Piero Bevilacqua – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 05 Feb 2026 23:05:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Pasolini oggi, fuori dagli schemi https://www.carmillaonline.com/2024/05/28/pasolini-oggi-fuori-dagli-schemi/ Tue, 28 May 2024 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82863 di Paolo Lago

Guido Santato, Pasolini oggi. Studi e letture, Carocci, Roma, 2024, pp. 234, euro 25,00.

Il titolo del recente volume di Guido Santato, Pasolini oggi, appare particolarmente significativo; come scrive lo stesso autore, esso “intende sottolineare da un lato la permanente e straordinaria attualità di Pasolini, dall’altro la necessità di una rinnovata e approfondita lettura della sua opera, estremamente complessa per la sua articolazione multimediale: un’opera che spazia dalla poesia alla narrativa, alla saggistica, al cinema, al teatro, alle traduzioni dei classici, al giornalismo, alla pittura”. L’opera di Pasolini è estremamente poliedrica e complessa e deve essere oggetto di [...]]]> di Paolo Lago

Guido Santato, Pasolini oggi. Studi e letture, Carocci, Roma, 2024, pp. 234, euro 25,00.

Il titolo del recente volume di Guido Santato, Pasolini oggi, appare particolarmente significativo; come scrive lo stesso autore, esso “intende sottolineare da un lato la permanente e straordinaria attualità di Pasolini, dall’altro la necessità di una rinnovata e approfondita lettura della sua opera, estremamente complessa per la sua articolazione multimediale: un’opera che spazia dalla poesia alla narrativa, alla saggistica, al cinema, al teatro, alle traduzioni dei classici, al giornalismo, alla pittura”. L’opera di Pasolini è estremamente poliedrica e complessa e deve essere oggetto di una lettura seria e rigorosa, “rinnovata” e “approfondita”. Pasolini non può continuare ad essere una sorta di “ovetto Kinder della cultura italiana”, come ha scritto Pierluigi Sassetti utilizzando una suggestione offerta da Slavoj Žižek1, un ovetto nel quale ognuno trova la sorpresa che più gli aggrada. Non può essere usato e citato a sproposito da clowneschi politicanti da strapazzo. Una citazione dall’opera di Pasolini dovrebbe essere sempre preceduta da una conoscenza rigorosa e approfondita, mai superficiale: basti solo pensare all’“infame mantra”, come lo definisce Wu Ming 1, su “Pasolini che stava con la polizia e i manganelli”2, emerso anche lo scorso febbraio in merito ai fatti avvenuti a Pisa (giovani manifestanti pro Palestina picchiati dalle forze dell’ordine).

Per affrontare l’opera poliedrica e multimediale di Pasolini, Guido Santato, uno dei massimi esperti dell’autore bolognese, adotta svariati punti di vista. I saggi presenti nel volume – alcuni già editi presso diverse sedi, altri inediti e presentati adesso per la prima volta – intendono sondare diversi aspetti e sfaccettature dell’opera pasoliniana, cercando di abbracciare i più svariati ambiti: la poesia, la narrativa, il cinema, il teatro, financo la musica (di cui Pasolini era appassionato ed esperto). Il primo saggio è dedicato all’importante presenza di Dante nell’opera di Pasolini, da Ragazzi di vita (1955) fino al postumo Petrolio. Lo studioso attraversa l’intera opera pasoliniana sondando il fondamentale ‘sostrato’ dantesco presente in essa, anche negli interventi critici e negli articoli giornalistici. Il secondo saggio analizza invece l’importanza che Erich Auerbach ha giocato per Pasolini, soprattutto per la “mescolanza degli stili” presente nell’intera sua opera nonché per il “realismo creaturale”. Auerbach è l’autore dell’importante saggio Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, che rappresenta un fondamentale punto di riferimento per Pasolini in qualunque genere o stile si cimenti.

Diversi saggi presenti nel volume di Guido Santato sono poi dedicati alla produzione poetica in friulano: è necessario infatti ricordare che Pasolini è prima di tutto poeta e comincia la sua attività poetica proprio componendo in friulano. Le poesie friulane rappresentano quindi un’importante chiave di accesso per tutta la produzione artistica successiva. Particolarmente interessante risulta l’analisi condotta dallo studioso su La seconda forma de “La meglio gioventù” (1974) in cui viene sondata la riscrittura che Pasolini attua della sua poesia friulana giovanile nella raccolta La nuova gioventù. Si tratta di una riscrittura ‘in nero’ in cui, al posto dell’idillio, dominano il dolore ed il lutto, in una società dominata dall’abbrutimento dei nuovi consumi che ormai ha perduto qualsiasi caratteristica idilliaca e qualsiasi innocenza.

Il rigoroso excursus attuato dallo studioso attraverso l’opera pasoliniana prosegue con un saggio dedicato alla tragedia Pilade e con un’analisi del tema della tradizione in Pasolini. Interessante è ricordare, a questo proposito, che già a partire da un articolo scritto quando aveva vent’anni, Pasolini “teorizza un uso antitradizionale della tradizione: una tradizione proposta in funzione di un sostanziale rinnovamento rispetto alla cultura ufficiale”. Il saggio successivo è dedicato alla presenza della musica nel cinema di Pasolini, dall’importante funzione ‘sacralizzante’ della musica di Bach in Accattone (1961) fino alle inserzioni di musica etnica e tradizionale, ad esempio, in Edipo re (1967) e Medea (1970). Alla complessa ricezione di Pasolini oggi è dedicato il saggio dal titolo Un grande autore che non ha bisogno della qualifica di “classico”: infatti – scrive Santato – l’edizione di tutte le opere di Pasolini all’interno della collana dei “Meridiani” rischia di trasformarlo in un “classico”, “operando uno slittamento dal piano editoriale a quello della definizione critica”. Però, “l’attribuzione della qualifica di «classico» a Pasolini appare problematica per più ragioni e non sembra poter essere riferita in modo appropriato alla sua opera”. Infatti, “Pasolini è il più anticlassico e trasgressivo fra i grandi autori del Novecento: tende costantemente alla rottura degli ordini formali e delle separazioni tra i generi”.

Dopo un suggestivo saggio dedicato ai (densi) rapporti fra Pasolini e il Giappone (paese in cui lo studioso Hideyuki Doi svolge una rigorosa opera di analisi dell’autore corsaro), Santato avvia una interessante e pionieristica ricerca su Pasolini come possibile “precursore” della “decrescita”. Infatti, soprattutto negli ultimi decenni, “il pensiero di Pasolini è stato ripreso anche nell’ambito della sociologia, dell’economia e del diritto”. Lo studioso osserva che, recentemente, due economisti come Giulio Sapelli e Serge Latouche sembrano aver raccolto a distanza l’appello di Pasolini in tema di sfruttamento operato da uno cieco “sviluppo” capitalistico (opportunamente distinto dal “progresso”). Se Sapelli dedica un interessante e innovativo studio a Pasolini, dal titolo Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, Latouche sembra riprendere, nella sua idea di “decrescita felice”, le polemiche pasoliniane contro il modello di sviluppo neocapitalistico. Come scrive Santato, “per Latouche è necessario decolonizzare l’immaginario occidentale che è stato colonizzato da quello che egli chiama «l’economismo sviluppista»”. Si può inoltre ricordare che all’interno della collana “I precursori della decrescita” diretta da Latouche, nel 2014, è stato pubblicato il volumetto di Piero Bevilacqua dal titolo Pier Paolo Pasolini. L’insensata modernità, nel quale lo scrittore corsaro viene annoverato fra i precursori del pensiero della “decrescita”. Anche lo stesso Latouche, in un volume del 2016, annovera Pasolini fra i precursori della “decrescita felice”. Come nota Santato, “in conclusione, credo che Pasolini possa essere considerato un precursore della «decrescita felice» a condizione di non racchiuderne strumentalmente il pensiero entro gli schemi della stessa. Il pensiero in continuo e spiazzante movimento, la capacità di analisi, lo spirito di denuncia, l’acutezza anticipatrice del Pasolini corsaro non possono essere racchiusi in alcuno schema più o meno preordinato”. D’altra parte, come ebbi modo di scrivere proprio qui su “Carmilla”, sarebbe interessante porre a confronto il pensiero di Pasolini anche con quello di un altro lucido interprete della contemporaneità come Robert Kurz, studioso della Wertkritik (la “critica del valore”), secondo il quale è necessaria un’“anti-modernità radicale ed emancipatoria […] che tagli i ponti una volta per tutte con la storia fin qui data, una storia di rapporti feticistici e di dominio”3.

Dall’analisi di Santato emerge un Pasolini prepotentemente fuori dagli schemi, un autore che non può essere racchiuso e incasellato in pensieri a senso unico: si tratta infatti di un autore “multimediale”, incline alla mescolanza degli stili e dei registri, alla rottura degli ordini formali, all’utilizzo di linguaggi sempre nuovi e sempre diversi. Anche nel saggio che chiude il volume, dedicato all’enorme fortuna che l’opera pasoliniana ha conosciuto in tutto il mondo, emerge il profilo di un autore difficilmente incasellabile in schemi predefiniti. Oggi, in una società digitalizzata e sempre più avviata verso un universo dominato dalle fake news, dall’intelligenza artificiale e dall’irrealtà, fatta di pensieri preconfezionati e di schieramenti obbligati, comprendere e studiare Pasolini – come capiamo dalla lettura di Pasolini oggi – è un sicuro esercizio di realtà, di appiglio a un rigore che sembra perduto, di anticonformismo e di ricerca di luce laddove sembra regnare un indefinito e inquietante buio.


  1. Cfr. P. Sassetti, Post(f)azione, … Per gli eredi … Per coloro che sapranno apprezzare l’eredità…, in A. Guidi e P. Sassetti (a cura di), L’eredità di Pier Paolo Pasolini, Mimesis, Milano-Udine, 2009, p. 118. Cfr. anche S. Žižek, L’epidemia dell’immaginario, trad. it. Meltemi, Roma, 2004, p. 73. 

  2. Cfr. Wu Ming 1, La polizia contro Pasolini, Pasolini contro la polizia, uscito su “Internazionale” il 29 ottobre 2015. Per avere una visione scevra da idee preconfezionate si invita a una lettura integrale dell’articolo. Cfr. anche Guy van Stratten, Pasolini, il ’68, gli studenti e la polizia, “Codice Rosso”, 2 novembre 2020. 

  3. Cfr. R. Kurz, Ragione sanguinaria, trad. it. Mimesis, Milano-Udine, 2014, pp. 20-21. 

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Per un rilancio della «ragione ecologica» https://www.carmillaonline.com/2018/02/02/un-rilancio-della-ragione-ecologica/ Thu, 01 Feb 2018 23:01:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=43452 di Paolo Lago

Stefano Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’Etica dello spazio, Prefazione di Piero Bevilacqua, Postfazione di Manlio Iofrida, Mucchi, Modena, 2017, pp. 189, € 16,00.

Comincio con un aneddoto personale. Alcuni anni fa, nella strada in cui abito venne abbattuto un abete. Era proprio un bell’albero, alto e, soprattutto in estate, guardarlo dalla finestra mi comunicava un senso di frescura e di tranquillità. Ricordo che provai un lancinante dolore nel vedere le motoseghe che tagliavano quell’abete che, in un modo o in un altro, mi era stato amico. L’albero non [...]]]> di Paolo Lago

Stefano Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’Etica dello spazio, Prefazione di Piero Bevilacqua, Postfazione di Manlio Iofrida, Mucchi, Modena, 2017, pp. 189, € 16,00.

Comincio con un aneddoto personale. Alcuni anni fa, nella strada in cui abito venne abbattuto un abete. Era proprio un bell’albero, alto e, soprattutto in estate, guardarlo dalla finestra mi comunicava un senso di frescura e di tranquillità. Ricordo che provai un lancinante dolore nel vedere le motoseghe che tagliavano quell’abete che, in un modo o in un altro, mi era stato amico. L’albero non si trovava però sul suolo pubblico ma all’interno di un giardino condominiale. A detta degli abitanti del palazzo, infatti, quell’abete, nelle giornate di vento, si muoveva troppo e rischiava di cadere (ma forse non sapevano quanto sia bello ascoltare il fruscio del vento fra i rami). E così è stato abbattuto. Questo è un esempio di scissione della cultura dell’uomo e della sua coscienza dall’ambiente naturale: l’essere umano, senza porsi troppe domande, decide di abbattere un albero nello stesso identico modo in cui elimina dalla sua proprietà un vecchio oggetto ingombrante. L’abbattimento di questo abete è solo una infinitesimale goccia nel mare magnum degli scempi ambientali che quotidianamente vengono perpetrati sulla faccia della Terra.

Tale ricordo personale mi serve dunque per arrivare a parlare dell’ultimo saggio di Stefano Righetti, La ragione ecologica, uscito recentemente per i tipi di Mucchi, il quale pone al centro della sua analisi la necessità di rilanciare la «ragione ecologica» all’interno del contesto sociale contemporaneo, in cui sempre più forte si fa sentire l’emergenza ambientale. Secondo l’analisi critica dell’autore (che si presenta, come scrive Manlio Iofrida nella Postfazione, come «un’appendice politica» del suo precedente lavoro Etica dello spazio), «è nel particolare rapporto tra cultura e natura che oggi si condensa il pericolo rappresentato dall’azione umana per la tenuta dell’intero ecosistema e, insieme, l’aspetto verso il quale dovrebbe indirizzarsi la nostra necessaria auto-critica» (p. 146). Un sicuro punto di riferimento per il pensiero dell’autore sono gli studi sull’ambiente realizzati da Gregory Bateson. Come giustamente osserva quest’ultimo, all’interno della cultura occidentale si è da tempo provocata una scissione insanabile fra coscienza individuale umana e natura. Infatti, secondo Bateson, «quando si restringe la propria epistemologia e si agisce sulla premessa: “Ciò che interessa me sono io, o la mia organizzazione, si escludono dalla considerazione altri anelli della struttura» (p. 147). Per cui, in nome del profitto si potrà inquinare un lago o un prato con i «sottoprodotti della vita umana», scorie di varia provenienza più o meno inquinanti, dimenticando che quel lago o quel prato «sono una parte del nostro più ampio sistema ecomentale» e che se essi vengono spinti alla «follia» (efficace metafora per indicare lo stato di un elemento naturale in preda all’inquinamento umano), la loro follia «viene incorporata nel più vasto sistema del nostro pensiero e della nostra esperienza». La scissione fra coscienza umana e ambiente biologico – osserva Righetti – assume la sua conformazione moderna a partire dal XVIII secolo, quando il sapere occidentale si struttura in ragione del progresso. Il sistema biologico della natura viene quindi sottoposto a un’accelerazione fino a quel momento sconosciuta e inglobato in modo indiscriminato all’interno dell’apparato economico-produttivo. La natura e il suo sistema autonomo e complesso, secondo l’acuta analisi di Righetti, «sono divenuti oggetto della coscienza produttiva del lavoro, che nel mondo occidentale ha dato forma all’economia del capitale». Del resto, come ribadisce il Manifesto contro il lavoro del Gruppo Krisis (tradotto nel 2003 per DeriveApprodi), in una società come quella contemporanea, totalmente asservita all’economia del capitale, non si esita un solo istante a devastare l’ambiente e la natura in nome di sempre nuovi, improbabili posti di lavoro.

Si giunge quindi ad un altro importante tema toccato nel libro, e cioè «l’ecologia nell’illusione postmoderna». Partendo da importanti studi di André Gorz (soprattutto Capitalismo, socialismo, ecologia, uscito nel 1991) l’autore afferma che la «razionalità ecologica» consiste nel soddisfare i propri bisogni con un minimo di lavoro, di capitale e di risorse naturali. Alla base del pensiero di Gorz vi è infatti la liberazione dal lavoro alienato. Per codificare al meglio una prospettiva ecologica è necessario quindi riorganizzare in toto lo spazio politico e sociale. Queste istanze (vicine alla teoria della decrescita di Serge Latouche) sono la base necessaria per riorganizzare il pensiero ecologico nell’Europa della seconda metà degli anni Ottanta, ferita dall’incidente della centrale nucleare di Cernobyl, in Ucraina, avvenuto nel 1986. La condizione attuale vede poi i movimenti e il pensiero ecologista in netta rottura con il socialismo liberista europeo, il quale invece pretende spesso di inglobarli e rappresentarli al solo scopo di neutralizzarne le lotte, come è avvenuto e sta avvenendo in Italia con l’Ilva di Taranto.

Lo spazio e la natura, secondo Righetti, lungi dall’essere considerate un prodotto all’interno della struttura neocapitalistica, devono invece essere riempiti di senso e densità grazie a una messa in discussione dello stesso tempo della produzione, una decrescita che sia «una sottrazione in grado di aprire un vuoto nelle viscere stesse della macchina produttiva» (p. 61). La natura appare in definitiva come un limite che può mettere in discussione la scissione uomo-natura, come si è affermata nell’Idealismo e si è poi sviluppata nel modello di produzione del capitale. L’ambiente, perciò, dovrebbe essere considerato come un unico corpo, insieme al corpo dell’uomo. Per capire, finalmente, che ogni volta che si devasta l’ambiente e che si inquina, si infligge una profonda ferita al nostro stesso corpo. Perché, come suona la frase di Thathanka Lyothake, detto Toro Seduto (quasi il simbolo di una sinergia uomo-natura vittima dell’avanzata distruttiva del conquistatore americano ‘bianco’), citata in esergo al saggio di Righetti, «solo dopo che l’ultimo albero sarà abbattuto, solo dopo che l’ultimo lago sarà inquinato, solo dopo che l’ultimo pesce sarà pescato voi vi accorgerete che il denaro non può essere mangiato». E sarà troppo tardi.

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