione di Expo non è come le altre opere, non può essere rinviata: il primo maggio si deve aprire. Fare, fare, fare, costi quel che costi. Poteri speciali del commissario, tra poco ci arriviamo.

Numero tre: precarietà.

La bufala del lavoro. Hanno detto che Expo porterà 30mila nuovi contratti di lavoro. Per ora abbiamo un accordo firmato ad luglio 2013 che prevede 18 mila volontari. Per 700 persone ci sarà un contratto a tempo determinato a 560 euro al mese.

E se Expo capita una volta ogni cento ed è un evento nazionale, la nuova precarietà per Expo va estesa a tutta la nazione. Così la pensano a Roma e stanno cercando il modo di far passare nuova flessibilità in nome di Expo per due anni e mezzo. Expo dura sei mesi ma la precarietà due anni e mezzo.

Grandi eventi, piccoli diritti. Altro che reddito minimo per chi non lavora: lavorare senza reddito.

Numero quattro: poteri speciali.

Decide tutto il Commissario Unico della società per azioni Expo spa. Decide per conto di altri, chiaro, ma il governo Letta gli ha dato poteri di deroga: i cosiddetti super poteri. Come si fa nelle grandi emergenze. Come quelli di Bertolaso dopo il terremoto a L’Aquila. E abbiam visto come è andata a finire.

Prima i commissari erano il sindaco di Milano e il presidente della Regione, che quantomeno dovevano rendere conto ai propri consigli comunale e regionale. Un minimo di prassi istituzionale.

Oggi no. E così il commissario può decidere di prolungare l’orario di lavoro nei cantieri, sveltire assegnazione degli appalti, o nel caso della Via d’Acqua declassare il livello degli inquinanti cui fare riferimento per i 20 km di canale.

Decidere sulla salute dei cittadini.

Nel caso della Via d’Acqua il Comune di Milano ha accettato di perdere potere e competenza e ora non conta (quasi) più nulla. L’opera si farà come ha deciso la spa.

Ma al parco di Trenno i cittadini si stanno ribellando allo scempio del parco e insieme alla rete No Expo da quattro giorni bloccano i lavori. La ruspa a un certo punto si è suicidata e così venerdì hanno dovuta portare via. Succede. Brutto periodo questo per le ruspe.

Pare che lunedì 16 dicembre tornerà accompagnata dai genitori. Se siete solidali l’appuntamento è alle 7 di mattina in via cascina Bellaria, di fronte al cimitero inglese nel parco di Trenno.

Numero cinque: nemico pubblico.

Come in Val Susa, come ovunque ci siano lotte reali. Chi lotta è un nemico, la repressione al volto dei tribunali, il nemico pubblico quello della narrazione tossica dei media.

“Chi si arrende si ammala” dice Erri de Luca a proposito della Val Susa “e invece la valle sprizza di salute pubblica, di fraternità, di voglia di battersi”.

E allora per farlo ammalare, il paziente sano va intossicato.

Va costruita l’epica del nemico pubblico da mettere su cui costruire consenso politico e isolare i ribelli. Ma il paziente sano ormai si è fatto gli anticorpi.

E qui a Milano il Corriere della Sera arriva a scrivere che secondo la Digos “la contro informazione No Expo è un problema di ordine pubblico”.

Un problema di ordine pubblico.

Numero sei: spartizione.

Davanti al cantiere di Expo c’è un grosso cartello d’inizio e fine lavori.

Sul quel cartello c’è tutta la geografia della spartizione italiana: da nord a sud, da destra a sinistra.

I due appalti più importanti sono stati vinti dalla CMC, la potente cooperativa di costruttori vicina al PD che lavora in Val Susa, al Dal Molin, e dove c’è da devastare territori, e dalla Mantovani, un raggruppamento di imprese venete vicine al PDL. Su entrambi gli appalti c’è un inchiesta aperta per turbativa d’asta.

Più a sud lavora Infrastrutture Lombarde, una società della Regione controllata da Pdl-Lega-Cl. E poi Compagnia delle Opere e Lega delle Cooperative a Cascina Merlata.

C’è spazio ovviamente anche per i subappalti. E quindi le mafie.

E’ la settima parola chiave: mafie.

Non è questo l’argomento per opporsi a un’opera o un evento: la bontà la si giudica dall’opera in se, non dal rischio infiltrazioni criminali. Che se c’è va combattuto a prescindere. In Italia il potere criminale è potere politico, rompere questo legame è atto quasi rivoluzionario.

Nel cantiere di Expo hanno messo piede aziende indagate per reati mafiosi o tipicamente mafiosi, come il traffico di rifiuti. Le White List per un expo mafia free non sono mai entrato in funzione davvero, i protocolli di legalità sembrano inadeguati: Ventura, Fondazioni Speciali, Pegaso, Elios, alcune delle aziende allontanate dal cantiere, e poi Fratelli Testa sotto inchiesta per tangenti al Pdl lombardo, e il responsabile cantiere di CMC anche lui indagato, e anche quello di Metropolitane Milanese. E poi, poi il movimento terra che, dice l’antimafia milanese, è monopolio dalla ndrangheta. Il mega-evento è anche questo.

A lotte comuni un vocabolario comune: debito, cemento, precarietà, poteri speciali, mafie, spartizione, nemico pubblico. Quello che sta succedendo a Milano con Expo è simile a quello che succede in Val Susa, a Niscemi, nella Roma degli dei festival o nella Bologna di F.I.CO.

A quale prezzo?

Se Expo 2015 indebiterà le casse pubbliche, se costruirà nuove autostrade, se permetterà a costruttori di destra e sinistra di far colare nuovo cemento e spartirsi gli appalti, se le mafie avranno la loro parte, se i contratti di lavoro saranno ancora più precari rispetto ad oggi, se si sperimenteranno forme di governo dell’eccezione con commissari unici a decidere per tutti, se il racconto dei media sarà sempre più e solo propaganda e verso la costruzione del nemico pubblico, beh, se tutto questo sarà, Expo 2015 si confermerà in quello che in altro modo non avrebbe potuto essere.

E allora se questo modello di sviluppo ha nel mega-evento e nella grande-opera l’unico orizzonte cui guardare, be’, che Expo 2015 e le sue contraddizioni siano la bara di questo modello di sviluppo iniquo.

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